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Friday, July 11, 2008

Il «collasso intellettuale» della presidenza Bush

La Corea del Nord ha consegnato a Pechino 18mila pagine di documenti top-secret sulle sue attività nucleari. Una prima, parziale e tardiva applicazione delle intese raggiunte nel 2005, e perfezionate nel 2007, dal Gruppo dei Sei (composto anche da Usa, Cina, Giappone, Russia e Corea del Sud). In cambio, il presidente Bush ha annunciato la fine delle sanzioni commerciali previste dalla legge "Commerciare con il nemico" e comunicato al Congresso che entro 45 giorni la depennerà dalla lista degli "Stati terroristi".

Più che da un reale passo avanti, a molti l'annuncio è sembrato dettato dall'ansia, tipica delle presidenze Usa a fine mandato, di uscire di scena dimostrando di aver ottenuto un successo diplomatico. Tra questi, un ex membro dell'amministrazione Bush, il "falco" John Bolton, ha espresso critiche particolarmente dure in due articoli, per il Wall Street Journal e il Daily Telegraph.

A molti europei, la politica nordcoreana del presidente Bush nel suo secondo mandato sarà sembrata «confortante» rispetto al suo precedente unilateralismo. Le immagini della distruzione della torre di raffreddamento del centro nucleare di Yongbyon appaiono «rassicuranti». In realtà, «ciò che sta collassando non è il programma nucleare nordcoreano, ma la politica estera del presidente Bush». Un «collasso intellettuale», lo definisce. Il più triste. E' difficile dire cosa rimane della "Dottrina Bush", se uno degli stati che con i suoi programmi nucleari e missilistici ha assistito materialmente Siria e Iran la fa franca.

«La Maskirovka, l'oscura arte sovietica della negazione, dell'inganno e della dissimulazione è ancora viva e in buona salute a Pyongyang», ma l'amministrazione Bush non sembra essersene accorta. Ha preso per buona una documentazione «limitata, incompleta e quasi certamente falsa». I molti buchi «impediscono di capire quanto plutonio sia stato prodotto a Yongbyon durante la sua attività, fattore determinante per stimare quante armi nucleari la Corea del Nord possiede».

Pyongyang, ricorda Bolton, «ha violato ogni significativo accordo e tutto induce a pensare che stia proseguendo con il suo tradizionale gioco». E' piuttosto «esperta» nell'impegnarsi ad abbandonare il suo programma nucleare, come ha fatto negli ultimi 15 anni, salvo poi fare esattamente il contrario. L'accordo del 13 febbraio 2007 stabiliva esplicitamente che avrebbe dovuto fornire una dichiarazione completa di tutte le attività nucleari entro 60 giorni. Non lo ha rispettato, né nei tempi né nella sostanza. «Nonostante abbia fornito meno di quanto previsto dall'accordo di 16 mesi fa, noi la ricompensiamo concedendo più di ciò che avevamo pattuito”, lamenta Bolton. Il reattore gemello di Yongbyon, scoperto e distrutto in Siria dall'aviazione israeliana, non è solo l'ennesima prova della «doppiezza» nordcoreana, ma anche del fatto che il programma nucleare è ancora in vita.

«Non è la fine di un processo ma solo l'inizio», Pyongyang resterà sotto osservazione finché il disarmo nucleare non sarà del tutto verificato. Così si difende Bush, ma «c'è poco o nulla di preciso su che cosa significhi davvero verificare». La verifica, spiega Bolton, dovrebbe essere così «estesa, trasparente ed intrusiva, da minare le fondamenta del regime stesso, e Kim Jong Il ovviamente non la accetterà».

L'amministrazione ritiene le critiche «infondate», rispondendo di aver sempre saputo che la de-nuclearizzazione della Corea del Nord sarebbe avvenuta «per fasi». Ma proprio questa risposta «rivela uno dei problemi centrali di questo tipo di accordi», secondo Bolton: «Procedere per fasi non conviene agli Stati Uniti. Ne trae beneficio solo il regime nordocoreano. Allungare il processo consente a Kim Jong Il di restare al potere e massimizzare i vantaggi politici ed economici che può strappare da ciascuna delle spaventosamente lunghe e dolorose fasi». Per stati come Iran e Corea del Nord, «la diplomazia non è fatta per risolvere i problemi, ma è un modo molto efficace per prendere in giro gli ingenui occidentali, acquistando così tempo prezioso per raggiungere i loro obiettivi». Negoziare con la Corea del Nord o con l'Iran è «come sedersi a discutere con la Mafia per far rispettare la legge».

Thursday, July 10, 2008

Finalmente liberata Eluana!

La politica stia alla larga

Come per un errore giudiziario, dopo sedici anni una detenzione viene riconosciuta ingiusta. Sedici lunghi anni ha dovuto combattere il padre di Eluana per mandare in pace la figlia, in stato vegetativo permanente e irreversibile. Fatta vegetare tramite sondino. Avrebbe potuto intraprendere delle scorciatoie. Ha voluto invece sentirsi legittimato dalla società, sentirsi a posto con la legge. Ed è stata una lunga, drammatica, battaglia legale.

Per ignoranza o per malafede, o come semplificazione giornalistica, si sente ora a parlare della «Terry Schiavo italiana». Un errore che purtroppo commettono anche giornali e commentatori che considerano la sentenza una liberazione e non un assassinio. La differenza tra i due casi è enorme e - ripeto - solo per ignoranza o malafede si possono confondere. Nel caso di Terry Schiavo non c'era accordo sulle sue volontà tra il marito, riconosciuto come tutore legale, e i genitori e la sua condizione era più indefinibile. Un dubbio lacerante. Nel caso di Eluana, tra genitori e amiche nessuno ha mai messo in dubbio la sua volontà. Non hanno deciso i giudici, ha deciso il papà di Eluana, al quale i giudici hanno solo riconosciuto di agire secondo legge. E nel caso ci succeda una cosa del genere, in una situazione in cui non siamo in grado di esprimerci in prima persona, a chi affideremmo ciò che rimane della nostra vita? Al medico? Al giudice? Al legislatore? Al cardinale? Oppure, a mamma e papà, al nostro compagno o compagna, all'amico più intimo?

Mons. Fisichella si chiedeva ieri «come sia possibile che il giudice si sostituisca in una decisione come questa alla persona coinvolta». Ecco, innanzitutto bisogna premettere che non solo la sospensione del trattamento, ma anche la sua continuazione per sedici anni, è una decisione, altrettanto invasiva, di qualcuno. Non di Eluana, né della sua famiglia.

Poi, non è il giudice ad essersi «sostituito» alla persona coinvolta, semmai è il padre di Eluana (il padre!) a sostituirsi a lei riportandone e interpretandone le volontà. Non si capisce perché un medico, il legislatore, o un cardinale potrebbero invece sostituirsi alla persona coinvolta imponendo a loro volta quella che è a tutti gli effetti una decisione della medesima invasività: la continuazione del trattamento che fa vegetare. Non si capisce, quindi, chi potrebbe, sulle basi di quale suo diritto o interesse legittimo, impugnare la sentenza.

Più volte mi è capitato di scrivere del materialismo, del biologismo, dello scientismo di coloro che riducono la vita umana alle sue mere funzioni biologiche (pur assicurate da macchine) e avrebbero voluto, da comuni aguzzini, condannare a vegetare persino Welby e Nuvoli, i quali la loro volontà erano in grado di esprimerla in prima persona. Ad esprimere questa concezione sono per lo più vescovi e cardinali della Chiesa cattolica, intellettuali cattolici, comunque uomini e donne di religione, che dovrebbero invece avere della vita umana una concezione ben più alta del semplice vegetare.

Su il Riformista di oggi, è Mario Ricciardi a soffermarsi in modo chiaro su questo paradosso: «Se è vero che le sostanze nutritive che vengono somministrate a Eluana non sono in senso stretto "terapie", c'è da chiedersi se questa sia una ragione sufficiente per ritenere che sospenderle equivalga a uccidere un essere umano. Si ha l'impressione che chi ragiona in questo modo assuma una concezione della vita che finisce per farla coincidere con lo svolgimento di certe funzioni di parti del corpo umano. Posta questa premessa, impedire che tali funzioni proseguano sarebbe indubbiamente un omicidio. Si tratta di una posizione sorprendente soprattutto quando viene proposta da persone che non dovrebbero essere inclini a ridurre la vita alla materia. Appare inaccettabile l'idea che vivere sia semplicemente continuare a respirare. Oppure a digerire. Sorprende che questo modo di pensare sia difeso dai cattolici, perché la tradizione filosofica cui la chiesa si richiama intende la vita umana in modo più sofisticato, distinguendola dal semplice vegetare. C'è qualcosa di irragionevole, verrebbe quasi da dire di blasfemo, nel modo in cui certi ambienti hanno accreditato una sorta di idolatria delle funzioni vitali per opporsi agli atti di disposizione della propria vita, o all'eutanasia. Concentrarsi sugli indici biologici della vita ha fatto perdere di vista la questione della sua dignità, che non può essere assicurata da un'alimentazione artificiale protratta in modo indefinito. Almeno non quando si può escludere la speranza ragionevole di ritorno alla coscienza».

Perché, dunque, questo apparente materialismo da parte cattolica. Forse perché, ipotizza Gian Enrico Rusconi, considerano «il bios vegetativo come tale segno dell'impronta divina nell'uomo». Sull'uomo, un'impronta che altri uomini si sentono investiti della missione di rendere indelebile.

Così, per Mons. Fisichella è del tutto secondario che nel caso di Eluana sia stato il padre a decidere per la figlia, perché comunque non è la volontà dell'individuo a meritare tutela, ma il principio della sacralità divina della vita. E' sconcertato, confida a la Repubblica, perché «questa sentenza si sostituisce al legislatore e ai medici». La «persona coinvolta» scompare dalle preoccupazioni del monsignore. «Si è creato un precedente per obbligare il legislatore a intervenire». Qualsiasi autorità, dunque, persino il legislatore, con il quale la Chiesa può sempre trovare dei "compromessi". Purché non l'individuo, come dimostrano anche i casi Welby e Nuvoli, perché ciò che conta non è la vita concreta del singolo, ma il principio astratto.

Ci sono personalità e forze politiche che si battono con le migliori intenzioni per il cosiddetto testamento biologico. Ma con il passare degli anni e dei mesi - e delle sentenze - sono divenuto sempre più scettico sulla necessità di un intervento del legislatore, convincendomi da una parte che nel nostro ordinamento esistono già principi e leggi applicabili che garantiscono il diritto individuale a decidere della propria vita e della propria malattia e morte; dall'altra, proprio per questo, perché temo che il legislatore intervenendo possa addirittura limitare gli spazi di libertà che oggi più di una sentenza (da quella Welby a quelle sul caso Englaro) ha riconosciuto nell'ordinamento.

I giudici della prima sezione civile della Corte d'Appello di Milano, infatti, si sono limitati ad accertare l'esistenza nel caso Englaro delle due condizioni individuate dalla sentenza della Cassazione del 16 ottobre del 2007 come necessarie per riconoscere la legittimità della richiesta di sospensione dei trattamenti: che (1) lo stato vegetativo del paziente sia irreversibile e che (2) si accerti, sulla base di elementi di fatto ritenuti attendibili dai giudici, che il paziente, quando era cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento. Altre sentenze, inoltre, hanno già riconosciuto l'ammissibilità di testamenti biologici spontanei come prove della volontà del paziente.

L'impressione, anche qui, è che la politica più ne sta alla larga meglio è.

Indagini alla spagnola

«Rivalutiamo il lavoro della polizia», fanno sapere i legali della famiglia di Federica, la ragazza uccisa in Spagna, a Lloret de Mar. Non c'è nulla da rivalutare. Semplicemente, la polizia spagnola ha utilizzato un approccio di indagine opposto a quello che siamo abituati a vedere in Italia. Invece di arrestare subito il principale sospettato, torchiarlo e cercare di estorcergli la confessione con la durezza del carcere, lo hanno interrogato e lasciato andare; hanno atteso di ritrovare il corpo della ragazza, ma hanno mantenuto sotto controllo il sospettato, con discrezione, seguendone i movimenti, le telefonate, gli incontri. Il tizio ha già confessato, appena arrestato, senza neanche un giorno di carcere. Altro che «rivalutare». Qualcosa ci fa presumere che in Italia quello di Federica sarebbe potuto divenire il delitto irrisolto dell'estate 2008, nel solco di Garlasco, Perugia... e Gravina, naturalmente. E intanto leggiamo (su La Stampa di ieri, in un articolo di Francesco La Licata), la purtroppo non incredibile storia di un innocente che si è fatto 31 anni di carcere per una confessione estorta sotto tortura. In Italia, non a Guantanamo.

Grande Sid

La bella intervista di Federico Cella al grande Sid Meier, autore di straordinari videogames, tra cui il mitico Civilization, gioiello dell'azienda-famiglia Firexis. Nel 1982 propone al mercato per la prima volta i cosiddetti giochi «dove si costruisce qualcosa» invece di quelli in cui «si deve distruggere tutto». Nel 2008 l'ultimo nato: Revolution.

Wednesday, July 09, 2008

Veltroni e il Pd si creano da soli i propri fantasmi

E quelli dell'altra sera, a Piazza Navona, sarebbero i veri oppositori di cui il Pd dovrebbe temere la concorrenza? Quelli che in 15mila l'unica cosa che saranno riusciti a infiammare sono i consensi di Berlusconi nei sondaggi? Prima della manifestazione di quell'Armata Brancaleone di sfascisti e macchiette, pensavo anch'io poverino Veltroni, stretto nella morsa tra Berlusconi e Di Pietro, alla ricerca disperata di un equilibrio impossibile tra un'opposizione troppo dialogante e una troppo massimalista, costretto a rincorrere l'ex pm per il ruolo di vero oppositore. E invece, non è così. Altro che poverini, Veltroni e compagni sono imbarazzanti. Mi chiedo come sia possibile che con la loro lunga esperienza politica non si siano ancora resi conto che è solo un fuoco di paglia, un fenomeno da baraccone, cui solo una politica e un mondo dell'informazione fuori dalla realtà, e un Pd ancora preda dei fantasmi del passato, possono attribuire tanta importanza e visibilità.

Veltroni dovrebbe lasciarli sfogare, ignorarli, e cominciare a preoccuparsi di dare al Pd la linea innovativa che aveva annunciato ormai quasi un anno fa, quando ne prese in mano le redini. Senza timori reverenziali nei confronti di quella suburra senza né arte né parte che si sente la parte migliore del Paese ma che produce solo schiamazzi da osteria e non è in grado né di portare voti (tanto meno gente in piazza senza l'aiuto di partiti e sindacati), né di sottrarli a chicchessia. Cosa aspetta Veltroni a mandare al diavolo gli "intellettuali" più irrilevanti d'Europa? Vogliamo davvero paragonare Eco, Camilleri e Ovadia, Pancho Pardi e Flores d'Arcais, ai Glucksmann, ai Bernard-Henri Levy, ai Max Gallo o ai Finkielkraut, in quanto a spessore di riflessione politica? Cosa aspetta a denunciare come reazionari Di Pietro e i Girotondi, le battute noiose di Grillo e la Guzzanti, ormai caricature di se stessi? Come possono i loro istinti e la loro vera e propria ignoranza democratica far parte di una sinistra moderna, europea, di governo? Cosa aspetta a rompere immediatamente qualsiasi rapporto, a farli cadere nel dimenticatoio, e almeno all'opposizione, a darsi il coraggio di andare davvero "da solo"?

Tuesday, July 08, 2008

Un regime vale l'altro, l'ideologia di Samaranch e dei mondo-burocrati

E' stato per 21 anni presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio). Juan Antonio Samaranch, oggi 87enne, ormai da ex si prende la libertà di dire senza peli sulla lingua ciò che probabilmente in ambienti olimpici quasi tutti pensano ma nessuno osa dire in modo così esplicito per non sfidare la sensibilità delle opinioni pubbliche. «Se si parla di diritti umani, molti paesi che attaccano la Cina dovrebbero guardare fra i propri confini, vedere cosa stanno facendo. Non è difficile capire di chi sto parlando». E ancora: «La Cina è cresciuta molto e fa paura a molte persone che cercano di frenarla. Così si spiega l'operazione contro la torcia olimpica. E' stata usata politicamente. Una lezione per il futuro...».

Dalle parole di Samaranch c'è molto da imparare sulla mentalità di burocrati, diplomatici, di un'intera classe dirigente, soprattutto europea, che guida istituzioni internazionali di ogni genere e livello, dalle Nazioni Unite al Cio, che, appunto, si occupa di sport. L'impressione che si ricava da certe decisioni e da molti atteggiamenti di queste organizzazioni internazionali, confermata dalle parole di Samaranch, è che sia assai diffusa una equiparazione di fatto tra democrazie e dittature, per tenere dentro tutti gli stati membri con il collante di un relativismo culturale buono per giustificare ogni infamia. Persino in tema di diritti umani, Samaranch equipara la Cina ai «molti paesi che la attaccano», presumibilmente assegnando il primo posto tra di essi agli Stati Uniti.

Secondo Samaranch, le polemiche per l'assegnazione dei Giochi a Pechino, gli appelli al boicottaggio, le manifestazioni di protesta e le contestazioni al passaggio della torcia olimpica nelle capitali occidentali, non sono reazioni di società civili e libere alle immagini della sanguinosa repressione cinese in Tibet del marzo scorso, ma l'espressione di un pregiudizio anti-cinese, coltivato non si capisce se dalle elite o dalle popolazioni. Comunque, lascia intendere che la Cina è vittima di una sorta di complotto occidentale. Il regime di Pechino ringrazia, non avrebbe potuto trovare migliore agente per la sua propaganda nazionalista, che ricorre alla paranoia del "nemico esterno" per respingere ogni critica.

Samaranch vede un uso politico della torcia olimpica da parte di chi ha voluto manifestare in favore della causa tibetana. Eppure, è quanto meno singolare che non veda l'operazione politica di dimensioni ben più gigantesche che Pechino sta preparando sui Giochi. Dovevano essere i Giochi della trasparenza e dell'apertura, ma oggi è chiaro che saranno le Olimpiadi della censura e del controllo poliziesco, al servizio di una macchina propagandistica messa in moto per trasformare l'evento sportivo nella trionfalistica celebrazione politica del regime, delle sorti magnifiche e progressive che assicura ai suoi "sudditi". Non è forse questo un uso politico delle Olimpiadi? Samaranch e gli attuali vertici del Cio cercano di apparire come coloro che difendono lo spirito olimpico dalle politicizzazioni, ma in realtà essi stessi hanno permesso al regime cinese di strumentalizzare politicamente l'evento.

Samaranch non crede nella necessità di una «clausola democratica» come condizione per assegnare le Olimpiadi: «Bisogna rispettare il sistema politico di tutti i Paesi. Ogni Paese ha il suo sistema e anche la Cina ha il suo. E la verità è che da un punto di vista economico non se la passa poi così male. Il fine principale della politica è far sì che la gente viva meglio». E' vero che «in Cina la gente vive molto meglio ora rispetto a 25 anni fa», ma è un errore far passare il messaggio che un sistema politico vale l'altro. La Cina «ha il suo»? «Suo» di chi? Di certo sappiamo che il popolo cinese non lo ha scelto democraticamente e non lo può emendare, né può scegliere a chi affidarne lo guida.

Petrolio alle stelle. Il mercato che cambia o la speculazione?

da Ideazione.com

Uno degli aspetti dell'attuale crisi economica internazionale più dibattuti ai massimi livelli, tra i ministri delle Finanze dei Paesi del G-8 e tra le più alte autorità finanziarie, è l'impennata dei prezzi del petrolio. Cosa sta succedendo? Ci sono dei reali mutamenti del mercato, le riserve si stanno esaurendo, oppure si tratta di semplice speculazione? Innanzitutto, alcuni dati. Nell'International Energy Outlook 2008, un rapporto annuale del Dipartimento Usa per l'Informazione energetica, sono contenute interessanti previsioni. Il consumo energetico mondiale crescerà del 50% tra il 2005 e il 2030. Dell'85% crescerà il consumo dei Paesi in via di sviluppo non-Ocse. I prezzi del petrolio rimarranno alti. Un qualche sollievo lo porteranno le nuove produzioni da Azerbaijan, Brasile, Canada, Kazakhistan e Stati Uniti, ma nel lungo periodo l'offerta è destinata a rimanere esigua. E' ormai nota l'allarmante previsione di Goldman Sachs, secondo cui entro la fine dell'anno un barile potrebbe arrivare a costare 200 dollari, esattamente come aveva minacciato Osama bin Laden nel 2001. Di fronte a questa prospettiva gli analisti si dividono tra chi indica nelle trasformazioni del mercato le cause principali e chi invece denuncia fenomeni speculativi. (...) In un paper di Ariel Cohen e Owen Graham per la Heritage Foundation, dal titolo "What Is Driving the High Oil Prices?", si parla di una vera e propria «tempesta» di fattori che stanno facendo salire i prezzi del petrolio. La tesi dei due esperti è che siamo di fronte a mutamenti strutturali della domanda e dell'offerta, mentre la speculazione agirebbe come fattore solo congiunturale. Prima di tutto, sta cambiando la domanda...
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La faccia tosta dei repubblichini

Con incredibile faccia tosta e sprezzo del comune senso del ridicolo, quelli di Repubblica, accortisi che la canea mediatico-giudiziaria ha addirittura ulteriormente rafforzato i consensi di Berlusconi nei sondaggi, invece di ammettere le proprie responsabilità nell'aver alimentato le chiacchiere sul "sexgate" che sarebbe venuto fuori dalle intercettazioni, s'inventano che Berlusconi aveva previsto anche questo e che è tutta una sua strategia.

«Per tenere sotto pressione istituzioni e Paese decide cinicamente di mettere in piazza anche la sua vita privata», scrive oggi Giuseppe D'Avanzo. Già, sarebbe stato Berlusconi - che notoriamente controlla la Repubblica, L'Espresso, e il Corriere della Sera - a mettere in giro le voci sulle sue conversazioni hard e sulle ragazze divenute ministre dopo essere passate dal suo letto.

La Repubblica è tornata a guidare tempi e toni dell'opposizione. Veltroni si rassegni: o si mette in fila, venendo risucchiato nei gorghi della vecchia stagione; oppure rompe del tutto con questi guardiani della moralità pubblica, ma bisognerebbe saper essere dei leader.

Monday, July 07, 2008

Fatti curiosi/Leghisti si scoprono un po' laicisti e laicisti tacciono

Parole grosse quelle di monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano: «Solo un regime fascista o populista arriverebbe a tali metodi dittatoriali. Oso sperare che non siamo caduti così in basso».

Nel merito della vicenda della moschea di Viale Jenner non ne so molto, ma dubito fortemente che, come dice monsignor Bottoni, qualcuno voglia «proibire un diritto costituzionale come la libertà religiosa e di culto».

Avevamo sentito omelie contro la «dittatura del relativismo», ma mai un governo era stato finora definito «fascista» da un membro della Curia. E i "professionisti della laicità", guarda un po', tacciono, quando non applaudono. Siccome ultimamente nel merito condividono le durissime critiche che provengono da alcuni ambienti e organi di stampa del mondo cattolico nei confronti del governo, allora è improvvisamente scomparso l'attacco clericale alla sovranità dello Stato che sono così pronti a denunciare quando si parla di aborto o unioni di fatto.

Su questo blog siamo affezionati al nostro discorso innanzitutto di metodo. Finché la Chiesa cattolica continuerà ad essere organizzata in una forma statuale, e a percepire in modo opaco dallo Stato miliardi di euro in 8 per mille e altri privilegi concordatari, dovrebbe esserci un limite all'intervento dei suoi vertici nella politica italiana.

Ogni volta che la Chiesa mette il becco - tramite membri del clero o i suoi organi di stampa - negli affari politici, a me viene naturale storcere la bocca, al di là del merito, perché lo avverto come un potere di condizionamento indebito – paragonabile, per esempio, a quello che spesso esercitano anche i Sindacati – sul Parlamento e i governi democraticamente eletti, e per di più da parte di uno stato estero. Una volta superato il particolare status istituzionale e finanziario di cui gode la Chiesa in Italia, allora le sue opinioni, e persino una sua eventuale "militanza politica", potranno sempre essere accolte o contrastate nel merito all'interno del libero confronto democratico tra le idee, ma da esse sparirà il sospetto di un'indebita ingerenza.

Dall'altra parte avviene il processo inverso. Qualche leghista comincia ad essere infastidito da qualche ingerenza di troppo della Chiesa nell'azione di governo, e forse a riscoprire il valore della separazione tra Stato e Chiesa. Non mancavano, tra l'altro, nella Lega delle origini, venature anti-clericali nella polemica contro «Roma ladrona». Prima Borghezio, dopo gli attacchi di Famiglia cristiana, escogita un felice slogan: «Famiglia padana non legge Famiglia Cristiana». Ora il ministro Maroni risponde a tono a monsignor Bottoni: «Solo insulti, dovrebbe preoccuparsi della negazione dei diritti dei cittadini milanesi». Non contrattaccando, ma spiegando, come ha fatto per rispondere alle polemiche sull'identificazione dei minori rom, bambini che semplicemente non esistono per nessuno, se non per i loro sfruttatori che si fanno forti proprio della loro non-identità.

Anche questa volta, oltre alla malafede di qualcuno, ci sarebbe «un problema di scarsa informazione». Il governo vuole solo che siano «rispettate le norme igienico-sanitarie, urbanistiche, e i regolamenti comunali». Sarebbe un paradosso se, come dice Maroni, addirittura il direttore del centro islamico avesse davvero «già dichiarato la propria disponibilità al trasferimento». D'altra parte, pare che anche i fedeli musulmani si trovino un po' strettini in quella zona.

Il Sessantotto degli altri

«Il monumento al Sessantotto degli altri si trova nella parte alta della piazza, sotto la statua del pacifista duca di Boemia vissuto nel decimo secolo. Il suo nome è San Venceslao: lo sguardo fiero e sereno, fissato per l'eternità nel bronzo, in sella a un cavallo con una folta criniera. Lì dal piedistallo, osserva la fila di curiosi che si avvicina in silenzio per deporre un fiore sulla lapide collocata ai suoi piedi. La piazza è vasta e rettangolare, il piano è obliquo. D'inverno il vento gelido dei monti s'infila nel lungo corridoio...»
E' uscito oggi il primo di una serie di articoli di Pierluigi Mennitti, per Ideazione.com. E' da segnalare, perché il titolo è felicemente evocativo. Da quel «Sessantotto degli altri» c'è da imparare, sembra suggerire, quasi ammonire.

«Quarant'anni fa, mentre gli studenti occidentali occupavano le università, a Praga i giovani lottavano per la libertà. Ecco la storia di una rivoluzione fallita». Già, ma quale delle due è fallita davvero?

Sunday, July 06, 2008

Non è il Cav. a dover aiutare Veltroni

Secondo Angelo Panebianco, Berlusconi dovrebbe "aiutare" Veltroni, ma a me pare che sia Veltroni a non aiutare se stesso, avendo rinunciato ad essere il Veltroni pre-elettorale.

L'editorialista del Corriere si chiede «cosa ha ricevuto in cambio dal governo fino ad oggi», ma alla prima prova in cui doveva dimostrare di essere davvero entrato in una «nuova stagione», Veltroni ha fallito. La giustizia era un tema chiave. Non opponendosi in linea di principio all'immunità per le alte cariche dello Stato, ma pretendendo che la norma non valesse per Berlusconi, venivano tolte le basi per il dialogo, perché si negava l'evidenza di un attacco della magistratura politicizzata contro il premier per delegittimare subito, entro pochi mesi, il governo eletto democraticamente dagli italiani, con una sentenza già scritta e politica.

Per «ridare un po' di respiro a Veltroni, per restituirgli libertà di manovra contro l'estremismo», Panebianco forse non si accorge di chiedere a Berlusconi di farsi condannare. «Seguire la via maestra della revisione costituzionale» per «porre al riparo dall'azione giudiziaria le quattro più alte cariche dello Stato» significa infatti dare al giudice politicizzato di Milano il tempo per condannare in primo grado Berlusconi sulla base delle accuse ridicole del processo Mills.

Abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale («foglia di fico che nasconde l'assoluta discrezionalità dei pubblici ministeri»); separazione delle carriere; riforma del Csm. Panebianco scrive tutte cose pienamente condivisibili, ma si muove su un piano strettamente teorico. Quelle riforme torneranno ad essere pie illusioni se la magistratura politicizzata avrà il tempo per delegittimare il governo democraticamente eletto costringendo, forse, il premier alle dimissioni. Il governo non ha il tempo di presentare l'immunità come legge costituzionale, perché la condanna del premier arriverebbe prima, soprattutto non potendo contare sul voto favorevole del Pd, che vuole sì l'immunità ma anche la condanna in primo grado di Berlusconi.

Per svelenire il clima, Panebianco suggerisce a Berlusconi di «allungare i tempi della riforma della giustizia», affrontando il «rischio del processo». «Nemmeno un'eventuale condanna potrebbe togliergli» il ruolo di premier (cioè, non sarebbe obbligato a dimettersi). E' qui che poggia tutto il ragionamento dell'editoriale, perché se Berlusconi dovesse dimettersi dopo una condanna, non potrebbe «rischiare il processo», né «seguire le vie maestre della revisione costituzionale». Ma Panebianco non considera che al di là delle dimissioni, se arrivasse la condanna il clima, appena rasserenato, tornerebbe ad infiammarsi, e Veltroni non avrebbe comunque la forza di accordarsi con un Berlusconi appena condannato per una «buona riforma della giustizia».

Non se ne esce, perché il vizio di questa situazione sta proprio nel mancato riconoscimento da parte del Pd della anomalia di un ordine giudiziario che tiene sotto ricatto il potere politico. «È dai tempi di mani pulite, dal 1992, che una corrente piccola della magistratura cerca di sovvertire il risultato del voto popolare», ripete Berlusconi. Appena può, il Pd non resiste alla tentazione di sfruttarla a suo favore.

E' vero che «Veltroni è l'unica diga rimasta contro l'integrale radicalizzazione giustizialista dell'opposizione», ma il coraggio deve darselo lui. E' vero che «una sua sconfitta politica non conviene né al Paese né al proprio governo». Eppure, la sconfitta si è già consumata. E' stato Veltroni stesso ad autoinfliggersela, dimostrando di non avere sue idee. Pochi giorni dopo le elezioni, nel prevedibile momento di difficoltà, ha scelto di dismettere la sua linea, pur di non affrontare i nemici interni e per restare segretario. Ha abbondanto quella «vocazione maggioritaria» sulle cui basi era nato il dialogo con il Cav. ed è tornato - rivelatrici le parole di Bettini - a coltivare l'idea/illusione dalemiana di una grande alleanza da Casini a Bertinotti passando per chissà chi, un nuovo centrosinistra che rischierebbe di somigliare in modo tragico a quello vecchio.

Quindi, non più il sistema elettorale alla francese, uninominale a doppio turno, ma quello tedesco caldeggiato da D'Alema e Marini, da Casini e Rutelli fino a Bertinotti; quindi, nessuna intesa sulla riforma elettorale per le Europee; immunità sì, ma non per il Cav. E' sull'altare delle sue convenienze interne che Veltroni ha sacrificato tutti i pilastri su cui poggiava il dialogo con Berlusconi e quindi, in definitiva, la sua intera linea politica.

Se sia opportuno stralciare la norma sospendi-processi - e forse lo è - è a Napolitano, ai rapporti con il Quirinale, che Berlusconi deve guardare, non certo a Veltroni. Si tratta senz'altro di un modo rozzo ed «abborracciato» di affrontare il superamento dell'obbligatorietà dell'azione penale, ma ha un alto valore politico a giudicare dalle contraddizioni che si aprono.

Intervistando il ministro dell Giustizia, Fiorenza Sarzanini obietta: «Un conto è che siano i procuratori a indicare le priorità tenendo conto delle emergenze locali, altro è che sia il governo a sospendere migliaia di processi». Bene, è esattamente in modo contrario che bisognerebbe ragionare. Come spiega lo stesso Panebianco, «che sia il Parlamento, su proposta del Guardasigilli, a dettare, di volta in volta, le priorità alla magistratura», come avviene in «tante democrazie».

Fa bene, inoltre, il ministro Alfano a sottolineare l'«atteggiamento dolosamente omissivo da parte di chi continua a tacere che i processi non si estinguono ma sono sospesi e in ogni caso la maggior parte sono prossimi alla prescrizione, coperti da indulto o semiabbandonati».

Friday, July 04, 2008

Tremonti e quel suo pregiudizio di sinistra sul mercato

Il ragionamento di Giavazzi di oggi si basa su una premessa: che sia aumentato - addirittura del 150% in un anno - il prezzo «reale» del petrolio (cioè «quante ore dobbiamo lavorare per acquistarne un barile»). Ciò per Giavazzi escluderebbe la speculazione tra le possibili cause.

Premetto di non essere esperto di economia e di finanza internazionale, ma a me la frase risulta un po' ambigua. A cosa si riferiva Giavazzi? Ai costi di estrazione, oppure a una crescita della domanda, che obbligherebbe a lavorare di più per l'acquisto di un barile? Oppure semplicemente al prezzo dei carburanti alla pompa?

Credo sia stato opportuno da parte della Bce alzare il tasso di interesse e, come Giavazzi, non solo ritengo che l'attuale crisi petrolifera abbia «poco a che vedere con la globalizzazione», ma anche che la globalizzazione, «che in vent'anni ha consentito a un miliardo di persone di uscire dalla povertà e iniziare a consumare», semmai «attenuerà la recessione».

Tuttavia, non escluderei che l'impennata del prezzo del greggio sia dovuta alla speculazione. A quanto mi risulta i costi di estrazione rimangono bassissimi e la domanda è cresciuta, ma non tanto, evidentemente, se i Paesi produttori si rifiutano di aumentare la produzione. Un aumento del prezzo del petrolio dovuto a maggiori costi di estrazione o ad una crescita della domanda sarebbe, credo, più graduale. La dinamica dei prezzi di questi mesi, invece, somiglia di più a un'impennata, per lo più dovuta alla debolezza del dollaro e alla speculazione. D'altra parte, non dobbiamo scordarci che il petrolio è un bene particolarmente esposto alla speculazione, essendo a domanda rigida.

Ma l'editoriale di Giavazzi nasconde in realtà un intento polemico nei confronti del ministro Tremonti, il quale attribuisce la crisi proprio alla globalizzazione e alla speculazione. E' sbagliato assolvere del tutto la speculazione, così come è ingenuo da parte del ministro vedervi un malvagio complotto ordito da un ristretto e oscuro gruppo di finanzieri e tecnocrati.

Questa visione "manichea" del mondo della finanza dimostra una scarsa dimestichezza con i mercati e una scarsa conoscenza dei loro meccanismi di funzionamento. La speculazione non è qualcosa di organizzato a tavolino da poche diaboliche menti, ma è il comportamento spontaneo di migliaia di singoli attori economici che investono i propri fondi in operazioni dove ritengono di poter massimizzare i guadagni minimizzando tempi e rischi, agendo per lo più su beni la cui domanda è rigida.

Tremonti, osserva anche Alberto Mingardi su il Riformista di oggi, tende a «personalizzare, indicandone mandanti ed esecutori in un ristretto gruppo di tecnocrati, persino il processo di globalizzazione». Pare che Henry Paulson al G8 abbia addirittura «ridicolizzato la crociata» tremontiana contro la speculazione sui «barili di carta».

Nel suo commento Mingardi cita il libro "Free Trade Nation", in cui l'autore, Frank Trentmann, annota che chi oggi si oppone alla globalizzazione in realtà attacca «un sistema di scambi globale che è stato costruito da una precedente generazione di consumatori e di progressisti», per i quali esso era sostanzialmente «a democratic ticket for the excluded».

«Parliamo di globalizzazione - riflette Mingardi - come se non fosse un processo che riguarda giorno dopo giorno, ora dopo ora, miliardi di persone che ne costituiscono non gli ingranaggi, ma gli attori. È questo il motivo per cui è più facile che sia Tremonti, e non Draghi, a intercettare simpatie. Viene facile attaccare la globalizzazione come artefatto di una "tecnocrazia internazionale", quanto sarebbe impossibile prenderla di petto per quello che è: una trama di relazioni sociali».

Tremonti ha questo riflesso, o pregiudizio, tipicamente della sinistra comunista e socialdemocratica. Del mercato non sopporta, non riesce letteralmente a concepire, l'imperscrutabilità. Lo vorrebbe prevedibile (programmabile) come un'equazione, mentre essendo una trama di relazioni umane incoercibili contiene in sé un insopprimibile quid di irrazionalità e spontaneità, dimostrandosi al tempo stesso lo strumento più efficiente e razionale a disposizione degli uomini per produrre e scambiarsi beni. E' più facile farsi una ragione dei momenti di crisi denunciando l'"untore", intravedendo una sorta di "demone" interno al mercato, gli animal spirits di keynesiana memoria, che sarebbe compito dei governi incatenare. Peccato che siano proprio questi animal spirits il motore del mercato e del benessere.

Lhasa città-fantasma

«È singolare questo mio ritorno a Lhasa, il più strano viaggio organizzato a cui abbia mai partecipato. Hanno tentato in ogni modo di non farmi venire qui, come stanno facendo con tanti altri stranieri. Una volta a Lhasa volevano che vedessi un paesaggio di cartolina illustrata, asettico e pacificato. Eppure il governo di Pechino continua a mancare un obiettivo: piegare i cuori e le menti dei tibetani. L'ordine regna, l'ho visto coi miei occhi. Ma il paesaggio di Lhasa, tre mesi dopo la rivolta più violenta della sua storia recente, è soltanto quello di una città occupata».

Il reportage di Federico Rampini, su la Repubblica, vale la pena di essere letto. Intanto, Pechino e il Dalai Lama fingono di dialogare e le Olimpiadi si annunciano in pompa magna.

Possibili effetti del Sexgate all'italiana

E' stato un errore da parte di Berlusconi rinunciare all'intervista televisiva a Matrix. Non so dire se sia stata un'idea sua o se abbia accettato il consiglio di Letta o di qualcuno dei suoi alleati, forse di Fini. A me pare che l'unico rischio che corre il Cav. in questo nuovo scontro con la magistratura sia che gli italiani non comprendano, che molti rimangano confusi dal chiacchiericcio dei giornali e dei tg.


«Non mi pare opportuno e producente intervenire sui temi proposti da Matrix (giustizia e intercettazioni) che farebbero passare in secondo piano le tante cose realizzate dal Governo per cedere il passo ad argomenti e gossip negativi che inquinano ed ammorbano il dibattito politico e parapolitico di questi giorni, deviando l'attenzione del Paese dai problemi concreti e dai risultati dell'azione di Governo».
Così il premier ha spiegato la sua decisione. Ma il dibattito politico è già ora «ammorbato» dal gossip generato dalle intercettazioni. I tentativi del governo di difendere il suo mandato elettorale dagli attacchi delle procure di Milano e Napoli sono già oggi al centro delle polemiche politiche; e già oggi l'attenzione dell'opinione pubblica è deviata lontano «dai problemi concreti e dai risultati dell'azione di Governo». Non per il disegno oscuro di qualcuno, ma perché è ovvio che i media accendano i riflettori laddove la polemica s'infiamma.

Dunque, intervenendo stasera a Matrix Berlusconi avrebbe certo dovuto rispondere a domande su «giustizia e intercettazioni», ma avrebbe comunque avuto l'occasione di parlare dei problemi del Paese di cui il governo si sta effettivamente occupando, riequilibrando così l'"agenda setting", ridimensionando i primi temi rispetto ai secondi; e avrebbe potuto spiegare agli italiani cosa sta accadendo con il processo Mills e le intercettazioni, per quali gravi ed eccezionali motivi il governo si è visto costretto a varare norme così discutibili ed estemporanee.

Quando Berlusconi va a spiegarsi in tv, se i fatti gli danno ragione, gli italiani comprendono e si schierano dalla sua parte. Ma se rinuncia a spiegarsi, i fatti da soli possono non essere sufficienti, prima di tutto perché potrebbero rimanere per lo più sconosciuti. Molti italiani gli hanno voltato le spalle nel 2006 perché delusi dalla performance economica del suo governo, perché sono rimaste deluse le aspettative di riforma liberale, non certo per il conflitto di interessi o le sue vicende giudiziarie, che ormai la maggior parte ha derubricato come "persecuzione politica".

A mio parere Berlusconi fa bene a restare all'offensiva contro la magistratura politicizzata e anche ad usare toni aggressivi. Dovrebbe anzi affondare, mettendo in cantiere riforme organiche della giustizia (separazione della carriere; abolizione dell'obbligatorietà; responsabilità civile; csm). Proprio la pubblicazione delle ultime intercettazioni, che in totale violazione del segreto istruttorio (se non addirittura frutto di un autentico spionaggio) coinvolgono decine di persone neanche indagate su fatti di nessuna rilevanza penale, provano la necessità e l'urgenza di un decreto legge. Eppure, in questo caso, sarebbe opportuno evitare, più che altro per non stressare i rapporti con il Quirinale, come suggeriscono Letta e gli alleati, sia Fini che Bossi. In questa fase, infatti, Napolitano si sta ben comportando. Le sue prese di posizione, accogliendo il Lodo Schifani-Alfano e con la lettera al Csm, ha davvero difeso il potere politico dagli abusi dell'ordine giudiziario, mettendo in difficoltà lo stesso Veltroni e il Pd, che in questo momento faticano a non appiattirsi sulle posizioni di Di Pietro.

Ebbene, se Berlusconi non lo metterà troppo in imbarazzo, troverà Napolitano dalla sua parte. Un'alleanza con il Colle val bene qualche telefonata osé sui giornali. E qui veniamo alla tempesta che si starebbe per scatenare su Berlusconi. Telefonate piccanti con soubrette poi divenute ministro? Prestazioni sessuali non indimenticabili? Prima osservazione: le procure hanno ormai raschiato il fondo del barile. Dopo 15 anni di processi che hanno portato ad assoluzioni o prescrizioni, tranne il ridicolo processo Mills (l'origine dei 600 mila dollari è stata da tempo accertata dal fisco britannico), non sono più in grado di inventarsi più nulla di penale. E dal penale si passa allo scandalismo.

Seconda osservazione. La penso come Rotondi: «... credono di illuminare con le intercettazioni le miserie di Berlusconi e, invece, per la gente saranno grandezze». Sia che vengano fuori fellatio di clintoniana memoria, sia che venga messa in discussione la virilità del premier, la maggior parte degli italiani proverà nel primo caso ammirazione, nel secondo tenerezza. In ogni caso apparirà un po' più "vero" dei sepolcri imbiancati dei suoi avversari. Nel primo caso sarebbe un danno all'immagine del premier all'estero, dove sono più bacchettoni. Tra l'altro, quanti oggi strillano di censura e rivendicano il diritto di cronaca, se fosse per un pompino e un pelo di f... perderebbero ogni credibilità di fronte all'opinione pubblica.

Terza osservazione. Attenzione ai paralleli con Clinton - come incautamente e dimostrando la propria ignoranza ha fatto Scalfari la settimana scorsa. Perché in America il presidente viene inquisito da un procuratore speciale nominato dal ministro della Giustizia e poi decide a maggioranza qualificata il Senato. Quindi è falso che negli Usa il presidente possa venire perseguito da qualsiasi pm o condannato da qualsiasi giudice.

P.S.: Mi sembrava inelegante tirare in ballo i defunti, ma visto che il tabù è stato infranto, chiedo: come pensate che Nilde Iotti sia diventata presidente della Camera, per quali particolare doti? Certo, rispetto alla Carfagna, la Iotti rispondeva ai canoni estetici del realismo socialista.

Wednesday, July 02, 2008

Tremonti, abbassi la cresta

«Le coordinate economiche del Dpef sono state sviluppate sotto il vincolo della grave crisi economica in atto in italia e nel mondo. Negli anni passati siamo stati accusati di non essere pro mercato, adesso molti si interrogano sui limiti del mercato. Nell'estate del 2007 qualcuno aveva parlato di una crisi soltanto finanziaria, senza effetti sull'economia reale. Adesso si scopre che è la crisi più grave dal dopoguerra con effetti non limitati al solo campo finanziario, ma estesi anche alla vita della gente. Io ho i titoli per discutere di questo, altri non hanno i titoli morali perchè hanno concorso a creare il male che sta arrivando».

Queste parole sono state attribuite oggi al ministro Tremonti, ascoltato dalle Commissioni Bilancio sul documento di programmazione economico-finanziaria. Il ministro Tremonti ha più «titoli» di alcuni a discutere della crisi economica (per esempio, dei responsabili politici del governo degli ultimi due anni), ma meno titoli di molti altri. E tra questi ultimi c'è senz'altro il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, al quale forse polemicamente si riferiva il ministro quando accennava a chi nel 2007 «aveva parlato di una crisi soltanto finanziaria» e a chi «ha concorso a creare il male che sta arrivando». In un altro passaggio l'attacco è più diretto:
«Nel 2007 la Banca d'Italia diceva che la crisi finanziaria globale era solo un turbamento, ancora nella relazione la considerava quasi superata e priva di un impatto sull'economia reale. Oggi prendiamo atto della conversione di illustri personaggi sulle nostre. Sappiamo bene che i redditi sono oggetto di una erosione, ma sappiamo anche che questo dipende dalla speculazione».
Ebbene, che Draghi abbia sottovalutato la crisi è tutto da dimostrare. In ogni caso, Tremonti non dovrebbe cantarsela troppo, perché il nostro Paese, e i redditi delle famiglie, si troverebbero in una situazione certamente assai migliore se nel quinquennio in cui è stato già ministro dell'Economia, 2001-2006, Tremonti avesse tagliato la spesa e le tasse, realizzato le riforme di cui abbiamo urgente bisogno. Cose che Draghi non smette di ripetere da anni. Il «male» dell'Italia, prim'ancora che nella speculazione internazionale, è nello Stato. Tremonti si concentri su quello.

Repetita iuvant: meno spesa, meno tasse

«I conti pubblici peggioreranno», avverte il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, ascoltato oggi dalle commissioni Bilancio sul documento di programmazione economico-finanziaria. Dà l'idea di una bocciatura il titolo di Corriere.it, che tralascia di riportare il riferimento temporale indicato da Draghi: «Nel corso del 2008». Insomma, un altro bel regalo che ci lascia il Governo Prodi, quello che almeno aveva lasciato i conti a posto... A cadere oggi è l'ultima menzogna alla quale si aggrappava Veltroni in campagna elettorale pur di non scaricare Prodi.

Il governo dovrebbe invece attenersi alla ricetta tanto semplice quanto urgente ricordata dal governatore: «La politica economica deve ora abbattere il debito e contribuire alla ripresa della crescita con servizi pubblici migliori e una riduzione del carico fiscale». Riducendo le aliquote su lavoratori e imprese «rafforzerebbe gli interventi volti a dare sostegno alla crescita», perché diminuirebbero le «distorsioni» dell'attività economica e migliorerebbe la competitività delle nostre imprese. Draghi ha chiesto anche, «qualora si delineasse un andamento congiunturale più favorevole di quello atteso», di «restituire il drenaggio fiscale per sostenere il reddito disponibile delle famiglie».

Insomma, lo Stato per fare la sua parte non deve inventarsi nulla di particolarmente originale: deve costare di meno alla collettività, produrre servizi migliori e abbassare le tasse.

Promosse a pieni voti le iniziative del ministro Brunetta per aumentare la produttività dell'amministrazione pubblica: «L'introduzione di nuovi sistemi di valutazione del personale, la valorizzazione del merito e la maggior responsabilizzazione dei dipendenti pubblici che il Governo intende perseguire con apposita legge delega, vanno in questa direzione».

Draghi torna a battere sul tasto dolente delle pensioni, lasciato in secondo piano dal nuovo governo dopo l'abolizione dello "scalone Maroni" da parte di Prodi, e spiega che «al fine di contenere la spesa e assicurare ai pensionati futuri pensioni adeguate», dovrebbe crescere «nel medio-lungo periodo l'età media effettiva di pensionamento». Giudizio positivo sull'abolizione del divieto di cumulo, che «muove nella direzione di aumentare il tasso di attività dei cittadini di 60 e più anni, che in Italia è ancora relativamente basso».

Da quanto riportato dalle agenzie, gli unici rilievi critici espressi da Draghi sulla manovra triennale riguarderebbero la Robin Hood tax. Non c'è bisogno di essere governatori della Banca d'Italia per capire perché. Come ho scritto più volte, la Robin Hood tax applicata a banche, assicurazioni e petrolieri rischia di ripercuotersi sui consumatori dei prodotti petroliferi, dei servizi bancari e assicurativi.

Tuesday, July 01, 2008

Rigore Napolitano. Il Csm oserà sfidarlo?

Il presidente Napolitano ha tracciato i confini istituzionali del Csm, esercitando il ruolo che gli compete - e che molti presidenti prima di lui non hanno esercitato, contribuendo all'attuale deriva politicista dell'organismo.

In una rigorosa lettera inviata al vicepresidente Mancino, e letta all'apertura della seduta del plenum in cui sarà esaminata la discussa bozza Pepino-Roia sulla norma sospendi-processi, il presidente ha chiarito che il Csm è sì chiamato ad esprimere pareri sui disegni di legge riguardanti l'ordinamento giudiziario, anche durante l'esame del provvedimento da parte del Parlamento qualora per motivi di tempo non riuscisse ad esprimersi prima, ma che non gli spetta alcun vaglio di costituzionalità.

«Non può esservi dubbio o equivoco sul fatto che al Csm non spetti in alcun modo quel vaglio di costituzionalità cui, com'è noto, nel nostro ordinamento sono legittimate altre istituzioni. Confido che nell'odierno dibattito e nelle deliberazioni che lo concluderanno, non si dia adito a confusioni e quindi a facili polemiche in proposito».

Napolitano, quindi, «confida» che dalla seduta plenaria di questo pomeriggio esca un parere privo di quel giudizio di incostituzionalità presente, invece, nella bozza Pepino-Roia diffusa la scorsa settimana. Staremo a vedere se il Csm oserà sfidare anche l'autorità del presidente della Repubblica andando oltre i paletti fissati oggi.

L'interpretazione del Capo dello Stato è persino troppo generosa nei confronti del Csm, estensiva rispetto alla sua legge istitutiva del '58. Nell'articolo 10 della legge 195 del 1958, infatti, quella citata dal presidente, si dice che il Csm «dà pareri al ministro, sui disegni di legge concernenti l'ordinamento giudiziario, l'amministrazione della giustizia e su ogni altro oggetto comunque attinente alle predette materie». Qui la legge sembrerebbe intendere prima che vengano approvati dal Parlamento, mentre il decreto sicurezza è stato già modificato e approvato dal Senato.

Il Csm dà i suoi pareri al ministro - c'è scritto - non al Parlamento. La prassi del Csm, purtroppo consolidata, pare quindi essere contraria allo spirito e alla lettera della legge, secondo cui dà il suo parere solo ed esclusivamente sui disegni di legge del governo e non anche sui provvedimenti di iniziativa parlamentare.

Il problema è l'Ue, non i suoi cittadini. Sarkozy l'ha capito

Si apre oggi il semestre di presidenza francese dell'Ue. Il presidente Sarkozy già pregustava di lasciare la sua impronta su capitoli importanti come la politica energetica e ambientale, il controllo dell'immigrazione, la politica agricola comune, la politica monetaria e il ruolo della Bce, la politica di difesa, l'Unione mediterranea.

E invece, le energie della presidenza francese dovranno in buona parte essere impiegate per risolvere la "questione irlandese", dopo il no referendario al Trattato di Lisbona, la versione "truccata" della Costituzione Ue già bocciata nel 2005 da francesi e olandesi.

Altro che «problema di comunicazione», come si ostinano a ripetere alcuni. I cittadini europei hanno capito benissimo cos'è l'Ue e quando e dove possono, la bocciano. Sarkozy dimostra di essere tra quelli che l'hanno capito: «A poco a poco i nostri cittadini si chiedono se alla fine lo Stato nazionale non li protegga meglio della Ue. È un ritorno all'indietro. E se c'è un ritorno così, vuol dire che c'è un errore nel nostro modo di costruire l'Europa».

«L'Europa è malata di "riunionite", troppe riunioni inutili. Il Trattato di Lisbona? Tre tonnellate di carta, la gente non ci capisce nulla. E poi ci meravigliamo se vota no ai referendum». Non sono parole del ministro Calderoli, ma del ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner.

La variabile impazzita del sistema

Merita la lettura integrale questo articolo di Giuseppe Di Federico (il Riformista, 1 luglio), di cui riporto alcuni estratti.

L'obbligatorietà dell'azione penale...
vanifica il principio costituzionale dell'eguaglianza del cittadino di fronte alla legge. Poiché solo una parte dei crimini che vengono commessi possono di fatto essere perseguiti con efficacia, scelte di natura discrezionale devono comunque essere fatte nel decidere sull'iniziativa penale e sull'uso dei mezzi di indagine necessari a sostenerla. Ora tali scelte discrezionali sono di fatto lasciate alle singole procure e spesso ai singoli sostituti procuratori che le compiono con criteri tra loro diversi (molto efficacemente Giovanni Falcone definiva questo fenomeno come «una variabile impazzita del sistema»). La regolamentazione delle priorità nell'esercizio dell'azione penale e nell'uso dei mezzi di indagine è quindi l'unico modo per tutelare il principio di eguaglianza dei cittadini, per quanto umanamente possibile. E' questo quello che avviene, in varie forme, in tutti i paesi di più consolidata tradizione democratica.

sottrae al controllo democratico le scelte di politica criminale. L'impossibilità materiale di perseguire tutti i reati lascia di fatto alla discrezionalità di un corpo burocratico reclutato per concorso, e quindi senza legittimazione democratica, la definizione di quali reati perseguire prioritariamente e con efficacia. In altre parole definire di fatto gran parte delle politiche pubbliche nel settore criminale. Ciò non avviene in nessun paese a consolidata tradizione democratica. Vale a riguardo ricordare quanto lapidariamente affermato dalla commissione presidenziale francese a cui, nel 1997, il presidente Chirac aveva, tra l'altro, demandato il compito di esplorare la possibilità di adottare il principio di obbligatorietà. La commissione liquidò la questione in poche parole ricordando che nessun paese era mai riuscito né sarebbe mai potuto riuscire a perseguire tutti i reati. Che quindi un pubblico ministero pienamente indipendente chiamato ad applicare quell'inapplicabile principio avrebbe comunque dovuto compiere scelte di priorità. Cioè scelte di politica criminale. Concludeva ricordando che in un paese democratico le politiche pubbliche in tutti i settori, e quindi anche nel settore criminale, devono essere definite da organi che ne rispondano politicamente.

rende il pubblico ministero irresponsabile delle decisioni discrezionali che compie... A differenza di quanto avviene in altri paesi democratici essi non portano responsabilità alcuna per quelle decisioni, né sul piano della valutazione della loro professionalità, né disciplinarmente né finanziariamente. Se le loro indagini e la loro iniziativa penale risultano inconsistenti a livello del giudizio o anche prima (il che capita di frequente) la giustificazione che danno i pubblici ministeri è sempre stata pronta e risolutiva: poiché avevamo ragione di ritenere che un crimine fosse stato commesso, eravamo costretti ad agire onde non violare il principio di obbligatorietà. In buona sostanza l'obbligatorietà dell'azione penale trasforma qualsiasi decisione di natura discrezionale dei pm in materia di indagini e iniziativa penale in un "atto dovuto", cancella qualsiasi loro responsabilità per le decisioni prese, non è sanzionabile anche nei casi in cui sono state investite ingenti risorse in inutili e ingiustificate indagini...
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Sotto la Robin Hood tax un iceberg di tagli

Tito Boeri è stato insieme a Giavazzi tra i più implacabili economisti di sinistra nel criticare la politica economica del precedente governo. E' comprensibile che oggi, nei confronti di Tremonti, non voglia essere da meno, ma a nostro avviso incorre in un eccesso di zelo. Ieri, nel suo intervento su la Repubblica, definiva la Robin Hood tax «un'operazione di marketing dell'ennesimo incremento della pressione fiscale». A noi la Robin Hood tax non piace affatto, l'abbiamo scritto subito, proprio perché anche noi pensiamo che i petrolieri compenseranno i minori guadagni percepiti attraverso aumenti dei prezzi dei carburanti di cui i consumatori non avranno neanche la percezione.

Mettere però sullo stesso piano i due governi, Prodi e Berlusconi, per quanto riguarda la tendenza all'aumento della pressione fiscale, mi sembra davvero troppo. Innanzitutto, perché la manovra prevede comunque un taglio dell'Iva sui carburanti, in caso di aumento dei prezzi. Poi bisognerebbe per lo meno ricordarsi dell'abolizione dell'Ici sulla prima casa e della detassazione degli straordinari.

«Ma perché nessun governo prova a risanare i conti pubblici tagliando le spese, anziché aumentando le tasse?». Qui Boeri fa il birichino, finge di non vedere che la Robin Hood tax è la punta sotto cui si nasconde un iceberg di tagli alla spesa che il precedente governo Prodi non si è mai azzardato neanche solo di immaginare. Da liberisti avremmo voluto vedere un programma di tagli fiscali già nella manovra triennale presentata, ma se non ci sono è proprio perché Tremonti ha preferito non rischiare e acquisire prima di tutto i tagli alla spesa. Si può contestare al ministro l'assenza di uno «shock», come ha fatto giorni fa Alberto Mingardi, ma non che non ci sia il tentativo di tagliare la spesa.

E rispetto alle premesse colbertiste e "no global" del bestseller elettorale tremontiano, ci saremmo potuti aspettare di peggio. Invece troviamo, per esempio, le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, una bella spinta per liberarci del "socialismo municipale" e aggredire la spesa pubblica laddove tende a nascondersi, cioè negli enti locali.

Bisogna ipotizzare che Boeri di questi tempi si sia distratto. Fa bene a ricordare che «la spesa per studente in Italia è la quarta più alta tra i paesi Ocse» e che «ciononostante i rendimenti dell'istruzione sono da noi molto più bassi che altrove». Dimentica però le linee programmatiche del ministro Gelmini, che vuole tagliare 150 mila dei 990 mila operatori della scuola (tra insegnanti, amministrativi e bidelli) e introdurre il merito e la competizione tra istituti, basata su una stringente valutazione dei risultati; così come dimentica l'agguerrito Brunetta, che vuole riformare la pubblica amministrazione e il pubblico impiego, che ha fatto inserire nella manovra la privatizzazione delle case popolari.

Siamo ancora all'esposizione dei programmi, nulla di fatto, ma proprio non si può affermare che il governo non abbia annunciato tagli alla spesa e non si possono ignorare impegni mai presi finora da nessun governo in delicati settori come pubblico impiego, scuola, sanità e giustizia. I propositi fin qui espressi da ministri come Brunetta, Gelmini e Sacconi non li ho mai sentiti da nessun altro ministro. L'importante è che quelle cose si realizzino. Ora viene il difficile.