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Friday, March 05, 2010

Ci vuole sangue freddo

UPDATE ore 21:41
Dunque, alla fine Berlusconi sembra essere riuscito a varare un decreto, sia pure «interpretativo» delle norme esistenti, e a ottenere il via libera del Quirinale, coinvolto attivamente nella stesura del testo perché rimanesse in ambiti interpretativi. Napolitano non avrebbe firmato riaperture dei termini, o rinvii delle elezioni per decreto. In un articolo per L'Occidentale Calderisi spiega bene come il "pasticcio" si sia determinato per «un'applicazione formalistica e irragionevole» delle norme da parte delle Corti d'Appello di Milano e Roma, fino a negare sostanza e finalità della legge stessa. Vedremo se quanto previsto nel decreto sarà davvero solo "interpretativo", e se basterà a ottenere dai Tar della Lombardia e del Lazio la riammissione del "listino" Formigoni e della lista del Pdl per la provincia di Roma. Certo è che rimane la macchia dell'"aiutino" dall'alto, e in corsa, per sanare due situazioni che molto probabilmente in Lombardia, molto più difficilmente nel Lazio, si sarebbero potute risolvere comunque con la riammissione, quindi con una vittoria piena e con tutt'altro capitale politico da spendere in campagna elettorale.
Era facile prevederlo, eppure Berlusconi ci sta ricadendo. Ancora una volta il suo slancio rischia di scontrarsi con un muro che è là, immobile, e non da oggi. A prescindere dal merito e dall'opportunità di provarci, e di provarci adesso, non capisco quale mal riposto ottimismo abbia fatto pensare a Berlusconi che Napolitano potesse dare via libera a un decreto per risolvere le esclusioni del "listino" Formigoni dalle elezioni in Lombardia e della lista del Pdl dalla provincia di Roma. Senza il consenso dell'opposizione, e Bersani aveva espresso chiaramente il suo netto rifiuto, Napolitano un decreto così non lo firma. E forse ha pure ragione.

Il problema è che Berlusconi si mette spesso in condizioni simili: appare come quello che vuole fare qualcosa di scorretto, o quanto meno impulsivo, forzare la situazione, e che viene fermato dal saggio presidente. Ma perché infognarsi in questo modo? Perché andare a sbattere subito, compromettendo davvero una possibile "soluzione politica"? Perché, per esempio - a maggior ragione dopo la riammissione del "listino" Polverini - non aspettare l'esito del ricorso al Tar lombardo. Una possibile via d'uscita indolore che - su questo ha ragione Bersani, i cui calcoli sono altri ovviamente - conviene attendere anche al centrodestra, che potrebbe ritrovarsi, all'indomani di una eventuale riammissione, con una vittoria piena, non macchiata da un intervento dall'alto e in corsa discutibile, e con un capitale politico da spendere in campagna elettorale.

Il gioco vale la candela: una volta ottenuta la riammissione di Formigoni dal Tar della Lombardia, infatti, ipotesi non improbabile, senza che il governo sia accorso a togliere le castagne dal fuoco, si potrebbe sì gridare al tentato "sabotaggio", a una manovra volta a colpire il solo centrodestra sulla base di cavilli procedurali pretestuosi e infondati. A quel punto non sarebbe più il Pdl "inefficiente", sarebbero i radicali e il centrosinistra a fare la figura di quelli che hanno giocato "sporco", provato a "vincere facile", escludendo gli avversari dalle elezioni illegittimamente.

Certo, la situazione della lista del Pdl per la provincia di Roma è più complessa, la vedo difficilmente recuperabile. Ed è giusto che sia così, perché qui l'errore e l'ingenuità, frutto di arroganza, sono davvero intollerabili. E' quindi un prezzo che si può pagare. Se il Tar riammette Formigoni, il governo dovrebbe rinunciare a qualsiasi intervento per salvare il Pdl nel Lazio. Su queste basi vedrete che Bersani sarà disposto ad accettare un intervento se invece Formigoni dovesse restare escluso.

Bonino tra battaglia di legalità e ambizione di governo

Su il Velino:

A fronte dei suoi compagni di partito, il segretario Staderini e l'ex europarlamentare Marco Cappato, che ieri chiedevano a gran voce l'annullamento delle elezioni in tutte le regioni, le dichiarazioni di Emma Bonino lasciano intravedere una candidata tutta proiettata verso il voto, in pieno "flirt" con una possibile vittoria a tavolino. «Dura lex, sed lex», è la risposta pronta alle recriminazioni della sua avversaria. È comprensibile la difficoltà della Bonino, stretta tra una "battaglia di legalità" che portata alle estreme conseguenze, come fanno i dirigenti del suo partito, non può che condurre ad una autodenuncia dell'intero sistema politico, e quindi all'annullamento delle elezioni, e una campagna elettorale che se non altro per rispetto della coalizione che sostiene la sua candidatura va portata avanti, nonostante quanto sta accadendo e magari puntando l'indice sulla sciatteria e l'incapacità dei propri avversari.

Già l'iniziativa dello sciopero della fame e della sete aveva messo in luce le contraddizioni. «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma», avvertiva Pannella a la Repubblica, adombrando un possibile ritiro, coerente dal suo punto di vista con la totale mancanza di legalità, ma suscitando allarme e disappunto nelle file del centrosinistra. La stessa Bonino è dovuta intervenire, smentendo il suo leader, per rassicurare Bersani ricordandogli di essere «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»).

L'analisi che fanno i Radicali della realtà del nostro Paese, e quindi la loro linea politica, l'intransigenza della loro denuncia dell'illegalità, fino all'ultimo timbro, e della non-democrazia italiana, è difficilmente compatibile con la traiettoria della carriera politica di Emma Bonino, oggi arrivata ad un punto particolarmente stridente: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza della regione Lazio. Difficile ottenere tutto ciò in un "regime". Che non sia un "regime"? Non si spiega come Emma Bonino possa starsene tranquillamente a fare campagna elettorale in un Paese da cui Pannella minaccia di fuggire in esilio restituendo il passaporto. C'è qualcosa di stonato e l'iniziativa dello sciopero della sete non può bastare alla Bonino per conciliare l'anima di lotta "partigiana" (così la definisce Pannella) e l'ambizione di governo.

Una contraddizione che infatti riemerge anche in queste ore...
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Thursday, March 04, 2010

Giustizia alla rovescia

Capovolti ormai i più elementari principi del diritto. Leggete qua cosa riesce a scrivere la Corte di Cassazione. Per spiegare perché ha confermato la prescrizione del reato di appropriazione indebita nei confronti di Marcello Dell'Utri nell'ambito della vicenda dei fondi neri di Publitalia tra gli anni 1991-1994, respingendo quindi la richiesta di assoluzione piena avanzata dall'imputato, scrive che come già la sentenza di primo grado aveva dichiarato manca «la prova dell'evidenza dell'innocenza», perché «non è affatto evidente che le appropriazioni rientrassero secondo la tesi difensiva in elargizioni rientranti nell'ambito dei rapporti amicali intercorrenti tra i vari protagonisti della vicenda processuale». Capito bene? Dev'essere evidente l'innocenza per assolvere, non basta che non sia evidente la colpevolezza.

Ma ciò che segue è ancora più inquietante: «I motivi con i quali il ricorrente tenta di dimostrare l'evidenza della sua innocenza, censurando la sentenza di contraddittorietà ed illogicità, non possono avere ingresso, per la semplice ragione che, quand'anche si volesse convenire con le critiche che il ricorrente muove alla sentenza sotto questo profilo, resterebbe pur sempre, alla luce della motivazione addotta dalla Corte territoriale, un quadro probatorio che, quanto meno, si dovrebbe ritenere contraddittorio o insufficiente, e quindi tale da non giustificare una sentenza di assoluzione». Siamo all'assurdo: la Cassazione ammette che la sentenza impugnata può essere «contraddittoria ed illogica» e sostiene che un quadro probatorio «contraddittorio o insufficiente» non giustifica una sentenza di assoluzione!

Wednesday, March 03, 2010

Aspettate a cantare vittoria

Sono in attesa di altre illustri esclusioni dalla competizione elettorale, ma sembra che tardino ad arrivare. Come mai? Come mai, se l'illegalità è così sistematica e generalizzata come denunciano i radicali, per ora sono stati esclusi solo i "listini" di Formigoni in Lombardia e Polverini nel Lazio? Dove sono gli altri "casi Formigoni"? Che fine hanno fatto i «controlli in tutta Italia»? In Emilia e in Toscana... in Campania e in Basilicata, tutto regolare?

Radicali e centrosinistra dovrebbero aspettare prima di cantare vittoria. Innanzitutto, i problemi di Roma e Milano sono molto diversi tra di loro. Come ho già scritto, a Roma sono stati determinanti il dilettantismo e la stupidità dei dirigenti locali del Pdl, mentre i radicali e la farraginosità della legge hanno giocato solo il ruolo delle comparse nella vicenda. E' ovvio infatti che per quanto le regole per la presentazione e l'ammissione delle liste di candidati possano essere semplici e chiare, le migliori possibili, un termine di scadenza ci sarà sempre, e se uno è tanto idiota da non rispettarlo, non ci sono complotti politici o assurdità burocratiche che lo giustifichino. Per questa ragione la situazione della lista del Pdl nella provincia di Roma è più complessa, direi quasi irrecuperabile. Ha a che fare invece con la legge, e con quanto i radicali hanno sempre, da anni, denunciato (la sua inapplicabilità e, dunque, l'illegalità della raccolta delle firme), la situazione in Lombardia. Ma lì le irregolarità appaiono "tecniche" e quindi - ma lo sapremo con certezza solo nelle prossime ore - più superabili.

In particolare i radicali, se si aspettano di uscire da questa vicenda come i vincitori, quelli che avevano ragione loro e lo avevano sempre detto, rischiano di rimanere delusi. Posto che quanto accaduto a Roma non ha nulla a che fare con la loro storica battaglia di legalità sulla raccolta delle firme, come mai a seguito delle loro denunce è stato "pizzicato" solo Formigoni in Lombardia? Delle tre l'una: o perché non è vero, come dicono, che hanno presentato denunce nelle altre regioni; o perché Formigoni è stato l'unico caso in cui ci sono state irregolarità, mentre altrove tutti sono riusciti a presentare regolarmente le proprie liste; o perché la Corte d'Appello di Milano ha avuto uno strano occhio di riguardo nei confronti del governatore lombardo, che altre Corti d'Appello, per esempio in Toscana o in Emilia Romagna, non hanno avuto.

In tutte e tre le ipotesi emerge che non siamo affatto in presenza di una illegalità tanto generalizzata e sistematica da gridare a elezioni non democratiche e alla mancanza di stato di diritto, come da anni denunciano i radicali. Al massimo un caso, seppure clamoroso perché riguarda uno schieramento che mobilita in Lombardia circa il 60% del consenso, ma pur sempre un solo caso. Se fosse vera la terza ipotesi, inoltre, la loro battaglia di legalità si trasformerebbe nello strumento dell'arbitrarietà dei tribunali, nel migliore dei casi, se non della solita persecuzione giudiziaria ad opera dei magistrati milanesi.

Se poi dovessero essere accolti i ricorsi del centrodestra in Lombardia, i radicali dovrebbero ammettere di avere da sempre sbagliato con la loro interpretazione letterale della legge, di aver rinunciato per formalità giudicate irrilevanti a presentare le loro liste in svariate tornate elettorali e di aver speso inutilmente i loro soldi in tutti questi anni. Non solo. Se adesso il Pdl è indubbiamente in difficoltà e tramortito, nel caso in cui i "listini" di Formigoni e Polverini vengano riammessi, potrà efficacemente gridare al "sabotaggio", accusando gli avversari politici di aver giocato "sporco", di aver tentato di "vincere facile", di escluderlo dalla competizione sulla base di presunte irregolarità che si sarebbero poi dimostrate meri cavilli procedurali.

Il danno d'immagine recato al Pdl dai suoi stessi delegati per la mancata presentazione della lista nella provincia di Roma rimane, ma a quel punto, dimostrata la pretestuosità della denuncia contro il "listino" di Formigoni, i pronunciamenti di riammissione diventerebbero un 'boomerang' per i radicali e il centrosinistra, che certo non uscirebbero da questa vicenda come campioni di democrazia e legalità agli occhi dei cittadini.

L'editoriale fantasma

Esce oggi l'editoriale di Ernesto Galli Della Loggia che probabilmente il direttore e gli editori del Corriere non avrebbero mai voluto mandare in stampa, almeno non nella versione che hanno alla fine dovuto pubblicare. E' probabile che nella notte tra lunedì e martedì non siano riusciti a bloccare in tempo la stampa dell'editoriale, che quindi compariva sul giornale di ieri ma solo su alcune copie, destinate ad alcune città estere e ai voli, o alle rassegne notturne delle prime pagine, come quella di SkyTg24. Ormai "sputtanato", l'editoriale non poteva che essere pubblicato nella versione ormai sfuggita.

Quali possono essere stati i motivi che hanno indotto il direttore, e probabilmente anche gli editori, a bloccarne la pubblicazione? E' noto che Galli Della Loggia, pur essendo culturalmente di destra, non è un fan di Berlusconi. Nell'editoriale l'attacco al premier (e al Pdl) è molto duro, più del solito, ma forse il passaggio che ha provocato tanto allarme è laddove Galli Della Loggia scrive che è «dalla famigerata notte di Casoria, che le maggiori insidie vengono a Berlusconi e al suo governo non già dall'opposizione ma proprio dalla sua stessa parte, se non addirittura dalle stesse cerchie a lui più vicine».

Una versione sui mandanti dei furiosi attacchi gossipari e mediatico-giudiziari di quest'ultimo anno - che andrebbero cercati all'interno della più stretta «cerchia» del premier - che evidentemente a Via Solferino non si vuole accreditare. Delle due l'una: o perché si ritiene questa versione del tutto infondata; oppure perché, essendo fondata, il Corriere ha interesse a che non sia rivelata. Decidete voi quale delle due ipotesi vi convince di più, o se ce n'è una terza.

Tuesday, March 02, 2010

Dopo il danno, nessun pudore

Quante volte nelle nostre città capita di imbattersi in manifesti palesemente ingannevoli o deliranti, di ogni parte politica? Soprattutto in campagna elettorale, dove la bieca propaganda prevale su tutto, è fisiologico. Eppure, a tutto c'è un limite. La Polverini e il Pdl romano sembrano averlo superato. «Non vogliono farti votare», recitano i manifesti con cui hanno tappezzato la città per protestare contro l'esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma. Puro terrorismo ingannevole. Di tutta evidenza infatti il problema non è che qualcuno il 28 e 29 marzo non potrà votare, ma che qualcuno - guarda caso gli autori dei manifesti - non potrà candidarsi. Pensano davvero che i cittadini romani siano così stupidi e non abbiano capito come stanno le cose?

Il danno d'immagine provocato "dar pasticciaccio" al partito, anche a livello nazionale, non è trascurabile: in tutta Italia la mancata presentazione della lista romana trasmette l'idea di un partito di «polli», come li ha chiamati oggi Belpietro su Libero, e di incompetenti. E' ragionevole pensare che gli elettori meno schierati, più incerti, a questo punto ci pensino almeno due volte prima di affidare il governo delle loro regioni a un partito che ha dato prova di tale imperizia e disorganizzazione. La campagna in corso, come se fosse stato conculcato chissà quale diritto e ci fosse chissà quale complotto dietro, rischia di coprire il tutto e tutti ancora di più di ridicolo. Purtroppo la reazione scomposta della Polverini in primis all'intera vicenda è una conferma della sua mediocrità, della sua indole da sindacalista evidentemente abituata a considerare una inutile formalità dichiarare il numero reale degli iscritti al proprio sindacato.

La devono smettere. Qualcuno dall'alto dovrebbe farglielo capire, perché ormai la gente ha capito che la mancata presentazione della lista del Pdl è dovuta principalmente a un loro banalissimo errore (non c'erano alla scadenza dei termini, e questo conta, come sanno tutti i cittadini che lo provano sulla loro pelle, sia che abbiano a che fare con la pubblica amministrazione, o con banche, assicurazioni, eccetera, sia che debbano pagare bollette), e così facendo rischiano soltanto di provocare ancora più danni. Facciano i loro ricorsi, se credono, ma con la coda tra le gambe, quasi nascondendosi almeno per un minimo senso del pudore. E, semmai, valutino sin d'ora la possibilità di recuperare il simbolo del Pdl sulla scheda sostituendolo a quello del listino Polverini, come suggerivo ieri.

Passato Bush si può dire: "Mission accomplished"

Su Il Foglio, in prima pagina, la copertina dell'ultimo numero di Newsweek uscito ieri negli Stati Uniti:
«Il settimanale simbolo della cultura liberal americana, che dal 2003 si è opposto con tutte le sue forze all'intervento armato contro Saddam Hussein riconosce che alla fine aveva ragione George W. Bush. Ha vinto il presidente repubblicano con il suo piano di esportazione della democrazia in Iraq - ma Newsweek sceglie di uscire con questa copertina celebratoria soltanto ora, molto oltre la fine del suo doppio mandato. "Mission accomplished", missione compiuta, era lo slogan prematuro che campeggiava sulla portaerei alle spalle di Bush durante il discorso di ringraziamento alle truppe nel maggio 2003 e che gli è stato rinfacciato fino alla fine della sua amministrazione. Ma oggi in copertina finisce quello e non l'altro, quello che spiccava alla testa delle marce pacifiste: "No blood for oil", che nessuno cita più semplicemente perché si trattava di una bufala: gli Stati Uniti non hanno cavato una goccia di petrolio in più dalla guerra in Iraq... Newsweek concede la vittoria americana in Iraq ora perché domenica si elegge il nuovo Parlamento di Baghdad: "Ci saranno 6.100 candidati appartenenti a tutte le grandi tradizioni religiose del paese e a molti partiti differenti. I candidati hanno interessi e ambizioni che contrastano selvaggiamente tra loro. Ma negli ultimi due anni questi politici hanno cominciato a considerarsi come parte dello stesso club, dove la politica dura ha rimpiazzato la guerra civile e le leggi sono forgiate anche se con lentezza e difficoltà attraverso compromessi - non per decreto dittatoriale o, per quel che può contare, per ingiunzione degli occupanti americani. Anche se protetta, incoraggiata e talvolta consigliata da Washington, la classe politica irachena sta dando forma al proprio sistema politico"».

Da un trionfo alla farsa

Ineccepibile la ricostruzione di Franco Bechis, oggi su Libero, delle ultime settimane di follia e tafazzismo del centrodestra: i contrasti tra ex An ed ex FI, e con la Lega, i tira e molla con l'Udc, gli errori nelle candidature (come in Puglia) e il caos Campania, e ora i "pasticciacci" delle firme in Lazio e Lombardia, «il partito più amato dagli italiani è riuscito fin qui soprattutto a picconare un patrimonio che sembrava impossibile da dilapidare. C'è ancora un mese di campagna elettorale. Per finire il pasticcio o recuperare quel che si può».

Monday, March 01, 2010

Bertolaso temuto dalla cricca

Dalle intercettazioni - per quanto ne so inedite - pubblicate poche ore fa da Franco Bechis sul suo blog emerge che era temutissima dagli appartenenti alla cricca degli appalti la reazione di Bertolaso alle richieste di far lievitare i costi per il G8 alla Maddalena (quello «ci si incula»; «mo' gli dico altri 100 di qua... e lui mi dice... "ma vattene a fare in culo!!"») e che Balducci e Anemone, per mezzo di Piscicelli, riescono a organizzare per Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi durante il governo Prodi, ponti, week end e vacanze estive in un lussuosissimo albergo all'Argentario (roba da 20-25 mila euro). Malinconico per la verità ha già dichiarato di aver sempre pagato per i soggiorni al "Pellicano".

Dilettanti allo sbaraglio (e una possibile riduzione del danno)

La mancata presentazione della lista del Pdl nella provincia di Roma, e la quasi certezza di non trovarla sulla scheda il 28 e 29 marzo, ha dell'incredibile. E' evidentemente frutto del dilettantismo delle classi dirigenti locali del Pdl, e di per sé questo rappresenta un grande danno d'immagine sia per il partito sia per la Polverini. Sono in grado di governare una regione se non sono in grado di governare se stessi né di presentare una lista? Nessuna dietrologia, la rivalità tra ex FI ed ex An e i contrasti tra Berlusconi e Fini possono aver pesato solo nei termini di una disorganizzazione generale e di una cattiva selezione del personale politico (a cominciare dalla Polverini, che in queste ore con le sue risibili accuse e sconclusionati appelli sta rivelando tutta la sua mediocrità), ma dubito che qualche vendetta sia potuta arrivare al punto di causare un danno così devastante. Ma quanto accaduto è anche il sintomo - e lo dico da romano - di una certa cialtroneria "romanesca" (e daje, famo, annamo), per cui scadenze e formalità sono essenzialmente roba da malati.

Ormai i contorni "der pasticciaccio" sembrano chiari. Anche il delegato del Pdl ammette di essere uscito dagli uffici e di avervi fatto ritorno fuori tempo massimo. Mi chiedo: ma se proprio avessero dovuto apportare modifiche dell'ultimo minuto alla lista, non poteva mandare qualcun altro a prendere le carte necessarie? Accusare gli altri della propria stupidità oltre che vergognoso è ridicolo e patetico. Chi è causa del suo male, pianga se stesso. Fuori luogo anche gli appelli a Napolitano. Per tentare di rimediare in extremis Berlusconi e Fini dovrebbero prima di tutto azzerare i vertici romani. Poi, da parte di tutti, tanta, tanta umiltà, scuse agli elettori, e agli altri partiti per la reazione scomposta. Nel senso che sarebbe interesse del Pdl non incendiare il clima, bensì rasserenarlo per creare le condizioni necessarie alla ricerca di una soluzione bipartisan, ampiamente condivisa, sperando che ci possa essere una qualche - anche se al momento oscura - scappatoia giuridica.

L'unico lato oscuro della faccenda - questo sì strano e a quanto mi risulta senza precedenti nei casi di presentazione di liste - è perché non sia stato consentito l'accesso agli uffici per la presentazione della lista, sia pure in ritardo. Verbalizzando correttamente l'orario di presentazione della lista, che eventualmente non sarebbe stata ammessa per mancato rispetto dei termini. Il semplice cittadino che giunga in ritardo nel presentare una domanda o un documento all'amministrazione incorre nelle conseguenze stabilite dalla legge per il suo ritardo, ma non mi risulta che gli venga impedito l'accesso agli uffici per presentarla. In questo caso, infatti, siamo di fronte a una mancata presentazione, non ad una presentazione in ritardo (come in effetti era a detta di tutti i testimoni). Dal punto di vista giuridico non mi pare un particolare indifferente. Posso sbagliarmi, magari è solo un cavillo, ma ora la difficoltà è individuare un soggetto titolato a presentare ricorso, giacché non c'è il delegato di una lista presentata in ritardo che fa ricorso contro la mancata ammissione, ma dei perfetti estranei, dal momento che non c'è alcuna lista. E' questo eventualmente il danno causato da chi ha fisicamente impedito al delegato del Pdl di accedere agli uffici e presentare la lista, anche se in ritardo.

Detto questo, mi pare di scorgere una sola "riduzione del danno" praticabile a questo punto. Candidature, e voti di preferenza ad esse connesse, non sono recuperabili, ma forse la presenza sulla scheda del simbolo del Pdl - solo di quello - sì. Credo infatti - ma anche qui posso sbagliarmi - che la presentazione grafica dei simboli può avvenire anche in un secondo momento rispetto alla presentazione ufficiale della lista. Se così fosse, il simbolo della lista civica per Polverini potrebbe essere sostituito con quello del Pdl. Almeno gli elettori non si troverebbero del tutto smarriti.

Friday, February 26, 2010

Occhi puntati su Fini

Il Corriere dà Gianfranco Fini «impegnato nel lanciare la "fase due" del suo percorso politico». Dopo essersi differenziato dalla destra tradizionalista e dal partito di cui è cofondatore, cui rimprovera di essere rimasto indietro nella riflessione politica, su temi quali la bioetica, l'immigrazione e la cittadinanza, la legalità, vorrebbe aggiungere ad essi anche l'economia. Sono curioso di vedere quindi come si comporterà domani alla tavola rotonda organizzata da Benedetto Della Vedova, dall'emblematico titolo "Placata la bufera, torniano al libero mercato".

Se anche in economia vorrà distanziarsi dall'attuale linea del governo, Fini non potrà che convergere sulle posizioni liberiste dellavedoviane. Il che lo porrebbe in competizione con un altro personaggio politico che, come lui, mira alla successione di Berlusconi: il ministro Giulio Tremonti. I presupposti, insomma, per una svolta "liberista" di Fini, sembrerebbero esserci tutti e aspettiamo con ansia l'evento.

Ma se così fosse, sarebbe ancora più clamorosa di quelle sulla bioetica e l'immigrazione, visto che solo pochi mesi fa - non anni - Fini sposava l'anti-mercatismo viscerale del ministro dell'Economia, superandolo anzi in rigore. E d'un colpo contraddirebbe i freni statalisti posti per anni, da leader di An, al governo Berlusconi. E' passato per lo più inosservato, ma al convegno di Gubbio Fini ha definito «geniale» l'intuizione della «lotta al mercatismo». E passi, fin qui siamo al ministro Tremonti, ma poi è andato oltre, accusandolo di non fare abbastanza: «Bisogna tradurla» la lotta al mercatismo e «non credo che l'ultima Finanziaria sia stata un esempio di lotta alle degenerazioni del mercato», ha aggiunto. E sembrava proprio Bersani quando ha accusato il governo di negare la crisi, o quando ha lamentato che «nell'ultima Finanziaria c'è ben poco di politiche autenticamente di solidarietà sociale».

Thursday, February 25, 2010

Rischio nuovi cedimenti

Le iniziative giudiziarie delle ultime settimane, unite alla solita ondata di limacciose intercettazioni - quelle che hanno coinvolto Balducci (figura trasversale degli appalti pubblici), Bertolaso e Verdini (su cui gli elementi emersi sono debolissimi), poi Scaglia (per il quale sembra valere il teorema "non poteva non sapere") e il senatore Di Girolamo (semi-sconosciuto e già scaricato dal Pdl), ma anche amministratori locali di diverso colore politico - non sembrano di per sé prefigurare una nuova Tangentopoli, né minacciare il consenso del governo e di Berlusconi. Eppure, la politica è sulla difensiva, c'è la corsa a farsi vedere dalla parte dei "moralizzatori". La questione morale, confinata fino ad oggi nell'Italia dei Valori, nella sinistra radicale e solo in parte nel Pd, viene ripresa anche a destra. E fa breccia, persino nel berlusconismo, il tema dell'incandidabilità. Un clima - in questo sì simile a quello di Tangentopoli - che rischia di produrre nuovi cedimenti della politica nei confronti della magistratura.

Si stabilisca per legge l'incandidabilità dei condannati in via definitiva, si sente invocare da più parti [va ricordato che già oggi le sentenze di condanna per i reati di corruzione possono includere - e nella maggior parte dei casi la includono - la pena accessoria dell'esclusione dall'elettorato passivo. E' il giudice a stabilirlo]. D'Alema ha provato ad andare oltre, chiedendosi se sia davvero necessario aspettare sentenze passate in giudicato. Lo stesso Berlusconi, e Fini, ritengono di "buon senso" che obbedendo a una sorta di codice etico interno i partiti si impegnino a non candidare indagati o rinviati a giudizio.

Dovrebbe essere quasi scontato in un Paese normale, ma non dimentichiamoci che il problema della magistratura politicizzata non si è improvvisamente dissolto. E il paradosso è che mentre si discute di riforme in grado di riequilibrare i rapporti tra politica e giustizia, saltati dall'abolizione dell'immunità parlamentare sull'onda di Tangentopoli, il rischio è di fare passi nella direzione opposta, concedendo spazi di manovra ancora più ampi ai magistrati politicizzati. Basti l'esempio dell'approvazione in prima lettura alla Camera di una legge che prevede il carcere per il candidato che si avvalga della propaganda di un "sorvegliato speciale" e di "voti mafiosi". Una legge molto scivolosa, come spiega Pecorella.

Si pone certamente un problema di selezione e reclutamento della classe politica, ma non va risolto a colpi di leggi-manifesto e di campagne moralizzatrici. Riguardo l'opacità delle relazioni fra gruppi di affari e personale politico, Angelo Panebianco fa notare, oggi sul Corriere della Sera, che «le lobbies, in tutte le democrazie, sono una costante. Imporre la trasparenza necessaria per contrastare le attività illecite richiede, come contropartita, la piena accettazione pubblica delle attività lobbistiche». E comunque l'architrave del "sistema gelatinoso" è «l'economia parassitaria» (che cioè vive di distribuzione di risorse pubbliche) nel Sud del Paese, ma non solo.

Un altro esempio di reazione schizofrenica della politica è quando si denunciano clientelismi e sostegni mafiosi e poi si sostiene il ritorno alle preferenze. Meglio il collegio uninominale, che non è del tutto al riparo dai quei fenomeni, ma quanto meno consente alla stampa e all'opinione pubblica di esercitare uno "screening" più accurato sui candidati, essendo questi ridotti a due (massimo tre) per collegio.

Il rischio è che tutto si riduca a nuovi esiziali cedimenti della politica alla magistratura politicizzata. L'impegno da parte dei partiti a non candidare indagati o rinviati a giudizio, o una legge che sancisca l'incandidabiltà dei condannati, possono alimentare l'appetito di protagonismo di certi magistrati dal grilletto facile, mettersi nelle mani di certe procure, concedergli un vero e proprio diritto al vaglio delle candidature, un po' come il controllo esercitato sui candidati dal Consiglio dei guardiani in Iran. Attenzione.

Wednesday, February 24, 2010

L'errore madornale di Bonino è un dazio a Pannella

Con l'intervista di oggi a la Repubblica Pannella ha gelato il Pd: «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma. Quello che faremo non lo sappiamo noi e non lo può sapere nessun altro». La Bonino, dunque, potrebbe ancora decidere di ritirarsi dalla partita a causa delle illegalità nelle procedure elettorali denunciate dai radicali. Bersani, che porta la responsabilità di aver convinto il suo partito a sostenere la candidatura della leader radicale, ovviamente non può far altro che negare che ci sia un "caso Bonino", sostenere i radicali in una battaglia per la legalità «che merita ascolto», e garantire l'impegno degli amministratori locali del Pd per l'autenticazione delle firme a sostegno delle loro liste. Ma a questo punto esige una conferma della candidatura e la Bonino, pur non rinunciando al suo sciopero (per potersi guardare allo specchio e dire di aver «fatto di tutto per i diritti dei cittadini»), sembra volerlo rassicurare, dicendosi «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»). Parole che sembrano smentire l'ipotesi ritiro evocata (o forse minacciata) da Pannella.

Sabato, alla scadenza della presentazione delle liste, sarà tutto finito. Ma bisognerà vedere con quali strascichi nei rapporti con il Pd e quantificare i danni sulla campagna elettorale. Nel Pd infatti c'è chi ritiene che la battaglia legalitaria come tratto più riconoscibile della campagna possa risultare efficace nel momento in cui s'impongono fragorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale inchieste su corruzione e riciclaggio. Ho sempre creduto invece che insistere sul profilo radicale della Bonino, già piuttosto marcato, avrebbe considerevolmente ridotto la sua capacità di mobilitazione dell'elettorato di centrosinistra e di attrazione di quello di centrodestra, in un modo che potrebbe risultare determinante, visto il testa a testa che risulta dagli ultimi sondaggi.

C'è da dire che la Bonino non è mai stata realmente in vantaggio. Se nelle prime settimane risultava dai sondaggi sopra alla sua avversaria di qualche punto era perché la Polverini era ancora poco nota. Ma quando gli elettori hanno cominciato a capire che era lei la candidata del centrodestra, l'illusione è finita e i margini tra le due candidate si sono avvicinati a quelli che dividono le due coalizioni. La mia personale previsione è che la Polverini vincerà di 4-5 punti (a meno di clamorosi autogol).

Ho fin dall'inizio sostenuto che la principale difficoltà della Bonino in questa campagna sarebbe stata quella di ottenere il totale e convinto appoggio da parte di tutto il Pd e dei partiti di sinistra, riuscire a mobilitare tutte le forze interne, e che per questo non avrebbe avuto alcun bisogno di insistere sul suo "brand" d'origine, già sufficientemente noto, perché se lo avesse fatto sarebbe emersa quella "diversità radicale" che rischia anzi di alimentare i malumori nei confronti della sua candidatura e alienarle sia i voti moderati che quelli di sinistra. «Non credo che commetterà questo errore», scrivevo alcune settimane fa. Mai avrei pensato che potesse caderci, eppure eccoci qua, sia pure per far piacere a Pannella, mosso evidentemente dall'invidia ma in difficoltà anche per una linea che traballa sempre di più.

Rivelatore un passaggio della sua intervista di oggi a la Repubblica: «Sia chiaro: la Bonino è la Bonino, non è mica una di loro. E' solo un'alleata che testimonia, con la sua candidatura, una virata positiva del Partito democratico». La Bonino è la candidata di tutto il centrosinistra, voluta dal Pd, e quale miglior modo, per rimarcare la sua identità radicale, se non farle mettere in gioco la sua campagna pur di prendere parte all'ennesima battaglia nonviolenta e legalitaria dei suoi compagni e di aiutare il suo partitino nella dura lotta delle liste minori in cerca di visibilità? La denuncia del "regime" e della non-democrazia italiana - almeno nei termini assunti negli ultimi anni, che portano Pannella a minacciare addirittura di restituire il passaporto e di andare in esilio all'estero - stenta a sembrare credibile al cospetto della carriera della Bonino: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza del Lazio. E' questa stonatura a preoccupare Pannella e lo sciopero della sete è un dazio che Emma (e il Pd) deve pagare per attenuarla.

Friday, February 19, 2010

Dov'è l'imbroglio

Il «sottobosco paraistituzionale», come lo definisce oggi Massimo Franco sul Corriere, o il sistema «gelatinoso», espressione coniata dall'architetto Paolo Desideri e raccolta in una intercettazione del 2007, esiste, a prescindere dal consumarsi o meno di fatti penalmente rilevanti. Si tratta di comportamenti politicamente disdicevoli, che però sono quasi sempre trasversali, come provano le stesse figure di Balducci & soci, funzionari apprezzati da governi e amministrazioni locali in modo bipartisan.

E' un contesto tipico italiano, quello delle commistioni tra politica e affari quando ci sono "torte" da spartire. La politica "maneggia" e crea "vie gelatinose", corsie privilegiate per permettere alle imprese "amiche" di aggiudicarsi succulenti appalti. Non è detto che in tutto questo si violino in modo dimostrabile le procedure o si prendano delle mazzette, perché il compenso reciproco di una rete clientelare va ben oltre qualche migliaio di euro, che al contrario sarebbe una pistola fumante pericolosamente vistosa.

Dov'è allora il problema? Che per colpire politicamente Berlusconi, finora rivelatosi immune agli attacchi frontali diretti contro la sua persona, si prendono di mira i suoi più stretti collaboratori, non si esita a sfregiare due innegabili successi della sua "politica del fare" - ma in realtà, per una volta, successi dello Stato - facendo credere alla gente che questo sistema «gelatinoso» può essere circoscritto alle emergenze gestite dalla Protezione civile - o può addirittura esserne il frutto - e non riguarda, invece, anche la normalità degli appalti pubblici in Italia. Un'operazione o ingenua, a voler pensar bene, o in malafede. Almeno per dovere di cronaca, ogni volta che si scrive o si parla di sistema «gelatinoso» bisognerebbe ricordare che si fa riferimento a un'espressione nata durante le conversazioni intercettate tra alcuni architetti e imprenditori convinti di aver partecipato a gare d'appalto pilotate da Veltroni e Rutelli. Non dico che ciò sia vero, dico solo che giornalisticamente è lì che nasce quel termine e andrebbe ricordato ogni volta che si pretende di associarlo a Bertolaso.

Credo che difficilmente si troveranno mazzette, ma il sistema esiste e chi vive e lavora a Roma sa bene come, *grazie a chi*, si lavora nell'ambito delle commesse pubbliche o dell'edilizia. E questo nella normalità, non nelle emergenze o nei cosiddetti "Grandi Eventi". Quindi, finiamola, per colpire Bertolaso - e tramite lui Berlusconi - di dire che la "gelatina" la producono le norme e procedure eccezionali di protezione civile, o il superego del suo capo.

Laddove si gestiscono torte enormi di denaro pubblico, guarda un po', si riescono a far lavorare le ditte amiche. In modi legali o ai limiti della legalità. Lo sanno tutti, facciamocene una ragione. Come tutelare la cittadinanza? Bisogna riconoscere - laicamente - che c'è un solo modo. Che non è quello di appesantire le procedure, nell'illusione che fatta la legge più severa non si trovi l'inganno. Anzi, più sono astruse e farraginose, più garantiscono ai malintenzionati spazi di manovra coperti. E rimane il problema di chi è chiamato da noi cittadini a "fare", a farle per davvero le cose utilizzando i soldi pubblici.

Si potrebbe cominciare intanto per diminuire drasticamente l'enorme torta che mettiamo nelle mani dello Stato, la spesa pubblica. E poi, semplificare prima, per concentrare più risorse ed energie a controllare - e a punire - successivamente. L'interesse pubblico è che l'opera sia effettivamente realizzata, in tempi e costi ragionevoli. Ma che sia realizzata, che ci sia qualcosa di tangibile. Quindi, si *deve* poter fare, rispettando poche e semplici regole, responsabilizzanti. Perché in questo modo, non appesantendo di costi il processo, possiamo investire più soldi in controlli a tappeto e più efficaci.

Thursday, February 18, 2010

E' la "green economy", bellezza

La notizia che l'amministrazione Obama ha deciso di investire oltre 8 miliardi di dollari per la costruzione di due nuove centrali nucleari dopo 30 anni sembra essere passata quasi inosservata nel nostro Paese, tutto impantanato nel fango dei processi mediatici. Uno stanziamento che parrebbe destinato addirittura a triplicarsi, secondo il Wall Street Journal, che riferisce di fondi per 54 miliardi pronti ad entrare nel prossimo Bilancio federale. E' la "green economy", bellezza. E chi è consapevole che non basta "green", ci vuole anche "economy", cioè sviluppo, sa che il nucleare non può mancare tra i pilastri dell'"economia verde". Quando pensa all'energia pulita, in grado cioè per lo meno di non aggravare l'inquinamento atmosferico e l'effetto serra, e per chi ci crede il surriscaldamento globale, il presidente Usa ha in mente anche il nucleare, al contrario dei nostri ambientalisti da strapazzo ma anche della nostra sinistra che si proclama "di governo".

«E' un problema bipartisan, non riguarda una parte o l'altra, ma il futuro di un Paese in termini di sviluppo, occupazione e ambiente», spiega il segretario per l'Energia Usa, Steve Chu, al Financial Times. «Non possiamo permettere che le divergenze frenino il progresso», osserva Obama: «Su un tema che condiziona la nostra economia, la nostra sicurezza e il futuro del pianeta non possiamo restare bloccati dall'annoso dibattito tra destra e sinistra, imprenditori e ambientalisti».

Prevale invece da noi un ambientalismo irresponsabile, anticapitalista e antimodernista, direi reazionario e superstizioso. La scelta di Obama metterà senz'altro in imbarazzo il Pd, che ha appena deciso di puntare sul "no" al nucleare in questa campagna per le regionali. In imbarazzo quindi tutti i candidati presidente, come Emma Bonino, chiamati a conciliare il loro tabù antinuclearista con l'ammirazione per Obama. Difficile però che i loro avversari di centrodestra riescano ad approfittarne appieno, visto l'imbarazzo con cui a loro volta hanno accolto i primi decisi passi del governo sulla via del ritorno al nucleare.

Nel Pd il dibattito interno si svolge su tutto tranne che su temi, come il nucleare, su cui dovrebbe svolgersi, quindi è inutile aspettarsi ripercussioni. E' più facile che la sinistra cominci a ripudiare Obama piuttosto che cambi idea sul nucleare.

Pazzo per la Corea del Nord

Enzo Reale ha pubblicato sul suo blog, 1972, la quarta e ultima puntata della sua intervista ad Alejandro Cao de Benós, catalano e ad oggi l'unico funzionario occidentale nel governo della super blindata Corea del Nord. Prendetevi un po' di tempo per la lettura integrale dell'intervista, ne vale la pena. Qui la prima, la seconda e la terza parte.

Tuesday, February 16, 2010

Uno tsunami di mistificazioni

Par condicio, «sistema gelatinoso», Protezione civile Spa, una mistificazione al giorno e centrodestra all'angolo

Più o meno mi pare sia andata così: un'inchiesta nata a Firenze tre anni fa su magagne fiorentine, versante Pd, di intercettazione in intercettazione (con il solito, discutibile metodo dello "strascico" o "a cascata", per cui finiscono intercettati i conoscenti dei conoscenti dei conoscenti, e così via, dell'intercettato iniziale) arriva a sfiorare Bertolaso, a torto o a ragione l'eroe, il simbolo di quel "governo del fare" tanto caro a Berlusconi, che può vantare tra i pochi successi fino ad ora interamente o quasi a lui ascrivibili le pronte risposte alle emergenze dell'Aquila e dei rifiuti in Campania, proprio grazie a Bertolaso. Visto che con il premier le hanno tentate tutte, senza scalfire il consenso di cui gode, provano a macchiare l'immagine di Bertolaso e della Protezione civile, "monumenti" viventi della "politica del fare" e del decisionismo di matrice berlusconiana.

Sui quattro arrestati in effetti c'è qualche indizio pesante, ma la sensazione è che Bertolaso sia stato tirato in mezzo letteralmente per i capelli, per dare in pasto all'opinione pubblica una figura di spicco, così da colpire il governo alla vigilia delle elezioni regionali, perché da soli gli arresti di Balducci e De Santis, uomini di Rutelli o al più trasversali, sarebbero passati quasi inosservati.

Tanto ci siamo assuefatti a questa giustizia politica e ad orologeria che un paio di particolari rischiano di sfuggirci. Prima di tutto, rimango convinto che non sia normale, e comunque non rassicurante sotto il profilo delle garanzie, che una procura proceda con arresti e avvisi di garanzia pur sapendo di essere territorialmente incompetente, tanto che il giorno dopo trasmette gli atti ad un'altra. Non so - e neanche il diretto interessato pare saperlo - se la parte di inchiesta riguardante Bertolaso rimarrà a Firenze o andrà a Perugia. Mentre lor signori si decidono, una conseguenza certa è che passerà del tempo - prezioso sia politicamente che personalmente - prima che Bertolaso possa vedere un giudice per provare a scrollarsi un po' di fango di dosso, come implora in questi giorni («Voglio essere sentito al più presto dai magistrati per chiarire e dimostrare la mia estraneità alle accuse. Il problema, però, è che ancora non si sa qual è la procura competente»).

Incredibile inoltre come i magistrati di Firenze, in collaborazione con i soliti gruppi editoriali e l'accoppiata Pd-IdV, il gatto e la volpe, siano riusciti a mettere in conto a Bertolaso e alla Protezione civile espressioni-chiave dell'inchiesta, come «sistema gelatinoso» e «cricca», che abbiamo letto sui giornali e sentito in tv a ripetizione in questi giorni. Ebbene, quanti sanno che tali espressioni emergono per la prima volta nelle intercettazioni a disposizione della procura di Firenze dal 2007, e che non si riferiscono a Bertolaso, né alla Protezione civile, ma a Veltroni e a Rutelli? Magari gli intercettati vaneggiavano, ma perché la «ripassata» con Francesca e il bikini di Monica escono subito sui giornali, e le intercettazioni in cui si parla degli appalti acchittati da Veltroni e Rutelli rimangono sepolte per quasi tre anni? E perché, quando escono, il «sistema gelatinoso» e la «cricca» diventano quelli di Bertolaso?

L'impressione è che anche stavolta l'ondata mediatico-giudiziaria si ritorcerà contro chi l'ha aizzata e cavalcata. Certo, forse riusciranno a mobilitare il popolo arrabbiato e frustrato della sinistra, ma otterranno anche l'effetto uguale e contrario, cioè di mobilitare il ben più compassato popolo di centrodestra, che com'è noto è solito snobbare le elezioni regionali e amministrative, a meno di una forte politicizzazione nazionale e una polarizzazione su Berlusconi.

Un altro effetto, più immediato, dell'attacco a Bertolaso è lo stralcio dal decreto emergenze della "Protezione civile servizi Spa", su cui governo e maggioranza hanno ceduto principalmente per le divisioni emerse al loro interno. Ma anche qui è andata in scena una gigantesca mistificazione che il centrodestra non ha saputo arginare sul piano della comunicazione. C'è voluto lo stesso Bertolaso, infatti, per spiegare che non si trattava di "privatizzare" la Protezione civile, come in malafede sostenevano le opposizioni e la solita stampa (di qualche ora fa l'ennesimo sondaggio), ma di affiancarle una struttura «aggiuntiva», «di servizio» appunto, «per rendere la Protezione civile, quella vera, più agile, più funzionale e più concentrata sulle vere attività di propria competenza».

Anzi, dirò di più. Proprio alla luce del rischio corruzione, che molti hanno evocato anche nella maggioranza per affondare la Spa, una società privata di servizi di cui la Protezione civile avrebbe potuto avvalersi come "general contractor" avrebbe offerto maggiori garanzie. Più agevole, infatti, tenere sotto controllo i costi avendo a che fare con un unico interlocutore e non con una miriade di gare pubbliche e ditte appaltatrici. Ma la possibilità di un dibattito nel merito è stata del tutto travolta dall'inchiesta e dalla malafede del circo politico-mediatico-giudiziario, esattamente come avvenuto sul regolamento della Vigilanza che ha esteso la par condicio ai talk show politici, e non li ha soppressi, come invece è stato ripetuto per giorni a reti unificate. Ma di questo ho già parlato.

Abbiamo assistito quindi, in questi giorni, oltre che alla solita giustizia politicizzata, al trionfo dell'ipocrisia e dell'arroganza: prima sulla par condicio; poi sulla Protezione civile. Si è approfittato dell'inchiesta che con tempismo perfetto ha coinvolto Bertolaso, e si è fatto leva demagogicamente su singoli episodi di corruzione, per scaricare la propria invidia politica contro quel poco che bene o male ha funzionato. Pur di ergersi a campioni di moralità pubblica quali non si è, ci si tiene aggrappati a procedure burocratiche a danno dell'efficienza e della rapidità d'azione (e in definitiva anche della trasparenza) che pure all'occasione si esigono eccome dalla Protezione civile e dal governo. D'altronde, per esempio, trattare come emergenze i "Grandi Eventi", per consentire alla Protezione civile di realizzare opere in tempi brevi, è stata una politica anche del governo Prodi, e dell'allora ministro Bersani, che oggi si finge scandalizzato.

Monday, February 15, 2010

Il piano B (se c'è) stenta a prendere forma

Sia Parigi che Mosca, e Washington probabilmente seguirà a momenti, hanno smentito Teheran riguardo una nuova proposta da parte occidentale sul trasferimento dell'uranio all'estero per l'arricchimento al 20%. Evidentemente, una mossa da parte degli iraniani volta a far credere che non sono isolati e che l'Occidente non si è alzato dal tavolo nonostante i "cazzotti" subiti. Propaganda, insomma, resa però verosimile dall'approccio morbido e accondiscendente fin qui seguito. Non si può del tutto escludere in effetti che una trattativa prosegua sotto banco.

Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, da Doha denuncia che la Repubblica islamica si sta avviando «verso una dittatura militare», con le imprese controllate dai pasdaran che «soppiantano» le istituzioni governative. Un'evoluzione già in atto da tempo e che probabilmente ha giocato un ruolo nel convincere pezzi di establishment a contestare l'autorità di Ahmadinejad e Khamenei.

Nel frattempo, l'Occidente potrebbe finalmente aver deciso di giocare in pressing anche sui diritti umani. All'inutile Consiglio Onu per i diritti umani, infatti, i rappresentanti di Stati Uniti, Francia, Italia e altri Paesi hanno messo l'Iran sul banco degli imputati per la violenta repressione dell'opposizione. In particolare, l'ambasciatrice italiana si è schierata contro la candidatura di Teheran a far parte del Consiglio per il periodo 2010-2013, in quanto «non coerente» per la sua situazione interna. Tramite il suo rappresentante, l'Iran, difeso anche da Cuba e Nicaragua, ha bollato tutto come pressioni strumentali sul dossier nucleare. Non ha torto, ma c'è da augurarsi che sia solo un primo passo.

Se migliaia di persone rischiano di beccarsi una pallottola in corpo pur di manifestare contro il regime nel suo giorno più simbolico, quando le misure di sicurezza sono ai massimi livelli e gli squadristi mobilitati in massa, allora siamo davvero in presenza di una situazione potenzialmente rivoluzionaria che dovrebbe far riflettere l'Occidente, Stati Uniti in testa, anche in relazione alla sua strategia sul nucleare. Le proteste della scorsa settimana hanno avuto luogo non solo a Teheran, ma anche in altre importanti città (Tabriz, Shiraz e Isfahan). Dalle poche notizie giunte, anche perché il regime ha bloccato Internet, anche stavolta la repressione ha colpito molto duramente, con cariche, arresti e morti. Aggredite anche le figure più in vista dell'opposizione, come Karroubi e Khatami, e i loro parenti. Ma tutto questo sembra non fiaccare la determinazione del movimento.

Nei giorni scorsi, all'avvio dell'arricchimento dell'uranio al 20% da parte di Teheran, l'amministrazione Obama ha voluto dare un segnale, adottando sanzioni unilaterali nei confronti di quattro compagnie e un generale legati ai pasdaran. A prescindere dal processo per nuove sanzioni Onu, che purtroppo è ancora agli stadi iniziali. Obama sta infatti tentando di incassare almeno il premio di consolazione della fallita strategia dell'engagement, cioè l'aver dimostrato al mondo che è l'Iran, e non sono gli Stati Uniti, a non volere il dialogo. Il che dovrebbe aiutarlo a convincere i Paesi più scettici, come Russia e Cina, a seguire l'Occidente sulla via delle sanzioni. La comunità internazionale «ha fatto i salti mortali» per portare l'Iran a un «dialogo costruttivo», ha sottolineato Obama, ribadendo che «non è accettabile» che l'Iran si doti di armi atomiche. In poche settimane quindi, intima, deve scattare «un significativo regime di sanzioni». «Questa Casa Bianca ha fatto più di ogni altra amministrazione» per tendere la mano a Teheran, gli ha fatto eco il segretario alla Difesa, Robert Gates, spiegando anche lui che gli Usa premono per arrivare a nuove sanzioni «nell'arco di settimane, non di mesi».

Ma le discussioni sulle nuove sanzioni sono ancora «in una fase molto iniziale», ammettono fonti dell'amministrazione Usa. Fallito l'engagement, se il piano "B" di Obama sono le sanzioni, per ora non si vede come possa convincere Pechino, né quale sia l'obiettivo ultimo. E se l'Occidente fosse per la prima volta nella posizione di mettere il regime, grazie alla sua instabilità, con le spalle al muro: resa sul nucleare o muerte alla rivoluzione?

Tutti a scuola... di residui ideologici

Ecco la paccottiglia ideologica che finisce nelle mani degli studenti nelle nostre scuole pubbliche, mentre continua l'inganno del «pluralismo educativo».

Su il Velino:

Il testo di studio per le scuole superiori "Geografia dei continenti extraeuropei", a cura di Gianni e Francesca Sofri, è farcito di errori e omissioni tali da lasciare sbigottiti. Questo libro edito da Zanichelli, che annovera tra le sue firme anche autori come Lucia Annunziata ed Enrico Deaglio, in ossequio all'interdisciplinarità degli studi non si occupa solo di geografia, ma è corredato da ampie dissertazioni storiche sui Paesi di cui si occupa. Purtroppo, proprio in questa parte storica si trovano gravissimi errori, oltre a omissioni e inesattezze tali da porre il dubbio che talvolta intenda indirizzare gli studenti a favore di un certo credo ideologico. Ad esempio...
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Friday, February 12, 2010

Diavolo d'un riscaldamento globale

Questa mattina a Roma ci siamo svegliati sotto un'abbondante e intensa nevicata. Fiocchi giganti che dopo circa tre ore cominciano ad attecchire sui tetti, sulle tende di giornalai e negozi, e sulle vie pedonali del centro. Sono passato per Piazza Venezia e Via del Corso che sembrava una bufera. Paesaggio spettacolare volgendo lo sguardo verso Colosseo, Piazza Montecitorio e Quirinale. Nei bar e sui mezzi pubblici non si parla d'altro, eccitazione delle scolaresche. Era dal 1986 che non nevicava così a Roma, un evento eccezionale che corona un inverno tra i più piovosi e rigidi degli ultimi anni.

Dev'essere senz'altro colpa di questo surriscaldamento globale di cui tanto si parla. A parte Roma, ictu oculi è stato uno degli inverni più rigidi e nevosi in tutta Europa, nel Nord America, fino in Cina. Ci spiegheranno che non inverte la tendenza al riscaldamento del pianeta, ma intanto lo registriamo. Se è per ridurre le emissioni di CO2 nelle nostre città, siamo d'accordo, non può farci che bene, ma ancora non ce la beviamo quella che rischia di passare alla storia come la più grande balla del secolo.