Dunque, alla fine Berlusconi sembra essere riuscito a varare un decreto, sia pure «interpretativo» delle norme esistenti, e a ottenere il via libera del Quirinale, coinvolto attivamente nella stesura del testo perché rimanesse in ambiti interpretativi. Napolitano non avrebbe firmato riaperture dei termini, o rinvii delle elezioni per decreto. In un articolo per L'Occidentale Calderisi spiega bene come il "pasticcio" si sia determinato per «un'applicazione formalistica e irragionevole» delle norme da parte delle Corti d'Appello di Milano e Roma, fino a negare sostanza e finalità della legge stessa. Vedremo se quanto previsto nel decreto sarà davvero solo "interpretativo", e se basterà a ottenere dai Tar della Lombardia e del Lazio la riammissione del "listino" Formigoni e della lista del Pdl per la provincia di Roma. Certo è che rimane la macchia dell'"aiutino" dall'alto, e in corsa, per sanare due situazioni che molto probabilmente in Lombardia, molto più difficilmente nel Lazio, si sarebbero potute risolvere comunque con la riammissione, quindi con una vittoria piena e con tutt'altro capitale politico da spendere in campagna elettorale.Era facile prevederlo, eppure Berlusconi ci sta ricadendo. Ancora una volta il suo slancio rischia di scontrarsi con un muro che è là, immobile, e non da oggi. A prescindere dal merito e dall'opportunità di provarci, e di provarci adesso, non capisco quale mal riposto ottimismo abbia fatto pensare a Berlusconi che Napolitano potesse dare via libera a un decreto per risolvere le esclusioni del "listino" Formigoni dalle elezioni in Lombardia e della lista del Pdl dalla provincia di Roma. Senza il consenso dell'opposizione, e Bersani aveva espresso chiaramente il suo netto rifiuto, Napolitano un decreto così non lo firma. E forse ha pure ragione.
Il problema è che Berlusconi si mette spesso in condizioni simili: appare come quello che vuole fare qualcosa di scorretto, o quanto meno impulsivo, forzare la situazione, e che viene fermato dal saggio presidente. Ma perché infognarsi in questo modo? Perché andare a sbattere subito, compromettendo davvero una possibile "soluzione politica"? Perché, per esempio - a maggior ragione dopo la riammissione del "listino" Polverini - non aspettare l'esito del ricorso al Tar lombardo. Una possibile via d'uscita indolore che - su questo ha ragione Bersani, i cui calcoli sono altri ovviamente - conviene attendere anche al centrodestra, che potrebbe ritrovarsi, all'indomani di una eventuale riammissione, con una vittoria piena, non macchiata da un intervento dall'alto e in corsa discutibile, e con un capitale politico da spendere in campagna elettorale.
Il gioco vale la candela: una volta ottenuta la riammissione di Formigoni dal Tar della Lombardia, infatti, ipotesi non improbabile, senza che il governo sia accorso a togliere le castagne dal fuoco, si potrebbe sì gridare al tentato "sabotaggio", a una manovra volta a colpire il solo centrodestra sulla base di cavilli procedurali pretestuosi e infondati. A quel punto non sarebbe più il Pdl "inefficiente", sarebbero i radicali e il centrosinistra a fare la figura di quelli che hanno giocato "sporco", provato a "vincere facile", escludendo gli avversari dalle elezioni illegittimamente.
Certo, la situazione della lista del Pdl per la provincia di Roma è più complessa, la vedo difficilmente recuperabile. Ed è giusto che sia così, perché qui l'errore e l'ingenuità, frutto di arroganza, sono davvero intollerabili. E' quindi un prezzo che si può pagare. Se il Tar riammette Formigoni, il governo dovrebbe rinunciare a qualsiasi intervento per salvare il Pdl nel Lazio. Su queste basi vedrete che Bersani sarà disposto ad accettare un intervento se invece Formigoni dovesse restare escluso.


