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Tuesday, November 15, 2005

L'offensiva dei campioni della repressione digitale

Nazioni Unite e Unione europea complici

Che la sessione finale del Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione convocato dalle Nazioni Unite si svolga a Tunisi rappresenta già di per sé un paradosso, visto che il governo tunisino incarcera i giornalisti e limita la libertà d'espressione. Marco Cappato e Marco Perduca, delegati del Partito Radicale transnazionale al Summit, lo avevano già fatto presente due anni fa, al momento della sua convocazione. Un po' come aver affidato alla Libia la presidenza della Commissione Onu per i diritti umani. Ieri hanno espresso la propria solidarietà alle personalità della società civile tunisina da venti giorni in sciopero della fame per denunciare il regime oppressivo del presidente Ben Ali e per tentare di convocare un Summit parallelo, e lanciato come Partito Radicale una mobilitazione di sostegno, invitando i giornalisti italiani che partecipano al Summit «a intervistare i digiunatori al fine di far conoscere quali siano le reali condizioni della società tunisina».

Inoltre, alla vigilia del Summit si è appreso che il sito RadicalParty.org, insieme a molti altri siti, risulta «inaccessibile dai computer tunisini». Credenziali non proprio perfette per ospitare un vertice di questo livello proprio sulla «società dell'informazione».

Ma il Summit ha provocato le ire di blogger e internauti soprattutto per un altro motivo. A Tunisi infatti si discuterà se assegnare all'Onu, o comunque trasferire in sedi internazionali, il controllo tecnico degli indirizzi web, compito finora svolto da un'agenzia privata americana, l'Icann. Cina, Cuba e Iran spingono per il sì in funzione antiamericana. L'Europa come al solito cerca una mediazione. Sul suo blog Paolo Gentiloni scrive che nell'ipotesi che circola (quella Annan) «il cuore della governance» resterebbe Icann, ma con «un forum di dialogo che ne assicuri l'apertura alla Comunità internazionale Governativa e non». «C'è un certo ottimismo sulla possibilità di raggiungere un risultato positivo», ha dichiarato il ministro dell'Innovazione Tecnologica Lucio Stanca: «Finisce l'infanzia di Internet e inizia la sua maturità». Ma molti blogger non credono che affidare la governance della rete nelle mani dell'Onu, o lasciarla in balìa delle dinamiche internazionali tra gli stati, sia una buona idea.

A me che ciascun paese dica la sua su come gestire internet non sta bene. Per il semplice motivo che tra questi paesi sarebbero accolte con pari dignità tutte le dittature e le teocrazie possibili e immaginabili, dall'Iran alla Cina, dall'Arabia Saudita a Cuba, passando per lo Stato del Vaticano. Ecco, a me non sta bene. Finora il web è stato gestito nel modo migliore, più trasparente e aperto possibile dall'Icann. Quando si verificheranno i primi problemi ci penseremo, ma fino ad allora giù le mani da internet, farabutti dell'Onu! Perché l'Onu dovrebbe occuparsi di internet meglio di come si è occupata di diritti umani, la cui Commissione è stata presieduta anche da paesi come la Libia?

Lo scandalo è che, come sempre quando c'è l'Onu di mezzo, i carnefici si trasformano in vittime e viceversa. E quindi in Summit come quelli di Tunisi non ci troviamo a discutere di come costringere le dittature a consentire ai propri popoli un libero accesso a internet - per esempio legando gli aiuti per lo sviluppo della società dell'informazione ai progressi nel rispetto dei diritti umani e nelle riforme politiche ed economiche, il che basterebbe a provocare rivoluzioni democratiche senza interventi militari - ma lasciamo che l'agenda dei lavori la impongano loro e finiamo a preoccuparci di come sottrarre a una società americana un lavoro che svolge egregiamente.

L'attuale sistema, oltre a essere un prodotto tecnologico degli Stati Uniti, sviluppato coi soldi dei contribuenti americani, e poi messo gratuitamente a disposizione del mondo, ha garantito il libero, rapido e spontaneo sviluppo della rete. Perché mettere mano a una cosa che funziona alla perfezione o quasi? Le domande di "internazionalizzazione" della governance di internet nascondono obiettivi inconfessabili. Soddisfazione e sfogo di ideologie antiamericane e terzomondiste nel migliore dei casi; la volontà di esercitare pressioni per fissare a livello internazionale forme di controllo autoritario della rete nel peggiore. Tant'è vero che in prima fila nel presentare domanda sono gli stati campioni della "repressione digitale": Cina, Iran, Arabia Saudita, Cuba, Tunisia.

L'Onu non ha mai costituito un argine sufficiente contro la potente e organizzata lobby delle dittature e degli stati totalitari, che sfruttando la complicità di paesi tentati da antiamericanismo e terzomondismo sono riusciti non di rado a far passare imbarazzanti risoluzioni e si sono ritrovati persino a presiedere commissioni per i diritti umani e altri organismi minandone la credibilità. Figuriamoci: troppo preoccupati di dimostrare il loro elevato grado di inclusione, quanto potrebbero resistere un'ipotetica agenzia Onu predisposta alla gestione di internet, o un forum di dialogo, alle richieste pressanti di alcuni stati membri per introdurre forme di restrizione e controllo della rete via via sempre maggiori?

Arch Puddington, di Freedom House, sul Washington Post, mette in guardia proprio da tali pericoli: «Keep the Internet Free».
«Se è vero che ICANN funziona con una licenza concessa dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, il governo Americano ha però seguito una politica di stringente non ingerenza; gli atti della ICANN sono trasparenti e le decisioni sono prese solo dopo estese consultazioni.
(...)
Un certo numero di paesi stanno esercitando pressioni per rimuovere la supervisione da ICANN e trasferirla sotto una nuova organizzazione che farebbe parte del sistema delle Nazioni Unite... tra loro ci sono regimi che hanno preso misure per controllare l'accesso dei propri cittadini a Internet e che si sono distinti in controlli globali sui contenuti nella rete. Non è un segreto il perché Iran, Cina e Cuba fanno lobbying così disperatamente per sostituire ICANN: Internet si è dimostrata una potente arma contro la repressione degli stati.

... la passata esperienza dell'Onu suggerisce che una missione limitata può gradualmente estendersi in territori imprevisti sotto la pressione senza limiti di stati membri determinati. Alcuni dei più vergognosi episodi dell'Onu – in particolare riguardanti I temi della libertà – si sono verificati perché le democrazie del mondo sono state battute da una coalizione dei più repressivi regimi – proprio la coalizione che sta prendendo forma sul controllo di Internet. Lavorando con determinazione e disciplina, questa alleanza delle dittature ha già gettato la Commissione Onu per I Diritti Umani nella vergogna».
Sarebbe meglio, conclude lo studioso di Freedom House, che l’Unione europea decida di allinearsi agli Stati Uniti. In un comunicato i radicali Cappato e Perduca invitano a «non cedere a ricatti terzomondisti», ma poi cadono nell'ambiguità di suggerendo agli europei di «ingaggiare gli americani affinché il modello Icann sia rafforzato dall'inclusione di norme di stato di diritto internazionale universalmente riconosciute». Cosa vuol dire esattamente? Non c'è il rischio di far rientrare dalla finestra i "ricatti" che si sono voluti cacciare dalla porta?

Viceversa Europa e Stati Uniti dovrebbero fare fronte comune contro ogni cambiamento sostanziale della gestione tecnica del web. L'offensiva da parte della coalizione delle dittature è strategica: per internet passano le maggiori possibilità di destabilizzazione dei regimi autoritari. La circolazione di informazioni e idee anche in piccole dosi può avere un effetto dirompente sul comportamento politico degli individui e dei gruppi. Secondo lo schema che gli scienziati politici chiamano information cascade, ed Elisabeth Noelle-Neumann "spirale del silenzio", nelle società chiuse i cittadini subiscono l'oppressione senza sapere che ampi settori dell'opinione pubblica vedrebbero con favore un'azione coordinata contro l'oppressore. L'uso di internet e di telefoni cellulari, favorendo la diffusione di informazioni di ogni genere, può rompere la "spirale del silenzio". Dunque qualsiasi - qualsiasi - compromesso negoziato sarebbe una concessione imperdonabile che potrebbe ritardare di anni i processi di democratizzazione.

Alcuni regimi come Cina e Iran stanno già avendo un discreto successo nel limitare l'accesso a internet.
L'emblematico caso cinese è stato illustrato dal blog Phastidio.net. La Cina conta attualmente circa 100 milioni di navigatori internet, agevolati dall'ampia disponibilità di linee telefoniche: tra fisso e mobile se ne contano 667 milioni, una ogni 1,9 abitanti. Quando un utente digita, nel titolo di un post, le parole cinesi che equivalgono a "libertà" o "democrazia", ottiene un messaggio d'errore che recita: «Dovete inserire un titolo per il vostro contenuto. Il titolo non deve contenere linguaggio proibito. Si prega di digitare un titolo differente». BlogChina.com, l'operatore di un servizio blog basato a Pechino, che negli ultimi due anni ha aumentato il numero degli utenti registrati da trecentomila ad oltre 2 milioni, impiega 10 dei 210 dipendenti al monitoraggio a tempo pieno dei contenuti dei post, per verificarne la rispondenza alle leggi sulla censura. La censura comprende livelli multipli di controllo e regolamentazione, tecnica e legale, dai cybercafè fino al backbone di rete. I regolamenti proibiscono agli utenti di «incitare al rovesciamento del governo e del sistema socialista», «danneggiare l'unità nazionale», «distruggere l'ordine della società», «promuovere superstizioni feudali» e «danneggiare la reputazione degli organi dello Stato», secondo quanto pubblicato sul sito del Ministero della Pubblica Sicurezza. L'Internet-polizia cinese non si limita a monitorare i siti web, ma dispone anche di software per individuare delle keyword "sovversive" nelle e-mail e nei download. Il governo dispone anche di squadre di propaganda che agiscono sotto copertura nelle chat per "pilotare" e sorvegliare le discussioni.

Altri blog da visitare su questo tema: 2twins; Walking Class; Nequidnimis; Robinik

Fosforati

Anche Andrea Nativi, su il Giornale, ha smontato le balle del documentario di Rainews24 sull'uso di fosforo bianco da parte dell'esercito americano nella battaglia di Falluja:
«Si parla in ogni caso di armi incendiarie, non di armi chimiche, perché altrimenti anche una bottiglia molotov diventerebbe un'arma chimica e chi la lancia un criminale di guerra.
(...)
impiegare il munizionamento al fosforo come arma diretta per sfruttare l'effetto secondario incendiario sarebbe del tutto improprio e inefficace: visto che la munizione ha uno scopo diverso e non è così letale».
E il ben poco bushiano John Pike ha fatto lo stesso dalle pagine del Corriere.
«Ma chi l'ha detta questa fesseria? Non è vero. Il fosforo bianco non è neppure particolarmente letale. Produce bruciature che possono essere molto dolorose, ma normalmente non uccide
(...)
Le immagini di quei cadaveri non dimostrano nulla. Anzi: dimostrano che quelle persone non sono state uccise dal fosforo bianco».
Riassume Camillo: non è un'arma chimica, non è illegale, brucia anche i vestiti, le immagini di Rainews24 non dimostrano niente, semmai il contrario e, soprattutto, averla usata "per uccidere" non ha alcun senso logico, strategico e militare.
Morrione? Il tuo bell'editoriale non basta più, urgono argomenti freschi. O il ritiro.

La lunga marcia del "compagno" Boselli

Il presidente dello Sdi è solo uno dei leader del centrosinistra che in questi giorni stanno cautamente proseguendo la loro personale lunga marcia di avvicinamento a posizioni responsabili sulla presenza italiana in Iraq e sulla politica estera in generale. Però qualche zavorra ancora rimane:
«... a difendere la democrazia irachena sia una forza multinazionale sotto egida Onu. Giuliano Amato ha usato un'immagine efficace: vogliamo che accanto ai soldati con la faccia bianca ci siano anche soldati con la faccia scura, cioè forze dei Paesi arabi moderati, per superare l'occupazione che alimenta la propaganda dei terroristi».
A Boselli bisogna ancora spiegare un paio di cosette, anche se siamo sicuri che ci arriverà, ormai è a portata di mano. Giusto il tempo di concedergli uno spiraglio per uscire dall'angoo in cui s'è, in buona compagnia, ficcato negli ultimi due anni. Ci pensa la Bonino:
«L'Onu si è pronunciata una settimana fa con una risoluzione senza drammi e senza particolari discussioni che ha riconfermato il mandato alla forza multinazionale. Quindi possiamo sognare tutto quello che vogliamo ma è un pò inutlle».
Renzo Foa, sentendo la relazione di Fassino al Consiglio nazionale Ds, si aspettava una conferma argomentata della svolta sull'Iraq, si stupisce della «difficoltà che c'è nella sinistra moderata di usare pubblicamente gli argomenti giusti e di rinunciare finalmente, lì sì, alle "reticenze" e alle "mezze verità"... Ecco la debolezza e la scarsa credibilità della "sinistra di governo": non saper argomentare i propri passi in avanti e avvolgerli sempre nella carta oleosa dell'anti-bushismo e dell'antiberlusconismo, dando così ragione alla scuola di Zapatero».

Neo-Dalemiani

«Preferisco i nuovi conservatori che lottano per la democrazia ai vecchi conservatori che sostenevano le dittature» (Massimo D'Alema, 11 novembre 2005). Gioco-partita-incontro.
«L'etica di grande potenza propugnata dagli Usa, e in generale nel mondo anglosassone, ha generato più guai dei problemi che ha risolto. La sua azione è stata caratterizzata dall'arbitrio e si è esposta a diversi rischi: al sospetto di coltivare più i propri interessi che un ideale di libertà, e al rischio della doppia risposta per cui si combatte chi ci dà fastidio e si sostiene chi ci sostiene».
Dovremmo dedurre dalle parole di D'Alema che se adesso non è più così è grazie ai «nuovi conservatori che lottano per la democrazia».

Per fortuna neanche l'Europa, riconosce, è immune da critiche:
«C'è l'idea che debba sempre prevalere il diritto, sulla scia del pensiero kantiano di un governo mondiale basato sulla legalità. Questa concezione sembra a volte utopistica e spesso ha portato all'impotenza, al mantenimento di regole arcaiche, all'ipocrisia, all'incapacità di agire».
Sul rapporto costi/benefici della guerra in Iraq D'Alema continua con le scemenze di sempre, ma la partita è chiusa per quanto ci riguarda.

Il multilateralismo che mi piace

Condoleezza Rice incontra gli attivisti egiziani«Sangue e terrore fanno più notizia del costruire passo dopo passo strumenti di democrazia». E' il caso, commenta Emma Bonino a Radio Radicale, del passo compiuto dal Forum per il Futuro, riunito sabato scorso a Manama, capitale del Bahrein. Dunque, non sempre e solo cattive notizie da "questi islamici", di cui si lamentava con la Bonino uno sconsolato passeggero italiano giorni fa su un volo per Kiev. Nel piccolo Bahrein l'iniziativa multilateralista dell'amministrazione Bush ha cominciato a dare i suoi primi frutti, dando prova che un multilateralismo alternativo, capace di provocare cambiamenti, è possibile e preferibile a un multilateralismo che perpetua uno status quo di tirannia di cui diviene complice. E sembra parlare ai Soloni che da anni ci spiegano che la democrazia non si esporta con le armi. Ma sono in ascolto?

Il Forum – colonna portante dell'Iniziativa per il Medio Oriente allargato e il Nord Africa che coinvolge i paesi del G8 e della regione – offre ai governi, alla società civile e al settore privato, l'occasione di discutere le riforme politiche ed economiche necessarie a promuovere libertà, democrazia e crescita economica nel mondo arabo e musulmano. L'Italia, con Yemen e Turchia, guida il Democracy Assistance Dialogue, progetto rivolto agli attori della società civile. Il vuoto lasciato a Manama dall'inspiegabile assenza del ministro degli Esteri Fini viene riempito dal ruolo di primo piano di Emma Bonino, con il suo ministero degli Esteri ombra Non c'è Pace senza Giustizia. La metodologia di far sedere allo stesso tavolo attori governativi e non, inaugurata con la conferenza di Sana'a, nello Yemen, e adottata dal Forum già alla sua prima riunione in Marocco, si è dimostrata efficace.

Non deve trarre in inganno che il summit si sia concluso senza una risoluzione finale sui principi. Anzi, per una volta i governi hanno sacrificato l’unanimismo spesso ipocrita delle dichiarazioni di facciata per non annacquare il significato dei risultati concreti centrati: la nascita di due nuove istituzioni per la rivoluzione democratica in Medio Oriente. Politica, non eserciti.

Innanzitutto la "Fondazione per il Futuro", un ente internazionale no-profit che svolgerà i compiti di una vera e propria fondazione per la democrazia: fornire «assistenza politica, tecnica e finanziaria» ad organizzazioni non governative, università, associazioni professionali e altri attori della società civile. La Fondazione, che avrà sede in Medio Oriente, sarà diretta da un board internazionale presieduto da una personalità del mondo arabo e non vi farà parte alcun rappresentante governativo. Lo stanziamento iniziale prevede 54 milioni di dollari forniti da paesi dell'area (Bahrein, Giordania, Turchia, Marocco, Yemen e Qatar) e occidentali (Commissione europea, Danimarca, Grecia, Italia, Ungheria, Olanda, Spagna, Svizzera, Stati Uniti e Gran Bretagna). Entro la fine dell'anno la Giordania ospiterà una conferenza operativa per stabilire i criteri di funzionamento della Fondazione, mentre il Qatar si è già offerto di ospitarne la sede.

Ma l'effetto Ucraina e Georgia si aggira come uno spettro nei palazzi del potere della regione. Il principale dei paesi arabi cosiddetti "moderati", l'Egitto di Mubarak, ha fatto saltare dopo intense trattative la risoluzione finale che impegnava i governi nelle riforme democratiche. L'Egitto chiedeva che i soldi del nuovo fondo fossero destinati solo ai gruppi pro-democracy «legalmente registrati» dai rispettivi governi arabi. Una richiesta inaccettabile, che di fatto avrebbe posto sotto il controllo dei regimi finanziamenti e organizzazioni, snaturando il senso della dichiarazione e gli obiettivi della Fondazione. La notizia vera è che sebbene Arabia Saudita e Oman inizialmente avessero sposato le posizioni egiziane, alla fine gli Stati Uniti e gli stessi paesi arabi hanno preferito accantonare la dichiarazione formale (Leggi).

Una società civile forte, lo sviluppo economico e una crescente classe media sono i tre presupposti per il successo della democrazia in Medio Oriente. Per questo è stato istituito anche il "Fondo per il Futuro", a sostegno soprattutto delle piccole e medie imprese della regione, con l'obiettivo di stimolare la creazione di buoni posti di lavoro che permetteranno, tra l'altro, a una classe media e alla società civile di rafforzarsi e di consolidarsi. Fra i 50 e 100 milioni di giovani arabi entreranno nel mercato del lavoro fra i prossimi 5/10 anni. Sarà cruciale il "come" vi entreranno. L'impegno finanziario iniziale da parte di paesi occidentali, mediorientali e nordafricani, è di 100 milioni di dollari. La quota più consistente è a carico degli Stati Uniti (50 milioni). Egitto e Marocco contribuiranno con 20 milioni ciascuno.

Il Fondo, assicura il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, «abbraccerà tutti gli stati che scelgono la via delle riforme e della libertà economica». La via scelta è quella di legare la cooperazione e il sostegno finanziario al rispetto dei diritti umani e alle riforme politiche ed economiche. Il modello è quello degli accordi di Helsinki del 1975. Il più recente rapporto sullo Sviluppo Umano del mondo arabo, preparato da un gruppo di studiosi arabi sotto gli auspici del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, è il terzo di una serie di rapporti che individua nelle riforme politiche la prima necessità della regione, criticando in particolare l'assenza di libertà individuale e di buon governo.

Sia la Fondazione che il Fondo per il Futuro rappresentano i «grandi sforzi multilaterali» invocati dai popoli del Medio Oriente, e «riflettono un nuovo consenso internazionale sul fatto che la riforma economica e democratica è essenziale per questa regione...». Un obiettivo «una volta ritenuto impossibile, oggi comincia a sembrare inevitabile». L'aspirazione alla libertà, alla democrazia e ai diritti umani, ha detto la Rice intervenendo al summit, «trascende tutte le differenze di cultura, razza, religione...».

I democratici arabi «esistono», ma servono strutture permanenti per il loro sostegno effettivo e la loro formazione, spiegava alcuni giorni fa Emma Bonino. Una volta fuori dal carcere, come si organizza la libertà? Come si fa una campagna elettorale? I problemi possono apparire banali, ma i governi democratici devono rispondere con un impegno concreto, permanente e istituzionalizzato. Negli anni '80, per i dissidenti dell'Est, ricorda la Bonino, era uguale, e «se ne è reso conto prima Reagan di noi, tanto per essere chiari». Insomma, la dottrina Sharansky sembra aver trovato i suoi nuovi esecutori. «Per difficile e contraddittorio che sia, promuovere società più aperte è l'unica politica sensata che possiamo tentare» in Medio Oriente. «Tutto questo interessa a qualcuno nella cosiddetta "politica ufficiale" italiana?».

P.S. Meglio di me Christian Rocca, su Il Foglio:
«Quando Bush esporta la democrazia pacificamente, i paesi "arabi moderati", la sinistra italiana e anche Gianfranco Fini latitano»

Friday, November 11, 2005

And special thanks to...

Questa sera Blogroll (ore 23 su Radio Radicale, o qui in mp3) si chiuderà con dei ringraziamenti speciali. Ringraziamenti A Mario Adinolfi, che nella sua rubrica su Europa, il quotidiano della Margherita, ha onorato i tre autori della trasmissione (robba, jimmomo, michelelembo) di lusinghiere citazioni, anche se, dobbiamo dire, condendo il tutto con qualche inesattezza e forzatura. Ma si sa, capiamo, che in questo momento tutto fa buon brodo per stuzzicare i radicali sul nuovo soggetto politico in via di costituzione con lo Sdi. I blogger "radicali", o simpatizzanti radicali, però, sia detto simpaticamente al caro Adinolfi, non hanno bisogno di «rompere le catene», sono già liberi. E soprattutto non ci sono richiesti «riallineamenti».
Buona notte e buona fortuna

P.S. Terremoto a Torre Argentina. Ringraziamo per questa "follia".
E ora, un paio di giorni di riposo.

Ledeen sconvolge l'anima candida D'Alema

A Firenze, al convegno di Eunomiamaster, Michael Ledeen, accompagnato da altri due pesi massimi neocon, Kagan e Perle, sconvolge l'anima candida D'Alema con queste parole:
«L'Onu è la più grande organizzazione criminale del nostro tempo. Dire di rafforzare le Nazioni Unite è come dire di rafforzare la mafia. Le Nazioni Unite sono un'organizzazione corrotta, non interessata ai problemi del mondo nuovo e che si è macchiata di tanti piccoli misfatti».
Lunedì appronfodimento più audio o video.

Blair, il cavallo di razza

Conosciamo Blair attraverso le parole scritte da Andrea Romano. E sarà lui a raccontarci l'inizio della fine di una grande leadership. «La stagione della successione ora è si aperta per davvero», scrive oggi su La Stampa:
«Nella carriera di un leader accade spesso che quel certo tratto personale che ne aveva favorito l'ascesa si trasformi d'improvviso nel propellente della caduta. È una legge del contrappasso naturale per ogni gioco politico, dove i potenti possono essere prima incensati e poi perseguitati per ragioni del tutto identiche».
Oggi per Blair arriva la prima e unica «umiliazione» parlamentare dal 1997. Il voto di mercoledì con cui la Camera dei Comuni ha respinto una sua proposta «ha poco a che fare con la legislazione antiterrorismo, di cui pure si discuteva, e assai di più con il suo «stile di governo».
«Quello stile che aveva fatto la sua virtù e la sua fortuna di "convinction leader", capace di assumersi in prima persona il peso delle proprie azioni in ragione di un principio tanto chiaro quanto rischioso: lo faccio perché è la cosa giusta da fare. Una moralità assertiva e non negoziabile, prodotta da una visione tutta britannica della responsabilità individuale ma capace di farne un modello universale di leadership politica. Di fronte alle decisioni più impegnative, alle implicazioni più scivolose, era quella moralità assoluta a far emergere Blair come il leader più riconoscibile. Anche prima del voto parlamentare di mercoledì, ad un passo dalla sconfitta, Blair ha fatto ricorso al suo repertorio più classico: "È sempre meglio perdere facendo la cosa giusta che vincere facendo quella sbagliata"».
Qualcosa che dividerà sempre, in modo incolmabile, il cavallo di razza Blair dal mulo Zapatero.

Grandi e piccole coalizioni dopo il voto

Sulla Grosse Koalition all'italiana credevamo avessero messo il punto autorevolmente Polito, Mieli... e Malvino.

Oggi però Marco Follini, in un'intervista al Corriere, scopre le sue carte («Una grande coalizione subito dopo il voto») e si propone come traghettatore ufficiale. L'apertura di D'Alema rende i giochi un po' più chiari e il destino di Prodi quasi segnato. Follini ne dice delle belle. L'Udc (insieme alla Margherita supponiamo) sarebbe una di quelle «componenti centrali che affermano istanze liberali negate dalle rispettive estreme» dei due poli? Sul carattere profondamente illiberale delle rispettive estreme non abbiamo dubbi, ma non ne nutriamo neanche per l'Udc.

Le «istanze liberali» nei due schieramenti si contano purtroppo con il contagocce e sono letteralmente sparse: qualche Ds qui e là (il Riformista), qualcuno nella CdL qui e là, i radicali (quelli della rosa e quelli riformatori), mentre Fini è ancora a scuola (le elementari liberali diciamo). Ricordiamo infatti ciò che ha scritto l'altro giorno Luca Ricolfi, il primo studioso a mettere in guardia la sinistra da quel «complesso dei migliori» che l'affligge: i «congelatori» del sistema, i difensori dello status quo «garante di privilegi, rendite di posizione, vantaggi corporativi», spuntano fuori come funghi lungo tutto il perimetro del sistema politico. Sono anche al centro, anzi soprattutto al centro, nei partiti "moderati", e non solo alle ali estreme degli schieramenti. Guarda caso i riformatori coincidono con le sparute componenti liberali nelle due coalizioni sistematicamente minoritarie.

A proposito di sparute pattuglie liberali. Oggi Benedetto Della Vedova (ve lo ricordate sì?) inchioda i sindacati italiani alle loro responsabilità e chiede di mettere in soffitta la concertazione con «un disarmo bilaterale: meno sindacato ma anche meno Confindustria»
«Si parli di giornalisti o di pubblico impiego o di impiego privato, il potere del sindacato in Italia costituisce un'anomalia perversa. Perché da noi, il paese più sindacalizzato al mondo, la "costituzione materiale" ha assegnato alla trimurti un potere costituzionalmente abusivo».
Benedetto, che non ama Blair, forse non sa di riprenderne i principi quando denuncia le «rigide garanzie che si scaricano sui più deboli» e i contratti sindacali nei servizi pubblici pensati sempre e solo in funzione del posto di lavoro e mai in funzione dell'utente del servizio. In Italia esiste una «questione sindacale» - che è innanzitutto e soprattutto sociale - «di cui nessuno sembra volersi fare carico».
Chissà, se «dopo il voto» a formarsi non sarà una grande, ma una piccola coalizione.

P.S.1: Serio Romano oggi sul Corriere fa un elenco, forse un po' troppo lungo, delle «cose utili» fatte da questo governo che la sinistra qualora vincesse le elezioni non solo non dovrebbe cancellare in preda alla sua «ossessione», ma dovrebbe estendere seguendo la via intrapresa.

P.S.2: Una finanziaria di lacrime... e la Prestigiacomo comincia a piangere subito. Mioddio, qualcuno smentisca questo retroscena, con Berlusconi che cede a battute maschiliste e la Prestigiacomo che scoppia in lacrime proprio come aveva detto il premier, come una bambina.

Banlieue. Nel neoconservatore il blairiano che non t'aspetti

Si è parlato molto di Banlieues in questi giorni e molti opinionisti hanno cercato di capire le cause più profonde dei disordini. Io mi sono limitato a raccogliere le considerazioni più sensate e alcuni dei pareri che mi hanno convinto di più, su un fenomeno che può essere letto da molti di punti di vista molto diversi tra loro ma tutti validi. Dominique Moisi (Financial Times); Giuliano Ferrara (Il Foglio), che ha usato toni blairiani («ricominciare a scommettere sul valore della democrazia politica intesa come un modo di vivere forte, sensato, bello, capace di estrarre dai giorni il loro significato»); Olivier Roy (il Giornale); Phastidio; Le Guerre Civili; Kirk H. Sowell (Arab World Analysis.com).

Tra gli editoriali più ridicoli e sbeffeggiati ha avuto grande eco quello di Rossana Rossanda su Il manifesto («La città europea è gerarchica» è la sentenza), stroncato come solo lui sa fare da Massimo Bordin nella sua rassegna stampa su Radio Radicale:
«Gli intellettuali di sinistra abitano solo nei centri storici. Pensate la Rossanda a San Basilio... no, no, non funziona...»
Mentre Prodi, lanciando un allarme periferie delle città italiane aggiorna un'altra brutta abitudine della sinistra, aggiungendo al giustificazionismo ex-post addirittura il giustificazionismo ex-ante, sempre più mi sono convinto che l'elemento etnico o religioso, o dell'immigrazione, sono aspetti secondari. Sul banco principale degli imputati metterei il modello economico e sociale francese, il cosiddetto modello renano, che proprio in presenza di criticità come i problemi dell'integrazione fa ancora più disastri: in un sistema di scarsissima mobilità sociale come quello francese, dall'istruzione superiore ai vertici delle istituzioni economiche e politiche, i privilegiati si sono chiusi in caste impenetrabili da dove sfruttano un welfare «pletorico e improduttivo». Se gli esclusi si identificano come gruppo...

Il column più concreto di tutti mi è parso quello di David Frum su Il Foglio. Parte dall'esperienza americana delle gang e delle violenze degli anni '70, ma individua le differenze e delle possibili politiche. Frum è neoconservatore, ma ci pare che rieccheggino toni alla Blair: «duri contro il crimine, duri contro le cause del crimine». Il primo provvedimento «fondamentale» è quindi «ottenere il rispetto della legge»; il secondo è la riforma del mercato del lavoro.
«Quasi i due terzi di tutti gli americani fra i 16 e i 65 anni avevano un lavoro, e milioni di immigrati arrivavano ogni anno. Gli europei spesso mostrano disprezzo per i bassi salari che l'America dà ai lavoratori non qualificati. Alcuni tedeschi e francesi pensano: "Ok. le nostre economie non saranno in grado di creare nuovi posti di lavoro, ma se ci niuscissero, sarebbero lavori ben retribuiti". Ma un posto di lavoro è ben più che un mezzo per consentire a una persona povera di mantenersi. Non c'è nulla che unisca gli uomini alla società come il lavoro e nulla che li alieni da essa come l'inattività».
Infine, il terzo aspetto, culturale:
«L'America ha accettato la realtà delle differenze tra bianchi e neri. Ma si è rifiutata di accettare la divisione e la separazione. E questo rifiuto ha aperto le porte a un'autentica unità nazionale fondata su una cultura nazionale comune. Quest'ultimo punto è il più importante. Se l'Europa vuole vivere in pace con le proprie minoranze musulmane. deve riconoscere che non è soltanto l'Europa che deve cambiare. Devono farlo anche le minoranze musulmane. Se queste minoranze sapranno adattarsi e assimilarsi, gli europei un giorno potranno ricordare le attuali rivolte come gli americani ricordano quelle degli anni Sessanta: un tragico capitolo di una storia a lieto fine».
Una segnalazione per lo speciale di RadioRadicale.it: «Parigi non brucia». Cronache, commenti, video e immagini dai blog francesi.

Thursday, November 10, 2005

Presidente Berlusconi, la sua idea era una boiata pazzesca

Ieri lo sciopero dei giornalisti ha risparmiato al premier la risonanza adeguata per una delle sue maggiori gaffe di ogni tempo. Ricevendo il presidente del nuovo Iraq Jalal Talabani in visita ufficiale a Roma, nel corso della conferenza stampa congiunta (sta qui, grazie ad Azioneparallela), Berlusconi ha tra le altre cose detto, intorno al dodicesimo minuto:
«... Vorrei concludere ricordando una cosa che credo sia importante per noi. Noi non abbiamo voluto la guerra, anzi inizialmente avevamo espresso molte riserve su un'operazione militare, riserve che io avevo espresso direttamente in due colloqui molto estesi anche dal punto di vista temporale, con il Presidente e l'Amministrazione degli USA, tant'è vero che abbiamo lavorato per circa due mesi nel tentativo di convincere Saddam ad accettare un esilio garantito in Libia, e l'abbiamo fatto in collaborazione continuativa con il colonnello Gheddafi. Devo aggiungere che non solo non abbiamo partecipato alla conferenza delle Azzorre... Non abbiamo partecipato all'operazione militare. Siamo intervenuti con una missione di pace soltanto a seguito della risoluzione 1546 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Soltanto in quel caso abbiamo portato il nostro contributo a quel paese e l'abbiamo portato nei modi e nelle forme che ho prima sintetizzato. Per completa onestà intellettuale oggi io mi sono permesso di chiedere al Presidente [Talabani] se riteneva che la dittatura di Saddam Hussein poteva trovare fine con un sistema diverso dalla guerra. E il Presidente con estrema decisione mi ha risposto che no, che secondo lui non c'era altro sistema. Le chiedo scusa, Presidente, ma questo è un discorso rivolto all'informazione interna del mio Paese».
Siamo al colmo: Berlusconi era convinto che la guerra non si dovesse fare, ma si fa dire in presa diretta da un capo di Stato estero che questa sua idea era una boiata pazzesca.

Ormai ci tocca indirizzare anche a Berlusconi gli appelli ai leader del centrosinistra ad andare a leggersi le risoluzioni dell'Onu. I poveretti, Prodi e Fassino, pensavano di cavarsela con una svoltina "che' tanto ci si ritira comunque" e invece contemporaneamente sia l'Onu sia il nuovo Iraq democratico rinnovano il loro invito a far rimanere il nostro contingente militare. Su richiesta del premier iracheno il Consiglio di Sicurezza dell'Onu all'unanimità (pure Francia e Russia) ha esteso a tutto il 2006 il mandato della forza multinazionale. Dicono di volere la legittimazione internazionale, dicono di volersi consultare con il governo iracheno e gli alleati: direi consultazioni avvenute. L'Onu resta, l'Italia (di Berlusconi o di Prodi fa lo stesso) che fa?

Duri con lo spreco, duri con tutti i privilegi

Sarebbe il manifesto ideale per i radicali e per la "Rosa nel pugno". Antonio Tombolini nel suo "Tradurre, e non tradire, Blair in Italia", uscito oggi su Notizie Radicali, riassume in un unico scritto analisi economico-sociale, principi della politica da seguire e nodi concreti da affrontare. Il contributo più organico e di maggior rilievo che Lievito Riformatore offre ai radicali nella loro impresa con il centrosinistra.

Parafrasando lo slogan programmatico blairiano «duri col crimine, duri con le cause del crimine», Tombolini conia lo slogan giusto per le prossime elezioni: Duri con lo spreco, duri (soprattutto) con le cause dello spreco, ovvero: duri coi privilegi, con tutti i privilegi.

I contenuti programmatici che il nuovo soggetto sta accennando - ordini professionali, università, mercato del lavoro - rischiano di rimanere isolati senza una visione complessiva, che parta da una semplice premessa: il dramma italiano è la spesa pubblica, il suo uso politico, che frena lo sviluppo. Niente sviluppo, niente servizi. La nozione di spreco che qui si vuole intendere è molto più ampia della sua accezione comune. Dovrebbe intendersi uno spreco diretto ad assicurare privilegi ogni spesa che lo Stato fa in settori dove dovrebbe invece lasciare sviluppare un mercato di servizi di qualità semplicemente regolando e controllando la concorrenza.

Veltroni è l'opposto di Cofferati

Quando illegalità e violenza sono sovvenzionate dai comuni.

Voleva spegnere i lampioni contro i tagli in finanziaria e invece regala i soldi ai no global. La denuncia su il Giornale.
Il sindaco di Roma Walter Veltroni piange miseria per i tagli previsti dalla Finanziaria sui trasferimenti agli enti locali e minaccia di spegnere ventimila lampioni, ma poi trova tanti soldi da regalare ai centri sociali (280mila euro) e da mettere a disposizione del suo stesso gabinetto per contributi «vari» (un milione e 300mila per eventi). Non solo. Veltroni continua a tenere in piedi - per scopi elettorali - l'equivoco dei rapporti privilegiati con Action, l'organizzazione dei cosiddetti "disobbedienti" che fa capo a Nunzio D'Erme e che è al centro di un'inchiesta della magistratura romana per le occupazioni abusive.

E pensare che l'unica normativa in vigore, già molto più che discutibile, che «sana» le occupazioni, prevede che tutta la manutenzione sia a carico degli occupanti.

I mutamenti della sinistra: da crisalide a farfalla

Riprendo con ritardo questo articolo di Lodovico Festa, su il Giornale, bravo a individuare e a spiegare un particolare aspetto di quel «complesso dei migliori» (già descritto da Luca Ricolfi) che affligge la sinistra italiana. Il pregiudizio che la sinistra incarni lo Stato stesso, la convinzione che «lo Stato siamo noi».
«La politica non è più scelta tra diversi obiettivi, è pura applicazione delle regole; la linea del centrodestra non è criticabile, è "contro le regole". La lotta è tra diritto e sopruso. Tra Stato e anti-Stato. C'è tanto dossettismo in questa cultura: l'idea che la Costituzione non sia un quadro di riferimento di regole e valori, ma "un programma d'applicare" e chi non si attiene alla lettera a questo "programma" (la cui interpretazione è affidata a una ristretta cerchia di devoti) è anticostituzionale. C'è la cultura giustizialista...»
Si tratta, ha ragione festa, di una impostazione che manifesta una cultura ancora «sostanzialmente totalitaria» nella sinistra.

Un altro aspetto di quel complesso lo avevamo modestamento sottolineato noi, in quella recente «svolta che c'è ma non si deve vedere» rappresentata dalle ultime posizioni espresse da Fassino e Prodi sul ritiro dall'Iraq. L'atteggiamento tipico della sinistra che, come una crisalide che sboccia in farfalla, così diventa misteriosamente responsabile con l'avvicinarsi delle elezioni e della prospettiva di tornare al governo, e che quindi per approssimazioni graduali blandisce il suo gregge mentre compie le necessarie scelte di governo, ma senza in realtà comunicare ed infondere mai cultura di governo.

Nell'uso della piazza il Riformista vede un altro difetto della sinistra:
«L'indulgenza nei confronti della protesta, anche se sbagliata o confusa, rivela qualcosa di profondo sull'identità stessa di una parte della sinistra italiana, il modo in cui essa si rappresenta e gli istinti che la animano».
Considerazioni meno condivisibili invece quelle che tentano di spiegare le agitazioni studentesche o dei movimenti.
«Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i ragazzi che manifestano non può fare a meno di rendersi conto che il corteo, l'occupazione, il sit-in sono diventati riti di passaggio, il cui valore è più che altro esistenziale, non politico».
Il ribellismo giovanile è senz'altro un aspetto, ma non attribuendo valore politico, e quindi non prendendo molto seriamente quelle dimostrazioni e le loro degenerazioni violente, si rischia di non fare un favore a quei ragazzi, che vanno messi di fronte alle responsabilità politiche e personali delle loro azioni. Anche laddove l'"occupazione" o il corteo avessero solo valore esistenziale, bisogna comportarsi come se avesse valore politico.

La ciliegina sulla torta la mette Prodi, che lanciando un allarme periferie delle città italiane con riferimento ai disordini di Parigi aggiorna un'altra brutta abitudine della sinistra: al giustificazionismo ex-post si aggiunge addirittura il giustificazionismo ex-ante.

Le elezioni egiziane e i democratici arabi che esistono

Ayman Nour mentre votaLe elezioni parlamentari egiziane, il cui primo turno si è svolto ieri, sono ancora lontane da standard minimamente accettabili. Formalmente un passo avanti rispetto a quelle del 2000: almeno le opposizioni non sono state aggredite fisicamente dalla polizia e ancora non siamo alla fase in cui i brogli veri e propri sono decisivi. Più delle irregolarità formali a pesare sono la totale assenza di campagna elettorale e di libertà d'espressione, con il controllo governativo su tutti i mezzi d'informazione, la mancanza di osservatori internazionali e l'opacità delle liste elettorali, quindi la bassa affluenza e il voto ancora interamente o quasi controllato dal partito del presidente.

L'unico effetto del voto pare essere stato lo sdoganamento dei Fratelli Musulmani. Gli unici che per il loro radicamento sociale sono riusciti a comunicare con l'elettorato. Finché non ci sarà libertà d'espressione, un «ambiente legale di competizione reale», commenta Emma Bonino a Radio Radicale, per altre forze politiche è difficile che ci sia spazio. E' ragionevole, ha aggiunto, che almeno una parte dei Fratelli Musulmani (e guardando il caso concreto da paese a paese) sia fatta uscire «dal limbo» in cui si trova e si arrivi a «una legalizzazione con diritti e doveri». Un rischio che dobbiamo prenderci per dare una possibilità alla democrazia in Medio Oriente è anche quello di veder vincere chi non ci piace.

Certo è che il gioco di Mubarak è molto ambiguo. I Fratelli Musulmani, illegali ma tollerati, hanno avuto miglior trattamento di quello riservato ad Ayman Nour e al suo partito liberaldemocratico Al-Ghad, sui quali si sono concentrati gli atteggiamenti intimidatori del regime, come riporta il Christian Science Monitor. Mubarak sembra voler lanciare un messaggio all'occidente, e alla Casa Bianca in particolare: vedete? io li faccio votare, ma poi vincono gli integralisti islamici. Anche il blog Bigpharaoh la pensa così: «Sarà questa la frase che probabilmente pronuncerà Mubarak al telefono con Bush».
Si è aperto un fronte, bisogna insistere e puntare soprattutto alla libera circolazione delle idee nella società egiziana.
Altro su Sandmonkey; Publius Pundit; Arabiliberali.

A tenere aperto il fronte ci pensa senz'altro Emma Bonino con il suo ministero degli Esteri ombra, Non c'è pace senza giustizia, che conduce per l'Italia, insieme a Yemen e Turchia, un progetto nel quadro dell'iniziativa lanciata dal presidente Bush per i paesi del Medio Oriente allargato e del Nord Africa. Prossima tappa l'appuntamento annuale del "Forum per il Futuro", che si terrà in Bahrein l'11 e 12 novembre. Per la prima volta democratici arabi e ong internazionali avranno un dialogo diretto con i ministri degli Esteri del G8 e del Medio Oriente. La proposta è di istituzionalizzare una Fondazione per la democrazia nel mondo arabo. «Per difficile e contraddittorio che sia, promuovere società più aperte è l'unica politica sensata che possiamo tentare». Interessa a qualcuno? chiede provocatoriamente la Bonino.
"Questi islamici: sempre e solo cattive notizie. Guardi l'Iran, guardi questa intifada in Francia: non c'è niente da fare...". Sul volo per Kiev, un passeggero italiano mi interroga sconsolato. Il commento mi colpisce perché questi eventi veri, evidenti e drammatici non esauriscono da soli il panorama del mondo arabo-mussulmano, delle sue articolazioni e della coscienza democratica che permea strati sempre più consistenti della società.
Già, perché il rischio è l'effetto straniamento, di cui avevo parlato in questo mio articolo per Ideazione:
«Che mondo ci stanno raccontando? Per le nostre televisioni e la maggior parte dei giornali, gli arabi, i musulmani, tutti gli altri abitanti non occidentali di questo pianeta, siano essi indiani o africani, esistono solo se muoiono o se uccidono. Sugli schermi e sulle prime pagine vediamo cadaveri di innocenti o volti di terribili assassini al soldo del terrorismo islamista. La politica, la società, l'umanità spesso in lotta dei paesi non occidentali vengono raramente raccontate. Oltre che razzistica, questa distorta rappresentazione mediatica di regioni che sembrano condannate allo status quo e di popoli incapaci di sviluppo democratico e progresso costituisce un impoverimento innanzitutto per noi. L'orizzonte che ci viene dischiuso è fatto di violenza e morte, dell'assenza di un'umanità in cui poterci almeno in parte riconoscere per desideri e "normalità" delle aspirazioni. Non stupisce se poi la reazione dell'opinione pubblica è quella di volersene tirare fuori, e quella dei governi di ritirarsi dalle proprie responsabilità internazionali, perdendo volontà e capacità di governare gli eventi e lasciando spesso mano libera alle forze dell'oppressione. E' un orizzonte disumanizzante dell'"altro da noi", che rischia di diventare anche il nostro orizzonte interiore. Per fortuna c'è Internet, ci sono i blog, a rappresentare una dimensione umana del mondo non occidentale... >> continua
I "democratici" arabi «esistono», ripete con forza la Bonino, e «per poter continuare a lottare fino ad ottenere le riforme democratiche necessarie hanno bisogno che altri "democratici" finalmente si accorgano di loro e decidano di offrire appoggio e sostegno politico al loro impegno». Insomma, i radicali sono gli esecutori materiali della dottrina Sharansky.

Cascasse il mondo lo sciopero è sacro

Blair battuto sulle misure antiterrorismo. Il bello del sistema anglosassone. Il premier era pronto senza ambiguità ad assumersi tutta la responsabilità di misure discutibili. Il Parlamento si è assunto la responsabilità di rigettarle. Il popolo e la storia peseranno torti e ragioni. Chiacchiere a zero.

Mentre ad Amman si muore, i nostri giornalisti "professionisti", ma forse non professionali, scioperano, dicono "per la qualità dell'informazione" (!?). Una cosa è certa, Al Qaeda dei nostri giornalisti se ne frega.

Tutto questo gli italiani non l'hanno saputo né dalla tv, né dalla radio, né dai giornali (da alcuni sì), né dalle testate on line. Però in rete, se conoscete qualche buon blog, qualcosa si trova.
Buona notte e buona fortuna

Wednesday, November 09, 2005

Le vere minacce alla libertà di stampa

Ordine e sindacati dei giornalisti fanno concidere la qualità dell'informazione con la qualità della vita dei loro iscritti

Siamo talmente abituati da non farci più caso, ma per 48 ore i giornalisti hanno scioperato. Qualcuno si è forse chiesto perché, sentendo leggere i comunicati generici dell'orgoglio professionale? Ci avete fatto caso? Prendete questo, ad esempio, apprezzatene lo straniamento.

Oggi su Europa, che non leggo mai, non mi è sfuggito però un inatteso commento di Stefano Menichini. E ho pensato: vuoi vedere che il pericolo per la libertà di stampa, per la qualità dell'informazione e per i giornalisti precari, si chiama Fnsi?

Un «giovane collega», racconta Menichini, si è presentato da lui in redazione, piattaforma Fnsi alla mano: «fosse stata già applicata, dice, io qui non ci sarei mai arrivato». Ogni due righe di quel documento si rinvia alla «qualità dell'informazione». Andando a guardare bene, oltre la retorica sindacalese, si comprende quale siano i parametri di giudizio del sindacato dei giornalisti: più i giornalisti professionisti accumulano privilegi, più lavorano comodamente, più l'informazione è "di qualità". Merito? Nel dizionario della lingua italiana che Ordine e Fnsi distribuiscono ai loro iscritti questo lemma dev'essere mancante.

Poi un piccolo giornale come Europa si accorge che la qualità della sua informazione viene minacciata dalle richieste sindacali, «qualora dovessimo caricare di oneri previdenziali i compensi (già) scarsi che diamo ai collaboratori e in più introdurre alcune altre rigidità, che altrove forse sono tutele e qui sarebbero solo bavagli». Intanto, «magazines zeppi di pubblicità escono lo stesso, al massimo due o tre giorni dopo. Giornali nostri concorrenti, con gli stessi nostri problemi ma meno affezionati al sindacato, escono (e ci recano gran danno). Vengono minacciati di provvedimenti disciplinari: se l'appuntano come una medaglia». Per non parlare della stampa del centrodestra «che della Fnsi non vuole più sapere nulla, e che evidentemente è ricambiata».

Niente da fare, persino un Menichini, di Europa (Margherita), si ribella:
«Non va, l'abbiamo detto e lo ripetiamo. Anzi, a titolo personale: lo dico e lo ripeto, perché a Europa quella del direttore è opinione minoritaria, il comitato di redazione ha deciso di aderire e qui né il direttore né i precari lavoreranno mai per sabotare lo sciopero dei giornalisti. Già, i giornalisti veri».
Invece di dare a bere improbabili comunicati sulla fine della libertà di stampa, i giornalisti quelli veri dovrebbero innanzitutto raccontare i veri perché dello sciopero. Così, per esempio, l'opinione pubblica si farebbe un'idea sui veri motivi della rottura della trattativa tra le parti e scoprirebbe «un autentico paradosso»: il problema del sindacato è «come fare a esonerare il mercato dell'editoria dagli strumenti di flessibilità introdotti dalla legge Biagi, senza dirlo apertamente perché pur sempre di legge dello stato si tratta».
C'è dell'altro, rivela Menechini:
«Ed è roba grossa. Scusate la grossolanità, che mi procurerà dure reprimende ed è impropria come tutte le generalizzazioni: ma qui (e da anni) a me pare anche di vedere un mondo di garantiti che, impugnando i diritti dei non garantiti, li fottono e li tengono alla larga dalle redazioni. Sarà che quando uno diventa direttore vede le cose anche da un altro punto di vista: però questo punto di vista dice che, con risorse scarse, se le metti tutte su giornalisti ben protetti e molto costosi, non le puoi mettere su quelli non protetti e meno costosi. Incidentalmente alcune volte (mi perdoni il dio delle redazioni, perché qui sulla terra non mi perdoneranno mai), i secondi sono migliori dei primi».
C'è chi sfrutta i ragazzi e caccia i giornalisti troppo critici? Può darsi, di sicuro. Ma allora punite loro. Fate nomi e cognomi, promuovete vertenze, campagne mirate. A che serve, alla causa che dite di difendere, «chiedere maggiori permessi sindacali, mettere un tetto e un limite di tempo alla presenza degli stagisti (certo, dovessero risultare troppo svegli...); fare della carriera una specie di inerziale progresso automatico; caricare di oneri contributivi le (già) scarse retribuzioni per i collaboratori»? Serve certo, a «sostenere le benedette e mai abbastanza ringraziate casse della previdenza dei garantiti».

Non finiremo mai di ringraziare Menichini per questo sfogo, che però finisce in bellezza: che fare di questo «residuo dell'Ordine». Non sarebbe meglio «prendere il coraggio a due mani e darsi una bella autoriforma?»
«Praticare dentro le mura la concorrenza che si predica fuori, dare alle fasce esposte della categoria tutele vere e non selettive, e ai giovani una chance autentica che passi anche attraverso sacrifici iniziali che sarebbero ben disposti ad affrontare: sempre meglio dell'esclusione a priori».
Quale sarebbe dunque l'esito delle richieste del sindacato? Meno giornalisti, meno redazioni, meno testate. Difficile che sommando questi tre meno il risultato sia più libertà di stampa. Dunque la libertà di stampa è minacciata dall'Ordine e dai sindacati dei giornalisti, che bloccano l'accesso alla professione e fanno concidere la qualità dell'informazione con la qualità della vita dei loro iscritti.

P.S.: Nella "cantina" dove lavoro, a un sito che non è né carne né pesce, ai piani alti erano regolarmente a lavoro Massimo Bordin, Paolo Martini, Ada Pagliarulo ed Enrico Rufi. Gli altri erano a difendere la libertà di stampa (la loro) e la loro qualità di vita.

Aspettiamo la replica di Morrione

Ma qualcosa mi dice che sentiremo il silenzio

Questa la dura nota dell'ambasciata americana a Roma sul documentario al fosforo. O il direttore di RaiNews24, Roberto Morrione, porta prove convincenti o si dovrebbe dimettere. Il documentario che ha mandato in onda ha fatto fare alla televisione pubblica italiana pagata da tutti i contribuenti una figura pessima.
«Questo documentario appare non neutrale, elaborato da professionisti che non si trovavano a Fallujah all'epoca dei fatti raccontati. Oltre 100 giornalisti invece sono stati "embedded" con le Forze di Spedizione dei Marines a Fallujah per informare in merito all'Operazione Al Fajr. Il documentario viene mandato in onda un anno dopo gli eventi che pretende di descrivere. Tuttavia, nel confezionare questo servizio, nell'arco di un anno di tempo, gli autori non si sono curati di chiedere alcun commento in merito alle ipotesi da essi avanzate».

Dopo le elezioni, in Azerbaijan la piazza si scalda

15 mila in piazza a BakuNon poteva esserci modo migliore per celebrare questo 9 novembre

Quindicimila persone, forse di più, forse decine di migliaia e forse aumenteranno prendendo coraggio da quanti sono già in piazza a Baku, capitale dell'Azerbaijan. Le opposizioni, a cui si sono unite le organizzazioni giovanili come il movimento nonviolento Yox, dimostrano, come annunciato, chiedendo l'annullamento del voto di domenica scorsa, che ha dato la maggioranza assoluta al partito al potere, del presidente Ilham Aliyev. Le tre forze dell'opposizione, per la prima volta unite sotto il cartello Azadliq (Libertà), denunciano brogli elettorali. Irregolarità confermate dalle testimonianze degli osservatori internazionali dell'Osce che si sono pronunciati in modo inequivoco: «Non rispettati gli standard democratici».

Gli Stati Uniti si dicono «preoccupati» e hanno subito chiesto al governo di Baku «di avviare indagini immediate» sui brogli e all'opposizione che tutte le manifestazioni di protesta «siano pacifiche». Ma Washington, dopo aver esercitato pressioni prima del voto spingendo il governo alla moderazione e al contempo assecondando le opposizioni, non sembra intenzionata a forzare il corso degli eventi, ma solo se le irregolarità dovessero dimostrarsi contenute e il presidente Aliyev accettare qualche concessione al pluralismo nel nuovo Parlamento, accontentandosi di una maggioranza non schiacciante. Nonostante gli interessi in gioco, il sostegno Usa al regime appare non essere incondizionato. Alcuni slogan e cartelli dicono: "President Bush, Don't Fail Us Now!"; "Stop trading our democracy for oil". Il governo controlla il 30% degli impieghi nel paese e la gente ha paura di perdere il posto di lavoro partecipando alle manifestazioni.

I risultati preliminari parlano di 63 seggi su 125 al partito del presidente, ma tra gli indipendenti molti sono "filo-governativi". La commissione elettorale ha annullato il voto in due sole circoscrizioni su 125 e il riconteggio in una decina. Se non otterrà l'impegno del presidente a ripetere le elezioni, l'opposizione minaccia una «rivoluzione di velluto» pacifica, sul modello di quella in Ucraina, ma per ora non sembra esserci la mobilitazione necessaria.

L'intervista a Razi Nurullaev, leader di Yox.

RadioRadicale.it

Cnn; Radio Free Europe

Grosse Koalition all'italiana

Con una legge elettorale che al Senato rischia di consegnare al centrosinistra (ma a qualsiasi coalizione che uscisse vittoriosa dalle urne) una maggioranza talmente risicata da rendere ancor più decisivi i voti di Rifondazione, ci troveremo comunque di fronte a un pareggio di fatto. Da superare facendo ricorso a un nuovo voto... almeno secondo D'Alema, che però segue una logica bipolarista che potrebbe essere superata dalla reintroduzione nel sistema del criterio proporzionale. L'orizzonte politico che abbiamo di fronte rischia quindi di essere assai diverso. E qui interviene lo scenario della Grande Coalizione (!) di cui lunedì ha parlato Tremonti, non a caso a la Repubblica, probabilmente per esorcizzarlo. Secondo Oscar Giannino, nel "caso Italia" non potrebbe significare altro che «l'incubazione di una nuova Dc», con il ricongiungimento di spezzoni cattolici da destra e da sinistra e la benedizione della finanza amica e di confindustria.

Enrico Cisnetto parte da un'analisi che ci convince, cioè dalla crisi strutturale dell'Europa:
«L'Europa ha perso (finora) sia la sfida della competizione globale sia la scommessa della rivoluzione tecnologica, a favore del nuovo asse Asia-Usa intorno a cui gira il mondo... o il Vecchio Continente (mai soprannome fu così appropriato) avvia un processo di radicale trasformazione di se stesso - nuovo modello di sviluppo, nuovo capitalismo, nuovo stato sociale - o non saranno più solo i ghetti a bruciare».
Il problema del dove andare a pescare il consenso che occorre «per mettere in atto il cambiamento», «le trasformazioni epocali», chiamiamole riforme, che servono, è dannatamente reale e lo ricordava di recente anche Emma Bonino intervenendo all'ultimo congresso radicale. Un consenso così vasto e solido da rendere il governo che vi basi la propria investitura capace di «fronteggiare lo spirito conservativo, degli interessi come dei diritti acquisiti, di un po' tutti i ceti». A non convincerci proprio invece è la soluzione indicata da Cisnetto, quella della Grande Coalizione.

Paolo Mieli mette subito le mani avanti, avvertendo che in un paese come il nostro, nel quale non sono state introiettate per tempo le «sane regole» di una moderna democrazia dell'alternanza (alle elezioni si va divisi in due schieramenti, quello che vince governa e quello che perde sta all'opposizione), comunque li si voglia chiamare, «connubi, trasformismi, unità nazionali, governissimi, esecutivi tecnici, grandi coalizioni» non sono che «sinonimi di un'unica soluzione». Se poi il nobile scopo dovesse essere quello di modernizzare il paese, «non è assolutamente dimostrato (anzi) che governi di larghe intese affrontino le emergenze meglio di quanto abbiano saputo fare gabinetti di maggioranza». In Italia si è dimostrato esattamente il contrario.

Ricordiamo infatti ciò che ha scritto l'altro giorno Luca Ricolfi, il primo studioso a mettere in guardia la sinistra da quel «complesso dei migliori» che l'affligge: i «congelatori» del sistema, i difensori dello status quo «garante di privilegi, rendite di posizione, vantaggi corporativi», spuntano fuori come funghi lungo tutto il perimetro del sistema politico. Sono anche al centro, anzi soprattutto al centro, nei partiti "moderati", e non solo alle ali estreme degli schieramenti. Guarda caso i riformatori coincidono con le sparute componenti liberali nelle due coalizioni sistematicamente minoritarie. Chissà se qualcuno è in ascolto.

Il Riformista fa il pompiere: restate tranquilli, che qui di Grande Coalizione non è proprio aria. L'Italia di oggi non ha la «grandezza» e poi il clima è di quelli da guerra civile, altro che intese bipartisan:
«Il bipolarismo ha assunto da noi perniciosi e sbagliati caratteri di alternativa morale tra due Italie: come si può pensare che queste due Italie si siedano domani insieme al governo?»
I «due centri» (centrosinistra e centrodestra senza trattino) che piacciono a il Riformista sono sinonimi di cultura di governo, legittimazione reciproca, afflato bipartisan sull'interesse nazionale, «tutte cose di cui la democrazia italiana ha un disperato bisogno, non vanno confusi con il trasformismo e le manovrette di palazzo».

Mr. Gorbachev, tear down this wall!

Berlino, 9 novembre 1989Il 9 novembre 1989 quel muro venne giù portandosi ben presto dietro quel che rimaneva dell'Impero del Male. Ma non è stato un caso fortuito a deviare il corso della storia dei paesi dell'Europa orientale dalla tirannia rendendo finalmente possibile la riunificazione dell'Europa nella dignità e nella pace. E' stata l'aspirazione alla libertà di milioni di uomini e donne a non deflettere mai. E' stata la determinazione del presidente americano Ronald Reagan, che ha sconfitto politicamente e strategicamente l'Unione Sovietica. Fin da quando pronunciò queste storiche parole nel lontano giugno del 1987:
«General Secretary Gorbachev, if you seek peace, if you seek prosperity for the Soviet Union and Eastern Europe, if you seek liberalization: Come here to this gate! Mr. Gorbachev, open this gate! Mr. Gorbachev, tear down this wall!»
Una vera e propria sconfitta di sistema e non una sincera apertura decisa dai vertici del regime. Oggi Gorbachev è l'uomo che chiunque vorrebbe avere al proprio convegno o al proprio talk show, ma aver vinto il premio Nobel per la pace non fa di lui qualcosa di diverso. Ho sempre ritenuto che il suo fosse un falso mito. Fu l'ultimo dei sovietici, non il primo dei democratici, o dei post-comunisti. Non fu, insieme a Reagan, l'artefice della pace e della fine della Guerra Fredda, ma fu lo sconfitto di quella guerra. Non c'è stato, per fortuna, bisogno di invadere il blocco sovietico per vincere la Guerra Fredda, ma non per questo si deve far finta che sia stata una scelta di pace e non una capitolazione obbligata.

Chi l'avrebbe mai detto, allora, che sarebbe bastata una spallata? «Quanti negli Stati Uniti pensano che l'Unione Sovietica sia sull'orlo del collasso economico e sociale, pronta a precipitare alla prima lieve spinta, sono semplici sognatori, si ingannano». Questa frase di Arthur Schlesinger jr. riassume bene le analisi ufficiali dell'epoca e ci ricorda quanto in modo del tutto inatteso giunsero la caduta del muro di Berlino e il dissolvimento del blocco sovietico. L'ipotesi della ineluttabilità, e dell'imminenza, del collasso era inimmaginabile e fino a tutti gli anni '70 e i primi anni '80 si pensava addirittura che l'Urss stesse prevalendo nel confronto strategico con gli Usa.

«Come ha fatto un dissidente sovietico - si chiede oggi Natan Sharansky - a vedere da solo quello che legioni di analisti e di policymaker in Occidente non vedevano?». Eppure «non era né meglio informato né più intelligente di chi non ha saputo prevedere il trapasso dell'Urss. È che diversamente da loro, capiva il potere grandioso della libertà». Sharansky parla del dissidente Andrei Amalrik, che nel 1969 scrisse un libro intitolato "L'Unione Sovietica sopravviverà fino al 1984?" e le cui tesi («Uno Stato costretto a destinare tanta parte delle proprie energie al controllo fisico e psicologico di milioni di persone non può sopravvivere all'infinito») venivano liquidate in Occidente, ma prese sul serio a Mosca, sapendo che toccavano i nervi scoperti: «La più piccola scintilla di libertà avrebbe appiccato l'incendio all'intero sistema totalitario».

«Paura e profondo desiderio di essere liberi non si escludono a vicenda. In questa situazione, la politica di accomodamento messa in atto da molti leader occidentali - indipendentemente dalle intenzioni - aveva l'effetto di rafforzare il regime sovietico». A comprendere «la debolezza di uno Stato che nega la libertà ai propri cittadini» furono il senatore Henry Jackson e il presidente Reagan. La logica era semplice; in cambio della legittimazione, dei vantaggi economici, della tecnologia di cui i sovietici avevano bisogno, Reagan chiedeva che il regime cambiasse atteggiamento verso il popolo. Una rivoluzione in politica estera: prima legata alla condotta internazionale di un regime antagonista, poi legata alla sua condotta interna. Pressati dall'interno e dall'esterno per il rispetto degli impegni presi, cedettero, e una «scintilla» bruciò l'impero di fronte all'Occidente «ammutolito».

Oggi la «lezione sovietica» rischia di essere completamente dimenticata proprio dall'Europa.
«Anziché riporre la propria fiducia nel potere della libertà per trasformare rapidamente gli stati totalitari, sono di nuovo impazienti di arrivare alla coesistenza pacifica e alla distensione con i regimi dittatoriali».
La «fiducia nel potere della libertà» è un merito che al presidente Bush e a Blair va riconosciuto, ma gli «scettici della libertà» sono tornati e i loro argomenti suonano tremendamente familiari:
«C'è una cosa che unisce tutte queste argomentazioni: la negazione che il potere della libertà trasformi il Medio Oriente. Io sono invece convinto che la libertà in qualsiasi luogo renderà il mondo più sicuro in ogni luogo. E sono convinto che le nazioni democratiche, guidate dagli Stati Uniti, abbiamo un ruolo cruciale da svolgere nell'estendere la libertà sul pianeta. Perseguendo politiche chiare e coerenti che legano le relazioni con i regimi non democratici al livello di libertà di cui godono i sudditi di quei regimi, il mondo libero può trasformare qualsiasi società sulla Terra, comprese quelle che dominano il paesaggio attuale del Medio Oriente. Così facendo, la tirannia può diventare, come la schiavitù, un male senza futuro».

Tuesday, November 08, 2005

L'intelligence al servizio della dottrina Bush

La dottrina Bush si arricchisce di un nuovo importante pilastro. Si tratta della Strategia Nazionale sull'Intelligence presentata a Washington da John Negroponte, il nuovo direttore nazionale di tutti i servizi segreti americani. La notizia clamorosa - una «svolta» per l'Agenzia nella quale fino a oggi ampi settori hanno operato per sabotare la politica del presidente - è che «la Cia esporterà la democrazia e si metterà al servizio della dottrina Bush». Ce ne parla su Il Foglio di oggi Christian Rocca. Il documento ha lo scopo di rendere coerente il lavoro dell'intelligence con gli obiettivi delineati nella famosa Strategia della Sicurezza nazionale «che nel 2002 codificò il diritto al primo colpo (first strike) e la politica di cambio del regime».
«La strategia di Negroponte individua le priorità delle attività di intelligence americane e dice chiaramente che la promozione della democrazia è "il pilastro più solido" per rafforzare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti... Gli obiettivi sono "sconfiggere i terroristi in patria e all'estero disinnescando le capacità operative", "prevenire e contrastare la diffusione delle armi di distruzione di massa", ma anche "promuovere la crescita della libertà e della democrazia" e "rafforzare la crescita della democrazia e sostenere gli stati democratici pacifici"... "Per la sicurezza americana, la democrazia è il pilastro più solido cui sostenersi. L'intelligence può e deve essere usata per aiutare la diplomazia, influenzare i potenziali avversari prima di una crisi, aiutare a fare della guerra uno strumento di ultima istanza e assicurare la vittoria nel caso in cui il conflitto sia inevitabile"».

La svolta che c'è ma non si deve vedere

Dunque è deciso: Prodi non farà come Zapatero. Fassino parla di «calendario per il rientro». Rientro, non ritiro, se le parole usate hanno un senso. Da discutere con iracheni, americani e inglesi. Tale da non mettere a repentaglio i primi passi della democrazia irachena. Insomma, questo non è un ritiro, somiglia più a un rientro per missione compiuta. Possiamo dire sottovoce che si tratta della svolta tanto a lungo attesa? No, ovviamente guai ad ammettere che una svolta c'è stata.
«Come Prodi ha detto più volte, se noi vinciamo le elezioni presenteremo al Parlamento un calendario per il rientro dei militari italiani dall'Iraq. Calendario che, naturalmente, sarà discusso con le autorità irachene, con gli altri paesi che sono presenti in Iraq, e in ragione tale che il rientro avvenga in un quadro ordinato e consentendo alla democrazia irachena di continuare a procedere». (Piero Fassino)
Di un'intesa bipartisan sul rientro delle truppe italiane dall'Iraq, «subordinato alla effettiva situazione sul campo», ha parlato il ministro della Difesa Antonio Martino a un convegno diesse. Tanto più che il nostro paese sembra ai limiti dello sforzo che le sue capacità militari consentono e che il 2006 è l'anno fissato per la revisione della presenza delle truppe straniere in Iraq e la conclusione del processo istituzionale iracheno.

Tutti contenti? Lieto fine? Nient'affatto, c'è qualcosa che non va. Quello cui ci ha abituati la sinistra è un comportamento politico comunque irresponsabile, che va rigettato in linea di principio, perché finalizzato a generare e mantenere un consenso fondato sostanzialmente sull'inganno del proprio "popolo" (elettori, militanti, quadri intermedi).

E' la solita svoltina che c'è ma non si deve vedere. Per approssimazioni graduali la sinistra giunge a posizioni appena responsabili guarda caso in tempo per le campagne elettorali. E come suo solito, per approssimazioni graduali, senza strattoni, anzi con l'illusione tranquillizzante del "continuismo" ("ma è stata sempre questa la nostra posizione", sentirete dire), accompagna il suo popolino mentre compie le necessarie scelte di governo, ma senza in realtà comunicare ed infondere mai cultura di governo. Perché il suo popolino va trattato come un gregge. Dev'essere protetto, non è ancora pronto a subire gli shock della realtà, non gli si può dire in faccia come stanno davvero le cose. E poi, va sempre tenuto in caldo per i duri anni all'opposizione.

Strada lunga e tutta in salita

L'intesa fra Unione e Radicali è «difficile» proprio perché i radicali non hanno rinunciato a nessuna delle proprie bandiere. Ieri come oggi si battono contro i corporativismi e per la modernizzazione del paese.
«Il centrosinistra ha bisogno di Blair, di una scossa anche sul fronte economico-sociale; non basta battere Berlusconi, occorre anche e soprattutto rispondere alle domande di modernizzazione e liberalizzazione che il suo Governo ha deluso e tradito».
Capezzone insiste, vuole più mercato per tutti:
«Incontriamo Blair, quello che denuncia l'iniquità e inefficienza dell'attuale modello europeo e quello che trova una possibile terapia e spiega che, come gli anni '80 sono stati quelli dei sindacati e gli anni '90 quelli dell'economia, gli anni 2000 devono essere centrati sulla possibilità di scelta dei consumatori dei servizi».
«L'accordo politico con l'Unione sarà anche vicino, ma la strada verso la Rivoluzione liberale è ancora lunga. E in salita», conclude Guido Gentili su Il Sole24Ore.
Basta avere fiato e gambe.

Sul fronte della laicità, il superamento del concordato non è una proposta bizzarra per il 40% dei cittadini intervistati da Mannheimer.

Osservatorio elettorale

La "primavera" del Cairo non è finita, nonostante quelle che si avvicinano sono elezioni che possono essere già definite farsa. Ne parla Emma Bonino a il Riformista.
«... oggi il regime è impaurito, fragile e sa di esserlo: tanto che l'unico partito che poteva destabilizzarlo, il Ghad di Ayman Nour, è stato tenuto lontano con ogni mezzo, impegnando continuamente il suo presidente in vicende legali. Due settimane fa il grande sociologo e attivista Saad El Din Ibrahim è stato attaccato da squadristi durante una riunione dell'Egyptian Taskforce for Democracy. Il regime non è in grado di affrontare una normale dialettica di opposizione politica, sta compiendo passi indietro per paura. Ma è comprensibile: l'Egitto non vive nel vuoto pneumatico ma in una regione dove un "normale" assassinio politico come quello di Hariri ha portato in pochissimo tempo al ritiro dei siriani dal Libano, all'incriminazione del cognato di Assad. Cose che prima del 2001, mi dicono molti amici arabi, nemmeno i più visionari potevano aspettarsi. Nella regione tutto è in movimento, i governi sono in bilico. Per fortuna, ripeto. L'Egitto è parte di questo processo... No, non si torna indietro. Rispetto al 2000 la vera differenza è che ora tutto o quasi è pubblico, e sotto gli occhi di tutti. Ma c'è il rischio che il processo sia troppo lento e alla fine tutto risulti inutile. Nel mondo del 2005 la scelta dei tempi e fondamentale».

Monday, November 07, 2005

Azerbaijan. Riflettori puntati sulla piazza

Si è votato come previsto, cioè piuttosto una farsa, in Azerbaijan. L'Osce: «Non rispettati gli standard democratici». Le opposizioni sono sul piede di guerra. Il giorno della protesta è il 9 novembre e 1972 ci suggerisce di «pensare a un colore».

Gli Stati Uniti si dicono «preoccupati». Washington ha subito chiesto al governo di Baku «di avviare indagini immediate» sui brogli e le irregolarità e all'opposizione che tutte le manifestazioni di protesta «siano pacifiche».

Su New Eurasia aggiornamenti in presa diretta sul campo, immagini, exit poll. Da tenere d'occhio anche Registan, Blogrel e Publius Pundit.

La sinistra che torna sulla terra?

Nell'intervista di domenica a La Stampa Piero Fassino dice il dovuto. Sorprende, certo, che dopo anni all'opposizione in cui la sinistra decide sempre di dar sfogo alle sue pulsioni più irresponsabili, vedendo la prospettiva di tornare al governo, oggi i vari leader cerchino di ritornare sulla terra.
«Se vinceremo collaboreremo lealmente con Bush. E' stato scelto dagli elettori. Chi governa l'Italia fa i conti con il presidente americano che c'è... Tutti a casa è un'espressione che non mi piace perché dà l'idea di rinunciare ad assumersi le proprie responsabilità... Il ritiro delle nostre truppe deve essere deciso alla luce di un ragionamento politico: il 2005 non è stato solo un anno di attentati».
L'elezione dell'assemblea costituente; la nomina di un governo sovrano e di un curdo a presidente della Repubblica; l'approvazione della costituzione; presto l'elezione di un nuovo Parlamento. Fassino sembra persino parlare di ritiro delle truppe italiane dall'Iraq a missione compiuta e non prima.
«Sono tutti atti che possono consentire nel 2006 un pieno trasferimento di poteri alle nuove autorità irachene e quindi anche il rientro delle truppe straniere... Insieme agli iracheni, agli americani e agli inglesi discuteremo un calendario di ritiro utile alla transizione irachena... anche noi vogliamo che l'Iraq non torni indietro».
Se quindi passo dopo passo i vecchi errori sembrano essere riconosciuti, i nuovi già si affacciano. Sull'Iran bisogna evitare di «precipitarsi alle sanzioni senza un negoziato vero», occorre «dialogare» e così via. Si capirà con il solito ritardo, e non prima di aver ripetuto gli stessi errori commessi con Saddam, che con il regime dei mullah, per la sua stessa natura, non c'è negoziato e dialogo in grado di dare frutti e che l'unica via per evitare una guerra è la destabilizzazione del regime e la sua caduta.

Restare in Iraq è il messaggio contenuto nella sua «lettera agli italiani» pubblicata oggi dal quotidiano La Stampa. Il messaggio viene rilanciato dagli schermi del Tg1: per noi iracheni il vostro ritiro sarebbe una catastrofe, ripete il presidente iracheno in visita in Italia, il leader curdo Jalal Talabani, quello contrario alla pena di morte. Il ritiro del contingente italiano «dovrebbe essere deciso insieme al governo iracheno». «La vostra presenza, seppur ridotta di numero, è molto importante per il morale degli iracheni, lo tiene alto. Vogliamo vedere in Iraq non solo gli americani e gli inglesi, ma anche gli altri europei. E' importante per noi ma anche per loro».

Le attività terroristiche «stanno diminuendo molto» e «c'è sempre meno boicotaggio».
«Quattro mesi fa c'erano dai dieci ai quindici attentati con autobomba al giorno, oggi solo da uno a tre. E, ancora quattro mesi fa molte città erano sotto il controllo dei terroristi. Oggi non ce ne sono più... La maggioranza degli iracheni ha partecipato al processo democratico andando alle urne per il referendum e per le elezioni. Ed ha partecipato anche chi ha detto no».
Incontrando oggi il presidente della Repubblica Ciampi e del Senato Pera, Talabani ha colto l'occasione per commemorare ancora i caduti di Nassiriya definendoli «tutti eroi». Domani incontrerà Berlusconi, il ministro degli Esteri Fini e il presidente della Camera Casini. Giovedì, infine, l'immancabile udienza in Vaticano, da Papa Ratzinger.

Nell'altro campo dopo la politica estera dove la sinistra è più retriva, cioè nelle riforme economiche, Luca Ricolfi - il primo studioso a mettere in guardia la sinistra dal «complesso dei migliori» che l'affligge - scrive che i «congelatori» del sistema, i difensori dello status quo «garante di privilegi, rendite di posizione, vantaggi corporativi», spuntano fuori come funghi lungo tutto il perimetro del sistema politico. Sono anche al centro, nei partiti "moderati", e non solo alle ali estreme degli schieramenti. Guarda caso i riformatori coincidono con le sparute componenti liberali nelle due coalizioni. Chissà se qualcuno è in ascolto.

E adesso come vi liberate del Bobo?

Bobo CraxiSe l'obiettivo è la novità della "Rosa nel pugno" e non la sommatoria dei partiti

L'ultima conversazione settimanale è stata tutta un Saverio di quà... Saverio di là... Saverio di sù... Saverio di giù. Suvvia, ma quale Saverio!? Non capiamo cosa induca Pannella a parlare di Saverio Zavettieri in termini così confidenziali. Non l'abbiamo mai capito, e tanto meno lo capiamo dopo le pugnalate alle spalle della "Rosa nel pugno" assestate da Saverio durante il suo intervento, la settimana scorsa, all'assemblea dei "grandi elettori" di Craxi: gli attacchi a Pannella e alla Bonino; i distinguo sulla battaglia laica; una curiosa contrapposizione tra "blairismo e liberalsocialismo" da una parte (incarnati dallo stesso Zavettieri) e "radicalsocialismo" dall'altra; di nuovo l'"unità socialista" come priorità logica e cronologica rispetto al nuovo soggetto con i radicali; il simbolo del garofano alle elezioni amministrative.

Per non parlare delle maldestre ambiguità di Bobo Craxi al Congresso dei Radicali italiani, che da sole meritavano già una rottura immediata. Nel modo di fare politica, e nella concezione stessa della politica, un Pannella e un Zavettieri sono agli antipodi. "Compagno" a chi?

E pensare che tra i radicali c'era chi si entusiasmava per lo "storico" congresso del Nuovo Psi di qualche settimana fa, parlando a sproposito di grandi passioni e svolte politiche. Niente di tutto ciò: bisogna prima intendersi su ciò che vuol dire "politica". Questo modesto blogger vedeva solo «garofani secchi», «limoni spremuti» e un «ignobile spettacolo», sperando che prevalesse la linea De Michelis per un semplice motivo: questi socialisti meglio perderli che acquistarli.

E c.v.d. adesso il problema è come mettere alla porta un Bobo e i suoi compari, come rimediare al grave errore tattico di Pannella. Il leader radicale, per troppa esuberanza, ha aperto anzitempo un vero e proprio vaso di Pandora quando ha spinto Bobo Craxi a terremotare il congresso del Nuovo Psi e a forzare i tempi di quella svolta che doveva portare all'adesione del partito al nuovo soggetto con Radicali e Sdi.

Alla luce delle cose viste con i nostri occhi e origliate da Malvino al Congresso di Riccione, delle parole nette e inequivocabili pronunciate da Bobo e Saverio all'assemblea dei delegati, è lecito temere che l'ingresso degli scissionisti del Nuovo Psi nella "Rosa nel pugno" porti in sé una pesante contraddizione, direi l'embrione di una futura scissione, un tumore capace di uccidere la "cosa".

Per costoro infatti si tratta di una mera operazione di re-styling politico, di ricollocazione elettorale e di sopravvivenza personale. Serve un nuovo contenitore nel quale farsi eleggere e continuare a "maneggiare" politica. Un organismo ospite nel quale incistare tutte le dinamiche che hanno portato i socialisti a scissioni degne dell'atomo. Un serbatoio di amministratori locali terminali di sempre nuove clientele che nulla hanno a che fare con la Nuova Politica cui ambiscono Pannella e Boselli. Non sappiamo se avesse ragione Robilotta a definire Zavettieri 'ndranghetista, ma di certo figure politiche come quelle di Zavettieri spiegano molto del perché certe regioni non riescano a liberarsi della propria mafiosità.

E' con costoro che Pannella intende riportare i radicali in Parlamento? A costoro si accompagneranno nelle piazze e nelle vie, sui marciapiedi, per far conoscere il nuovo soggetto? Il solo accostamento dei radicali con simili avanzi di regime, il solo degnarli di uno sguardo da parte di Marco Pannella, costituisce ogni volta un danno per l'ambizioso progetto della "Rosa nel pugno". Se l'obiettivo è la novità politica e non la sommatoria dei partiti, urge un immediato intervento chirurgico di socialistectomia. Quello della pappa riscaldata dell'«unità socialista» prima (e i radicali, semmai, dopo) è il problema politichese da affrontare e risolvere prima che sia troppo tardi, visto che in Calabria le cose stanno già precipitando:
Il senatore dello Sdi Cesare Marini ha rassicurato Zavettieri circa le sue perplessità: «Non abbiamo inserito a Fiuggi il Nuovo Psi in quanto non c'era stato ancora il vostro congresso. La linea che si terrà non sarà un compromesso tra i vari partiti ma deciderà la maggioranza».

Friday, November 04, 2005

Una forza di governo la riconosci dalle proposte

Caro direttore, raccolgo la sollecitazione di Macaluso. La «Rosa nel pugno» non solo vuole essere, ma è già forza di governo. Le sue proposte per il governo dei fenomeni la rendono tale. Riotta, ma non solo lui, riconosce che i radicali costringono a «riflettere, decidere, agire» su temi cruciali. Un nome: Emma Bonino. Non è l’impopolarità o la difficoltà di una proposta a renderla parziale o non “di governo”. Il “sale” della coalizione sono semmai quelle politiche di retroguardia utili solo a preservare sbiadite identità. Il nuovo soggetto si pone a tal punto il problema del governo che non nasce come unità socialista, ma concependo il superamento di quella tradizione socialista che da sola oggi non può ambire a guidare né il paese né un processo politico unificante. Provo dunque una risposta: anche radicali e socialisti dovrebbero porsi l’obiettivo di un partito democratico all’americana. Ma con un Dna preciso: individuo, mercato, interventismo democratico. E laicità: una risposta non ritorsiva (né parziale: pensiamo al tema della secolarizzazione dell’islam) che si contrappone a qualsiasi pretesa, confessionale o ideologica, di monopolizzare l’etica pubblica.

Ecco cosa vuol dire destabilizzare: Iran libero!

E' proprio la tensione tra Italia e Iran l'effetto tanto positivo quanto inaspettato della fiaccolata organizzata per oggi da Il Foglio sotto l'ambasciata iraniana a Roma. Da semplice manifestazione è divenuto un caso politico-diplomatico. Un esempio di scuola di come anche un movimento di opinione occasionale, recepito però in modo trasversale e senza sofismi dall'intera classe politica, può far sentire a una dittatura il fiato sul collo. Il ministro degli Esteri Fini è stato bravissimo a intercettare la reazione dell'opinione pubblica italiana alle minacce di Ahmadinejad contro Israele e a porre per qualche giorno l'Italia all'avanguardia tra le democrazie nell'esercitare pressioni sul regime dei mullah, chiedendo di portare il dossier sul nucleare iraniano all'Onu.

Il Ministero degli Esteri iraniano ha reagito convocando per chiarimenti l'ambasciatore italiano a Teheran, Roberto Toscano. E in queste ore un gruppo di manifestanti si sono radunati davanti all'ambasciata italiana per un presidio di protesta. Gli italiani che manifestano sono «sionisti», ha decretato il regime.

Anche nel comunicare che non sarà fisicamente presente alla fiaccolata, Fini non ha abbondonato la sua fermezza:
«Ho serie e motivate ragioni per ritenere che la mia presenza fisica, quale Ministro degli Esteri, alla manifestazione di questa sera potrebbe determinare da parte iraniana conseguenze lesive dei nostri interessi nazionali e della sicurezza dei nostri connazionali. Confermo di essere idealmente a fianco di tutti coloro, mi auguro tantissimi, che questa sera esprimeranno il loro sdegno per le intollerabili minacce di Teheran alla esistenza dello Stato di Israele. Per senso di responsabilità istituzionale e per non dare pretesto o alibi alcuno, per quanto immotivato, ai fautori dell'istigazione all'odio mi asterrò dal partecipare fisicamente e mi auguro che questa mia sofferta decisione renda ancor più chiara la vera natura del regime iraniano».
Gli ordigni scoppiati nella sede di British Airways e British Petroleum a Teheran; i continui attacchi alle truppe britanniche in Iraq nell'area intorno a Bassora (esistono «prove» che l'Iran ed Hezbollah siano coinvolti); la ripresa delle operazioni per l'arricchimento dell'uranio nella base di Isfahan; le parole di Ahmadinejad contro Israele, definite «rivoltanti» da Blair. Tutto questo sta inducendo la Gran Bretagna a cambiare strategia nei confronti dell'Iran. Basta coi giochetti diplomatici, la reazione sarà «molto seria» e verrà chiesto che la questione del nucleare finisca al Consiglio di sicurezza dell'Onu per predisporre sanzioni.

Una nuova mobilitazione. L'atteggiamento volutamente di sfida dell'Iran verso la comunità internazionale è confermato da quella che il Times ha definito «la purga» dei diplomatici iraniani in giro per il mondo. Ahmadinejad ha pubblicamente criticato i diplomatici coinvolti nella negoziazione con l'Ue per la loro debolezza e verranno sostituiti. Se il ricambio riguarderà anche la rappresentanza in Italia non dovremo perdere l'occasione per una nuova mobilitazione, nella forma di un appello al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: presidente, non accetti le credenziali dal nuovo ambasciatore iraniano!

L'eco della manifestazione di stasera intanto sbarca negli Stati Uniti grazie a Michael Ledeen, attento osservatore di cose italiane, il quale ricorda che se non pretendiamo la libertà per tutti finiremo per "opprimere" i molti popoli che diciamo di difendere. In un articolo di qualche giorno fa, in cui esplorava tutti i contatti e i coinvolgimenti diretti del regime iraniano con il terrorismo fondamentalista («dimenticate le microanalisi sull'insorgenza irachena. Non è una guerra condotta da ex baathisti. E' molto più grande di questo, e l'epicentro di tutto è a Teheran»), Ledeen ha ricordato che «il nemico più potente del regime terrorista più pericoloso al mondo è il popolo iraniano» ma noi non lo stiamo appoggiando politicamente ed economicamente. «Il popolo iraniano soffre, dimostra, protesta, e muore, ma non un singolo paese occidentale ha avviato una seria politica iraniana».

Thursday, November 03, 2005

Il premier avvitato su se stesso

Dopo essersi fumato in cinque minuti una delle poche politiche di cui poteva restare orgoglioso, Berlusconi in un colloquio con Renato Farina, vicedirettore di Libero, mostra di non aver capito nulla della minaccia terroristica e, a quasi tre anni di distanza, della guerra in Iraq.

Antefatto. L'Italia non partecipa alla guerra, ma offre le proprie truppe per la stabilizzazione nel dopoguerra; nel contesto di una forza multinazionale legittimata dall'Onu e invitata a restare dal governo legittimo degli iracheni.

In senso stretto è vero che quando il premier dice che la guerra voleva evitarla e che l'Italia comunque non vi ha preso parte (la costituzione non lo permetteva) siamo di fronte a una non-notizia. Oggi Berlusconi ci racconta che quelle sue parole sono studiate a tavolino, perché «c'è di mezzo l'Italia».
«Come fate a non avere questa avvertenza? Siamo esposti ad attacchi micidiali del terrorismo. Io non rinnego nulla, espongo sempre la verità per togliere pretesti propagandistici a chi vuole organizzare stragi. Per questo evidenzio la mia assoluta disponibilità al dialogo con i Paesi islamici... Ho voluto dare l'intervista a La7 su questi temi perché fosse amplificata da Al Jazeera e io potessi apparire per quel che sono: leader di un Paese che in ogni maniera ha cercato di tenere lontana la guerra. Che non ha attaccato nessuno e non è in guerra. Le nostre truppe in Iraq non sono di occupazione, sono forze di pace, sotto l'egida di una risoluzione dell'Onu. Siamo intervenuti soltanto allora... Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un Paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa. Io ho tentato a più riprese di convincere il presidente americano a non fare la guerra. Ho tentato di trovare altre vie e altre soluzioni. Non ci siamo riusciti e c'è stata l'operazione militare. Io ritengo che si sarebbe dovuta evitare un'azione militare».
«Togliere pretesti» ai terroristi? Ve lo immaginate Blair che parlando ad Al Jazeera si rivolge ai terroristi per convincerli che - lui sì - ha provato di tutto per scongiurare la guerra? Probabilmente è anche vero che ha tentato, ma quale valore politico avrebbero parole simili? Berlusconi è patetico, perché al di là di quel senso stretto è innegabile che la posizione dell'Italia alla vigilia del conflitto era comunque di sostegno alla politica estera Usa; è innegabile che la non belligeranza non significava neutralismo. E fu un merito. «Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore...». Dunque, implicitamente ritiene che lo sia per Bush e Blair?

Oggi, a cose fatte, in un contesto pre-elettorale e alla vigilia di una visita a Washington, ricordare la presunta specificità della posizione italiana assume un valore politico diverso, ha il sapore del cerchiobottismo e dell'ambiguità. Nel peggiore dei casi si tratta di trarne un vantaggio elettorale (incassare la benedizione di Bush e al contempo tranquillizzare la base elettorale neutralista): può anche essere vero che la Casa Bianca «teme un cambio di governo in Italia», ma certo non è stato "diplomaticamente corretto" mettere in difficoltà l'alleato rivendicando una "sensazione". Nel migliore dei casi, appunto, lo scopo è quello di «togliere pretesti» ai terroristi, dimostrando però di non avere affatto compreso la natura della minaccia terroristica, che dei pretesti se ne sbatte.

E' chiaro anche agli osservatori meno smaliziati che quelli del premier sono distinguo (per convenienza elettorale o nazionale poco importa) che non possono cancellare, ora che ce ne sarebbe bisogno per la sicurezza (?), il sostegno politico che il governo scelse di dare alla politica angloamericana sull'Iraq. Ho sempre guardato con rassegnazione quegli esponenti del nostro governo che nelle trasmissioni televisive si mettevano sulle difensive senza nemmeno un pizzico di idealismo democratico e, senza mai difendere la causa dell'esportazione della democrazia e della libertà, spiegavano che - per carità - l'Italia non era in guerra, non condivideva la scelta di Bush, ma che Saddam era pericoloso.

Al contrario, oggi come allora non ci dovremmo nascondere: "Non potevamo partecipare alle operazioni belliche, ma vi abbiamo partecipato idealmente". Invece, rivendicare senza vergogna una politica estera condivisa con Washington e Londra è ancora tabù, è una battaglia culturale ancora da combattere. Sono loro, quelli che a dargli retta Saddam sarebbe ancora al potere, a doversi giustificare.

L'espressione «ogni maniera» poi lascia un po' perplessi. Dubitiamo della determinazione, oggi persino ostentata, con cui Berlusconi avrebbe speso le sue carte. Nelle fasi decisive della crisi, il suo ministro degli Esteri e la sua maggioranza irrisero la mozione "Iraq libero", sottoscritta dalla maggioranza dei parlamentari, che impegnava il governo a lavorare per l'esilio di Saddam.

Per il regime change in Iran

Sono sorpreso dalla sorpresa della politica per le minacce di Ahmadinejad contro Israele. Da vent'anni tutti i leader iraniani dicono cose simili o anche peggiori. Forse a renderci più sensibili oggi è il vento nuovo che si respira in Medio Oriente, il cui merito va in parte riconosciuto a Bush e a Sharon. Tuttavia diciamoci le cose come stanno: l'Onu non è in grado di affrontare la minaccia iraniana. La Russia ha già scelto da che parte stare. I paesi democratici prendano in mano l'iniziativa. Non commettano l'errore fatto con Saddam, cioè chiudersi nei palazzi di vetro perdendosi in tecnicismi e rendendo quindi inevitabile la guerra, ma puntino all'isolamento e all'indebolimento del regime sul piano morale e politico. Stati Uniti ed Europa abbraccino pubblicamente l'obiettivo del regime change con democrazia e libertà come motivazioni. Lo perseguano in concreto con la denuncia del regime, la sua destabilizzazione, bombardando d'informazione le opinioni pubbliche e offrendo appoggio concreto e diretto alle opposizioni democratiche. Storie di alta lotta umana come quella di Akbar Ganji non dovrebbero passare inosservate. I "Gandhi iraniani" possono battere il regime.

Tuesday, November 01, 2005

Il 3 novembre con o contro Israele, con o contro la libertà

Il 3 novembre Jimmomo ci sarà. Il congresso di Radicali italiani mi ha tenuto lontano dalla più stretta attualità di questi giorni ma non mi è sfuggita l'iniziativa ferrariana e il perfetto comunicato di adesione dalla redazione di TocqueVille.
"la volontà di combattere contro ogni forma di razzismo, di democidio, di totalitarismo... Siamo sinceramente lieti della partecipazione del segretario DS on. Piero Fassino, ma nello stesso tempo esprimiamo gravi preoccupazioni per l'ondata neorazzista anti-israeliana e anti-americana che infanga da troppo tempo molte testate giornalistiche e molti movimenti sedicenti "progressisti" e "pacifisti" di tutto il mondo e dell'Italia... Ci sentiamo tutti israeliani e siamo al fianco di quel popolo che è stato martoriato in Europa e dall'Europa solo pochi decenni fa, e che oggi vive sotto minacce verbali gravissime e minacce nucleari ancora peggiori. La difesa, la liberazione, la tutela del popolo iraniano e dei cittadini del sud del Mediterraneo (espressione splendida, n.d.r.), devono passare attraverso la diffusione dei princìpi democratici liberali; la crescita economica di quelle popolazioni sarà possibile solo con una netta cesura delle relazioni pericolose con i loro leader aguzzini".
Non poteva esserci migliore iniziativa - in grado cioè di riassumere meglio lo spirito con il quale furono gettate le fondamenta di TV - per la prima uscita pubblica di TocqueVille. Sarebbe anzi utile - per incontrarci e farci conoscere - predisporre un gazebo-stand.

Quindi, per gli israeliani, per gli americani, per gli iracheni e per gli iraniani, ma anche per noi tutti, ci sarò. In un prossimo post vi dirò come chi verrà potrà riconoscermi in mezzo alla folla.

Sorpreso di chi si sorprende

1972 denuncia la politica di appeasement con la Cina della Chiesa guidata da Ratzinger. Il mio idealismo democratico è altrettanto convinto, ma più che una delusione è per me una conferma. Dopo la caduta del comunismo in Europa, sempre più chiaramente la Chiesa intesa come Città Stato del Vaticano ha individuato come nuovo nemico il liberalismo, il relativismo, e non più il totalitarismo, e si è posta come obiettivo la riconquista del terreno perduto come rivincita sulla secolarizzazione. Su questi obiettivi dialogando persino con l'islamismo. Negli ultimi anni di vita di Giovanni Paolo II questo nuovo indirizzo era già divenuto preponderante. Ratzinger ne ha tratto le conseguenze più ovvie, facendo di questa politica la sua missione. Sorpreso? Sì, ma di chi ancora si sorprende. Come se gli ultimi due successori di Pietro non avessero paragonato i parlamenti democratici che legalizzano l'aborto al nazismo.

Berlusconi brucia l'ultima carta

E così non gli è rimasto nulla, ma proprio nulla. Dimostrando in modo ultimativo di essere guidato da convenienze e non da convinzioni. Foglia dopo foglia, sono cadute tutte: le libertà civili; le riforme economiche; infine, la politica estera. Il carciofo nudo della CdL, è rimasto solo il bastone della leadership di Berlusconi. Ogni voce liberale sulle libertà civili è stata soffocata dando deleghe in bianco alla triplice Giovanardi-Alemanno-Cè; di liberismo è rimasta un'ombra Brunetta, ma il ministro dell'Economia è niente più niente meno che un no global (basta dare un'occhiata al suo libro).

Ora sappiamo che anche quella che ci era apparsa l'unica politica che Berlusconi potesse rivendicare del suo governo, la politica estera, era fondata sul nulla. Certo non su forti convinzioni e chiare scelte morali. Per un attimo ci aveva illusi che l'Italia potesse giocare all'estero se non altro un ruolo chiaro. Di quello ci saremmo accontentati. Di una collocazione chiara senza ambiguità. C'è modo è modo per presentare all'opinione pubblica un ritiro dall'Iraq, forse reso necessario anche dai costi di missione e dalla scarsità di uomini. Invece di affermare con orgoglio "mission accomplished", Berlusconi ha sconfessato la decisione di quelli che erano stati i suoi alleati, sconfessando così la sua stessa politica estera.

E ha suggellato tutto questo con una gaffe patetica. Bush "teme cambi di governo in Italia", fa sapere Berlusconi. "L'America non entra nelle vostre elezioni. Berlusconi ha già chiarito", risponde più sorpresa che irritata la Casa Bianca. Il premier è costretto a correggersi: Bush si è limitato a fargli gli auguri. D'altra parte Bush non ha affatto interesse a prendere parte nella contesa elettorale italiana e si sa che alla Casa Bianca sta salendo il credito di cui gode Fini.

Ancora di più le parole di Berlusconi confermano che non solo rappresenterà un'eccezione fra quei leader rieletti alla guida del loro paese nonostante (o grazie) alla guerra in Iraq - Bush, Blair, Howard - ma oggi ci accorgiamo che neanche lo merita.