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Wednesday, January 17, 2007

Indice della Libertà Economica. Italia in caduta libera

I paesi in blu scuro sono quelli dall'economia più liberaUn'economia di mercato ha bisogno di due cose per funzionare: concorrenza e una giustizia civile efficiente. Servono regole diverse, non più denaro pubblico

E' un classico. E' il "fattore politico" in sé, il peso dello Stato, a frenare l'economia e la società italiana in realtà ricca di potenzialità inespresse, e frustrate da un grado di libertà estremamente inferiore agli altri paesi sviluppati. Si direbbe che per quanto a Palazzo Chigi possano investire nel migliore dei modi i 40 miliardi della Finanziaria, il solo mettere le mani danneggia il sistema più di quanto lo possa favorire.

L'Indice 2007 della libertà economica, elaborato dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Journal, in collaborazione con l'Istituto Bruno Leoni, pone l'Italia al 60° posto nel mondo, dopo Namibia, Belize, Slovenia e Kuwait, e al 28° sui 41 paesi della nostra area geografica. L'economia italiana è libera al 63,4%, stesso ranking dell'Uganda. Nella classifica dell'anno scorso eravamo al 42° posto. Mentre noi rimaniamo fermi, incapaci di riformare le nostre istituzioni e il nostro sistema economico e sociale, altri paesi più dinamici ci sorpassano, e così di anno in anno scivoliamo sempre più in basso.

L'Italia ha «un buon punteggio per quanto riguarda la libertà d'impresa, di scambio, di investimento e in campo monetario», mentre «la libertà dall'intervento dello Stato, i diritti di proprietà e la libertà dalla corruzione sono relativamente deboli». Come nella maggior parte delle social-democrazie europee, «la spesa pubblica e le aliquote fiscali raggiungono livelli straordinariamente elevati al fine di finanziare un pervasivo stato assistenziale».

Drammatico lo stato della giustizia civile, che non tutela a sufficienza i diritti di proprietà e i vincoli contrattuali, scoraggiando gli investimenti. Non a causa di una mancanza normativa, ma perché le vertenze giudiziarie sono «lente e numerose aziende preferiscono giungere ad un accomodamento extra-giudiziario». Il rispetto delle normative e delle sentenze viene «ulteriormente ostacolato da un'amministrazione pubblica inefficiente». Molti giudici, si osserva inoltre nel rapporto, sono «politicamente orientati». Rispetto ad altri paesi la corruzione «non è particolarmente grave, ma è elevata per un'economia avanzata».

Il livello di dazi e tariffe doganali «è basso, sebbene l'inefficienza della burocrazia» imponga «barriere di altro tipo». Inoltre, «svariate barriere non tariffarie» vengono poste dalle autorità italiane ed europee: i sussidi al settore agricolo e a quello manifatturiero, vincoli normativi e nella concessione di licenze e altre limitazioni all'accesso al mercato. Normative molto «restrittive» comprimono il campo farmaceutico e bio-tecnologico. «Debole» la tutela della libertà intellettuale.

Tasse e spesa pubblica sono «eccessive». L'aliquota dell'imposta sul reddito, registra l'Indice, può raggiungere il 43%, mentre il gettito fiscale complessivo ha raggiunto il livello del 42,2% del PIL. Anche la spesa pubblica, comprendendo i consumi e le attività di redistribuzione del reddito (pensioni, sovvenzioni, ecc.) viene giudicata «estremamente elevata». Negli ultimi anni ha raggiunto la spropositata quota del 47,8% del PIL, mentre lo Stato ricava solo lo 0,9% delle proprie entrate dalle imprese statali o da altre proprietà.

Alcuni beni e servizi sono ancora soggetti a tariffe imposte a livello nazionale dallo Stato: acqua potabile, elettricità, gas, pedaggi autostradali, farmaci prescrivibili, telecomunicazioni, trasporti interni. L'Italia è sì «aperta» agli investimenti dall'estero, ma il governo può ancora «porre il veto all'acquisizione di imprese italiane che coinvolgano investitori stranieri». Inoltre, l'inefficienza della burocrazia, l'inadeguatezza delle infrastrutture e la rigidità del mercato del lavoro scoraggiano ulteriormente gli investitori.

Le normative relative al lavoro dipendente sono «fortemente restrittive», secondo il rapporto, addirittura «tali da ostacolare l'occupazione e la crescita della produttività». «Decisamente elevati» i costi «non salariali» dei lavoratori dipendenti e «onerosi» i licenziamenti. Troppo «rigide», infine, le norme che regolano l'aumento o la riduzione delle ore lavorative.

«La cosa grave è che non c'è nulla di nuovo da segnalare: l'Index of Economic Freedom ci vede sostanzialmente "galleggiare" da anni, senza capacità di trasformare le necessarie riforme da slogan elettorale in politica di governo», commenta Alberto Mingardi, direttore dell'IBL: «La posizione dell'Italia continua a scivolare in classifica, sostanzialmente perché il resto del mondo invece non resta al palo, e sa migliorare il proprio grado di libertà economica e sa dunque mettersi in condizione di far crescere la propria prosperità».

«Un'economia di mercato – ci avvertono gli economisti Francesco Giavazzi e Alberto Alesina sul loro ultimo libro, "Goodbye Europa" – ha bisogno di due cose per funzionare: una giustizia civile efficiente, che faciliti l'applicazione dei contratti e protegga le parti interessate, e regole che garantiscano al tempo stesso la sicurezza e la tutela dei consumatori, ma senza creare inutili costi per avviare e svolgere un'attività economica». Dunque, concludono, «per ricominciare a crescere occorrono regole diverse, non più denaro pubblico. Ma le regole si cambiano solo se si ha il coraggio di abbandonare il mito della concertazione: non c'è nulla da concertare con chi gode di privilegi a danno della maggioranza dei cittadini». Il libero mercato è il nostro unico ossigeno, va amato, non mal sopportato.

Tuesday, January 16, 2007

Via alle iscrizioni, c'è già il primo testimonial

Riprendo da Wittgenstein:

«Sono iscritto da una decina d'anni (a occhio e croce) a un partito. È l'unico partito a cui sia mai stato iscritto. Ed è l'unico partito a cui mi sarei potuto iscrivere senza sentirmi iscritto a niente. Con i radicali funziona così: loro a un certo punto ti chiedono dei soldi. Tu pensi che certe volte non sei d'accordo, ma anche che se non ci fossero sarebbe molto peggio e fanno molte cose che condividi e che non fa nessun altro (ognuno scelga le proprie). E nel mio caso pensi che alcuni di loro sono cari amici di ottime intenzioni e frequenti risultati. E così gli dai dei soldi (pochi, comunque)...

Avevo qualche dubbio in più quest'anno, ma ho pensato che appena mi avessero trovato, avrei dato gli estremi della carta di credito eccetera...»


Ma poi... andate a leggere.

JimMomo ha già rinnovato, ciascuno ha il suo carattere, e se lo tiene.

Amore, cuore... Pannella

A Notizie Radicali:

Cara signorina Carla, eh sì, i ragazzi non sono più quelli di una volta! Peccato che il suo pezzo sia troppo lungo per entrare nel biglietto di un bacio perugina. Tuttavia se ne potrebbero comunque ricavare sette otto gemme per altrettanti baci... però del tipo nuovo rosso, alla ciliegia. Cordiali saluti
Federico Punzi

Monday, January 15, 2007

Su Vicenza si decide il ruolo dell'Italia nei prossimi anni

Le recenti prese di posizione critiche dell'Italia nei confronti delle operazioni militari Usa contro Al Qaeda in Somalia e nei confronti del nuovo piano di Bush per l'Iraq; ma soprattutto il probabile "no" all'ampliamento della base militare americana di Vicenza. Sono queste le divergenze che rischiano seriamente di danneggiare i rapporti tra Stati Uniti e Italia, sui quali ha scritto cose intelligenti Andrea Romano, su La Stampa.

Entrambe le coalizioni non rinunciano a giocare «la carta americana con tutto il suo carico evocativo», ma lo fanno ad uso politico interno. Un «gioco di ruolo che ha ben poco a che fare con le reali decisioni che i governi hanno assunto in politica estera». Da una parte, l'ansia di accreditarsi come il "migliore amico" di Washington, dall'altra quella di corrispondere, con una «postura anti-americana», alle attese dell'elettorato, a cui è stato fatto credere che i mali del mondo siano imputabili agli Usa e a un «signore malvagio» di nome Bush «con la propria banda di guerrafondai».

«Ad un grado di retorica molto elevato», nel centrodestra come nel centrosinistra, corrispondono pochi fatti concreti, in un senso o nell'altro, e l'incapacità di assumersi delle responsabilità.

Tuttavia, la decisione di non autorizzare l'ampliamento della base militare americana di Vicenza potrebbe rappresentare davvero uno spartiacque nei rapporti con Washington e segnare anche un punto di non ritorno nel ruolo che l'Italia è disposta a giocare nell'area del Mediterraneo e nel mondo.

Gli Stati Uniti hanno programmato il potenziamento della base di Vicenza perché sono convinti della maggiore importanza strategica che ha assunto il Mediterraneo rispetto all'Europa centrale alla fine della Guerra Fredda e a causa dell'instabilità in Medio Oriente. Per questi motivi sono altresì convinti dell'importanza, per affrontare le nuove sfide del mondo post-11 settembre, dell'alleanza privilegiata con l'Italia. Di fronte a queste considerazioni - a queste opportunità, se si vuole - dovremmo riflettere bene sul ruolo geostrategico che vogliamo giocare in futuro, perché potrebbe rivelarsi centrale, o potremmo condannarci all'irrilevanza.

Dunque, non è una decisione che possa essere presa preoccupandosi della perdita di qualche centinaia di posti di lavoro, o, viceversa, di raccogliere il consenso dei settori più anti-americani della maggioranza. Sarebbe una scelta miope non tenere in alcun conto, come purtroppo si sta apprestando a fare il Governo, gli effetti di questa scelta sul piano strategico del nostro paese.

Per quanto riguarda il nuovo piano di Bush per l'Iraq, le misure prese potrebbero essere tardive e insufficienti, ma vanno nella direzione che abbiamo sempre sostenuto: più truppe, per tornare a combattere. Di particolare importanza il nuovo approccio che sembra essere stato intrapreso con decisione contro le ingerenze esterne, soprattutto iraniane. Quella in Iraq, infatti, è una guerra che va affrontata con ottica regionale. John Keegan spiega le nuove tattiche - «mente e cuore» - che verranno utilizzate in Iraq dal generale Petraeus con i 21.500 nuovi soldati in arrivo. E tutti (o almeno, così dovrebbe essere) ci auguriamo che funzionino.

Più libertà vuol dire anche più equità

Il giochino di Giavazzi funziona. «Chi è più di sinistra?», si chiede, portando esempi concreti di come liberalizzazioni nel commercio e nelle professioni, e riforme del pubblico impiego, dell'università, del welfare, delle pensioni, sono più «di sinistra» della sinistra cosiddetta "radicale" e massimalista.
«Concorrenza, riforme, merito dovrebbero essere le bandiere della sinistra radicale; questa invece, opponendosi alle riforme, finisce per difendere i privilegi... Una società in cui c'è scarsa concorrenza, in cui nell'impiego pubblico (oltre il 10% di tutti i posti di lavoro) si fa carriera per anzianità e non per merito, è una società in cui il futuro finisce per essere determinato dal censo: proprio ciò contro cui si batte la sinistra».
Il nostro sistema economico-sociale è talmente irrigidito e penalizzato da posizioni di rendita e privilegio, da bardature sindacali e corporative, da tasse, burocrazie e sprechi causati dall'eccessivo peso dello Stato, che un'iniezione di liberismo avrebbe l'effetto immediato di creare maggiore uguaglianza e più opportunità proprio per chi oggi è escluso o ai margini. Nella nostra situazione più libertà equivarrebbe automaticamente a più equità.

Mai così in basso

Pannella e Bordin in studioNon c'è parola migliore di quella usata del direttore Bordin per commentare ciò che è accaduto ieri sera durante la consueta conversazione domenicale di Pannella a Radio Radicale: «Sgradevole». Anzi, una la aggiungo: squallido.

Pannella ha praticamente fatto pesanti pressioni sul direttore, in diretta, per "licenziare" Capezzone dalla rassegna stampa della domenica mattina. Cappato, poverino, non ha uno spazio così privilegiato. Certo, Capezzone "naturalmente dirà che gli facciamo mobbing", ironizza Pannella. "Non avrebbe tutti i torti", mormora Bordin, pronto a piegarsi ai «superiori interessi» del partito, dice sarcasticamente. "Anche tu con il mobbing?!", ribatte Pannella. E Bordin, duro: «Pannella, io non ho paura di niente e di nessuno... a me al massimo mi puoi licenziare, fare mobbing no!». «Facciamo così...», sta per proporre Bordin. "Ma quale decidiamo assieme, ma quale adesso, come editore non ho mai interferito", reagisce bruscamente Pannella: «Lo fai tu», e in un "altro contesto", perché "tutte le decisioni spettano a te e hai la massima libertà" [Gulp !]. Ok, reagisce Bordin, che di Capezzone non è certo un fan: allora "decido che la rassegna della domenica non si cambia".

Dunque, prima le pressioni in diretta radio, inequivocabili, dopo le molte in privato. Il direttore fa per adeguarsi ma l'editore se ne lava le mani. Pressioni? Macché! "Io ho deciso, ma lo fai tu". Bell'ipocrisia, peccato che è tutto andato in onda. Capezzone è "Capezzone", ma pensate a chi viene messo alla porta senza essere nessuno...

Onore al direttore Bordin, che ha affrontato una situazione imbarazzante e oltraggiosa con una pazienza che non so dove abbia trovato e con grande dignità. Per il resto, più che sgradevole, un segno evidente di decadenza e di degrado.

Ecco il video, qui sotto la trascrizione integrale:
Pannella: Da quando c'è la tradizione che il segretario del partito parla la domenica mattina...
Bordin: Per la verità c'era la rassegna stampa di Daniele Capezzone, poi è diventato segretario del partito e ha continuato a parlare la domenica.
P: No-no-no, lui faceva, quando non era segretario del partito, delle cose la sera...
B: No, faceva la rassegna stampa la domenica.
P: Bene, andremo a vedere le carte.
B: E non c'è dubbio.
P: Comunque è chiaro che almeno per cinque anni, se tanto è durato, era segretario del partito...
B: E non c'è dubbio.
P: Quando l'ex segretario del partito la fa la domenica e la fa in un modo egregio, ma anche manifestamente autopromozionale, sul piano politico per carità, be' qualche osservazione si può anche fare. Io so che, per esempio, parlando in Direzione, Cappato, dell'Associazione Coscioni, dice "vorrei essere provato anch'io un tantino se c'è la possibilità..."
B: Fare la rassegna stampa?!
P: Sì, ma non lo diciamo al direttore, perché il direttore com'è noto ha la massima libertà, semmai un aiuto del soggetto politico radicale l'altro, nel dire quello che è il Partito Radicale Transnazionale, o Radicali italiani, o, o, o, cioè soggetti come Radio Radicale...
B: Però scusa questo è sgradevole, perché in verità...
P: Sì?!
B: Sì, embe' un po' sì eh...
P: No no, ma ascolto.
B: Eh no, che devi ascoltare?! Dunque...
P: Come non devo ascoltare?!
B: ... Credo che l'Associazione Coscioni abbia grandi spazi e Marco Cappato alza il telefono e va in onda, non cè alcun problema... la segretaria attuale...
P: No, no, il problema non è dell'onda...
B: Ahhh, è della rassegna stampa?!
P: ... è della domenica mattina che ha, come sappiamo, un primato di ascolti per mille motivi...
B: Ma non è vero!
P: ... perché la gente sta a casa, perché non va in uffficio, perché non sta dappertutto, questo è pacifico...
B: No! ma comunque se vuoi sì... no, non è così! [riso ironico]
P: Allora una valutazione è che la domenica mattina c'è più gente libera di ascoltare la radio come capperi gli pare, invece di andare in ufficio, a scuola con i bambini, eccetera...
B: Sì, questo è vero ma...
P: E' vero per l'80% dei cittadini di questo paese.
B: Vabbe', tanto purtroppo non abbiamo dati d'ascolto affidabili non possiamo...
P: Quindi non avendoli dobbiamo andare a naso.
B: Allora senti, facciamo una bella cosa: decidiamo che la programmazione della domenica mattina viene decisa dal partito, io non ho alcun problema!
P: E tu sai che questo sarebbe offensivo dirlo sia a un elettore sia a un militante radicale.
B: Sì, ehhh lo so, però purtroppo è così!
P: No, l'unico problema è che tutti possono essere sottoposti a delle attenzioni che possono essere anche attenzioni non polemiche ma critiche, non a un operato specifico della radio, e questo significa... Cosa hai detto un momento fa? Decidiamo assieme?! Decidiamo assieme nulla!!
B: Perché? Come editore della radio hai tutto il diritto di...
P: No, perché com'è noto io come editore della radio non ho mai mai mai mai mai accettato di interferire o di dare indicazione. Come facevo prima di essere editore, molto prima, come ascoltare militante interessato alla radio lo facevo prima lo faccio anche adesso. Intervengo, segnalo magari le cose tecniche che la mattina o la sera possono non andare e basta. C'è anche poi una situazione...
B: Mmmh...
P: Nella quale se uno ha l'onestà intellettuale di indicare che un piccolo problema c'è e tra l'altro fra di noi ne abbiamo accennato a questo piccolo problema, già Massimo, no?
B: Mmh, mmh.
P: E io ho sempre detto boh boh, no? Come per dire non è un problema centrale, per dire che poi il problema è della radio. Se poi però viene fuori che questo spazio della domenica mattina... io lo ritengo, ritengo che sia un ottima rassegna stampa, sia fatta come un'ottima rassegna stampa, però ritengo anche che sia un punto, direi, piuttosto privilegiato di ascolto e di posizionamento eccetera... che a mio avviso si è composto per moltissimi anni con una presenza un po' anomala, ma propria di Radio Radicale, per sua scelta, del segretario di... Non del segretario del partito, del segretario di una delle associazioni, Radicali italiani, no? [E qui torniamo alla domanda: se RI è solo un'associazione, non il partito, perché l'incompatibilità è scattata per Capezzone e non anche per i vertici delle altre associazioni che sono divenuti deputati?]
B: Mmmh...
P: Tutto qui. Ciò precisato, naturalmente adesso verrà fuori che gli vogliamo fare del mobbing, togliergli il lavoro, non so che cosa del genere, ma non bisogna accettare, io non intendo accettare il ricatto... di questo tipo.
B: Be', insomma, eh... eh, vabbe', ho capito però, va bene. Vabbe' allora io diciamo che mi riservo una decisione perché ti confesso che...
P: Relativa a che cosa?
B: Relativa alla rassegna stampa della domenica.
P: Ma tu l'hai sempre... La decisione è sempre tua. Nel passato, questa attuale e quelle future, son sempre tue.
B: Va bene! Ma tu sai benissimo che io non ho alcuna voglia di mettermi molto contro i superiori interessi della politica che naturalmente è mia e che mi piace sostenere. Detto questo...
P: Ma i "superiori..." ah be' anche tu hai paura del mobbing, non ho capito...
B: Pannella, io non ho paura di niente e di nessuno quindi figurati se ho paura. Così no eh! Così no!
P: Ma esiste qualche "superiore"? Ma per ciò. No, dico, del mobbing... del mobbing. Eh, ma ti ho detto del mobbing.
B: Ti sto dicendo che a me al massimo mi puoi licenziare, fare mobbing no, eh! Hai capito? Ecco, questo... lo capisci, va bene?
P: No, ecco, no, ma io quello che... non te ne sarei accorto, rispondevo a una cosa che tu dicevi, che ti inchinavi ai "superiori intreressi" del pa...
B: E certo...
P: "Superiori" un cavolo di nulla, io non sono un tuo "superiore"!
B: Chi te l'ha mai detto... se cercavo i "superiori" facevo il militare, che stai dicendo, dài...
P: Certo , appunto, siccome hai detto i "superiori", l'hai usato tu...
B: Ho detto "i superiori interessi", è diverso, non "i superiori", è evidente, non facciamo i giochini di parole!
P: Ma se c'è qualcuno che dà corpo ai "superiori interessi" di... si decidono allora nelle sedi appropriate.
B: Ma lo decidessero, che vuoi da me?
P: E' chiaro che se hanno da decidere lo decidono, ma non hanno nulla da decidere a mio avviso su questo.
B: Io dico una cosa sola, Marco, scusa, tutto ciò è molto sgradevole, però si è aperta una cosa che per altro è diventata una costante di questo programma dal 2007, dal dopo Padova, quindi va benissimo...
P: Quando ne abbiamo accennato cosa ti ho detto io finora?
B: Sì?
P: No-no, te lo chiedo a te.
B: Non lo so.
P: Ne abbiamo accennato. Quando ne abbiamo accennato parlandone...
B: Ne stiamo parlando per radio come al solito con una tradizione di trasparenza che... altro che vertice di Caserta, qua è trasparente tutto, quindi, figuriamoci...
P: Massimo, io dico che almeno tre o quattro volte, nel guardare la situazione generale, la convenzione o altro, abbiamo anche accennato alcune... e c'era anche questa cosa alla quale abbiamo accennato... [la rassegna stampa domenicale di Capezzone] e ti ho detto oh, non è che sia una cosa urgente, questa poi vediamo, lui la fa bene, ma... poi si tratta di vedere, in prospettiva come... e il giudizio della radio è un giudizio editoriale, politico e via dicendo al quale mi sono non solo rimesso - perché si rimette uno che rimette qualcosa, ma ritengo che non posso nemmeno rimettere perché non mi appartiene.
B: Mmmh... Vabbe', ma io era quello che dicevo, cioè, sto dicendo sostanzialmente questo, adesso, "superiori interessi" forse è un'espressione che non è piaciuta, anche perché sì, un filo d'ironia c'era, è innegabile. Io dico solo questo, Marco: tu stai proponendo, hai posto, il problema della permanenza della rassegna stampa di Daniele Capezzone, la domenica...
P: La domenica.
B: Perfetto, allora, facciamo così...
P: No, no-no-no...
B: Come, no? Non ho ancora detto nulla, come già subito no, e allora... e allora no.
P: Nooooo, subito no, nel senso che assieme non facciamo nulla. Lo fai tu! E non so quando, e non in questa sede mentre ne stiamo parlando in un altro contesto.
B: Ho capito, ho capito, ah, va bene, ho capito allora vediamo il problema dopo. Farò io in un altro modo.
P: Come tutti i problemi di gestione e di scelte politiche della radio sono totalmente affidati a te.
B: Va bene, allora in un altro contesto ti dirò che io la rassegna stampa della domenica non vedo motivo di cambiarla.
P: Io ti ho detto che... io faccio presente, semplicemente ho fatto presente, che esistono valutazioni diverse in giro e l'ho detto anche ufficialmente, vanno valutate anche quelle, tutto qua.
B: E allora sono dispiaciuto di queste valutazioni diverse e prenderò allora, poi, mie valutazioni.
P: Ma certo, ooooh, come vedi arriviamo a quello che ti chiedevo dall'inizio.
B: Eh, sì, ma questo non c'entra onestamente, né di Capezzone, né tanto meno mio eh.
P: No, no, io ho reagito a quella cosa che hai detto con ironia, dei "superiori interessi", e io ti ho detto che non esiste nessun "superiore interesse"...
B: Eh, lo so
P: ... nel Partito radicale.
B: A questo ci arrivavo anch'io, Pannella.
P: Eh, vabbe', se ci arrivavi, quando lo usi in modo un po' polemico se permetti reagisco anch'io.
B: E va bene, e che dobbiamo fare... reazione è reazione.
P: E non è niente di grave e non è nemmeno sgradevole...
B: No, sgradevole un po' lo è, almeno per me, mi dispiace, mi dispiace molto ma...
P: Un po' sì, anche a me è faticoso, è magari sgradevole perché faticoso, per me non è sgradevole per motivi di stili, come tu hai detto poi ci parliamo, ci diciamo tutto benissimo.
B: Noo, che diciamo tutto... [riso ironico] dovessimo dire tutto... dunque, allora.. ehhh, sì, allora, dunque, superiamo la domenica e...

Sunday, January 14, 2007

L'idea di Fioroni lo shock che ci vuole

Ad essere onesti proprio non ce l'aspettavamo dal ministro dell'Istruzione, Giuseppe Fioroni. Scuole come fondazioni, con consigli di amministrazione aperti ai privati. Sarebbe questa la sorprendente idea, che "a caldo" definiremmo blairiana, avanzata dal ministro a Caserta.

Sarebbe in questo modo possibile per le scuole ricevere fondi e donazioni da imprese e privati da utilizzare sia per la didattica che per l'edilizia, usufruendo di agevolazioni fiscali. L'organo chiamato ad affiancare il preside nella gestione delle scuole sarebbe un comitato esecutivo con rappresentanti di aziende, enti locali e terzo settore. Una sorta di CdA.

E' incredibile, probabilmente non passerà mai, ma sembra qualcosa di simile a quanto ha fatto Tony Blair in Gran Bretagna. In Italia? Il Governo Prodi? Roba da non credere ai propri occhi.

Certo, bisognerà vedere in pratica di cosa si tratta. Se sono previsti gli adeguati strumenti di controllo e di valutazione, se l'autonomia gestionale è reale, con la possibilità di chiedere rette, elaborare programmi, specializzarsi, assumere/licenziare insegnanti, ma l'idea in sé sembra lo shock che ci vuole per un sistema sclerotizzato e fallimentare. Speriamo di saperne di più in breve tempo.

Inoltre, il ministro Fioroni ha intenzione di rilanciare l'istruzione tecnica, con l'istituzione di poli tecnico-professionali (almeno uno per provincia) ad alta qualificazione di tipo non universitario, superando così il pregiudizio della sinistra che ancora vede nel tecnico-professionale uno strumento di discriminazione di classe e ingiustizia sociale.

Alle idee di Fioroni hanno già reagito negativamente parte dei Ds, e con una netta bocciatura Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani e... Roberto Villetti per nome e per conto della Rosa nel Pugno. Ma sui temi della riforma della scuola e dell'università i radicali non si possono davvero permettere di lasciare la parola a un Villetti qualsiasi, dunque è destinato a riaprirsi il profondo dissidio con lo Sdi del boselliano "Scuola pubblica, Scuola pubblica, Scuola pubblica".

Come Amato spaccia merce falsa

Non è per ignoranza, ma evidentemente per propaganda, che un illustre professore come Giuliano Amato ancora spaccia l'idea del liberismo, di cui il «thatcherismo» sarebbe una sorta di volto diabolico, come menefreghismo, libertà illimitata per cui i più forti si divertono a calpestare i diritti altrui mentre lo Stato resta a guardare.

Lo lasceremmo volentieri crogiolarsi con questa idea distorta, se non fosse più preoccupante il fatto che dalle sue parole sembra quasi che il nostro paese sia in mezzo al guado tra dirigismo e liberismo, per cui c'è bisogno di individuare una specie di via di mezzo. Peccato che qui il rischio di un eccessivo liberismo sia lontano anni luce. Il nostro sistema economico-sociale è talmente irrigidito e penalizzato da posizioni di rendita e privilegio, da bardature sindacali e corporative, da tasse, burocrazie e sprechi causati dall'eccessivo peso dello Stato, che un'iniezione di liberismo avrebbe l'effetto immediato di creare maggiore uguaglianza e più opportunità proprio per chi oggi è escluso o ai margini. Nella nostra situazione più libertà equivarrebbe automaticamente a più equità.

La stessa dinamica si ripete sulle questioni etiche, dove Amato, se proprio un pericolo deve individuarlo, lo individua nel «thatcherismo [sì, è un'ossessione!] etico».

Le «fratture sui temi etici - spiega - nascono tutte da qui», dall'«individualismo liberale, che in economia si esprime con il "ciascuno pensi per sé", in etica si esprime con il "ciascuno sia libero di fare quello che crede". Non ci sono frontiere, non ci sono limiti: tutto ciò che è fattibile, vi sia la libertà di farlo. Ma la libertà come responsabilità non ammette questo. La libertà della persona e non dell'individuo si preoccupa che attraverso la libertà di ciascuno non si producano sugli altri effetti che altri non hanno voluto». Ebbene, non è forse questo il principio su cui si basa proprio l'«individualismo liberale»? Libertà e responsabilità. Quanto più della prima, più della seconda. Non si può spacciare merce falsa: il liberalismo, l'«individualismo liberale», la libertà dell'«individuo», non significa libertà senza limiti, come Amato ha interesse a far credere, perpetuando così quella impronunciabilità del termine "individuo" che ha caratterizzato il secolo scorso.

Amato avverte: «... una cosa è fermare la conoscenza in nome del dogmatismo, una cosa diversa è fermare l'utilizzazione della conoscenza che possa recare danno alla comunità. Non si chiama oscurantismo il richiamo al limite, le colonne d'Ercole che — per quanto spostate molto al di là di Gibilterra — l'azione umana incontra ancora oggi...»

Certo che non è «oscurantismo» il «richiamo al limite», ma bisogna intendersi su come, con quali criteri, individuarli questi limiti. E qui il ministro rimane non a caso molto vago. Se si usa un criterio liberale, il limite della libertà di un individuo sta nel danno recato a un altro individuo. Invece, Amato introduce la categoria «comunità». E già isolare un danno recato alla «comunità» è molto più difficile. Che circolino certe idee, certi film o videogiochi, per esempio, potrebbe essere ritenuto un grave danno alla «comunità».

«... tu religioso - prosegue Amato - non devi oppormi come parola di Dio una parola terrena. Ma tu non credente non farti portatore di un individualismo che non è quello della tradizione culturale della sinistra laica. La nostra cultura ha dentro di sé il valore della comunità, della societas; quindi neanche in etica si può essere thatcheriani a sinistra».

Dunque, Amato chiarisce che nella «tradizione culturale della sinistra laica» la comunità, la società, vengono prima dell'individuo. E così il ministro non esclude dalla sinistra, come voleva farci credere all'inizio, solo quel liberismo selvaggio a suo avviso reo di professare libertà senza limiti, ma anche il liberalismo tout cour. L'importante è intendersi. Adesso sappiamo da chi dobbiamo guardarci.

Le ideologie politiche che hanno in passato basato i loro sistemi di potere sulle entità collettive (la Classe, la Razza, la Nazione, quindi il Partito, lo Stato, la Chiesa) sono tramontate con i loro fallimenti più o meno tragici.

Un nuovo spartiacque rispetto alle tradizionali categorie della "destra" e della "sinistra" mette al centro, come elemento dirimente, l'individuo. E nella politica moderna la distinzione più immediatamente comprensibile agli occhi dei cittadini è tra chi (in economia come nelle scelte personali) vuole allargare e chi invece vuole restringere la sfera della decisione individuale e privata rispetto alla sfera delle decisioni pubbliche e collettive.

Riformisti solo chiacchiere e distintivo

Ieri Angelo Panebianco si chiedeva sul Corriere «come mai i riformisti hanno rinunciato a combattere».

La risposta può essere «negli eccellenti conti dello Stato», addirittura «già per il 2006 l'Italia è scesa sotto il 3%», che inducono i "riformisti" a ritenere - pericolosa illusione - che si avvantaggeranno della crescita economica «anche senza bisogno di impegnarsi in logoranti guerre con sindacati, massimalisti e lobbies varie per riformare in profondità Stato sociale, pubblica amministrazione, eccetera...».

O forse, «semplicemente, i riformisti non esistono».

Se ne è convinto da tempo anche Ostellino, che denuncia un riformismo «falsamente riformista», «tutto chiacchiere, vanificate da comportamenti collettivistici e dirigistici». Per i "riformisti" «non è una questione di software - non sono riprogrammabili in termini liberali - ma di hardware. La macchina funziona solo a quel modo». Dunque, non c'è da mettere in discussione la loro buona fede, «ma la loro testa».

Blair, neo-churchilliano

La Gran Bretagna «deve continuare a combattere delle guerre». Dal ponte della Hms Albion Blair espone la sua visione geostrategica per il XXI secolo. Un ruolo della Gran Bretagna nel mondo non rinunciatario. Non basta offrirsi per mantenere la pace, bisogna anche battersi, perché il «potere morbido senza quello forte non risolve i problemi del mondo».
«Ora che il potere imperiale della Gran Bretagna e alle spalle, certo, si può scivolare tranquillamente, anche con grazia, in un ruolo differente: si può guidare la battaglia contro il cambiamento climatico, la povertà globale, lasciando ad altri il compito di mostrare il potere forte. Ma io non la penso così».
Forse anche Churchill avrebbe interpretato in questo modo, una volta conclusasi l'epoca imperiale, il ruolo della Gran Bretagna nel mondo.

«Io sono per forze armate pronte a rispondere alle sfide, perché non può essere risolta la povertà in Africa o altrove con la semplice presenza degli aiuti. Dobbiamo garantire l'assenza di conflitti. Gli Stati falliti minacciano il nostro popolo come la loro gente. Il terrorismo distrugge il progresso. E se è vero che non si può sconfiggere il terrorismo soltanto con mezzi militari, non lo si può eliminare senza».

Il rischio maggiore, avverte Blair, in Gran Bretagna come negli Stati Uniti, «non è l'avventurismo, ma l'isolazionismo».

Blair sta disseminando questi ultimi mesi della sua leadership di testamenti ideali e politici. Ci sarà a Londra, prossimamente a Downing Street, qualcuno pronto a raccoglierli? Di certo non Brown, Cameron chissà...

Friday, January 12, 2007

Venti di crisi tra Roma e Washington

Siamo arrivati al paradosso che il nostro ministro degli Esteri D'Alema e il presidente Prodi hanno duramente criticato gli Stati Uniti per le operazioni militari in Somalia contro le basi di Al Qaeda. Incuranti del fatto, nonostante l'Italia faccia parte del Gruppo di contatto per la Somalia, che fossero ben accolte dall'unico, pur debolissimo, Governo somalo riconosciuto dalla comunità internazionale, per recuperare il controllo sul suo territorio, e che i terroristi, almeno quelli, si era d'accordo nell'eliminarli. Dare la caccia ai leader di Al Qaeda, se non la guerra in Iraq e la dottrina Bush, non era l'obiettivo su cui tutti concordavamo?

Non si vede poi come sia possibile criticare operazioni che rientrano in modo evidente in quel concetto di «polizia internazionale» che appartiene a ogni moderna sinistra democratica.

E' in queste occasioni, ha giustamente osservato giorni fa Piero Ostellino sul Corriere, che «la differenza fra chi combatte il terrorismo e chi dice di voler combattere il terrorismo si rivela per ciò che è: anti-americanismo».

Ma i venti di crisi che spirano nei rapporti tra Italia e Stati Uniti li ha ben riassunti Maurizio Molinari, oggi su La Stampa, e riguardano soprattutto la cancellazione del progetto di allargamento della base militare americana di Vicenza.

La necessità del potenziamento di Vicenza per Washington deriva dalla convinzione della «maggiore importanza strategica del Mediterraneo rispetto all'Europa centrale» e, quindi, per affrontare le nuove sfide del mondo post-11 settembre, dell'alleanza privilegiata con l'Italia, che però, inspiegabilmente, risponde picche e rifiuta questo ruolo centrale.

Un dissidio strategico di fondo non da poco, che riguarda persino la collocazione internazionale del nostro paese, su cui forse l'opposizione dovrebbe farsi sentire.

L'Iraq non è negoziabile

George W. Bush mentre presenta la nuova strategia per l'IraqBush rilancia: annientare le milizie, ripulire i quartieri di Baghdad, muso duro con Teheran

Non solo altri 21.500 soldati. Quel che più importa della nuova strategia per l'Iraq annunciata da Bush nel discorso dell'altra sera è che cambieranno il loro impiego e gli obiettivi operativi. In breve, si torna a combattere, per ripulire e riprendere il controllo dei quartieri di Baghdad e della zona di al Anbar, infestati da Al Qaeda e dalle milizie sunnite e sciite filoiraniane. La differenza con il passato è che si resterà nelle zone dove sono state appena scacciate le milizie. Il ministro degli Esteri iracheno Zebari ha accolto con molto entusiasmo il nuovo piano di Bush: «Possiamo farcela», è «la carta che potrebbe salvare la democrazia e la stabilità dell'Iraq».

La strategia fin qui seguita è fallita per due motivi, ha spiegato Bush assumendosene la responsabilità: «non c'erano abbastanza truppe irachene e americane a garantire la sicurezza dei quartieri che sono stati ripuliti dai terroristi e dai guerriglieri»; «c'erano troppe restrizioni per le truppe che erano là». Una strategia di successo, comunque, «va oltre le operazioni militari». Queste devono essere accompagnate da «miglioramenti visibili» delle condizioni di vita nei singoli quartieri.

Tuttavia, ha avvertito Bush, in Iraq «non esiste una formula magica per il successo», ma «un messaggio è arrivato forte e chiaro: una sconfitta sarebbe un disastro per gli Stati Uniti». Non sarà una vittoria «come quella conseguita dai nostri padri o nonni. Non vi sarà alcuna cerimonia di resa sul ponte di una corazzata». Ma la vittoria in Iraq «porterà un elemento nuovo nel mondo arabo: una democrazia funzionante, che ha il controllo del proprio territorio, rispetta lo stato di diritto, le libertà fondamentali ed è responsabile nei confronti del popolo», anche se non ci si può aspettare che l'Iraq democratico sia «perfetto».

Nella sostanza il presidente Bush ha adottato il piano "Choosing Victory: A Plan for Success in Iraq", elaborato Frederick W. Kagan e dall'ex Capo di Stato Maggiore Jack Keane, che di recente erano arrivati a suggerire l'invio di altri 50 mila uomini. E' rimasto nel cassetto, o forse è già finito nel cestino, lo studio Baker-Hamilton, che molti giornali avevano annunciato come la fine dell'idea di democratizzare l'Iraq e il Medio Oriente e il definitivo tramonto dei neocon e di Bush. Di quello studio, che avrebbe dovuto riportare in auge gli aspetti forse più superati dell'approccio "realista", il presidente ha seguito la raccomandazione di rafforzare e velocizzare l'opera di addestramento delle forze irachene, e di porre il Governo iracheno di fronte alle proprie responsabilità, ricordandogli che l'impegno americano non durerà all'infinito, ma ha fatto esattamente il contrario di quanto suggerito circa la diminuzione delle truppe e l'apertura incondizionata di negoziati con Iran e Siria.

Viceversa, un altro aspetto del cambio di strategia forse più importante dell'aumento di truppe è la decisione di affrontare duramente Iran e Siria e di non permettergli di destabilizzare l'Iraq come sempre di più hanno fatto negli ultimi mesi. Washington ha accettato di riconoscere a livello geopolitico la guerra per quello che è: un conflitto regionale da cui non si può uscire vincitori se non si combattono le milizie e se non si affrontano l'Iran, prima di tutto, ma anche la Siria.

La denuncia del presidente è inequivocabile:
«Il successo in Iraq esige anche la difesa della sua integrità territoriale e la stabilizzazione della regione contro la sfida estremista. Tutto ciò inizia con la necessità di affrontare l'Iran e la Siria. Questi due regimi permettono ai terroristi e ai ribelli di utilizzare il proprio territorio per entrare e uscire dall'Iraq. L'Iran fornisce il sostegno materiale per gli attacchi contro i soldati americani. Noi ostacoleremo gli attacchi contro le nostre forze. Interromperemo il flusso di aiuti dall'Iran e dalla Siria. Andremo a stanare e distruggere le reti che forniscono armi avanzate e addestramento ai nostri nemici in Iraq».
Le parole del segretario di Stato Condoleezza Rice chiariscono le intenzioni della Casa Bianca: «Colpiremo chi destabilizza». Rifiutandosi di escludere l'opzione militare, la Rice ha avvertito Teheran che le interferenze in Iraq «non saranno tollerate». Washington ha già inviato nel Golfo una seconda portaerei, per far capire che non scherza, e promette di arrestare tutti gli agenti iraniani in Iraq. Il primo effetto pratico non si è fatto attendere, con l'operazione delle truppe americane che l'altro ieri a Erbil hanno arrestato sei agenti iraniani, sospettati di organizzare attività «contro gli iracheni e le forze della coalizione». L'Iraq non è negoziabile, come invece volevano Baker ed Hamilton.

Bush è consapevole che «la sfida in atto nel grande Medio Oriente è ben più di un semplice conflitto armato. E' una battaglia ideologica d'importanza epocale. Da un lato, sono schierati coloro che credono nella libertà e nella moderazione. Dall'altro, sono schierati gli estremisti che uccidono gli innocenti e hanno dichiarato la loro intenzione di distruggere il nostro stile di vita. Nel lungo termine, il modo più realistico di proteggere il popolo americano sarà fornire un'alternativa di speranza all'ideologia carica di odio del nemico: promuovere la libertà in una regione difficile. E' nell'interesse degli Stati Uniti appoggiare gli uomini e le donne coraggiosi che rischiano la propria vita per rivendicare la libertà...
... Dall'Afghanistan al Libano ai Territori palestinesi, milioni di persone sono stanche della violenza e vogliono un futuro di pace e opportunità per i propri figli. Tutti costoro hanno gli occhi puntati sull'Iraq. Vogliono sapere: l'America si ritirerà e lascerà il futuro di quel paese nelle mani degli estremisti, oppure rimarrà al fianco degli iracheni che hanno scelto la libertà?»
Per questo il presidente avverte la necessità di studiare «come mobilitare e impiegare all'estero i cittadini americani di talento, che possono contribuire a costruire istituzioni democratiche in aree e paesi che si stanno riprendendo da conflitti o tirannie».

Quella seguita da Bush resta «l'unica strada giusta», ha spiegato Nathan Sharansky, intervistato da il Giornale:
«Ogni uomo è fatto per una vita fuori della paura, e quindi nella libertà. Magari non ama l'Occidente, ma ama la vita normale. Le forme in cui realizza questi scopi possono essere variegate, ma l'unica strada giusta resta quella intrapresa da Bush. Non si deve discendere dal cielo con la democrazia, ma costruirla dal basso con l'aiuto e la pazienza, e intanto combattere senza tregua il terrore».

A qualcosa (e a qualcuno) è servito

Riforma delle pensioni? «Non rientra in un quadro immediato di intervento».
Liberalizzazioni? Ulteriori approfondimenti, cabina di regia.

Boselli (Sdi) a Giordano (Rifondazione comunista): «Ridi eh, che oggi hai vinto tu».
Risposta: «Partita chiusa, li abbiamo fermati. Un punto a noi contro i riformisti».

Non serve sapere altro.

La conferma che questi vertici, inutili rispetto ai contenuti, hanno l'effetto di consolidare l'immagine di Prodi come dominus indispensabile alla tenuta della coalizione e di rafforzare l'asse con Rifondazione a spese dei sedicenti riformisti.

Quali argomenti contro la pena di morte?

Puntata interessante e ben riuscita un paio di sere fa a "8 e mezzo" sulla pena di morte e l'esecuzione di Saddam Hussein. Severino con la sua logica stringente è stato il più convincente, Pannella si è espresso con chiarezza ed efficacia, mentre la Nirenstein è stata un po' confusionaria.

Mi pare che di fronte alla sfida lanciata da Severino, di avanzare cioè un argomento non confutabile contro la pena di morte, nessuno abbia risposto come avrei risposto io: «Da liberale non mi fido di attribuire allo Stato, alle sue burocrazie, al suo volto impersonale dietro cui si celano comunque gruppi ben precisi di persone portatori di interessi e di ideologie, la facoltà di prendere decisioni così definitive e irreparabili sulla vita di un cittadino».

D'altra parte, nessuna pena ha l'effetto di deterrenza che tutti noi ingenuamente crediamo. Come dimostrano i dati empirici, il tasso di criminalità dipende da molti altri fattori in modo ben più determinante. La reclusione, ed eventualmente la pena di morte, servono principalmente a tutelare la comunità dai criminali.

E', mi pare, una motivazione di principio ma non astratta, non moralistica, quanto pragmatica e fondata su un dato di esperienza e su nozioni di filosofia e scienza della politica.

Ma veniamo al caso Saddam. Se si ricorre al criterio dell'opportunità politica, seppure in senso alto, per sostenere la contrarietà alla sua impiccagione, si deve però riconoscere che siamo nel campo per definizione dell'opinabile. Dunque, se si può sostenere che la sua uccisione ne faccia un martire e, viceversa, la sua non esecuzione - come insiste a dire Pannella - lo «scandalo della nonviolenza», avrebbe suscitato negli arabi un ampio dibattito sulla pena di morte, che li avrebbe portati a concludere "se neanche lui no, allora per nessuno", altrettanto si può sostenere che un Saddam vivo, che si rifiuta di giocare un ruolo attivo di pacificazione, sarebbe stato per anni un elemento di ulteriore destabilizzazione del nuovo Iraq e che lo «scandalo», in un Medio Oriente in cui non c'è libertà d'espressione sufficiente per un dibattito sulla pena di morte ampio e non condizionato dalle elite al potere, sarebbe stato nei cuori e nelle menti degli arabi quello dell'ingiustizia, nel vedere confermato che la legge non è uguale per tutti e che i potenti, per quanto criminali, ne sono comunque absoluti.

Dunque, anche contro la condanna a morte di Saddam è il principio cui dovremmo appellarci, perché l'opportunità politica è fin troppo discutibile. Dovremmo, perché mi assale un altro scrupolo. Noi, 56 milioni di italiani, possiamo democraticamente decidere, in nome del principio, di pagare il prezzo di un Mussolini vivo, ma dovremmo forse pensarci due volte prima di chiedere ad altri il rispetto di un principio sapendo che saranno loro a pagare il prezzo, con il loro sangue, dell'eventuale inopportunità politica di quella scelta. Che decidano loro.

Questo perché la pena di morte è senz'altro una soluzione barbara e illiberale, ma la democrazia e lo stato di diritto vengono prima e di fatto coesistono con quella pena estrema.

Thursday, January 11, 2007

Pannella-hacker a Prodi: dacci atto della nostra lealtà

Marco Pannella al vertice dell'Unione a CasertaUn discorso da «ultimo giapponese» quello di Pannella al conclave di Caserta, che è possibile riascoltare grazie alla registrazione «pirata» che lo stesso leader radicale dal suo telefonino ha diffuso tramite Radio Radicale.

«Questo Governo deve essere comunque aiutato a durare», perché «la durata è la forma delle cose... perfino il governo precedente alla fine è riuscito a fare alcune cose buone che sarebbe bene riconoscergli, non dobbiamo averne timore».

«Non siamo delusi perché non avevamo illusioni. Questo è un governo di alternanza per la quale siamo fieri di avere combattuto e vinto, ma questa alternanza non può essere quell'alternativa liberale, socialista, laica e radicale che richiederebbe la vita del nostro paese».

Poi Pannella è passato alle questioni concrete: la risoluzione per la moratoria della pena di morte nel mondo, che non può aspettare la prossima sessione dell'Assemblea generale dell'Onu; il ministero della Bonino, che deve essere entro 60 giorni messo in grado di funzionare; un «sì leale, efficace, pieno, per il voto in sede legislativa» del progetto di legge di Capezzone "Sette giorni per un'impresa" [«Occorre semplificare l'apertura di nuove imprese perché si possano avviare in un giorno solo. C'è il progetto Capezzone in Parlamento e dobbiamo portarlo avanti», ha assicurato successivamente Prodi durante una conferenza stampa a margine dei lavori del vertice]; i Pacs e il testamento biologico; la giustizia.

Quindi, la conclusione: «Caro presidente, dacci atto della lealtà di un gruppo che avete sempre considerato estraneo e ostile».

E' questa frase di chiusura che aiuta a capire meglio il segno di questa fase dei rapporti dei radicali con il governo. Evidentemente prevale l'indole dell'«ultimo giapponese» su quella da «spina nel fianco», perché c'è la convinzione - a mio avviso l'illusione - che persino ostentando lealtà possa cessare quella manifesta ostilità di Prodi e del resto dell'Unione (Sdi compreso) nei confronti dei radicali. In passato l'ho chiamato «complesso di inaffidabilità»: i radicali vogliono dimostrarsi affidabili, ma in realtà l'accusa di inaffidabilità nei loro confronti è sempre stata - e continua a esserlo - strumentale. Purtroppo, l'unico modo per superare l'atteggiamento ostile del governo e dell'Unione è avere i numeri, cioè i senatori.

Ultima nota: Pannella ha recepito l'intervento di stamattina di Capezzone che lo avvertiva del rischio di «scippo» della proposta "Sette giorni per un'impresa" chiedendogli di farsi sentire al vertice. Lo ha fatto, ed è un gesto forse non risolutivo ma importante per scongiurare una crepa irreparabile tra Capezzone da una parte e lo stesso Pannella e i radicali dall'altra.

«Intercettato» il discorso di Prodi a Caserta

Non si capisce molto delle parole di Prodi, che per venti minuti parla ai suoi ministri e capi di partito non sapendo di venire «intercettato» da Radio Radicale, che lo manda in diretta. Una trasmissione non autorizzata, «pirata», realizzata con mezzi di fortuna (il cellulare di Pannella), come quelle, andate avanti per due anni, dal Parlamento, finché non fu concessa finalmente l'autorizzazione. Riuscita comunque la provocazione, al di là di ciò che si può capire del discorso del premier: blitz ai piani alti di una delle due oligarchie che simbolicamente punta il dito proprio sul carattere oligarchico di certi consessi.

Qui si può riascoltare quanto andato in onda (seconda parte - l'intervento di Pannella), ma vi consiglio di andare direttamente al minuto 19, quando Prodi, venuto a sapere dell'intercettazione, sospende il suo discorso, e interviene Pannella: «Scusa, Presidente, visto che qualche collega si riferisce a me vorrei ricordare che su Radio radicale abbiamo mandato in onda le trasmissioni pirata delle sedute della Camera dei deputati che non lo consentiva. Mi felicito con Radio Radicale».

Che poi litiga con Di Pietro: «Piantala di usare questo linguaggio da poliziotto... Occupati dell'Idv, di De Gregorio, del resto mi occupo io...».

Attualità radicale

Terminillo (Rieti) 5 agosto 1963 - Caro Pannella,... condivido quasi tutte le vostre idee: ma io sono molto più preoccupato di quanto non dimostriate di esserlo voi, di non "lavorare per il re di Prussia". I dirigenti comunisti se ne fregano dei principi dell'89; se ne fregano della difesa dello stato laico, non hanno un attimo di esitazione a seminarci per la strada se viene una nuova parola d'ordine da Mosca: sono i "gesuiti moderni": il loro unico, vero, permanente obiettivo è la grandezza della Chiesa (della Urss). (...) "Si puo anche mangiare la zuppa col diavolo - dicono gli inglesi - ma occorre adoperare un cucchiaio col manico molto lungo". Mi pare che voi non teniate sempre conto sufficiente di questa esigenza: fate troppo credito alla buona fede democratica dei dirigenti comunisti. In tutti i modi non è per questo motivo che non me la sento di accettare il Suo cortese invito di sfogarmi sul bollettino di Agenzia Radicale. ... Anche questa volta avete fatto il passo più lungo della gamba. Non vorrei dispiacere a Parri e a Piccardi, dando la mia collaborazione ad un bollettino che puo far nascere equivoci per il simbolo e per la parola "radicale" che continua ad usare. (...)

Ernesto Rossi

* La Repubblica ha ripubblicato oggi questa lettera di Ernesto Rossi a Marco Pannella, che porta la data del 5 agosto 1963. Essa commenta l'invio delle copie fino ad allora uscite dell'Agenzia radicale, fondata da Pannella due mesi prima.

A che (e a chi) serve?

Come al solito le parole più esatte le trova Stefano Folli, sul Sole 24 Ore: «In casi come questi si sceglie la strada più facile: si mette da parte tutto quello che divide per concentrarsi su ciò che unisce. E ci si sforza di sfruttare l'onda mediatica dell'incontro. Magari facendo ricorso a qualche slogan efficace...» e generico. Non una farsa, ma peggio, «un'operazione politica destinata a far emergere Romano Prodi come indispensabile comune denominatore», a dare «smalto mediatico» alla sua leadership.

Questi vertici in sé hanno il significato di rafforzare l'asse Prodi-Rifondazione a spese dei sedicenti riformisti, preoccupati solo della «stabilità».

E forse in pochi sanno che a Palazzo Chigi ci sono saloni in grado di ospitare grandi vertici senza la spettacolarizzazione della reggia di Caserta a spese dei contribuenti.

Quando c'è la Fede

«Qualunque cosa dica la Chiesa, questa resta una storia tra noi e Dio».
Mina Welby (Corriere della Sera, 11 gennaio 2007)

Parassiti

Il 27,7% dei pensionati ha un'età compresa tra 40 e 64 anni e il 3,6% ha meno di 40 anni. Totale 31,3%.

Dati Istat

Questi dati dimostrano che portare l'età pensionabile a 65 anni, affrontando in modo responsabile il tema dei lavori usuranti, risolverebbe il problema della tenuta del sistema pensionistico, assicurando alle generazioni future una pensione dignitosa. Una scelta di moralità politica che la politica non farà.