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Sunday, February 10, 2008

A volte bastano tre domande per far crollare un mito

Da Cuba trapela (per merito, crediamo, della Bbc), questo video in cui, forse senza neanche saperlo, alcuni giovani comunisti cubani mettono in imbarazzo il regime. Un regime che sostengono persino. Quei ragazzi infatti, studenti universitari, non sono dissidenti, appartengono alla gioventù comunista. E da indottrinati al marxismo in versione castrista, è quindi lecito ritenere che poco o nulla abbiano consapevolezza di cosa sia la democrazia. Eppure li vediamo capaci di domande che molto hanno a che fare con essa.

Riuniti in assemblea rivolgono alcune domande al presidente del Parlamento cubano, Ricardo Alarcon. «Presidente, perché non possiamo viaggiare all'estero? E perché a Cuba servono due, tre giorni di lavoro per comprare uno spazzolino da denti?». Un altro studente protesta per il doppio cambio: quasi tutto quello che si può comprare a Cuba è in pesos convertibili, come dire in dollari, mentre i salari - quelli dei lavoratori, dei contadini - sono in pesos normali, «che hanno un potere d'acquisto 25 volte minore».

Poi chiede perché i cittadini cubani non possono andare negli alberghi e nelle spiagge riservate agli stranieri. Dopo cinquant'anni la rivoluzione non ha affatto posto fine a quel doppio standard (simbolo del regime di Batista), denunciando il quale, nel 1959, era riuscita a suscitare le speranze dei cubani e ad aprirsi la via del potere: da una parte la Cuba villaggio vacanze esclusivo, dotato di comfort, privilegi e prostitute a prezzi modici; dall'altra la miseria e il sottosviluppo in cui versano la maggioranza dei cubani.

E secondo la testimonianza del giornalista della Bbc — sul cui sito è stato diffuso il video — i giovani hanno protestato per le forti limitazioni nell'uso di Internet, per esempio il divieto ad aprire caselle e-mail con Yahoo e Google. Interrogativi che riguardano la vita quotidiana ma anche il sistema politico: «Perché devo votare per una serie di candidati di cui non sulla? Come faccio a sapere che meritano il mio voto? Chi sono?».

Il rappresentante del regime, Alarcon, come spesso accade ai dittatori in queste circostanze, appare imbarazzato e ad un osservatore esterno persino ridicolo nelle sue patetiche risposte. Solo l'isolamento ideologico in cui quei ragazzi sono costretti a crescere e a vivere gli impedisce, forse, di accorgersi anche loro di quanto ridicoli e fragili siano gli alibi del regime.

Qualche innocente domanda che tocca i nodi cruciali del fallimento del regime cubano, che persino i comunisti nostrani si ostinano a non vedere: la miseria e il sottosviluppo economico; il partito unico; le restrizioni di movimento e i limiti alla libertà d'espressione. Ci auguriamo che questo video non rimanga senza conseguenze.

Friday, February 08, 2008

La CdL non c'è più, verso elezioni bipartitiche

Fino all'ultimo non si è fidato di Veltroni. Ha aspettato di vedere che rimanesse davvero coerente con la scelta di far correre il Pd da solo, senza desistenze. E in questi mesi abbiamo constatato quanto fosse attratto dalla prospettiva di correre da solo anche lui. Così Berlusconi ha dato seguito all'"annuncio del predellino", decidendo di presentare il PdL. Chi ci sta, ci sta. Rispetto a qualche mese fa Fini ha cambiato idea e ci sta, Casini no. Ma chi non ci sta, è fuori anche dalla coalizione. Unica eccezione per la Lega, perché è un partito territoriale.

La Lega quindi sarà federata al PdL. E l'Udc? L'Udc sbanda: a caldo Cesa dichiara che l'Udc è pronta ad andare sola. Poi si corregge: «L'Udc intende rimanere nel centrodestra con una sua autonomia. Niente lista unica del PdL, dunque, ma uno schema che prevede il collegamento elettorale e di programma, così come farà la Lega Nord». Infine, è intervenuto Casini: solo se FI e An impediranno una «nuova alleanza», allora «andremo da soli». «Non escludiamo affatto la federazione, è una possibilità concreta a cui siamo disponibili».

A cui però non è disponibile Berlusconi, che in pochi minuti ribatte: «Spero che l'Udc aderisca. Se non aderiscono, noi andiamo avanti ugualmente. Nessuno può negare che siano alleati, ma non nella stessa coalizione. Possono presentarsi da soli e poi in Parlamento potremo naturalmente trovare un accordo per farli entrare in un'alleanza». L'opzione di federarsi al PdL, come la Lega, non esclusa da Casini, è invece Berlusconi a escluderla: «No, per la Lega è diverso, è un partito territoriale...». Mastella e Storace devono ancora decidere, ma per loro vale lo stesso discorso: PdL o fuori.

Certamente la decisione di Veltroni di far correre il Pd da solo ha creato i presupposti di questa evoluzione che di fatto scrive la parola fine sulla CdL così come l'abbiamo conosciuta. In conseguenza di quella scelta, infatti, FI e An, più la Lega, possono contare sul premio di maggioranza nazionale alla Camera e sui premi regionali al Senato: il 55% dei seggi. L'Udc serviva a far scattare i premi fin tanto che dall'altra parte vi era una coalizione come l'Unione, che mettendo insieme Ulivo e sinistra massimalista poteva arrivare a sfiorare il 50% dei voti. Ma di fronte al Pd non è più necessaria e ciò permette più mani libere nelle alleanze.

Si trattava quindi di capire se i parlamentari dell'Udc dovessero rientrare in questo 55%, e quindi diventare determinanti per le sorti del futuro governo Berlusconi, oppure no. E il Cav. ha pensato: se entrano nel nuovo partito, bene, altrimenti fuori. Dopo le elezioni Berlusconi accoglierebbe in un'alleanza di governo l'Udc, perché a quel punto non potrebbe minacciare la sopravvivenza della maggioranza, non facendo parte con i suoi parlamentari di quel 55% di seggi ottenuto dai soli PdL e Lega. Ma presentandosi da sola, al di fuori della coalizione che sostiene "Berlusconi presidente", dubitiamo persino che l'Udc riesca a superare lo sbarramento del 4% ed entrare in Parlamento.

Altro che «maquillage»! Se, come appare probabile, l'Udc non farà parte del PdL per sua scelta, ma neanche della coalizione, per scelta di Berlusconi, allora anche il centrodestra si presenterà agli elettori profondamente ridisegnato, semplificato e in grado di dar vita a un governo meno esposto al ricatto dei partiti minori.

L'impegno a formare un gruppo parlamentare unico, e ad approvare insieme al Pd una riforma dei regolamenti parlamentari che impedisca la proliferazione di gruppi con denominazioni diverse dalle liste presentate alle elezioni, rende l'operazione FI-An ancora più solida per poter resistere all'accusa di «maquillage» prontamente lanciata da Veltroni. Nulla di sorprendente, siamo in campagna elettorale ed è ovvio che Veltroni non voglia lasciarsi sfuggire di mano l'arma polemica di rinfacciare al centrodestra quella disomogeneità di cui il Pd si è liberato correndo da solo.

Una scelta obbligata quella del Pd, perché perdere con la coalizione uscita sconfitta già alle scorse elezioni e bocciata da una disastrosa prova di governo sarebbe stato letale anche per il nuovo partito, mentre perdere lanciando una nuova prospettiva può rivelarsi addirittura salutare. Non avrebbe avuto senso il Pd, se si fosse di nuovo presentato alleato con la sinistra comunista e massimalista perpetuando lo schema fallimentare del prodismo.

Ma una scelta obbligata anche per Berlusconi e Fini, per non ripresentare una CdL decrepita e per contrapporre al Pd, anche dal punto di vista emotivo, una sfida nuova che potesse suscitare un rinnovato interesse negli elettori e negli stessi militanti del centrodestra.

Certo, sarà difficile che in soli due mesi Berlusconi e Fini riescano a dare al Popolo della libertà il volto di un partito nuovo e non di una semplice sommatoria di apparati, di FI e di An: dovranno puntare con coraggio a far emerge donne e uomini nuovi, giovani, e contenuti innovativi. Con la decisione di presentare il PdL - e se il nuovo partito prenderà davvero forma e sostanza all'indomani del voto - queste elezioni potrebbero più o meno produrre l'esito maggioritario e bipartitico della legge che sarebbe uscita dal referendum.

A questo punto gli schieramenti dovrebbero essere questi: PdL + Lega, con eventuali sigle che dovrebbero essere assorbite nel PdL oppure rimanere fuori; Udc (reintegrando i ribelli della "Rosa bianca"?); Pd (forse + Di Pietro); "Cosa rossa". Più coalizioni ma meno liste e meno partiti. Rimarrebbero fuori socialisti e radicali? Se, come appare probabile, il Ps non fosse accolto con il proprio simbolo e la propria lista dal Pd, allora potrebbe tornare di attualità una Rosa nel Pugno bis con Emma Bonino candidata premier. Il 4% resterebbe comunque un miraggio.

Thursday, February 07, 2008

Il rischio della CdL di presentarsi decrepita

Da non perdere il solito esilerante Daw in "Tutto Prodi in 10 minuti". E vi segnalo anche questo articolo in cui Alessio Vinci (Cnn) racconta agli americani - forse nell'unico modo possibile - l'ultima fase da operetta della politica italiana.

Detto questo, sembra sempre più evidente che la scelta di Veltroni di far correre da solo il Pd - vedremo se il segretario saprà resistere alla tentazione di opache desistenze e rimanere coerente - è destinata ad aumentare le fibrillazioni nella CdL, se non a destabilizzarla.

Visto e sentito Veltroni ieri a Matrix, Berlusconi è rimasto di nuovo folgorato dall'idea di correre da solo. E in effetti se entrambi decidessero di correre da soli produrrebbero più o meno l'effetto maggioritario e bipartitico della legge che sarebbe uscita dal referendum.

Ma Berlusconi difficilmente potrà strappare di nuovo con gli alleati, a pochi giorni dalle elezioni, addossandosi stavolta la responsabilità della rottura. Quanto meno, però, vorrebbe che i partiti della CdL si presentassero in una lista unica, per dare almeno il segnale di voler intraprendere la via di un partito unitario del centrodestra. La Lega è contraria all'ingresso dell'Udeur di Mastella nella coalizione che, dice Maroni, dovrà essere composta unicamente dai quattro soci fondatori. Anche Fini lascia intendere di non gradire altri ospiti: «Spero che la coalizione sia quanto di più semplificato possibile». Tradotto: i quattro soci fondatori.

La CdL è in ogni caso chiamata a dare un segnale non scontato di novità e compattezza rispetto al 2006, se non vuole esporsi agli attacchi di Veltroni, che tenterà di giocare la carta del nuovo (il Pd da solo) contro il vecchio (Berlusconi con i soliti noti). Certo, d'accordo, sappiamo tutti che Veltroni non è il "nuovo" ma bisogna riconoscere che il Pd che corre da solo sarà l'unica novità politica delle prossime elezioni e gli elettori sono alla disperata ricerca di una boccata d'aria fresca, di qualcosa di inedito anche solo in termini di sfida e coraggio politico.

L'errore che vedo all'orizzonte, in cui Berlusconi potrebbe essere indotto anche dalla necessità di accontentare gli alleati, è pretendere di presentare la CdL, con in tasca il largo vantaggio che i sondaggi gli attribuiscono, tale e quale al 2006, come se nulla fosse accaduto, seguendo la logica per cui Prodi non ha mai veramente vinto e quindi resta valida la proposta, sia in termini di coalizione che di programma, della CdL di allora. E già vedo Tremonti che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati.

Sarebbe buona, invece, l'idea di Capezzone, non solo di un programma di pochi punti per i "primi 100 giorni", ma anche di un programma per le "prime 100 ore", attraverso decreti legge da emanare in 100 ore e far approvare dal Parlamento entro 60 giorni.

Hillary dovrebbe cominciare a preoccuparsi

Ben cinque i motivi per cui Hillary dovrebbe essere preoccupata, secondo quelli di Politico.com.

Perché «ha perso il derby dei delegati». Obama sostiene di averne vinti più lui martedì notte e di essere in vantaggio di 14 delegati, mentre l'ex first lady afferma che tutto si gioca su 5-6 delegati. La realtà è che il Super-Tuesday si è concluso con un «pareggio»; tra Obama e la Clinton è testa a testa anche nel voto popolare: hanno entrambi ottenuto circa 7,3 milioni di consensi. Un risultato di sostanziale parità «impensabile solo fino a poche settimane fa», quando la senatrice dominava tutti i sondaggi con numeri a due cifre. Ma gli esiti di primarie e sondaggi oggi rivelano, secondo Politico.com, che «più la gente lo conosce più Obama piace»; Obama ha conquistato più stati (14) della Clinton (8), dimostrandosi capace di vincere praticamente in ogni zona del paese. La vittoria più «impressionante» è quella nel conservatore Missouri, dove ha avuto il voto «di donne e uomini, laici e fedeli, nelle città e nelle campagne»; Hillary «ha perso la guerra dei fondi di gennaio», raccogliendo poco meno di 14 milioni di dollari, contro i 32 raccolti da Obama. Questo significa che «gli attivisti democratici e i donatori stanno preferendo Obama a un ritmo che produrrà certamente profondi effetti sul proseguio della campagna elettorale». Infine - e ci pare l'aspetto più preoccupante dei cinque per la Clinton, il calendario sfavorevole: Obama ha vinto sette caucus su otto e nei prossimi giorni ci saranno altri tre caucus (Maine, Washington State e Nebraska). Obama ha stravinto negli stati a forte presenza afroamericana e nei prossimi giorni ci saranno le primarie in Maryland, Virginia e District of Columbia, dove c'è un'alta percentuale di elettori neri. Poi ci sarà il caucus alle Hawaii, dove il senatore è nato. Dunque, Hillary dovrà aspettare un mese prima di concorrere in stati come l'Ohio e la Pennsylvania, dove «viene ancora data per favorita». Ma per quanto?

Sì, lo so. Non è più Il Foglio di una volta

Non scopriamo certo oggi che Il Foglio da qualche anno ha intrapreso dalle sue pagine e non solo una "battaglia culturale" sui temi etici. Alcuni lettori saranno rimasti soddisfatti da questa svolta editoriale, altri, delusi e rassegnati, la definirebbero "clericale" o "reazionaria". Ma a prescindere dal nuovo orientamento, dato ormai acquisito, devo dire che mi ha fatto un certo effetto sfogliarlo stamattina.

Oggi è il primo giorno utile, per i quotidiani, per commentare il Super-Tuesday delle primarie Usa. Ebbene, trovare solo un articolo di Christian Rocca, seppure in prima pagina, mi ha riportato alla mente com'era Il Foglio qualche anno fa, che alle primarie Usa avrebbe dedicato interessantissime paginone che non avrebbero trovato paragoni negli altri grandi giornali. Mi è salita una punta di tristezza, confesso.

Per carità, gli articoli di Rocca sono preziosi nel panorama di una stampa nazionale che tranne poche eccezioni tende a guardare gli Stati Uniti con la lente del pregiudizio; ha un modo unico di raccontare la politica americana, ma mi sembra sempre più come quel centravanti lasciato solo in attacco.

Rimanendo in tema quotidiani, nota di merito per il Corriere della Sera, che ha aperto ai lettori i suoi archivi dal 1992 ad oggi, ora consultabili gratuitamente.

Wednesday, February 06, 2008

Hillary-Obama, è pareggio. Il dilemma di MacCain

Poco dopo le 5 del mattino me ne andavo a letto con McCain e la Clinton in netto vantaggio in California, primi dati che sarebbero stati confermati poche ore più tardi.

Dal Super-Tuesday esce un McCain front-runner, ormai nettamente favorito rispetto ai suoi avversari, anche se non è riuscito ad assestare colpi del KO. Sorprendente il risultato di Huckabee, che ha prevalso in alcuni stati del Sud (Arkansas, Alabama, Tennesse, Georgia e West Virginia) e ora contende la seconda piazza a Romney, che si è tenuto i "suoi", Massacchussets e Idaho, non andando oltre gli stati del Nord (Montana e North Dakota). Lo scontro tra i due è molto acceso e la sensazione è che la rivalità e la diffidenza tra le due confessioni religiose cui appartengono giochi un ruolo rilevante: gli evangelici del Sud non votano per Romney, membro della setta concorrente dei mormoni.

McCain ha vinto nella sua Arizona, nei popolosi stati dell'Est (NY e New Jersey) e del centro (Illinois e Missouri), e in California. E' quindi in netto vantaggio per numero di delegati, ma anche lui ha i suoi problemi: non decolla dal punto di vista politico. Stravince negli stati tradizionalmente blu (democratici), mentre nelle roccaforti repubblicane soffre, incontra forti resistenze. E' il segno evidente che McCain non ha ancora conquistato la base più tradizionale del partito e non è ancora riuscito a superare le diffidenze della destra religiosa, a causa della sua fama di spirito indipendente, di "maverick" capace di tener fede ad alcune sue idee "liberal" e, quando necessario, di travalicare gli schieramenti assumendo posizioni bipartisan.

La base del partito si sta ancora interrogando sul suo tasso di identità repubblicana. Grazie alla recenti vittorie è riuscito a spostare dalla sua parte pezzi importanti di partito, ma la diffidenza nei suoi confronti permane. C'è addirittura chi preferirebbe perdere la Casa Bianca, ma perderla con un purosangue repubblicano, piuttosto che rischiare di vincere con un McCain la cui figura potrebbe minacciare la "purezza" identitaria del GOP e sfaldare la fragile coalizione che tiene insieme le varie anime del conservatorismo Usa.

Da una parte, la forza di McCain negli stati blu è la conferma del fatto che il senatore dell'Arizona ha il profilo più idoneo a contendere ai Democratici il centro dell'elettorato (anche se per ora a votarlo sono stati elettori repubblicani, è lecito ritenere che in quegli stati possa esercitare un buon appeal anche sugli elettori moderati e indipendenti); dall'altra parte, se non si guadagna la piena fiducia della base del partito, le roccaforti repubblicane potrebbero rivelarsi il suo punto debole nella corsa alla Casa Bianca. Per questi motivi ci sembra improbabile che annunci un ticket con il "liberal" Giuliani, che aggraverebbe i suoi problemi; molto probabile, invece, che possa dargli una mano offrire la vicepresidenza all'evangelico Huckabee.

Nel campo democratico Hillary può per ora tirare un sospiro di sollievo. Se Obama avesse sfondato in uno dei "big state" dell'Est, o in California, avrebbe ricevuto una spinta forse decisiva politicamente anche se non dal punto di vista numerico. Hillary invece ha tenuto bene, vincendo nello stato di New York, in California, New Jersey, Massacchussetts e negli stati del marito (Arkansas e Oklahoma). Obama però non demorde: vince nel suo Illinois e dei tre stati chiave ne strappa uno, il Missouri, imponendosi in altri 11 stati (Connecticut e Delaware ad Est; Alabama e Georgia a Sud; Idaho, Utah e Colorado, Kansas ad Ovest; North Dakota e Minnesota a Nord). Il conto dei delegati tra lui e Hillary è praticamente pari con un leggero vantaggio per la senatrice: 582 a 562 nel Super-Tuesday (540 a 539 per la Cnn); 845 a 765 in totale. Ma si deve ancora votare in ben 24 stati (2835 delegati) e la partita è ancora apertissima.

Attacco hacker contro Decidere.net

Durante la notte scorsa un pesante attacco hacker ha colpito il server su cui risiedono Decidere.net e altri siti, come Radioalzozero.net. Si è trattato di un attacco potenzialmente devastante, mirato a distruggere ogni cosa. Insomma, non una semplice intrusione, non la semplice caduta del server. Sorprende la gravità del danno che si voleva procurare, la distruzione totale dell'intero sistema telematico e dei suoi contenuti.

In sette mesi, anche la sede fisica di Decidere ha subìto due "visite". Qualcuno si è introdotto e ha lungamente e ripetutamente "cercato" qualcosa.

Già adesso è attivo Decidere.tv e funziona lo streaming della webradio. Entro pochi giorni sarà di nuovo on line anche Decidere.net.

Tuesday, February 05, 2008

Ancora tu, ma non dovevamo non vederci più?

Così, oggi, il senatore Polito chiarisce qualcosa di cui ci siamo accorti da tempo, cioè che di ostacolo a un accordo sulla legge elettorale sono innanzitutto le divisioni interne al Partito democratico, in cui convivono due diverse idee sul ruolo che dovrebbe svolgere nel sistema: il Pd «poteva staccare l'Udc dal centrodestra e salvare il governo, con il tedesco; e poteva far l'accordo con Berlusconi e perdere il governo, con lo spagnolo. In entrambi i casi avrebbe quantomeno portato a casa la riforma elettorale. Invece non è stata scelta né la prima strada né la seconda, perdendole tutte e due, perdendo il governo e molto probabilmente perdendo le elezioni».

Al di là delle possibilità di riuscita di ciascuna delle due opzioni, troviamo confermato proprio quanto ripetiamo da tempo. C'è stato un momento in cui il dialogo tra Veltroni e Berlusconi sulla legge elettorale è stato congelato. Fu quando il Cav. diede un assenso di massima al vassallum, sul quale però non c'è intesa all'interno del Pd: tra chi vuole il modello tedesco (dalemiani, mariniani e rutelliani), per favorire la nascita di una "Cosa bianca" e una "Cosa rossa", alle quali il Pd dovrebbe allearsi dopo il voto, alternativamente a seconda delle congiunture e delle convenienze; e chi il vassallum (i veltroniani), per favorire un assetto tendenzialmente bipartitico, in cui due partiti (PdL e Pd) si contendano il centro dell'elettorato senza paludi di mezzo.

Una domanda semplice, che vorrei porre a Veltroni: quando è andato a farsi consultare da Napolitano e da Marini, ha forse proposto, a nome del Pd, in quanto gruppo parlamentare maggioritario, una legge elettorale precisa? Scommettiamo di no. E allora si ammetterà che se neanche erano d'accordo tra di loro nel Pd, era assai difficile credere che in pochi mesi si potesse trovare un'ampia maggioranza in Parlamento per approvare una nuova legge.

Insomma, non c'è mai stata, come si vuole far credere (e molti abboccano), un'alternativa tra "elezioni subito" con l'attuale legge elettorale ed elezioni tra qualche mese con una legge nuova splendente e migliore. L'unica scelta realistica era tra la prima opzione e un rinvio a babbo morto che non avrebbe garantito affatto un accordo in breve tempo, senza considerare le alte probabilità, alla luce dei rapporti di forza in Parlamento, che venisse approva una legge elettorale peggiore dell'attuale. Le possibilità che si giungesse ad un accordo sono tramontate settimane fa, quando Veltroni ha realizzato di non avere i numeri, ai vertici e tra i parlamentari del Pd, per far prevalere la legge che voleva e che aveva proposto a Berlusconi.

Come Veltroni userà il porcellum? E c'è da chiederselo? Ovviamente non può dirlo, ma a lui va benone così. Perché votando ora perderà il governo, e non gli si potranno imputare colpe, ma vincerà il partito, ridisegnando a suo vantaggio, proprio grazie al porcellum, gli equilibri interni al Pd.

Anche l'idea innovativa e dirompente di far correre il Pd da solo potrebbe essere parzialmente rivista. Per Veltroni sarebbe davvero paradossale. Già m'immagino le battute e le ironie: "Da soli, ma anche insieme". Il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, comunque ci prova e già offre un «accordo tecnico» (non si sa come si possa definire «limpido e trasparente») per andare insieme al Senato e impedire così «alla destra di vincere in molte regioni in bilico» (eccola, la legge elettorale che non darebbe maggioranze solide!). Ovvio, Giordano teme che i suoi elettori comprendano di dover votare Pd se vorranno avere qualche speranza che nella loro regione non prevalga la CdL, guadagnando il premio di maggioranza. Vedremo cosa risponderà Veltroni all'offerta, ma il rischio di perdere la faccia è dietro l'angolo.

Non possiamo aspettare

Se associamo i dati sui salari italiani, i più bassi d'Europa, all'impennata dell'inflazione registrata dall'Istat (a gennaio +2,9% rispetto allo stesso mese del 2007), ai livelli massimi dal 2001, e all'«incontrollato aumento della spesa corrente» denunciato dalla Corte dei Conti, ricaviamo un panorama completo dell'impoverimento e del malgoverno di cui è responsabile Prodi, e dell'urgenza di trovare nelle urne un colpo d'ala, un Governo che sia almeno in grado di affrontare immediatamente l'emergenza economica.

C'è il Dpef da preparare e proprio in questa fase non può essere lasciato a un governo balneare senza alcuna forza e legittimazione popolare.

Questo blog supporta McCain e Obama

Questo il mio endorsement per le primarie Usa, a pochi minuti dall'inizio del Super-Tuesday.

McCain, perché dopo l'uscita di scena di Giuliani ci sembra il più preparato ed esperto. Protagonista a sorpresa, nel campo repubblicano, letteralmente resuscitato politicamente vincendo le primarie nei primi piccoli stati in cui si è votato e in Florida, battendo Romney e il front-runner Giuliani. E' uno spirito indipendente, capace di sostenere posizioni bipartisan, quasi un "eretico" tra i Repubblicani, al di fuori dell'establishment del partito ma in sintonia con l'anima più profonda dell'America. Reduce del Vietnam, la guerra l'ha combattuta davvero e sa cos'è. L'unico ad aver avuto il coraggio, in tempi non sospetti, di insistere sull'Iraq, criticando la gestione Rumsfeld prima, invocando il cambio di strategia che sta dando frutti poi. Responsabile e determinato in politica estera e sulla sicurezza, attento alle tasse e alla spesa pubblica, alla competitività dell'economia in politica interna, ha ricevuto i "pesanti" endorsement di Giuliani e Schwarzenegger.

Obama, perché è vero che la sua linea su diversi temi cruciali è ancora incerta e ambigua (per esempio, civetta con i pacifisti sulla guerra in Iraq ma i suoi discorsi rivelano una visione interventista in politica estera, e un'idea muscolare della leadership americana nel mondo, che riecheggiano FDR e Kennedy); è vero che il suo breve record al Senato non ci aiuta a inquadrarlo bene; è vero che rispetto a Hillary ha meno esperienza e non sappiamo di chi si circonderebbe alla Casa Bianca; è vero che si tratta di scegliere tra le prestazioni - la velocità, lo scatto in avanti, nell'incertezza del "nuovo" - e l'affidabilità; ma è anche vero che rispetto alla "piagnona" la sua campagna ci è piaciuta di più e la retorica ha la sua importanza.

Ma Obama è il protagonista indiscusso di queste primarie. Ha saputo catalizzare su di sé l'attenzione dei media e degli elettori, costruirsi un'immagine suggestiva, elettrizzante; ha saputo trasmettere un messaggio unitario e ottimista sul futuro dell'America, scandito dalle parole "hope" e "change", e vivacizzato dai ritmi gospel dei suoi discorsi. «Non ci sono giovani e vecchi, bianchi e neri, gay ed etero, ispanici, asiatici e americani nativi, non ci stati rossi conservatori e stati blu liberal, ma ci sono gli Stati Uniti d'America». C'è del magnetismo, nei suoi occhi e nel suo ampio e includente sorriso, che travalica gli schieramenti e le differenze, che potrebbe aiutarlo a prendere decisioni difficili, non scontate, che prescindano dai banali schemi di sinistra e di destra.

E non sono da poco, per quanto mi riguarda, gli endorsement di Robert De Niro e Scarlett Johansson... :-)
"Yes We Can" è divenuto lo slogan della campagna di Obama, che alcune star hanno trasformato in un video rap per sostenerlo.

E noi qui in Italia... dovremmo rappare "No, nun gliela famo!"

Stiamo assistendo a una corsa per la Casa Bianca tra le più avvincenti e combattute, ma anche tra le più partecipate, a dispetto del luogo comune che vuole gli americani politicamente apatici. Per tutti i candidati una prova massacrante. E alla fine ne rimarrà uno.

Un «esempio di democrazia al lavoro», per il professor Rudolph Rummel, che sul suo blog, Democratic Peace, scrive: «C'è chi sente che stiamo perdendo le nostre libertà, che il paese è in declino, che viviamo in una dittatura democratica dove in realtà non abbiamo scelta. Ma lasciate da parte le vostre emozioni e guardate cosa sta accadendo». Attraverso le primarie, gli americani stanno scegliendo il loro candidato per la Casa Bianca. «I candidati devono passare attraverso dibattiti, interviste, strette di mani, baci ai bambini. Ciascuno può presentarsi ed essere ascoltato, e visto». E ciascuno viene «affettato», «fatto a pezzi» da commentatori, politologi, editorialisti, e gente comune.

Poi, chi ottiene la nomination per il proprio partito avrà davanti una lunga campagna per la presidenza. Il vincitore, osserva il prof. Rummel, «sarà stato messo a dura prova durante questa ardua battaglia. Avrà incontrato ogni genere di persone, visto ogni angolo di questa nazione, affrontato tutti i maggiori temi che si troverà di fronte come presidente. Sarà stato capace di gestire una lunga e complessa campagna, dovrà aver avuto la salute per sopravvivere a tutto questo, aver saputo pensare velocemente ed essere un abile diplomatico». E «che prova!», esclama il prof. Rummel: «Ce ne può essere una migliore per determinare cosa i cittadini vogliono, chi meglio può rappresentarli? Che incredibile sistema democratico abbiamo. Nessun comitato di esperti politici potrebbe escogitarne uno migliore». Riguardo la sua scelta, il prof. Rummel non ha dubbi: «Appoggio chiunque diventi presidente in questo modo».

Monday, February 04, 2008

Verso il Super-Tuesday

Si avvicina il Super-Tuesday. Nel campo democratico Obama lancia la sua sfida a Hillary e sembra scaldare di più i cuori dei Democratici, con la sua retorica suggestiva che fa leva sulla speranza di un "change", anche se la sua linea su diversi temi è ancora incerta. Si va dall'appoggio convinto del gruppo radical-pacifista MoveOn.org alle analisi di un intellettuale di sinistra come David Rieff, per il quale la politica estera di Obama non sarebbe poi così diversa da quella di Bush e Cheney.

Nel campo repubblicano John McCain non può più nascondersi ormai. Dovrà essere in grado di far compiere alla sua candidatura un salto di qualità, e di credibilità: da perdente in partenza a favorito. Da ribelle dovrà diventare «il leader di un'ampia coalizione di centrodestra», cui dovrà saper offrire una «visione unitaria» del Paese. «Dalla prossima settimana potrebbe ritovarsi ad essere il leader de facto del Partito repubblicano», osserva David Brooks sul New York Times, avanzando a McCain i suoi suggerimenti.

Innanzitutto, dovranno cambiare i «toni» della campagna. Oggi la campagna di Obama somiglia alla campagna di McCain del 2000 molto più della campagna odierna dello stesso McCain. Sembra in grado di trasmettere speranza nella politica. McCain, invece, rischia di rimanere «confinato» nella gravità del sacrificio nella guerra in Iraq. Per poter essere competitivo, McCain dovrà «riconnettersi allo spirito del momento, che non è di rabbia», ma rivela «sete di speranza».

Secondo, dovrà «chiarire la sua visione per il futuro». Parla della lotta contro l'estremismo islamico come della «sfida del nostro tempo», ma sul fronte interno? Sui temi dell'istruzione, della sanità, del reddito, della religione, dello stile di vita? Su questi argomenti il Paese è profondamente diviso.

In passato McCain ha posto l'accento sulla riforma delle istituzioni federali, sulla promozione della competitività e della mobilità sociale, «un misto tra Theodore Roosevelt e Ronald Reagan». Ma la sua «filosofia di governo» quest'anno si è «riparata nel passato». Ora McCain dovrà renderla esplicita, declinarla nel presente, per convincere la nazione.

Infine, McCain dovrà «rinforzare» le sue proposte concrete. Ha qualche «idea eccellente, come il piano per controllare i costi della sanità, che però non ha ancora spiegato bene». E «non si è ancora sufficientemente concentrato su un elettorato chiave nel determinare il successo o il fallimento dei Repubblicani: i lavoratori delle periferie, famiglie dal reddito tra i 40 e 60 mila dollari l'anno». La definizione di "ceto medio" si è fatta più incerta e le difficoltà sono aumentate. «Chi non sapesse parlare dei problemi del "ceto medio" si condannerebbe alla sconfitta».

Se McCain vincerà il Super-Tuesday, da allora in poi «verrà giudicato con standard differenti». «I Repubblicani si stanno chiedendo come competerà contro Hillary o contro Obama. Per unire il partito, McCain dovrà rassicurare i diversi settori della coalizione». E dovrà dimostrarsi capace di battere i candidati democratici. «Ottenere la nomination è una cosa; arrivare alla Casa Bianca e unire una nazione è un'altra», conclude Brooks.

Sottosviluppo informativo

Secondo una ricerca del Pew Research Center, un americano su quattro si informa regolarmente dal web sulle elezioni presidenziali. Soprattutto i social network e i blog pare che abbiano raddoppiato la loro influenza rispetto al 2004. Nella fascia sotto i 30 anni Internet batte ormai i grandi network. Il 42% dei giovani intervistati, tra i 18 ed i 29 anni, dice di informarsi sui candidati regolarmente su Internet. Nel 2004 erano circa il 20%.

In tv sono passati circa 160 mila spot elettorali, per un valore di 141 milioni di dollari, ma la tv non è più il solo mezzo che deciderà la corsa alla Casa Bianca. Un sondaggio condotto da SS&K e Advertising Age su duemila votanti del New Hampshire ha messo in evidenza che il 40% degli adulti ha visitato il sito dei candidati alla presidenza per verificare di persona, in un rapporto quasi faccia a faccia, le loro idee. Esiste anche un sito dove si possono fare i conti in tasca ai candidati dividendo stato per stato, nome per nome, la cifra di 146 milioni di dollari finora complessivamente raccolti per le campagne elettorali.

Sopra i 30 anni sono il 60% ad attingere ancora informazioni e sensazioni dai dibattiti tv tra i candidati, mentre al di sotto dei 30 anni le percentuali si capovolgono. E secondo un altro sondaggio, di Ad Age, oltre il 52% degli intervistati frequenta social network e blog per informarsi sui programmi e sulle promesse dei politici.

In Italia la cosiddetta "dieta mediatica" è ancora maledettamente povera. Persino tra i giovani sono pochi quelli che usano Internet per informarsi. I mainstream media non avvertono il fiato sul collo e tutt'al più derubricano a curiosità i piccoli casi che nascono dalla rete. Tutti noi che ormai da anni mastichiamo la politica sul web e ci informiamo su siti e blog dobbiamo tenere presenti questi dati ed essere consapevoli che gli italiani si formano le loro opinioni politiche per lo più guardando la televisione generalista, Rai e Mediaset, nel segno quindi dell'appiattimento, dell'omologazione e del conformismo.

Anche questo ritardo rende la nostra democrazia più debole e i cittadini più indifesi dinanzi a un mondo dei media tradizionali profondamente pervaso, se non occupato, dai partiti e dai cosiddetti "poteri forti".

Sunday, February 03, 2008

Nella CdL già ora convivono progetti diversi

Tra un Montezemolo e l'altro (quello che prima, come i sindacati, non vuole il voto subito e quello che poi ci ripensa e che "se non c'è un'intesa entro lunedì, meglio il voto subito" - anche se alcuni giornali e tg hanno fatto finta di non accorgersene), c'è eccome «un'agenda bipartisan», come ha scritto oggi - e dice da molto tempo - Mario Monti sul Corriere della Sera.

Se le principali forze politiche trovassero un accordo per resistere insieme ai corporativismi che si oppongono, facendo demagogicamente appello agli istinti egoistici dell'opinione pubblica, alle riforme di cui il Paese ha urgente bisogno, sarebbe un decisivo passo avanti.

Solo in apparenza va in questa direzione l'incessante appello dell'Udc per un governo di «responsabilità nazionale» da formare subito dopo le prossime imminenti elezioni. Ferma restando quell'«agenda bipartisan», di cui fanno parte riforma elettorale, riforme istituzionali ed economiche, è quanto meno sospetto che ancor prima di conoscere i risultati elettorali dall'Udc si prospetti già la formula della collaborazione tra le forze politiche.

Nasconderselo sarebbe delittuoso: la CdL è tutt'altro che unita e la ritrovata compattezza di oggi è solo apparente. Nel centrodestra già ora non c'è unità di intenti, convivono progetti strategici diversi, forse incompatibili. Lungi dal favorire un clima di reale e leale collaborazione con il Pd in chiave riformatrice, la linea di Casini (e forse di Fini), mirando prioritariamente al logoramento di Berlusconi, potrebbe produrre solo instabilità. Il governo di «responsabilità nazionale» sarebbe un'arma per far fuori Berlusconi e occuparne lo spazio politico dal centro, piuttosto che lo strumento per fare le riforme.

Certo, chiariamo subito che se Berlusconi, come Prodi in questa legislatura, si rivelerà fattore di ostacolo alle riforme, allora l'interesse di Casini si troverà a coincidere con quello del Paese.

Amato e odiato. Il '68 dai due volti

«Ci si emozionava sentendo Joan Baez, i Beatles, il nome dell'università di Berkeley, c'erano i figli dei fiori, il Piper, si portavano i capelli lunghi... E anche io me li lasciai crescere». Gianfranco Fini ha sorpreso un po' tutti quando è intervenuto al convegno contro il '68 organizzato dalla Fondazione Liberal.

Al contrario di Adornato e Casini, che alla ricerca continua di caratterizzazioni politiche saltellano da un mito all'altro da abbattere ideologicamente, cercando di intercettare la moda bacchettona del momento, Fini ha cercato di ragionare sul fenomeno innanzitutto culturale e sociale del '68.

E ha intuito ciò che molti di noi hanno intuito. Cioè che all'origine - per brevissimo tempo, soprattutto in Italia - vi era una domanda di libertà. Nel '68, riconosce Fini, «la Destra perse una grande occasione. Anziché capire le ragioni dei giovani, la Destra difese l'esistente, si schierò con i baroni universitari, con i parrucconi».

«C'era un magma», ricorda il leader di An. «Il desiderio di una società migliore. Una rivolta esistenziale. Un bisogno di senso... In un primo momento i contestatori non erano solo marxisti. Cultura liberale e cultura cattolica non furono in grado di capire che si contestava anche il comunismo con la sua negazione della libertà e dei diritti dell'uomo. Così, il '68 non nacque a sinistra, ma finì a sinistra». E «se oggi esiste più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono lasciti del primo '68».

Di fronte ai giovani, «oggi come allora, una gerontocrazia imperante. E, ora più di allora, assenza di punti di riferimento: i giovani sono una "generazione tuareg", come dice il titolo del libro di Francesco Delzìo, direttore dei giovani imprenditori di Confindustria. Nomadi in cerca, nel deserto».

Per non reiterare l'errore una destra moderna dovrebbe «rimettere al centro i valori del primo '68. L'uguaglianza, cioè parità di condizioni di partenza per tutti, per arrivare a una gerarchia meritocratica: da qui prese avvio il '68 e poi degenerò nell'egualitarismo marxista. La libertà legata però all'autorità, altrimenti diviene licenza, anarchia. La responsabilità personale, mentre il '68 approdò alla deresponsabilizzazione».

Il momento critico che portò a queste degenerazioni fu, a mio avviso, quando dalla spinta iniziale e scomposta, innescata da un individualismo anticonformista, si passò attraverso un tentativo di sistemazione sulla base del collettivismo, inevitabilmente conformista. Il '68 nacque individualista, maturò e finì collettivista. Dunque, se la destra non vuole reiterare l'errore, non solo non deve difendere l'esistente, ma deve evitare che le categorie del conservatorismo (la religione, la tradizione, la nazione, la famiglia) soffochino l'individuo. Dev'essere, insomma, una destra individualista.

Non tutto è da buttare del '68. Sulle cause per cui degenerò si può discutere a lungo, ma accanto all'immondizia ideologica di allora che ancora oggi ci appesta (egualitarismo, deresponsabilizzazione, rifiuto del libero mercato, della cultura del merito e del diritto) c'è un'eredità ben più profonda, in sintonia con la modernità, che non smetterà di dare frutti.

Come volevasi dimostrare

Poco più di due settimane ci sono volute e la decisione di un pm e di un gip di Santa Maria Capua Vetere, che ha fatto, seppure indirettamente, da scintilla alla crisi di un governo malconcio, è stata sconfessata dal gip competente, quello di Napoli.

Nei confronti della moglie di Mastella già il Tribunale del Riesame di Napoli, lo scorso 28 gennaio, su richiesta del pm Francesco Curcio, aveva ammorbidito la misura cautelare: dagli arresti domiciliari all'obbligo di dimora. Oggi il gip del Tribunale di Napoli, Anna Laura Alfano, ha revocato anche quella misura. Sandra Lonardo in Mastella è libera.

L'inchiesta, com'è giusto che sia, proseguirà, ma sulla decisione di arrestare la signora Mastella, dopo solo due settimane, non ci sono più dubbi: fu immotivata, quindi illegittima. E il terremoto politico provocato non può che far sorgere più che fondati sospetti sul reale scopo della Procura di Santa Maria Capua Vetere: come minimo quello di tenere in pugno il ministro della Giustizia, di dare un formidabile colpo alla sua credibilità, se non di farlo dimettere.

In un paese normale saremmo autorizzati ad aspettarci dei provvedimenti nei confronti del pm che ha chiesto gli arresti e del gip che li ha disposti. Ma qui in Italia è diverso, è inutile farsi delle illusioni: non ci saranno.

Saturday, February 02, 2008

Non farsi ingannare dalle false democrazie

Quest'anno il rapporto annuale di Human Rights Watch sui diritti umani mette in luce un aspetto centrale nel dibattito sull'esportazione del modello democratico: è sufficiente lo svolgimento di periodiche elezioni per poter parlare di democrazia? Evidentemente no, ma neanche si ha democrazia senza elezioni.

HRW denuncia la «falsa democrazia» esportata dalle democrazie più mature – su tutte Stati Uniti ed Unione europea – che per «convenienza», per tutelare i propri interessi, chiudono un occhio, o addirittura entrambi, su elezioni che in molti stati si svolgono in modo irregolare, permettendo agli autocrati di «atteggiarsi a democratici» senza chiedere loro di rispettare quei diritti politici e civili di cui è fatta una democrazia.

Molti regimi, infatti, se ne approfittano. Nel rapporto si citano i più recenti casi del Kenya, dove i brogli elettorali stanno provocando violenze tra le fazioni rivali, e del Pakistan, dove il presidente Musharraf, pur avendo indetto le elezioni, non sembra far molto per assicurare il loro corretto e pacifico svolgimento (emblematico l'assassinio di Benazir Bhutto). Nel 2007 molti governi autoritari sembrano aver compreso che sia sufficiente organizzare elezioni farsa per vedersi riconosciuto lo status di "democrazie", o almeno per ottenere una certa indulgenza da parte della comunità di stati democratici riguardo le frequenti violazioni dei diritti umani.

Tuttavia, non ci pare un fenomeno così nuovo: da sempre le dittature rivendicano di reggersi sul consenso del popolo e non raramente utilizzano la retorica democratica per legittimare il loro potere. Anche nella vecchia Urss e nei Paesi del Patto di Varsavia si votava e la Germania comunista si era data il nome di Repubblica Democratica Tedesca.

Tra le crisi citate nel rapporto di HRW, anche l'emergenza umanitaria nel Darfur, in Sudan, e la sanguinosa repressione della protesta nonviolenta dei monaci buddisti in Birmania. Elezioni manipolate totalmente in Ciad, Giordania, Kazakhstan, Nigeria, Uzbekistan; pilotate tramite la macchina elettorale in Azerbaijan, Bahrain, Malesia, Thailandia, Zimbabwe; bloccando o scoraggiando i candidati di opposizione in Bielorussia, Cuba, Egitto, Iran, Territori palestinesi, Libia, Turkmenistan, Uganda; falsate dalla violenza politica in Cambogia, Congo, Etiopia, Libano; dal controllo dei media e della società civile in Russia e Tunisia; dalla mancanza di uno stato di diritto in Cina e Pakistan.

Pratiche che violano la legge internazionale e spesso anche le leggi interne a quei paesi, ma di cui raramente viene chiesto conto ai governi responsabili. Washington, Bruxelles e le capitali europee chiudono volentieri un occhio se il vincitore è un alleato strategico o commerciale, per timore di perdere l'accesso a risorse e a opportunità commerciali, o in nome della lotta al terrorismo. «E' diventato troppo facile per gli autocrati cavarsela mettendo su una democrazia fittizia», osserva Kenneth Roth, direttore esecutivo di HRW. «E' perché troppi governi occidentali insistono sulle elezioni e si accontentano di quelle». Non esercitano pressioni su quei diritti umani fondamentali e quelle condizioni che permettono a una democrazia di funzionare: libertà di espressione e di stampa, di associazione e riunione; elezioni libere e corrette; una società civile sviluppata. Usa e Ue dovrebbero chiedere di più che il semplice svolgimento di elezioni.

Il duro atto di accusa di HRW ha senso se aiuta a smascherare il cinismo e l'ambiguità di molti autocrati e se viene inteso come stimolo per una politica più coerente di promozione degli standard democratici. Sarebbe invece un passo indietro, se oltre agli errori, i limiti, gli interessi delle democrazie occidentali intendesse processare l'idea stessa di esportazione della democrazia, condannandola come nuova forma di imperialismo e facendo in qualche modo passare il pregiudizio razzista per cui il modello democratico sia in definitiva incompatibile con le culture non occidentali.

Thursday, January 31, 2008

Peccato per Giuliani, ora con MacCain

Le Primarie per le presidenziali Usa stanno riservando parecchie sorprese e oggi ne parlano, con approcci diversi ma entrambi interessanti, Christian Rocca, su Il Foglio, e Alberto Alesina, su Il Sole 24 Ore.

Una di queste sorprese mi ha provocato una profonda delusione. Rudy Giuliani ha perso in Florida, stato da cui aveva deciso di far partire la sua corsa verso la Casa Bianca, e si è ritirato. «Aveva il Paese in mano», secondo tutti i sondaggi prima che iniziassero le primarie, ma l'ha perso adottando una strategia suicida, che l'ha portato a snobbare la campagna nei primi piccoli stati, come Iowa e New Hampshire, puntando tutto sulla Florida come trampolino di lancio.

Scommetteva sul fatto che nessuno degli altri candidati repubblicani si sarebbe aggiudicato tutti gli staterelli insidiando la sua "pole position" e divenendo così il suo antagonista. Ciò in parte è avvenuto, ma è successo anche che Huckabee si è dimostrato più debole del previsto, Romney si è mantenuto competitivo, seppure a fatica, e McCain, dato per spacciato, è praticamente risorto dal nulla. Così, in Florida, Giuliani si è trovato di fronte due candidati già rodati che l'hanno sorpassato di slancio.

Una grave perdita per i Repubblicani, perché Giuliani, il Sindaco d'America, pur non essendo molto amato nel partito e palesemente odiato dai social conservative e dalla destra religiosa, perché troppo liberal e newyorchese, con il suo seguito negli stati dell'Est sembrava il candidato più adatto a contendere la presidenza a Hillary o ad Obama, sospinti dal vento democratico che spira negli Usa.

La lezione che si può trarre dalla sua sconfitta è che negli Stati Uniti nulla si deve mai dare per scontato. Si può venire sconfitti pur partendo da favoriti, per cui bisogna sempre giocarsela, dall'inizio, senza supponenza, e fino in fondo.

Annunciando il suo ritiro Giuliani ha subito espresso il suo appoggio a John MacCain: «Dio ti benedica John». Adesso speriamo che John ricambi e gli offra la vicepresidenza, ma un ticket del genere rischierebbe di alienargli le già tiepide simpatie dei social conservative. Un altro endorsement che potrebbe rivelarsi chiave per il senatore dell'Arizona è quello giunto dal governatore della California, Schwarzenegger, che forse avrebbe appoggiato Giuliani se non fosse uscito sconfitto dalle primarie in Florida.

Ancor di più di Giuliani McCain è odiato dall'establishment del partito per il suo spirito indipendente e bipartisan, anche se rispetto all'ex sindaco gode di una maggiore indulgenza da parte di social conservative e destra religiosa. I libertari come Ed Crane, del Cato Institute, e gli "anti-tasse" come Grover Norquist si fidano poco e lo considerano piuttosto un avversario. Anche McCain però, come Giuliani, è capace di esercitare una certa attrazione sugli elettori indipendenti e i democratici moderati, come il suo amico Lieberman, e quindi potrebbe avere qualche chance contro Hillary e soprattutto Obama.

Ecco il ritratto che ne fa Christian Rocca: «E' accusato di non essere un vero repubblicano, ma dall'aborto alla sicurezza nazionale, dalla politica fiscale alla limitazione della spesa pubblica è quanto di più repubblicano possa esistere. A differenza dei colleghi di partito, però, McCain crede che il surriscaldamento terrestre sia un vero problema, che la raccolta dei fondi elettorali debba essere regolata, che l'America debba restare un paese aperto all'immigrazione, che i giudici federali non possano essere ideologi, che i bilanci debbano tendere al pareggio e che spesso i leader della destra religiosa si comportino da "agenti di intolleranza"».

A poco a poco McCain sta conquistando la fiducia di «pezzi dell'establishment» e, sul fronte intellettuale, lo sostengono i neoconservatori del Weekly Standard, a cominciare da Bill Kristol che lo aveva sostenuto anche nel 2000 contro Bush. Bush, appunto, «il suo antico avversario». Il rapporto tra i due, ci informa Rocca, «ora è buono»: «McCain è stato l'unico alleato di Bush, quando il presidente ha deciso di mandare Petraeus in Iraq per cambiare rotta. Alle primarie Bush non si schiera, ma il suo ultimo discorso sullo Stato dell'Unione, pronunciato lunedì sera al Congresso e centrato su tutti i temi cari al senatore dell'Arizona (Iraq, veterani, spesa pubblica e immigrazione), a leggerlo bene è stato un semi endorsement per McCain».

Seppure a malincuore per l'uscita di scena di Giuliani, anche il mio irrilevante sostegno va ora a McCain.

Wednesday, January 30, 2008

Dietro Marini, trappolone "tedesco" anche per Veltroni

Dunque, incarico a Marini, più un "mandato esplorativo". Com'era prevedibile il Capo dello Stato ha voluto comunque tentare l'ultima carta. Ma il rischio, per Napolitano, è di esporsi a una figuraccia istituzionale.

Già, perché forse qualche margine c'è ancora per il presidente del Senato, ma si tratta di due-tre senatori, non certo delle nobili e larghe intese. Come ha spiegato bene oggi Stefano Folli, «non si tratterebbe di un "governo istituzionale" nel senso che si dà di solito a questa espressione: vale a dire un esecutivo di larga coalizione (dal Pd a Forza Italia) che si raccoglie, in casi eccezionali, sotto una bandiera istituzionale e non politica. La realtà è un'altra. Marini avrà contatti con tutti, ma si troverà ben presto di fronte alla sostanza delle cose: non esistono margini per una grande intesa perché almeno il 50 per cento del Parlamento è proteso verso le elezioni. Un dato di fatto che nemmeno D'Alema, vero regista di questa vicenda, può cambiare. Quello che forse è possibile realizzare sulla carta - è un debole governo di transizione, destinato a non avere la fiducia del Senato oppure a ottenerla per uno o due voti. Un governo Prodi-bis, ma senza Prodi. Rinchiuso dentro gli stessi limiti di una maggioranza di centrosinistra resa inesistente dalle ultime defezioni. Condannato, nella migliore delle ipotesi, alla stessa vita stenta del governo Prodi. Ma, a differenza di quest'ultimo, privo di legittimazione popolare... È tutto da dimostrare che un governo di questo tipo sarebbe di giovamento nella crisi di sistema in cui siamo immersi, nonché di aiuto alla stessa sinistra in affanno. Forse sposterebbe in avanti di qualche mese le elezioni. Ma a che prezzo?»

Di sicuro, l'unico scopo che giustifica la sua nascita - la riforma elettorale - non verrebbe raggiunto ed è probabile che neanche ottenga mai la fiducia del Parlamento. L'unico risultato di questa «machiavellica operazione», conclude Folli, sarebbe quello di «celebrare le elezioni anticipate con Romano Prodi fuori da Palazzo Chigi». Non proprio uno spot esaltante per la credibilità delle istituzioni, Quirinale compreso.

Dal punto di vista politico, incaricando comunque Marini il tentativo è di mettere l'Udc di Casini di fronte al fatto compiuto, sperando come minimo in una «scissione» pro-Marini. Si ritarderebbe il voto e la ricostituzione della CdL, e si avrebbe qualche settimana in più per tentare l'Udc con la carota della legge elettorale "alla tedesca".

Sarebbe più onesto, se davvero la preoccupazione principale fosse la riforma elettorale, che il Pd si presentasse a Berlusconi, Fini e Casini con un testo e su quello chiedesse di convergere. Tra Berlusconi (se fosse proposto il vassallum) e Casini (se fosse proposto il "modello tedesco"), uno dei due potrebbe decidersi a farlo.

Ma sono sempre le due idee diverse che i leader del Pd nutrono per il loro partito ad impedire quello sblocco sulla legge elettorale che potrebbe favorire la nascita di un governo istituzionale per le riforme. Se, per esempio, Veltroni cedesse e desse assicurazioni a Casini sul "modello tedesco", allora l'Udc potrebbe pensare di appoggiare il governo Marini. Tuttavia, Casini si è ritratto, perché con il Pd così diviso rischia solo di salvare ciò che rimane dell'Unione, esponendosi a un danno d'immagine enorme agli occhi dell'elettorato di centrodestra, senza avere garanzie neanche sulla riforma elettorale tedesca che desidera: sarebbe davvero un suicidio. Sempre ammesso che una volta ottenuto il tedesco trovi ancora qualcuno disposto a votare l'Udc dopo aver salvato il centrosinistra dalla debàcle elettorale.

Le sorti politiche del Paese sono quindi legate alla guerra intestina tra D'Alema e Veltroni per il controllo del Partito democratico. Il primo vuole evitare che si voti subito e con l'attuale legge elettorale a "lista bloccata", condizioni che consentirebbero al rivale, pur perdendo il governo, di vincere il partito, ridisegnando a proprio favore gli equilibri interni. Il secondo ovviamente preferisce almeno consolidare la sua leadership nel partito piuttosto che farsi logorare per un altro anno, magari ritrovandosi imprigionato in una linea che lo costringerebbe alla fine a proporre una legge elettorale su quel "modello tedesco" che ha sempre contrastato.

Dietro l'incarico a Marini e il «pressing disperato» su Casini, sotto gli auspici di D'Alema e della Cei, come anticipavamo giorni fa, trovando oggi sempre più conferme, c'è il disegno "tedesco" del quadrilatero Pd-Udc-Colle-Montezemolo, per far fuori Berlusconi (e Veltroni).

Dunque, oggi chi pensa ad una legge elettorale sul "modello tedesco" che favorisca la nascita di una "Cosa bianca" e una "Cosa rossa", alle quali il Pd dovrebbe allearsi dopo il voto, alternativamente a seconda delle congiunture e delle convenienze, chiede un governo istituzionale per portare a termine questo schema; chi invece, ha in mente un assetto tendenzialmente bipartitico, in cui due partiti (PdL e Pd) si contendano il centro dell'elettorato senza paludi di mezzo, preferisce "elezioni subito", perché o per via parlamentare (nel Pd la linea prevalente sarebbe quella di Veltroni), o referendaria, aumenterebbero le probabilità di approvare una legge elettorale che favorisca tale schema.

L'ultimo delirio

«Guardi, la questione è molto semplice. Tutte le persone di buon senso - da Montezemolo a Epifani, dai vescovi a Pannella!...». Così, al Corriere della Sera di oggi, Franco Bassanini riassumeva i confini di quel partito del non-voto che comprende, non c'è da stupirsi, tutti, ma proprio tutti, i cosiddetti "poteri forti", ma inaspettatamente anche Marco Pannella. Ieri ci chiedevamo se al leader radicale fosse sorto qualche dubbio su quella "bella" ma per lui inedita compagnia.

Al partito del non-voto si sono iscritti tutti i poteri corporativi, una «Grande coalizione» sociale che va da Confindustria alla Cei, dai sindacati a Confcommercio, uno straordinario blocco sociale, si sarebbe detto qualche tempo fa, per definizione conservatore, di cui proprio Pannella ci ha insegnato a diffidare in quanto espressione dei poteri oligarchici del regime. Lui ce li ha sempre indicati come tali. Oggi, caro Marco, per ragioni che ignoro ma che temo di intuire, tu stai con questi qui. Con tutti questi qui. Ed hai la spudoretezza, o piuttosto l'insensatezza, di ravvisare in questa crisi «un assedio, non dirò a quale Colle, che gran parte del ceto dirigente della oligarchia sta cercando di concludere» con le elezioni anticipate.

Ora, che il campo berlusconiano chieda di tornare subito alle urne per interesse di parte è certo; se tale esito rappresenti o meno un danno per il Paese, piuttosto che mandare avanti questa legislatura, è discutibile; ma per quanto "sfascisti", individuare in Berlusconi, Fini e Casini «gran parte del ceto dirigente della oligarchia», mentre dall'altra parte troviamo tutte le Conf, i sindacati, persino la Cei... No, non regge proprio, è ridicolo.

Dunque, o Pannella si è sempre sbagliato, la sua lettura è sempre stata fuorviante, e quindi quella è la parte "sana" del Paese, la più responsabile, e dall'altra parte solo gli "sfascisti", oppure oggi a Pannella conviene arruolarsi nel partito del non-voto semplicemente perché si trova in un vicolo cieco. Si arruoli, ma almeno lo faccia con discrezione, mestamente, senza sbraitare e delirare, ché tanto non convince più nessuno.

Tuesday, January 29, 2008

I redditi soffocati da euro e tasse

Quante volte ci è capitato di non riconoscere la nostra quotidiana esperienza di consumatori nelle statistiche ufficiali sull'inflazione? Ebbene, per una volta la percezione comune dei cittadini sembra trovare una corrispondenza statistica e una spiegazione logica nel rapporto diffuso ieri dalla Banca d'Italia sui bilanci delle famiglie.

Già da un'indagine di qualche giorno fa risultavano in Italia i redditi più bassi tra quelli percepiti nei Paesi Ue. Ora la Banca d'Italia avverte che nel periodo 2000-2006 il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente è rimasto sostanzialmente fermo, con un aumento impercettibile dello 0,96%, mentre nello stesso periodo ha fatto registrare una crescita sostanziosa, del 13,86%, il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore autonomo.

A fronte di un aumento di reddito solo dello 0,96% in un arco di tempo così lungo, è ovvio che anche i dati più ottimistici e confortanti sull'inflazione rappresentino un'oggettiva sofferenza per le famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente e si prestino quindi ad essere percepiti come falsi. Basta osservare i dati Istat sull'inflazione nello stesso periodo, 2000-2006: +2,5% nel 2000; +2,7% nel 2001; +2,5% nel 2002; +2,7% nel 2003; +2,2% nel 2004; +1,9% nel 2005; +2,1% nel 2006. L'intero aumento di reddito che le famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente hanno percepito nell'arco di sei anni non è sufficiente a recuperare il potere d'acquisto eroso dall'inflazione durante uno solo di questi anni.

Tra le interpretazioni che abbiamo letto oggi sui giornali, quella di Fabrizio Galimberti, su Il Sole 24 Ore, ci è parsa la più convincente, anche perché fa riferimento all'introduzione dell'euro (gennaio 2002). «Gli effetti sui prezzi, e soprattutto la differenza fra inflazione effettiva e inflazione percepita, hanno dato origine a molti studi, che hanno sostanzialmente confermato la correttezza delle rilevazioni dei prezzi e avanzato altre spiegazioni di quella discrasia. Ma non vi è dubbio che il change-over ha permesso a molte categorie, che hanno il controllo sui prezzi dei propri servizi (prezzi che non fanno parte necessariamente delle rilevazioni dell'Istat) di "approfittare" del nuovo metro monetario per appropriarsi di altre fette di reddito. Insomma, l'euro non ha influito sull'inflazione ma sulla distribuzione dei redditi».

Proprio in concomitanza con il passaggio dalla lira all'euro, mentre gli uni ritoccavano verso l'alto i prezzi di merci, beni e servizi - rincari che il mercato ha assorbito, visto che la gente ha continuato ad acquistarli - gli altri hanno visto il livello delle loro retribuzioni rimanere inviariato per anni, acutizzando in questo modo la percezione di un'elevata inflazione e determinando un reale impoverimento.

Ciò non autorizza a criminalizzare i lavoratori autonomi, che hanno lecitamente "approfittato" di un aumento dei prezzi reso possibile e indotto dal nuovo metro monetario e dalle conseguenti difficoltà di orientamento nella spesa da parte dei consumatori. Probabilmente hanno solo sfruttato la prima occasione buona per recuperare parti di reddito che gli erano precluse a causa di una tassazione troppo elevata e di una burocrazia asfissiante.

Rimane il problema: come permettere alle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente di recuperare il potere d'acquisto perduto in questi anni? Certa sinistra vetero-marxista, e purtroppo anche il Pd, potrebbero essere tentati di massacrare di tasse e studi di settore i lavoratori autonomi nel tentativo di redistribuire il reddito, in parte trasformandolo in servizi pubblici.

Non solo le famiglie, anche le imprese e lo Stato percepiscono redditi. Mentre dal 2000 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato di poco, il Pil (che comprende il reddito disponibile delle imprese) è cresciuto di più, ma ancor più nettamente è cresciuto il reddito disponibile della Pubblica Amministrazione, quella parte della pressione fiscale che serve ai servizi pubblici. Insomma, concludeva ironicamente Galimberti, «in teoria le famiglie si possono consolare pensando che hanno ricevuto maggiori redditi virtuali attraverso i servizi pubblici. Ma non è affatto sicuro che ritrovino nella quotidiana esperienza questi benefici...» Infatti, quel reddito di cui i cittadini avrebbero dovuto usufruire tramite servizi pubblici efficienti è rimasto a dir poco virtuale.

Sarebbe un errore far leva sull'invidia sociale, scatenare nuove e fuorvianti lotte di classe tra lavoratori autonomi e dipendenti. L'unica soluzione, a nostro avviso, è tagliare radicalmente le tasse: detassare subito e completamente i nuovi aumenti salariali, gli straordinari e i premi di produttività, e magari introdurre una flat tax al 20% in 5 anni, che costringerebbe anche a ridurre la spesa pubblica. In ogni caso, tagliando in modo coraggioso le aliquote, si restituisce subito reddito nelle buste paga e si rimettono in moto i meccanismi della crescita economica in grado di produrre ulteriore reddito.