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Thursday, September 11, 2008

Molto più di un lapsus, è l'Anschluss russo

Altro che il falso lapsus di Obama, quello dell'autoproclamato presidente sudosseto è molto più di un lapsus. Rivela, per quelli che ancora nutrissero qualche dubbio, le reali intenzioni russe in Georgia e dimostra quanto fosse diverso il caso di Abkhazia e Ossezia del Sud da quello del Kosovo.

«Non vogliamo creare un'Ossezia indipendente. Perché così vuole la storia», aveva affermato Kokoity a un convegno di politica estera organizzato dal Cremlino a Soci, sul Mar Nero, esprimendo l'aspirazione alla «riunificazione» con l'Ossezia del Nord e, quindi, il desiderio di tornare a far parte della Russia: «Sì, certo, noi diventeremo parte della Russia». Una dichiarazione scomoda persino per il Cremlino. Poco dopo, infatti, la "diplomatica" marcia indietro: «Ovviamente sono stato frainteso».

«A oggi pensiamo che il riconoscimento dell'Ossezia del Sud fosse un passo necessario e sufficiente. Non ci sono altri piani o alternative», si è affrettato a dichiarare il premier russo Putin, mentre il presidente Medvedev ricorre alla minaccia della piccola e militarmente impotente Georgia, occupata in tre soli giorni da poche migliaia di soldati russi, per giustificare un riarmo («si pone tra le più alte priorità dello Stato per i prossimi anni») in corso già da qualche anno.

Intanto, l'ambiguità della posizione italiana durante la crisi russo-georgiana non sembra aver incrinato i rapporti con Washington. Sarà vero? Così parrebbe dalle dichiarazioni ufficiali dopo l'incontro tra il premier Berlusconi e il vicepresidente Usa Dick Cheney. Eppure, oggi il Financial Times offre un'analisi diversa e francamente più convincente:
«... The US delegation, in Italy for five days, had pushed for clear endorsement of its position from Mr Berlusconi. Once a favoured ally rewarded for his support of the US invasion of Iraq, Mr Berlusconi has seriously irritated the Bush administration by his handling of Russia's invasion of Georgia... Concerns grew in Washington that Italy was undermining unity when Franco Frattini, Italy's foreign minister, went to Moscow last Thursday - when Mr Cheney was in Georgia and Ukraine, and ahead of European Union peace efforts by Nicolas Sarkozy, the French president, now among Washington's favourites».
Mentre noi temiamo che Berlusconi subisca il fascino della sua amicizia con Putin, il FT fornisce alla posizione italiana uno straccio di motivazione razionale:
«Bush administration hawks are alarmed by Italy's close energy relationship with Russia, particularly the "strategic partnership" between Moscow's Gazprom and Italy's part state-owned Eni, and the South Stream pipeline they intend to build to take Russian gas across the Black Sea. Gazprom's entry into Libya is being facilitated by an asset-swap with Eni where Gazprom will take half of Eni's take in the Elephant oil field in exchange for Eni taking part of Russia's Arctic Gas».

Sulla scuola Veltroni getta la maschera

Un caos di riforme «senza toccare minimamente i cardini del problema», come ha scritto Alberto Alesina su Il Sole24 Ore e come ci ricorda ogni anno l'Ocse: mancanza di meritocrazia, «frutto dell'onda lunga del '68», salari troppo bassi e di conseguenza docenti mediocri e/o demoralizzati:
«Si parla tanto di insegnanti multipli o unici nelle scuole. Parliamoci chiaro: gli insegnanti sono diventati multipli non perché si sia capito che questo migliorava la qualità dell'insegnamento, ma semplicemente perché sono nati sempre meno bambini in Italia e non si poteva licenziare nessun docente, anzi le assunzioni dovevano continuare a ritmi elevati. La scuola, insomma, come welfare per giovani laureati. Il nuovo ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini, finalmente va nella direzione giusta: meno insegnanti ma pagati meglio».
Poi, valutazione dei risultati, alla quale devono seguire premi o penalizzazioni; informare le famiglie sulla qualità degli istituti; via i concorsi pubblici, più autonomia e responsabilità.

«L'opposizione dovrebbe aiutare Gelmini in questo tentativo, anche se finora è stato illustrato solo a parole (a cui si spera seguano i fatti). Invece il Pd, tramite il suo leader Walter Veltroni, si è chiuso in una critica vecchia e stantia sulla riduzione degli stanziamenti per la scuola». Come da anni ci ripete l'Ocse, «il problema fondamentale della scuola e dell'università italiana non è la mancanza di fondi, ma la mancanza di meritocrazia e concorrenza».

La scuola è uno dei principali banchi di prova per il Pd e ad oggi sta fallendo miseramente. Veltroni vuole «imbastire» sulla scuola la sua campagna d'ottobre, ma lo farà riempiendo le trincee in difesa della scuola burocratizzata e sindacalizzata, che serve ai precari come ammortizzatore sociale e non agli studenti. Proprio sulla scuola il riformismo di Blair ha dato i suoi primi succosi frutti e proprio sulla scuola il Pd sta gettando la sua maschera.

La Gelmini, invece, sembra andare nella «direzione giusta», secondo Alesina. Proprio oggi il ministro ha rilasciato un'intervista a il Riformista. «Veltroni? Mi sta deludendo», dice il ministro. «Ha fatto la campagna elettorale sul cambiamento e sul riformismo. Ora invece difende posizioni di trent'anni fa, nelle quali non vedo la differenza con Rifondazione. Mi deve dire una cosa: la scuola serve a creare occupazione o a produrre educazione per i nostri ragazzi? Sulla scuola il Pd si gioca molto della sua capacità di innovazione. E il clima nel paese è cambiato. Appena qualche anno fa un Brunetta non avrebbe avuto la popolarità che ha oggi. La gente, soprattutto i giovani, sta con chi vuole cambiare». E «quando il 97% per cento delle risorse se ne va in stipendi, cosa resta per migliorare il prodotto?». Quale impresa riuscirebbe a stare sul mercato spendendo in stipendi il 40-50% delle sue risorse?

Non solo condotta, grembiule, maestro unico, ma anche i temi indicati da Alesina, la meritocrazia e l'autonomia («la più ampia possibile») agli istituti:
«Penso che le scuole debbano trasformarsi in fondazioni, in cui entrino gli enti locali, che debbano poter reclutare gli insegnanti a chiamata da una lista di abilitati, con una parte di stipendio fisso e una variabile. Penso che le scuole debbano essere valutate, come succede all'estero, e che chi lavora bene debba ricevere di più. E' stata dura, ma nella finanziaria ho ottenuto che il 30% delle risorse risparmiate siano utilizzate per premiare il merito».
Il '68, certo, ha avuto «grandi responsabilità».
«Ha portato un valore positivo, quello della partecipazione. Ma anche uno negativo: il buonismo, l'appiattimento verso il basso, un finto egualitarismo in cui chi ha talento resta al palo. In Italia l'ascensore sociale si è bloccato. E la scuola, questo è il problema, non aiuta più i meritevoli a salire».
Risponde bene, la Gelmini, anche alla polemica sull'esame da avvocato sostenuto nella sede "facile" di Reggio Calabria:
«Sono fiera del mio percorso scolastico: 50 alla maturità classica, 100 alla laurea a Brescia. Poi dovevo fare l'avvocato, la mia famiglia spingeva perché lavorassi presto. A differenza di Veltroni, ne avevo bisogno. Che senso aveva perdere anni in concorsi dove l'esperienza mi diceva che passavano solo i figli di avvocati? Veltroni difende per caso gli ordini professionali? Pensa che sia lì che si valuta il merito delle persone?».
Chapeau.

Un Pd senza idee si aggrappa all'antifascismo di maniera

Torno sulla polemica fascismo/Rsi. Pansa, intervistato da il Giornale, prende le difese del ministro La Russa, attaccato da Veltroni e Franceschini, osservando che molti di coloro che si arruolarono nella Rsi «erano cresciuti nel regime fascista, immersi in un clima di propaganda perenne», che «fra quei ragazzi, ce n'erano molti che divennero sinceri antifascisti», che quindi «non erano quattro miserabili scherani, come vuol far credere chi polemizza» con La Russa, bensì «uomini che si trovarono giovanissimi nel tempo delle scelte dure».

Il profilo che traccia Pansa è ineccepibile. Resta ora da capire quali debbano essere nei confronti dei caduti per Salò i sentimenti della memoria collettiva, dei rappresentanti della Repubblica italiana. E qui ribadiamo: certamente rispetto per ognuna di quelle storie individuali. Ma non «onore», che se non sbaglio è la parola invocata dal ministro La Russa. E' triste, lo so, ma chi si trovò anche solo per accidente, perché indottrinato in gioventù, dalla parte sbagliata, non può essere «onorato» come difensore della patria. Non è cattiveria, è che sarebbe un insulto ai fatti.

Certo, poi si può e si deve parlare anche dei professionisti dell'antifascismo e dei comunisti, che miravano non alla democrazia, ma a una dittatura ben più totalitaria e disumanizzante. Non so se possa essere rilasciata una patente di antifascista a chi, per esempio, militò nel GUF fino al 1945. Sono troppi gli imboscati, i fascisti dell'ultima ora che si convertirono in comunisti della prima ora. Il '43 rimane ai miei occhi uno spartiacque. Chi rimase fascista anche dopo il '43 difficilmente può convincerci di essere stato antifascista. E i comunisti difficilmente possono convincerci di essere stati democratici nonostante difendessero l'invasione sovietica in Ungheria.

Poi Pansa coglie un aspetto importante della vis polemica di Veltroni e Franceschini. Il «vero» problema» di Veltroni «è Di Pietro che fa la faccia feroce. Lui allora rilancia, senza esserne convinto, perché gli stanno rubando il patrimonio».

La verità è che il Pd veltroniano è ancora alla ricerca di un'idea forte per l'autunno», scrive oggi Stefano Folli, che non è il primo a sottolineare la totale mancanza di idee del Pd ma soprattutto del suo leader. Veltroni non ha uno straccio di idea, fa opposizione alla giornata, aprendo ogni mattina una polemichetta, il più delle volte prendendo delle toppe clamorose.

Non avendo trovato un'idea, «il surrogato è una sostanziale svolta a sinistra, così da mobilitare i simpatizzanti e rincuorarli... E la polemica sulle ipotetiche nostalgie fasciste del sindaco di Roma ne è il corollario». Ma il richiamo all'antifascismo e alla piazza non portano lontano: «I toni intransigenti e l'appello in difesa della democrazia possono servire a ridurre lo spazio in cui si muove Di Pietro, recuperando anche l'opinione di estrema sinistra. Ma così salta - è bene saperlo - la premessa politica su cui nacque il Pd», avverte Folli.

Lo dicevo all'indomani delle elezioni, su il Riformista: «... per il Pd è solo l'inizio e al di là della percentuale sarà determinante il dopo: da quale lato svilupperà la propria opposizione a Berlusconi? Di fronte alle poche e timide riforme, si appiattirà di nuovo sulle posizioni conservatrici dei sindacati e della sinistra massimalista, gridando alla "macelleria sociale", oppure incalzerà Berlusconi chiedendo più coraggio riformista?»

Ecco, aggrappandosi alla logora ideologia dell'antifascismo, cedendo al giustizialismo dipietrista, ma soprattutto in questi giorni le "grida manzoniane" sulla scuola e le solite accuse di "macelleria sociale" per i tagli (pochi) alla spesa pubblica, il Pd si avvia a ripetere gli stessi schemi dell'opposizione 2001-2006, che produsse il ritorno al governo sotto il segno di Prodi, Visco e Rifondazione comunista. Auguri. Dov'è finito il Veltroni del giugno-luglio 2007?

Generazione 11 settembre

Che sia un giorno indelebile nella memoria di tutti noi lo dimostra il fatto che ogni 11 settembre c'è sempre immancabilmente un momento della giornata in cui ci fermiamo anche solo per un istante a ricordare quando e in che modo abbiamo saputo che due aerei si erano schiantati sulle Torri Gemelle. Tutti ricordiamo dove eravamo e cosa stavamo facendo quel giorno e ogni anno ri-condividiamo i nostri ricordi con amici e colleghi, come se non li conoscessimo già a memoria. E mi viene voglia di rivedere ancora quella terribile sequenza di immagini, quasi avessi paura di dimenticare, seppure non abbia certo bisogno di questa tragedia per sentirmi "ameriKano".

Scandisce il tempo che passa, l'11 settembre. Sono trascorsi 7 anni - penso - sembra ieri, e nella mia testa frullano pensieri che somigliano a un bilancio anche personale di questi sette anni. Com'è cambiato il mio modo di pensare, di farmi delle idee su ciò che accade, come sono cambiati i miei interessi, risultati e delusioni.

E voi - come direbbe Fat Moe - che avete fatto in tutti questi anni? Si può parlare di una "Generazione 11 settembre"? Mah, non saprei, forse tra i blogger...

Tuesday, September 09, 2008

Istruzione, l'Ocse descrive le solite macerie

Sono i soliti dati sulla scuola. Ogni anno l'Ocse sforna i suoi rapporti e i dati riferiscono dello stesso sfacelo. Di soldi se ne spendono a iosa, ma il "miracolo" è che i docenti sono pagati poco, poco qualificati («meno laureati che in Cile»), e i risultati disastrosi.

Anche il rapporto di quest'anno Education at a Glance 2008 conferma ciò che abbiamo sempre sostenuto, e che il ministro Gelmini sembra avere presente: troppi insegnanti nella scuola secondaria, il che inevitabilmente si traduce in un livello troppo basso dei loro stipendi. Il che a sua volta porta a demotivazione e bassa produttività. «Nel settore dell'istruzione secondaria l'Italia spende molto denaro. Paga però molti professori dando loro uno stipendio molto basso, ha spiegato Andreas Schleicher, responsabile delle ricerche sull'istruzione. Insomma, è la conferma che la scuola è stata usata come ammortizzatore sociale. «Esattamente il contrario di quanto fa un paese come la Corea del Sud». Dove il numero dei professori è minore e il loro stipendio più alto. Il vero problema quindi è «come vengono spesi» i fondi elargiti dallo Stato.

L'università si rivela per quella che è: un fallimento. Una vera e propria truffa dello stato ai danni dei ragazzi, che vi accedono con sacrifici credendo di fare un investimento per il loro futuro, di ritrovarsi alla fine degli studi con un titolo subito spendibile sul mercato del lavoro e che gli garantisca un reddito di partenza mediamente più elevato dei non laureati, come avviene più o meno in tutti i paesi occidentali. Lo dimostra il fatto che il divario tra laureati, circa il 13%, e detentori di lavori qualificati, oltre il 40%, è tra i più alti dell'area Ocse.

Ed è altissimo il tasso d'abbandono, primo tra i paesi Ocse. Solo il 45% degli iscritti si laurea, a fronte di una media Ocse del 69%. Al di sotto della media di Cile e Messico, in una classifica impietosa che vede l'Italia fanalino di coda insieme a Brasile, Turchia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Per l'università i paesi Ocse spendono in media 11.512 dollari per ogni studente, mentre l'Italia ne investe solo 8.026. Solo il 19% dei 25-34enni ha un diploma di laurea, contro il 33% della media Ocse.

Ovviamente da noi gli studenti stranieri preferiscono non venire. Gli Stati Uniti si confermano il paese che attrae di più, con il 20% delle preferenze. Seguiti da Gran Bretagna, 11,3%, Germania, 8,9%, Francia, 8,5% e Australia, 6,3%. L'Italia, nonostante sia un paese magnifico, solo l'1,7%.

Urgono corsi d'inglese al Corriere

Avete presente la notizia che avete letto ieri sul Corriere della Sera, e oggi ancora sul sito: Oprah contro la Palin: «Mai nel mio programma». Bene, è completamente falsa. Letteralmente falsa.

Il fatto è questo. In effetti, venerdì scorso, il sito conservatore Drudgereport aveva polemizzato con Oprah Winfrey rivelando che siccome appoggia Obama non avrebbe ospitato Sarah Palin nel suo show, nonostante molti del suo staff invece la volessero.

Ebbene, in seguito la Winfrey ha rilasciato una dichiarazione che abbiamo letto ieri sul Corriere, in un articolo a firma Alessandra Farkas, inviata del quotidiano a New York: «Quando, per la prima volta in vita mia, ho scelto di prendere una posizione pubblica per un candidato ho deciso anche che non avrei usato il mio show come una piattaforma per altri candidati. Sono d'accordo che quella con Sarah Palin sarebbe un'intervista fantastica. E mi piacerebbe averla a campagna finita».

Peccato che - se ne è accorta Guia Soncini - Oprah Winfrey abbia detto qualcosa di letteralmente diverso e la Farkas abbia sbagliato la traduzione dall'inglese. «Ho deciso che non sarebbe stato utilizzato come piattaforma elettorale da nessuno dei candidati», aveva scritto Oprah.

«The item in today's Drudge Report is categorically untrue. There has been absolutely no discussion about having Sarah Palin on my show. At the beginning of this Presidential campaign when I decided that I was going to take my first public stance in support of a candidate, I made the decision not to use my show as a platform for any of the candidates. I agree that Sarah Palin would be a fantastic interview, and I would love to have her on after the campaign is over».
Fonte: Drudgereport

L'inizio della dichiarazione dimostra chiaramente come la Winfrey sia intervenuta per smentire le voci di Drudgereport. Per quanto possa essere ipocrita la sua smentita (e quindi vero che non ha voluto invitare la Palin per fare un favore a Obama), rimane il fatto che la Farkas ha commesso un errore di quelli blu, traducendo "any" con "altri". Ecco cosa succede a un grande giornale quando si riempie di raccomandati.

Rispetto sì, ma l'onore è un'altra cosa

L'ennesima polemica sul fascismo. Che palle, francamente! Questa volta ha coinvolto Alemanno e La Russa. Ma l'uscita più grave è stata a mio avviso quella del ministro della Difesa, a cui ha prontamente replicato il presidente Napolitano. Ai caduti di Salò va il rispetto che si deve ai morti, ma l'«onore» no, è un'altra cosa. Erano in buona fede? Sono stati ingenui? Qualcuno li ha ingannati? Credevano di difendere la patria? Può darsi.

Ma in quella guerra c'era una parte giusta e una sbagliata. Ancora nel '43 chi scelse Salò non aveva compreso qual era quella giusta. «Onorare» i caduti di ogni parte, a confondere quella giusta e quella sbagliata, è un inaccettabile atto di relativismo. Ripeto: rispetto nei confronti di tutti i caduti, ma l'«onore», quello, riserviamolo a chi per accidente o per merito si è trovato dalla parte giusta della storia.

Piuttosto, non capisco cosa ci sia da festeggiare l'8 settembre. Giorno in cui è iniziata un'altra guerra e lo stato italiano si è sfasciato. Giorno in cui chi era alla guida della nostra Italia, il re e capi di stato maggiore, hanno abbandonato i cittadini, dimostrando di che pasta sono fatti da sempre i nostri governanti, di ieri e di oggi. Il giorno del "Tutti a casa". Mancò il coraggio di una scelta netta, di rigirare l'esercito contro quello che inevitabilmente sarebbe stato il nuovo nemico, invece di lasciare ogni unità militare allo sbando.

Monday, September 08, 2008

Il fenomeno Sarah Palin. Mossa astuta ma non saggia?

Nella puntata di oggi di Think Global (qui in mp3), la mia rubrica su Velino Radio, mi sono occupato del fenomeno Palin. Una personalità forte che fa già discutere, radicalmente conservatrice ma in modo anticonformista, lontana da Washington non solo geograficamente. E' lei il personaggio di questi giorni. Dalla quantità di attacchi che riceve - spesso basati su delle vere e proprie balle - si direbbe che McCain abbia visto giusto a volerla come sua vice. I democratici sono in allarme e i sondaggi per la prima volta attribuiscono a McCain un vantaggio così consistente su Obama. Secondo Usa Today/Gallup di 4 punti percentuali (50% a 46%). Ma come leggerete qui di seguito anche tra i conservatori c'è chi non è affatto entusiasta della scelta Palin.

Sulle parole esperienza e cambiamento si gioca la campagna dei due candidati. Obama ha scelto come vice l'esperto Joe Biden per rispondere alle accuse di inesperienza; McCain ha voluto al suo fianco il volto nuovo della Palin, per mostrare di saper interpretare il cambiamento quanto Obama. La governatrice è famosa per essersi battuta con successo contro l'establishment corrotto del suo partito in Alaska e contro le compagnie petrolifere. Il dibattito sull'effetto Palin è più che mai aperto e nei commenti ho ritrovato gli stessi dubbi che avevo manifestato nel post di venerdì scorso.

Da sinistra rimproverano alla Palin le sue posizioni pro-life. Jacob Weisberg, su Slate, parla di «assolutismo anti-abortista», che «politicamente non ha mai avuto molto senso». Settori significativi del GOP – libertari, liberisti, pragmatici – non auspicano la revisione della sentenza Roe v. Wade. E a dispetto di quanto scrive oggi Giuliano Ferrara, su Il Foglio, sempre meno americani dichiarano di scegliere il proprio candidato in base a come la pensa sull'aborto. I repubblicani pragmatici stanno provando a rendere il loro partito una «grande tenda» che possa ospitare posizioni sia pro-life che pro-choice.

A quanto pare è difficile, anche per i commentatori Usa, stabilire quali potranno essere gli effetti della sua candidatura sull'elettorato, cioè se si limiterà ad eccitare gli animi della base repubblicana o se invece sarà in grado anche di allargare la base dei consensi. Perché è difficile capire se agli occhi del pubblico Sarah Palin rappresenti più le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana o se non sia divenuta piuttosto l'icona della lotta alla corruzione dell'establishment repubblicano, di richiamo per una sorta di anti-politica in versione Usa.

In due articoli il Wall Street Journal ha cercato di raccontare proprio questo aspetto: «Se avete letto qualcosa di Sarah Palin, è probabile che abbiate letto parecchio sulle sue convinzioni religiose e i suoi problemi famigliari. Ma se volete sapere cosa guida la politica della Palin, e cosa ha intrigato l'America, allora dovete sapere come ha battuto» il malaffare tra l'establishment repubblicano e le compagnie petrolifere in Alaska. «Sebbene molti nei media sostengano che sia stata scelta per fare appello alla destra cristiana del partito, la Palin non ha ancora sollevato il tema dell'aborto». Se non altro perché non ha bisogno di farlo esplicitamente, visto che l'aver deciso di tenere il suo ultimo figlio, affetto da sindrome di Down, è una «prova sufficiente delle sue convinzioni pro-life». In un partito colpito negli ultimi tempi da molti casi di corruzione, sono le lotte contro il potere in Alaska che hanno reso la Palin famosa e popolare. Per questo è stata scelta, secondo il WSJ.

Bill Kristol, il direttore della rivista neocon Weekly Standard, approva la scelta di McCain, che scegliendo Sarah Palin ha dimostrato «fegato» e un «acuto senso strategico». Ha capito che correre solo con la sua esperienza l'avrebbe portato al più ad una «rispettabile sconfitta». Ha compreso le implicazioni della vittoria di Obama su Hillary... «e che il conservatorismo anti-establishment della Palin, il suo femminismo pro-family e il suo determinato riformismo aggiungono qualcosa di importante alla sua campagna».

Eppure, la scelta della Palin non convince tutti i commentatori conservatori. Charles Krauthammer si chiede se il «Palin Power» funzionerà. «Ci sono domande che non dovremo mai porci con McCain: chi è quest'uomo e se possiamo fidarci di lui per la presidenza». Parole di Fred Thompson, citate da Krauthammer per spiegare il motivo più efficace dell'intera convention repubblicana: una risonante affermazione dell'autenticità di McCain e la denuncia dell'inconsistenza di Obama. «Cosa rimane di questa linea – si chiede Krauthammer – dopo che McCain ha scelto Sarah Palin come sua vice presidente?»

Certo, è una donna «stimabile e formidabile», «ha galvanizzato la base repubblicana e unito il partito dietro McCain». Ma la strategia di McCain era di fare delle elezioni un «referendum su Obama, certamente il meno esperto, il meno qualificato candidato alla Casa Bianca che si ricordi a memoria d'uomo». La Palin «mina questa strategia di attacco». La costituzione prevede che il vicepresidente subentri al presidente in certi casi. «Come Obama, la Palin non è pronta. Con la Palin l'accusa di inesperienza nei confronti di Obama evapora». Inoltre, tentare di rubare l'immagine del cambiamento a Obama è «una manovra azzardata, temeraria e difficile». Il problema è nell'«intrinseca contraddizione di un partito in carica che corre per il cambiamento. Chi ha governato nell'ultimo decennio?»

Ancora più critico un altro esponente dei neoconservatori - e columnist del Foglio - che sul National Post arriva a definire la scelta Palin «irresponsabile». David Frum spiega che McCain ha due problemi. 1) La base degli elettori repubblicani, cioè quanti nel corpo elettorale si definiscono «repubblicani», si riduce. La percentuale è la più bassa negli ultimi 28 anni. «Il solo modo in cui McCain può vincere è fare appello agli indipendenti e al centro». Il maverick – l'anti-conformista – McCain poteva sembrare il «candidato perfetto per questo compito». Si è distinto dall'ortodossia repubblicana su temi come le tasse e il cambiamento climatico, e i suoi rapporti con Bush sono stati spesso difficili.

Ma qui sorge il secondo problema: McCain non ha il sostegno di tutto il partito. Serviva quindi «un vice gradito alla destra». Secondo Frum, Tom Ridge sarebbe stato l'ideale, soprattutto guardando al fatto che la Pennsylvania sarà uno stato chiave. Attribuisce 21 dei 270 collegi elettorali necessari per la vittoria finale, è uno stato che di solito vota democratico, ma molto inospitale per un candidato come Obama. Ridge, esperto, cattolico e di origini europee, è molto popolare in Pennsylvania, di cui è stato due volte governatore. Ma Ridge è pro-choice, osserva Frum, quindi la scelta è caduta su Sarah Palin. «Ma in politica, come nella vita, non si può avere tutto. L'inesperienza della Palin rende Obama in confronto un George Marshall. Ha zero esperienza in politica estera e di sicurezza nazionale».

Comunque vada a finire a novembre, Sarah Palin si troverà in pole position per la corsa del 2012. «Così questo è il futuro del partito repubblicano che vi aspetta», conclude Frum con rammarico e preoccupazione: «Un futuro nel quale la sicurezza nazionale sarà retrocessa nella lista delle priorità dietro temi come l'aborto, le differenze di genere e le politiche energetiche. Sarah Palin è una scelta forte, e forse astuta. Non è detto che sia stata una scelta responsabile, o saggia».

Più ottimista sul futuro del partito repubblicano è David Brooks. «Di solito i partiti – ha scritto sul New York Times – si riformano nel deserto. Patiscono qualche bruciante sconfitta, la vecchia guardia ne esce screditata» e si dà il via al turnover e al cambiamento. McCain «sta tentando di riformare il Partito repubblicano prima di una sconfitta presidenziale, con la vecchia guardia ancora intorno, e con una base che non ha ancora accettato la necessità della trasformazione». Secondo alcuni suoi consiglieri avrebbe dovuto «rompere con il passato con un colpo netto»: nominando l'ex democratico Joe Lieberman come vice, promettendo di non ricandidarsi per un secondo mandato e di adottare uno stile bipartisan alla Casa Bianca. «Un passo forse troppo lungo».

Sarah Palin come vice, secondo Brooks, è la scelta «di freschezza e di rottura di cui aveva bisogno, ma le forze del passato hanno tirato McCain indietro». Il risalto dato dai media alle scelte famigliari della Palin ha fatto riemergere le «vecchie guerre culturali» sull'aborto e la procreazione e ognuno ha rivestito i panni tradizionali. Tutto è rientrato nel clichè dei «rossi contro i blu», del «presunto conflitto tra le donne delle grandi città con un figlio e favorevoli all'aborto e le donne con 5 figli e anti-abortiste delle zone rurali». La Palin nei 40 minuti del suo discorso di accettazione, ha osservato Brooks, si è «lasciata alle spalle la maggior parte della retorica repubblicana e ha glissato sull'aborto e i temi sociali, il suo linguaggio è stato più da supermarket che da pulpito di una chiesa. Almeno per una volta le forze riformatrici hanno preso il controllo del partito».

Dunque, secondo l'editorialista conservatore del NYT, McCain ha scelto come vice la Palin più per il suo volto nuovo e fresco, in una campagna in cui il senso del cambiamento giocherà un ruolo determinante, che per mettere al centro della sua agenda i temi cari alla destra religiosa.

La vede in modo opposto il settimanale britannico The Economist, che ha bocciato la scelta di McCain. «Il principale problema di McCain non è galvanizzare la sua base: gode di maggior supporto tra i repubblicani di quanto Obama ne goda tra i democratici. Il suo problema è ottenere voti dagli indecisi e dagli indipendenti in un momento in cui il numero di quanti si dichiarano repubblicani è di dieci punti inferiore del numero di quanti si definiscono democratici. McCain ha bisogno di attrarre circa il 55% degli indipendenti e il 15% di democratici per vincere. Ma è difficile che possa aiutarlo una donna che sostiene l'insegnamento del creazionismo piuttosto che la contraccezione». Per la verità, a noi risulta che la Palin si sia dichiarata favorevole alla contraccezione: «I'm pro-contraception, and I think kids who may not hear about it at home should hear about it in other avenues».

Secondo un sondaggio Rasmussen, la Palin «ha reso meno propensi a votare McCain il 31% degli indecisi e più propensi solo il 6%». Per non parlare della sua mancanza di esperienza. Non solo «vanifica il più convincente argomento di McCain contro Obama, ma fa sorgere serie domande circa il modo in cui prende decisioni», osserva l'Economist. La sua scelta è «ancora una volta la dimostrazione di come il tema dell'aborto distorca la politica americana, a destra come a sinistra». Ma i repubblicani sembrano essere «andati oltre nel subordinare considerazioni di competenza e merito alla purezza pro-life». Uno dei più grandi problemi dell'amministrazione Bush è stato proprio la nomina di incompetenti sulla base della loro posizione riguardo la sentenza Roe v. Wade. La scelta della Palin suggerisce che invece di rompere col passato, McCain «sta ripetendo i suoi errori».

Ancora una volta vengono sottolineate le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana di Sarah Palin, ma è probabile che agli occhi dell'opinione pubblica americana prevalga piuttosto l'immagine da eroina della lotta alla corruzione dell'establishment.

Sunday, September 07, 2008

Change... per ora sull'Iraq

«I think there is no doubt that the violence is down [in Iraq]. I believe that is a testimony to the troops that were sent and to General Petraeus and Ambassador Crocker. I think that the surge has succeeded in ways that nobody anticipated... It succeeded beyond our wildest dreams».
Barack Obama (4 settembre, Fox News)

Friday, September 05, 2008

Dall'Alaska con furore

L'uragano Palin sta portando nuovo slancio alla campagna di McCain, offuscata dall'astro nascente di Obama e da tanta obamamania. Dal grande freddo irrompe nella politica nazionale Usa una donna dal temperamento caldo. Su Il Foglio di oggi trovate alcune interessanti riflessioni sulla candidata vice di McCain, governatrice dell'Alaska, Sarah Palin.
«Obama e Palin sono la quintessenza dell'America, della stessa America. Sono entrambi una perfetta miscela energetica di sogno e progresso, di ottimismo e spiritualità, di mito e di riforma, di umiltà e compassione. Sono Bob Dylan e Erin Brockovich, entrambi distillati del medesimo spirito americano, anche se uno si presenta con forme elitarie e di sinistra e l'altra con un aspetto provinciale e conservatore. L'americanità soffice di Obama piace ai giornali e agli europei, quella ruvida di Palin alla working class e alla gente di frontiera, ma non sono prodotti di due Americhe diverse, una buona e una cattiva. L'America è soltanto una e Obama-Palin sono figli della stessa cultura, della stessa era, dello stesso sogno».
(Christian Rocca)

«Il discorso è stato così efficace perché è stato fatto da qualcuno che allo stesso tempo è: una persona relativamente sconosciuta, un amministratore e non un legislatore, un grande riformatore, un americano medio che ce l'ha fatta da solo, un outsider che è stato accolto con ostilità dall'establishment di Washington e, sì, una donna».
Bill Kristol

«... è la cosa più vicina a un libertario che sia mai arrivata a un soffio dal potere vero dai tempi di Ronald Reagan... La Barracuda interpreta in modo spontaneo l'agenda della leave-us-alone-coalition... La sua retorica è quella con cui la destra conservatrice-libertaria va a nozze. Il governo sì, però small; le tasse sì, però low; la regolazione pubblica sì, però sound e science-based... la sua battaglia è contro l'establishment, le rendite, i politici in senso lato, non ha nascosto le sue simpatie per la corsa pazza di Ron Paul... Dalle parti di Reason hanno apprezzato la sua ragionevolezza sulla guerra alla droga... Sulla questione dell'aborto, non è una militante pro life di maniera... E poi, ultima ma non meno importante, c'è la "nostra prima libertà", quella di detenere e portare armi».
Carlo Stagnaro

«Miss Congeniality, l'autenticità in persona, un campione femminile e postfemminista di energia sessuale riproduttiva, una social conservative di classe mondiale, una cacciatrice di caribù e una perforatrice di sottosuolo alla ricerca di petrolio, una schiaffeggiatrice di vecchi leoni e politicanti corrotti, una talentuosa e anche un po' surreale superwoman intrisa di valori familisti potenti e disordinati, di cultura amministrativa della piccola città, di anticentralismo al limite del separatismo, di orgoglio antisnobistico e antipolitico».
(Giuliano Ferrara)
Non ne so molto di Sarah Palin, quindi più che esprimere giudizi su di lei cerco di riportarne di interessanti di chi ne sa più di me, ma ricordo che il ticket McCain-Palin ha qualche chance di vittoria solo se riuscirà nell'impresa di presentarsi come una rottura rispetto alla presidenza Bush e all'immagine un po' ingrigita del partito, di dimostrarsi quindi capace di scelte indipendenti, senza per questo demotivare la base. Palin può senz'altro portare più freschezza ed energia alla campagna di McCain, ma attenzione: troppo radicalismo conservatore rischia di intaccare la capacità di McCain di attrarre voti dal centro e persino dallo schieramento avversario. Ci vuole un giusto mix di Palin, Giuliani e Lieberman.

Nessuna discriminazione sui rom, l'opposizione perde la faccia

E così, alla fine, ha avuto ragione Maroni. La Commissione europea ha accertato che il censimento dei campi nomadi abusivi e le altre misure nei confronti dei rom contenute nel pacchetto sicurezza non sono discriminatorie e sono conformi al diritto comunitario.

Come tutte le persone di buon senso e non in malafede in questo paese avevano fin da subito compreso, la raccolta delle impronte digitali «viene fatta solo al fine di identificare persone che non è possibile identificare in altro modo». E, in particolare, proprio a tutela di migliaia di minori-fantasmi costretti ogni giorno ai furti e/o all'accattonaggio.

La notizia non sembra aver scosso quanti solo un paio di mesi fa accusavano di «razzismo» e di «xenofobia» il governo e la maggioranza, né quegli organi di stampa cattolici che paventavano addirittura un ritorno al «fascismo». Forse per pudore oggi tacciono, sperando che nessuno si ricordi delle bufale da loro dette e scritte, del tempo perso a litigare sul nulla.

Maroni aveva assicurato che tutte le misure sarebbero rientrate nei confini della normativa europea (e così è stato), ma l'opposizione, con in testa il suo svagato leader, insistevano nel dire che invece dall'Ue sarebbe giunta una bocciatura, forti del loro gioco di sponda con qualche voce falsa e tendenziosa uscita anzitempo dai palazzi di Bruxelles. Si attendeva la "sentenza" dell'Ue come un giudizio di costituzionalità, sicuri che avrebbe bollato come razzista il governo Berlusconi.

Ebbene, sul pacchetto sicurezza e i rom Maroni vince la palma del ministro più europeista, capace di lavorare in stretta collaborazione con Bruxelles per varare un provvedimento inattaccabile (cosa che il governo Prodi non ha saputo fare), mentre l'opposizione e Veltroni hanno perso definitivamente la faccia.

Oggi un giudizio impietoso ma lucido sul Partito democratico lo dà Biagio de Giovanni su il Riformista:
«... il centrosinistra italiano non sembra essersi reso conto non dico dell'entità della sconfitta subita, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano... Dinanzi a questo terremoto culturale e politico... sul fronte opposto dominano scarsa consapevolezza, poco coraggio di interrogare l'Italia e se stessi, e ci si divide tra un fragile gioco di rimessa e una persistente analisi paragiudiziaria del berlusconismo, visto o come una clamorosa e provvisoria (!) eccezione, o come causa ed effetto di una mucillagine sociale - che Berlusconi ha magari contribuito a produrre e che lo riproduce moltiplicato per mille - dentro la quale si vanno disperdendo i "valori" di una comunità nazionale ed emerge la "vitalità" dell'Italia peggiore».
Il problema è innazitutto «culturale», perché «nella "melassa conflittuale" del Partito democratico non gira una idea».
«La raffinata sinistra perde il confronto proprio sulle idee, dopo aver dominato in lungo e in largo, attraverso di esse, l'Italia repubblicana... Il centrosinistra è senza idee, è come lo stanco erede di se stesso, disunito e conflittuale non sulle idee ma sulle microlotte di potere al proprio interno. Il centrodestra sembra invece avere una visione dell'Italia, e a modo suo la porta avanti».

Gli Usa ripartono, l'Europa no

Se quella di cui soffre l'economia americana è una recessione, in Europa c'è da mettersi le mani nei capelli. La convinzione diffusa è che la crisi finanziaria abbia colpito più gli Stati Uniti che l'Europa, inducendo addirittura qualcuno a dare per morto il capitalismo e ad enfatizzare il ritorno dell'interventismo statale. Ma intanto l'Ocse rivede al rialzo le stime di crescita del Pil Usa (1,8% nel 2008) e al ribasso quelle dell'area euro (1,3%). Tra i Paesi del G-7, neanche a dirlo, l'economia più lenta è quella italiana. Il tempo sembra dare ragione a chi, come Oscar Giannino, alcune settimane fa pronosticava che gli Stati Uniti si sarebbero ripresi più in fretta di noi europei.

Il prezzo del petrolio continua a scendere (oggi a 106 dollari al barile) e il dollaro a rafforzarsi. La bolla speculativa, dunque, si sta sgonfiando, «ma l'Europa non riparte», come osservava un paio di giorni fa Giacomo Vaciago su Il Sole24 Ore. Il «gioco non-cooperativo» di Stati Uniti ed Europa ha regalato «benefici netti» ai Paesi produttori di materie prime, che invece di ringraziare usano i soldi per invadere i Paesi vicini. Si poteva agire diversamente, non lasciando «solo alle autorità americane il compito di attaccare la bolla speculativa». Ora i prezzi delle materie prime sono in ribasso, mentre il dollaro è in ripresa. «Gli Usa sono riusciti a "passare" all'Europa quella che altrimenti sarebbe stata la loro recessione», come l'Ocse ha puntualmente registrato.

Tuesday, September 02, 2008

Massaggio dell'Ue alla Russia

L'Europa «continua ad essere una casa comune anche per la Russia». Iniziava con questo commento del rappresentante permanente di Mosca presso la Nato, Dmitri Rogozin, la giornata. Eppure, si punisce una nazione confinante perché ambisce ad entrare in quella casa definita «comune»? Qualcosa non torna... «Dopo un certo raffreddamento, i nostri rapporti con i partner europei torneranno al livello di prima», prevede facilmente Rogozin.

La stampa russa registrava la vittoria: "A un passo dalle sanzioni, l'Ue si è tirata indietro"; "Ha condannato la Russia ma si è astenuta dal punirla"; "Condanna a parole"; "Falliti i progetti polacchi, britannici e dei paesi baltici di castigare la Russia"; "Risoluzione cauta e piuttosto mite".

Molti occhi erano puntati sul Consiglio straordinario dell'Unione europea e all'indomani della decisione tutti sembrano sorriderle.

La Russia è lieta del fatto che «la maggioranza dei paesi Ue abbia manifestato un approccio responsabile», si legge su un comunicato del Ministero degli esteri russo. I sostenitori della linea dura «sono rimasti in minoranza». E aggiunge: «E' chiaro che non siamo d'accordo con una serie di constatazioni che dimostrano pregiudizi nei confronti della Russia», ma «siamo abituati a vedere ostacoli artificiosi sulla via verso il trattato». La partnership «non deve essere ostaggio di divergenze di opinione su questo o quel singolo problema».

«Grazie a Dio il buon senso ha prevalso», un «trionfo della ragione», l'ha quasi entusiasticamente definito Putin. Una posizione definita con un pizzico di arroganza «ragionevole e realistica», «nell'interesse» dell'Unione europea, dal presidente Medvedev, che si prepara ad incontrare il presidente dell'autoproclamata Repubblica della Transdnistria (Moldova).

Da parte sua anche il presidente americano Bush ha detto di aver «apprezzato il messaggio forte» dell'Europa, ribadendo «l'importanza di sostenere l'integrità territoriale della Georgia e la sua ricostruzione». A noi più che un messaggio è parso un massaggio.

La decisione dell'Ue di "congelare" le trattative per una partnership è «un passo molto importante», secondo il presidente georgiano Saakashvili: la Russia «ha fallito nel tentativo di rompere l'unità in seno all'Europa», dato che i 27 hanno risposto «molto velocemente» e con un «tono insolitamente rigido».

Insomma, tutti contenti? Possibile che la dichiarazione dell'Ue fosse un tale capolavoro di unità ed equilibrio? Più probabile che qualcuno abbia fatto buon viso a cattivo gioco e i maggiori indiziati ci sentiamo di individuarli in Bush e Saakashvili. Un Putin raggiante. Ormai nessuna conferenza internazionale potrebbe mutare gli effetti della guerra e Medvedev può permettersi di offrire il bel gesto all'Italia, cui guarda caso vanno i maggiori riconoscimenti del Cremlino.

Il Wall Street Journal invece riserva derisione alla dichiarazione dell'Ue: "Stop! Or We'll Say Stop Again!".
The most cynical comment of the day, though, was Mr. Sarkozy's attempt to use the conflict to bully the Irish over their rejection of the union's Lisbon Treaty in June. "This crisis has shown that Europe needs to have strong and stable institutions" like those it would have gotten under Lisbon, Mr. Sarkozy said. No, what Europe needs is political will -- and a new treaty isn't going to solve that. Rather than scolding Irish voters for exercising their democratic rights, Mr. Sarkozy would do better to name and shame those member states whose desire to curry favor with Moscow kept the EU from taking a firmer stand yesterday.
La Russia ha usato il linguaggio vago del piano in sei punti proposto da Sarkozy per il cessate-il-fuoco per mantenere le sue truppe in Georgia e violato clamorosamente uno dei punti dell'accordo, quando ha riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia anziché l'integrità territoriale della Georgia. Di fronte a tale umiliazione, l'Ue non ha saputo far altro che squittire, mentre mi sembra di udire le grasse risate che si stanno facendo al Cremlino.

Non c'è legge che tenga

Prima di campionato, prime violenze. Eppure insisto: non è una questione di norme, ma di cultura e pratica della legalità. Serve forse una nuova legge che proibisca a un gruppo di facinorosi di pretendere di viaggiare gratis su un treno obbligando i passeggeri con regolare biglietto a scendere? Ditemi voi. Serve una nuova legge, o bisogna che lo stato abbia la forza di far rispettare sul territorio quelle vigenti? Bisogna proibire le trasferte, chiudere gli stadi, sospendere il campionato? Oppure la procura si deve inventare un'associazione a delinquere che verrà facilmente smontata in tribunale?

No, il punto è un altro. Perché il questore di Napoli ha permesso la partenza del treno con i tifosi senza biglietto e i passeggeri con titolo di viaggio a terra? Certo, è riuscito a evitare "il peggio", ma i teppisti l'hanno avuta vinta. Finché non si sarà disposti allo scontro, a impedire fisicamente che queste cose inaudite accadano, non c'è legge che tenga. Ci spieghi il questore: gli è mancata la forza o la volontà di fermare quella violenza? Se uomini e mezzi li aveva, venga rimosso. E' dalla resa sul territorio che cominciano i guai.

Il punto su "Iraq libero"

Riporto integralmente questo articolo di Christian Rocca su Style perché credo che chiuda l'argomento. L'ho scritto innumerevoli volte anche su questo blog: la proposta "Iraq libero", l'esilio di Saddam Hussein, non aveva alcuna possibilità di realizzarsi. Non perché Bush voleva a tutti i costi la guerra (nella telefonata con Aznar dice espressamente che preferirebbe non sparare un colpo), ma perché Francia, Germania, Russia e le piazze pacifiste erano dalla parte di Saddam, nel senso che lo volevano al potere, e gli hanno fatto credere di poter fermare gli Stati Uniti.
Marco Pannella da anni parla di una sua fantasmagorica proposta "Iraq Libero", ovvero di una soluzione politica della crisi irachena che, con l'esilio di Saddam, avrebbe evitato la guerra. Se Pannella leggesse il libro di Douglas Feith, "War and decision", appena uscito in America, potrebbe liberarsi di questa storia e passare prontamente ad altro.

I fatti: Pannella aveva lanciato la sua campagna il 20 gennaio 2003, un giorno dopo che La Repubblica aveva titolato in prima pagina che a Washington stavano lavorando all'ipotesi di "un esilio dorato" per Saddam (parole di Donald Rumsfeld, mica di Marco Cappato). Col tempo, Pannella si è dimenticato che "Iraq Libero" era nei piani della Casa Bianca ben prima che in quelli dei radicali e anche che la meravigliosa idea di sbarazzarsi di Saddam senza guerra non è andata in porto per il piccolo particolare che il medesimo Saddam, forte delle rassicurazioni del presidente francese Jacques Chirac e del valoroso popolo della pace, pensava di farla franca. Qualche tempo fa i giornali hanno pubblicato la trascrizione di una telefonata tra George W. Bush e l'ex premier spagnolo Jose Maria Aznar precedente la guerra. La lettura di quel testo conferma tutto, malgrado Pannella l'abbia interpretato come la prova che Bush (cioè l'autore originale della proposta di Pannella) non volesse l'esilio di Saddam.

Nel marzo del 2003, pochi giorni prima dell'intervento armato, gli americani offrirono ancora una volta a Saddam la possibilità di lasciare l'Iraq in 48 ore. La risposta ufficiale del suo ministro degli Esteri, Naji Sabri, è stata questa: "L'unica strada per evitare la guerra è che se ne vada il primo guerrafondaio del mondo". Intendeva Bush, più o meno la stessa posizione odierna di Pannella, il quale addirittura cerca una sponda politica in Dennis Kucinich, una specie di Giulietto Chiesa dell'Ohio, noto per aver visto gli Ufo nel giardino dell'attrice Shirley McLaine e per aver mandato in bancarotta, da sindaco, la città di Cleveland.

Ora Pannella chiede al Congresso americano di indagare su "Iraq libero". In realtà non ce n'è bisogno, perché il libro di Feith spiega tutto. Feith era il vice di Rumsfeld al Pentagono ed è ovviamente di parte. Ma il suo libro è inconfutabile, perché si basa sui documenti ufficiali dell'Amministrazione, opportunamente desecretati e riportati in copia fotostatica. Feith ha anche aperto un sito, waranddecision.com, dove ha messo decine di altri documenti. A pagina 539 del libro c'è un memo del Pentagono, datato 23 agosto 2002, dal titolo "Amnistia e cambio di regime" con l'elaborazione della strategia per evitare la guerra e concedere l'esilio a Saddam. Sul sito, invece, si trovano le dettagliatissime 4 pagine "Strategia dell'ultimatum, esilio come alternativa alla guerra" (4 marzo 2003) con il piano diplomatico per l'esilio e la bozza di una risoluzione Onu che garantiva a Saddam e 13 suoi parenti e sodali l'immunità per i loro crimini. Saddam preferì di no. Urge campagna: "Pannella libero".
Aggiungo solo una nota e una osservazione. Il piano di esilio che Saddam sarebbe stato pronto ad accettare (secondo Gheddafi che lo avrebbe detto a Berlusconi!?) prevedeva che l'ex dittatore portasse con sé mille uomini (10 mila secondo un'altra versione), un miliardo di dollari e tutte le informazioni sulle armi di distruzione di massa (che anche lui fosse convinto di averle?). Praticamente uno stato intero, quasi una provocazione, se fosse vera. Inoltre, l'esilio di Saddam era solo la prima parte della proposta di Pannella. La seconda, l'amministrazione controllata dell'Iraq da parte dell'Onu, sarebbe stata un disastro alla luce della guerra terroristica che è stata scatenata da al Qaeda e da altri gruppi dopo la caduta del regime. Un protettorato Onu non avrebbe retto una settimana.

Monday, September 01, 2008

Politica estera condizionata dalle amicizie personali di Berlusconi

Torno da un breve periodo di vacanza e in queste ore si sta svolgendo il Consiglio europeo straordinario sul conflitto russo-georgiano e sui rapporti dell'Ue con Mosca. Punire o no le azioni della Russia in Georgia? E se sì, come? Sanzioni sembrano da escludere. Sarà già tanto se i leader europei si accorderanno per la sospensione di qualche tavolo con la Russia, ma è più probabile una dichiarazione che si limiti ad esprimere preoccupazione, ribadendo la necessità di un rapporto di forte cooperazione con Mosca. L'unità dei 27 verrà pagata al prezzo del solito documento sbiadito, pieno di parole e privo di fatti concreti.

Da quando fu coniata, dall'ex segretario alla Difesa Usa Rumsfeld, l'espressione «Vecchia Europa» non ha smesso di dimostrarsi calzante. I Paesi europei che meglio comprendono che nella visione strategica di Mosca l'Occidente rimane un avversario, se non un nemico, sono quelli dell'Est, che sono passati sotto il dominio russo, e la Gran Bretagna. A Bruxelles, a Parigi, Berlino e a Roma, si fa fatica a comprendere il gioco del Cremlino, opppure si comprende ma si preferisce chiudere un occhio. Dover rimettere in discussione i termini complessivi dei propri rapporti con Mosca è un'impresa da far tremare i polsi.

Ma tra le capitali della "Vecchia Europa" la più filo-russa è senz'altro quella italiana. Non da oggi, ma proprio oggi il ministro degli Esteri Frattini ha rilasciato al Corriere della Sera un'intervista in cui ribadisce qualcosa su cui neanche tedeschi e francesi sono più disposti a mettere le mani sul fuoco: la Russia è «un partner strategico, non un Paese ostile». «Se ci sono Paesi che pensano che con la Russia si possano rompere i rapporti, ci devono anche spiegare come poi tratteremo i dossier come quello del nucleare iraniano», osserva Frattini, che però dovrebbe spiegarci come far capire ai russi che devono «rispettare le regole», se esclude qualsiasi iniziativa europea nei confronti di Mosca, sia le sanzioni sia gli "avvertimenti". Frattini chiama «equilibrio» ciò che non solo a noi pare ambiguità e le telefonate di Berlusconi con Bush e Putin fanno quasi tenerezza.

La politica estera dell'attuale governo differisce molto da quella del precedente rispetto al Medio Oriente e nell'atteggiamento nei confronti di Stati Uniti e Israele, ma è in totale continuità rispetto a Russia e Cina. Se ciò fosse dettato da valutazioni razionali ce ne faremmo una ragione, ma l'impressione più sgradevole è che in questa crisi russo-georgiana la politica estera italiana sia rimasta prigioniera dell'amicizia personale tra Berlusconi e Putin, che ha reso la nostra posizione molto più filo-russa di quanto i nostri stessi interessi avrebbero richiesto. Pur escludendo sanzioni e rappresaglie, la Merkel ha avuto almeno forti parole di biasimo nei confronti di Mosca.

Personalmente ne ero già consapevole anni fa e lo scrissi su questo blog. Le indubbie capacità di Berlusconi di rendersi simpatico e di divenire "amico" dei leader delle altre nazioni possono aiutare, non sostituire una politica estera. Negli stessi momenti in cui la politica della "pacca sulla spalla" portava risultati, avvertivo i suoi limiti. Non può mai divenire fine a se stessa. Berlusconi invece sembra avere una insopprimibile tendenza a voler piacere a tutti, e a tutti i costi, ma ci sono momenti nei quali bisogna saper storcere il naso di fronte a un "amico", se si crede che la politica estera serva gli interessi dell'Italia e non i propri rapporti personali con i potenti del mondo. L'Italia ha certamente grandi interessi in gioco nei suoi rapporti con la Russia, primi fra tutti nel settore energetico, ma non fino al punto di ignorare le reali intenzioni di Mosca e di far dubitare del nostro atlantismo.

Alla luce degli eventi dello scorso mese in Georgia, ma anche del comportamento dei russi negli ultimi anni, è necessario chiedersi se a Pratica di Mare sia stato commesso un errore. Non sappiamo dire quanto sia stato determinante Berlusconi per il successo del vertice, dal quale uscì il Consiglio a venti Nato-Russia. Oggi però sembra evidente che la volontà di Mosca di avvicinarsi all'Occidente era, ed è, puramente strumentale. Ha usato gli sforzi dell'Occidente volti alla sua integrazione al fine di legittimarsi e potersi meglio inserire nei processi decisionali, per poi giocare sulle divisioni tra i paesi europei e tra l'Europa e gli Stati Uniti.

Le azioni della Russia dimostrano che il problema non è solo l'Ossezia del Sud, o l'Abkhazia. Quella georgiana è molto più di una crisi del Caucaso. E' la politica estera indipendente della Georgia ad aver irritato Mosca, arrivata a definire le aspirazioni europee di Tbilisi come una minaccia agli interessi russi. Non si accetta di far parte di un Consiglio come quello sorto a Pratica di Mare, se poi opponendosi così radicalmente all'ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato e nell'Ue si dimostra di considerare queste due fondamentali istituzioni occidentali ancora come nemiche.

Come ha scritto il presidente della Brookings Institution, Strobe Talbott, dunque non un neocon, se davvero la Russia considera l'atteggiamento filo-occidentale della Georgia e la sua aspirazione ad entrare in due istituzioni come la Nato e l'Ue dei sufficienti "casus belli", allora la prossima amministrazione dovrà riesaminare dalle fondamenta l'intera idea di partnership con la Russia e di integrazione.

Ma per una volta concordiamo con la conclusione di questo articolo di Limes:
«La sorpresa non è il ritorno di Mosca. È il fatto che non ce l'aspettassimo. Finché non decideremo se abbracciare o soffocare il nuovo impero russo, e faremo seguire alle parole i fatti, sarà solo l'ingordigia o l'imprudenza del Cremlino a frenarne la scalata ai vertici delle gerarchie globali. Mentre l'Occidente resterà una figura retorica, pallida memoria del vittorioso schieramento che fu».

Monday, August 18, 2008

Think Global

Scuserete se da oggi aggiornerò il blog saltuariamente, ma mi prendo qualche giorno di riposo.

Nel frattempo, vi segnalo che da un paio di mesi è partita su Velino Radio una mia nuova rubrica: Think Global. Ogni lunedì alle 10:30 sulla web radio lanciata da Il Velino.

Potete riascoltare le precedenti puntate scaricando il podcast. Tra gli argomenti che ho trattato, la Cina e le Olimpiadi, l'atomica iraniana, l'aumento dei prezzi del petrolio e dei cereali.

Tutti gli occhi del mondo su Pechino (11 agosto)

Olimpiadi: da sogno a incubo per la leadership cinese (4 agosto)

E' così tremenda la prospettiva dell'atomica iraniana? (28 luglio)

Non solo l'atomica. La strategia globale di Teheran (21 luglio)

Si sta realizzando la profezia di Malthus? (14 luglio)

Petrolio alle stelle: il mercato che cambia o la speculazione? (7 luglio)

Politiche che condannano l'agricoltura del Terzo Mondo (30 giugno)

La zampata russa coglie l'Occidente in letargo

Sconfitta che sfiora l'umiliazione per la Nato e gli Stati Uniti, mentre l'Europa ha ancora una volta dimostrato al suo vicino gigante russo di non esistere, di non saper nemmeno alzare la voce in difesa di suoi evidenti interessi.

Vedremo se, come promesso, i russi cominceranno oggi a ritirarsi dalla Georgia. Ieri il ministro della Difesa rendeva noto che la questione doveva essere ancora valutata e la decisione sarebbe stata presa solo «quando la situazione nella regione si sarà stabilizzata». Ma il presidente Medvedev, nel corso di un colloquio telefonico con Sarkozy, presidente di turno della Ue, aveva assicurato che il ritiro sarebbe iniziato oggi a mezzogiorno. Sarkozy non poteva far altro che prenderne atto chiarendo che in caso contrario la Russia sarebbe andata incontro a «gravi conseguenze»: «Questo ritiro deve essere messo in atto senza rinvii. A mio parere ciò non è negoziabile... Riguarda tutte le forze entrate dal 7 agosto scorso. Se questa clausola dell'accordo non sarà applicata rapidamente e totalmente, convocherò un Consiglio Europeo straordinario per decidere le conseguenze da trarre».

Per oltre una settimana i russi hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Georgia, prendendosi gioco del piano Ue fatto sottoscrivere dal presidente Sarkozy ad entrambe le parti. Truppe e blindati russi sono rimasti posizionati ben oltre i tempi previsti dall'accordo a circa 45 chilometri da Tbilisi e nella città di Gori, tagliando in due il Paese e impedendo l'accesso ai porti del Mar Nero.

Ha quindi ragione Angelo Panebianco a parlare di Europa «irrisa e sbeffeggiata», «complice, più o meno riluttante», del «disegno russo». Ciò che i russi chiamano «misure aggiuntive di sicurezza» non è che la distruzione delle strutture militari georgiane, e qualche volta delle infrastrutture civili, così da rendere la Georgia ancor più indifesa e soggetta alla prepotenza russa. E oggi leggendo il New York Times si apprende che i russi, un giorno prima che il presidente Medvedev firmasse l'accordo di tregua proposto da Sarkozy, di fatto carta straccia, hanno schierato in Ossezia del Sud basi di lancio per missili a corto raggio SS-21, in grado di raggiungere la maggior parte del territorio georgiano, compresa la capitale Tbilisi.

Ciò che gli europei hanno definito «mediazione» e ruolo dell'Europa è in realtà una presa di distanze dagli Stati Uniti che ha indebolito la risposta dell'Occidente, confermando ai russi di poter sfruttare le divisioni occidentali. Inoltre, come osserva oggi Panebianco, l'Unione europea ha dimostrato di ignorare i fondati motivi di preoccupazione per la loro sicurezza dei suoi membri dell'Est.

Si dice che «non possiamo isolare la Russia». Una ovvietà. «Ci serve il suo gas, ci serve il suo appoggio nella crisi iraniana, ci serve che essa svolga un ruolo internazionale di cooperazione. Ma non possiamo permettere che essa usi il bastone e la carota con noi senza fare la stessa cosa nei suoi confronti». Tener conto sì delle "ragioni" della Russia, «ma non al punto di andare contro i nostri interessi vitali».

Dagli Stati Uniti invece sono giunti severi moniti nei confronti di Mosca ma a Washington i tempi di reazione sono apparsi comunque troppo lenti e timidi. E, soprattutto, l'amministrazione Bush si è fatta cogliere di sorpresa e nei mesi e anni scorsi ha sottovalutato i piani di Mosca.

La reputazione della Russia «è a brandelli» e pagherà le conseguenze delle sue azioni, avverte ora il segretario di Stato Condoleeza Rice. Azioni che «sollevano seri interrogativi sul suo ruolo e le sue intenzioni in Europa nel ventunesimo secolo», dichiara il presidente Bush: «Negli ultimi anni la Russia ha cercato di integrarsi nelle strutture diplomatiche, politiche, economiche e di sicurezza dell'occidente e gli Stati Uniti hanno appoggiato questi sforzi. Ora la Russia ha messo le sue aspirazioni a rischio intraprendendo azioni che fanno a pugni con i principi di queste istituzioni».

Un'altra risposta all'imperialismo russo è giunta da Varsavia. Il premier polacco Donald Tusk ha annunciato che Polonia e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo preliminare per l'installazione dello scudo antimissile. Pronta la reazione da parte russa, per voce del generale Nogovizin, numero due dello Stato maggiore di Mosca. L'accordo non resterà «impunito», ha minacciato: «La Polonia si espone a un attacco, al cento per cento». Solo nelle dittature i generali si prendono la libertà di rilasciare dichiarazioni di tale gravità. Nell'offensiva in Georgia c'è di mezzo anche l'onore e l'orgoglio ferito delle forze armate russe. Sarà fantapolitica, ma quando al Cremlino i vertici politici danno il via a un'operazione militare, l'impressione è che non sappiano esattamente quando riusciranno a fermarla e fino a che punto i generali si spingeranno.

Che sia stato o no il presidente georgiano Saakashvili a sparare il primo colpo è a questo punto irrilevante, perché questa è una guerra che Mosca sta cercando di provocare da parecchio tempo, con forme di embargo e ripetute provocazioni militari. Se Saakashvili è caduto nella trappola russa, offrendo a Putin l'occasione che stava da tempo aspettando per dare una lezione alla piccola e filo-occidentale Georgia, l'Occidente sta perdendo la sua occasione per dare una lezione all'ambiziosa e ancora relativamente debole Russia. E gli iraniani, in silenzio, osservano...

«The man who once called the collapse of the Soviet Union "the greatest geopolitical catastrophe of the [20th] century" has reestablished a virtual czarist rule in Russia and is trying to restore the country to its once-dominant role in Eurasia and the world. Armed with wealth from oil and gas; holding a near-monopoly over the energy supply to Europe; with a million soldiers, thousands of nuclear warheads and the world's third-largest military budget... His war against Georgia is part of this grand strategy. Putin cares no more about a few thousand South Ossetians than he does about Kosovo's Serbs. Claims of pan-Slavic sympathy are pretexts designed to fan Russian great-power nationalism at home and to expand Russia's power abroad», ha scritto Robert Kagan sul Washington Post.

Il conflitto georgiano e la prepotenza russa confermano la tesi del suo ultimo libro, come lui stesso osserva in un recente articolo sul Weekly Standard. «La Storia è tornata», le autocrazie sono «ambiziose» e le democrazie «esitanti». Con l'invasione della Georgia cadono le illusioni coltivate con la fine della Guerra Fredda. L'imperialismo anima la politica estera russa fin dai tempi dello Zar, è stato carattere costitutivo della politica estera sovietica e non c'è ragione perché nella Russia autocratica di Putin venga abbandonato.

I conflitti tra grandi potenze e i nazionalismi ritornano, mentre il commercio internazionale e la crescita economica non hanno condotto al liberalismo politico in Cina e in Russia. Lo faranno nel lungo periodo? Ma quanto è lungo questo "lungo periodo", si chiede Kagan. La crescita economica e l'autocrazia si sono dimostrate compatibili, come lo furono in Germania e in Giappone tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Anzi, gli autocrati stanno imparando sempre di più come aprire alle attività economiche continuando a sopprimere le attività politiche. L'interdipendenza economica non ha sostituito il confronto geopolitico né ha diminuito l'importanza della forza militare.

L'Occidente è diviso e lento nel reagire ma ha ancora delle «carte da giocare» e Charles Krauthammer ha indicato quattro mosse per fermare Putin, o quanto meno per fargli capire che le sue azioni possono provocare gravi conseguenze per la Russia nei rapporti con l'Occidente. Neocon, si dirà, ma non differisce di molto l'analisi di un "realista" come Zbigniev Brzezinski, che paragona l'attacco alla Georgia a quanto fece l'Unione sovietica di Stalin alla Finlandia nel 1939.

Sunday, August 17, 2008

La crisi nata in America, ma è l'Europa a fermarsi

Giavazzi non perde occasioni per rammentare alla classe politica e bancaria italiana la «lezione americana» e fa notare - come mesi fa Oscar Giannino - che l'America patisce crisi «ricorrenti», ma «ogni volta reagisce», così come reagisce prontamente il sistema politico. Più facilmente l'economia Usa entra in crisi, ma più velocemente dell'Europa ne esce. «E' una crisi nata al di là dell'Atlantico. Ma è l'economia europea, non quella americana a essere entrata in recessione».

Giavazzi continua chiamando in causa polemicamente Giovanni Bazoli, che su Il Sole24 Ore era intervenuto a difesa del modello bancario europeo, scrivendo che «il modello americano, incalzato da una logica di mercato competitiva e quasi spietata, si è manifestato per quello che è, un fallimento: meglio le nostre banche che si fanno carico della loro responsabilità sociale...» Cioè di salvare Alitalia, osserva sarcasticamente Giavazzi smascherando l'inganno della cosiddetta «responsabilità sociale» dell'impresa. Sarà come dice Bazoli, «eppure sono le nostre economie a fermarsi, i nostri ricercatori a emigrare oltre Atlantico: gli Stati Uniti continuano, seppur rallentando, a crescere e ad attrarre intelligenze dal resto del mondo».

Come si combatte la recessione che in Europa c'è già? Negli Stati Uniti «il governo sta facendo di tutto per evitarla». Innanzitutto, difendendo il tenore di vita dei cittadini. Nei mesi scorsi ciascuna famiglia americana ha ricevuto un rimborso fiscale di circa mille dollari (!).

Qui da noi invece il ministro Tremonti prosegue con la sua politica di pareggio di bilancio a pressione fiscale invariata nel prossimo triennio. Una "responsabile" politica social-democratica, che prevede una positiva, ma poco coraggiosa, riduzione delle spese correnti, mentre ciò che servirebbe è uno shock, «un'energica riduzione delle tasse sul lavoro», come qualche settimana fa suggeriva Guido Tabellini: è comunemente accettato il fatto che quando mancano risorse e l'economia è stagnante non si possano ridurre le tasse. «Se il Pil dovesse riprendere a correre» si potranno restituire i soldi ai contribuenti, dice Tremonti. «Se questa fosse l'impostazione - avverte Tabellini - avremmo una politica fiscale prociclica che amplifica gli shock esterni: quando le cose vanno male si tira la cinghia, quando vanno bene anche la politica fiscale diventa più espansiva. Esattamente il contrario di ciò che bisognerebbe fare».

Sunday, August 10, 2008

Per l'Occidente è l'ultima chiamata

«The fighting should be a deafening wake-up call to the West. Our fatal mistake was made at the Nato summit in Bucharest in April, when Georgia's attempt to get a clear path to membership of the alliance was rebuffed. Mr Saakashvili warned us then that Russia would take advantage of any display of Western weakness or indecision. And it has».

"Come la Georgia è caduta nella trappola dei suoi nemici", di Edward Lucas (Times, 9 agosto).

E il Wall Street Journal vede «premeditazione» nella reazione della Russia:

«... the West has already shown its unwillingness to push back against Moscow in the Caucasus. When the U.S. proposed NATO "membership action plans" for Georgia and Ukraine at an April summit in Bucharest, Germany vetoed the move. Berlin didn't want to anger Moscow, a fact that the Russians surely noticed as they contemplated when, or if, to move against the government of Mr. Saakashvili, who they have long despised as a reformer outside of the Kremlin's orbit.

Western leaders should have seen this coming. Russia has baited the hot-tempered Georgian leader with trade and travel embargoes as well as saber-rattling. Georgia has had to tolerate a few thousand Russian troops on its soil -- only Moscow recognizes the self-declared independence of Abkhazia and South Ossetia. And in April, Russia downed a Georgian drone over Abkhaz -- that is, Georgian -- air space. Russia in recent years has also granted citizenship to the separatists. That looks like premeditation now: Russian President Dmitry Medvedev pledged yesterday to "protect the lives and dignity of Russian citizens, no matter where they are located." Perhaps Mr. Saakashvili finally snapped and acted first here, as the Kremlin insists. If so, it was a huge mistake, as he has picked a fight with a much larger opponent and damaged his country's chances of joining NATO. The West may support Georgia's territorial integrity, but no one wants war with Russia.

... The prime minister [Putin, n.d.r.] needs to hear that using Ossetia as a pretext for imperialism will have consequences for Russia's relationship with the West».