Monday, May 31, 2004

La strategia di Al Qaeda si rivela mooolto "convenzionale"

Prendere il potere in una regione strategica dal punto di vista geopolitico classico: risorse e simbologia religiosa
Il «sogno» di Bin Laden è «la presa del potere in Arabia Saudita, la più sacra delle terre dell'Islam e il Paese con le maggiori riserve di greggio del mondo. Un binomio, Islam e petrolio, che lo consacrerebbe a nuovo profeta della mitica Umma, la Nazione islamica» (Magdi Allam). Al Qaeda ha dimostrato di essere in grado di raggiungere i propri obiettivi: destabilizzare la dinastia Saud, indebolire l'economia occidentale e incidere sul rifornimento mondiale del petrolio. segue >>

Quelle voci italiane al di là dell'umano

Magdi Allam sul Corriere

Sì, anche per il petrolio, perchè Bin Laden vuole impossessarsi dell'Arabia Saudita. E questa guerra al terrorismo potrebbe rivelarsi più "tradizionale" di quanto si pensi.

Iniziamo a parlarne. «L'occasione del 2 giugno»

Stefano Folli sul Corriere.

E vediamo chi è persino contro la Repubblica.

Saturday, May 29, 2004

Arriva Kerry: supremazia militare e alleanze

«L'America deve sempre essere la principale potenza militare al mondo, ma può esserlo solamente grazie alle alleanze»
Dopo lunga attesa, qualche chiarimento sulla politica estera e di sicurezza nazionale che ha in mente lo sfidante di Bush. Qualche sorpresa, qualche ovvietà, un pizzico di sale propagandistico contro l'avversario. Insomma, possiamo stare tranquilli. Ho letto e sentito da Bush discorsi molto più "idealist". Questo di Kerry mi sembra appartenere alla categoria "realist", ma non è affatto male, e punta tutto sul multilateralismo, che indica come spartiacque rispetto all'attuale amministrazione: «una nuova fase di alleanze per il mondo post 11 settembre». Magari sarà più capace di Bush, ma se è vero che a fare la pace bisogna essere in due, a maggior ragione bisogna essere in due per stringere un'alleanza. Poi, un tema caro ai neocon: «ammodernare l'esercito più potente del mondo per far fronte alle nuove minacce» e rimanere «la principale potenza militare».
«La forza dell'America nasceva non solo dalla potenza delle armi, ma anche dalla fiducia e dal rispetto che il nostro paese suscitava nelle nazioni di tutto il mondo. In un tempo non troppo lontano la potenza delle nostre alleanze era in grado di mantenere vivi la sopravvivenza e il successo della libertà: ricordiamo le due guerre mondiali, i lunghi anni della Guerra Fredda, fino alla Guerra del Golfo e quella in Bosnia e Kosovo. L'America guidava questi momenti, non agiva da sola, tendeva una mano e non un pugno».
E' ora che una nuova politica di sicurezza nazionale venga guidata da quattro nuovi imperativi: primo, dobbiamo lanciare e condurre una nuova fase di alleanze per il mondo "post 11 settembre"; secondo, dobbiamo ammodernare l'esercito più potente del mondo per far fronte a nuove minacce; terzo, oltre alla forza militare dobbiamo poter utilizzare ogni elemento dell'arsenale americano: la nostra diplomazia, l'intelligence, la forza economica e il fascino dei nostri valori e delle nostre idee; quarto ed ultimo, se vogliamo assicurare la nostra piena indipendenza e libertà, dobbiamo riuscire a liberare l'America dalla pericolosa dipendenza dal petrolio del Medio Oriente. Questi quattro imperativi rappresentano la risposta a una realtà ineluttabile: la guerra è cambiata, il nemico è diverso e per questo motivo dobbiamo pensare ed agire in modo nuovo.
Annuncia «piani specifici per la creazione di una nuova forza militare (...) Modernizzerò il nostro esercito per renderlo all'altezza delle nuove missioni. (...) in tal senso dobbiamo saper sfruttare al meglio le nuove tecnologie. (...) Dobbiamo essere in grado di lottare contro il nemico in ogni continente, nonché assicurare l'appoggio di altri paesi alla causa. L'America deve sempre essere la principale potenza militare al mondo, ma può esserlo solamente grazie alle alleanze».
Massima determinazione in Iraq: «Un fallimento in quella terra significherebbe un terribile inconveniente per noi, ma una vera e propria benedizione per i nostri nemici».
Consapevole che «Al Qaeda attaccherà in modo da influenzare il risultato delle elezioni che si terranno nel mese di novembre», lancia il suo messaggio chiaro: «Questo paese è unito nella determinazione di distruggervi. Voglio essere chiaro: come comandante in capo, impiegherò tutta la forza della nostra nazione per scovare e sconfiggere la vostra rete. Ci serviremo di tutte le risorse disponibili per annientarvi».

Friday, May 28, 2004

Il mito del multilateralismo

Il multilateralismo non è che una gestione delle crisi internazionali che ha come scopo quello di ricomporre gli interessi nazionali delle grandi potenze. Il più delle volte significa che le sofferenze, i diritti, le sorti delle popolazioni oppresse rimangono sullo sfondo. Ciò non significa che non sia il metodo più sicuro, meno conflittuale e più stabile di affrontare le crisi internazionali. Ma non significa neanche che l'ordine internazionale non abbia bisogno a volte di essere scosso e ridefinito.
Tuttavia, che il multilateralismo come politica abbia una qualche superiorità morale - o sia sinonimo di pace e giustizia - è idea da respingere.

Created the conditions as great as possible (??)

The Kissinger Telcons
I Chile file, ma anche i Dobrynin file e tutto il resto sono una ghiottoneria imperdibile per gli storici.
Cinque giorni dopo il colpo di stato che l'11 settembre 1973 in Cile rovesciò Salvador Allende, l'allora segretario di Stato Henry Kissinger ne parlò al telefono con il presidente Richard Nixon, esprimendo soddisfazione per il rovesciamento di un governo «filo-comunista» e lamentandosi per come i giornali invece se ne rammaricavano. Questo colloquio telefonico su Allende è solo una parte di un pacchetto di 20 mila pagine di trascrizioni telefoniche che riguardano l'ex segretario di Stato reso pubblico dagli Archivi Nazionali contro la volontà dello stesso Kissinger.

Nixon: «Beh, non abbiamo, come lei sa... in questo non si vede la nostra mano».
Kissinger: «Non l'abbiamo fatto. Voglio dire, li abbiamo aiutati. ...creato le condizioni il più possibile» (??).

Le trascrizioni dei nastri comprendono conversazioni di Kissinger con i futuri presidenti Ford e Reagan, con celebrità come Frank Sinatra, Danny Kaye e Warren Beatty, giornalisti come il direttore del Washington Post al tempo del Watergate Bill Bradlee, e con Seymour Hersh, premio Pulitzer per aver smascherato il massacro di My Lai in Vietnam. Le trascrizioni riguardano gli anni in cui Kissinger è stato consigliere per la sicurezza nazionale (1969-74) e segretario di Stato (1973-1974) durante l'amministrazione Nixon. Commenti sulla guerra del Vietnam, il disgelo con la Cina, i negoziati per il controllo delle armi strategiche Salt, le elezioni presidenziali del 1972, la guerra del Medioriente del 1973.

«Has been dire»

«La performance di Romano Prodi come presidente della Commissione europea è stata disastrosa». Queste le dure parole scritte dal quotidiano londinese Financial Times per attaccare il presidente uscente della Commissione europea. Il quotidiano, che ha sempre criticato l'operato della Commissione Ue, critica ora il coinvolgimento del presidente nella campagna elettorale dell'Ulivo. Lo definisce «l'uomo sbagliato per l'incarico. Non ha dimostrato né larghezza di vedute né l'attenzione ai dettagli richiesta per uno dei ruoli più difficili del mondo. Manager incapace, gli ha fatto difetto la capacità di comunicare, con una allarmante propensione alle gaffe». Ora Prodi «dovrebbe fare ora una cosa onorevole e dimettersi», anche «per favorire un nuovo inizio». Secondo il FT, «gli ex premier non sono automaticamente dei presidenti di Commissione capaci» e «i leader europei dovrebbero imparare bene questa lezione e cercare altrove, a partire dall'attuale collegio di commissari». Inoltre, prosegue l'editoriale, Prodi «ha volto le spalle al lavoro della commissione per fare campagna elettorale come leader del centrosinistra in Italia, cosa che è contraria allo spirito e alla lettera dei trattati Ue».

Accordo a Najaf. L'Iraq agli iracheni, ma quali? E come?

L'accordo di Najaf tra gli americani e le milizie sciite di Moqtada al Sadr costituisce una pericolosa estensione del modello Falluja. Una dura sconfitta per l'America, che sancisce la perdita di controllo del territorio e delle città, nonché del processo politico che deciderà la sorte del Paese.

Face-Off at the UN

Matteo Mecacci e Daniele Capezzone sul Washington Times

Presi per il culo. Adesso Serse Cosmi

E meno male che si doveva mettere «a tavolino con Sensi per costruire una squadra competitiva»
Pur essendo legato al concetto di calciatori-bandiere, caro soprattutto qui a Roma, non sono tra quelli che ad ogni cambio di maglia grida al tradimento. E' giusto per un uomo di calcio fare/capire le scelte migliori per la propria carriera. E ciò credo varrà anche per Totti. Non ho avuto grande stima, né sul lato umano, né su quello tecnico, di Fabio Capello, un allenatore indubbiamente vincente, ma con squadre stellari (e con la Roma il secondo posto di due anni fa è responsabilità sua). Ma c'è modo e modo. Capello ha preso per il culo tutti. Ha sempre assicurato che sarebbe rimasto. Sempre si è detto fiducioso di poter costruire insieme a Sensi una Roma - nonostante le difficoltà - competitiva. Aveva fatto capire di essere disposto ad accettare la sfida di una squadra da rigenerare dopo la partenza di un paio di pezzi grossi. Ora, alle prime partenze, senza neanche aspettare di vederci meglio sugli arrivi, se ne va alla Juve, e si porta con sé Zebina (ora è chiaro) e probabilmente Emerson, che la società aveva interesse a mandare al Real. E' stato scorretto e ha umiliato società e tifosi, scegliendo proprio la Juve per sé e per due dei suoi giocatori. Ho sempre pensato mister, che lei fosse un borioso e figlio di puttana dentro.

Thursday, May 27, 2004

«Purtroppo i successi strategici possono nascere solo dalle vittorie sul campo»

(Ancora sui 3 fattori)
Oggi sul Foglio Christian Rocca spiega la Delusione neocon: «I liberatori del medio oriente sperano che Bush abbia fatto solo una ritirata tattica, non strategica». Mette in chiaro che non sono i neocon ad aver sequestrato e gestito la politica estera americana. La loro è stata un'influenza, importante, soprattutto dopo l'11 settembre e fino a poco prima della guerra in Iraq, non oltre. Oggi, la loro è un'ondata ampiamente rifluita. Se ora questo riflusso, prevedibile e previsto a causa dell'anno elettorale di Bush, diverrà irreversibile, lo si dovrà ad un secondo e ad un terzo fattore: agli errori commessi dall'amministrazione nel dopoguerra iracheno (tutti più o meno denunciati per tempo da autorevoli esponenti del mondo neocon); all'ostinazione e alle trame europee nell'usare - e perpetuare - le difficoltà Usa in Iraq come espressione di voto anti-Bush a novembre. Due fattori che, in concomitanza delle elezioni, legano le mani a Bush.

Anche se per Gary Schmitt, del Project for a New American Century, Bush non ha smesso i panni del rivoluzionario («basta leggere bene che cosa ha detto all'inizio e alla fine del suo discorso di lunedì sera»), «il percorso verso la democrazia in Iraq, specie nell'area della sicurezza, sembra essere frutto del compromesso con gli insorti e con i ribelli che ogni giorno sfidano la strategia di un Iraq democratico e costituzionale». Ma d'altra parte, suona ovvio ma è bene ripeterlo, «purtroppo i successi strategici possono nascere solo dalle vittorie sul campo» (Victor Davis Hanson). Che ad oggi mancano.

Vengono al pettine gli errori di una guerra fatta «a metà». E' Giuliano Ferrara su Panorama a ricordarceli: prima si è lesinato sul numero di truppe, e rinviata per mesi una guerra «inevitabile», perdendo «tempo prezioso» e concedendolo al nemico, «indebolendo le ragioni e la stessa condotta della guerra». Non è bastato: «Rinviata la presa effettiva delle città, la messa in mora delle forze combattenti che hanno cominciato da subito la guerriglia terrorista, e la forza è stata applicata in misura clamorosamente non proporzionale alla risposta»; «Nessuno ha seriamente dissuaso Siria e Iran dall'intervenire in mille modi». Per avere la «benevolenza» delle varie componenti irachene e della comunità internazionale, e «per non smuovere le cose fino a un prevedibile punto di crisi», la coalizione ha «rinunciato all'unico vero obiettivo della guerra, la distruzione del regime» e la liberazione. Politica e diplomazia, «irrinunciabili», hanno troppo presto «ripreso il sopravvento» sul fattore militare. Occorrono sempre per «una piena vittoria, ma devono sempre essere subordinate al fattore forza, alla capacità di stabilire chi comanda nell'ambito di un territorio, chi ha l'autorità della vittoria».

L'idea iniziale, l'obiettivo strategico, di Bush, e dei neoconservatori, «era liberare l'Iraq, contagiare con il seme democratico l'intero medio oriente, quindi pacificare l'eterno conflitto israelo-palestinese». L'ala più realista dell'amministrazione ha puntato tutto su una prima fase di "occupazione per la stabilità". Jim Hoagland: «Aver concentrato il potere nelle mani dell'Autorità di Bremer, piuttosto che far nascere un governo iracheno provvisorio già un anno fa, ha avuto risultati disastrosi». «La Casa Bianca, con l'avvicinarsi della data delle elezioni, ha riposto nel cassetto i grandi progetti e provato a mettere le toppe in Iraq, ma non è andata come previsto». Quella di Bush, sembra una «ritirata strategica» che, di fatto, «ridimensiona per ora il progetto democratico». Sono le elezioni americane ad aver fatto cambiare passo a Bush, e si sapeva. Ma la ritirata, speriamo tattica e non strategica, si deve agli altri due fattori.

Anche l'Iran in guerra

Scrive Michael Ledeen su National Review. Solo che si fa finta di non vederlo.

Wednesday, May 26, 2004

Guardi meglio, Riotta!

Gianni Riotta sul Corriere: «Perché mai la sinistra radicale detiene il monopolio delle passioni e delle emozioni, perché solo i movimentisti sanno evocare un Pantheon di eroi, usando la politica come arena etica? Perché la sinistra raziocinante crede che basti elencare le idee giuste in un istituto di ricerca, avere la battuta azzeccata al talk show di stagione e lucidare le note a piè di pagina, per contare? (...) Accanto ai ragionamenti, ai calcoli, ai progetti, ai seminari perbene, deve saper colpire l'immaginazione e l'anima dell'opinione pubblica, commuovendo e non solo snocciolando statistiche. (...)
La passione della democrazia, dello sviluppo, della ricerca, della libertà, dei diritti civili e umani dove sono finite?
Perché la sinistra illuminata non attacca Castro e la sua dittatura dicendo: «Oggi il Che starebbe con i dissidenti a Cuba!»? Perché non cita le tre cifre dell'orrore contemporaneo, 900 miliardi l'anno in spese militari, 360 miliardi in sussidi all'agricoltura ricca e solo 50 in aiuti allo sviluppo dei poveri? Perché non guarda al Sudan, dove è in corso un genocidio silenzioso, e, denunciate le sevizie ad Abu Ghraib, non mette all'indice gli aguzzini in Siria, i soldati israeliani che spezzano le ossa agli arrestati, i palestinesi che giustiziano i delatori senza processo? Il sindaco Walter Veltroni potrebbe aprire Roma a un Forum permanente dei diritti, dalla Cina all'Egitto, alla Russia, al Venezuela e la Palestina, dove parli il Che Guevara di Timor Est, Jose Ramos Horta, premio Nobel per la pace persuaso che prendere le armi contro i dittatori sia giusto. Dove parli Ivo Daalder, che ha proposto sul Washington Post l'alleanza dei Paesi democratici, dagli Usa al Lussemburgo, per discutere dei propri valori e di come diffonderli nel mondo, magari con più successo della guerra unilaterale di Bush. Può nascere un Corpo della Pace, volontari finanziati dai Paesi ricchi?
Le idee della sinistra radicale commuovono in tv, ma spesso nascondono egoismo, negano diritti a chi non ce li ha, vezzeggiano dittatori decrepiti, perpetuano ingiustizie economiche e sociali con dazi e protezionismo. Se la sinistra delle riforme non ha l'eleganza di Roosevelt e Kennedy, la passione di Havel, i piani di Brandt e Palme, l'energia malinconica di Keynes, e perfino la sensualità accattivante di Clinton, si vedrà messa alle corde da tribuni che, alla fine, non sono capaci né di vincere le elezioni, né di aiutare i poveri.»
Caro Riotta, come la capisco. La sinistra italiana non è mai stata tutto questo e non c'è cenno che possa diventarlo. La sinistra di cui parla e che cerca in giro è sotto i suoi occhi, non bisogna sforzare troppo lo sguardo, ma è proprio non più al di là del suo naso, a portata di voto: con tutti i loro difetti, sono i radicali, li voti!

Anche a me piace il «blairismo casereccio», e allora?

Per D'Alema «cultura della destra e interventismo democratico» sono il padre e la madre della guerra in Iraq: «Anche noi abbiamo un blairismo casereccio sempre sulla cattedra che non sente il dover di chiedere scusa, almeno agli iracheni».
«Noi, che siamo molto casarecci e un po' blairiani, ci domandiamo chi abbia chiesto scusa agli iracheni della lunga e orribile tirannia sotto la quale sono stati tenuti con la complicità dell'Occidente, destra e sinistra, fatta di torture, di villaggi curdi gasati, di guerre sanguinose con l'Iran, di avventure militari, di miseria economica e sofferenza personale. O se si debba chiedere scusa agli iracheni solo ora, per averli privati di quella tirannia». E' D'Alema, forse, a chiedere scusa? Non ho udito scuse.
E vado matto per l'interventismo democratico
«Ma, soprattutto, ci domandiamo che cosa abbia fatto cambiare così radicalmente idea a D'Alema sull'interventismo democratico, visto che fu quella cultura a spingerlo a guidare l'Italia nell'assalto a Milosevic. Lì non c'era nemmeno il sospetto di armi di distruzione di massa o di sostegno al terrorismo globale. L'unica ragione per cui l'Europa convinse una riluttante America a violare per la prima volta il principio di sovranità nazionale, e senza un voto del Consiglio di sicurezza dell'Onu, in nome dei diritti umani e della difesa del popolo musulmano del Kosovo, fu proprio l'interventismo democratico. D'Alema era allora in un'ottima compagnia, che gli fa tuttora onore, con Fischer, con Jospin e con Blair. Ha tanti buoni argomenti per opporsi alla guerra di Bush in Iraq, che bisogno c'è di rinnegare la parte migliore del suo passato?».
il Riformista

Tuesday, May 25, 2004

I tre «passi» che hanno frenato la nuova politica estera americana

Il discorso fatto ieri da Bush non poteva che aumentare le mie preoccupazioni. Bush ha dovuto parlare agli elettori per cercare di tranquillizzarli sul fatto che l'amministrazione non è allo sbando in Iraq e sa come vincere, ha una strategia. Purtroppo però, il peso dell'anno elettorale è il dato preminente. Sulla nuova rotta, in atto da tempo (Bush chiama l'Onu da mesi), hanno influito:
  • I fondamentali errori di approccio nel dopoguerra, come la rinuncia all'uso della propaganda: Bush non si può permettere di rischiare altre figuracce e consegna tutto in mano all'Onu

  • L'ostilità interessata da parte dell'Europa che conta: lasciare sola l'America in Iraq, anche dopo questa nuova risoluzione, è il modo per mandare a casa Bush. Gli iracheni? Pazienza.

  • Il né aderire né sabotare degli arabi: un regime autoritario sunnita a Baghdad per impedire l'effetto domino democratico e salvaguardare gli altri regimi arabi
  • .
    Questa «svolta» annunciata sa quindi di ridimensionamento delle ambizioni americane in Medio Oriente: la parola d'ordine stabilità ha superato la parola d'ordine democrazia. Dall'Onu di nuovo protagonista passa la exit strategy di un Bush che in campagna elettorale si accontenta di uno scivolo per sé, per non scuotere troppo il mondo. Resta da vedere l'impatto della Greater Middle East Initiative. Su questo piano riponiamo le speranze rimanenti.
    Torna in auge la politica compromissoria della vecchia Europa e dell'Onu: se gli Stati Uniti avessero saputo evitare errori ed incertezze decisivi in Iraq, non avrebbero dovuto subire questo ritorno al cinico realismo.
    «A questo punto c'è una responsabilità internazionale che, se viene rigirata sull'Onu, ci deve vedere partecipi. Il mondo è lì per essere governato: noi dobbiamo essere parte di quel governo».
    Giuliano Amato

    I tre «passi» che hanno frenato la nuova politica estera americana:

    Ecco il voto dell'Europa per mandare a casa George W. e Tony. Philip Gordon, direttore del Centro Usa-Europa alla Brookings Institution: «Gli europei non lo ammetteranno mai apertamente, ma l'ultima cosa che desiderano al mondo è permettere a Bush di mettersi a capo degli alleati occidentali». Negargli il ruolo di leader, sarà il loro voto per la Casa Bianca 2004, la delega totale all'Onu, la fine del «sogno democratico per il Medio Oriente».

    Il compromesso sul campo. Il passaggio di sovranità agli iracheni avrà successo se sarà garantita agli iracheni una adeguata sicurezza e «per ottenerla - scrivono Kristol e Lehrman sul Weekly Standard - occorre una decisa operazione militare contro le insorgenze armate che cercano di impedire la nascita di un governo iracheno», occorre «distruggere le milizie che si oppongono alla transizione pacifica. Fallujah deve essere conquistata e ai terroristi deve essere impedito di trovare rifugio nelle città». Solo in questo modo, «un Iraq sovrano, con l'assistenza militare americana e di altri, sarà in grado di affrontare la sfida della ricostruzione politica». Ma l'ondata neocons è da tempo rifluita a Washington. Dipartimento di Stato e Pentagono oggi considerano una vittoria il "modello Fallujah". Gli errori e i danni d'immagine non consentono, a pochi mesi dalle elezioni, di aprire altri fronti pericolosi sul piano della guerra mediatica. Intanto, «i guerriglieri non vengono neutralizzati, anzi acquistano coraggio, la popolazione perde fiducia e l'iniziativa militare passa nelle mani dei terroristi. Il pericolo è evidente: rimettendo al governo delle città la leadership sunnita, la coalizione rischia di perdere il consenso sciita, specie quello decisivo fornito dall'ayatollah Sistani».
    Un quadro più ottimistico da Andrew Sullivan sul Sunday Times.

    Lega araba: né aderire né sabotare. E' chiaro che i Paesi arabi hanno da perdere sia dal successo della democrazia in Iraq, sia dal caos di una sconfitta americana. La loro opzione, anche dei Mubarak e degli Abdullah, è sempre la solita: un uomo forte, tratto dalle file dell'ex esercito iracheno, ma rispettato e non compromesso con gli orrori del regime, per guidare la transizione ad un regime autoritario, guidato da un sunnita, preferibilmente militare, a tutela dell'unità irachena e come baluardo di stabilità: per contenere l'Iran e il suo sostegno destabilizzante alla maggioranza sciita, per reprimere ogni spinta autonomista (curdi), per frustrare il processo democratico. Un altro Saddam insomma, ma meno crudele.
    Se «al Pentagono sono troppo indeboliti dallo scandalo delle torture per poter imporre la mano forte contro la guerriglia, la partita si gioca a Foggy Bottom, dove gli arabisti sono influenzati dai leader sunniti dell'Arabia Saudita, dell'Egitto e della Giordania che a Baghdad vorrebbero un baathista sunnita come garanzia per la stabilità del paese. E le mosse del sunnita Lakhdar Brahimi rientrano in questo schema». Su questa linea è l'aiuto chiesto ai leader sunniti per pacificare Fallujah, così come la scelta di rigettare la politica di de-baathificazione del Paese, l'emarginazione di Ahmed Chalabi e il soffocamento dello scandalo "Oil for Food". E Bush non si è potuto permettere di citare nel discorso di ieri sera il ruolo di Iran e Siria.

    «La voglia matta di votare Emma»

    «Ci avessero detto i radicali come intendono usare politicamente i loro voti... uno saprebbe come verrebbe speso il suo voto, e l'affinità di programmi sarebbe anche l'adesione a un progetto».
    «Così possiamo leggere splendide interviste di Emma Bonino, che riecheggiano una sinistra liberale che in Italia non ha cittadinanza. In Italia non è di sinistra dire ciò che un liberal come Michael Walzer, uno dei filosofi più autorevoli d'America, diceva ieri al Corriere: "Andarsene sarebbe una tragedia per il mondo, non credo che possiamo farlo, può anche succedere che a un certo punto restare sia peggio che andarsene, ma non possiamo nemmeno immaginare una cosa del genere... Invece di rifiutarsi di mandare in ogni caso i soldati, come fa il Cancelliere Schroeder, o di ritirarsi, come fanno gli spagnoli, gli europei avrebbero dovuto organizzare una presenza più ampia di paesi in Iraq, con un ruolo forte dell'Onu". Ma questa sinistra possiamo solo leggerla, in Italia. E di questo ci dispiace non poco».
    il Riformista
    Sta a vedere che ora sono i radicali che devono far sapere cosa vogliono fare!

    Il "modello Fallujah" e il pericolo di un Iraq saddamita senza Saddam

    Superbo punto della situazione da Christian Rocca sul Foglio.

    «L'Onu non caccia Saddam, bensì Pannella»

    L'alleanza delle dittature contro i radicali (e l'asse delle democrazie).

    Sunday, May 23, 2004

    Prometto, prometto e non mantengo. I leader arabi a Tunisi

    Doveva essere il summit della risposta araba alla Greater Middle East Initiative
    Concluso il vertice della Lega araba. Sul tema più controverso, quello delle riforme, rispettate le attese e confermati i limiti, con l'enunciazione di «promesse» e il tentativo - non riuscito - di dimostrare unità. Ma le differenze rimangono e Mubarak non partecipa alla cerimonia conclusiva. Le attese dichiarazioni di principio in favore delle riforme democratiche ci sono state. Senza delle scadenze, strumenti attuativi e un preciso piano di azioni le «promesse» già vaghe potrebbero rivelarsi tali. E' da ritenere un passo in avanti il fatto che tali temi siano stati affrontati apertamente e chiamandoli con il loro nome, o che abbiano suscitato divisioni?
    Si respira aria nuova? Si è trattato del primo vertice arabo dopo l'invasione dell'Iraq, ma non si è assistito a dichiarazioni dai toni accesi e antiamericani. Mentre nei Territori occupati le violenze proseguono, per la prima volta i leader, Arafat compreso, hanno condannato le uccisioni di civili «senza distinzioni». Il programma di riforme, anche se generico, rappresenta un precedente importante di accordo comune ai livelli più alti e in una sede quale la Lega araba.
    Moderazione su questione palestinese e Iraq: condanna delle operazioni militari contro i civili, sia palestinesi che israeliani «senza distinzioni», «ruolo centrale ed effettivo dell'Onu» in Iraq. Solidarietà alla Siria per le sanzioni decise da Washington. segue >>

    Una frattura grave

    Mette in guardia Stefano Folli sul Corriere: «Il punto è che la politica estera non può essere buttata con tanta disinvoltura sul mercatino delle elezioni».
    «È paradossale, ad esempio, che a sinistra qualcuno sia adesso così scettico e cinico sul ruolo dell'Onu da augurarsi quasi il suo fallimento: cioè il contrario di quanto auspicano tra gli altri il Vaticano e l'egiziano Mubarak».

    Saturday, May 22, 2004

    A Cannes Palma d'oro a Michael Moore

    I francesi premiano il film anti-Bush, «Farenheit 9/11». Nun c'è niente da fa', c'hanno stile. Loro.
    Vi prego, non commentate.

    L'Onu sempre più in mano alle dittature

    E' un'Organizzazione delle Nazioni Unite nelle mani delle dittature quella che potrebbe essere privata della presenza consultiva del Partito Radicale Transnazionale. Su iniziativa del Vietnam, ma con l'appoggio di alcune tra le peggiori dittature del mondo, quali Cina, Cuba, Iran, Sudan e Pakistan, il Comitato sulle Ong ha approvato la richiesta di sospendere per 3 anni lo status consultivo del PRT all'Onu. Inutile - perché minoritaria - la difesa delle democrazie, Stati Uniti, Francia, Germania, Romania, Turchia. Il Partito Radicale è ritenuto «colpevole» di avere dato diritto di parola, alla Commissione diritti umani dell'Onu a Ginevra, a Kok Ksor, il leader dei cristiani Montagnards perseguitati dal regime comunista di Hanoi. Emma Bonino: «Occorre sempre di più lavorare per l'Organizzazione mondiale della/delle democrazie». segue >>
    RadioRadicale.it

    Adopted our enemies' view of the world

    Michael Leeden non è contento di come vanno le cose in Iraq. Si scaglia duramente contro lo scandalo delle torture, contro il "modello Fallujah", contro le perquisizioni nelle sedi di Chalabi. E' il risultato della «fundamental misunderstanding of the war against the terror masters». E' una guerra regionale, non di un singolo Paese, e mentiamo davanti allo specchio se crediamo che i baathisti sono nostri amici e gli sciiti laici nostri nemici, o che l'appeasement con i mullah li convincerà a cessare le ostitlità contro gli Stati Uniti.
    National Review
    L'intervista a Michael Ledeen su Chalabi e Brahimi.
    RadioRadicale.it

    Armi di distruzione di massa, queste sconosciute

    William Kristol non si chiede se l'amministrazione abbia mentito o meno, ma dove siano finite le armi di Saddam.
    Weekly Standard

    Friday, May 21, 2004

    Ticket to ride: «The Kerry-McCain Dream»

    Di Andrew Sullivan su New Republic.
    Il Foglio si chiede se l'America può permettersi, «in un tale momento di crisi, un simile esperimento, con tutti i dubbi che trascina con sé, quanto alla fluida e decisa gestione del potere». Ma forse sono proprio tali momenti di crisi che chiamano la creatività e il rischio in politica.

    «L'ennesima disfatta del riformismo italiano»

    «Ieri i parlamentari della Lista Prodi, votando insieme a Fausto Bertinotti per il ritiro delle truppe senza condizioni, hanno scelto di strangolare in culla il partito riformista».
    «Le votazioni su questioni di guerra e di pace hanno questo di speciale: mettono in gioco, come nient'altro può fare, le identità politiche. Le decisioni che si prendono al riguardo segnano punti di svolta, fissano una volta per tutte nella mente di chi osserva «immagini» delle forze politiche che sono poi in grado di resistere nel tempo, per anni e anni».
    Angelo Panebianco, politologo (Corriere della Sera, oggi)

    In arrivo il secondo pilastro della dottrina Bush

    C'è da augurarsi che almeno su questo l'Europa non lasci soli gli Stati Uniti.

    Thursday, May 20, 2004

    Senti chi parla

    «Penso sia utile che gli italiani siano qui e restino per costituire questa forza multinazionale perché consideriamo l'Italia un Paese importante con cui vogliamo continuare a lavorare».
    Adnan Pachachi, autorevole candidato alla presidenza del nuovo governo provvisorio iracheno (intervista al Tg1 delle 20).

    Il ritiro delle forze della coalizione dall'Iraq il 30 giugno sarebbe un «grave errore» e potrebbe lasciare il paese in balìa della guerriglia e del terrorismo. Nelle condizioni attuali, «senza eserciti, militari o forze dell'ordine in Iraq si creerebbe una situazione di caos favorevole al dilagare di fenomeni terroristici». Berlusconi? Bush? Blair? No, Hosni Mubarak, presidente egiziano.

    Lista Prodi «in braccio a Bertinotti»

    «Per Massimo D'Alema e Arturo Parisi il benvenuto è Berlusconi. Benvenuto, ovviamente, sulle posizioni della lista Prodi che da più di un anno sostiene la necessità di un coinvolgimento dell'Onu nella gestione del dopoguerra in Iraq. Per Fausto Bertinotti i benvenuti sono Parisi e D'Alema (e Fassino e Rutelli), che oggi voteranno in Parlamento insieme alla sinistra radicale una breve risoluzione, tre righe, in cui le opposizioni chiedono» il ritiro, «nonostante Berlusconi si prepari a dire oggi in aula ciò che il listone sostiene appunto da più di un anno».
    il Riformista
    Adesso, «svolta» - e meriti - se l'è presi Berlusconi.

    Mozione sconcia

    «Si potrebbe dire della mozione per il ritiro delle nostre truppe dall'Iraq ciò che un vecchio misogino inglese diceva dell'atto sessuale: il piacere è breve, la fatica è tanta, e la posizione è ridicola».
    il Riformista

    Il centrosinistra che non vede e non sente

    I neocons sono solo un ricordo (o un vecchio incubo), ma sarà un bene?
    La svolta americana si è già consumata. Caduto Rumsfeld, ora tocca a Powell.
    «Una leadership solo americana, l'ausilio di un governing council iracheno scelto dalla coalizione, terzo punto un esercito leggero basato sul modello di forza militare tecnologica caldeggiato da Rumsfeld. A dodici mesi di distanza sono caduti tutti e tre i pilastri: serve un coinvolgimento dell'Onu, un governo iracheno scelto dall'Onu e una filosofia militare meno avveniristica». Poi ci sono altre cosette meno precise, ma a dirlo è Filippo Andreatta, docente di Relazioni internazionali all'Università di Parma, sul Riformista, che si chiede «come mai questa svolta non venga accolta con più favore dall'Europa e in particolare dal centrosinistra italiano che dovrebbe usare questa occasione per difendere i principi che ha sempre difeso durante la crisi prebellica. E cioè: ruolo centrale dell'Onu, legame strategico e leale tra Europa e Usa e lotta multilaterale al terrorismo».

    I nostri nemici

    «Ci siamo trovati davanti una milizia che ha violato 4 protocolli della Convenzione di Ginevra: hanno sparato alle nostre ambulanze, si sono fatti scudo di un ospedale e di civili e non avevano indosso segni di riconoscimento. Le loro regole d'ingaggio erano barbariche. Sono orgoglioso del fatto che i miei soldati abbiano reagito senza odio, senza comportarsi da banditi come chi ci attaccava».
    Generale Gian Marco Chiarini, comandante del contingente italiano a Nassiryia (Corriere della Sera, 20 maggio)

    I nostri amici

    «Gli americani hanno dimostrato una tragica incapacità di conquistarsi un consenso per il quale, presumibilmente, il giorno in cui sono arrivati a Baghdad esistevano tutte le premesse».
    Ernesto Galli della Loggia, storico ed editorialista (Il Foglio, 15 maggio)
    «Il mondo temeva l'eccesso di egemonia Usa e deve fare i conti invece con una carenza di leadership Usa, uno dei tanti paradossi della guerra globale».
    Gianni Riotta, editorialista (Corriere della Sera, 20 maggio)

    «Strip and Stripes»

    e le altre gaffe di Berlusconi in America.

    Wednesday, May 19, 2004

    Senti chi parla

    Il ritiro delle forze della coalizione dall'Iraq il 30 giugno sarebbe un «grave errore» e potrebbe lasciare il paese in balìa della guerriglia e del terrorismo. Nelle condizioni attuali, «senza eserciti, militari o forze dell'ordine in Iraq si creerebbe una situazione di caos favorevole al dilagare di fenomeni terroristici». Berlusconi? Bush? Blair? No, Hosni Mubarak, presidente egiziano.

    Armi della democrazia in azione

  • Finding the Right Media for the Message in the Middle East

  • Spot in arabo
  • Progressi 0. Come in 13 anni la sinistra non ha costruito nulla

    «Dopo aver tanto invocato l'Onu, lo si è ignorato quando è arrivato».

    Concedete un po' di fiducia a Powell?

    Partendo dagli orrori delle torture di Abu Ghraib, immagini scioccanti, «talmente in contraddizione con i valori che sosteniamo come esercito e come nazione», e consapevole del danno di immagine, ricorda che «l'America ha un'enorme capacità di imparare dai suoi errori e di andare oltre», e assicura: «Faremo i conti con tutto questo. Ci assicureremo che giustizia sia fatta». Come dopo la seconda guerra mondiale in Europa e Asia, «abbiamo sempre dovuto attraversare dei terreni accidentati dopo che queste lotte si erano concluse. Abbiamo fatto degli errori, ma ne siamo sempre usciti. Ce l'abbiamo fatta perché l'America ha una capacità enorme di fare, e di fare bene».
    L'America non ha perso se stessa. «Vedrete presto la democrazia americana in azione. Non ci stiamo nascondendo da quanto è accaduto. (...) Vi chiediamo, allo stesso tempo, di non perdere di vista il quadro più ampio della situazione irachena. (...) Vedrete che l'America in cui vi abbiamo chiesto di credere esiste ancora. È ancora forte. È ancora la speranza migliore per la pace nel mondo, mentre lavoriamo per ottenerla insieme ai nostri partner sparsi in tutto il pianeta».
    I nemici sono i terroristi. «Sappiamo che il governo ad interim apprezzerà la nostra volontà di perseguire gli elementi residui del vecchio regime e di opporsi a questi terroristi che si sono presentati a creare difficoltà. Ma una cosa sarà chiara il primo di luglio: quelli che stanno ancora lottando nel tentativo di rigettare l'Iraq nel passato non si troveranno più a combattere solo contro la Coalizione; staranno lottando contro il loro stesso popolo. Staranno combattendo i loro stessi leader, che si sono alzati per dire "l'Iraq deve andare avanti"».
    La posta in gioco (che riguarda tutti). «Crediamo che la liberazione del popolo iracheno, dopo decenni di tirannia, fornisca finalmente l'opportunità all'Iraq e alla sua gente di progettare una nuova strada verso la libertà e la prosperità. Il loro successo creerà un esempio che potrà essere utilizzato nella regione e in altre parti del mondo. (...) La posta in gioco in Iraq è molto alta, per tutti. Ecco perché chi di noi vuole un Medio Oriente in pace, prospero, culturalmente vivo e politicamente libero, deve riunirsi per fare sì che l'esperienza irachena possa riuscire».
    L'autocritica. «Dobbiamo sempre ricordare il passato, ma dobbiamo anche ammettere che non c'è niente che possiamo fare riguardo a quello che è già accaduto, se non trarne insegnamento».

    Tuesday, May 18, 2004

    Così, cari concittadini, non va

    «L'Iran soffia sul fuoco»

    Europei:
    Totti, the best
    Vieri, il puntero
    Cassano, magico
    Gilardino, la rivelazione
    Miccoli o Di Vaio, seconde punte
    Baggio, gli ultimi venti minuti

    Del Piero è bollito, Corradi una superpippa mai vista, Inzaghi è un campione, ma non si riprenderà mai in tempo

    Monday, May 17, 2004

    Se ne va il mito di «Memphis Belle»

    Automummificazione, non sembra uno scherzo

    La differenza c'è, eccome

    Non illudiamoci, esiste un "Noi" ed esiste un "Loro"
    Ernesto Galli della Loggia: «Il guaio è che la nostra stessa cultura attuale ci obbliga a pensare che non è legittimo esprimere giudizi di valore che in qualunque modo riguardino le culture, tanto meno usare termini antichi come civiltà e barbarie. Abbiamo paura di essere presi per razzisti nemici del multiculturalismo».
    Corriere
    Il dovere di difenderli
    Stefano Folli: «Gli italiani hanno diritto di sapere se le cosiddette "regole d'ingaggio" a cui si attengono i nostri reparti sono adeguate al nuovo quadro militare o se invece rappresentano un modo per legar le mani ai soldati, esponendoli più deboli al fuoco avversario con l'illusione di salvaguardare il carattere "pacifico" della missione».
    Laggiù dovevamo impedire che «le fazioni integraliste prendessero il sopravvento in città», che ora «sta esattamente finendo in mano agli estremisti». «Qual è la risposta? L'abbandono della città alle milizie? Il ritiro dell'intero contingente? Se è questo, lo si deve affermare con chiarezza. Deve scaturire da una scelta politica presa a Roma dopo averne soppesato tutte le conseguenze. Non può derivare da una fuga precipitosa indotta dall'assenza di direttive precise. O da confusione circa i limiti della reazione armata consentita ai nostri soldati». I militari «vanno messi in grado di difendersi e di offendere quando è necessario. Se viceversa il governo e il Parlamento non ritengono di assumersi questa responsabilità, allora è preferibile la linea Zapatero». In un caso come nell'altro «il Parlamento dovrebbe mostrarsi convinto che le sue decisioni avranno riflessi sul campo, a Nassiriya. Un buon motivo per scegliere in una cornice di responsabilità nazionale. Con la mente rivolta all'Iraq, piuttosto che alle prossime elezioni».
    Corriere
    E' la terza guerra irachena, il governo deve assumersi delle responsabilità, senza trincerarsi dietro l'ipocrisia della "missione di pace". Lo è in quanto la pace bisogna portarla con la forza, non mantenerla, ma è ora di decidere se facciamo parte o no a pieno titolo dei willings nella guerra contro i fascisti islamici. In Iraq questa guerra è autorizzata dalla risoluzione Onu 1511, ma se ne facciamo parte le regole d'ingaggio devono cambiare e i nostri militari devono essere messi in grado di combatterla al meglio. Altrimenti, si scelga il ritiro.
    Ma dov'è finito il partito riformista?
    «Ordinare a Brahimi di insediare il governo non il 30 giugno ma adesso, prima del dibattito parlamentare italiano, ordinare a Berlusconi di rimpastare l'amministrazione Bush licenziando Rumsfeld, ordinare all'Onu di pacificare l'Iraq con le sue truppe (quali?), è un tale nonsense che allora era meglio senza se senza ma. Pensateci: con quella mozione il centrosinistra si è messo nella condizione più scomoda per un governo «in waiting». Per aver ragione, deve ora sperare che tutto vada male: che l'Onu fallisca, che a Nassiriya peggiori, che Rumsfeld resti al comando. Siccome la gente normale spera solo che tutto vada bene, basta che vada bene anche una sola cosa perché il vento dell'opinione cambi. Noi, per esempio, pur augurando ogni bene alla lista unitaria, preferiremmo che perdesse la sua scommessa, perché ci sta più a cuore l'Iraq».
    Ma la lista unitaria non doveva rappresentare «una forza in grado di governare un paese complesso, non un ensemble di pittoreschi capipopolo, uno che vuole uscire dalla Nato, un altro che vuole tornare al comunismo, e un altro ancora che vorrebbe far andare l'Italia a energia eolica»? La lista unitaria era il modo per diventare «eleggibili. Doveva alzare una barriera a sinistra e abbattere la barriera al centro, che la divide dagli elettori moderati stufi di Berlusconi. Un'atavica forza centrifuga la sta invece portando ad abbattere le barriere a sinistra e ad alzare quelle verso il centro. Questo è stato il cedimento sull'Iraq. Rutelli che parla come Cento è il messaggio subliminale che dice: l'egemonia ce l'hanno sempre loro. Possiamo sbagliarci, ma dubitiamo che seguire la sinistra tolga voti alla sinistra. E' più probabile che danneggi la capacità di sfondamento al centro», che era la vera «ragione sociale della lista unitaria».
    Il Riformista

    Saturday, May 15, 2004

    Salute malandata per le politiche neocons?
    I "realisti" fanno più squadra e stanno prevalendo
    Gary Schmitt: «Il punto non è se i neocon oggi siano finiti, ma se la politica neocon sia stata messa da parte o no». «Le burocrazie ministeriali non hanno mai sostenuto queste politiche e oggi si servono delle difficoltà sul campo per sostenere con forza un programma anti-neocon. Bush però non sembra abbia cambiato idea sul suo programma, ma questa tensione tra il presidente e il resto del suo braccio esecutivo non potrà continuare per sempre. Bush delega molte responsabilità, ma corre il rischio di non far attuare le sue stesse direttive». Schmitt non crede che ci sia un ritorno della realpolitik, «se non la voglia di risolvere alcuni problemi contingenti che finiscono per avere implicazioni e giustificazioni realiste. L'Amministrazione vuole un po' di calma prima di cedere il potere agli iracheni, tenta di evitare di aprire altre crisi in vista delle elezioni americane. Sbagliano, ma non mi pare un ritorno alla realpolitik piuttosto un semplice desiderio di tirare avanti, fino alla rielezione».
    Penn Kemble: «I cosiddetti neocon hanno convinto il presidente a fare della democrazia in medio oriente il punto centrale del suo programma. Con le armi di sterminio non si sono trovate, questa è l'unica motivazione dell'avventura in Iraq: come potrà Bush abbandonare i neocon senza perdere la premessa-chiave della sua politica estera?». Tutto sul Foglio

    Friday, May 14, 2004

    Serve un patto per una nuova Alleanza/2
    Presentato in Italia, da Giuliano Amato e Charles Kupchan, il rapporto del think tank "realista" Council on Foreign Relations sulle relazioni transatlantiche Renewing the Atlantic Partnership. Dopo il crollo del blocco sovietico, il cambio generazionale alla guida dei Paesi sulle due sponde dell'atlantico, e l'11 settembre, quali sono le ragioni della relazione transatlantica? Esistono ancora o si sono indebolite? Abbiamo interessi comuni? Esiste ancora l'Occidente? Queste le domande: "Sì, abbiamo ancora interessi comuni, ma occorre rinnovare l'Alleanza" è la risposta. E Amato ci sorprende, fa da eco alla Bonino, prendendosela con l'Europa, che ha «rapidamente lasciato ritenere» a Washington che fosse vera la sensazione "noi siamo stati colpiti, voi no". L'Europa ha vissuto l'11 settembre come un attacco comune solo per due settimane: «Non sento il bisogno di difendere l'Europa, un'Europa che non c'è, che non ha il coraggio di fare una riunione del suo Consiglio per definire posizioni comuni, un'Europa con la propensione al quieto vivere e al tirarsi fuori più forte di ogni altra propensione». Amato non se la sente di «imputare solo agli Usa la convinzione ad agire in modo unilaterale».
    Leggi tutto su RadioRadicale.it
    Filosofia e teologia sull'Occidente
    Tra relativismo, Cristianesimo, Islam. Declino, sbadigli, odio di sé
  • Marcello Pera: «Il relativismo affievolisce le nostre difese culturali e ci prepara o ci rende inclini alla resa»

  • Il cardinale Ratzinger: il pericolo di un'Occidente che «non ama più se stesso»

  • L'audiovideo delle due lezioni su RadioRadicale.it. Sul Foglio di oggi il testo dei due interventi.
    Abolire l'ordine dei giornalisti: fascisti!
    Immediatamente. Il governo agisca subito.
    Break
    La Moratti annuncia le "pagelle" degli studenti ai professori
    Svolta nei criteri per assegnare i finanziamenti statali agli Atenei: non solo il n° degli iscritti, ma anche la valutazione sulla ricerca e i cosiddetti indicatori qualitativi, ossia il tasso degli abbandoni, la durata degli studi, la capacità della Facoltà di dare sbocchi professionali, le "pagelle" degli studenti ai docenti
    Finalmente, ma sarà vero? Sarà l'inizio di una vera svolta, o solo un'operazione di facciata, come quelle già elaborate da molti Atenei?
    Intervenendo ad un forum del quotidiano la Repubblica, il ministro Letizia Moratti ha annunciato di voler istituzionalizzare il "voto" degli studenti ai professori, in modo che abbia delle conseguenze concrete per le Università: «Estenderemo a tutte le Università un sistema di valutazione che oggi esiste soltanto in alcuni Atenei. In sostanza, sulla base d'un formulario elaborato con il Comitato Nazionale di Valutazione Universitaria, registreremo la soddisfazione degli studenti rispetto all'impegno e alla presenza dei docenti nella didattica, negli esami, nell'attività di orientamento».
    Ma non saranno, pare, pagelle spontanee, "dal basso", come già si usa fare in molte Facoltà, che elaborano statistiche destinate a rimanere nei cassetti. Ma una valutazione che, incoraggiata dal ministero, avrà una ricaduta istituzionale, nel senso che inciderà sui finanziamenti dallo Stato ai singoli Atenei. «Questa valutazione non rimarrà senza effetti, come invece è accaduto finora: nel senso che ne terremo conto nell'erogazione dei finanziamenti.
    RadioRadicale.it
    Se sia giusto o no pubblicare e vedere il video della decapitazione dell'ostaggio americano, o le foto? Non poi così importante, questione di legittime individuali sensibilità. Se però serve vedere per forza quelle immagini atroci per convincerci della necessità di cambattere il terrorismo, allora stiamo messi davvero male. Non se ne convincerebbe comunque la sinistra radicale, comunista e antiamericana. Viceversa, non credo che chi si è accorto di cosa sia successo l'11 settembre abbia bisogno di essere sottoposto alla visione di quel macello. Non contrario alla proposta di Ferrara

    Thursday, May 13, 2004

    Il «richiamo della libertà». L'arma principale contro il terrorismo
    Anche la guerra può portarla con sé. Servono convinzione e capacità, leadership politica
    Ernesto Galli della Loggia oggi sul Corriere come punto di partenza. Un editoriale succoso.
    «No, non c'erano torturatori tra i soldati americani che il 4 giugno del 1944, risalendo la via Appia, entrarono finalmente a Roma, prima capitale liberata nell'Europa dell'Asse».
    Su questo, sarei più cauto, altri tempi, meno tecnologie a portata di mano, controllo serio e stretto delle immagini e della propaganda. Mio nonno prigioniero degli inglesi non se l'è passata bene.
    E' vero però che si trattò di un «altro esercito»? Sì, ma secondo me non è questione solo di «cosa sta diventando oggi, in Occidente, lo strumento militare». La leva dava precise caratteristiche agli eserciti, è vero, ma è la politica a condurre le guerre, a fornire le motivazioni e opera - o dovrebbe farlo - coerentemente con gli obiettivi politici e strategici prefissati.
    Oltre alle armi più avanzate e al Paese dalla produzione più efficiente, l'esercito che ci liberò sessant'anni fa aveva a disposizione - materialmente e idealmente - nient'altro che armi di attrazione di massa. Cosa ci ricorda infatti Galli della Loggia? «Il tratto disinibito e cordiale dei suoi uomini, senza distinzione di rango; la prodigiosa ricchezza dell'intendenza, vera cornucopia di ogni bendiddio (dalle uova in polvere alla penicillina alle calze di nylon); e infine la quantità di occasioni culturali e d'intrattenimento che facevano da contorno alla sua presenza: i film, i libri, i giornali, le trasmissioni radio, i cicli di conferenze, i circoli per soldati, ai quali anche la popolazione del Paese vinto (spesso anzi essa per prima) ebbe immediato e largo accesso. Per noi l'America fu subito ognuna di quelle tre cose, e tale essa è rimasta e forse rimarrà per sempre, inafferrabile e struggente come il richiamo della libertà».
    In Iraq, lamenta Galli della Loggia, tutto questo non c'è. O comunque non si vede, non ha avuto successo, anche se è stato tentato. Non ci sono «banchetti coperti di pacchetti di sigarette americane o ragazzini con la bocca sporca di cioccolato made in Usa. Neppure nei primi giorni ci è giunta l'eco d'una conferenza, di uno spettacolo cinematografico organizzati da una rediviva Psychological Warfare Branch». Da qui l'impressione di un «altro esercito», «fatto solo per il combattimento» e la sua tecnica. Non credo che la questione sia che non rappresenta più «lo specchio del suo grande Paese». L'esercito l'anima ce l'ha se la leadership politica ha la volontà e la capacità di infonderla.
    Se Omaha Beach e Guadalcanal sono lontane, non è tanto causa dell'esercito, non più di leva e infangato dalle solite mele marce, ma della leadership politica. Bush ha reagito alla grande dopo l'11 settembre, ha detto le cose giuste, le ha anche fatte, ma ora l'amministrazione sta perdendo la bussola in Iraq. E, al contrario di quanto con faciloneria si pensi, la sta perdendo perché questa non è più la guerra neocons. Non tutto è perso naturalmente, ma occorre fare presto.
    È giusto mostrare le immagini della morte di Nick Berg?
    Aldo Grasso ci offre qualche spunto di riflessione sul Corriere. «In realtà, è da martedì sera che i notiziari inciampano su un avverbio, ovviamente, che sta a significare la non urgenza di una considerazione. Invece, magari con l'angoscia nel cuore, queste considerazioni bisogna farle. Tutti i tg hanno fatto sapere che, ovviamente, non avrebbero trasmesso le immagini della decapitazione».
    «Ovviamente, invece, è necessario mostrare tutte le immagini delle torture cui gli americani hanno sottoposto gli iracheni. Le torture sono atti disgustosi, testimoniano di un atteggiamento criminale e rischiano di minare il concetto stesso di democrazia. Per questo vanno mostrate, per questo i responsabili vanno puniti. Le immagini, oggi, fanno parte di una strategia di guerra, fanno parte del terrore, sono qualcosa di più di testimonianze ovvie, influenzano l'opinione pubblica. Al Jazira, per ragioni ideologiche, può permettersi di nascondere l'efferata esecuzione di Fabrizio Quattrocchi. La nostra tv, invece, è investita da un obbligo di trasparenza per quel che riguarda le torture, ma deve tener conto della pietà, dello shock visivo che può scatenare l'immaginario dell'orrore. Obblighi che, ovviamente, il terrorismo internazionale può disattendere. La questione dunque non è tecnica ma etica: una cosa è soffrire, un'altra vivere con le immagini dell'esibizione del male, che non rafforzano necessariamente la coscienza. Possono anche corromperla. Se l'Occidente ha ragione deve non venir meno alle sue ragioni di fondo».
    Ecco come ci tortura questa sciagura di opposizione
    Tutta proiettata, dice Piero Ostellino sul Corriere della Sera, verso «la conquista del voto marginale dell'elettorato estremista, come, purtroppo, è nella pessima tradizione storica della sinistra» ed espressione del «carattere esasperatamente provinciale della nostra cultura politica».
    «All'esterno, rischiamo di offrire l'immagine di un Paese inaffidabile, incline a "dar da mangiare al coccodrillo (il terrorismo, ndr ) nella speranza di essere mangiato per ultimo" (Churchill, sui pacifisti della sua epoca)».
    «Forse - conclude Ostellino - è venuto il momento che la Politica non faccia tanto un passo indietro, come si dice in certe circostanze e si sarebbe indotti a dire anche ora di fronte all'imbarbarimento del confronto preelettorale, bensì che lo faccia in avanti, recuperando la sua funzione dirigente e di mediazione, soprattutto riproponendosi come strumento di civile composizione delle diversità. Non si vive di sole campagne elettorali. Anzi, se concepite e fatte in questo modo, se ne può persino morire». Chi vuol intendere intenda.

    Siamo estenuati da questa opposizione, che sciacalla e strumentalizza. Falchi come D'Alema, o deboli, ignoranti e ignavi come Fassino e Rutelli, quel salame di Prodi, cavalcano l'ingenuità dei milioni di italiani che li votano. Che gusto c'è a fare politica, se per vincere le elezioni non devi convincere gli elettori delle tue opinioni, ma rincorri quelle del tuo avversario quando capisci che hanno più appeal? Che gusto avrebbe Berlusconi a vincere le elezioni parlando come Prodi? Eppure i sedicenti riformisti non fanno che questo, rincorrono le posizioni della sinistra radicale. Lo fanno, alcuni per scaltrezza, altri per trasformismo, altri ancora per ignoranza, o per ingenuità, tutti perché eredi di una cultura politica che non è stata mai intimamente democratica, ma solo lotta per il potere.

    Wednesday, May 12, 2004

    Di cosa si dovrebbe occupare la commissione di vigilanza Rai
    Vero, la sinistra "usa le torture" per la campagna elettorale
    Il governo italiano sapeva delle torture compiute da soldati della Coalizione contro prigionieri iracheni? E' questa la domanda che l'opposizione vuole porre direttamente al presidente del Consiglio e al ministro della Difesa. Giusto. Ma ieri solita cagnara alla Camera. Dopo le rivelazioni fatte al Tg3 dalla vedova del maresciallo dei carabinieri Bruno, ucciso nell'attentato di Nassiryia lo scorso novembre, la quale aveva sostenuto che il marito era al corrente delle torture, il centrosinistra scagliava la sua collera contro il governo: sapeva, sapeva! dimissioni! E giù con lo sciacallaggio e le strumentalizzazioni per un pugno di voti. Già ieri, il Comando generale dell'Arma precisava che «i superiori gerarchici del maresciallo Bruno dichiarano di non aver mai ricevuto dallo stesso militare qualsiasi notizia inerente a maltrattamenti nei confronti di detenuti nella responsabilità delle forze della coalizione».
    Oggi poi, il brusco risveglio. La vedova Bruno afferma di essere stata «interpretata»: «Se una persona dice determinate cose, poi viene interpretata come se ne avesse dette delle altre. L'ho spiegato anche agli ufficiali dei carabinieri, superiori di mio marito: per questo non voglio più parlare con i giornalisti». La vedova Bruni si dice «dispiaciuta dei tagli effettuati da Rai Tre», vittima di una «trappola»: «Mio marito non aveva fatto nessuna denuncia - precisa stamani a Radio Città Futura - mi ha solo raccontato che lui insieme agli altri colleghi era incaricato di riavviare al lavoro i prigionieri e che aveva sentito di celle che facevano schifo rispetto alle nostre ed era rimasto sbalordito, ma non ho mai detto che i Carabinieri hanno visto o peggio ancora hanno fatto le torture».

    Tuesday, May 11, 2004

    La light war ha fallito
    Si apre l'abisso della sconfitta politica e strategica: se in Iraq si mollasse il progetto democrazia, per il falso progetto stabilità. Il guaio è che Bush oscilla. E il guaio è che oscilla perché, da mesi, di pensiero neocons nella politica dell'amministrazione Bush ce n'è troppo poco: Intervista di Radio Radicale a Christian Rocca: dalla fine della guerra i neocons hanno sempre criticato la gestione del dopoguerra.
    Ma la principale rivista neocons, il Weekly Standard continua a criticare e spronare l'amministrazione Bush.
  • Democracy Now

  • Free the Iraqi Press

  • Di mesi ormai, la richiesta di sostituzione di Rumsfeld.
    Sui neocons ahimé, c'è chi continua a fare confusione. segue
    Serve un patto per una nuova Alleanza
    Troppo bello per essere realistico, al momento.
    Gli errori accumulati da Rumsfeld e i suoi: «A cominciare dal rifiuto di dare retta a quei generali secondo i quali in un Paese come l'Iraq sarebbero stati necessari non meno di 500 mila soldati per controllare il territorio e portare a termine la missione. Per continuare con l'errata scelta di sciogliere l'esercito iracheno o l'incapacità di identificare interlocutori credibili e stipulare solidi accordi con le tribù sunnite. Per finire con questa vicenda, stupida e criminale, delle torture con tanto di foto in posa, che è certo il più grosso successo propagandistico conseguito da Al Qaeda dopo gli attacchi alle Twin Towers». Le sue dimissioni sono una necessità politica e strategica.
    Ma non serve fuggire dall'Iraq, serve un nuovo patto che «dovrebbe fondarsi sull'implicito riconoscimento sia degli americani che degli europei (francesi e tedeschi in primo luogo) degli errori commessi». Gli Usa non possono fare da soli, gli europei devono capire che non c'è alternativa se non combattere o sottomettersi. «Un nuovo patto fra le democrazie occidentali può nascere solo se, preso atto degli errori, Stati Uniti ed Europa si riconosceranno reciprocamente non solo come alleati indispensabili ma anche, come già fecero durante la guerra fredda, quali parti di una stessa "comunità", cementata da valori e istituzioni che i terroristi vorrebbero distruggere. Impegnandosi solennemente a discutere e decidere insieme, d'ora in poi, le future strategie».
    Angelo Panebianco sul Corriere
    «E quando si dice "lasciare l'Iraq"
    ... bisogna anche chiedersi a chi. Al momento, sono solo due le alternative. O lo si lascia ad Al Qaeda, alle milizie di Al Sadr, alle gente che tiene prigionieri i tre ostaggi italiani o che ha fatto saltare in aria i carabinieri a Nassiriya. O lo si lascia a Ronald Rumsfeld, punendo così l'arroganza dell'esercito Usa con un lasciapassare a far da soli».
    «Le torture sono l'ultimo frutto perverso della frattura dell'occidente: confermano che la superpotenza americana può essere un pericolo, ma lo è più che mai quando è lasciata sola. L'Europa avrebbe oggi una giustificazione morale, oltre che politica, per dire a Bush: fatti più in là, che senza di noi non puoi farcela. Ma per dirlo si dovrebbe dichiarare pronta ad andare, a prendersi sulle spalle la responsabilità di salvare l'Iraq dalla barbarie. Non pronta a lasciare».
    il Riformista
    Anche Francesco Merlo, sulla Repubblica, risponde così ad Ezio Mauro: «Personalmente, preferisco il rischio di essere accomunato a quei cialtroni piuttosto che perdere definitivamente la guerra della democrazia. In Iraq insomma deve andarci tutto l'Occidente e l'Oriente moderato per salvare i valori assoluti del rispetto della persona. Noi dobbiamo stare tutti in Iraq, in quella Mesopotamia dei miti, dei simboli e delle tecniche che fu la culla della civiltà occidentale. Dobbiamo starci per difendere la nostra America, senza la quale non c'è possibilità di salvezza».

    Monday, May 10, 2004

    Ve l'avevamo detto!
    La Bonino (Il Messaggero) dice addio al centrosinistra, perché il programma di Amato è «scoraggiante». C'è voluto un po', ma se n'è accorta. Però la mossa del furbo Pannella a qualcosa è servita. Dalla Convention con la passerella di Amato e Casini i radicali appaiono di più in tv.
    Rumsfeld dimettiti!
    Sempre Emma Bonino, sul Corriere, chiede la sostituzione di Rumsfeld. «Quello che è successo nelle carceri irachene è obbrobrioso, ma - ha osservato - è anche la prova che la democrazia funziona. Riconosce i propri errori, li isola e li punisce. La democrazia non è il sistema dei buoni, ma quello che sa correggere le sue deviazioni. In ogni caso, andarsene dall'Iraq non risolve il problema come vorrebbero i pacifisti, che vogliono la pace, ma soprattutto vogliono stare in pace e poter criticare ferocemente gli americani».
    E' l'unico sacrificio necessario per riguadagnare immagine in un conflitto che sull'immagine si gioca. E' l'obiettivo strategico di diffondere la democrazia che lo richiede. E sia il governo italiano a chiederlo, per far vedere al Paese che in questa alleanza contiamo e ci siamo dentro con un progetto.
  • Gli ineccepibili motivi per cui Rumsfeld deve essere fired!
    Stefano Folli, il direttore del Corriere

  • Il sistema sfuggito di mano
    Guido Olimpio
  • Piovono autorevoli sostegni all'Organizzazione mondiale delle democrazie
    David Brooks sul New York Times: «We've got to come up with a global alliance of democracies to embody democratic ideals, harness U.S. military power and house a permanent nation-building apparatus, filled with people who actually possess expertise on how to do this job».

    Friday, May 07, 2004

    Armi di attrazione di massa. Emma Bonino denuncia l'assenza dell'Europa
    Emma Bonino, Marco Cappato, Carlo Panella e Ferruccio De Bortoli sono intervenuti alla presentazione del nuovo volume della rivista Diritto e Libertà dal titolo "Armi di attrazione di massa. Non violenza e informazione per promuovere la democrazia". Promuovere i diritti umani e la democrazia non con le armi che distruggono, ma con quelle che attraggono... >>. La questione della definizione dei diritti umani nel mondo arabo e islamico, l'inadeguatezza di un'Europa senza politiche per il Medio Oriente, e due esempi concreti per esercitare soft power: l'adesione della Turchia all'Ue, l'informazione sul nuovo Statuto della donna approvato in Marocco. Ma è soft power anche il nuovo piano di Bush per il Medio Oriente, di cui il Transatlantic Democracy Network in una sua newsletter anticipa le modifiche, riprese oggi da Christian Rocca sul Foglio.

    Thursday, May 06, 2004

    In politica le scorciatoie retoriche non pagano
    Emma Bonino: «Le scuse di Bush sarebbero più credibili se gli Usa aderissero al Tribunale Penale Internazionale». Lo stesso Statuto della "sacra" Corte prevede che siano gli stessi Stati a perseguire i crimini di guerra dei propri cittadini. Dunque, la credibilità delle scuse di Bush si fonderà proprio sulle azioni penali che saranno intraprese contro i torturatori e quindi sul sistema giudiziario americano. Anzi, se i criminali saranno perseguiti (e lo saranno), anche se gli Usa non fanno parte del club della Corte, ciò accrescerà il valore politico del rifiuto americano di aderirvi. Sulla considerazione di Emma, che basti l'adesione degli Usa al Tribunale a convincere il «mondo intero», «in maniera inequivocabile», delle buone intenzioni Usa, meglio sorvolare. In politica le scorciatoie retoriche non pagano.
    Ripeto: la guerra al terrorismo è una guerra anche di immagini
    In America sono in molti ad averlo chiaro questo aspetto, come riferisce Ennio Caretto sul Corriere:
    Il Washington Times, un quotidiano molto vicino al Pentagono e alla Cia, ha pubblicato una vignetta devastante. Mostra Zio Sam nudo nella prigione di Abu Ghraib con due soldati americani alle spalle: «Pensi che lo abbiamo umiliato e degradato a sufficienza?» chiede uno all'altro.
    E' una strada lunga e difficile, quella del recupero della immagine della Superpotenza e del dialogo con i Paesi arabi. Come ha scritto al Washington Post Joe Gerth, un lettore di Hillsboro in Virginia, l'America rischia di perdere non soltanto la pace in Iraq ma anche la guerra al terrorismo, facendone crescere le fila, «perché appariamo i nuovi gestori delle stanze delle torture di Saddam Hussein».
    L'America e la coalizione, dichiara l'ex ministro della Difesa ed ex direttore della Cia James Schlesinger, sono ancora in tempo a stabilizzare l'Iraq, a ricostruirlo, e a sconfiggere il terrorismo. Ma per farlo devono vincere la guerra della pubblica opinione mondiale e delle immagini.
    I libri dell'odio pagati da noi
    Un altro scandalo che colpisce Onu ed Unione europea
    Lo hanno segnalato altri blog, come New blog New blog e Liberopensiero, ma non posso esimermi dall'imitarli. E' l'articolo-inchiesta di Ernesto Galli della Loggia oggi sul Corriere della Sera. «Perché un giovane palestinese decide a un tratto di diventare una bomba umana e di andare a seminare morte in una pizzeria o su un autobus di Israele? Per molte ragioni, naturalmente; ma tra di esse un posto rilevante spetta di sicuro anche al sistema educativo cui quel giovane è sottoposto. Si tratta di un sistema educativo imbevuto di pregiudizi e di menzogne anti-israeliane e anti-ebraiche che l'Autorità palestinese ha impiantato nelle scuole sotto la sua giurisdizione, frequentate dalla foltissima popolazione studentesca (900 mila ragazzi e ragazze su 3 milioni circa di abitanti) che vive nella striscia di Gaza e in Cisgiordania. Scuole - è bene ricordarlo - che Arafat amministra in seguito agli accordi di Oslo del 1993-1994 servendosi anche per esse degli imponenti aiuti finanziari della comunità internazionale: più di sette miliardi di dollari dal 1994 al 2002 (una cifra assai superiore comparativamente a quanto destinato dal piano Marshall al Vecchio Continente nel dopoguerra) coperti per oltre il 50 per cento dall'Unione Europea».

    L'editorialista denuncia «l'uso menzognero e ferocemente antiebraico che è stato fatto del denaro del contribuente italiano. Ne sono una prova i manuali scolastici che da anni l'Autorità palestinese va introducendo nelle sue scuole al posto dei vecchi manuali»:
  • «La Jihad è "il dovere religioso di ogni musulmano maschio o femmina" e "i combattenti Jihad martiri sono le persone più onorate dopo i profeti". Si legge a chiare lettere in un manuale per gli allievi dell'ottavo livello: "I vostri nemici cercano la vita, voi cercate la morte. Essi cercano le carogne con cui riempire i loro stomaci vuoti, voi cercate un giardino grande come il Cielo e la Terra. Non temete di affrontarli, poiché la morte non è amara nella bocca del credente". Tutto questo - lo ripeto - è stampato, distribuito e insegnato a spese anche di chi sta leggendo in questo momento queste righe attraverso la Commissione europea nonché un'agenzia apposita delle Nazioni Unite, l'Unrwa».

  • Cancellati dai testi gli accordi di Oslo e il processo di pace

  • Negata l'esistenza nella regione di luoghi santi della religione ebraica

  • Israele non compare nelle carte geografiche

  • Il sionismo "creazione delle potenze imperialistiche nel cuore della Terra Araba, al fine di procurarsi una base in grado di aiutarle contro i Paesi arabi vicini", e insieme al nazismo "l'esempio più evidente di ideologia razzista e di discriminazione esistente al mondo".

  • «Nel manuale La nostra lingua araba si può tranquillamente leggere: "Perché abbiamo il dovere di lottare contro gli ebrei?", o in Educazione islamica : "Il tradimento e la malvagità sono alcuni dei tratti tipici degli ebrei. Bisogna dunque diffidarne". Con tali premesse non meraviglia che ai giovani palestinesi venga proposto un esercizio come il seguente: "Spiegare le ragioni che hanno indotto gli europei a perseguitare gli ebrei"; al quale quesito il manuale in questione (Storia degli arabi e del mondo moderno) suggerisce le risposte del caso (per esempio "l'inclinazione degli ebrei al fanatismo razziale e religioso") arrivando alla conclusione che comunque "la persecuzione fu auspicata dagli ebrei stessi" al fine di realizzare la "sionizzazione degli ebrei del mondo"».
  • Interventismo democratico e non fuga preventiva
    E' la linea del Riformista, che si chiede: «Come può la sinistra che dice "I care" proporre un modello di isolazionismo?». E con quali ricadute sulle giovani generazioni? «Hanno pensato a questo i grandi tattici della sinistra cinicamente ossessionati dalla voglia del potere? E hanno pensato gli oscillanti riformisti che al loro esasperato tatticismo non arriverà nessun voto dai sedicenti pacifisti né tampoco dai cittadini bene informati?».
    Giuste preoccupazioni.
    Quale «svolta»?
    Sul tricilo sembra che abbiano deciso. Prendiamo atto.
    «Erano due le linee: la prima, aspettare fino all'ultimo l'esito del piano Brahimi per l'Iraq prima di decidere sul ritiro delle truppe italiane (linea Prodi-Amato-Rutelli); la seconda, preparare il terreno alla richiesta di rientro in vista di un fallimento dell'Onu giudicato probabile e imminente (linea Fassino-D'Alema)». La linea che avrebbe prevalso parla di responsabilità e non di guida dell'Onu. «Si tratta di assegnare all'Onu la responsabilità politica e militare del processo di transizione». Dunque la svolta diventerebbe: «l'insediamento di un governo transitorio iracheno rappresentativo e credibile e il dispiegamento di una forza Onu costituita attraverso il coinvolgimento di paesi arabi e musulmani». Ovviamente, è confermato che l'eventuale venir meno di queste condizioni deve impegnare il governo a «predisporre il rientro del contingente italiano». La novità è che non si parla più ultimatum. «Non è il caso di morire sulle date», dice D'Alema nel suo intervento trovando il consenso degli interlocutori. E infatti nel documento finale non compare più alcun riferimento temporale, nemmeno quel 30 giugno che costituiva la vecchia deadline del lodo Zapatero. Così scrive il Riformista
    Eccoli i problemi veri
    L'amministrazione divisa sulla gestione del dopoguerra, con quel pastrocchio tra Dip. di Stato, Pentagono, Cia, vertici militari, che sembra un tutti contro tutti. Occorre incamminarsi presto sul sentiero migliore e ingranare la marcia giusta. A noi è dato solo di valutare i risultati.
    Su questo pasticciato dopoguerra, anche i neocons vanno in «ordine sparso», altro che potere occulto. Piuttosto un caleidoscopio di analisi e opinioni, con un solo motivo alla base: si ragiona e non si comanda.

    Wednesday, May 05, 2004

    La questione è seria
    E s'intravede in Gianni Riotta sul Corriere: «Durante la Seconda guerra mondiale 500.000 prigionieri di guerra tedeschi e 50.000 italiani vennero tradotti negli Stati Uniti. Ben nutriti, istruiti con corsi universitari, trattati con generosità, tornarono a casa ambasciatori del buon governo americano. Gli austriaci riconobbero che le torture inflitte al patriota italiano Silvio Pellico nel carcere dello Spielberg "costarono più di una battaglia perduta". Allora non c'erano Cnn e Internet: Abu Ghraib costerà più della ritirata dei marines a Falluja, sul campo in Iraq e negli Stati Uniti».

    Ma non mettiamo in mezzo i soliti neocons, il guaio è che ce n'è pochi in quest'amministrazione, non troppi. E stanno diventando troppi invece, troppo imbarazzanti e dannosi, gli errori (tattici - e strategici nell'ambito della guerra al terrorismo) nella gestione del dopoguerra, criticata duramente anche da ambienti neocons. La sconfitta che si sta delineando investe soprattutto la battaglia per i cuori e le menti degli iracheni. Per «esportare la democrazia» bisogna esportare innanzitutto immagine. Un'immagine di valori e benessere di cui la democrazia è portatrice. E le immagini delle torture contro i prigionieri iracheni costituiscono una sconfitta politica e militare - prima e più che etica - di cui quest'amministrazione, se vorrà sopravvivere, dovrà rintracciare non solo le responsabilità individuali, ma anche quelle, appunto, politiche e militari. Questo ed altri errori e sottovalutazioni nell'ambito del fattore "comunicazione", resi ancor più evidenti nel mondo dell'informazione globalizzata, mettono in forte rischio l'obiettivo «esportazione della democrazia». Neocons should be more careful with this aspect.
    Il Riformista ai riformisti (quali? dove?): «Leggete Amato e votate come Amato».
    Addio Nando, voce "mondiale"
    Però, come confondeva i nomi dei calciatori stranieri lui, non ce n'erano
    «Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!». Era l'11 luglio 1982 quando, dallo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, Nando Martellini annunciava, agli italiani incollati davanti alla televisione per la finale dei mondiali di calcio, la vittoria (la terza e per ora l'ultima) della nazionale italiana guidata da Enzo Bearzot e trascinata al successo da giocatori come Rossi, Conti, Scirea, Zoff.
    RadioRadicale.it

    Tuesday, May 04, 2004

    Paralisi tra due approcci
    «While the democratizers won most arguments over the war, the traditionalists have won most of the arguments over the postwar». David Frum su National Review
    Giochino tra loro!
    Juve, Milan e Inter avranno da Sky 270 milioni, le altre 17 squadre di serie A si spartiranno 130 milioni
    Nulla di illegittimo, vista la soggettività dei diritti tv, ma a questo punto è «impossibile ogni progetto - anche parlamentare - teso a trovare un più equilibrato assetto del sistema calcio, dei suoi introiti e della loro distribuzione». «Si sperava di poter ragionare sulla materia alla scadenza dei contratti, prevista per il 2005. Ma Milan, Juve ed Inter non vogliono correre rischi». Eppure sistemi più equilibrati esistono. Alcuni esempi: L'Uefa ha imposto per la champions la vendita collettiva dei diritti tv, e chi non ci sta è fuori. In Inghilterra nessuno discute la soggettività ma la cessione è comune: metà dell'introito viene diviso in parti uguali, l'altra metà distribuita secondo merito.
    Ma poi Galliani mercoledì partecipa come presidente della Lega al tavolo del Governo per aiutare i club in difficoltà e venerdì firma la cessione a Sky dei diritti tv del Milan. E qui ogni discussione cessa.
    Tosatti sul Corriere
    Una rondine, si sa, non fa primavera
    Giuliano Amato intervistato sulla Repubblica: «Una mozione per il ritiro delle truppe (dall'Iraq) adesso? No, sono contrario, assolutamente contrario. E se l'opposizione la presentasse lo stesso, io sarei contrario ad approvarla... Ma come? Invochiamo da mesi l'intervento dell'Onu, e adesso che l'Onu sta studiando una soluzione concreta noi diciamo "tutti a casa"? E' un controsenso. Un errore che ci indebolisce, e non fa capire all'opinione pubblica cosa noi vogliamo per il futuro dell'Iraq. (...) Io continuo a ripetere che è stato comunque un errore andare in Iraq, ma a questo punto è in gioco il futuro dell'Iraq, quindi cerchiamo una soluzione».
    In un mondo globalizzato e interdipendente «abbiamo una responsabilità oggettiva verso l'Iraq». Se «mi ritiro oggi perdo la forza negoziale per incidere sul piano dell'Onu. L'unica forza negoziale che ha l'Italia è quella di starci, dicendo "se non cambiate me ne vado". Questa carta negoziale io vorrei giocarla in Europa e verso l'Europa. Andando via oggi potremmo trovarci in una situazione paradossale: se in Consiglio di sicurezza si trovasse davvero l'accordo su una risoluzione che coinvolge i tre grandi paesi europei, noi che abbiamo sempre tallonato Francia e Germania finiremmo per trovarci isolati in un angolo».
    In più, sul Corriere, Giovanni Sartori spiega la farsa di Zapatero

    Monday, May 03, 2004

    Riforme o rivoluzione?
    Dialogo, fermezza, o guerra?
    Le voci dell'«Altro Islam», quello moderato, che si batte contro l'Islam radicale. La democrazia sistema «compatibile con il mondo arabo di oggi». Studiosi e politici, occidentali e arabi, tutti contro il fondamentalismo e contro il ruolo della religione islamica nella politica, ma quale deve essere il rapporto dell'Occidente con i regimi autoritari - pur sempre laici - del Medio Oriente? Qui si entra nelle competenze della politica ed emergono le divisioni: il dialogo (Franco Frattini), l'intervento (Emma Bonino), la rivoluzione (Michael Ledeen). Leggi tutto su RadioRadicale.it
    Nuova vittima
    Anche su RadioRadicale.it la disinformatia ha colpito. a.a. è andato in confusione, scrive che in Iraq si confrontano «coalizione anglo-americana e i soldati iracheni» e che «l'Italia è ancora alle prese con le trattative per il rilascio dei tre agenti sequestrati dagli ulema». Soldati iracheni? Agenti sequestrati? Sequestrati dagli ulema? Ma che film hai visto? O che roba ti sei fumato? Saranno i "calori" del primo maggio? Controllare prego.
    Il Milan è nettamente più forte della Roma (società, giocatori, gioco espresso) e ha strameritato questa vittoria sul campo, con un punteggio record. Ciò non significa che le partite non debbano essere regolari. Ma ieri hanno vinto soprattutto Galliani (vicepresidente della Lega e del Milan) e Berlusconi (presidente del Milan e capo del governo): partita, scudetto, favori arbitrali, soldi Tv (Juve, Milan e Inter hanno ottenuto da Sky 270 milioni su 400 di budget complessivo per tutta la serie A). Bravi.