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Wednesday, February 11, 2004

Il Riformista Day
Il riformismo in Italia? Può attendere. Mettetevi comodi. E i motivi sono diversi.
Un primo di ordine sociologico. Bisogna ammettere che noi italiani abbiamo un curioso atteggiamento schizofrenico. Invochiamo cambiamenti, ma siamo legati ai privilegi della nostra "corporazione", guai a chi ce li tocca, critichiamo i governi perché non fanno le riforme, ma quando ci pizzicano è pure peggio, allora diventa un attacco ai "diritti". Le riforme sì, purchè riguardino gli altri. Siamo il popolo più individualista, un popolo di privilegiati che i diritti veri non sa cosa siano. Meglio un gioco truccato - una volta a me, quella dopo pure, quella dopo ancora a te, forse - piuttosto che il rischio di regole, poche, ma chiare. Meglio non fare sacrifici oggi, che goderne i frutti un domani. Dal fisco ai partiti, dall'assistenzialismo al condominio, dalle raccomandazioni al campanilismo, un popolo che non riesce a farsi comunità, dove ogni caso fa a sé e c'è sempre un'eccezione alla regola, una porta che d'incanto con una parola magica si può aprire.

Il secondo di ordine politico. I leader della sinistra che si dicono "riformisti" hanno perso, anzi, non hanno affrontato, la battaglia di "cultura politica" che in questo decennio gli si chiedeva di intraprendere per costruire un'alternativa di sinistra credibile e responsabile. Piuttosto che guidare la base, sono stati succubi di un facile "nostalgismo", del massimalismo di volta in volta forcaiolo, girotondino, cgiellino, pacifista. Hanno ceduto alla tentazione ideologica post-comunista, senza divenire anticomunisti. Hanno seguito l'onda del consenso, soprattutto rimanendo saldamente legati e condiscendenti ai blocchi sociali più conservatori del paese, sacrificando ai loro privilegi gli interessi della collettività. Anche oggi le cose non sembrano diverse. Cadono le braccia a sentire Fassino, Rutelli and company. Sembrano aspettare, convinti di una vittoria cercata più nel crollo dell'avversario (probabile), che nella possibilità di ricevere la fiducia degli italiani sulla base di un serio progetto riformista: «Berlusconi si è messo fuori gioco da sé, che bisogno c'è di dannarsi l'anima con una battaglia di idee all'interno del centrosinistra?», questo sembrano confessare. Già, d'altra parte, convincere costa fatica e si mette in gioco la propria carriera. Altri sintomi. Prodi è una minestra riscaldata, che di riformista e di "nuovo" non ha proprio nulla, e, tra l'altro, nella percezione degli elettori, potrebbe risultare implicato con Berlusconi nel "caro-euro". Bertinotti, Cossutta e Pecoraro Scanio verranno imbarcati di nuovo, ma non si vince con l'allargamento indefinito dei partiti che compongono la coalizione. Piuttosto contano lo slancio, la capacità di convincere ed entusiasmare che avrà la proposta politica. Di idee forti, trainanti, neanche l'ombra. Di gesti di rottura, di sterzate, di svolte, neanche a parlarne. E' una questione di coraggio politico, di statura morale, di coerenza personale. Ma non solo.

Un terzo di carattere istituzionale. Se ai leader di governo, di destra come di sinistra, manca il coraggio riformista è anche perché il meccanismo della fiducia parlamentare e la legge elettorale ibrida - che enfatizza proporzionalismi e cespugli - pongono i governi, anche quelli guidati dai leader più carismatici, metti un Berlusconi, sotto costante schiaffo sia dei partiti alleati in cerca di visibilità, o espressione dei diversi conservatorismi, di destra come di sinistra, sia dei poteri forti e sotterranei del paese. Ci vorrebbe quanto meno un premierato (meglio un presidenzialismo), dove chi viene eletto governa 4 o 5 anni venisse giù il mondo, senza sfiduce possibili, né ribaltoni, né rimpasti; e quanto meno un bipolarismo (meglio un bipartitismo) con coalizioni omogenee e consolidate. Un sistema maggioritario puro, delle primarie.
"Una legge che sancisce il ritorno al Medioevo"
Andando indietro così... La legge sulla fecondazione assistita approvata oggi dal Parlamento fa schifo. Non ha a che fare con la religione, né con l'etica. Nessun rispettabile e legittimo convincimento contrario a questa conquista scientifica può comunque giustificare un simile rozzo e arrogante trattamento dei cittadini da parte del potere politico. Né l'influenza del Vaticano o il proprio credo cattolico bastano a spiegare quanto accaduto. Vi è un dato politico che va al di là della componente cattolica. Era possibile legiferare in senso restrittivo su questa delicata materia, senza che vi fossero le esagerazioni proprie del clima da crociata ideologica a cui questa legge è stata ridotta dai paleoconservatori italiani, di destra e di sinistra. Personalmente non vi appartengo, ma può esistere su questi temi un conservatorismo che conservi buon senso e non ceda al fanatismo. Invece, con questa legge si è voluto andare ben oltre la fecondazione assistita. E' un testo che violenta le donne, di fatto impedisce a migliaia di bambini di venire al mondo, condanna le speranze di milioni malati, opprime la libertà di coscienza - a quanto pare i parlamentari possono esercitarla, ma non i cittadini - non ritiene i cittadini capaci di scelte responsabili, insulta il diritto alla ricerca della felicità - che Costituzioni più serie della nostra contemplano - impone alla collettività la moralità di pochi. Impegnamoci per un referendum! Forza Luca Coscioni, Forza Radicali! Per una nuova campagna referendaria su tre temi concreti.

Andando indietro così... finiranno per far risalire l'origine della vita ad ogni singolo spermatozoo. Vedrete che ci proibiranno anche le pippe (sin. seghe, pugnette).
Si accende a giorni alterni. Per quanto questo blog sia letto da poche decine di persone - che personalmente stimo tutte grandemente - non voglio privare della mia attenzione il sindaco più astuto, più buono e perbene d'Italia, Veltroni. Dopo la splendida domenica che ha regalato alle migliaia di cittadini delle periferie di Roma - gran lavoratori o studenti, che hanno quella malsana abitudine di andare a far passaggiate in centro nel loro unico giorno di riposo - costretti a rimanere a casa, o a sbattersi nei loro quartieri-dormitorio, o pigiati nei pochi bus resuscitati per l'occasione dagli sfasciacarrozze, ecco il nuovo mercoledì a targhe alterne che Veltroni ha in programma per i cittadini romani. Un mercoledì d'aria pulita, ma non per tutti, non per i cittadini delle periferie, al Campidoglio sono convinti che a loro lo smog non faccia male. I dati dell'inquinamento atmosferico non fanno registrare miglioramenti. E' chiaro, perché tutti sanno che la causa dell'aria sporca che respiriamo d'inverno nelle metropoli sono i riscaldamenti. Ma Lui si ostina. Vuole regalarci aria pulita da respirare, vuole far tornare i bambini a giocare per le strade, e le famiglie in bicicletta. Ma quella del Sindaco di Roma è solo una "politica delle feste". Grandi avvenimenti "culturali" per poter sorridere vuoto davanti ai fotografi, ma sulle grandi questioni della nostra città siamo sempre noi a sbatterci la testa. Traffico in delirio, mezzi pubblici cadenti (uno sciopero ogni due settimane), condizioni delle strade raccapriccianti. Chissà che il cervello del sindaco non abbia cominciato a girare a giorni alterni!
4 4 4 4, vi abbiamo purgato con quattro pappine. Smammate in silenzio. Altro che pallone d'oro, Nedved al massimo è un caschetto d'oro. Totti e Cassano ce li abbiamo noi. E Del Piero? A giocare alla play station. Lo ha raggiunto pure Montero.

Sunday, February 08, 2004

Cecenia addio
Occupiamoci dei ceceni, non degli americani

Il guaio peggiore per i ceceni - poveretti - è che il problema del mondo in questo momento sembrano essere, a pensarci bene, gli Stati Uniti e naturalmente il loro presidente, George W. Bush. E' una vera ossessione. Qualche finanziere filantropo impiegherà tutto il 2004 per impedire la sua rielezione alla Casa Bianca, anche se ciò dovesse paralizzare o deviare l'attività delle sue benemerite associazioni. Bene, bravo. Pazienza appunto, i ceceni possono aspettare, il mondo ha questioni molto più importanti da affrontare. I pericoli, le minacce, al giorno d'oggi, vengono dalla democrazia più compiuta, dall'America, dall'impero della libertà, e dal suo presidente cowboy. I media internazionali, i governi europei, la politica, gli intellettuali, i pacifisti di tutte le piazze, da noi persino i radicali e Marco Pannella ne sono stati travolti, tutti sono concentrati nel gioco chic delle previsioni geopolitiche. Quanto tempo ci metterà Bush ad instaurare un regime fascista; verso quale baratro ci porterà la politica imperialista, capitalista, del complesso militare industriale che ha sequestrato la politica Usa dopo l'11 settembre. Insomma, se l'America porta caos, sfruttamento e guerre nel mondo, come pretendere poi, di evitare la reazione disperata dei "poveri" contro dieci, cento, mille, World Trade Center?
Il problema dunque - mi dispiace cari ceceni (russi, arabi, israeliani, cinesi, vietnamiti, nordcoreani) - non è il terrorismo islamico, non sono le dittature che opprimono centinaia di milioni di persone, allevate e indottrinate all'odio e alla violenza. Penso con angoscia a quante energie, quante buone volontà, ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, vanno perse per mettere sotto inchiesta l'America e tutto ciò che rappresenta, mentre i riflettori si spengono sulle altre parti del globo dove è la trave, e non la pagliuzza, a bruciare.
Da Mosca a Grozny assistiamo alla nascita di una dittatura. Colui che ormai appare sempre più come un autocrate fomenta l'odio xenofobo anticaucasico tra i suoi cittadini. E' strumentale al suo potere e l'opinione pubblica russa, ancora intorpidita dal lungo sonno sovietico, è inerme di fronte alle menzogne, non ha gli strumenti critici, gli anticorpi, che solo la pratica democratica assicura. Così nel mondo arabo, in Cina, nel sud est asiatico. Ma, ahimé, da questi luoghi, reportage, campagne per sensibilizzare opinioni pubbliche e governi, neanche a parlarne. Eppure fu l'attenzione dei media a rendere un obbligo morale intervenire per far cessare i massacri bosniaci e kosovari. Ma in fin dei conti - che vado a pensare! - è meglio buttare fango su Blair o su Bush: si fa carriera prima e non si rischia la pelle. Ceceni, abbandonati al loro destino dal vezzo europeo di invidiare l'imperialismo americano mentre tutto viene taciuto sull'imperialismo russo (e cinese). E anche qui, vedrete che, nonostante tutto, sarà prima o poi qualche amministrazione americana a storcere per prima la bocca. Occupiamoci dei ceceni, non degli americani, che se la cavano bene già da soli!
Io parto. Il nostro sindaco Veltroni ci regala oggi una domenica di riposo a casa. Blocco totale delle auto dalle 10 alle 18. Sembra felice come un bimbo di aver trovato il suo giocattolo preferito. Nessuno, per non fargli dispetto, gli dice che le targhe alterne del mercoledì non hanno migliorato il tasso d'inquinamento dell'aria. Soprattutto Johnny Walter non sa, o finge di non sapere ancora, quello che sanno tutti: d'inverno l'inquinamento nelle città è provocato dai riscaldamenti, mentre le auto incidono in minima parte. Ma lui niente, pur di farsi bello, insiste. Dovete sapere che qui a Roma le autorità cittadine fanno di tutto per renderti la vita impossibile, una vera, continua, corsa ad ostacoli. Per i prossimi giorni combatteteci voi, io parto.
John Kerry si porta a casa altri due Stati: Washington e il Michigan. E' ben lanciato, ma la strada è ancora lunga. Se alla fine fosse lui lo sfidante, per Bush le cose si complicano, mentre battere un Dean sarebbe un giochetto. Kerry è affabile, moderato, e mooolto "realista".

Friday, February 06, 2004

Hanno parlato sia Bush sia il capo della Cia - nominato a suo tempo da zio Bill - George Tenet sulle armi di distruzione di massa che dovevano essere trovate in Iraq. Domani mattina ascolterete dalle tv, leggerete sui giornali, delle "ammissioni" dei due responsabili, ma niente di tutto ciò sarà realmente avvenuto. Piuttosto un rilancio.
qui un resoconto
The case for the war in Iraq, with testimony from Bill Clinton
«When I left office, there was a substantial amount of biological and chemical material unaccounted for. That is, at the end of the first Gulf War, we knew what he had. We knew what was destroyed in all the inspection processes and that was a lot. And then we bombed with the British for four days in 1998. We might have gotten it all; we might have gotten half of it; we might have gotten none of it. But we didn't know. So I thought it was prudent for the president to go to the U.N. and for the U.N. to say you got to let these inspectors in, and this time if you don't cooperate the penalty could be regime change, not just continued sanctions».
Bill Clinton, July 22, 2003

Thursday, February 05, 2004

Quell'errore che i neocons non avrebbero commesso
L'errore politico imputabile a Bush e Blair è quello di aver puntato troppo, per giustificare la guerra in Iraq, sulle armi di distruzione di massa, sottovalutando - sia pure non escludendo - gli altri due motivi espressi fin dall'inizio: la liberazione del popolo iracheno come prima tappa dell'esportazione della democrazia in Medio Oriente e la "strana" alleanza tattica di Saddam con Al Qaeda. A questo errore sono però stati indotti da un sistema internazionale e da un'organizzazione internazionale, le Nazioni Unite, fuori dal tempo: il principio della sovranità nazionale è più inviolabile dei diritti umani e del diritto alla democrazia. Ne viene fuori che, per giustificare un intervento dettato dalla convinzione che la sicurezza nazionale e la vittoria sul terrorismo si conseguono provocando una rivoluzione democratica in Medio Oriente, si deve dimostrare l'esistenza di una minaccia diretta, come si fosse in Tribunale, di fronte a giudici non imparziali (le altre potenze), che sono lì per curare i propri interessi. L'opinione pubblica invece, è meno interessata ai cavilli legali e più sensibile alle motivazioni "morali" e ideali. Qui bisognava essere forti e decisi, come chiedevano i neocons, e per questo oggi Bush e Blair prestano il fianco ai loro critici sulle armi di distruzione di massa. Avessero motivato diversamente l'intervento, basandosi sull'innovazione giuridica del diritto-dovere di ingerenza in favore della democrazia e dei diritti, non dovrebbero oggi doversi giustificare.

La questione delle armi di distruzione di massa che non si trovano
Qui c'è roba per tutti. Luca Sofri chiama Bush e Blair alle loro responsabilità e dichiara i vincitori, per il momento: gli ispettori dell'Onu. Risponde Christian Rocca, che puntualizza sulle "vere" dichiarazioni dell'ex ispettore David Key - i pericoli c'erano eccome - e fa giustamente notare che Hans Blix non aveva capito un bel niente se davanti al Consiglio di Sicurezza dichiarava che le 6.500 bombe con mille tonnellate di agenti chimici mancavano all'appello e che «in assenza di prove contrarie, dobbiamo presumere che di queste quantità non ci sia stata data spiegazione». Dunque, le armi chimiche? «Non si può saltare alla conclusione che esistano. Comunque questa possibilità non è esclusa». «L'Onu. Non è riuscita - conclude Rocca - a trovare la principale arma di distruzione di massa. Eppure era ben visibile. Con gli ispettori in campo si faceva la barba tutte le mattine». Leggi i due articoli
Il Foglio
Per il Riformista Nessuna inchiesta può dire se la guerra era giusta: «Nessuna commissione d'inchiesta - nemmeno quella che l'opposizione parlamentare propone in Italia sulla scia delle decisioni statunitensi e britanniche - potrà accertare se la guerra in Iraq è stata giusta. (...) Per cercare quella legittimità internazionale che le mancava, l'amministrazione Bush e più ancora di lei il governo Blair fondarono infatti il caso per la guerra sull'esistenza delle armi di distruzione di massa. Nella carta dell'Onu, scritta in un'altra epoca, non è contemplata la guerra preventiva per liberare un popolo da una dittatura, sulla base di una ormai superata concezione della sovranità nazionale. Dunque dovevano esserci armi, e armi pericolose (...)». Leggi tutto.
La Francia patria dell'uguaglianza, l'America patria della libertà
Sarà discutibile quanto si vuole la politica di Bush del dopo 11 settembre, ma in questo teso momento dei rapporti tra Islam e Occidente stride di più la risposta "laica" della Francia decisa dal presidente francese Chirac. L'unica cosa che ha saputo fare per contrastare il fondamentalismo islamico, l'unico strumento di dialogo che ha saputo mettere in campo con l'Islam, - e con le altre religioni - è stata la proibizione del velo e degli altri simboli religiosi "ostentati". Un provvedimento liberticida, nella forma e nella sostanza, un vero limite alla libertà personale. Si possono solo immaginare quali sarebbero state le sdegnate reazioni della bell'Europa se una tale misura fosse stata presa dal terribile fascista Bush. Di fronte alle temibili sfide terroristiche e culturali di oggi, l'America ha deciso di rispondere con la forza contro tiranni e terrore, e può essere discutibile, la Francia conculcando le libertà dei propri cittadini in nome della sua storica uguaglianza giacobina e del suo laicismo in salsa talebana (a quando i centimetri massimi consentiti per le barbe?). Un motivo di più per non dirsi "francesi", ma "americani".
  • Sulla questione del velo proibito mettono il punto sul Foglio i radicali Benedetto della Vedova e Carmelo Palma.
  • Sostenere il coraggio di Sharon
    «Sharon ha consapevolmente messo a rischio la stabilità del suo governo per togliere dalla strada per la pace l’ostacolo rappresentato dagli insediamenti ebraici a Gaza. (...) C'è chi ancora insiste a denunciare il carattere "unilaterale" della strategia di Sharon, senza considerare che Israele non può essere condannato ad attendere sotto i colpi dei terroristi che l'autorità palestinese, o quel che ne resta, sia in grado di garantire la sicurezza. Sharon, proponendo di abbandonare i territori, mette la leadership palestinese di fronte alle sue responsabilità, e intanto punta a garantire la sicurezza degli israeliani con le proprie forze. Chi vuole la pace ha il dovere di aiutarlo». Leggi tutto.
    Il Foglio
    Con Kerry alla Casa Bianca rimarrebbero le divergenze con l'Europa
    Gianni Riotta: «La crisi atlantica non è però frutto di galateo infranto o di stili e umori diversi, il texano cowboy Bush contro l'aplomb aristocratico del presidente Chirac e del suo ministro Galozeau de Villepin. Scaturisce da interessi materiali divergenti, da una opposta lettura della situazione mondiale e questi aculei resteranno, anche con il kennedyano Kerry presidente. Né Kerry né Edwards pensano a ritirarsi dall'Iraq nel 2005. Sono cauti, per non alienare il voto dei pacifisti, ma le loro intenzioni strategiche sono chiarite da un discorso dell'uomo che è assurto a patriarca dei democratici, Bill Clinton. In un magistrale intervento del 12 gennaio, al Forum America-Islam di Doha, Clinton ha chiarito che il dilemma non è più "guerra o no?", è creare "un governo democratico in un Iraq, libero, stabile, indipendente... prospero e ostile ai terroristi... e lo stesso vale per l'Afghanistan". Anche se tornassero i giorni "dell'Ulivo mondiale" gli europei dovranno quindi dare una mano a Bagdad e a Kabul, dove malgrado l'impegno comune e l'egida Onu, l'Ue ancora non mobilita gli elicotteri e le truppe d'èlite promesse al segretario Nato Jaap de Hoop Scheffer. E il piano di difesa europeo Esdp dovrà essere coordinato con la Nato "globale", chiunque sia l'inquilino al 1600 di Pennsylavia Avenue, la Casa Bianca. (...) Lo stress tra Usa e Ue ha radici nell'11 settembre, gli americani che si sentono minacciati dallo status quo, gli europei dalla sua rottura, ma anche da interessi materiali, sui commerci, tariffe, Cina, dollaro debole, euro forte».
    Ci vorrebbe proprio un'Organizzazione mondiale delle democrazie: «Il potere benefico del blocco delle democrazie sarebbe straordinario, a patto di prepararlo con serietà, a Washington e Bruxelles». Leggi tutto
    Corriere della Sera
    "La guerra in tribunale"
    Una riflessione di insetimabile valore di Ernesto Galli Della Loggia, da riportare integralmente (perché domani non sarà più on line).
    «In questi giorni Bush e Tony Blair stanno scoprendo a proprie spese quali pasticci nascano da quella confusione tra verità giudiziaria e verità politica in cui si sono infilati quando hanno deciso di muovere guerra all'Iraq. La verità giudiziaria è quella a cui Bush e Blair hanno fatto appello un anno fa chiamando Saddam Hussein a rispondere davanti al tribunale dell'opinione pubblica dell'accusa di possedere armi di distruzione di massa. Ma la verità giudiziaria è difficile da maneggiare fuori dalle aule di giustizia: essa impone il confronto accurato tra l'atto d'accusa e le prove a carico; l'accusa, poi, deve essere specifica e circostanziata, indicare fatti precisi e lo stesso vale per le prove: anch'esse devono reggere a ogni verifica, devono provare al di là di "ogni ragionevole dubbio". Non c'è posto nella verità giudiziaria per l'arbitrio della convinzione ideale, per l'azzardo dell'intuizione e della visione, per la sicurezza del giudizio morale che basta a se stesso: tutti elementi, questi, che come si sa costituiscono invece la sostanza della verità politica. Verità che si distingue anche per un altro aspetto cruciale da quella giudiziaria: e cioè che, mentre quest'ultima esiste per così dire in quanto tale, per il fatto solo che esistano prove certe a suo suffragio, ma indipendentemente dalle conseguenze cui può dar luogo, l'altra, viceversa, quella politica, è sottoposta in misura decisiva alla verifica delle conseguenze, e cioè del successo o dell'insuccesso. E' probabile a esempio che oggi, anche se la situazione irachena fosse completamente sotto il controllo Usa, Bush non potrebbe tuttavia mai farsi forte di ciò per cancellare il mancato ritrovamento delle famose armi di Saddam: invocò quella prova come ragione della guerra e, cascasse il mondo, quella prova è obbligato a fornire. Le attuali difficoltà del presidente americano e di Blair sono la prova che nei regimi democratici anche la guerra - vale a dire la massima decisione politica che esista - anch'essa tende a essere ormai assorbita nella sfera della giustizia formale: può essere dichiarata solo in base a prove concrete, precise e falsificabili come quelle che devono essere esibite in un procedimento penale qualunque, e se tali prove vengono a mancare tende a essere equiparata immediatamente ad alcunché di illecito. Un esito perfettamente congruo, del resto, a quell'altro aspetto all'opera da molti decenni e tipico dell'impegno con cui le democrazie affrontano i conflitti internazionali, in base al quale i nemici tendono irresistibilmente a trasformarsi in criminali: da sconfiggere sì, ma soprattutto da portare alla sbarra di qualche tribunale internazionale per ricevere un'esemplare condanna. Tutto ciò è l'ennesimo indizio di quella crisi profonda in cui si dibatte la dimensione della politica in tutto l'Occidente. Essa, infatti, è come schiacciata oggi in una tenaglia: da un lato i processi travolgenti della globalizzazione economica ne restringono implacabilmente la capacità di influire sulla produzione e sulla distribuzione del reddito, dall’altro l'eticismo proprio delle democrazie e delle organizzazioni internazionali - facendo della legalità formale e delle procedure di accertamento giudiziario dei fatti gli unici involucri accreditati delle decisioni pubbliche - tende altrettanto implacabilmente a cancellare ogni autonoma specificità della sfera politica stessa. Chi si rallegra dell'esistenza di uno o dell'altro dei fenomeni suddetti (o magari di entrambi) dovrebbe ricordare che al dunque, però, nella politica, e soltanto nella politica, sta la possibilità da parte di una collettività umana di decidere del proprio destino, e perciò di essere libera».

    Corriere della Sera
    Camillo ci racconta la prima pagina di oggi del Wall Street Journal Usa. Bernard Lewis, professore emerito a Princeton, è ritratto in quanto architetto della dottrina: esportare la democrazia in Medio Oriente: «Chiamatela dottrina Lewis. Nonostante non sia mai stata discussa in Congresso né santificata da un decreto presidenziale, la diagnosi di Lewis sulla malattia del mondo islamico, e la sua tesi per un'invasione militare degli Stati Uniti per seminare la democrazia in Medio Oriente, ha aiutato a definire il più coraggioso cambiamento della politica estera americana degli ultimi 50 anni». Non male questo scambio di battute con Kissinger a un party newyorchese:
    Kissinger: «Dovremmo negoziare con gli ayatollah iraniani?»
    Lewis: «Certo che no».
    Finale dell'articolo: «Molti esperti mediorientali al Dipartimento di Stato e altrove dicono che gli arabi non sono pronti per la demcorazia e che un tiranno amichevole con gli Usa sarebbe stata la speranza migliore per l'Iraq. Questa politica è chiamata pro araba». La politica di chi crede che gli iracheni siano eredi di grandi civiltà, e che siano assolutamente capaci, con qualche aiuto, di vivere in uno stato di diritto, «viene chiamata imperialismo».
    De profundis per Howard Dean?
    «Il girotondismo made in Usa continua a non essere preso sul serio dagli elettori, non dagli americani in generale, ma dagli elettori dello stesso partito che Dean vorrebbe restituire ai gloriosi splendori. L'ex governatore del Vermont non se ne capacita, non vuole e non può credere che il giocattolo, il suo, quello più figo, si sia rotto. (...) Ora Dean sembra il giapponese sull'isoletta al quale non hanno comunicato che la guerra è finita, il bimbo bizzoso che dopo Carosello non vuole andare a letto, un "sore loser", come dicono gli americani, un perdente che "nun ce vole sta". Leggi tutto
    Il Foglio

    Wednesday, February 04, 2004

    di Roberto Benigni
    «Se quella notte, per divin consiglio,
    la Donna Rosa, concependo Silvio,
    avesse dato ad un uomo di Milano
    invece della topa il deretano

    l'avrebbe preso in culo quella sera
    sol Donna Rosa e non l'Italia intera.»

    postato da Braind
    "Essere" in Israele
    Le immagini dell'attentato del 29 gennaio a Gerusalemme, dal sito del ministero degli Esteri israliano

    Anche Il Foglio ha pubblicato due pagine di foto qui e qui.
    Alzataconpugno, e Praticamente, si preoccupano invece di cosa significhi «essere obiettori in Israele».
    Fu vero golpe quello del '64?
    Interessante dibattito Mieli-Iannuzzi sul Foglio. Per Mic.
    Perché la sinistra non ci vede
    «Antifascismo senza diritto internazionale o diritto internazionale senza antifascismo: un'alternativa poco allettante, ma bisogna comunque scegliere». Leggi tutto
    Dissent-Il Foglio
    E intanto, «non ci saranno più ebrei a Gaza»
    Non sarà facile - il Governo rischia di spaccarsi - non sarà veloce, né indolore. Ma non è quello che volevano i palestinesi?
    Prosegue la corsa di J. F. Kerry
    Benino Clark ed Edwards... Dean in affanno. I risultati

    Sunday, February 01, 2004

    La mia fatica di questi giorni ha prodotto questo "mostro": speciale sui neoconservatori americani. Ora, due giorni di meritato riposo.
    RadioRadicale.it

    Thursday, January 29, 2004

    Wednesday, January 28, 2004

    2 a 0 per Blair, palla al centro. Non avevamo dubbi
    Bbc castigata dal rapporto della Commissione Hutton.
    «Lord Hutton has criticised the BBC as he cleared the government of embellishing its Iraq weapons dossier in his long-awaited report on the death of Dr David Kelly. The claim in BBC reports that the government "sexed up" its dossier on Iraq's weapons was "unfounded"».
    Il testo del rapporto
    1983. Stretta di mano tra Rumsfeld e Saddam
    Declassified Secrets from the U.S.-Iraq Relationship

    I vicoli stretti della Guerra Fredda, la necessità di contenere la rivoluzione islamica khomeinista, le risorse strategiche. Poi il vento girò improvvisamente. So già che purtroppo sarà "oggetto contundente" per gli antiamericani (poverini), ma si può, e si deve, farne buon uso.
    Blair l'ha spuntata ancora. Questo è vero coraggio da leader
    Franco Venturini sul Corriere della Sera: «Blair non ha esitato a mettersi in gioco e ha mostrato nei fatti che la visione politica, giusta o sbagliata che sia, conta per lui più della poltrona di Downing Street. Può darsi, come qualcuno di certo osserverà, che tra i grandi Paesi soltanto la Gran Bretagna possa permettersi simili lussi di democrazia applicata. Ma la lezione non è per questo minore, e non riguarda soltanto la progettualità carente di molte sinistre europee».

    La proposta di Blair per l'Università: «Aumentare le tasse universitarie fino a 3 mila sterline (oltre 4300 euro), con l'intesa che i laureati pagheranno questa somma a rate soltanto quando disporranno di un determinato reddito da lavoro. In pratica, la tassa diventerà per ogni studente un debito d'onore. Ai meno abbienti o meno fortunati il debito potrà essere condonato, e gli studenti poveri avranno sin dall'inizio borse di studio statali».
    Speciale Università su RadioRadicale.it

    E oggi il giudizio della Commissione Hutton sul suicidio di David Kelly e sulla minaccia delle armi di distruzione di massa di Saddam. Il premier se la caverà anche stavolta, e la Bbc si è già pentita.
    Coraggio baby-leader!
    Paolo Franchi sul Corriere della Sera: «C'è qualcosa di vagamente surreale nella contrapposizione tra chi, nel centrosinistra e dintorni, vuol dire tutto il male possibile di Silvio Berlusconi, punto e basta, e chi, invece, reputa opportuno avanzare delle proposte, e indicare un programma. Certo, massimalisti infastiditi all'idea stessa di governare e riformisti più o meno dichiarati, più o meno inclini al compromesso, ci sono sempre stati; e i primi hanno quasi sempre prevalso, nel popolo (e tra gli intellettuali) della sinistra più ancora che nei suoi gruppi dirigenti. Ma forse mai negli ultimi decenni lo scontro si era presentato in forme così primordiali. Sicuramente mai, nella vecchia sinistra, a un direttore dell'Unità era saltato in mente di teorizzare che l'opposizione perde il suo tempo, o peggio, incalzando in Parlamento il governo in carica. (...) Le responsabilità più significative per questa situazione forse non la portano tanto i massimalisti, i leader veri o presunti dei non meglio identificati "ceti medi riflessivi", i teorici della via giudiziaria al cambiamento e compagnia cantante, quanto piuttosto i riformisti (...), convinti che a dare battaglia aperta per le proprie convinzioni, e peggio a cercar di tradurle in iniziativa politica conseguente, al governo come all'opposizione, ci si rimetta sempre; inclini a prendere tempo, a rinviare, ad esercitarsi nella difficile arte della mediazione anche quando la mediazione è palesemente impossibile, piuttosto che a giocare d'anticipo. A questo cliché ha provato a sottrarsi Rutelli», ma ha ricevuto in risposta legnate.

    Ora Fassino decida (e ci dica) con chi sta: il Riformista o l'Unità
    Em.Ma. «E' in corso una durissima polemica tra il Riformista e il direttore dell'Unità a proposito delle posizioni di Rutelli sui contenuti della riforma pensionistica, e, sul piano politico, sulla necessità di «incalzare» il governo proprio sul tema delle riforme. Le uscite di Rutelli sono state bollate dall'Unità come cedimento al governo la prima, e come improponibile la seconda, perché l'Italia non è un paese normale. Per Colombo, l'unico obiettivo è cacciare Berlusconi e quindi occorre solo una forte dose di antiberlusconismo. Il Riformista ha notato che tale posizione rende inutile la presenza dei gruppi parlamentari e si identifica con quella dei girotondi, anziché con quella di una forza politica. La replica di Colombo è sprezzante: il "riformismo del silenzio" contrapposto alle grida di allarme dell'Unità. A nostro avviso, non è in discussione se cacciare o no Berlusconi, ma come raggiungere tale risultato: impegnandosi a risolvere i problemi del paese o denunciando l'anormalità? A questo punto però ci interesserebbe sapere qual è l'opinione di Fassino, non tanto sul metodo poco collegiale usato da Rutelli, ma sulla sostanza. Eludere il tema non è più possibile».
    Ancora Kerry, Dean ancora battuto
    Per John F. un solido 39%, contro il 26% di Dean. Pari al 12% Edwards e Clark. Il cane rabbioso Dean in catene. Gli elettori hanno la testa, Soros ha i soldi

    Tuesday, January 27, 2004

    Building Democracy in Iraq
    Un'analisi della Heritage Foundation sul nation building iracheno. «Costruire la democrazia in Iraq è un affare complicato. Una transizione democratica troppo rapida potrebbe portare forze antidemocratiche al potere e destabilizzare il paese. Procedere troppo lentamente potrebbe provocare ulteriore ira da parte della maggioranza sciita irachena e del suo leader, l'ayatollah Ali Sistani. Per Nile Gardiner e James Phillips la democrazia dovrebbe essere incrementata per fasi: elezioni locali e municipali, elezioni provinciali, e solo alla fine elezioni nazionali. Nel frattempo gli Stati Uniti dovrebbero gradualmente trasferire potere ad un'amministrazione irachena ad interim. Le Nazioni Unite hanno un ruolo in questo processo, ma questo ruolo è limitato. Darle poteri decisionali più ampi potrebbe nuocere al processo».
  • A Limited Role for the United Nations in Post-War Iraq, di Nile Gardiner and James Phillips

  • To Build a Stable Iraq, Empower Iraqis, Not the U.N., di James Phillips

  • Saddam Hussein's Trial, di Paul Rosenzweig

  • Bolster Freedom, Not Dependence, in Iraq, di James Phillips and Marc A. Miles, Ph.D.
  • Desideri
    L'Europa vuole la crescita economica mantenendo l'attuale welfare. Sarà possibile? Dice la sua Irwin M. Stelzer, in Europe's Wishful Thinking su Weekly Standard.
    Miti occidentali
    Sei "equivoci" sull'Iran e il suo presidente Khatami che in mano alla stampa internazionale diventano disinformazione. Meditate anche qui.
    Meditate gente, meditate
    «L'antisemitismo di oggi è legato a un giudizio sulla situazione mediorientale e sullo Stato di Israele. Celebrare gli ebrei morti senza considerare gli ebrei vivi è un male che si sta aggravando. Si santifica la storia passata del popolo ebraico e si condanna quella presente dello Stato di Israele».
    «Queste manifestazioni per il Giorno della Memoria spesso contengono elementi di condanna per la politica di Israele. E gli stessi ragazzini che hanno fatto ricerche sull'Olocausto si alzano in piedi col dito puntato contro l'ebreo divenuto persecutore dopo essere stato perseguitato».
    Rutelli prova a ragionare, gli altri non ci stanno
    «Di pensioni o di misure a tutela del credito, che sono i temi recentemente affrontati da Rutelli, non si può parlare, perché in questo modo l'opposizione parlamentare perde il carattere di cassa di risonanza dei girotondini o della sinistra sindacale in cui, secondo l'Unità, deve esaurirsi. Insomma, non basta essere antiberlusconiani, si deve essere solo quello. Rutelli, che aveva sostenuto il contrario, cioè che "l'antiberlusconismo non basta", viene richiamato bruscamente all'ordine». Anche il Riformista lo nota.
    L'euro?
    Errori. Di Prodi, della Bce, di Berlusconi, ma si dica con serietà: «Ogni unione monetaria comporta rincari per chi aveva i prezzi più bassi».

    Monday, January 26, 2004

    [Credono di fare del bene, e di essere scaltri, ma sono goffi e decidono senza scrupoli sulla testa degli indifesi. Grandi burattinai senza fili, piccole sclerosi aziendali, imploderanno tutti in un peto, in un pluck. E a qualcuno spetterà ricominciare da zero, solo quando troverà tempo per vedere al di fuori di sé.]

    "UN Should Change - or U.S. Should Quit"
    «In a little more than a decade, our world has been transformed, first by the fall of the Soviet Union and then the events of 9/11. Everything has changed--except for the UN. It remains an invention of a vanished era, designed to solve vanished problems. It must evolve or it will slide from irrelevance to oblivion. If the UN is not part of the anti-terror fight, the United States should not be part of the UN». Leggi tutto
    David Frum e Richard Perle
    Un presidente slabbrato. Slabbrato in faccia, per via del lifting. Slabbrato il partito, festeggia (a ragione) i dieci anni, dieci anni di promesse mancate. Slabbrate le sue parole, le più esaltate nei comizi, che però non si traformano mai in fatti. Tutti odiano Berlusconi per quello che è, e per quello che dice di voler fare. Chi lo vota si aspetta che faccia quello che dice, anche le riforme più estreme che invoca, e crede negli attacchi più duri che lancia. Ma poi l'elefante partorisce un topolino, cadrà nell'abisso che c'è tra le aspettative create e le poche cose realizzate. E' la più eclatante dimostrazione che "tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare".

    Friday, January 23, 2004

    E se la mia religione impone la testa rasata?
    La legge voluta da Chirac per proibire di indossare segni religiosi "ostentati", come il velo o le croci, si risolve nell'«affermazione assai discutibile della laicità come principio da imporre ai cittadini invece che come dovere di non interferenza dello Stato nelle questioni di culto». Fa presente Nicoletta Tiliacos sul Foglio che bisognerà creare «miriadi di sotto-commissioni Stasi, incaricate di valutare, volta per volta, scuola per scuola, se la bandana inalberata dalla ragazzina in classe sia semplicemente e innocuamente modaiola o funga da subdolo surrogato del velo proibito. Oppure, se quella sul volto del liceale sia una "normale" barba e non un segno che illecitamente segnali il credo islamico del possessore». E se mio padre appartiene ad una setta e mi manda in giro calvo? La commissione m'imporra la parrucca? In sostanza, «chi deciderà se si tratta di segno "ostensibile" di religiosità o di "visibile" civetteria? Questo è il problema». Un consiglio Chirac lo potrebbe trovare leggendo "Storia dell'Unione sovietica".
    Confesso che non me lo sono letto tutto. Cosa? Il discorso sullo stato dell'Unione del presidente Bush. Per fortuna è stato più attento 1972, che infatti segnala un passaggio importante, naturalmente oscurato dai media perché non in linea con la comoda immagine del Bush guerrafondaio irresponsabile.
    «As long as the Middle East remains a place of tyranny and despair and anger, it will continue to produce men and movements that threaten the safety of America and our friends. So America is pursuing a forward strategy of freedom in the greater Middle East. We will challenge the enemies of reform, confront the allies of terror, and expect a higher standard from our friend. To cut through the barriers of hateful propaganda, the Voice of America and other broadcast services are expanding their programming in Arabic and Persian - and soon, a new television service will begin providing reliable news and information across the region. I will send you a proposal to double the budget of the National Endowment for Democracy, and to focus its new work on the development of free elections, and free markets, free press, and free labor unions in the Middle East. And above all, we will finish the historic work of democracy in Afghanistan and Iraq, so those nations can light the way for others, and help transform a troubled part of the world».

    Certo, sono solo parole e le cautele sono d'obbligo, ma seguire quali strategie questa amministrazione affianca a quella militare in Medio Oriente non credo che sia tempo sprecato per chi crede nella possibilità di dispiegare le armi nonviolente dell'"attrazione" democratica. C'è spazio per spingere l'America ad investire sulle bombe d'informazione, sul sostegno ai gruppi arabi riformisti e democratici, sulla promozione dell'immagine della democrazia, sulla "guerra delle idee". Non sembra esistere lo stesso spazio in Europa, che appare più vicina, ma più distante dal Medio Oriente.

    Sugli altri argomenti utili anche:
  • L'economia "compassionate" di Bush: «Crescita, welfare e tassa negativa nel discorso sullo stato dell'Unione».

  • Tutte le (molte) critiche al presidente

  • Il Foglio
    Nevica a Roma!!!
    Ecco il "gran filosofo" Vattimo che si dà al varietà
    Cosa pensa dell'"infibulazione soft" (qui i fatti): «Si tratterebbe di ridurre la faccenda a una piccola puntura di spillo con anestesia che salverebbe il senso rituale della cerimonia. (...) Vietare allora anche l'uso, ancora in vigore in Italia, di bucare i lobi dell'orecchio, delle bambine e non dei maschietti, per prepararli agli orecchini? E poi: se l'inviolabilità del corpo è un principio assoluto, ovviamente si dovrebbe vietare, anche agli adulti «consenzienti», ogni forma di piercing e di manipolazione estetica (il povero Cavaliere sarebbe processabile anche per questo?) del proprio corpo. Per non parlare della circoncisione, che solo con molta buona volontà si può giustificare come motivata da cogenti ragioni di igiene. Quanto al significato "maschilista" del rito, possiamo essere d'accordo, ma osserviamo solo che a portare la bambina dall'infibulatore sono le madri, le quali tengono a garantire che la figlia sia pienamente accettata nelle loro comunità. E' una barbarie? Io credo di sì, ma non mi sento di condannarla se ridotta a una funzione simbolica. Se no persino la messa, dove si mangia e beve il corpo e il sangue di Cristo, andrebbe stigmatizzata come cannibalismo».
    Ma sì, continuiamo a dar credito a questi nostri intellettualoni! E complimenti a La Stampa che ospita queste opinioni sì ricche d'argomenti. Bisognerebbe rispolverare un po' di sani vaffa...

    Thursday, January 22, 2004

    Don Chisciotte contro i mulini a vento
    Contro un pratica barbara e disumana
    Una puntura sul clitoride invece della mutilazione. Questa la proposta di un ospedale toscano per venire incontro alle "tradizioni" degli immigrati islamici (qui i fatti). Bell'idea, così magari vi sentirete più politically correct, più tolleranti e società multirazziale, più fighi di sinistra o, visto da destra, contrari all'integrazione che minaccia l'identità dei popoli. Non vi sentiate però alleggeriti la coscienza del peso di aver deciso di imporre una sofferenza e un'umiliazione ad una persona umana indifesa, violando il suo diritto umano all'integrità fisica. Tra il moralismo e il vostro relativismo culturale, può esistere una politica "morale" che rispetta le diversità senza permettere le cose più ignobili: non mi vergogno di voler impedire, anche al di fuori del mio Paese, che culture diverse dalle mie applichino pratiche barbare, primitive e disumane. Senza compromessi ipocriti. Noi qui siamo quelli che il clitoride si bacia, non si punge. Siamo anche contro la circoncisione.
    Al mungicipio di Roma
    E' deciso, Veltroni dà il via alla sua ultima genialata, e stavolta non è una nuova black night, ferma le auto con targa pari mercoledì 28 gennaio. Spero che almeno si degni di pubblicare delle mappe delle zone off limits, ma più probabilmente proverà a giocare sulla confusione per rimpinguare con le multe le casse del mungicipio. Ma di questa fregatura avevo già parlato. Tra me e il sindaco da oggi è guerra e lui è uno sporcaccione, come direbbe la sora Lella. Da quando è in carica non ha mai pulito piazza dei Cinquecento. Se uscite dalla stazione della metro Termini, turatevi il naso, il puzzo delle cacche di uccelli e piccioni vi potrebbe uccidere, vi entra in gola, è disgustoso ed è lì da anni. Oltretutto è anche un problema di igiene pubblica perché è si possono sottovalutare i bisognini dei passeri, ma gli escrementi portano malattie pericolose per l'uomo. Caro sindaco, è vero, Roma è vicina al Terzo mondo, ma non solo per la tolleranza che le è cara.
    Vince Kerry. E Bush cambia il discorso
    Così la vede Gianni Riotta sul Corriere della Sera: «Bush contro Bush, i democratici contro i democratici, dunque. Chi si farà meno male, vincerà».
    «La strategia di Bush è nitida: far pesare le vittorie contro l'Internazionale del caos più dei posti di lavoro che la ripresa economica non crea a sufficienza e dell'insicurezza che rode lavoratori e ceto medio. Anche i democratici hanno se stessi per nemico. Howard Dean, che troppi frettolosi davano per vincitore, affida adesso la sua sopravvivenza al voto di martedì in New Hampshire. Dean considera i leader di Washington "scarafaggi", ha insultato il presidente del suo partito McAuliffe e giurato di portare "la rabbia" al potere».
    «L'ala raziocinante del partito, il progressista kennediano John Kerry, e il clintoniano del Sud, John Edwards, s'è vendicata battendo Dean in Iowa. La guerra civile continua, ha urlato scomposto Dean, e i comici se ne fanno beffe»
    «Bush e Rove hanno preso atto che il Paese è diviso a metà. Il discorso di martedì è piaciuto a tanti americani quanti se ne sono detti delusi. Inutile allora inseguire la rabbia di Dean, meglio ricordare il pericolo Al Qaeda». E' «catenaccio» dunque.
    Mieli, Rutelli e la sinistra sedicente riformista
    «Se l'Ulivo avrà una qualche chance di vittoria elettorale, ciò lo si dovrà quasi esclusivamente al fatto che qualcuno dei leader di questo campo avrà saputo sottrarsi al pur divertente dibattito sul triciclo e sarà andato a contendere al centrodestra i voti moderati. Dovessi dire che tutte queste idee di Rutelli mi convincono, mentirei. Ma nondimeno queste iniziative rutelliane sono a mio avviso la cosa più interessante prodotta dal centrosinistra negli ultimi tre anni. Più interessante e più utile.»

    «Con la proposta di un secondo livello contrattuale, cioè di un contratto aziendale e locale che, a differenza di quello nazionale, tenga conto del fatto che il costo della vita cambia da regione a regione, Francesco Rutelli si è tirato addosso nuove polemiche da parte di qualche settore della Cgil. D'altronde non è una novità, da qualche tempo almeno; e non investe solo i rapporti tra il leader della Margherita e Guglielmo Epifani. Nel 2002 Rutelli ha difeso il leader Cisl Savino Pezzotta dagli attacchi della Cgil cofferatiana ai tempi delle polemiche sull'articolo 18.

    Di recente si era già scontrato con la Cgil quando aveva proposto di innalzare di due anni l'età pensionabile: «Lo strappo di Rutelli», ha titolato in prima pagina il Manifesto per poi insistere a pagina tre con «Pensioni, Rutelli spiazza tutti». Cosimo Rossi, sempre sul «quotidiano comunista», ha osservato che l'ex sindaco di Roma «agisce sulla contraddizione irrisolta della sinistra sedicente riformista, sul fatto che D'Alema e i suoi boys sbavano per poter dire (e fare) le stesse cose della Margherita sulla politica sociale, ma non possono, prigionieri come sono del protagonismo e del consenso della Cgil e dei movimenti».

    «In materia di politica internazionale Rutelli si è distinto come il più atlantico dell'intero centrosinistra e si è fatto paladino della permanenza dei nostri pacifici militari in Iraq».

    «Un anno fa quando Berlusconi chiamò un applauso unitario per gli alpini in Afghanistan, Rutelli fu tra i pochi nel suo schieramento a dar prova di fairplay e a battere le mani».

    «Pur essendo poi di provenienza radicale (per un anno fu segretario del partito fondato da Marco Pannella) ha da tempo sperimentato una politica di attenzione nei confronti dei cattolici che spesso ha preso di contropiede persino i suoi colleghi ex democristiani e si è inimicato i Ds e la parte laica della Margherita (Enzo Bianco) sostenendo le ragioni del no alla fecondazione assistita».

    «L'ex sindaco di Roma non ha mai avuto buoni rapporti con il ministro dell'Economia e una volta si è così confidato con Alessandra Longo (la Repubblica ): «Il famoso "reciproco riconoscimento" con l'opposizione esclude persino la stretta di mano; l'ho sperimentato io stesso con Giulio Tremonti; dopo averlo attaccato in Parlamento, l'ho incontrato a un ricevimento e al mio saluto si è voltato dall'altra parte». Ma, nei primi giorni dello scandalo Parmalat, ciò non ha impedito a Rutelli di essere tra i primi nel centrosinistra a chiedere che si facesse piena luce sulla faccenda e a non mostrare eccessiva indulgenza nei confronti del governatore della Banca d'Italia».

    «Il Foglio di Giuliano Ferrara - che pure non lo ha mai avuto in simpatia - recentemente lo ha descritto come il leader ulivista «più alieno di altri sia dalle riconoscenze "debitorie" e dagli interessi bancari del Centro Italia che influenzano le posizioni dei Ds, sia dalla "solidarietà operante" che i prodiani doc riservano a banchieri "amici"».
    Che faranno i riformisti di Khatami?
    «Due mandati inconcludenti alle spalle e tutti i sogni di rinnovamento rimasti carta straccia, i rivoltosi attendono uno sguardo benevolo della comunità internazionale e del paese sfiduciato verso il loro tardivo braccio di ferro». Il seguito popolare dei riformisti, che oggi ingaggiano la battaglia per le (loro) candidature, sembra vicino a quota 0. «Corteggiata, blandita, implorata per il bene superiore della nazione, la tanto invocata società civile non risponde. "Il Parlamento non ha potere decisionale. La nostra partecipazione alle elezioni non servirebbe che a rafforzare il potere degli apparati non democratici", ha detto Abdollah Momeni, leader della maggiore associazione studentesca». Si aprono le porte per nuove forme di opposizione?

    Ipotesi di distensione con gli Usa: un bene o un male? C'è poco da dubitare sulla strumentalità delle aperture del regime degli ayatollah: una tregua con gli Usa pur di migliorare l'economia e rimanere in sella. «"Un giorno o l'altro le relazioni tra l'Iran e gli Stati Uniti saranno riallacciate", ha dichiarato a Le Figaro il potente segretario per la sicurezza nazionale Hassan Rowhani, demiurgo dell'accordo sul nucleare. Dalla capitale Mohammed Hossein Adeli, viceministro degli Esteri, rilancia sulle sanzioni e chiede all'Amministrazione Bush ulteriori "passi concreti"». Potrebbe essere l'addio del regime change, o l'inizio della fine degli ayatollah. «Chi avversa il dialogo con la Repubblica islamica si prepara a dire addio al sogno del regime change a stelle e strisce, paventa il rinsaldarsi dell'establishment e il soffocamento delle alternative democratiche. Chi crede alla strategia dell'engagement promette che l'apertura dell'Iran finirà in ultimo per allentare e poi consumare inesorabilmente la presa dei mullah». Leggi tutto

    Proposta. L'astensionismo alle prossime elezioni potrebbe tagliare la testa al toro. L'Ue potrebbe mandare degli osservatori.
    Emma Bonino Alto Commissario Onu per i diritti umani
    Magara... Ne riparla oggi Il Foglio. Sarebbe la candidatura dell'Italia, ma la Farnesina non vuole fare pressioni, perché, dice, sono controproducenti, "Annan deciderà da solo". Mi pare che all'Onu le cose girino esattamente il contrario, chi rompe più i cojoni, l'ha vinta. I sostegni sono autorevoli: Bobbio, Cossiga, Prodi, Fassino, Andreotti, Rutelli. Lei la persona in assoluto più adatta, ma oltre a non vederci chiaro nel comportamento del governo italiano, diffido di Annan, che fino ad oggi non ne ha combinata neanche una giusta, peggio di Rutelli, che almeno ultimamente si sta svegliando dal letargo che lo avvolge dalla nascita. Leggi sul Foglio

    Intanto, la Bonino non si ferma. Ha partecipato al Cairo alla conferenza "Donne e Parlamenti". Un suo resoconto radiofonico su Radio Radicale (tra breve l'audio).
    StaseralaRomabatteràilMilan!
    Ecco fatto, l'ho detta.

    Wednesday, January 21, 2004

    Empasse Iran
    Gli iraniani vogliono un paese moderno e secolare, ma il tentativo riformista sembra essersi esaurito, privo ormai di seguito popolare. La tattica dei guardiani della rivoluzione, che hanno prima bandito dalle elezioni migliaia di candidati riformisti per poi riammetterne 200, sembra aver avuto il successo sperato: la divisione del fronte riformista e la delusione della gente (nessuno si è mosso a Teheran per difendere i candidati di Khatami esclusi). E la premio Nobel Shrin Ebadi ha esplicitamente chiesto le dimissioni del presidente Khatami, osservando che se violenza ci sarà non sarà per colpa del popolo. Con il declino dello sfogo-illusione riformista alla Khatami si aprono le porte a nuove forme di opposizione, forse più radicali, meno probabilmente violente. L'Occidente deve sostenerle senza esitazioni, con denari, parole e posizioni chiare, informazione. Il regime change va indotto, non si può rinviare. Israele e Pakistan dialogano a Roma? Lo dice oggi il Riformista.
    George W. BushMa battere questo presidente non sarà facile
    In Iraq il lavoro non sarà lasciato a metà. Senza Saddam il mondo è più sicuro.
    Dopo la recessione, gli attacchi terroristici, gli scandali della finanza e le incertezze della guerra, grazie al Congresso, che ha agito per stimolare l'economia con la riduzione delle tasse, «l'economia è forte e sta crescendo più forte».
    La 'difesa attiva' del popolo americano è la maggiore responsabilità dell'Amministrazione. «I nostri soldati nel mondo rendono l'America più sicura».
    Snocciola i risultati, un discorso elettorale, perché sa bene di non potersi fidare dei democratici, e tutti i motivi per un secondo mandato. I temi chiave, sicurezza ed economia, sono suoi.
    Il testo integrale
    Il testo in italiano, tradotto per Il Foglio da Aldo Piccato
    Primarie democratiche da guardare con interesse
    Le primarie americane per decidere lo sfidante democratico del presidente Bush si decideranno all'ultimo caucus, la lotta è apertissima. Ma la sconfitta di ieri in Iowa del "girotondino" Dean conferma la scarsa attrattiva di soluzioni demagogiche e populiste a problemi estremamente seri come la sicurezza, per la quale i cittadini americani non sembrano aver voglia di scherzare. La pacatezza e la moderazione di John Kerry (e del giovane Edwards) hanno quindi prevalso sulla faziosità rabbiosa e l'ipocrita appeal pacifista di Howard Dean. Adesso sarà interessante vedere anche le mosse del generale Wesley Clark, che torna in partita, ma dovrà cambiare approccio. E non sempre chi vota si fa convincere dalle macchine elettorali più ricche e potenti (con l'appoggio di Soros, di Gore, di Jimmy Carter, dei sindacati), a patto che per gli altri candidati non siano un alibi per un vuoto di idee. I delegati hanno scoperto il bluff, usato il cervello e non il cuore, perché sanno che così si può sperare di dare filo da torcere a Bush, che avrebbe gioco facile con un avversario al limite dell'antipatriottismo e che infatti dopo ieri deve rivedere i propri piani. «Saggi democratici», dice David Frum su National Review.
    Qualche commento, sul Foglio:
    La calma fredda di Kerry funziona e Clark si ricorderà di essere generale?
    Dean perde le staffe, non basta un girotondo per vincere. «Il dottor Dean e la sua retorica pacifista piacevano, entusiasmavano, come in un girotondo appunto, ma quando il gioco si è fatto serio non hanno convinto, nonostante la poderosa organizzazione» e gli "autorevoli" sostegni.
    La lezione americana. «Gli Stati Uniti non saranno Atene ma la lunga corsa a ostacoli iniziata fra i farmers dello Iowa è quanto si avvicina di più a una scelta consapevole e motivata di quella base che in Europa è un inutile mito. E' l'unico modello conosciuto di politica in diretta che coinvolge milioni di persone». «In fondo gli Stati Uniti non sono altro che un'Europa riuscita».
    il Riformista:
    Perde il girotondino Dean. Anche lo Iowa va al centro
    Rutelli ci prova
    Non sarà facile e se sarà un bluff si vedrà presto. Intanto, dopo essersi smarcato dalla demagogia sugli alpini in Afghanistan e il ritiro delle truppe dall'Iraq, arriva la proposta di Rutelli sulle pensioni («Non possiamo andare senza una proposta al dibattito parlamentare»), e io ci aggiungerei il cambiamento della posizione ufficiale del gruppo alla Camera sulla fecondazione assistita. Vantaggi: privo di scorza ideologica, di base giacobina, e, soprattutto, di poteri forti cui render conto. Difetti: bello e vuoto, spesso bluffa. «In gioco il diritto di veto della Cgil e la leadership riformista a sinistra» e Sul Rifomista di oggi anche una lettera di cicciobello Francesco.

    Tuesday, January 20, 2004

    John Kerry+++Sorpresa! democratica. Una campagna vera, tutto può accadere. John Kerry, un candidato decente, si aggiudica le primarie democratiche in Iowa, battuto Howard Dean (evviva!), solo terzo, si ritira il piatto Gephardt.
    Kerry 38%
    Edwards 32%
    Dean 18%
    Gephardt 11%
    Meno Spinelli. Barbara Spinelli, come gran parte del giornalismo italiano, si è bevuta il cervello. Christian Rocca l'ha colta con le mani nel vasetto di marmellata. Meno spinelli, cara Barbara.
    Stasera il discorso di Bush sullo stato dell'Unione
    Non a caso anticipato, in piena campagna per le primarie democratiche. Illustrerà la fase due del programma dell'amministrazione. Iraq, esportazione della democrazia, guerra al terrorismo, ma soprattutto la grande crescita economica e un piano per arricchire la nuova classe media.
    Il Foglio
    La sinistra "travagliata"/1
    La questione è il coraggio dei leader
    Ferruccio De Bortoli risponde sul Riformista alla lettera-appello di Cafagna, Pansa, Pasquino. Salvati. «C'è un pubblico moderato, moderno ed europeo, non visceralmente antiberlusconiano, e non romanticamente giacobino, che vorrebbe semplicemente conoscere idee, programmi e candidati di un'opposizione seria e responsabile. (...) Per valutare con il criterio razionale e il metro dell'interese comune, costi e benefici di una politica riformista». Invece, i leader del centrosinistra temono il marchio e il giudizio girotondino e massimalista sulla purezza del loro opporsi, come se semplicemnte «opporsi sia più nobile che amministrare». «La società civile non è solo un girotondo». All'ultima riunione girotonda abbiamo visto un Fassino avvilito e bastonato in cerca di indulgenza da un noto regista della benemerita società civile: non affiderei ad un uomo così il governo del mio Paese, almeno Berlusconi ha le palle. E le elezioni si vincono con-vincendo i moderati, la maggioranza silenziosa, questo lo sanno anche i bambini. emblematico, per De Bortoli, il "caso Parmalat": la sinistra ha difesto Fazio (anche Tanzi all'inizio) e non i risparmiatori derubati, alle tasche vuote ci ha pensato Tremonti. Diciamolo con franchezza, nel merito e nei metodi, i girotondini sono elitari e beceri populisti, espressione di un moralismo ossessivo che ricorda la destra cristiana americana. Coraggio leader! Rutelli ci prova qui e qui, anche qui.
    La sinistra "travagliata"/2
    Che teneri i Balilla
    Abbiamo tutti sorriso con tenerezza di fronte ai servizi dei telegiornali che riportavano la notizia delle manifestazioni dei giorni scorsi contro la Moratti. Non entro nel merito, non tutti i torti hanno in questo caso i manifestanti, ma trovo sconcertante la strumentalizzazione e l'uso dei minori che si è fatto portando in piazza centinaia di piccoli alunni delle elementari. E rabbrividisco se penso che, come accadeva settanta anni fa, sono stati indottrinati e convocati dai loro insegnanti, che alla stregua di commissari politici, hanno ridato così vita ad adunate di regime, ai sabati fascisti, con tanti piccoli, teneri balilla. Anche questo è il frutto di questa sinistra "travagliata" e populista. Di questa classe di insegnanti dobbiamo solo spaventarci. Senza alcun approfondimento impartisce il suo politically correct ai propri alunni, sia contro la Moratti, sia per la pace ("quale non ha importanza, cio che conta è che ci lascino in pace"). E' un'ondata peggiore della precedente: ai sessantottini si sono aggiunti i settantasettini. I frutti di allora sono tutti qui. E qualcuno la chiama pure la mejo gioventù!
    La Capitale
    La politica delle feste, delle serate culturali, delle manifestazioni estive sta mostrando la corda, caro Veltroni. I due vecchi problemi di Roma rimangono tutti, se possibile peggiorano. Su traffico e trasporti, risultati 0. Ma lei ha la soluzione in tasca, vero? Già, che bella pensata, la circolazione a targhe alterne, che genio. Solo ad un politico di professione, che spende tutti i giorni della propria vita lavorativa a tentare di risolvere i problemi della collettività può venire in mente una così originale ed equa soluzione. Mi chiedo, ma è pagato per questo, signor sindaco? Che stupidini a non pensarci prima, ad affannarci sui mezzi pubblici, sui parcheggi, sui vigili in strada, sui lavori pubblici, sulla segnaletica. Che bisogno c'era quando la soluzione è a portata di mano? Troppo traffico? Non prendete l'auto. Mal di denti? Non mangiate. Me lo sentivo che c'era la fregatura, che dopo le buone cose fin qui fatte avrebbe mostrato tutta la sua demagogia.
    Chi è causa del suo mal pianga se stesso
    Altro che riforme, Governo vicino alla rottura.

    Monday, January 19, 2004

    Friday, January 16, 2004

    Il modello iraniano
    Su cosa si regge e come va abbattuto. Dal Foglio: «E' un modello che tempera il più duro totalitarismo con il decantamento delle contraddizioni politiche tramite una sorvegliata rappresentazione della volontà popolare. E' un modello che ha funzionato perché dal 1997 in poi, con la vittoria di Khatami, la crisi politica della Repubblica islamica ha trovato una valvola di sfogo in un riformismo impotente. In questo contesto, ovviamente, non si è mai realizzata alcuna riforma, ogni volta cassata vuoi da Khamenei, vuoi dal Consiglio dei guardiani. E' un'esperienza inedita di "riformismo" octroyé, controllato dal regime, funzionale soltanto a preservare lo Stato totalitario. In Occidente non si è compresa dinamica e troppo spesso si è accreditato Khatami quale detentore di un potere reale (Bush ha cessato di crederlo e gli studenti iraniani con lui). Oggi viene impedita la candidatura di 83 deputati riformisti e di migliaia (3-4 mila) di altri candidati: «Il segnale è dato: lo Stato totalitario giudica ormai raggiunto il limite di tolleranza verso le spinte riformiste». Si comincia a fare sul serio. Leggi tutto
    La società civile? Non è solo un girotondo
    Lettera al Riformista
    Powell triste. Getta la spugna?
    Tempi duri per la colomba-realista, è probabile che in un secondo mandato un rimpasto lo lascerebbe fuori. Sia chiaro, preferiamo Colin Powell a James Baker.
    Ferrara invita il "Cav." ad «una certa congruenza tra parole e fatti».
    L'Istat? Indietro, come tutto il Paese
    Riascolta Tremonti (da RadioRadicale.it) alle Commissioni Finanze e Attività produttive di Camera e Senato. «Bankitalia ha sottovalutato il caso Parmalat». Sul tavolo le lettere, il carteggio ministero dell'Economia-Banca d'Italia, che inchiodano Fazio. Soluzioni: authority che operino per funzioni ed in primo luogo un'autorità unica che abbia la competenza sul risparmio. Dibattito in Parlamento e apertura all'opposizione: Fassino, Letta e Amato alla finestra. Visto dal Foglio, visto dal Riformista
    La Telekom Serbia alla fase 2
    Ora che si passa ad indagare sulle responsabilità politiche (saranno sentiti Prodi, Dini, Fassino, Micheli e Trantino ha dichiarato chiusa la "fase Marini") e che la Commissione potrebbe diventare una cosa seria, ovviamente tutti scappano, centrosinistra in testa, e si mira ad affossare. Il tutto avrebbe avuto più credibilità se si fosse partiti subito da qui.

    Thursday, January 15, 2004

    Left Obsessions
    Le forti motivazioni morali che da sempre sono alla base dell'impegno politico di tutti noi, per molti, di questi tempi, diventano sempre più ossessioni che invadono il campo della psichiatria.
    Ossessionata da Berlusconi, la sinistra italiana è ormai incartata su se stessa. Se ne rende conto il senatore Franco Debenedetti, che commenta al Foglio la bocciatura del Lodo Maccanico: «E' l'ennesima sconfitta del partito degli avvocati di Berlusconi, ed è un peccato perché io l'avevo scritto che il problema dell'improcedibilità temporanea per le alte cariche istituzionali c'era, e meritava una soluzione condivisa che non incorresse in scomuniche. Dal no della Corte viene un vantaggio innegabile per l'opposizione, ma c'è anche il rischio che per noi della sinistra riformista tutto diventi più difficile, con la ripresa del girotondismo e dell'antiberlusconismo risolto in chiave giudiziaria, una ripresa dello scontro politico tra i due poli in grande stile compromette nuove regole essenziali che sembravano a portata di mano: quelle sul controllo dei mercati e quelle di riforma costituzionale e della giustizia». Per la sinistra è «un rischio molto forte. Che si rilanci il girotondismo giudiziario proprio quando aveva perso fascino e presa. E che ciò avvenga proprio nei mesi decisivi per porre le basi di un partito riformista, il rischio è di restare invece con una babele di sigline e siglette». «La questione è se riprenderà piede la tentazione di impostare tutto il resto della legislatura martellando Berlusconi sui processi che gli si riaprono. Un doppio pericolo, anche. Primo perché quand'anche si rivelasse vincente nelle urne – e in passato non lo è stato – l'antiberlusconismo giudiziario il giorno dopo aver vinto le elezioni lascerebbe intonso il capitolo di che cosa fare al governo, un problema il cui mancato chiarimento già portò alla caduta di Romano Prodi. Secondo, ci manca solo che a un governo che ha impegnato parte rilevante della legislatura a varare leggi ad hoc ne segua uno di segno diverso che spendesse eguali energie nello smontarle una ad una. Dell'Italia, ce ne vogliamo occupare?».
    Ossessionati da Bush, come George Soros, il cui unico scopo di vita è non vederlo rieletto e
    ossessionati dai neocons, la cui influenza all'interno dell'amministrazione Bush è stata sovrastimata, per non citare tutti i luoghi comuni, sfatati esaurientemente da Max Boot, su Foreign Policy: Leggi tutto.
    Palermo - I settori politici («Gli accusatori di Andreotti e Dell'Utri, in difficoltà per lo scandalo Ciuro, non fanno nomi - ma il nome è: Violante») che hanno legittimato la "primavera" di processi politici palermitani partiti dall'era Caselli si sono ritirati, lasciando con il culo scoperto i pochi fedelissimi procuratori siciliani anti-Grasso. Questa l'esternazione del pm Ingroia a Primo Piano. Sul Foglio di oggi: «L'Unità ha pubblicato una lunghissima lettera – quasi una controsentenza – inviata da Caselli e dai suoi tre ex sostituti al presidente della Repubblica e al Csm perché facciano sapere al Parlamento, alla Cassazione e a tutto il vasto mondo che "il processo Andreotti andava comunque fatto". Tanto è vero, vi si legge, che la Corte d'appello di Palermo, presieduta da Salvatore Scaduti, ha prescritto – ritenendole quindi provate – le mafioserie commesse dal solforoso senatore a vita negli anni della mafia ruggente, quella di Stefano Bontade e Tano Badalamenti, di Salvo Lima e dei cugini Nino e Ignazio Salvo. Ma c'è un ma. Che tiene insieme sia il messaggio di Ingroia che la lettera di Caselli. Il senatore Andreotti, dopo essersi liberato dei 24 anni di carcere piovutogli addosso per Pecorelli, ha presentato alla Suprema corte un secondo ricorso con il quale chiede l'annullamento anche di quella parte della sentenza Scaduti che lascia una "mascariata" sulla sua lunga carriera di uomo politico. Cosa succederebbe se la Cassazione – che già ha smentito tredici volte, che scalogna, le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, pietra angolare di tutte le accuse di Caselli – spazzasse via anche quest'ultima nube? Apriti cielo. Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, potrebbe aprire la cartellina, ancora custodita in cassaforte, nella quale un diligente ufficio di ragioneria ha assommato, voce dopo voce, i costi del processo del secolo. Una cifra da capogiro: 87 (dicesi ottantasette) miliardi di vecchie lire: tanto per gli avvocati dei pentiti, tanto per le trasferte dei magistrati, e coì via elencando. Niente di scandaloso: la giustizia ha costi che non si discutono, anche quando assolve. Ma il processo Andreotti – e Ingroia indirettamente lo ammette – non era un processo e basta. Era il processo che avrebbe dovuto dare la spallata politica. Era un processo che "la magistratura non poteva tenere sulle sue spalle da sola"».
    Chirac giacobino, non laico
    Il Papa contro la legge antivelo di Jacques Chirac. «Insieme a un riconoscimento del valore della laicità dello Stato, come "distinzione tra la comunità politica e le religioni", contesta invece il "laicismo", che punta a confinare la fede nella sfera privata, negando cittadinanza alla "dimensione sociale della religione"». Anthony Giddens, neolaburista, che non ha niente a che vedere con gli ambienti cattolici, «considera la proibizione dei simboli religiosi, a cominciare dal velo islamico, controproducente. Le ragazze delle famiglie musulmane potrebbero essere a quel punto tolte dalla scuola pubblica e mandate nelle scuole coraniche, perdendo una prospettiva di libertà. Così si rafforzeranno le tendenze fondamentaliste». Ragionamento diverso, pragmatico, ma arriva alla stessa conclusione del Papa: «"l'interdizione sistematica riecheggia quello stesso fondamentalismo che si vuole combattere"; per il pontefice romano il laicismo chiracchiano "mette in pericolo il rispetto effettivo della libertà di religione". Ambedue, in sostanza, considerano la laicità un dovere dello Stato, non una condizione da imporre ai cittadini. Si vede che esprimono tradizioni che non sono state colonizzate dal giacobinismo». Leggi tutto
    Il Foglio

    Wednesday, January 14, 2004

    Lodàti
    Lodo a te, Corte Costituzionale. La notizia del giorno sui blog
    Da sempre attenta alle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi, anche la blogosfera commenta la notizia della bocciatura del Lodo Schifani. I pareri sono diversi così come il grado di approfondimento delle notizie: dalla semplice euforia alle tabelle che confrontano il sistema di garanzie vigente in Italia con quelli vigenti in Europa e negli Usa. Qualche esempio in questo servizio di RadioRadicale.it

    Da sottoscrivere
    Il "regime", l'"autocrazia" di Berlusconi «ha basi meno solide di quel che appaia a prima vista. Dopo dieci anni di impegno in politica, due elezioni vinte, sette anni di opposizione, al mediocrate restano, più o meno (e vediamo adesso per quanto tempo), i suoi soldi e le sue aziende, che non è poco, ma nient'altro. I poteri neutri, nonostante gli sforzi di galantuomini come Tonino Maccanico, ideatore del lodo che ha preso nome dal senatore Schifani, non hanno alcuna intenzione di concedere un centimetro di terreno all'ipotesi di una regolare alternanza alla guida del governo, magari determinata dal voto popolare. (...) D'altra parte non è facile districarsi nel coacervo dei poteri consociativi italiani, che si sono sempre accaniti con particolare golosità, com'è ovvio, sui referendum e sui risultati sgraditi delle elezioni. Anche i soldi, quelli veri, quelli tutelati e garantiti dal partito bancario che orienta il sistema economico e consolida eventuali debiti, girano più intorno alla confraternita di centro sinistra che dalle parti di Berlusconi, inteso come leader e non come imprenditore. I giornali, vogliamo parlarne? E le tv, a parte derrate di ruffiani cronici già pronti alla riconversione, sono talmente impermeabili alla voce del padrone mediatico che lo stesso sogna di rimettere in vigore gli spot. Insomma, a Berlusconi dopo un decennio resta soltanto il potere derivante dal voto popolare. Ecco perché, da uomo pratico, ha rimilitarizzato il suo sorriso, si è messo in forma in villeggiatura e si prepara ad affrontare una lunghissima campagna elettorale contro i poteri forti che prendono a schiaffi lui e tutti i riformisti miserelli che si mettono tra di lui e i girotondi, in maschera o in toga. Così si governa l'Italia. Complimenti».Leggi tutto
    Iraq. Dibattito tra i liberal interventisti
    Raccontato dal Foglio.
    Ne è valsa la pena? Alla luce del mancato ritrovamento di armi di sterminio, le ragioni dell'intervento sono ancora valide? Se lo chiedono intellettuali della sinistra americana favorevoli all'intervento: Bill Keller, il direttore del New York Times, che li aveva definiti «quelli del club non-posso-credere-di-essere-diventato-un-falco», Christopher Hitchens, Thomas Friedman, Kenneth Pollack, Fred Kaplan, George Packer.
    Il mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa - «Il vergognoso comportamento nel 2002-2003 dei membri del Consiglio di sicurezza Onu (in particolare della Francia e della Germania) è stata la prova finale che il containment non sarebbe durato a lungo: Saddam avrebbe ricostituito i suoi programmi di distruzione di massa, anche se in un futuro più lontano di quando pensassimo». Ma «la vera arma di distruzione di massa è la dittatura»
    Le ragioni del conflitto - «Il motivo dichiarato, il motivo morale, il motivo giusto e il motivo reale».
    Bush e la contraddizione neocon-realisti all'interno dell'amministrazione - Paul Berman, autore di "Terrore e Libertà", spiega come Bush stia perdendo «la guerra di idee, la più importante». Il terrorismo fondamentalista è l'ultimo lascito dei totalitarismi del Novecento, «ciò non vuol dire che il presidente sia una creatura delle compagnie petrolifere, come direbbe la sinistra alla Noam Chomsky». Tuttavia, «a parte qualche ottimo discorso, Bush non ha mai fatto in modo che qualcuno prendesse sul serio le sue parole sul futuro democratico e liberale di quelle società. Un po' perché i suoi nemici non vogliono prendere in considerazione l'ipotesi che possa aver detto cose intelligenti o stimolanti ma, d'altra parte, lui stesso fa poco per dare consistenza a quei discorsi. Mi chiedo, per esempio, per quale motivo non sia ancora riuscito a far nascere una televisione di prima qualità in lingua araba?». Già, le armi nonviolente di attrazione di massa.
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    Tuesday, January 13, 2004

    Bufalate made in U.S.
    L'ex ministro del Tesoro Usa Paul O'Neill torna al centro dell'attenzione dei media con un libro di retroscena scomodi per l'amministrazione Bush (soprattutto riguardo l'Iraq). Ma è un ritorno, perché, come ricorda la Cnn, lo era già durante il suo mandato per le sue storiche gaffe. Le sue pseudo-rivelazioni sull'Iraq sono risibili. C'è chi le ritiene la prova della deriva militarista americana (riascolta).
    Non c'è di che rallegrarsi. E così il lodo Schifani (che in realtà è il lodo Maccanico-Ciampi, bocciati anch'essi) è illegittimo, viola la Costituzione. Facile violare l'articolo 3 (uguaglianza dei cittadini), ridicolo riscontrare la violazione dell'articolo 24 (diritto alla difesa) - sarebbe leso il diritto alla difesa degli imputati eccellenti ai quali la norma sospende i processi a carico per la durata del mandato. Ma ben gli sta al Berlusca, se l'è voluta. Era comprensibile, ed è stata anche in parte utile, la norma ad personam per difendersi dall'attacco giustizialista e proteggere la propria azione di governo, democraticamente scelta dai cittadini, ma quella di leggine di comodo non poteva essere l'unica strategia: sono rimaste nel cassetto le riforme della giustizia per i cittadini. E l'immunità andava reintrodotta nella Costituzione. Oggi, dunque, la beffa, che rischia davvero, per la prima volta in questa legislatura, di provocare un nuovo ribaltone. Sembra un'occasione troppo ghiotta per la Lega per sganciarsi, o comunque per far casini, cosa che è già da giorni nell'aria (Bossi ha denunciato il "tradimento" del governo sulla devolution). Berlusconi potrebbe anche reggere allo spintone della Corte, ma poi arriverà quello degli elettori. Il cav. ha pensato a se stesso, difficile che i cittadini non se ne siano accorti, e oggi viene punito, lo sarà un domani, ma non c'è di che rallegrarsi. Ci attendono la rivincita del giustizialismo giacobino e girotondino, della magistratura militante, e una nuova stagione di conflittualità tra poteri dello Stato, di veleni tra le fazioni (consapevolmente cercata dalla Corte scalfariana), che servono solo a stroncare la già moribonda trasformazione in senso democratico e riformista della sinistra italiana e a ritardare la transizione del sistema politico. E ad essere in crisi sono anche gli organi costituzionali di garanzia, la cui indipendenza non è davvero più sostenibile da alcuno.
    Who's Putin
    1972
    Una rassegna stampa sulla conferenza di Sana'a. Ne ha scritto anche Magdi Allam sul Corriere della Sera.

    Spostiamoci in Iran, dove Khatami minaccia dimissioni in massa degli esponenti riformisti se il Consiglio dei guardiani, l'organo conservatore che ha bocciato i candidati riformisti alle elezioni politiche del 20 febbraio, non revocherà la propria decisione. Sembra acuirsi la crisi politica in Iran, uno scontro che sembra interno al regime piuttosto che premonitore di volontà di riforme. I riformisti di Khatami stanno cercando, da alcune settimane, di accreditarsi, all'estero come presso la propria opinione pubblica, come la "faccia pulita" del regime, speriamo solo che non sia mera lotta per il potere. La presidenza Khatami ha infatti finora deluso le aspettative sia dei propri elettori sia di quanti in Occidente speravano nel cambiamento. Soros e il premio nobel Ebadi continuano a puntare su di lui, piccoli gesti di disgelo tra il governo iraniano e l'amministrazione Usa, ma in molti sono convinti che il regime degli ayatollah non sia emendabile e che concedere fiducia e forza a Khatami sia controproducente.

    Monday, January 12, 2004

    Sana'a: due silenzi imperdonabili?
    Alla conferenza di Sana'a, organizzata dal governo yemenita e da Non c'è pace senza giustizia si sono recati settecento delegati, a fronte dei duecentocinquanta previsti alla vigilia, provenienti da tutti i maggiori paesi arabi e islamici della regione e da decine di ong occidentali e arabe. Temi: democrazia, diritti umani, Corte penale internazionale (Leggi gli aggiornamenti su RadioRadicale.it). Non ho seguito i lavori, ma pare che al centro sia stata la questione dell'"esportazione della democrazia" nel mondo arabo. Il presidente della Repubblica dello Yemen Ali Abdulleh Saleh, aprendo la conferenza, ha spiegato che lo Yemen è ancora lontano dall'obiettivo della piena democrazia e che tuttavia può essere d'esempio, perché sia chiaro che «nessuna soluzione che viene dall'esterno può considerarsi opportuna». Palese il riferimento alla soluzione statunitense per l'Iraq (non a caso la delegazione del Governo provvisorio iracheno è stata accolta con un po' di freddezza) e rappresenta un punto di vista comune a molti riformisti nel mondo arabo.

    Presente al meeting anche Saad Eddin Ibrahim, dissidente egiziano: «E' inutile negarlo - ha osservato anch'egli - gli arabi musulmani hanno una pessima considerazione degli Stati Uniti. Quindi l'Unione Europea è il partner più adatto per avviare un percorso democratico che parta dall'Occidente, ma proponga un approccio diverso da quello americano»: abbandonare l'approccio militare adottato dagli Usa, perché le minacce non servono ed è più utile il dialogo. L'Unione europea inoltre, potrebbe tendere una mano alla società civile araba che rappresenta la linfa vitale della democrazia» e «contribuire allo sviluppo dei media arabi in modo che questi diventino più oggettivi e professionali. Gli europei, insomma, ci aiutino a creare un'informazione libera e indipendente». Analogo discorso per il sistema giuridico. Un appello rivolto anche ai «partiti politici europei, perché aiutino i partiti arabi nello sviluppo della loro forma organizzazitiva e nella mobilitazione». Tutto bello e giusto, ma dov'è questa "buona" Europa? Esiste davvero da qualche parte? Che attenzione ha riservato a questo appuntamento? E ad altri simili? Primo silenzio.

    Inevitabile che si parlasse anche di Palestina: «Fermare le violazioni contro i fratelli palestinesi», è stato l'auspicio rivolto sia dal presidente della Repubblica Saleh, sia dal segretario della Lega araba, Amr Moussa. «Israele si ostina a dare una risposta negativa alla giusta richiesta di uno Stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme». ??? Moussa non sembra certo aggiornato, non che me l'aspettassi, su chi si ostina a non compiere i passi indicati dalla road map. Israele, insiste, «commette violazioni quotidiane dei diritti dei palestinesi», ad esempio, «il muro che sta costruendo è una violazione del diritto penale internazionale sulla quale si potrebbe richiamare l'attenzione della Corte penale internazionale». Ed ecco che delle due, l'una: o si ha un'idea distorta della giovane Corte o si materializzano le perplessità Usa nei suoi cofronti.

    Aspettiamo la dichiarazione conclusiva di domani, che dovrebbe sancire «un obbligo politico, non certo legale» di governi e società civile insieme, a sottolineare la necessità di realizzare quel complesso sistema di principi, leggi e comportamenti che «porteranno un futuro migliore ed una cooperazione internazionale per un maggior dialogo tra le civiltà». Significherà democrazia nel mondo arabo? Probabilmente non ancora. A prescindere dai suoi risultati concreti l'appuntamento yemenita rappresenta un precedente di capitale importanza per quanti credono possibili riforme democratiche in Medio Oriente con metodi diversi dall'uso della forza militare occidentale. Tuttavia, ad una prima e superficiale occhiata, ci si può rammaricare di un secondo silenzio, dopo quello prodotto dalle istituzioni europee: possibile che sia totalmente mancata, negli interventi di oggi, una buona dose di autocritica da parte degli stessi paesi arabi? Anche le ong sembrano cadere in questo equivoco. Quasi che i destini dei popoli arabi si giochino nelle capitali occidentali (i "cattivi" di Washington e i "buoni" di Bruxelles) e non siano invece nelle mani dei governi autocratici della regione. Ci si attende questo o quell'approccio, ma sempre un «percorso che parta dall'Occidente»: "l'America è cattiva, dicunt, e deve cambiare atteggiamento, l'Europa invece è più buona, ma deve impegnarsi". E gli arabi? Non vedono ancora la necessità di cambiare loro stessi e i Paesi in cui vivono? Mi aspetto questo da Sana'a: una presa di coscienza maggiore.
    In attesa di sapere come i media hanno coperto quello che rimane un evento eccezionale nel panorama politico mediorientale, possiamo solo sperare di non dover, domani, parlare di un terzo silenzio.

    Friday, January 09, 2004

    Sana'a Inter-Governmental Regional Conference on Democracy, Human Rights and the role of the International Criminal Court
    Special page and Live Web Broadcast in arabic and in english by RadioRadicale.it
    Weblog: Notes from the Sana'a Inter-Governmental Regional Conference

    Great expectations on the core event of this initial 2004 for the Middle Est that brings the arab world to pay attention to democracy, human rights and ICC. Governmental delegations from several arab and european countries, ong and civil society will arrive in Yemen where the media are just ready to cover this «new wave» of political innovations.
  • From January the 10th to the 12th;

  • by ong No Peace without justice together with the yemenit Government and the European Commission;
  • Delegations leaded by foreign ministers and ministers of justice from important countries like Iraq, Algeria, Giordania, Marocco, Pakistan, Arabia Saudita, Sudan, and many others;

  • the ong representants will not give birth to a parallel conference, as it's usual during this kind of events, but intervene as much as the delegations of the other countries;

  • Important participations like the Nobel price for peace Shirin Ebadi;

  • Al Jazeera will broadcast the opening ceremony live, Cnn, Bbc, Al-Aribya together with 60 journalists worldwide are about to cover the event as well;
  • Da il Riformista Em.Ma: «Chi stampa i certificati di società civile?»
    «Abbiamo appreso che la convention, organizzata da girotondi e movimenti, si aprirà con la parola d'ordine "facciamoci del bene", in contrapposizione ad una pratica ulivista riassunta nel "facciamoci del male". A lanciare il nuovo slogan è Nanni Moretti che, a Piazza Navona, puntando il dito su Rutelli, D'Alema e Fassino, gridò alla folla «con questi si perde». Buon segno. Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo la lista per le europee: si aspetta un'interpretazione autentica delle indicazioni di Prodi date con l'intervista a Repubblica. Lista di tutti quelli che si riconoscono nell'Ulivo? I verdi e i comunisti di Cossutta hanno però ribadito il loro no. Di Pietro dichiara di scendere in campo da solo. Nella lista, la "società civile" la rappresenteranno Flores, Moretti e Pancho? Di Pietro, il quale è deputato europeo ed è stato ministro e senatore del collegio rosso del Mugello, è capo di un partitino, ma rappresenta la "società civile". Fassino, Rutelli e Boselli no. E non abbiamo capito in quale momento Occhetto sia transitato dalla società politica (è stato segretario del Pci e del Pds) a quella civile. E soprattutto: chi distribuisce a tutti i certificati? Fuori il nome».
    Fate il vostro gioco
    Lascia sempre più sgomenti il caso Parmalat. Una grossa voragine si sta per aprire nei caveau delle banche. Fazio che sembra addirittura godere è inquietante (esiste un dogma di infallibilità di Bankitalia?). Inquietante la sinistra che non è dalla parte dei risparmiatori, ma che difende apertamente Fazio, si astiene dai giudizi su Tanzi e soci (chissà perché! - non solo politica, ma questione soprattutto di soldi e poteri economici). Qualcosa sotto c'è. C'è il credito che in Italia è indirizzato non dalla ricerca del profitto, ma secondo l'appartenenza a "famiglie" e cordate politiche (tra il camorristico e il piduistico), chissà quanto trasversali, mutevoli e sotterranee, tavoli di potere dai quali si manovrano a piacere i giornalisti della grande stampa. A seconda degli interessi, a seconda delle stagioni. Fate il vostro gioco.
    Modello americano/1
    «Come sbugiardare i corbellatori sociali, vasta e animosa categoria di divulgatori politici. Per loro la crescita americana è truccata e in realtà a star meglio è solo una minoranza di ricconi. In Europa sono socialisti, cattolici antimercato e "destrisociali", a braccetto con ulivisti immoderati in salsa varia. Perché la nostra economia è più efficiente e la nostra società più equa, di quella americana si intende. Una presunta superiorità del modello sociale europeo, si impernia sul trito luogo comune della società americana troppo diseguale». Ma cosa sono davvero i "poveri" americani? A provare a dare una risposta è uno studio della Heritage Foundation: ben 35 milioni nella fascia di reddito più bassa. Vediamo però come se la passano: «Il 46 per cento di essi è proprietario della casa in cui vive, il 73 per cento ha un'automobile, il 31 per cento ne ha 2, il 76 per cento dispone di un impianto di aria condizionata (30 anni fa era il 36 per cento in tutti gli Usa), il 99 per cento ha almeno un frigorifero, il 65 per cento la lavatrice e il 74 per cento almeno un microonde, il 97 per cento una tv a colori, il 56 ne ha "almeno 2" e il 63 ha la tv via cavo o satellitare, il 78 per cento videoregistratore e Dvd e il 25 per cento ne ha "almeno due e un impianto a grande schermo". L'abitazione ha in media 3 camere da letto e garage oltre che bagno, non risale a prima del 1967 e vale in media 86 mila dollari. Solo il 6 per cento dei 35 milioni di "poveri" vive in sovraffollamento abitativo, il 67 per cento dispone nella propria abitazione di due vani in media per componente del nucleo familiare. I 42 metri quadrati abitativi disponibili "per povero americano" (la media nazionale è più del doppio) superano i 39 in media disponibili per le "classi medie" britannica, francese e tedesca». I problemi esistono, sono nell'indebitamento familiare e la politica "compassionate" di Bush serve. Leggi tutto
    Modello americano/2
    La politica di Bush dicevamo. Debito pubblico al 4 per cento del pil, la ricchezza americana usata in massima parte per coprire le spese sociali, «le spese militari hanno inciso per il 45 per cento».
  • «Ad oltre dieci milioni di immigrati illegali nuovi e ampi diritti, oltre agli stessi benefici di legge di cui godono gli impiegati legali americani, inclusi il minimo garantito e il giusto processo»;

  • Cresce il numero delle green card, «l'ambitissima carta verde che dà diritto a vivere e lavorare negli Stati Uniti»;

  • «Quattrocento miliardi di dollari, in dieci anni, per medicine gratuite agli anziani»;

  • «Gli investimenti sulla scuola, aumentati del 78 per cento»;

  • Leggi tutto
    Questo si può, solo se si produce ricchezza invece di schiamazzare ai girotondi e raccontare barzellette per non pensare alle riforme.
    Modello italiano
    I salari in Italia sono bassi. I danni delle politiche del passato (il modello assistenzial-corporativo) e la necessità di rinnovare la politica dei redditi. Ma servono liberalizzazioni, riforme (delle pensioni) e contratti decentrati. I sindacati tornino a fare il loro mestiere o si facciano da parte. Leggi tutto