Nell'aderire alla "Marcia per la tua pensione", promossa da Decidere.net il 22 settembre al Pantheon, il Clandestinoweb offre una lettura condivisibile sulle differenze tra la faticosa nascita del network di Capezzone, con tutte le indubbie problematiche politiche ancora da sciogliere, e il "fenomeno Grillo".
«In questi giorni in cui impazza la paranoia dell'anti-politica e dove l'agenda è fissata dalle battute di Beppe Grillo, in un trionfo di intolleranza, volgarità e violenza, crediamo che Decidere.net, che proprio il 22 inaugurerà la sua televisione web, possa rappresentare un esempio di chi utilizza gli stessi strumenti di Beppe Grillo ma con stile ed obiettivi differenti. Da una parte Grillo, animato da una violenza vendicativa senza matrice, e dall'altra parte il tentativo fin troppo pragmatico di Daniele di dare risposte concrete. Non c'è dubbio che il primo riempia le pagine dei giornali, ma non si vede quale reale contributo dia al Paese, il secondo invece, pone una domanda seria, ad esempio il tema delle pensioni, fa delle proposte denunciando con forza l'ipocrisia e la demagogia che su questo tema sembrano essere dominanti. Decidere.net è un network, il che significa che è un punto di scambio che mette in rete opinioni e istanze diverse. Aderire alla manifestazione del 22 non è un atto di fede o un'adesione incondizionata: semmai un'apertura di credito ed una scelta di un interlocutore».
Thursday, September 20, 2007
Wednesday, September 19, 2007
L'Italia si parla addosso, ma il mondo non si ferma
Mentre noi in Italia riempiamo le nostre giornate parlando di Beppe Grillo, la situazione in Medio Oriente sta precipitando. Il raid aereo israeliano del 6 settembre su un sito siriano sospettato di raccogliere materiale nucleare di provenienza nordcoreana, o armi destinate ai filo-iraniani Hezbollah, è un segnale che qualcosa si muove. I bombardieri israeliani hanno volato lungo 2000 chilometri, attraversato lo spazio aereo siriano e turco, colpito i siti sotterranei in Siria. Il tutto con il benestare di Washington e, probabilmente, anche della Turchia. Israele ha rimesso in piedi la sua deterrenza.Gli altri non stanno a guardare. Dell'Iran abbiamo già detto. Hamas continua con il quotidiano lancio di missili Qassam dalla Striscia di Gaza contro le cittadine israeliane. Olmert ha dichiarato Gaza «territorio ostile» e potrebbe decidere di staccare tutto tranne l'acqua: luce, gas e carburanti.
Nel frattempo la Siria reagisce così all'attacco israeliano del 6 settembre. Facendo fuori un altro deputato libanese anti-siriano, a una settimana dalla riunione del Parlamento per l'elezione del nuovo presidente della Repubblica: Antoine Ghanem è stato ucciso oggi dall'esplosione di un'autobomba a Beirut.
«Avete prove del supporto americano ai gruppi armati di opposizione?». Così, giorni fa, un giornalista interrogava Mohamed Jafari, vice responsabile del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano: «Davvero servono? Gli Stati Uniti finanziano, armano e fanno propaganda. Le radio Voice of America e Radio Domani trasmettono entrambe in farsi dall'estero e intervistano banditi presentandoli come rivoluzionari».
E nel sud dell'Iraq? «I capi di quei ribelli stanno a Londra e da li trasmette la loro tv satellitare. Abbiamo le foto di un gruppo che riceve otto pacchi di tritolo dagli inglesi di Bassora. Le abbiamo mostrate a Londra e, da quando se n'è andato Tony Blair, l'intelligente britannica sembra agire con meno arroganza», ha risposto Jafari.
In Italia si chiacchiera, i leader veri agiscono senza grandi o mezzi annunci.
Chi prepara davvero la guerra
Con il suo atteggiamento dissimulatorio è Massimo D'Alema a preparare la guerra. Finge di non capire che quello di Bernard Kouchner è il grido d'allarme di chi sa che l'Europa, come spiegavamo qualche giorno fa, può fare molto per scongiurare lo scenario peggiore: la guerra, appunto.Cosa intendesse dire il ministro degli Esteri francese era già chiaro prima delle precisazioni cui è stato costretto dall'interpretazione propagandistica che Teheran ha voluto dare alle sue parole e da quanti in Europa, compreso il nostro ministro degli Esteri, hanno ritenuto più comodo fraintenderle. E' evidente che Kouchner non auspica affatto una guerra contro l'Iran, né la minaccia. Semplicemente, intende mettere in guardia i partner europei: se l'Europa rimane immobile e si rifiuta di sostenere un serio regime di sanzioni contro il regime iraniano, anche al di fuori dell'Onu, la guerra è lo scenario, certo non desiderabile, ma senz'altro più realistico. «Il sistema per evitare la guerra sono le sanzioni». E le sanzioni che «sono efficaci sono quelle degli americani: economiche, sui grandi patrimoni, contro le banche».
Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu è reso impotente dai veti di Russia e Cina. L'unica possibilità di evitare un'azione di forza consiste nel varare un sistema di sanzioni americano ed europeo che metta in ginocchio il regime iraniano fino a farlo a cadere o almeno a costringerlo a rinunciare alla bomba. L'Europa ha bisogno del petrolio e del gas iraniano, ma ancora di più Teheran ha bisogno delle forniture, della tecnologia e del materiale industriale europeo.
Ostinandosi a far finta di niente, a nascondersi dietro l'ignavia dell'Onu, l'Europa rende praticamente certa un'azione militare. La Gran Bretagna, l'Olanda e la Francia sono determinate a procedere insieme agli Usa con le sanzioni contro Teheran per tentare di scongiurare gli scenari peggiori. Kouchner ha auspicato l'adozione di nuove sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza, ma ha preannunciato che la Francia sarebbe disponibile ad andare avanti anche se ciò non dovesse essere possibile: «Se ci sarà una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza, ne saremo felici». Se non ci sarà, «costruiremo sanzioni» fuori dal quadro Onu.
Per la Spagna e l'Italia, invece, l'unico scenario davvero inaccettabile sembra quello delle sanzioni, che danneggerebbe il business (oltre a Eni, Snam, Ansaldo e Banca Intesa) con gli ayatollah. Se la scelta è fra un Iran nucleare e l'uso della forza, Usa, Israele, Gran Bretagna, e probabilmente anche Francia, preferiscono la seconda opzione. Il problema è che l'Italia e la Spagna (la Germania è ancora incerta) non solo si rassegnerebbero all'Iran nucleare piuttosto che all'uso della forza, ma lo preferiscono persino rispetto a sanzioni economiche europee, anche se alla fine, ci auguriamo, potrebbero essere costrette ad adeguarsi alla volontà maggioritaria degli altri partner Ue. In caso contrario, di fronte all'eventualità di una bomba iraniana non faranno certo salti di gioia, ma D'Alema sa bene che qualcuno si prenderà comunque la responsabilità di un attacco. E in quel caso avrà anche la faccia tosta di condannarlo, dopo aver contribuito a renderlo inevitabile.
Inoltre, l'influenza iraniana in Iraq è ormai apertamente considerata uno dei fattori decisivi del caos iracheno... Insomma, i fatti sempre più stanno dando ragione a Michael Ledeen: quella in Medio Oriente è una guerra regionale già da molto tempo e il nemico numero uno è l'Iran.
Giorni fa, Fiamma Nirenstein ha apprezzato le parole di Kouchner:
«Nemico» per noi europei è un concetto tabù. Noi «parliamo», «dialoghiamo», convinti che la pace sia raggiungibile purché la si persegua. Ripetiamo la sciocchezza che «con i nemici si dialoga»: attenzione, si parla con chi è determinato a diventare tuo amico anche se ci sono conflitti in atto, non con chi vuole semplicemente distruggerti in nome di Dio.
Belle e comode, logica del mercato
Posso testimoniare di aver indossato crocs quasi ogni giorno per tre settimane girando Tokyo e Hong Kong senza che avessi un minimo disagio nel saltare, correre, salire e scendere da metro, autobus, tram, taxi, treno, motoscafi, aerei e scale mobili.
Tuesday, September 18, 2007
Più libertà fa rima con più equità
Alberto Alesina ha risposto ad alcune nostre domande sul libro scritto insieme a Giavazzi, "Il liberismo è di sinistra", in un'intervista (scarica) andata in onda questo pomeriggio su DecidereRadio. Lo stesso Alesina, oggi sul Sole 24 Ore, è tornato sugli argomenti del libro, per «chiarire alcuni punti» ed «evitare inutili confusioni».
La tesi del libro è la seguente: «Da sempre (almeno a parole) la sinistra si proclama a favore dei più deboli, contro i privilegi, le caste, a favore di una maggiore uguaglianza sociale, a favore dei giovani e delle generazioni future... L'unico modo per raggiungere questi obiettivi oggi in Italia è adottare politiche "liberiste"... Non c'è un rapporto inversamente proporzionale tra efficienza (che tradizionalmente sta a cuore alla destra, quella vera) e uguaglianza (che storicamente sta a cuore alla sinistra, quella vera); adottare politiche liberiste farebbe aumentare entrambe». Così, quindi, si spiega il titolo del libro, che tanto ha fatto discutere: "Il liberismo è di sinistra".
Quanti a destra si sono irritati per quel titolo (penso a Nicola Porro del Giornale e a molti blog di TocqueVille.it), sentendosi in qualche modo scippati del liberismo, non hanno neanche aperto il libro di Alesina e Giavazzi. «Il titolo del libro non significa che solo la sinistra in Italia possa attuare riforme liberiste. Lo diciamo chiaramente nella prima pagina dell'introduzione!»
L'accusa secondo cui il libro sarebbe «una manovra elettorale per la sinistra», suona un po' «dietrologica, buffa e paranoica per chi, come Francesco Giavazzi e io, ha criticato con durezza questo Governo in numerosi editoriali e nel libro stesso». Ma Mingardi, su Libero, «ha capito benissimo» l'intenzione dei sue economisti: «La destra non può continuare a fare la "vittima" per mancanza di riforme liberiste, quando ben poco ha fatto in cinque anni di governo con una maggioranza relativamente solida. La sinistra non può più mascherarsi dietro la difesa dei "deboli" per rimandare riforme liberiste».
Ciò che ad Alesina e Giavazzi premeva sottolineare è: «E' vero che le riforme a favore del mercato aumentano sia l'efficienza che l'equità oppure no? Come riportiamo sul retro di copertina, secondo Fabio Mussi no. Secondo noi sì. Questo è il punto su cui ha senso discutere». Anche per noi sì, lo scriviamo non da oggi: più libertà fa rima con più equità.
La tesi del libro è la seguente: «Da sempre (almeno a parole) la sinistra si proclama a favore dei più deboli, contro i privilegi, le caste, a favore di una maggiore uguaglianza sociale, a favore dei giovani e delle generazioni future... L'unico modo per raggiungere questi obiettivi oggi in Italia è adottare politiche "liberiste"... Non c'è un rapporto inversamente proporzionale tra efficienza (che tradizionalmente sta a cuore alla destra, quella vera) e uguaglianza (che storicamente sta a cuore alla sinistra, quella vera); adottare politiche liberiste farebbe aumentare entrambe». Così, quindi, si spiega il titolo del libro, che tanto ha fatto discutere: "Il liberismo è di sinistra".
Quanti a destra si sono irritati per quel titolo (penso a Nicola Porro del Giornale e a molti blog di TocqueVille.it), sentendosi in qualche modo scippati del liberismo, non hanno neanche aperto il libro di Alesina e Giavazzi. «Il titolo del libro non significa che solo la sinistra in Italia possa attuare riforme liberiste. Lo diciamo chiaramente nella prima pagina dell'introduzione!»
L'accusa secondo cui il libro sarebbe «una manovra elettorale per la sinistra», suona un po' «dietrologica, buffa e paranoica per chi, come Francesco Giavazzi e io, ha criticato con durezza questo Governo in numerosi editoriali e nel libro stesso». Ma Mingardi, su Libero, «ha capito benissimo» l'intenzione dei sue economisti: «La destra non può continuare a fare la "vittima" per mancanza di riforme liberiste, quando ben poco ha fatto in cinque anni di governo con una maggioranza relativamente solida. La sinistra non può più mascherarsi dietro la difesa dei "deboli" per rimandare riforme liberiste».
Ciò che ad Alesina e Giavazzi premeva sottolineare è: «E' vero che le riforme a favore del mercato aumentano sia l'efficienza che l'equità oppure no? Come riportiamo sul retro di copertina, secondo Fabio Mussi no. Secondo noi sì. Questo è il punto su cui ha senso discutere». Anche per noi sì, lo scriviamo non da oggi: più libertà fa rima con più equità.
Assalto alla diligenza
Cgil, Cisl e Uil bocciano il piano Nicolais sugli esodi incentivati nella Pubblica amministrazione - l'assunzione di una persona ogni tre dipendenti pubblici pensionati - ma allo stesso tempo chiedono al Governo di stanziare in Finanziaria le risorse per il rinnovo dei contratti pubblici.
Ovviamente la disponibilità di Cgil, Cisl e Uil è invece giunta sulla riorganizzazione e semplificazione della PA a livello delle singole strutture, sulla base del memorandum sul lavoro pubblico siglato col Governo. In quel memorandum, infatti, come denunciavamo lo scorso gennaio, si prevede che la stessa riorganizzazione degli uffici sia oggetto di preventiva concertazione con i sindacati, legittimando di fatto una «cogestione sindacale dei poteri pubblici».
Non solo la mobilità e i controlli "qualità", ma anche l'affidamento e la rotazione delle funzioni dirigenziali. Tutto dev'essere concertato con i Sindacati. Ovvio che questi si mostrino ben disponibili su questo fronte: si aprono enormi possibilità di lottizzazione e occupazione di posti da parte delle varie sigle. Il risultato sarà l'accentuarsi in modo definitivo di quella tendenza, in verità già in atto nel pubblico impiego e negli enti parastatali, per cui progrediscono in carriera, per quote, i "protetti" dei vari partiti e sindacati, mentre l'etichetta del "fannullone" rischia di venire affibbiata agli elementi "scomodi", troppo indipendenti.
Un'amministrazione così gestita non potrebbe certo essere «imparziale» come la vorrebbe la Costituzione. Un dirigente le cui funzioni, mobilità e carriera dipendono dalla spinta di un partito o di un sindacato non potrebbe certo essere «al servizio esclusivo della Nazione». Un esercito di funzionari "promossi" dai Sindacati nelle contrattazioni è pronto a invadere l'amministrazione, che così occupata rimarrebbe leale a quelle organizzazioni anziché allo Stato, anche ostacolando e sabotando le politiche dei governi democraticamente eletti. Un pericolo concreto per la democrazia.
D'altra parte, la formula degli esodi incentivati, di un nuovo assunto ogni tre pensionati, non convince Pietro Ichino: «Incentivando ad andarsene gli anziani in quanto tali, si rischia che se ne vadano soltanto gli anziani migliori, quelli che trovano facilmente qualcun altro per cui lavorare. Che cosa trattiene il governo dal dirigere, invece, le proprie forbici verso i casi assolutamente indifendibili?»
Ichino rilancia la sua proposta: ciascuna amministrazione pubblica dovrebbe dotarsi di «un organo di valutazione (peraltro già previsto dalla legge Bassanini del 1999, per lo più disapplicata), garantito nella sua indipendenza e guidato sul piano tecnico da un'autorità indipendente centrale, capace di individuare subito almeno i casi più evidenti di nullafacenza individuale o di inefficienza e improduttività di un'intera struttura: quei molti casi clamorosi, sui quali non può esserci discussione». L'opinione pubblica, avverte Ichino, è ormai «sensibilissima su questa materia». Se non altro, «per ragioni di equità prima ancora che di efficienza».
Ovviamente la disponibilità di Cgil, Cisl e Uil è invece giunta sulla riorganizzazione e semplificazione della PA a livello delle singole strutture, sulla base del memorandum sul lavoro pubblico siglato col Governo. In quel memorandum, infatti, come denunciavamo lo scorso gennaio, si prevede che la stessa riorganizzazione degli uffici sia oggetto di preventiva concertazione con i sindacati, legittimando di fatto una «cogestione sindacale dei poteri pubblici».
Non solo la mobilità e i controlli "qualità", ma anche l'affidamento e la rotazione delle funzioni dirigenziali. Tutto dev'essere concertato con i Sindacati. Ovvio che questi si mostrino ben disponibili su questo fronte: si aprono enormi possibilità di lottizzazione e occupazione di posti da parte delle varie sigle. Il risultato sarà l'accentuarsi in modo definitivo di quella tendenza, in verità già in atto nel pubblico impiego e negli enti parastatali, per cui progrediscono in carriera, per quote, i "protetti" dei vari partiti e sindacati, mentre l'etichetta del "fannullone" rischia di venire affibbiata agli elementi "scomodi", troppo indipendenti.
Un'amministrazione così gestita non potrebbe certo essere «imparziale» come la vorrebbe la Costituzione. Un dirigente le cui funzioni, mobilità e carriera dipendono dalla spinta di un partito o di un sindacato non potrebbe certo essere «al servizio esclusivo della Nazione». Un esercito di funzionari "promossi" dai Sindacati nelle contrattazioni è pronto a invadere l'amministrazione, che così occupata rimarrebbe leale a quelle organizzazioni anziché allo Stato, anche ostacolando e sabotando le politiche dei governi democraticamente eletti. Un pericolo concreto per la democrazia.
D'altra parte, la formula degli esodi incentivati, di un nuovo assunto ogni tre pensionati, non convince Pietro Ichino: «Incentivando ad andarsene gli anziani in quanto tali, si rischia che se ne vadano soltanto gli anziani migliori, quelli che trovano facilmente qualcun altro per cui lavorare. Che cosa trattiene il governo dal dirigere, invece, le proprie forbici verso i casi assolutamente indifendibili?»
Ichino rilancia la sua proposta: ciascuna amministrazione pubblica dovrebbe dotarsi di «un organo di valutazione (peraltro già previsto dalla legge Bassanini del 1999, per lo più disapplicata), garantito nella sua indipendenza e guidato sul piano tecnico da un'autorità indipendente centrale, capace di individuare subito almeno i casi più evidenti di nullafacenza individuale o di inefficienza e improduttività di un'intera struttura: quei molti casi clamorosi, sui quali non può esserci discussione». L'opinione pubblica, avverte Ichino, è ormai «sensibilissima su questa materia». Se non altro, «per ragioni di equità prima ancora che di efficienza».
Lettera aperta ai segretari di partito
E' on line il numero di questa settimana di LibMagazine. Ospita una lettera aperta di Daniele Capezzone ai segretari e ai leader politici: cosa intendono fare di fronte alla controriforma delle pensioni annunciata dal Governo Prodi, che rischia di tagliare fuori le nuove generazioni? Decidere.net offre l'occasione per esprimersi con chiarezza: una manifestazione nazionale, a Roma, per sabato 22 (dalle 16, a Piazza Fiume).
«... chi vi partecipa stando nell'opposizione, avrà il merito di farsi così portatore di una critica motivata, seria, proprio come fanno le minoranze nei paesi dell'Occidente avanzato, quando si preparano a tornare al Governo forti di controproposte articolate e comprensibili. Chi vi partecipa stando nella maggioranza avrà a sua volta il merito di proporre al Governo, alla vigilia della stesura della Legge Finanziaria, un problema grave e una soluzione molto diversa da quella prospettata e imposta dalle sinistre comuniste».
Tra gli altri contributi, questa settimana due interviste: a Giuliano Cazzola, su welfare e pensioni, e a un giovane ricercatore, sulle cellule staminali. Inoltre, un articolo di Stefano Magni sui "libertari e la guerra al terrorismo", la rubrica di Malvino, il "corsivo quotidiano" e "il chiodo", entrambe a firma Francesco Nardi. Buona lettura!
«... chi vi partecipa stando nell'opposizione, avrà il merito di farsi così portatore di una critica motivata, seria, proprio come fanno le minoranze nei paesi dell'Occidente avanzato, quando si preparano a tornare al Governo forti di controproposte articolate e comprensibili. Chi vi partecipa stando nella maggioranza avrà a sua volta il merito di proporre al Governo, alla vigilia della stesura della Legge Finanziaria, un problema grave e una soluzione molto diversa da quella prospettata e imposta dalle sinistre comuniste».
Tra gli altri contributi, questa settimana due interviste: a Giuliano Cazzola, su welfare e pensioni, e a un giovane ricercatore, sulle cellule staminali. Inoltre, un articolo di Stefano Magni sui "libertari e la guerra al terrorismo", la rubrica di Malvino, il "corsivo quotidiano" e "il chiodo", entrambe a firma Francesco Nardi. Buona lettura!
Monday, September 17, 2007
Tutti pazzi per Beppe Grillo
Sembrano tutti impazziti in questi giorni - giornali, tv, blog - di fronte agli strali di questo Savonarola del 2007. La maggior parte dei politici alza le barricate, qualcuno tenta goffamente di cavalcare l'onda, troppo anomala. Vi prego, non ci copriamoci di ridicolo, scomodando addirittura quella "gran" cosa che fu il fascismo. Non fraintendete: "grande" non perché le attribuisca qualcosa di buono, ma perché fu una cosa seria, che poggiava su basi solide.Dietro Grillo non c'è nulla, se non noia, ignoranza ed esasperazione. Né sorprende che questo nulla attragga una vecchia sinistra intrisa di moralismo, giacobinismo e invidia sociale. La nostra società "a coriandoli", come usa dire il sociologo De Rita, e l'impercettibile spessore culturale dello stesso Grillo, sono adeguati anticorpi contro una possibile deriva "fascista" di questa ondata.
Appena il comico ha annunciato sul suo blog che avrebbe distribuito "certificati di garanzia" ai meet-up che si fossero presentati alle elezioni comunali in liste civiche di incensurati e non iscritti ai partiti, metà del suo popolo gli ha già voltato le spalle. Gran parte di chi lo segue in piazza si accontenta di gridare qualche parolaccia - certamente più che meritata - all'indirizzo della nostra classe politica.
Dietro il "fenomeno Grillo" c'è un'ignoranza abissale, sua personale e di quanti lo seguono, mentre milioni di persone poco o per nulla istruite, schifate quanto lui e i suoi fanatici seguaci dalla nostra classe politica, conservano un innato buon senso. Non hanno bisogno di "vaffa" per dimostrare a loro stessi di esistere. Per intuito riconoscono le vie della democrazia e, pur non avendone consapevolezza, in fondo hanno il senso di ciò di cui il paese avrebbe bisogno. Grillo no. I suoi comizi restano nel seminterrato della satira. Finché fa il comico, le battute sui ministri - alcune indovinate, bisogna ammetterlo - possono bastare. Quando però si porta la gente in piazza e si annunciano liste elettorali, non bastano tre raccogliticce proposte di legge che persino uno studente di terza media avrebbe potuto buttare giù.
L'ineleggibilità dei condannati già c'è. Esiste nel nostro ordinamento una pena specifica che scatta automaticamente per certi reati e per altri è nella disponibilità del giudice (non ancora delle piazze, per fortuna) prescrivere: l'interdizione dai pubblici uffici, quindi l'impossibilità di candidarsi alle cariche elettive e amministrative.
Bandire i condannati dal Parlamento dopo il primo grado di giudizio è incostituzionale. Forma minima di garanzia dello stato di diritto è che ogni cittadino possa contare su più di un grado di giudizio, se non altro perché sbagliare è umano e la giustizia di cui stiamo parlando è drammaticamente quella amministrata dagli uomini. Proprio Grillo, così attento a denunciare tutto ciò che non funziona nel nostro paese, ripone nella pluricondannata in Europa giustizia italiana una tale fiducia da non sentire neanche il bisogno che intervenga un secondo grado di giudizio prima di condannare un cittadino a qualsivoglia pena?
L'ineleggibilità dopo il primo grado di giudizio esporrebbe inoltre il Parlamento, bene o male espressione della volontà popolare, a un improprio potere di ricatto da parte di un ordine indipendente e non elettivo: la magistratura. Ma anche se fossero dichiarati ineleggibili solo i condannati in appello e in terzo grado, e tra loro anche quelli che avessero scontato la pena, si finirebbe con l'attribuire ai Tribunali il potere di determinare l'elettorato passivo. Un po' troppo.
Anche la seconda proposta di Grillo, l'introduzione di un limite massimo di due mandati parlamentari, interverrebbe a limitare la sovranità degli elettori nel loro diritto a concedere e revocare il mandato parlamentare, effetto collaterale non trascurabile rispetto al beneficio di un maggiore ricambio degli eletti, ottenuto però con una forzatura sugli elettori.
Infine, Grillo propone di reintrodurre la preferenza sulla scheda elettorale. E qui siamo alla barzelletta. Se infatti le prime due proposte ridurrebbero in modo sostanziale la sovranità degli elettori, la terza riprodurrebbe esattamente il sistema che ha generato e alimentato la partitocrazia. Quale sistema ha permesso per due decenni il sacco dell'Italia, se non il proporzionale con le preferenze? Possibile che Grillo non ricordi? Il perché della sua smemoratezza è presto detto: provi pure, Grillo, a proporre alla sua gente il sistema elettorale e le riforme che sarebbero davvero la tomba dello strapotere dei partiti: l'uninominale secco sul 100% dei seggi e il presidenzialismo. Troppo simile all'odiata America, vero?
Eppure, con il proporzionale le oligarchie partitiche presentano le loro liste agli elettori, mentre con l'uninominale gli elettori eleggono un volto. Difficilmente passerebbe il volto di un corrotto (e, prim'ancora, difficilmente un partito lo presenterebbe, rischiando di perdere il seggio). Come ha spiegato Galli Della Loggia, gli eletti con suffragio personale diretto, «posti di fronte all'alternativa da un lato di obbedire ai principi ideali della propria originaria appartenenza politica, e dall'altro, invece, di dare voce comunque, anche a costo di mettere da parte quei principi, ai disagi della comunità che li ha eletti, per lo più non esitano a imboccare questa strada... l'elezione diretta con il maggioritario ha scardinato il rapporto tra il sindaco eletto e il suo partito o schieramento partitico di riferimento. Il sindaco è così divenuto politicamente e ideologicamente libero, e perciò responsabile in prima persona di fronte ai cittadini».
Di fronte al problema reale della mancanza di rinnovamento della classe politica, anziché sostenere meccanismi elettorali e riforme istituzionali che lo incoraggino, Grillo nella sua ignoranza avanza proposte non solo inutilmente moralistiche, ma persino controproducenti, lesive del carattere già poco democratico delle nostre istituzioni.
Perché, dunque, a dispetto di tale inconsistenza culturale e politica, tutta questa attenzione per il "fenomeno Grillo"? Perché siamo un paese annoiato, inconcludente. E allora, "nomen omen", ecco che inseguiamo ogni grillo che ci passa per la testa.
L'occasione, purtroppo, l'abbiamo buttata al vento e stiamo pagando le conseguenze del «grande errore». Così Angelo Panebianco ha definito «il mancato rinnovamento dello Stato negli anni Novanta».
Nei primi anni Novanta, con la fine della Guerra fredda e i conseguenti effetti dirompenti sulla politica italiana, si aprì una «finestra di opportunità» che non fummo capaci di sfruttare a fondo. Non ci fu il passaggio dalla Repubblica dei partiti allo Stato repubblicano. Cambiò il sistema elettorale, venne l'elezione diretta di sindaci e Presidenti di Regione. Ma non fu intaccata l'architettura complessiva. Non ci fu realmente una «Seconda Repubblica».
Giuliano Cazzola aderisce alla marcia del 22 settembre
«Appoggio completamente la manifestazione di Capezzone». Così, Giuliano Cazzola, ex sindacalista, uno dei maggiori esperti italiani di previdenza, e senior advisor del Centro studi Marco Biagi, in un'intervista rilasciata a DecidereRadio, la web-radio di Decidere.net. La trascrizione integrale dell'intervista sarà disponibile sul prossimo numero di LibMagazine, on line domani. La "Marcia per la tua pensione", promossa da Decidere.net per dare un futuro alle pensioni e per dire "no" alla controriforma recentemente annunciata dal governo, che taglia fuori le nuove generazioni, si terrà a Roma il 22 settembre, a partire dalle ore 16 a Piazza Fiume.
«Vorrei sottolineare un aspetto», ha tenuto a precisare Cazzola. L'onere finanziario della controriforma che propone il Governo, di 7,4 miliardi di euro, «è in parte compensato da un aumento dell'aliquota dei contributi sui lavoratori precari, per un totale di circa 3,6 miliardi di euro spalmati sui prossimi 10 anni». Così i lavoratori precari, dal 2007 al 2010, vedranno salire la loro aliquota contributiva fino al 26%.
«Pagare un'aliquota più alta significa acquisire maggiori diritti pensionistici in futuro, ma questi restano diritti, promesse», perché intanto questi soldi verranno usati per pagare le pensioni di oggi. «Il tutto poi per gli interessi di centomila, centoventimila lavoratori che sarebbero avvantaggiati nell'uscita anticipata dal mercato del lavoro, in cui già rivestono un posto sicuro».
«Vorrei sottolineare un aspetto», ha tenuto a precisare Cazzola. L'onere finanziario della controriforma che propone il Governo, di 7,4 miliardi di euro, «è in parte compensato da un aumento dell'aliquota dei contributi sui lavoratori precari, per un totale di circa 3,6 miliardi di euro spalmati sui prossimi 10 anni». Così i lavoratori precari, dal 2007 al 2010, vedranno salire la loro aliquota contributiva fino al 26%.
«Pagare un'aliquota più alta significa acquisire maggiori diritti pensionistici in futuro, ma questi restano diritti, promesse», perché intanto questi soldi verranno usati per pagare le pensioni di oggi. «Il tutto poi per gli interessi di centomila, centoventimila lavoratori che sarebbero avvantaggiati nell'uscita anticipata dal mercato del lavoro, in cui già rivestono un posto sicuro».
Saturday, September 15, 2007
Per un Partito democratico di conio liberale
Mai come in questi mesi e anni, forse, economisti e intellettuali ce la stanno mettendo tutta per far germogliare a sinistra una piantina liberale. Ce la stanno mettendo tutta Giavazzi e Alesina, con i loro editoriali e con il loro ultimo libro, "Il liberismo è di sinistra". Ce la sta mettendo tutta Michele Salvati, che dopo aver sostenuto la nascita del Partito democratico, adesso lo vuole anche di nuovo conio: liberale. Anzi, "per la rivoluzione liberale", è il titolo del suo ultimo pamphlet. Ne parlava ieri Dario Di Vico sul Corriere.
A partire dal metodo. La quota dei consensi che il Pd riuscirà a conquistare «non la si può decidere a tavolino», non risulterà dalla somma degli apparati di Ds e Margherita, ma dalla «capacità di individuare i temi giusti e le soluzioni più corrette, di essere elettoralmente competitivi». In Italia purtroppo è ancora diffusa la convinzione che per conquistare nuovi consensi si debbano stipulare alleanze, allargare le proprie coalizioni, subendo i ricatti dei piccoli partiti centristi che mirano alla palude o di quelli estremisti, con i quali è impossibile governare. Per aumentare i propri consensi, invece, ci vuole una proposta di governo competitiva, che convinca la parte pragmatica dell'elettorato. Purtroppo, questa corretta premessa incontra un forte limite nell'assenza di un sistema elettorale uninominale.
Salvati individua tre campi d'azione sui quali il Pd potrebbe adottare una visione liberale: meno tasse; il blairiano «tough on crime, tough on the causes of crime»; più flessibilità in uscita nel mercato del lavoro.
«L'attuale disegno dei trasferimenti e delle aliquote è mal fatto, non aiuta le persone in condizioni di reale bisogno, ha effetti redistributivi deboli, non di rado conseguenze inique e non diffonde tra i destinatari gli incentivi giusti». Ridurre la pressione fiscale di almeno due punti entro la fine della legislatura, non solo «è un obiettivo realistico ma è giustificabile sulla base dei valori che la sinistra sostiene».
Sulla sicurezza, a Salvati «dispiace di dover stabilire una relazione tra due problemi sostanzialmente diversi, l'immigrazione da una parte e la legalità dall'altra. Ma la connessione sta nella realtà oltre che nella percezione dei cittadini». Una sensazione tutt'altro che infondata, lette le «impressionanti statistiche sulla criminalità degli immigrati» recentemente pubblicate dal Ministero dell'Interno. La ricetta che propone Salvati è il blairiano «tough on crime, tough on the causes of crime».
«Guai - avverte Di Vico - se i nostri connazionali che abitano le periferie delle grandi città avvertono che le scuole sono peggiorate a causa dell'immigrazione, che lo stesso è avvenuto per le strutture sanitarie, che la concorrenza degli extracomunitari rende più difficile ottenere case a prezzi accessibili»... e posti negli asili, aggiungerei. Tutte situazioni molto reali, purtroppo.
Anche per quanto riguarda il mercato del lavoro, Salvati centra il problema: i costi della flessibilità a carico di pochi, troppo pochi, diventano insopportabili: «... la sinistra e il sindacato hanno concesso che la flessibilità richiesta dalle imprese si scaricasse tutta sui nuovi assunti, attraverso contratti con garanzie minori rispetto a quelli standard». Una sinistra riformista e liberale può accettare la perpetuazione di un doppio mercato del lavoro? Di continuare a iper-tutelare i fannulloni e a sprangare la porta d'accesso ai giovani?
Per Salvati il rimedio sta nel modello danese. In pratica, libertà di licenziamento: prevedere che l'ingresso avvenga con un contratto a tempo indeterminato, ma «il datore di lavoro non dev'essere frenato da vincoli legali e giudiziali che ne rendano la rescissione difficile o onerosa e dunque lo inducano ad adottare i contratti a tempo determinato».
Tutto condivisibile e molto liberale, ma chi dei leader del Pd è disposto a rischiare in proprio per un partito di un simile conio?
A partire dal metodo. La quota dei consensi che il Pd riuscirà a conquistare «non la si può decidere a tavolino», non risulterà dalla somma degli apparati di Ds e Margherita, ma dalla «capacità di individuare i temi giusti e le soluzioni più corrette, di essere elettoralmente competitivi». In Italia purtroppo è ancora diffusa la convinzione che per conquistare nuovi consensi si debbano stipulare alleanze, allargare le proprie coalizioni, subendo i ricatti dei piccoli partiti centristi che mirano alla palude o di quelli estremisti, con i quali è impossibile governare. Per aumentare i propri consensi, invece, ci vuole una proposta di governo competitiva, che convinca la parte pragmatica dell'elettorato. Purtroppo, questa corretta premessa incontra un forte limite nell'assenza di un sistema elettorale uninominale.
Salvati individua tre campi d'azione sui quali il Pd potrebbe adottare una visione liberale: meno tasse; il blairiano «tough on crime, tough on the causes of crime»; più flessibilità in uscita nel mercato del lavoro.
«L'attuale disegno dei trasferimenti e delle aliquote è mal fatto, non aiuta le persone in condizioni di reale bisogno, ha effetti redistributivi deboli, non di rado conseguenze inique e non diffonde tra i destinatari gli incentivi giusti». Ridurre la pressione fiscale di almeno due punti entro la fine della legislatura, non solo «è un obiettivo realistico ma è giustificabile sulla base dei valori che la sinistra sostiene».
Sulla sicurezza, a Salvati «dispiace di dover stabilire una relazione tra due problemi sostanzialmente diversi, l'immigrazione da una parte e la legalità dall'altra. Ma la connessione sta nella realtà oltre che nella percezione dei cittadini». Una sensazione tutt'altro che infondata, lette le «impressionanti statistiche sulla criminalità degli immigrati» recentemente pubblicate dal Ministero dell'Interno. La ricetta che propone Salvati è il blairiano «tough on crime, tough on the causes of crime».
«Guai - avverte Di Vico - se i nostri connazionali che abitano le periferie delle grandi città avvertono che le scuole sono peggiorate a causa dell'immigrazione, che lo stesso è avvenuto per le strutture sanitarie, che la concorrenza degli extracomunitari rende più difficile ottenere case a prezzi accessibili»... e posti negli asili, aggiungerei. Tutte situazioni molto reali, purtroppo.
Anche per quanto riguarda il mercato del lavoro, Salvati centra il problema: i costi della flessibilità a carico di pochi, troppo pochi, diventano insopportabili: «... la sinistra e il sindacato hanno concesso che la flessibilità richiesta dalle imprese si scaricasse tutta sui nuovi assunti, attraverso contratti con garanzie minori rispetto a quelli standard». Una sinistra riformista e liberale può accettare la perpetuazione di un doppio mercato del lavoro? Di continuare a iper-tutelare i fannulloni e a sprangare la porta d'accesso ai giovani?
Per Salvati il rimedio sta nel modello danese. In pratica, libertà di licenziamento: prevedere che l'ingresso avvenga con un contratto a tempo indeterminato, ma «il datore di lavoro non dev'essere frenato da vincoli legali e giudiziali che ne rendano la rescissione difficile o onerosa e dunque lo inducano ad adottare i contratti a tempo determinato».
Tutto condivisibile e molto liberale, ma chi dei leader del Pd è disposto a rischiare in proprio per un partito di un simile conio?
Friday, September 14, 2007
L'Europa ha in mano la questione iraniana
L'Unione europea giocherà probabilmente un ruolo determinante sul nucleare iraniano. Ci sono paesi - come gli Stati Uniti, Israele, la Gran Bretagna - per i quali una bomba atomica in mano agli ayatollah è inaccettabile.
Il Consiglio di sicurezza dell'Onu è reso impotente dai veti di Russia e Cina. L'unica possibilità di evitare un'azione di forza, o addirittura una guerra, consiste nel varare un sistema di sanzioni americano ed europeo che metta in ginocchio il regime iraniano fino a farlo a cadere o almeno a costringerlo a rinunciare alla bomba. L'Europa ha bisogno del petrolio e del gas iraniano, ma ancora di più Teheran ha bisogno delle forniture, della tecnologia e del materiale industriale europeo.
L'Europa si trova quindi di fronte a un bivio: seguire gli Stati Uniti sulla strada delle sanzioni unilaterali, offrendo così almeno una chance alla politica per fermare la corsa atomica dei mullah; oppure ostinarsi a far finta di niente, a nascondersi dietro l'ignavia dell'Onu, rendendo praticamente certa un'azione militare. Sarkozy si rende conto che le uniche alternative alle sanzioni europee sono entrambe inaccettabili: la bomba iraniana o il bombardamento dell'Iran.
Il presidente francese ha ribadito di considerare l'atomica iraniana «la più grave minaccia che pesa sull'ordine internazionale». Molto discretamente, la Francia sta quindi cercando di convincere i partner dell'Ue a istituire un meccanismo di sanzioni al di fuori dell'Onu contro Teheran analogo a quello americano. «Pur continuando ufficialmente a "preferire" una risoluzione del Consiglio di sicurezza, se i Ventisette non vorranno agire senza le Nazioni Unite, Parigi è pronta a costituire una "coalition of the willing" euro-americana per sanzionare il regime iraniano», si legge oggi su Il Foglio.
La Gran Bretagna e la Francia sono determinate a procedere anche senza l'Onu per tentare di scongiurare gli scenari peggiori. Per l'Italia e la Spagna l'unico scenario davvero inaccettabile sembra quello delle sanzioni, che danneggerebbe Eni e Repsol. La bomba iraniana non fa certo piacere, ma non sarebbe una catastrofe. Sanno benissimo che Stati Uniti e Israele si prenderanno comunque la responsabilità di un attacco. E in quel caso saranno pronte anche a fare la "bella figura" di condannarlo. Il Governo tedesco è diviso tra la Merkel e il socialdemocratico Steinmeir.
Il Consiglio di sicurezza dell'Onu è reso impotente dai veti di Russia e Cina. L'unica possibilità di evitare un'azione di forza, o addirittura una guerra, consiste nel varare un sistema di sanzioni americano ed europeo che metta in ginocchio il regime iraniano fino a farlo a cadere o almeno a costringerlo a rinunciare alla bomba. L'Europa ha bisogno del petrolio e del gas iraniano, ma ancora di più Teheran ha bisogno delle forniture, della tecnologia e del materiale industriale europeo.
L'Europa si trova quindi di fronte a un bivio: seguire gli Stati Uniti sulla strada delle sanzioni unilaterali, offrendo così almeno una chance alla politica per fermare la corsa atomica dei mullah; oppure ostinarsi a far finta di niente, a nascondersi dietro l'ignavia dell'Onu, rendendo praticamente certa un'azione militare. Sarkozy si rende conto che le uniche alternative alle sanzioni europee sono entrambe inaccettabili: la bomba iraniana o il bombardamento dell'Iran.
Il presidente francese ha ribadito di considerare l'atomica iraniana «la più grave minaccia che pesa sull'ordine internazionale». Molto discretamente, la Francia sta quindi cercando di convincere i partner dell'Ue a istituire un meccanismo di sanzioni al di fuori dell'Onu contro Teheran analogo a quello americano. «Pur continuando ufficialmente a "preferire" una risoluzione del Consiglio di sicurezza, se i Ventisette non vorranno agire senza le Nazioni Unite, Parigi è pronta a costituire una "coalition of the willing" euro-americana per sanzionare il regime iraniano», si legge oggi su Il Foglio.
La Gran Bretagna e la Francia sono determinate a procedere anche senza l'Onu per tentare di scongiurare gli scenari peggiori. Per l'Italia e la Spagna l'unico scenario davvero inaccettabile sembra quello delle sanzioni, che danneggerebbe Eni e Repsol. La bomba iraniana non fa certo piacere, ma non sarebbe una catastrofe. Sanno benissimo che Stati Uniti e Israele si prenderanno comunque la responsabilità di un attacco. E in quel caso saranno pronte anche a fare la "bella figura" di condannarlo. Il Governo tedesco è diviso tra la Merkel e il socialdemocratico Steinmeir.
La forzatura della fede
Anche se in «stato vegetativo permanente», il paziente è pur sempre una «persona, con la sua dignità umana fondamentale». Come non condividere questa premessa della Congregazione per la Dottrina della Fede?
Ebbene, è così forte il rispetto dei vescovi per la dignità della persona da indurli a stabilire che «la somministrazione di acqua e cibo, anche quando avvenisse per vie artificiali, rappresenta sempre un mezzo naturale di conservazione della vita e non un trattamento terapeutico... Il suo uso - conclude la Congregazione - sarà quindi da considerarsi ordinario e proporzionato, anche quando lo stato vegetativo si prolunghi». Tale somministrazione, spiega il dicastero vaticano, «è quindi moralmente obbligatoria». Dobbiamo quindi concludere che anche lasciar morire una pianta diventerà presto una violazione dei diritti umani?
Talmente alto il rispetto della dignità della persona, che la persona viene spogliata del diritto di decidere se il mezzo artificiale sia ordinario o sproporzionato per la conservazione della propria esistenza. Insomma, della dignità umana fa parte il dover essere nutriti e idratati, ma non l'autodeterminazione, il poter decidere della propria vita (e morte).
Ora, i casi sono due. Proprio in ragione del fatto che siamo di fronte a un essere umano, se sono note e ragionevolmente accertabili le volontà espresse in piena coscienza dal paziente sul da farsi nel caso in cui si trovasse in uno stato vegetativo, bisognerebbe eseguire quelle volontà; nel tragico caso in cui queste non fossero note, sarebbe sempre meglio che decidano i famigliari, o una persona cara, piuttosto che degli estranei in tonaca e orologi d'oro massiccio.
Ebbene, è così forte il rispetto dei vescovi per la dignità della persona da indurli a stabilire che «la somministrazione di acqua e cibo, anche quando avvenisse per vie artificiali, rappresenta sempre un mezzo naturale di conservazione della vita e non un trattamento terapeutico... Il suo uso - conclude la Congregazione - sarà quindi da considerarsi ordinario e proporzionato, anche quando lo stato vegetativo si prolunghi». Tale somministrazione, spiega il dicastero vaticano, «è quindi moralmente obbligatoria». Dobbiamo quindi concludere che anche lasciar morire una pianta diventerà presto una violazione dei diritti umani?
Talmente alto il rispetto della dignità della persona, che la persona viene spogliata del diritto di decidere se il mezzo artificiale sia ordinario o sproporzionato per la conservazione della propria esistenza. Insomma, della dignità umana fa parte il dover essere nutriti e idratati, ma non l'autodeterminazione, il poter decidere della propria vita (e morte).
Ora, i casi sono due. Proprio in ragione del fatto che siamo di fronte a un essere umano, se sono note e ragionevolmente accertabili le volontà espresse in piena coscienza dal paziente sul da farsi nel caso in cui si trovasse in uno stato vegetativo, bisognerebbe eseguire quelle volontà; nel tragico caso in cui queste non fossero note, sarebbe sempre meglio che decidano i famigliari, o una persona cara, piuttosto che degli estranei in tonaca e orologi d'oro massiccio.
Thursday, September 13, 2007
Università. Privatizzare è l'unica via per qualità ed equità
Rispetto allo scandalo dei test di ammissione alla Facoltà di Medicina di Bari truccati, il riflesso del ministro Mussi e, purtroppo, di molte liste partitiche di studenti universitari (di destra e di sinistra) è stato quello di chiedere l'abolizione del numero chiuso.
Carlo Lottieri, invece, su Il Tempo, rilancia l'unico rimedio praticabile nei confronti di «questo pezzo di para-Stato che giorno dopo giorno decade sempre più». Poiché «le ragioni del disastro sono evidenti e possono essere riassunte nel fatto che l'università italiana è un universo "fuori mercato"», bisogna privatizzare, privatizzare, privatizzare.
Un'università statale, burocratica e corrotta è comunque preferibile ad una università privata, aperta solo ai "ricchi"? E' discutibile, ma è falso «che un sistema d'alta istruzione sottratto al monopolio pubblico (perché, in Italia, università autenticamente private in realtà non ce ne sono) negherebbe spazio a chi è senza soldi». Già oggi l'università pubblica ha dei costi esorbitanti anche se non percepiti, perché ricadono su tutti i contribuenti, di ogni reddito.
Inoltre, la sua inefficienza e la scarsa qualità dell'insegnamento non ripagano dell'investimento iniziale (in termini, per esempio, di primo impiego), soprattutto i ragazzi meno abbienti. In secondo luogo, liberando risorse statali gettate a piogga su istituti improduttivi si possono immaginare ampi programmi per aiutare i meritevoli e bisognosi con borse di studio e prestiti d'onore.
Carlo Lottieri, invece, su Il Tempo, rilancia l'unico rimedio praticabile nei confronti di «questo pezzo di para-Stato che giorno dopo giorno decade sempre più». Poiché «le ragioni del disastro sono evidenti e possono essere riassunte nel fatto che l'università italiana è un universo "fuori mercato"», bisogna privatizzare, privatizzare, privatizzare.
«Si diventa docenti grazie a un concorso pubblico e da quel momento in poi non si corre più il minimo rischio di perdere il posto. Per giunta, all'origine delle progressioni di carriera non vi è la qualità dell'insegnamento e della ricerca, ma un barocco sistema di alleanze e accordi tra "baroni" della disciplina... È necessario che quanti lavorano in università siano motivati a mettersi al servizio degli studenti, che oggi contano ben poco e non di rado si accontentano di un ruolo marginale negli organismi elettivi... In un quadro di università private e in concorrenza, nessuno venderebbe la possibilità di accedere a questa o quella facoltà, perché il prestigio delle diverse facoltà poggerebbe proprio sulla serietà dei corsi, sulla qualità di docenti e studenti, sull'efficacia dei percorsi formativi. In America, dove il sistema universitario ha una componente privata rilevante, le università fanno tutto il possibile per attrarre candidati brillanti e intelligenti. Così, se si venisse a sapere che a Harvard qualcuno ha venduto l'accesso ai suoi insegnamenti, l'intero prestigio di quell'istituzione ne risentirebbe (e i danni sarebbero incalcolabili)».Tuttavia, liberalizzare l'università, avverte giustamente Lottieri, non basta. Occorre allo stesso tempo liberalizzare l'intera società. «È assurdo... che oggi il numero chiuso venga usato per limitare l'accesso a questa o quella professione particolarmente redditizia...». Se, infatti, è «molto ragionevole che un'università introduca il "numero chiuso" e cerchi di selezionare i migliori studenti, è però egualmente vero che si deve permettere a chiunque voglia aprire una facoltà di odontoiatria di farlo, perché diversamente siamo di fronte ad un sistema che usa i test d'accesso solo per difendere i redditi di una corporazione».
Un'università statale, burocratica e corrotta è comunque preferibile ad una università privata, aperta solo ai "ricchi"? E' discutibile, ma è falso «che un sistema d'alta istruzione sottratto al monopolio pubblico (perché, in Italia, università autenticamente private in realtà non ce ne sono) negherebbe spazio a chi è senza soldi». Già oggi l'università pubblica ha dei costi esorbitanti anche se non percepiti, perché ricadono su tutti i contribuenti, di ogni reddito.
Inoltre, la sua inefficienza e la scarsa qualità dell'insegnamento non ripagano dell'investimento iniziale (in termini, per esempio, di primo impiego), soprattutto i ragazzi meno abbienti. In secondo luogo, liberando risorse statali gettate a piogga su istituti improduttivi si possono immaginare ampi programmi per aiutare i meritevoli e bisognosi con borse di studio e prestiti d'onore.
Putin prepara una presidenza di "congiunzione"
«Siamo tutti esseri umani con i propri piani e visione del futuro. Ovviamente è difficile concentrarsi. Voglio dire che ognuno sentirà una certa incertezza in merito a quanto accadrà in futuro, al sistema di potere e al ruolo del Paese dopo le elezioni». Il presidente russo Putin la chiama «incertezza» e la tinge di umanità, ma non vorremmo che a cose fatte, tra qualche anno, la si debba chiamare in altro modo. La sostituzione del primo ministro Fradkov, alla guida dell'esecutivo dal marzo 2004, con Viktor Subkov, fedelissimo di Putin e cacciatore di oligarchi, apre la lunga fase di transizione che vedrà i russi tornare alle urne il 2 dicembre, per il rinnovo dei 450 deputati della Duma, e nel marzo 2008 per eleggere il nuovo presidente, che secondo l'attuale costituzione non potrà essere di nuovo Putin, giunto al termine del secondo mandato.Facile pronosticare che il partito del presidente, Russia Unita, si aggiudicherà la maggioranza dei seggi, seguito dai nuovi partiti "approvati" del Cremlino. Il siluramento dell'attuale governo di Fradkov era stato previsto dagli osservatori, rimasti sorpresi invece per l'emergere di un nome vecchio, emerso da dietro le quinte: quello del nuovo primo ministro Subkov, un altro probabile candidato alla successione del presidente, forse proprio quello su cui punterà Putin. «Se riesco a concludere qualcosa come premier, non escludo questa ipotesi», ha dichiarato Subkov.
Ratificata la nomina, il nuovo premier si prepara a licenziare il ministro dell'Economia, il riformista German Gref. Un altro atto della lotta tutta interna al potere russo tra i riformisti dei ministeri economici e i siloviki, che detengono il potere dei "ministeri della forza".
Rispetto ai candidati più noti, i due vice primi ministri Sergej Ivanov e Dmitrij Medvedev, Zubkov (66 anni) è una personalità ancora meno autonoma e meno forte. Una presidenza "debole", di transizione (o, meglio, di "congiunzione"), di ordinaria amministrazione, rassicurante agli occhi dell'opinione pubblica, potrebbe fare al caso di Putin, se il presidente uscente avesse intenzione di riprendersi il Cremlino tra due o tre anni, magari ricorrendo a elezioni presidenziali anticipate.
Impossibile prevedere cosa abbia in mente il presidente russo, ma un'ipotesi possiamo azzardarla. Potrebbe preparare il terreno per il suo ritorno al potere, allestendo una campagna elettorale che veda come concorrenti una serie di candidati uno più dell'altro a lui fedeli, evitando così che uno in particolare di essi ottenga un consenso e una legittimazione popolare tali da presentarsi come nuovo leader in grado, con la sua elezione, di aprire una pagina nuova che possa in qualche modo oscurare la figura di Putin.
Se l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder – oggi per volontà di Putin a capo di una società che ha il compito di costruire il gasdotto del Mar Baltico fra Russia e Germania, aggirando la Polonia e le Repubbliche baltiche – riconosce al presidente russo di aver portato la Federazione «sulla strada della stabilità e dell'affidabilità», non manca chi di Putin non si fida affatto.
«Purtroppo la Russia sta mostrando segni di ripiegamento nell'autoritarismo, nel dispotismo», avverte l'ex commissario europeo alle relazioni esterne Chris Patten. Ricordiamo i recenti gesti del Cremlino ostili nei confronti dell'Occidente: dalla questione dello "scudo antimissile" americano in Europa orientale, alla possibilità evocata dallo stesso Putin che i missili nucleari russi tornino a essere puntati contro città e obiettivi militari europei; dal giallo in Georgia, dove un aereo russo avrebbe sganciato una bomba poi rimasta inesplosa, alle manovre militari coordinate con la Cina; dalla rivendicazione del fondale marino del Polo Nord ai due nuovi missili a lunga gittata "Bulava M" testati dalla flotta russa all'inizio del mese, fino alla ripresa delle ricognizioni permanenti a lungo raggio dei bombardieri strategici. Per non parlare del sistematico uso dell'arma energetica, dell'assistenza e delle forniture di tecnologie nucleari all'Iran, e degli oscuri e inquietanti casi Politovskaja e Litvinenko. E in questi giorni le autorità militari hanno reso noto di aver testato con successo una bomba convenzionale definita come «la più potente del mondo», in grado di sprigionare un'esplosione pari a quella prodotta da un ordigno nucleare.
Ma l'Europa non deve avere paura della Russia: «Dobbiamo resistere alla sua brama di riallargare la sfera di influenza su Georgia e Ucraina. E poi la Russia da qui a vent'anni non sarà più così potente». Cederà il passo a Cina e India. Molta della forza di Putin sull'Europa, spiega Patten, deriva dalla nostra incapacità a elaborare politiche comuni in settori strategici come l'energia. «Se è mancato un coordinamento europeo di fronte alla sfida energetica della Russia, la colpa non è nostra, ma di Francia, Germania e Italia che difendono i loro campioni nazionali, come Gdf Suez e Eni».
La cultura trasversale della spesa pubblica
La Germania ha ridotto la spesa pubblica dal 48,5% al 44,7% del Pil in quattro anni. Angela Merkel ha fissato l'obiettivo di un ulteriore taglio al 42,5% nel 2009. «Il confronto con il nostro Libro Verde sulla spesa pubblica è stridente». Ne parla Roberto Perotti oggi sul Sole 24 Ore. Si occupa di sanità, giustizia, università, enti locali e impiego pubblico, ma «senza alcun esame specifico dei complicatissimi meccanismi di spesa di alcun settore».
Allora, propone Perotti, sarebbe più utile un «Libro Rosso», che tenti «la difficile analisi dell'incidenza per classi di reddito e tipologie famigliari dei vari tipi di spesa pubblica, e dimostri analiticamente che quando i Policlinici vanno a rotoli chi ci va di mezzo sono le classi meno difese».
«... il Libro Verde si guarda bene dall'affrontare come sia possibile che i Policlinici si riducano nelle condizioni recentemente messe in evidenza dalle inchieste giornalistiche, senza che nessuno paghi e nessuno intervenga. Un altro libro di 500 pagine dovrebbe poi spiegarci come sia possibile che nell'università italiana, nonostante i finanziamenti siano pari a quelli britannici e gli stipendi spesso superiori, la maggior parte dei professori ordinari non abbia mai pubblicato un lavoro scientifico rilevante, e certe facoltà siano colonizzate da poche dinastie famigliari, senza che nessuno paghi e nessuno intervenga. Altre 500 pagine servirebbero per spiegarci come sia possibile che in media una causa di inadempimento contrattuale richieda sei volte più che in Svezia, nonostante i fondi disponibili e il personale della giustizia italiana siano pari o superiori a quelli di molti altri Paesi, senza che nessuno paghi e nessuno intervenga. E così via».Il Libro Verde inoltre non suggerisce nessun correttivo al problema «fondamentale: l'asimmetria tra autonomia di spesa e finanziamenti statali» certi. Ma ce n'è uno «più profondo», culturale: «... grazie all'influenza congiunta delle tre culture dominanti nel nostro Paese - quella cattolica, quella marxista e quella semplicemente clientelare (dove le prime due spesso funzionano da alibi per la terza) - anche per molte persone perfettamente bene intenzionate qualsiasi taglio di spesa è un'operazione di "macelleria sociale". Ma è un problema culturale trasversale: anche il precedente governo, eccetto per la riforma Maroni, non ha fatto niente per tagliare la spesa pubblica, anzi è stato molto prodigo in più occasioni».
Allora, propone Perotti, sarebbe più utile un «Libro Rosso», che tenti «la difficile analisi dell'incidenza per classi di reddito e tipologie famigliari dei vari tipi di spesa pubblica, e dimostri analiticamente che quando i Policlinici vanno a rotoli chi ci va di mezzo sono le classi meno difese».
La solita contraddizione del Pd
«Veltroni ha parlato della necessità di tagliare il numero dei parlamentari, ipotesi al momento piuttosto astratta. Ci sarebbe in realtà una strada più rapida per mandare un segnale agli italiani: la drastica riduzione del numero dei ministri, in linea conia riforma Bassanini mai così disattesa... Ma il candidato leader evita di imboccare tale sentiero. Ne vede di certo i rischi destabilizzanti per Prodi. E qui ci si impiglia nella solita contraddizione. Il Pd deve sostenere l'esecutivo, ma tale sostegno appanna l'identità del partito e gli impedisce di esprimere qualche idea innovativa. Alla lunga l'ambiguità non regge».
(Stefano Folli, Il Sole 24 Ore)
Non basta Veltroni a far dimenticare Prodi. O il candidato leader e il nuovo partito rompono con l'attuale esperienza di governo, o non verranno percepiti come innovatori credibili.
(Stefano Folli, Il Sole 24 Ore)
Non basta Veltroni a far dimenticare Prodi. O il candidato leader e il nuovo partito rompono con l'attuale esperienza di governo, o non verranno percepiti come innovatori credibili.
Wednesday, September 12, 2007
L'affaire Petroni e il ministro pirata
La Commissione parlamentare di Vigilanza Rai si è riunita il 5 e il 6 settembre per affrontare il tema della sostituzione del consigliere del CdA Rai Antonio Maria Petroni, che di lì a poco sarebbe stata deliberata dall'assemblea dei soci su richiesta del ministro Padoa-Schioppa. Al suo posto, Fabiano Fabiani, ex dirigente Iri. Ma ripercorriamo brevemente le tappe di questa vicenda che magari non tutti hanno potuto seguire.
L'attuale CdA Rai è stato nominato nel 2005 quando in maggioranza, in Parlamento, era il centrodestra e al governo Berlusconi. Petruccioli (dei Ds) come presidente "di garanzia" e maggioranza del CdA in quota centrodestra. La sostituzione del consigliere Petroni è quindi particolarmente delicata, perché modifica gli equilibri politici interni al CdA. La stessa parte politica esprimerebbe presidenza e maggioranza del CdA. Naturalmente, l'opposizione parla di occupazione dell'azienda pubblica, mentre per il governo e il centrosinistra si tratta di garantire il regolare funzionamento del CdA.
Tutto inizia l'11 maggio scorso, quando per uscire da una situazione di "impasse" del vertice Rai il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa comunica che si è interrotto il rapporto di fiducia con Petroni e chiede la convocazione dell'assemblea dei soci per la revoca del suo mandato di consigliere in CdA. Il 16 maggio la Commissione di Vigilanza rivendica il suo ruolo e minaccia il ricorso alla Consulta, ma Padoa-Schioppa non desiste.
Il 7 giugno la III sezione del Tar del Lazio accoglie il ricorso presentato nel frattempo da Petroni e sospende le procedure di revoca. Il 4 luglio il Governo dà mandato all'Avvocatura dello Stato di impugnare di fronte al Consiglio di Stato la decisione del Tar, per sbloccare le procedure di revoca del consigliere Petroni.
L'1 agosto la IV sezione del Consiglio di Stato accoglie il ricorso, dando il via libera alla convocazione dell'assemblea dei soci Rai che dovrebbe deliberare la revoca del consigliere. A questo punto, dopo più di un braccio di ferro in CdA tra i consiglieri in quota alla maggioranza e quelli in quota all'opposizione, il collegio dei sindaci convoca l'assemblea dei soci per il 10 e 11 settembre.
Nel frattempo il presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Mario Landolfi, il 23 agosto convoca il ministro Padoa-Schioppa in Commissione per il 6 settembre. Tuttavia, il ministro si rende disponibile a intervenire solo dopo il 10 settembre, fuori tempo utile però perché la Commissione possa discutere del caso, la cui decisione finale è prevista appunto proprio per il 10, giorno in cui è convocata l'assemblea dei soci.
L'assenza del ministro Padoa-Schioppa ha evidentemente a che fare con l'interpretazione della normativa su chi abbia il potere di revoca di un consigliere del CdA Rai. Il sospetto, fondato, dei commissari dell'opposizione è che il ministro si sia sottratto alla Commissione per non riconoscere ad essa il potere di indirizzo: il governo può procedere autonomamente alla sostituzione di un consigliere del CdA Rai, oppure il Parlamento, attraverso la Commissione di Vigilanza, deve dettare al governo la linea da adottare nell'assemblea dei soci?
Insomma, se proprio il centrosinistra vuole sostituire Petroni, con un'azione politicamente discutibile, e assicurarsi la maggioranza in CdA, dovrebbe per lo meno passare per il Parlamento, e la Commissione di Vigilanza, non passare per la scorciatoia del ministro dell'Economia.
Vedremo come andrà a finire. Certo è che la disinvoltura del ministro Padoa-Schioppa nei rapporti con il Parlamento e il recente brutto pasticcio combinato sull'affaire riguardante il generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale non depongono a favore di un ministro che dimostra sempre più di muoversi al confine delle regole.
L'attuale CdA Rai è stato nominato nel 2005 quando in maggioranza, in Parlamento, era il centrodestra e al governo Berlusconi. Petruccioli (dei Ds) come presidente "di garanzia" e maggioranza del CdA in quota centrodestra. La sostituzione del consigliere Petroni è quindi particolarmente delicata, perché modifica gli equilibri politici interni al CdA. La stessa parte politica esprimerebbe presidenza e maggioranza del CdA. Naturalmente, l'opposizione parla di occupazione dell'azienda pubblica, mentre per il governo e il centrosinistra si tratta di garantire il regolare funzionamento del CdA.
Tutto inizia l'11 maggio scorso, quando per uscire da una situazione di "impasse" del vertice Rai il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa comunica che si è interrotto il rapporto di fiducia con Petroni e chiede la convocazione dell'assemblea dei soci per la revoca del suo mandato di consigliere in CdA. Il 16 maggio la Commissione di Vigilanza rivendica il suo ruolo e minaccia il ricorso alla Consulta, ma Padoa-Schioppa non desiste.
Il 7 giugno la III sezione del Tar del Lazio accoglie il ricorso presentato nel frattempo da Petroni e sospende le procedure di revoca. Il 4 luglio il Governo dà mandato all'Avvocatura dello Stato di impugnare di fronte al Consiglio di Stato la decisione del Tar, per sbloccare le procedure di revoca del consigliere Petroni.
L'1 agosto la IV sezione del Consiglio di Stato accoglie il ricorso, dando il via libera alla convocazione dell'assemblea dei soci Rai che dovrebbe deliberare la revoca del consigliere. A questo punto, dopo più di un braccio di ferro in CdA tra i consiglieri in quota alla maggioranza e quelli in quota all'opposizione, il collegio dei sindaci convoca l'assemblea dei soci per il 10 e 11 settembre.
Nel frattempo il presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Mario Landolfi, il 23 agosto convoca il ministro Padoa-Schioppa in Commissione per il 6 settembre. Tuttavia, il ministro si rende disponibile a intervenire solo dopo il 10 settembre, fuori tempo utile però perché la Commissione possa discutere del caso, la cui decisione finale è prevista appunto proprio per il 10, giorno in cui è convocata l'assemblea dei soci.
L'assenza del ministro Padoa-Schioppa ha evidentemente a che fare con l'interpretazione della normativa su chi abbia il potere di revoca di un consigliere del CdA Rai. Il sospetto, fondato, dei commissari dell'opposizione è che il ministro si sia sottratto alla Commissione per non riconoscere ad essa il potere di indirizzo: il governo può procedere autonomamente alla sostituzione di un consigliere del CdA Rai, oppure il Parlamento, attraverso la Commissione di Vigilanza, deve dettare al governo la linea da adottare nell'assemblea dei soci?
Insomma, se proprio il centrosinistra vuole sostituire Petroni, con un'azione politicamente discutibile, e assicurarsi la maggioranza in CdA, dovrebbe per lo meno passare per il Parlamento, e la Commissione di Vigilanza, non passare per la scorciatoia del ministro dell'Economia.
Vedremo come andrà a finire. Certo è che la disinvoltura del ministro Padoa-Schioppa nei rapporti con il Parlamento e il recente brutto pasticcio combinato sull'affaire riguardante il generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale non depongono a favore di un ministro che dimostra sempre più di muoversi al confine delle regole.
Sarkozy per una nuova Pac
Se non avessero voluto a tutti i costi vedere in Sarkozy l'uomo nero, la minaccia letale per l'Europa, i radicali Pannella e Bonino avrebbero potuto serenamente compiacersi delle parole di ieri del presidente francese, che finalmente ha espresso il parere favorevole della Francia a rivedere una delle politiche europee più infauste: la politica agricola comune (Pac).
Sarkozy vorrebbe avviare una nuova politica comune «per costruire un'agricoltura di primo piano in Francia ed in Europa» e il periodo di presidenza francese dell'Ue, nella seconda metà dell'anno prossimo, sarebbe l'occasione propizia. Non ha intenzione «di abbandonare gli agricoltori che non vogliono essere assistiti», o «vivere di sovvenzioni». Ma appunto, basta assistiti e sovvenzioni. La Pac così com'è non può «rispondere alle sfide del dopo 2013. Tutti lo sanno ma nessuno lo dice».
Anche dal punto di vista ambientale, il presidente francese ha ricordato la necessità di ridurre il ricorso a concimi e pesticidi, auspicando invece un largo uso delle biomasse per una maggior autonomia energetica e una più ampia ricerca nel settore dell'alimentazione, dalla chimica verde e alle biotecnologie.
Sarkozy vorrebbe avviare una nuova politica comune «per costruire un'agricoltura di primo piano in Francia ed in Europa» e il periodo di presidenza francese dell'Ue, nella seconda metà dell'anno prossimo, sarebbe l'occasione propizia. Non ha intenzione «di abbandonare gli agricoltori che non vogliono essere assistiti», o «vivere di sovvenzioni». Ma appunto, basta assistiti e sovvenzioni. La Pac così com'è non può «rispondere alle sfide del dopo 2013. Tutti lo sanno ma nessuno lo dice».
Anche dal punto di vista ambientale, il presidente francese ha ricordato la necessità di ridurre il ricorso a concimi e pesticidi, auspicando invece un largo uso delle biomasse per una maggior autonomia energetica e una più ampia ricerca nel settore dell'alimentazione, dalla chimica verde e alle biotecnologie.
Bruxelles troppo simile a Mosca
E' vero, eravamo distratti, ma qualche parola per Borghezio la vogliamo spendere. A volte Bruxelles ci sembra troppo simile a Mosca. Viene alla mente cosa accadde al radicale Marco Cappato mentre cercava con altri manifestanti di consegnare una lettera al sindaco di Mosca che aveva vietato il Gay Pride. Non è poi così diverso da quanto accaduto l'altro giorno all'eurodeputato leghista. Al di là del merito delle due proteste, le manifestazioni dovevano essere autorizzate e, comunque, i due eurodeputati non dovevano essere arrestati dalla polizia. Non sono certo condivisibili certi toni e derive xenofobe cui questo tipo di manifestazioni danno sfogo, ma è anche vero, come spiega bene oggi Giordano Bruno Guerri su il Giornale, che i pericoli dell'"islamizzazione" dell'Europa non sono del tutto privi di fondamento.
Sarà possibile esprimere pubblicamente queste preoccupazioni? In che tempi viviamo? Qual è la salute dell'Europa?
Sarà possibile esprimere pubblicamente queste preoccupazioni? In che tempi viviamo? Qual è la salute dell'Europa?
Tuesday, September 11, 2007
Sei anni dall'11 settembre. Qualcosa è cambiato
Sono trascorsi sei anni dagli attacchi dell'11 settembre 2001. "Il mondo – molti dissero allora – non sarà mai più lo stesso". Di sicuro è cambiato il segno dell'amministrazione che da neanche un anno si era insediata alla guida degli Stati Uniti. Un presidente sottovalutato e dileggiato, con una debole legittimazione popolare a causa della vittoria elettorale di misura, decisa "a tavolino" dalla Corte Suprema, si trovava ad affrontare la sfida forse più enorme da Pearl Harbour: un atto di aggressione sul territorio americano.
George W. Bush, che entrò alla Casa Bianca da isolazionista in politica estera, circondato da figure legate all'amministrazione del padre (1988-1992), come Colin Powell, virò bruscamente verso una politica estera interventista, trasformando in dottrina politica (nel documento per la sicurezza nazionale del 2002) le analisi e le idee dei neoconservatori, le uniche che sembravano offrire una lettura dei tragici eventi accaduti e una strategia per minimizzare il rischio che potessero ripetersi.
Bisognava mettere da parte l'illusione alimentata durante tutti gli anni '90, che con la fine della Guerra Fredda sarebbe venuta meno ogni minaccia vitale, e considerare in tutta la sua gravità il fondamentalismo islamico, come fenomeno non solo culturale e sociologico tutto sommato marginale rispetto al cammino del mondo, ma paragonabile alle grandi ideologie del secolo scorso. E, quindi, bisognava riprendere senza timidezze a esercitare il potere americano, anche in modo unilaterale, per esportare la democrazia soprattutto nella regione in cui la visione totalitaria dell'islam covava i suoi piani di potere sullo stesso mondo islamico e di distruzione del mondo libero: in Medio Oriente. La promozione della democrazia non più subordinata alla stabilità, nella convinzione che la sua diffusione renda il mondo, e gli Stati Uniti, posti più sicuri.
A sei anni di distanza proviamo a tracciare un bilancio, ovviamente parziale, dei risultati raggiunti. In Afghanistan e in Iraq non sono più al potere regimi totalitari e criminali come quelli dei Talebani e di Saddam Hussein, causa di sofferenze enormi per grandi masse di musulmani e di minaccia concreta per l'Occidente. Un primo risultato da non sottovalutare. Certo, di errori ne sono stati fatti molti, spesso provocati dalle diversità di vedute interne alla stessa amministrazione Usa.
In Iraq pare che il discusso aumento delle truppe e la nuova strategia guidata sul campo dal generale Petraeus stiano ottenendo dei risultati: soprattutto nella sicurezza, perché l'inadeguatezza del Governo di Al Maliki e l'ingerenza iraniana, le cui prove sono sempre più evidenti, non consentono di raggiungere gli obiettivi politici. Le pagine delle cronache dall'Iraq sui grandi quotidiani statunitensi registrano i progressi, mentre gli editorialisti e i Democratici mantengono la loro posizione pessimistica e incline al ritiro delle truppe. Bush sembra intenzionato a concludere il suo mandato ottenendo risultati tali da costringere entrambi i candidati alla sua successione a non farsi campagna elettorale sul ritiro dall'Iraq.
In paesi come Libano, Egitto e Marocco si ha la sensazione di un rafforzamento di quelle parti della società civile favorevoli allo sviluppo di istituzioni democratiche, anche se le resistenze interne ed esterne rendono ancora possibile un'inversione dei processi e necessaria una spinta costante dall'esterno.
La spaccatura interna alle fazioni palestinesi e libanesi, e le conquiste di Hamas, cui hanno senz'altro contribuito il ritiro israeliano da Gaza e i cambiamenti regionali che hanno indotto l'Iran a tentare di conquistare un ruolo egemone nella regione manovrando Hezbollah e Hamas, potrebbero risultare elementi chiarificatori: oggi distinguiamo più facilmente chi è interessato a negoziare la pace con Israele da chi invece vuole solo la guerra.
L'Iran è sempre più il nodo da sciogliere: il regime è tanto più repressivo quanto sempre più vulnerabile. A Washington non si esclude alcuna opzione, ma quella a cui si lavora a medio termine è il regime change dall'interno. Non manca chi, come Michael Ledeen, ha sempre sostenuto che dall'Iran, il maggiore sponsor del terrorismo – e non dall'Iraq – bisognasse partire per estirpare il fascismo islamico dal Medio Oriente.
Non sempre l'azione di Bush è sembrata coerente con la strategia di promozione della democrazia. Per esempio, nell'alleanza con il Pakistan di Musharraf, o nella propensione a far rientrare elementi ex-baathisti nel processo di riconciliazione in Iraq. La politica di esportazione della democrazia viene accusata di fanatico utopismo quando viene enunciata e di incoerenza quando chi cerca di attuarla procede con il dovuto realismo e pragmatismo.
Ma come consolidare i risultati in Afghanistan se dovesse esplodere il Pakistan? Come affrontare l'Iran con l'Iraq nel caos? Se anche il realista Kissinger riconosce che la stabilità che più o meno regnava in Medio Oriente non era più accettabile all'indomani dell'11 settembre, oggi Bush si dedica a rendere stabili i risultati del suo shock, anche se questo significa rivedere le proprie ambizioni immediate. L'aspetto da conservare è il cambiamento di paradigma: mai più la stabilità sacrificando la democrazia come obiettivo di medio-lungo periodo.
George W. Bush, che entrò alla Casa Bianca da isolazionista in politica estera, circondato da figure legate all'amministrazione del padre (1988-1992), come Colin Powell, virò bruscamente verso una politica estera interventista, trasformando in dottrina politica (nel documento per la sicurezza nazionale del 2002) le analisi e le idee dei neoconservatori, le uniche che sembravano offrire una lettura dei tragici eventi accaduti e una strategia per minimizzare il rischio che potessero ripetersi.
Bisognava mettere da parte l'illusione alimentata durante tutti gli anni '90, che con la fine della Guerra Fredda sarebbe venuta meno ogni minaccia vitale, e considerare in tutta la sua gravità il fondamentalismo islamico, come fenomeno non solo culturale e sociologico tutto sommato marginale rispetto al cammino del mondo, ma paragonabile alle grandi ideologie del secolo scorso. E, quindi, bisognava riprendere senza timidezze a esercitare il potere americano, anche in modo unilaterale, per esportare la democrazia soprattutto nella regione in cui la visione totalitaria dell'islam covava i suoi piani di potere sullo stesso mondo islamico e di distruzione del mondo libero: in Medio Oriente. La promozione della democrazia non più subordinata alla stabilità, nella convinzione che la sua diffusione renda il mondo, e gli Stati Uniti, posti più sicuri.
A sei anni di distanza proviamo a tracciare un bilancio, ovviamente parziale, dei risultati raggiunti. In Afghanistan e in Iraq non sono più al potere regimi totalitari e criminali come quelli dei Talebani e di Saddam Hussein, causa di sofferenze enormi per grandi masse di musulmani e di minaccia concreta per l'Occidente. Un primo risultato da non sottovalutare. Certo, di errori ne sono stati fatti molti, spesso provocati dalle diversità di vedute interne alla stessa amministrazione Usa.
In Iraq pare che il discusso aumento delle truppe e la nuova strategia guidata sul campo dal generale Petraeus stiano ottenendo dei risultati: soprattutto nella sicurezza, perché l'inadeguatezza del Governo di Al Maliki e l'ingerenza iraniana, le cui prove sono sempre più evidenti, non consentono di raggiungere gli obiettivi politici. Le pagine delle cronache dall'Iraq sui grandi quotidiani statunitensi registrano i progressi, mentre gli editorialisti e i Democratici mantengono la loro posizione pessimistica e incline al ritiro delle truppe. Bush sembra intenzionato a concludere il suo mandato ottenendo risultati tali da costringere entrambi i candidati alla sua successione a non farsi campagna elettorale sul ritiro dall'Iraq.
In paesi come Libano, Egitto e Marocco si ha la sensazione di un rafforzamento di quelle parti della società civile favorevoli allo sviluppo di istituzioni democratiche, anche se le resistenze interne ed esterne rendono ancora possibile un'inversione dei processi e necessaria una spinta costante dall'esterno.
La spaccatura interna alle fazioni palestinesi e libanesi, e le conquiste di Hamas, cui hanno senz'altro contribuito il ritiro israeliano da Gaza e i cambiamenti regionali che hanno indotto l'Iran a tentare di conquistare un ruolo egemone nella regione manovrando Hezbollah e Hamas, potrebbero risultare elementi chiarificatori: oggi distinguiamo più facilmente chi è interessato a negoziare la pace con Israele da chi invece vuole solo la guerra.
L'Iran è sempre più il nodo da sciogliere: il regime è tanto più repressivo quanto sempre più vulnerabile. A Washington non si esclude alcuna opzione, ma quella a cui si lavora a medio termine è il regime change dall'interno. Non manca chi, come Michael Ledeen, ha sempre sostenuto che dall'Iran, il maggiore sponsor del terrorismo – e non dall'Iraq – bisognasse partire per estirpare il fascismo islamico dal Medio Oriente.
Non sempre l'azione di Bush è sembrata coerente con la strategia di promozione della democrazia. Per esempio, nell'alleanza con il Pakistan di Musharraf, o nella propensione a far rientrare elementi ex-baathisti nel processo di riconciliazione in Iraq. La politica di esportazione della democrazia viene accusata di fanatico utopismo quando viene enunciata e di incoerenza quando chi cerca di attuarla procede con il dovuto realismo e pragmatismo.
Ma come consolidare i risultati in Afghanistan se dovesse esplodere il Pakistan? Come affrontare l'Iran con l'Iraq nel caos? Se anche il realista Kissinger riconosce che la stabilità che più o meno regnava in Medio Oriente non era più accettabile all'indomani dell'11 settembre, oggi Bush si dedica a rendere stabili i risultati del suo shock, anche se questo significa rivedere le proprie ambizioni immediate. L'aspetto da conservare è il cambiamento di paradigma: mai più la stabilità sacrificando la democrazia come obiettivo di medio-lungo periodo.
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