Con la sua consueta faccia di bronzo, il ministro degli Esteri D'Alema, non prima di aver chiarito a beneficio di orecchie molto, molto distanti, che non c'è stato alcun incontro con il Dalai Lama a livello governativo, ha voluto anche rivendicare che «il governo non è disposto a cedere a nessuna pressione nel suo sostegno per l'affermazione dei diritti umani in Cina». Così D'Alema, lo stesso giorno in cui appariva a tutti eclatante il buon esito delle pressioni di Pechino, evidentemente ritenendo gli italiani incapaci di intendere e vedere.
Lo stesso Tenzin Gyatso, da Ciampino, spiegava rammaricato che «non ci sono stati attacchi ufficiali, ma ci sono stati attacchi ufficiosi che hanno condizionato la disponibilità all'incontro e al dialogo da parte di alcune autorità pubbliche e di alcuni esponenti ecclesiastici».
I presidente della Camere, Bertinotti e Marini, si sono ben comportati e il Dalai Lama ha parlato in una delle sale più importanti e simboliche del nostro Parlamento. In "transatlantico" si è fermato ad «abbracciare affettuosamente Marco Pannella».
Una delegazione radicale (Pannella, Perduca, Cappato, Mellano, Della Vedova) ha incontrato nel pomeriggio di oggi il Dalai Lama per illustrargli l'iniziativa del "Satyagraha mondiale per la Pace", che nel 2008, soprattutto in coincidenza con le Olimpiadi cinesi, dovrebbe prendere vita e forma. I radicali vorrebbero alla testa della loro iniziativa gandhiana proprio il Dalai Lama, che però ha fatto notare come il governatore britannico fosse ben diverso dal governo cinese. Certo, la questione della democrazia in Cina è la chiave anche per altre situazioni come il Tibet, il Darfur, la Corea, la Birmania. Si rivedranno tra Natale e Capodanno a Dharamsala, in India, Pannella e il Dalai Lama, e comunque speriamo che riescano ad organizzare un'iniziativa credibile e concreta.
Che vi potessero essere dubbi sul fatto che Emma Bonino incontrasse il Dalai Lama è già emblematico della scaduta credibilità dei radicali al governo. L'incontro c'è stato, al Campidoglio, giusto il tempo per un "come stai?". «Tempi difficili?», ha chiesto la Bonino retoricamente. «Sì, tempi difficili, ma mai mollare, mai rinunciare», ha risposto il leader tibetano. Un "incontro" che la Bonino ha accettato che la Farnesina prima, D'Alema poi, declassassero a meramente personale, senza alcun valore politico e governativo.
Ma non osavamo nemmeno pensare che la Bonino non incontrasse, sia pure per pochi minuti, il Dalai Lama. Resta il fatto, ed è questo che conta, che nel '94 i radicali convinsero Berlusconi a incontrare il Dalai Lama. Nel 2003 protestarono rumorosamente perché non vi fu il bis. Il guaio, oggi, non è tanto non esserci riusciti con Prodi, quanto il non aver nemmeno tentato.
Friday, December 14, 2007
I radicali, la provvidenza europea e il messianismo kantiano
Al Partito Radicale va il merito di dare voce ai dissidenti e ai democratici di tutto il mondo in quel convegno, che si svolge annualmente a Bruxelles, ormai diventato una sorta di congresso mondiale dei popoli oppressi. Quest'anno l'obiettivo era il rilancio nel 2008 del "Primo Satyagraha Mondiale per la Pace". Tuttavia, perché questo appuntamento non si riduca a mera passerella – comunque importante – di dissidenti, i radicali dovrebbero sforzarsi di approfondire le loro analisi e le loro proposte per le aree di crisi del pianeta, laddove manca la democrazia e i diritti umani vengono calpestati. La mozione generale approvata non aiuta. L'approccio è suggestivo, ma generico, non calato nelle diverse realtà. Il direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, è stato forse l'unico a prendere di petto le ambiguità.Innanzitutto, la mozione definisce la nonviolenza «come l'unico strumento politico» di affermazione dei diritti umani e di alternativa alla guerra. La si presenta come "terza via" tra il pacifismo (insufficiente, spesso nociva invocazione della pace) e l'uso dello strumento militare, che «congiuntamente» perpetuano oppressione e conflitti. Autorevoli studi dimostrano in effetti come la nonviolenza sia particolarmente efficace nel promuovere la democrazia in presenza di determinati contesti e condizioni. Tuttavia, mi sembra illusorio evocare "terze vie". Continuo a vedere la solita bipartizione: da una parte i nemici della democrazia (più o meno dichiarati, o inconsapevoli, come i genuini pacifisti); dall'altra chi si batte per la democrazia, cercando di volta in volta di calibrare il giusto mix di strumenti, violenti e nonviolenti (hard e soft power). Prima bisogna scegliere chiaramente il campo in cui si gioca, poi discutere la strategia.
Il riferimento a Kant rende i radicali più figli di "questa" Europa. Gli europei, condizionati dal lungo periodo di pace e benessere coinciso con il processo di integrazione, si sentono in "un paradiso post-storico", sembrano proiettare sul mondo l'immagine della "pace perpetua" kantiana, credono, confondendo desideri e realtà, che la storia porti inevitabilmente non solo loro, ma tutto il mondo, in quella direzione. Una sorta di disegno della provvidenza europea, di messianismo kantiano. Gli Stati Uniti, invece, rimangono "impantanati nella storia", si muovono secondo una concezione hobbesiana delle relazioni internazionali, quella dell'"homo homini lupus", in cui la sicurezza, la difesa e la promozione dei valori liberali dipendono ancora in modo preponderante dal possesso e dall'uso della forza militare.
Ma quanto quella europea sia solo un'illusione ottica, lo dimostra il fatto, del tutto trascurato, che questo lungo periodo di pace e benessere è stato ed è ancora oggi possibile grazie all'"ombrello protettivo" della potenza economica, tecnologica, militare degli Stati Uniti. Se osserviamo i comportamenti degli stati, molti non rispettano le leggi internazionali, né la dichiarazione dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite, di cui pure sono membri. Se la democrazia ha trionfato all'interno, dimostrando la possibilità di un'organizzazione statuale diversa dal modello autoritario del Leviatano hobbesiano, sulla scena internazionale ci troviamo ancora in uno stato di natura in cui vale l'"homo homini lupus". La legge della giungla non è certo la premessa inevitabile della convivenza umana, neanche tra gli stati. Lo è, però, ad oggi. Da questa diversa visione del mondo scaturiscono quelle differenze che Robert Kagan riassumeva definendo l'Europa simile a Venere e l'America a Marte. Su questo approccio di fondo non bisogna illudersi troppo sulle distinzioni tra le diverse amministrazioni Usa.
Un'altra impostazione di fondo dei radicali è la convinzione che il carattere nazionale e il principio della sovranità assoluta degli stati siano «cause strutturali» delle guerre e della violazione dei diritti umani. Come alternativa politica e istituzionale allo Stato-nazione propongono quindi «una strutturale Riforma democratica e federalista dei Territori, delle Regioni, degli Stati nazionali devastati da guerre, da fame, da dittature».
E' vero: spesso lo Stato nazionale realizza l'aberrazione di consolidare, anziché rimuovere, la negazione dei diritti individuali e della democrazia. Per molti versi la soluzione "due popoli, due Stati" al conflitto israelo-palestinese appare anti-storica. Anche se bisognerebbe riconoscere che con la presidenza Bush si è cominciata a specificare la condizione, cara ai radicali, "due democrazie".
Ma nella loro lettura di superamento dello Stato-nazione i radicali non sembrano fare differenza tra Europa, Medio Oriente e Asia, né sforzarsi di adattare il loro modello a realtà molto diverse tra loro. Sono convinto che l'ingresso della Turchia nell'Ue sia una necessità strategica, ma non altrettanto che gli europei che chiedono di affrontare il discorso dei confini geografici dell'Europa siano dei nazionalisti. Proprio perché l'Unione europea nasce per dare al continente non una patria, ma un futuro di pace, democrazia, godimento dei diritti individuali, prosperità, non avremo mai una «patria europea», ma qualcosa di diverso. Le identità nazionali continueranno ad essere avvertite, semmai l'urgenza federalista si avverte a livello istituzionale, per dotare l'Unione della necessaria legittimità democratica, oggi carente. Per questo i federalisti, di fronte al prevalere del modello inter-governativo anche tra gli esponenti politici più europeisti, dovrebbero piuttosto collocarsi nel campo degli euroscettici.
Non m'interessa qui tracciare confini, ma l'adesione all'Ue non può essere il naturale sbocco di qualsiasi popolo per il solo fatto di scegliere per sé un futuro democratico. A questo scopo servirebbe una "Lega delle democrazie". Dell'Europa fanno parte molte nazioni. Non è certo un "club cristiano", ma è un "club" di democrazie e un mercato libero. Condizioni necessarie ma non sufficienti per poter entrare in Europa. Esiste una storia comune, di cui fa parte anche la Turchia. Più discutibile che ne facciano parte il vicino Oriente e il Nord Africa.
Qualunque sia il confine geografico dove si ritenga di attestare l'Europa, la sua forza di attrazione democratica può essere esercitata non solo a colpi di allargamento. Non è detto che per continuare a incoraggiare processi democratici l'Ue debba estendere a dismisura i suoi confini e spalancare a chiunque le sue porte. Può anche rappresentare un modello per altri processi di integrazione: ad esempio, per l'Africa. Le proposte di Israele nell'Ue e di una confederazione tra Egitto, Giordania, Libano, Palestina e Israele, che i radicali presentano come un'unica soluzione, a me sembrano due soluzioni, entrambe fondate, ma che seguono logiche differenti, se non antitetiche.
Ai radicali sfugge che l'idea di nazione è da tempo in declino nel mondo arabo, dopo i fallimenti di Nasser, Mubarak, Saddam, Gheddafi e Assad. Il loro nazionalismo non ha prodotto i risultati sperati in termini di modernizzazione, tali da porre in essere una sfida all'Occidente, né ha risvegliato una nazione panaraba. Sottovalutano il fatto che il virus più aggressivo oggi circolante nella regione non è il nazionalismo, ma è quello dell'islamizzazione delle masse e del progetto "transnazionale" di umma musulmana. Il problema è che gli arabi e gli iraniani più che combattere per uno Stato nazionale palestinese combattono in nome di una ideologia politica fondata sulla loro identità religiosa.
La diffidenza "spinelliana" nei confronti dello Stato-nazione era giustificata dal fatto che proprio l'idea di nazione fosse alla base di quel fenomeno, che lo storico George L. Mosse chiamò nazionalizzazione delle masse, che offrì il contesto socio-culturale e ideologico ideale per l'ascesa dei movimenti nazisti e fascisti in Europa. La funzione che ebbe in Europa la nazionalizzazione delle masse negli anni '10, '20 e '30 del '900, rischia di averla nel mondo musulmano l'islamizzazione delle masse.
Si potrebbe anche discutere a lungo del legame positivo - purtroppo per lo più trascurato nell'elaborazione e nella realizzazione di molti esperimenti sovranazionali - che c'è tra democrazia rappresentativa e nazione. La democrazia è tanto più funzionante quanto più riconosciuta, praticata, "controllata" dal basso, scelta da individui che hanno consapevolezza del proprio essere comunità in un territorio geograficamente delimitato e in un dato momento storico, e che riconoscono se stessi nei propri rappresentanti. Maggiore la corrispondenza, l'identificazione con gli eletti come propri simili (al di là delle differenze politiche), più salda è la democrazia. Gli esempi storici ci dimostrano che spesso, rotto quel legame, ci si allontana dagli standard democratici.
Infine, promuovendo democrazia e diritti umani, i radicali non possono far finta di non essere al governo. Il ministro Bonino che accetta supinamente la posizione della Farnesina, volta a negare valore politico a qualsiasi incontro con il Dalai Lama, o il suo silenzio assordante, durante la visita in Cina, quando Prodi si disse a favore della revoca dell'embargo europeo sulle armi (al convegno di Bruxelles il cinese Wei Jingsheng e la uigura Rebiya Kadeer hanno scongiurato di non revocarlo), pongono un problema. Non è vero, come dice Pannella, che «nessuno può imputare alcunché ai radicali», perché hanno «tutte le credenziali». Quelle credenziali vanno rinnovate di giorno in giorno, mentre la loro presenza al governo, e il modo di interpretarla, hanno messo in crisi la loro credibilità. Nel '94 convinsero Berlusconi a incontrare il Dalai Lama. Il guaio, oggi, non è tanto non esserci riusciti con Prodi, quanto il non aver nemmeno tentato.
Thursday, December 13, 2007
Bernard Lewis su Islam e democrazia
Bernard Lewis è tra i più grandi studiosi viventi del mondo arabo-islamico e molte volte su questo blog abbiamo dato spazio alle sue considerazioni sulle possibilità della democrazia in Medio Oriente. Intervenendo nei giorni scorsi al convegno "Lottare per la democrazia nel mondo islamico", organizzato dalle fondazioni Magna Carta, Farefuturo, Craxi, Appuntamento a Gerusalemme e Adelson, ha ribadito che sì, Islam e democrazia sono in qualche modo compatibili.
Prima di tutto, «perché nel mondo islamico ci sono queste tradizioni più antiche, non di governo democratico ma di governo sottoposto alla legge, esercitato sulla base del consenso e fondato su un patto sociale. La visione islamica tradizionale del governo è impostata sull'idea del patto sociale e del consenso. Ed è questo, io credo, che dà speranze per il futuro».
L'Islam ha quindi quella che si può definire una «tradizione protodemocratica». La dittatura, invece, «non appartiene alla cultura dell'Islam». Invece della democrazia, per ora abbiamo esportato dittatura nel mondo islamico. «Le radici del totalitarismo sono recenti, sono state importate dall'Europa. Prima con il tentativo dell'Islam di copiare il modello di Stato europeo per imitarne la modernizzazione». Poi con la «nazificazione del Medio Oriente», negli anni Trenta e durante la II guerra mondiale, infine con la successiva «sovietizzazione».
E' quindi importante distinguere «l'islam come civiltà e l'islam come religione»: «L'attuale modello arabo-totalitario è un'esportazione europea che non trova corrispondenza nella storia islamica».
Lewis è tra coloro che ritengono appropriato il paragone tra fondamentalismo e nazismo: «Qui stiamo combattendo con un nemico come Hitler. Il fondamentalismo è una minaccia prima di tutto per i musulmani. Per i tedeschi la sconfitta del '45 è stata una liberazione. E lo stesso sarà per i musulmani».
Anzi, «abbiamo soltanto una scelta: se non li aiutiamo a liberarsi ci distruggeranno».
Come? Certo, l'opzione militare per esportare la democrazia resta sul tavolo. «C'è sempre la possibilità di dover fare una guerra. Se Churchill fosse arrivato un po' prima non ci sarebbe stata la Seconda guerra mondiale, se Chamberlain fosse rimasto in sella più a lungo neanche...».
Ma il «passaggio alla democrazia nei Paesi islamici deve essere un processo, altrimenti la libertà si trasforma in una vittoria del fondamentalismo. Quello che è successo in Algeria sedici anni fa così come la vittoria di Hamas nelle ultime elezioni palestinesi sono lì a dimostrarcelo». Le elezioni sono il «culmine di un cammino di democratizzazione, non l'inaugurazione».
Prima di tutto, «perché nel mondo islamico ci sono queste tradizioni più antiche, non di governo democratico ma di governo sottoposto alla legge, esercitato sulla base del consenso e fondato su un patto sociale. La visione islamica tradizionale del governo è impostata sull'idea del patto sociale e del consenso. Ed è questo, io credo, che dà speranze per il futuro».
L'Islam ha quindi quella che si può definire una «tradizione protodemocratica». La dittatura, invece, «non appartiene alla cultura dell'Islam». Invece della democrazia, per ora abbiamo esportato dittatura nel mondo islamico. «Le radici del totalitarismo sono recenti, sono state importate dall'Europa. Prima con il tentativo dell'Islam di copiare il modello di Stato europeo per imitarne la modernizzazione». Poi con la «nazificazione del Medio Oriente», negli anni Trenta e durante la II guerra mondiale, infine con la successiva «sovietizzazione».
E' quindi importante distinguere «l'islam come civiltà e l'islam come religione»: «L'attuale modello arabo-totalitario è un'esportazione europea che non trova corrispondenza nella storia islamica».
Lewis è tra coloro che ritengono appropriato il paragone tra fondamentalismo e nazismo: «Qui stiamo combattendo con un nemico come Hitler. Il fondamentalismo è una minaccia prima di tutto per i musulmani. Per i tedeschi la sconfitta del '45 è stata una liberazione. E lo stesso sarà per i musulmani».
Anzi, «abbiamo soltanto una scelta: se non li aiutiamo a liberarsi ci distruggeranno».
Come? Certo, l'opzione militare per esportare la democrazia resta sul tavolo. «C'è sempre la possibilità di dover fare una guerra. Se Churchill fosse arrivato un po' prima non ci sarebbe stata la Seconda guerra mondiale, se Chamberlain fosse rimasto in sella più a lungo neanche...».
Ma il «passaggio alla democrazia nei Paesi islamici deve essere un processo, altrimenti la libertà si trasforma in una vittoria del fondamentalismo. Quello che è successo in Algeria sedici anni fa così come la vittoria di Hamas nelle ultime elezioni palestinesi sono lì a dimostrarcelo». Le elezioni sono il «culmine di un cammino di democratizzazione, non l'inaugurazione».
Alitalia: il rischio del pasticciaccio
Dopo il fallimento della gara, mesi fa, da cui tutti i concorrenti si sono tirati fuori per le condizioni troppo rigide poste dal Governo e dal Parlamento, sotto la pressione delle sinistre e dei sindacati, sta di nuovo venendo al pettine il nodo Alitalia. Il CdA della società, ma ovviamente il principale azionista, il Ministero del Tesoro e, quindi, il Governo, devono decidere se sia più allettante la proposta di acquisizione avanzata da Air France-Klm, o quella di AirOne di Carlo Toto, sostenuta da Banca Intesa.Se ne è già discusso in Consiglio dei ministri e i due principali quotidiani, Corriere della Sera e la Repubblica, hanno registrato le medesime divisioni: Prodi, Padoa-Schioppa e Bersani tendono verso la proposta franco-olandese, mentre D'Alema e Rutelli preferiscono l'italianità di AirOne.
Francesco Giavazzi, sul Corriere di oggi, ha espresso qualche perplessità: «Se AirOne acquisirà Alitalia, la nuova compagnia avrà oltre il 90% del mercato» sulla «tratta più redditizia del trasporto aereo italiano: Linate-Fiumicino», mentre Air France o Lufthansa, acquisendo Alitalia, «dovrebbero poi vedersela con AirOne» su quella stessa tratta. Giavazzi chiede «che farebbe di fronte a questa concentrazione l'Autorità garante della concorrenza, il cui compito è difendere i consumatori».
Il timore è che il Garante, come già argomentato nella sua ultima relazione annuale, sia disposto a concedere «deroghe» se fossero «giustificate da interessi strettamente generali». Tra gli «interessi generali» ricade, per esempio, l'italianità della compagnia di bandiera?
Anche Oscar Giannino, su Libero Mercato, si preoccupa dell'eventuale concentrazione sulla tratta Milano-Roma, «la più remunerativa in Italia». Ma di concorrenza, conclude rassegnato e sarcastico, «a Montezemolo e a tutti gli altri improvvisamente convertiti al toto-ismo, evidentemente non importa poi molto».
Giannino continua «a non capire la frenesia che sembra aver contagiato soggetti tanto numerosi a favore dell'ipotesi AirOne». I sindacati, per esempio, cui rivolge domande dirette ed inequivocabili: «Hanno avuto garanzie di che tipo, in ordine ai contratti di lavoro dopo l'eventuale fusione tra la holding AP di Toto con Alitalia? Per quanto ne sappiamo noi, c'è una distanza assai maggiore tra i contratti di AirOne e quelli di Alitalia attuali, che tra questi e quelli di Air France-Klm. Siamo informati male, oppure improvvisamente i sindacati hanno imboccato la via dell'autoriduzione dei redditi? Il piano di AirOne quantifica meno esuberi di Air France, ma menziona per la loro gestione l'opzione della "riprotezione sociale su società terze". Che cosa significa, in concreto? Esuberi ceduti ad aziende a controllo pubblico? E perché mai a quel punto Air France e tutti i concorrenti europei non dovrebbero contro l'operazione ricorrere a Bruxelles, per aiuti di Stato?
Anche Giavazzi non ci vede chiaro nel sostegno dei sindacati all'offerta di AirOne, fino al punto da ritenere che debba «preoccupare i molti che approvano questa scelta». Infatti, il «monopolio» di fatto sulla tratta Milano-Roma «consentirebbe a AirOne di incassare una buona rendita della quale i sindacati di steward e piloti sapranno facilmente appropriarsi: basterà minacciare uno sciopero sulla tratta Linate-Fiumicino che in assenza di alternative bloccherebbe l'Italia».
Wednesday, December 12, 2007
Tutti a piedi. Italia ostaggio di selvaggi e incapaci
Questa sera sono rimasto appiedato. La mia modesta utilitaria troppo all'asciutto per rischiare la traversata verso casa. Così ho dovuto prendere il bus, che per fortuna mia non mi ha fatto attendere molto.
Così, prendendo esempio dai tassisti, rimasti impuniti dopo aver bloccato il traffico a Roma, i camionisti hanno bloccato con i loro Tir autostrade e porti e il loro sciopero ha lasciato a secco i distributori. A Roma già di prima mattina era impossibile rifornirsi: benzina finita o file interminabili.
Questo genere di proteste illegali andrebbero stroncate dalle autorità con la massima fermezza, perché le molteplici emulazioni rischiano di rendere ulteriormente invivibile la nostra già massacrante vita da "sudditi". E andrebbero studiate leggi ad hoc per punire i blocchi selvaggi: basterebbe sospendere le licenze e prevederne la riattivazione dietro pagamento di super-multe. La paralisi delle città è una violenza che provoca ingenti danni economici che in un paese moderno e normale tassisti, controllori di volo, camionisti e qualsiasi altra categoria, sarebbero chiamati a risarcire.
Il sindacato della metropolitana di New York, per uno sciopero di qualche tempo fa, il primo dopo vent'anni, è stato condannato da una corte a risarcire la città di milioni di dollari.
Tuttavia, i danni causati in questi giorni ci dicono quanto siano cruciali come servizio pubblico l'autotrasporto e la logistica privati nel nostro paese. Il Governo Prodi ha la grave responsabilità di non averlo capito, di avere occhi e cuore palpitanti solo per il pubblico impiego, costringendo i camionisti alla protesta estrema, mentre tutti i governi dovrebbero spiegarci perché si investe così tanto denaro pubblico nelle ferrovie di Stato e poi oltre l'80% del trasporto avviene su gomma e non su rotaia. Se il rapporto tra i due mezzi di trasporto merci fosse più equilibrato, oggi avremmo avuto meno benzinai a secco.
Come scrive Nicola Porro, in Italia subiamo i costi dello scontro sociale, ma non a fronte di una modernizzazione reale del paese, bensì dell'immobilismo, «dell'inerzia e del compromesso» dei governi. Nel merito, gli autotrasportatori hanno le loro ragioni, che sono ben difese da Oscar Giannino.
Così, prendendo esempio dai tassisti, rimasti impuniti dopo aver bloccato il traffico a Roma, i camionisti hanno bloccato con i loro Tir autostrade e porti e il loro sciopero ha lasciato a secco i distributori. A Roma già di prima mattina era impossibile rifornirsi: benzina finita o file interminabili.
Questo genere di proteste illegali andrebbero stroncate dalle autorità con la massima fermezza, perché le molteplici emulazioni rischiano di rendere ulteriormente invivibile la nostra già massacrante vita da "sudditi". E andrebbero studiate leggi ad hoc per punire i blocchi selvaggi: basterebbe sospendere le licenze e prevederne la riattivazione dietro pagamento di super-multe. La paralisi delle città è una violenza che provoca ingenti danni economici che in un paese moderno e normale tassisti, controllori di volo, camionisti e qualsiasi altra categoria, sarebbero chiamati a risarcire.
Il sindacato della metropolitana di New York, per uno sciopero di qualche tempo fa, il primo dopo vent'anni, è stato condannato da una corte a risarcire la città di milioni di dollari.
Tuttavia, i danni causati in questi giorni ci dicono quanto siano cruciali come servizio pubblico l'autotrasporto e la logistica privati nel nostro paese. Il Governo Prodi ha la grave responsabilità di non averlo capito, di avere occhi e cuore palpitanti solo per il pubblico impiego, costringendo i camionisti alla protesta estrema, mentre tutti i governi dovrebbero spiegarci perché si investe così tanto denaro pubblico nelle ferrovie di Stato e poi oltre l'80% del trasporto avviene su gomma e non su rotaia. Se il rapporto tra i due mezzi di trasporto merci fosse più equilibrato, oggi avremmo avuto meno benzinai a secco.
Come scrive Nicola Porro, in Italia subiamo i costi dello scontro sociale, ma non a fronte di una modernizzazione reale del paese, bensì dell'immobilismo, «dell'inerzia e del compromesso» dei governi. Nel merito, gli autotrasportatori hanno le loro ragioni, che sono ben difese da Oscar Giannino.
Tuesday, December 11, 2007
L'ira di Fini e il blocco anti-Vassallum
L'ira di Fini non si è placata. Ma l'ira è un sentimento che non aiuta a ragionare lucidamente. Così, a uno degli ultimi attacchi scomposti del leader di An, domenica scorsa, contro il nuovo partito lanciato da Berlusconi e la bozza di legge elettorale su cui il Cav. e Veltroni stanno dialogando, risponde per le rime l'ideatore di quella bozza, Salvatore Vassallo, mettendo in luce contraddizioni e convenienze di Fini.Il sistema elettorale proposto, spiega Vassallo, «pone un filtro nei confronti dei partiti minori e, di conseguenza, concede un po' di vantaggio ai più grandi, ma in una misura meno marcata dei sistemi elettorali spagnolo, francese o britannico». E' per questo, perché quel «filtro» lo vorremmo più severo, che il Vassallum ci convince meno dell'uninominale e della legge che uscirebbe dal referendum. E infatti, lo stesso Vassallo ricorda come il sistema sia stato criticato da alcuni referendari perché «poco maggioritario».
In un documento interno intercettato giorni fa da Il Foglio, Vassallo assicura che il suo sistema «mantiene le proprietà che ci attendevamo: a) sovrarappresenta i grandi (di almeno 5 punti percentuali); b) sottorappresenta lievemente i medi (di un punto percentuale circa); c) sottorappresenta molto o esclude dalla rappresentanza i piccoli e piccolissimi». I propositi mi sembrano buoni. Tutto sta a verificare dal punto di vista tecnico se il sistema è davvero in grado di produrre quegli effetti. Tutto dipenderà dall'ampiezza delle circoscrizioni (una media non superiore ai 7/8 seggi ciascuna), dall'adozione del metodo d'Hondt e di uno sbarramento a livello di circoscrizione del 3 o 4%.
I radicali, sempre più in panne, hanno invece salutato con favore la presa di posizione di Fini per l'uninominale a due turni di tipo francese (anche se da sempre gli preferiscono il turno secco), senza accorgersi che poi lo stesso Fini ha detto chiaramente di non volere il bipartitismo, ma il bipolarismo.
La preoccupazione di Fini è che gli elettori scelgano in anticipo le coalizioni e i governi. Ora, per quanto riguarda le coalizioni, il referendum - che Fini appoggia - chiede proprio di eliminarle ed è il modo più brutale per ottenere gli effetti maggioritari e bipartitici che in modo più soft cerca il Vassallum. A prescindere dalla sua capacità di produrre il risultato sperato, il referendum è inequivocabilmente un'opzione per il superamento del bipolarismo verso il bipartitismo.
Per quanto riguarda la scelta in anticipo dei governi, è evidente che per assicurarla per legge servirebbe una riforma costituzionale (presidenzialismo o premierato), utopistica in questa legislatura. Per conciliare governabilità e indicazione chiara dei governi da parte dei cittadini occorre una legge elettorale che tenda proprio al bipartitismo.
Insomma, Fini è confuso. E l'interpretazione di Vassallo è convincente:
«Non escluderei che Fini abbia addirittura considerato l'ipotesi di sostenere un modello simile all'ispano-tedesco, ritenendo gli incentivi di quel sistema sufficienti a imporre una fusione tra An e FI, in un momento in cui, in virtù dei sondaggi a lui personalmente favorevoli, riteneva di poter incassare in tempi brevi un definitivo sdoganamento e la leadership del nuovo partito. Ma l'inattesa vitalità di Berlusconi lo ha preso in contropiede».Anche il doppio turno di collegio, rilanciato da Fini, sovrarappresenta i grandi partiti e tende a un assetto bipartitico, come in Francia. Ma allora, osserva Ceccanti, «è del tutto contraddittorio accusare il Vassallum, che produce una disproporzionalità molto minore, di essere una legge truffa». Insomma, Fini propone due sistemi (la legge che uscirebbe dal referendum e il doppio turno francese) che avrebbero effetti ancor più bipartitici di quelli del Vassallum, che Fini dice di non volere perché accusato di favorire i partiti maggiori. Non ha senso.
Vassallo spiega essere «assolutamente necessario, se si vuole mantenere il "premio" per i grandi, che i medi vengano sottorappresentati». Tuttavia, «i medi dovrebbero capire che con questo sistema scambiano una maggiore libertà di manovra e un forte potere negoziale (sono comunque determinanti per la formazione della maggioranza) con una lieve sottorappresentazione. Se non accettano questo scambio, siamo di nuovo al tedesco puro». Per noi è il punto debole del Vassallum, mettere i grandi partiti nelle condizioni di dover comunque formare governi di coalizione.
E' sotto gli occhi di tutti però come si stia compattando un blocco di forze eterogenee, da Rifondazione ad An, passando per Mastella e Udc, tutte contro l'ipotesi di accordo sulla legge elettorale tra Berlusconi e Veltroni. Fini si dichiara per l'uninominale, a due turni sul modello francese, ma per ora i suoi attacchi al Vassallum fanno felici soprattutto quelli che vogliono un sistema puramente proporzionale.
Fini non si rende conto che comunque vada lui rischia di rimanere isolato. Se per ripicca contro Berlusconi, finisse per sostenere il modello tedesco o una proporzionale pura, favorirebbe l'operazione di quel piccolo o grande centro che lo metterebbe definitivamente nell'angolo. Oggi sul Corriere Panebianco si chiede che tipo di partito sarebbe: «Un partito che, numeri permettendo, potrebbe diventare l'ago della bilancia, la forza politica indispensabile per qualunque combinazione di governo. Un partito siffatto, anche con una forza elettorale di poco superiore al 5%, potrebbe disporre di un grande "potere coalizionale", non proprio dettare legge ma quasi...»
Sulla natura programmatica di un partito ago della bilancia, pochi dubbi. «Il partito di centro è per lo più condannato dalla sua collocazione a una certa "indistinzione programmatica". Per questo, in genere, è preferibile avere a che fare con due grandi partiti che, da posizioni distinte, competano fra loro per accaparrarsi l'elettorato di centro anziché rischiare di affidare le sorti del Paese a un partito di centro».
I piccoli partiti preferiscono un sistema a coalizioni perché massimizza la loro utilità marginale. Anche il 2% diventa indispensabile per vincere e per restare al governo. Difendono quindi una rendita di posizione inaccettabile, a fronte di un 2, un 4, o un 5%, perché anti-economica per il sistema: una visibilità ottenuta a spese della capacità decisionale e riformatrice dei governi. Ovviamente, con il corollario di benefit garantiti alla "casta": finanziamenti pubblici, posti di sotto-governo, sovrarappresentazione parlamentare, potere di ricatto.
Con il modello tedesco quelle rendite di posizione non scomparirebbero, ma verrebbero concentrate in un unico partito, di centro, a beneficio di alcuni grandi gruppi di interesse e di Casini. Remando contro il Vassallum, Fini porta acqua al mulino di Casini e si scava la fossa.
Vassallo ha delineato con grande chiarezza, giorni fa sul Corriere, l'alternativa cui ci troviamo di fronte: da una parte il suo sistema, su cui Veltroni e Berlusconi sembrano concordare, che di certo tende a due grandi partiti che si contendono l'elettorato di centro, quello moderato e pragmatico; dall'altra, il modello tedesco (poi vedremo quanto davvero tedesco), che regala a un partito di "centro", cattolico, le chiavi di Palazzo Chigi, forse con meno del 10% e l'inevitabile ambiguità programmatica.
Dunque, queste due alternative occorre tenerle presenti e "schierarsi" di conseguenza. I radicali, che pure più di tutti si sono spesi per un sistema bipartitico, suggestionati dall'inciucio Berlusconi-Veltroni rischiano di remare dalla parte opposta, portando acqua al mulino dei proporzionalisti. E' da quando rifiutarono di appoggiare il referendum Guzzetta che hanno dimostrato di non comprendere affatto le dinamiche di questa fase.
La coalizione anti-Vassallum dovrebbe però fare attenzione a non tirare troppo la corda. Le parole di Ceccanti suonano come avvertimento: il Vassallum risponde in modo soft all'esigenza maggioritaria e bipartitica espressa nel quesito referendario. Quindi, «se il testo base dovesse orientarsi su un baricentro tedesco, andrebbe in un indirizzo politico opposto a quello del referendum, e a quel punto per molti [Veltroni e Berlusconi, n.d.r.] che hanno sperato in un accordo parlamentare di alto profilo la consultazione referendaria diventerebbe un'alternativa preferibile».
Fino a quel momento, l'accordo Berlusconi-Veltroni è realisticamente il fronte più avanzato del bipartitismo.
Libertà d'espressione e libera iniziativa
Riguardo il "caso Luttazzi", a mio avviso c'è qualcosa che andrebbe chiarito. C'è un'azienda che decide sulla linea dei suoi prodotti. Non è affatto tenuta a garantire a tutti la libertà di esprimersi. Altrimenti, non si vede perché ciascuno di noi, e non solo Luttazzi, non possa reclamare un diritto di tribuna su una rete televisiva nazionale. Se "La 7", sospendendo il programma, ha violato in modo illegittimo il contratto stipulato con Luttazzi, sarà eventualmente un tribunale civile a stabilirlo. Ma di un rapporto commerciale si tratta, non della libertà d'espressione, che resta garantita. Ciò che lo Stato non garantisce (in realtà in qualche caso lo fa, ma qui si aprirebbe un altro discorso, sugli aiuti all'editoria), sono i mezzi economici necessari a diffondere la propria opinione, o qualsiasi frutto della nostra libertà d'espressione, su scala nazionale. Se garantisse questi mezzi a qualcuno (direttamente, oppure obbligando le aziende private a farlo), dovrebbe garantirli a tutti i cittadini, nessuno escluso, ma non sarebbe uno Stato liberale. Va da sé, infatti, che l'indiscriminato accesso ai mezzi di produzione scoraggerebbe qualsiasi libera iniziativa. Nessuno investirebbe soldi in un'impresa sapendo di non averne il controllo.
Monday, December 10, 2007
Turn Off Pechino 2008
Mentre Prodi ribadisce il suo no all'incontro con il Dalai Lama, adducendo improbabili scuse, e il Comitato olimpico internazionale (Cio) dice no alla partecipazione di una squadra tibetana alle Olimpiadi di Pechino 2008, vi segnaliamo questa iniziativa di Pennarossa: Turn Off Pechino 2008 si propone di sensibilizzare il web e l'opinione pubblica alla violazione dei diritti umani e alla mancanza di democrazia in Cina.Non solo le condizioni di vita dei cittadini cinesi e degli altri popoli, come quello tibetano, oppressi da Pechino, ma anche il deplorevole ruolo del governo cinese nel genocidio del Darfur, il sostegno economico alla giunta militare birmana, l'ostracismo verso il Dalai Lama, il primato mondiale sulle esecuzioni capitali, il non riconoscimento dei diritti degli omosessuali.
Ricordando che «sul piano dei diritti umani non si sono ancora visti quei progressi, quelle riforme, che il governo cinese aveva promesso al Comitato olimpico internazionale e all'opinione pubblica internazionale al momento dell'assegnazione dei giochi», Turn Off Pechino 2008 propone, solo «se non ci sarà una reale "tregua olimpica" sull'informazione e su internet (oggi censurati), sulle libertà fondamentali (oggi non garantite), e se non si percepiranno significativi interventi sui punti sopra citati, sotto il controllo di osservatori internazionali, di non partecipare all'evento, spegnendo la tv».
Taxi. A Roma aumentano le licenze, "ma anche" le tariffe
Anzi, per ora, solo le tariffe: del 18% entro Natale. Questo l'accordo raggiunto oggi tra il sindaco Veltroni e i tassisti. Veltroni, come promesso, non ha ceduto sulle 500 nuove licenze. Tuttavia, aver accettato di dilazionare l'aumento delle licenze, al giugno 2008 le prime 250 e al giugno 2009 le restanti 250, ridurrà l'impatto positivo sulla qualità del servizio. Mentre l'impatto negativo dell'aumento dei prezzi, come al solito, lo avvertiremo fin da subito. Be', si può dire che dopo i tempi regolamentari e i supplementari, abbiano vinto i tassisti ai rigori. Vi pare?
Luttazzi e la libertà come lusso
A me Daniele Luttazzi piaceva. E parecchio. Quello con la Gialappa's, a Mai dire gol, è stato il suo miglior periodo. Non male anche le prime puntate del suo talk show personale. Poi, la politica, la professione di epurato, e la nuova trasmissione su La 7: vecchia, rancorosa. Non sono uno di quelli che si scandalizza per la comicità volgare. Ma dovrebbe avere un presupposto: far ridere. E scusatemi, ma fare leva sulla corpulenza e la golosità di Ferrara, mi sembra un po' banale per uno show che costa parecchi soldini.
Parlare di censura, poi, è ridicolo, dal momento che c'è un'azienda che decide sulla linea dei suoi prodotti. Mi sembra legittimo. La libertà assoluta non esiste. Esiste la libertà e basta. Ciascuno ne fa l'uso che crede e se ne assume la responsabilità. C'è chi ritiene che solo l'«outsider emarginato» viva e muoia in «assoluta libertà»? Certe volte è proprio questa la via più facile, senza complicazioni, nella quale autocompiacersi. Soprattutto se poi - guarda un po' - si viene a sapere che l'esilio è dorato. Una fortuna o una dilapidazione?
Parlare di censura, poi, è ridicolo, dal momento che c'è un'azienda che decide sulla linea dei suoi prodotti. Mi sembra legittimo. La libertà assoluta non esiste. Esiste la libertà e basta. Ciascuno ne fa l'uso che crede e se ne assume la responsabilità. C'è chi ritiene che solo l'«outsider emarginato» viva e muoia in «assoluta libertà»? Certe volte è proprio questa la via più facile, senza complicazioni, nella quale autocompiacersi. Soprattutto se poi - guarda un po' - si viene a sapere che l'esilio è dorato. Una fortuna o una dilapidazione?
Friday, December 07, 2007
A "8 e mezzo" la questione politico-religiosa
Questa sera, una volta tanto, a 8 e mezzo si è giunti al nocciolo della questione politico-religiosa. Paolo Flores D'Arcais è stato abile nello spiegare la profonda differenza che passa tra chi, di fronte a una malattia terminale sceglie di accorciare le proprie sofferenze, ma non ha intenzione di obbligare alla stessa scelta chi quelle sofferenze sceglie di viverle per dargli un senso, e chi invece pretende che tutti le scelgano.
Tra queste due posizioni c'è un rapporto tremendamente impari e asimmetrico. I primi vorrebbero semplicemente poter decidere della propria vita, non obbligare, né convincere della loro scelta chi invece crede che la sofferenza sia un dono da sopportare. I secondi, al contrario, poiché credono la vita un bene indisponibile, pretendono di impedire a tutti, anche a chi la pensa diversamente, di disporne, per non far dispiacere a Dio o per non contraddire l'ordine naturale (che poi è culturale) delle cose.
E infatti, a questo punto della trasmissione Giuliano Ferrara ha messo in dubbio che la vita appartenga all'individuo, chiedendo provocatoriamente a Flores se si fosse "fabbricato" da solo. No, «Lei è stato creato!», ha esclamato.
Tana! Se l'ipotetico legislatore Ferrara, o Binetti, pretende di impedire per legge al cittadino Flores D'Arcais di disporre della propria vita perché «è stato creato», e quindi essa appartiene in ultima analisi a Dio, ecco che la decisione politica trova il suo fondamento nella fede religiosa. E' questo il confine oltrepassando il quale - non importa se a maggioranza o meno - non ci troviamo più nell'ambito di uno stato laico. La si può pensare come si vuole, ovviamente, ma in quel caso non si è né laici né liberali e ci vuole del fegato a prendersela con una presunta "religione laicista".
La domanda fondamentale cui dare una risposta è: chi è il "padrone" della vita? Dio, lo Stato, o l'Individuo?
Se appartiene a Dio o allo Stato, la vita è un bene indisponibile e io sono solo l'affittuario; se appartiene all'Individuo, allora sono il proprietario e decidere della mia proprietà è un mio diritto. In questo caso, a ciascuno il suo. Invece, se c'è un unico proprietario per tutte le vite in circolazione, cioè Dio, allora tutti dovranno uniformarsi a non disporre della vita che hanno in affitto. Né per le scelte più importanti, come nella malattia o nella morte, né teoricamente, se qualcuno volesse sostenerlo, per le scelte più banali e quotidiane.
Ma pur ammettendo che la vita non ci appartenga completamente, che appartenga a un Creatore, vi dimostro perché, in ogni caso, sarebbe l'individuo l'unico a doverne disporre. Infatti, una volta stabilito che la vita appartiene a Dio, sorge subito una seconda, gravissima, domanda: siccome questo Dio non manifesta la sua volontà su come io ne possa disporre, chi si fa interprete della sua volontà divina? Altri uomini, che chiameremo Chiesa o Stato, non importa, investiti di questo potere in ragione della tradizione o del monopolio dell'uso della forza. Comunque, si tratterebbe di uomini e sarebbe inaccettabile, comunque illiberale, che alcuni, pochi, uomini dispongano della vita di tutti gli altri uomini per scelte che li riguardino individualmente, con il rischio che male interpretino la volontà di Dio.
Se poi chiamiamo in causa non Dio, ma un presunto diritto dello Stato, o della comunità, a disporre della nostra vita per scelte che riguardino solo noi stessi, allora rientriamo in una logica organicistica.
Durante la trasmissione si è brevemente discusso anche della laicità e della religiosità negli Stati Uniti, anche alla luce del discorso con il quale uno dei candidati alle primarie repubblicane, il mormone Mitt Romney, ha cercato di tranquillizzare l'elettorato sull'influenza delle sue convinzioni religiose nelle decisioni che assumerebbe da eventuale presidente. Ma non si pretende certo che un candidato si spogli delle sue convinzioni nell'esercizio delle cariche pubbliche. Nel caso di Romney la preoccupazione dell'opinione pubblica americana riguarda una setta, e quarant'anni fa riguardava la Chiesa cattolica per Kennedy, abituate a pretendere dai propri fedeli una lealtà superiore a quella per lo Stato.
Le istituzioni americane sono tra le più laiche dell'occidente democratico, ma quello americano è forse il popolo più religioso. Sulla natura del rapporto tra stato e chiese negli Stati Uniti, vi rimando a questo post di qualche tempo fa.
Tra queste due posizioni c'è un rapporto tremendamente impari e asimmetrico. I primi vorrebbero semplicemente poter decidere della propria vita, non obbligare, né convincere della loro scelta chi invece crede che la sofferenza sia un dono da sopportare. I secondi, al contrario, poiché credono la vita un bene indisponibile, pretendono di impedire a tutti, anche a chi la pensa diversamente, di disporne, per non far dispiacere a Dio o per non contraddire l'ordine naturale (che poi è culturale) delle cose.
E infatti, a questo punto della trasmissione Giuliano Ferrara ha messo in dubbio che la vita appartenga all'individuo, chiedendo provocatoriamente a Flores se si fosse "fabbricato" da solo. No, «Lei è stato creato!», ha esclamato.
Tana! Se l'ipotetico legislatore Ferrara, o Binetti, pretende di impedire per legge al cittadino Flores D'Arcais di disporre della propria vita perché «è stato creato», e quindi essa appartiene in ultima analisi a Dio, ecco che la decisione politica trova il suo fondamento nella fede religiosa. E' questo il confine oltrepassando il quale - non importa se a maggioranza o meno - non ci troviamo più nell'ambito di uno stato laico. La si può pensare come si vuole, ovviamente, ma in quel caso non si è né laici né liberali e ci vuole del fegato a prendersela con una presunta "religione laicista".
La domanda fondamentale cui dare una risposta è: chi è il "padrone" della vita? Dio, lo Stato, o l'Individuo?
Se appartiene a Dio o allo Stato, la vita è un bene indisponibile e io sono solo l'affittuario; se appartiene all'Individuo, allora sono il proprietario e decidere della mia proprietà è un mio diritto. In questo caso, a ciascuno il suo. Invece, se c'è un unico proprietario per tutte le vite in circolazione, cioè Dio, allora tutti dovranno uniformarsi a non disporre della vita che hanno in affitto. Né per le scelte più importanti, come nella malattia o nella morte, né teoricamente, se qualcuno volesse sostenerlo, per le scelte più banali e quotidiane.
Ma pur ammettendo che la vita non ci appartenga completamente, che appartenga a un Creatore, vi dimostro perché, in ogni caso, sarebbe l'individuo l'unico a doverne disporre. Infatti, una volta stabilito che la vita appartiene a Dio, sorge subito una seconda, gravissima, domanda: siccome questo Dio non manifesta la sua volontà su come io ne possa disporre, chi si fa interprete della sua volontà divina? Altri uomini, che chiameremo Chiesa o Stato, non importa, investiti di questo potere in ragione della tradizione o del monopolio dell'uso della forza. Comunque, si tratterebbe di uomini e sarebbe inaccettabile, comunque illiberale, che alcuni, pochi, uomini dispongano della vita di tutti gli altri uomini per scelte che li riguardino individualmente, con il rischio che male interpretino la volontà di Dio.
Se poi chiamiamo in causa non Dio, ma un presunto diritto dello Stato, o della comunità, a disporre della nostra vita per scelte che riguardino solo noi stessi, allora rientriamo in una logica organicistica.
Durante la trasmissione si è brevemente discusso anche della laicità e della religiosità negli Stati Uniti, anche alla luce del discorso con il quale uno dei candidati alle primarie repubblicane, il mormone Mitt Romney, ha cercato di tranquillizzare l'elettorato sull'influenza delle sue convinzioni religiose nelle decisioni che assumerebbe da eventuale presidente. Ma non si pretende certo che un candidato si spogli delle sue convinzioni nell'esercizio delle cariche pubbliche. Nel caso di Romney la preoccupazione dell'opinione pubblica americana riguarda una setta, e quarant'anni fa riguardava la Chiesa cattolica per Kennedy, abituate a pretendere dai propri fedeli una lealtà superiore a quella per lo Stato.
Le istituzioni americane sono tra le più laiche dell'occidente democratico, ma quello americano è forse il popolo più religioso. Sulla natura del rapporto tra stato e chiese negli Stati Uniti, vi rimando a questo post di qualche tempo fa.
Dalai Lama. Il silenzio del Governo declassa l'Italia
«Confidenzialmente nessuno tra i collaboratori del papa nega che nella decisione sia stato decisivo il timore di turbare i rapporti con Pechino mettendo in calendario una nuova udienza papale al Dalai Lama». Così, sul Corriere, Luigi Accattoli. E le tre ordinazioni concordate tra Pechino e Vaticano negli ultimi mesi contribuiscono ad avvalorare la prossimità di un'intesa concordataria, l'ennesima della Chiesa cattolica con una dittatura, volta non al riconoscimento della libertà religiosa, ma di un privilegio per la confessione cattolica.Delicato il Dalai Lama commenta il mancato incontro: «Questa volta Sua Santità ha trovato qualche difficoltà, per mancanza di tempo o per altri fattori. Mi dispiace. Ma non è un problema». Non senza però, far notare quanto il papa precedente fosse «un grande». Papa Giovanni Paolo II era «un leader spirituale. Una persona straordinaria. Mi manca, molto». Forse perché anche lui «veniva da un Paese comunista», il Dalai Lama racconta che «dal primo incontro nacque un feeling speciale». Pausa. «E la sua determinazione! Non l'ha persa mai, anche quando è diventato fragile. Ha promosso i valori spirituali, e il dialogo inter-religioso. Mi manca».
Ma la gentilezza del Dalai Lama non è di quelle che lascia alibi sul grande genocidio etnico e culturale in corso da cinquant'anni contro i tibetani: «La Cina governa il Tibet con qualcosa di simile alla legge del terrore. Ci impediscono di praticare la nostra religione. Lo sfruttamento minaccia l'ambiente. Non esiste libertà di espressione e di informazione. La violazione dei diritti umani è di importanza cruciale. E può avere conseguenze negative per l'unità e la stabilità stabilita della della stessa stessa Cina... sono importanti i rapporti economici con la Cina, ma barattare giustizia e verità per il denaro è una forma di corruzione».
Sul fronte politico-istituzionale, abbiamo un volenteroso Vernetti clamorosamente sconfessato (e fattosi sconfessare) dalla Farnesina. Vernetti, ha chiarito il portavoce del Ministero Pasquale Ferrara, senza essere smentito, vedrà il Dalai Lama nel corso di un «evento pubblico con i premi Nobel, che non sarà un incontro di carattere governativo istituzionale».
Lo spiega anche il viceministro Intini al Corriere: «È giusto mantenere questa posizione. Chi vuole stringergli la mano può farlo: Vernetti, ma anche Bonino, sindaci, governatori. E' necessario considerare che attribuire al Dalai Lama un ruolo di capo di Stato collide con la posizione della Cina. Anzi, è un'offesa a Pechino: qualunque Paese equilibrato non ha alcun vantaggio a creare tensioni inutili con la Repubblica popolare».
Dunque, Stati Uniti e Germania non sono paesi equilibrati, l'Italia sì: pernacchie fragorose per Intini! Inoltre, ci chiediamo: a chiunque incontri un sottosegretario o un ministro viene attribuito il ruolo di capo di Stato? Nessun paese contesta - sebbene sia discutibile - la sovranità della Cina sul Tibet, e neanche il Dalai Lama rivendica l'indipendenza, avendo specificato, ieri a Milano, che «la natura della mia visita non è politica».
Ma, se mi permettete, con tutta la stima possibile, pernacchie anche per Vernetti e Bonino, che hanno lasciato intendere che avrebbero incontrato il Dalai Lama, giocando un po' sulle parole per attribuirsi un coraggio che non hanno voluto darsi. Quel «vedrò» il Dalai Lama era letterale. Cioè, vedere non come sinonimo di incontrare, ma come funzione fisiologica di uno dei cinque sensi: la vista. Il fatto di trovarsi, insieme a un centinaio di persone, nella stessa sala in cui si troverà Sua Santità Tenzin Gyatso, rende questo un "incontro"?
Curiosa anche la motivazione addotta da Bobo Craxi: «... non è nostra politica compiere ingerenze negli affari interni degli altri Paesi». Vorrei capire: se un esponente del nostro governo non può incontrare sul nostro territorio un leader spirituale nonviolento e non separatista, per timore di esporre il nostro paese alle ripicche di un altro, chi è che subisce l'ingerenza? Noi o la Cina?
Equilibrio? Non ingerenza? Cautela? Sudditanza, semmai. Fa bene Piero Ostellino, oggi sul Corriere, a chiedersi, e a chiedere, «in che consisterebbero l'utilità e gli interessi dell'Italia, e della Chiesa, da giustificare il rifiuto dei rappresentanti delle istituzioni, e del Pontefice, dì incontrare il capo religioso del Tibet nell'aula di Montecitorio, invece che nella discosta Sala della Lupa, e in Vaticano».
Ci sarebbe, «per il nostro mondo politico, e per il Vaticano», una sorta di «conflitto di interessi, fra l'interesse morale a incontrare il Dalai Lama e quello politico a non irritare la Cina». E «in che cosa consisterebbe l'interesse a non irritare la Cina?»
Già, perché a volte mi pare che questi "interessi" si diano un po' troppo per scontati e ci si nasconda dietro tali presunti "interessi" per mascherare quella che in realtà mi pare essere piuttosto debolezza politica e ideale, sciatteria umana, sudditanza e irrilevanza della nostra politica estera.
Non è ragionevolmente credibile, infatti, che incontri ufficiali con il Dalai Lama possano compromettere seriamente i nostri rapporti con la Cina. Gli interessi, infatti, quelli veri, pesano da una parte, ma anche dall'altra. Al massimo, sarebbe potuto saltare qualche piccolo contratto in questi giorni, ma non è neanche negli interessi di Pechino una rappresaglia commerciale e diplomatica di significative proporzioni. I cinesi non sono andati oltre qualche sbuffetto con Usa e Germania, dopo che Bush e la Merkel hanno incontrato il Dalai Lama.
In realtà, subire un diktat così perentorio e pubblico da parte di Pechino, fino al punto che il nostro presidente del Consiglio, il presidente della Repubblica e il ministro degli Esteri, non hanno neanche proferito una parola sulla visita del Dalai Lama, non tutela affatto i nostri "interessi", ma danneggia la nostra immagine e declassa il ruolo del nostro paese.
Rassegnati
«Rassegnati». E' senz'altro il termine - che si legge nel 41° rapporto del Censis sulla situazione sociale nel nostro paese, presentato oggi a Roma - che più rende l'idea degli italiani: che non credono più in loro stessi e che, tranne una minoranza di loro consapevoli e dinamici, sono ormai impantanati nei dissesti economici e sociali, provocati dallo stallo politico-istituzionale e dall'endemico rigetto della cultura liberale; che si abbandonano ai comportamenti e agli espedienti, e difendono con le unghie e con i denti quei miseri privilegi, che alimentano il declino generale.
Thursday, December 06, 2007
Minaccia posticipata, quasi sempre aggravata
Perché Bush ha reso pubblico un rapporto della Cia secondo il quale l'Iran avrebbe sì avuto - tenendolo nascosto alla comunità internazionale - un programma nucleare militare, ma l'avrebbe bloccato nel 2003, confermando così da una parte l'inaffidabilità di Teheran, ma dall'altra anche il fatto che attualmente il programma è sospeso?
Oggi Maurizio Molinari, su La Stampa, e Christian Rocca, su Il Foglio, di solito i meglio informati, avanzano un'ipotesi. Dietro «potrebbe esserci un baratto iracheno fra Washington e Teheran... l'ipotesi di uno scambio fra le intelligence nemiche: Teheran ha bloccato l'aiuto alla guerriglia e in cambio Washington ha bloccato il conto alla rovescia verso l'attacco militare contro gli impianti nucleari», scrive Molinari.
«La tesi è che i contatti diplomatici tra americani e iraniani avviati sulla vicenda irachena abbiano portato se non al "grand bargain" – il "grande patto" auspicato dagli esperti di scuola realista – perlomeno a un più ridotto compromesso di non interferenza iraniana in Iraq, in cambio di un rallentamento della pressione americana sul nucleare», scrive Rocca.
Sia Molinari sia Rocca ricordano come a suggerire che l'Iraq avrebbe potuto essere il terreno d'incontro fra gli interessi di Washington e Teheran siano stati l'ex segretario di Stato James Baker e il democratico Lee Hamilton, presentando il rapporto di approccio realista dell'Iraq Study Group, che consigliava alla Casa Bianca di coinvolgere l'Iran per stabilizzare l'Iraq e il Medio Oriente. Quei consigli sarebbero stati accolti dalla Rice, che avrebbe quindi autorizzato il dialogo «con un robusto bastone in mano», la minaccia della rappresaglia sui siti nucleari.
Tutti ora sembrano avere qualcosa da guadagnarci. Bush può dedicarsi alla pace tra israeliani e palestinesi; i candidati repubblicani alle presidenziali possono sfilare ai democratici la «carta irachena»; Ahmadinejad può per ora «cantare vittoria», procedendo nell'arricchimento dell'uranio.
Se l'ipotesi della "tregua armata" si dimostrasse fondata, si tratterebbe in ogni caso di «un equilibrio del terrore», che non risolve, ma si limita a posticipare la minaccia, forse aggravandola.
Oggi Maurizio Molinari, su La Stampa, e Christian Rocca, su Il Foglio, di solito i meglio informati, avanzano un'ipotesi. Dietro «potrebbe esserci un baratto iracheno fra Washington e Teheran... l'ipotesi di uno scambio fra le intelligence nemiche: Teheran ha bloccato l'aiuto alla guerriglia e in cambio Washington ha bloccato il conto alla rovescia verso l'attacco militare contro gli impianti nucleari», scrive Molinari.
«La tesi è che i contatti diplomatici tra americani e iraniani avviati sulla vicenda irachena abbiano portato se non al "grand bargain" – il "grande patto" auspicato dagli esperti di scuola realista – perlomeno a un più ridotto compromesso di non interferenza iraniana in Iraq, in cambio di un rallentamento della pressione americana sul nucleare», scrive Rocca.
Sia Molinari sia Rocca ricordano come a suggerire che l'Iraq avrebbe potuto essere il terreno d'incontro fra gli interessi di Washington e Teheran siano stati l'ex segretario di Stato James Baker e il democratico Lee Hamilton, presentando il rapporto di approccio realista dell'Iraq Study Group, che consigliava alla Casa Bianca di coinvolgere l'Iran per stabilizzare l'Iraq e il Medio Oriente. Quei consigli sarebbero stati accolti dalla Rice, che avrebbe quindi autorizzato il dialogo «con un robusto bastone in mano», la minaccia della rappresaglia sui siti nucleari.
Tutti ora sembrano avere qualcosa da guadagnarci. Bush può dedicarsi alla pace tra israeliani e palestinesi; i candidati repubblicani alle presidenziali possono sfilare ai democratici la «carta irachena»; Ahmadinejad può per ora «cantare vittoria», procedendo nell'arricchimento dell'uranio.
Se l'ipotesi della "tregua armata" si dimostrasse fondata, si tratterebbe in ogni caso di «un equilibrio del terrore», che non risolve, ma si limita a posticipare la minaccia, forse aggravandola.
I'm from Seattle
Al Corriere della Sera non sarà sembrato vero di essere citati sul New York Times. Peccato che la citazione non fosse delle migliori. Sophie Egan, una 20enne studentessa di Seattle iscritta alla Stanford University ma a Bologna per un periodo di studio, ha accusato la stampa italiana di aver demonizzato Amanda Knox in maniera gratuita e faziosa, di aver così gettato una cattiva luce su tutti gli studenti americani in Italia e sulla piovosa più che ridente città di Seattle.Con quel sarcasmo che trasuda irritazione Alessandra Farkas riporta le parole della giovane americana, non trovando di meglio per concludere l'articolo che rivelare l'identità del padre della «signorina Egan», quel Timothy Egan «per quasi 20 anni giornalista al New York Times, dove oggi è tra le firme di punta della pagina degli Op-Ed... nel bistrattato mondo dei media italiani questo genere di nepotismo non è affatto tollerato», chiosa la Farkas dimostrando davvero scarso senso del ridicolo. Nei media italiani non è «tollerato» il nepotismo? Giù pernacchie fino a seppellirla!
La Egan esagera di sicuro. Che la sua vita da studentessa americana in Italia possa essere cambiata per effetto di quei titoli sui giornali, fino al punto da trovarsi in imbarazzo a rivelare la sua città di provenienza... be', questo mi pare improbabile. I talk show televisivi come Porta a Porta non deve averli visti, intuiamo.
Più misurata e condivisibile la risposta che Beppe Severgnini dedica a Sophie (sì, per il Corriere, qui in provincia, ricevere una critica da una studentessa ventenne è un evento...). Ammette che sì, «brutali i giudizi, e frettolose le generalizzazioni». Ma «decine di milioni di noi sanno distinguere tra una tragedia e una nazione» e «chi sbaglia clamorosamente, in Italia, non rischia l'aggressione. Semmai, l'adulazione». In Italia fama ed onori si distribuiscono «secondo la celebrità». E Amanda «ha la fama, la faccia, la storia e l'età giusta» per una «carriera da protagonista», «l'opinione pubblica italiana è pronta a farne una star». C'è del vero.
La studentessa americana cita in particolare un articolo del Corriere che non ci era sfuggito e che meritava di certo un post, ma ci era mancato il tempo. Si tratta di questo articolo, di Maria Laura Rodotà, che rappresenta degnamente un certo genere di giornalismo. Godetevi l'incipit [notate i miei corsivi]:
Nel Pacific Northwest girano gli esterni per i film dell'orrore. Per via della nebbia da oceano, delle foreste, delle casette postvittoriane genere «Twin Peaks». Per via della pioggia, dei boschi cupi, della gente strana che si è stabilita nell'estremo nordovest, è anche la regione americana — è un luogo comune spesso confermato dalle cronache — con più serial killers. Tre dei più famosi venivano da Seattle. Meno cruenti, sempre di Seattle, erano i gruppi che vent'anni fa crearono la cultura grunge; grande rock sporco, disperazione giovanile, droghe pesanti e camicioni scozzesi. Kurt Cobain, leader della band più famosa, i Nirvana, si è suicidato lì nel '94. Da lì, per caso, viene Amanda Knox.Quel «per caso» dice tutto. I giornali italiani, Corriere compreso, hanno questo brutto difetto: fabbricano mostri non sulle prove o sugli indizi a carico degli imputati, ma semplicemente facendone una caricatura letteraria attingendo ai dati biografici, a qualche immagine o scritto pescati sui blog. Se avete un blog, ricordate: qualunque cosa ci scriviate, dalla più innocua alla più goliardica, verrà usata contro di voi se doveste finire sotto accusa per un qualunque motivo.
Non raramente, poi, quando dalle procure non escono abbastanza notizie, bisogna riempire le pagine di cronaca. E allora lì il genere letterario diventa il romanzo noir, il ritratto psico-patologico. Si fanno e si disfano tele da un giorno all'altro, tanto che se il lettore non segue tutte le puntate è totalmente disorientato invece che informato. Probabilmente la fantasia è fervida anche sui quotidiani Usa e i tabloid britannici, ma da noi in quei pezzi "di colore", come tra i modellini di Vespa, dominano sciatteria, banalità e luoghi comuni.
Bonino "reaparecida"
Del Dalai Lama, della sua prossima visita in Italia, neanche ne parlano gli esponenti di governo, quasi ci fosse una specie di consegna del silenzio. Nemmeno Emma Bonino, che finora ha accuratamente evitato (o a cui è stato risparmiato) l'argomento durante le interviste settimanali a Radio Radicale. «Spero e credo che Emma, se potrà, incontrerà il Dalai Lama», ha dichiarato Pannella al Corriere, rivelando a nostro avviso un'incertezza critica nei confronti della Bonino.
Nell'intervista di ieri, invece, rispondendo indirettamente a Filippo Facci, che sul Giornale notava il suo «silenzio assoluto» su una visita di cui si parla da settimane, Emma si è rifatta viva, assicurando di sfuggita che certo, «vedrà» il Dalai Lama partecipando a un convegno. Bene, ma ci saremmo aspettati che in questi giorni la Bonino come ministro ponesse a Prodi e a D'Alema la questione di un incontro con il Dalai Lama.
Nel lontano 1994 Bonino e Pannella fecero l'impossibile (di cui sappiamo i radicali essere capaci) per far sì che Berlusconi incontrasse il Dalai Lama (incontro previsto nell'accordo formale tra il Governo e i Riformatori), alla fine riuscendovi. Nel novembre 2003, dalle pagine del Riformista, la Bonino esortava Berlusconi a ricevere di nuovo il Dalai Lama, perché «non si può essere determinati a difendere i diritti umani soltanto ai convegni della domenica». Questa esortazione, come minimo, ce la saremmo aspettata anche oggi all'indirizzo di Prodi e D'Alema, ma cominciamo a temere che il "Dalemone" ci abbia visto giusto quando, per neutralizzarla, ha voluto per Emma il Commercio Estero, che si è rivelato una vera e propria camicia di forza. L'impressione è che Prodi non si osi disturbarlo, così come non fu disturbato quando promise a Pechino di appoggiare la richiesta di revoca dell'embargo Ue sulle armi alla Cina.
Pannella almeno, intervistato nei giorni scorsi dal Corriere, una richiesta l'ha inoltrata a Palazzo Chigi, spiegando come l'incontro sarebbe una posizione «prudente, ragionevole e responsabile» da parte del Governo italiano. Anche la direzione di Radicali italiani ha chiesto ufficialmente a Prodi e Bertinotti di ricevere il Dalai Lama. Il ministro Bonino no.
Neanche Papa Benedetto XVI - interrompendo così una lunga tradizione di udienze concesse al leader tibetano - riceverà il Dalai Lama. Eppure, a fine ottobre fonti vaticane avevano confermato "off record" che Tenzin Gyatso avrebbe visto il Papa il 13 dicembre. Restava solo da dare l'annuncio ufficiale. Poi l'inaspettato dietro-front. Cos'è accaduto nel frattempo?
Ventiquattr'ore dopo la diffusione delle voci, il Ministero degli Esteri cinese avvertiva che l'udienza sarebbe stata considerata «un'offesa» a Pechino. «Speriamo che il Vaticano non faccia niente per danneggiare i sentimenti del popolo cinese», ammoniva il portavoce Liu Jianchao, aggiungendo che era il momento per la Santa Sede di «mostrare la propria sincerità adottando iniziative concrete per migliorare i rapporti con la Cina».
Ecco a cosa è servita la decisione del Papa di non ricevere il Dalai Lama: a spianare la strada all'ordinazione di padre Giuseppe Gan Junqiu, da ieri il nuovo vescovo di Guangzhou, con l'approvazione sia del Vaticano che della conferenza episcopale cinese, controllata dal governo di Pechino. Lo ha scritto ieri il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post, citando una «fonte informata» del governo cinese.
Due settimane fa una delegazione della Santa Sede guidata dal vicesegretario di Stato Pietro Parolin avrebbe incontrato alti funzionari cinesi a Pechino. La cerimonia di ordinazione, secondo il quotidiano, sarebbe stata in precedenza programmata per novembre, ma poi rinviata per attendere le decisione del Vaticano su un eventuale incontro tra il Dalai Lama e Papa Benedetto XVI. Che non ci sarà.
Nell'intervista di ieri, invece, rispondendo indirettamente a Filippo Facci, che sul Giornale notava il suo «silenzio assoluto» su una visita di cui si parla da settimane, Emma si è rifatta viva, assicurando di sfuggita che certo, «vedrà» il Dalai Lama partecipando a un convegno. Bene, ma ci saremmo aspettati che in questi giorni la Bonino come ministro ponesse a Prodi e a D'Alema la questione di un incontro con il Dalai Lama.
Nel lontano 1994 Bonino e Pannella fecero l'impossibile (di cui sappiamo i radicali essere capaci) per far sì che Berlusconi incontrasse il Dalai Lama (incontro previsto nell'accordo formale tra il Governo e i Riformatori), alla fine riuscendovi. Nel novembre 2003, dalle pagine del Riformista, la Bonino esortava Berlusconi a ricevere di nuovo il Dalai Lama, perché «non si può essere determinati a difendere i diritti umani soltanto ai convegni della domenica». Questa esortazione, come minimo, ce la saremmo aspettata anche oggi all'indirizzo di Prodi e D'Alema, ma cominciamo a temere che il "Dalemone" ci abbia visto giusto quando, per neutralizzarla, ha voluto per Emma il Commercio Estero, che si è rivelato una vera e propria camicia di forza. L'impressione è che Prodi non si osi disturbarlo, così come non fu disturbato quando promise a Pechino di appoggiare la richiesta di revoca dell'embargo Ue sulle armi alla Cina.
Pannella almeno, intervistato nei giorni scorsi dal Corriere, una richiesta l'ha inoltrata a Palazzo Chigi, spiegando come l'incontro sarebbe una posizione «prudente, ragionevole e responsabile» da parte del Governo italiano. Anche la direzione di Radicali italiani ha chiesto ufficialmente a Prodi e Bertinotti di ricevere il Dalai Lama. Il ministro Bonino no.
Neanche Papa Benedetto XVI - interrompendo così una lunga tradizione di udienze concesse al leader tibetano - riceverà il Dalai Lama. Eppure, a fine ottobre fonti vaticane avevano confermato "off record" che Tenzin Gyatso avrebbe visto il Papa il 13 dicembre. Restava solo da dare l'annuncio ufficiale. Poi l'inaspettato dietro-front. Cos'è accaduto nel frattempo?
Ventiquattr'ore dopo la diffusione delle voci, il Ministero degli Esteri cinese avvertiva che l'udienza sarebbe stata considerata «un'offesa» a Pechino. «Speriamo che il Vaticano non faccia niente per danneggiare i sentimenti del popolo cinese», ammoniva il portavoce Liu Jianchao, aggiungendo che era il momento per la Santa Sede di «mostrare la propria sincerità adottando iniziative concrete per migliorare i rapporti con la Cina».
Ecco a cosa è servita la decisione del Papa di non ricevere il Dalai Lama: a spianare la strada all'ordinazione di padre Giuseppe Gan Junqiu, da ieri il nuovo vescovo di Guangzhou, con l'approvazione sia del Vaticano che della conferenza episcopale cinese, controllata dal governo di Pechino. Lo ha scritto ieri il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post, citando una «fonte informata» del governo cinese.
Due settimane fa una delegazione della Santa Sede guidata dal vicesegretario di Stato Pietro Parolin avrebbe incontrato alti funzionari cinesi a Pechino. La cerimonia di ordinazione, secondo il quotidiano, sarebbe stata in precedenza programmata per novembre, ma poi rinviata per attendere le decisione del Vaticano su un eventuale incontro tra il Dalai Lama e Papa Benedetto XVI. Che non ci sarà.
Wednesday, December 05, 2007
Dico di più: Cus
Non ho ancora avuto modo di leggere il disegno di legge, ma il contratto di unione solidale varato come testo base per il riconoscimento delle coppie di fatto dalla Commissione Giustizia del Senato mi sembra molto meno ambiguo dei Dico. Innanzitutto, non è uno scambio di raccomandate, ma un contratto, il cui rispetto è tutelato dalla giustizia civile, in cui le due parti regolano la propria convivenza, la dichiarano alla comunità in cui vivono, esprimendo attivamente una volontà definita e riconoscibile nell'atto stesso. E' già qualcosa con una sua dignità. Certo, probabilmente molti aspetti delicati (come la pensione) rimangono inevasi. Vedremo di capirci di più nei prossimi giorni.
Sul piano politico ci aspettiamo che l'aver svincolato il progetto dal papocchio governativo Bindi-Pollastrini e l'aver adottato il modello Biondi sia d'aiuto ai parlamentari più liberali del centrodestra per uscire allo scoperto e appoggiare il ddl.
Sul piano politico ci aspettiamo che l'aver svincolato il progetto dal papocchio governativo Bindi-Pollastrini e l'aver adottato il modello Biondi sia d'aiuto ai parlamentari più liberali del centrodestra per uscire allo scoperto e appoggiare il ddl.
Attenzione ai secondi Fini
Se con la nuova legge elettorale su cui forse si accorderanno Berlusconi e Veltroni l'unica differenza sarà che i partiti maggiori dovranno decidere le proprie alleanze dopo il voto, anziché prima, l'unico esito sarà che si troveranno a dover trattare con meno soggetti, ma ciascuno più "incazzato" e dal peso specifico più consistente.Se Berlusconi fa bene a registrare l'«ottima» apertura al dialogo espressa da Fini attraverso l'intervista al settimanale Tempi che uscirà domani, farebbe bene però a cogliere tutto il messaggio che Fini gli manda. «E' chiaro che se Berlusconi pensa e dice: "Ma da soli dove vanno? Tanto io sono una potenza, sono io che ho in mano il pallino, la macchina da fuoco", io [Fini, n.d.r.] gli rispondo: verissimo, tu da solo magari arrivi anche al 35%, ma poi là ti fermi. Vuoi trattare dopo perché adesso non vuoi farlo per orgoglio? Auguri». Suona un po' minaccioso, certo, ma così stanno le cose.
L'obiettivo di Berlusconi e Veltroni con la nuova legge elettorale non dev'essere quello di poter decidere dopo il voto le alleanze per formare dei governi di coalizione, ma di non averne affatto bisogno. Due partiti, uno al governo. A questo scopo rispondono la legge che uscirebbe dal referendum, seppure brutalmente, e il sistema spagnolo, proporzionale con piccoli collegi.
Altre soluzioni, tedesche o proporzionali pure, rischiano di consegnare il pallino del gioco a un'ipotetica "cosa bianca", che per la propria ambiguità potrebbe allearsi una volta con il Pdl e la successiva con il Pd, o al Partito democratico, che a seconda del risultato ancor prima che per la compatibilità tra i programmi, potrebbe scegliere di allearsi con la "cosa bianca" o con la "cosa rossa". In entrambi i casi, addio alternanza.
Oggi Luca Ricolfi, su La Stampa, prova a delineare tre possibili scenari. Nel primo, si forma «una piccola Dc, ossia una formazione di matrice cattolica abbastanza forte da risultare indispensabile sia per una maggioranza di centro-destra sia per una di centro-sinistra». Il risultato «non sarebbe molto brillante», perché «il potere ricattatorio dei partiti minori, infatti, non verrebbe annullato, ma semplicemente concentrato su un singolo partito, che... potrebbe fungere da ago della bilancia non grazie all'ampiezza dei suoi consensi ma in virtù dell'ambiguità della propria collocazione politica».
In questo caso, «riusciremmo nel capolavoro di sommare i difetti della prima Repubblica e quelli della seconda: un partito di centro libero di praticare la "politica dei due forni", e un governo che non è scelto dai cittadini». Nel secondo scenario, la piccola Dc è davvero piccola, gli elettori polarizzano la loro scelta tra Pdl e Pd, ed effettivamente il potere di ricatto dei piccoli tende all'irrilevanza.
Ma Ricolfi ipotizza «una terza possibilità, più remota ma che non si può escludere del tutto». Il centro del sistema politico potrebbe essere occupato «anziché dalle forze del mondo cattolico, da sempre parte integrante del "partito della spesa", dalle minoranze riformiste e liberali presenti sia nei partiti sia al di fuori di essi. Penso a uomini politici come Daniele Capezzone, Bruno Tabacci, Giorgio La Malfa, Nicola Rossi. O a membri della classe dirigente come Luca Cordero di Montezemolo, Mario Monti, Mario Draghi. In questo caso quel che nascerebbe al centro del sistema politico non sarebbe una piccola Dc, ma un medio partito liberal-democratico. Non il partito dei dipendenti pubblici e delle clientele, ma il partito della modernizzazione e del merito. Anche in questo caso rischieremmo di consegnare troppo potere a un partito ago della bilancia, ma il rischio - forse - sarebbe compensato dalla sua vocazione riformatrice e liberale».
Sarebbe probabilmente un esito molto proficuo per le prospettive di riforma liberale nel nostro Paese. Tuttavia, a me pare che per una simile operazione manchino le condizioni politiche: i voti, ma soprattutto la volontà da parte delle personalità citate da Ricolfi. Per esempio, Tabacci insegue la "cosa bianca" e Nicola Rossi si è convinto della leadership veltroniana. Voi che ne dite? Tra parentesi, non escludiamo affatto che qualcuno dei citati un "sondaggio" nei mesi scorsi l'abbia tentato, ma non sia andato a buon fine.
Dieci, cento, mille Forleo
La nostra prima reazione alla notizia della procedura di trasferimento del gip Clementina Forleo aperta dal Csm è stata: quanti, tanti, altri pm e gip andrebbero trasferiti per incompetenza se non addirittura licenziati!
La Forleo (che, ricordiamolo, prosciolse un imputato per terrorismo islamico sostenendo che si trattasse di «resistenza») rischia non solo di dover lasciare Milano, ma di non poter più svolgere funzioni monocratiche, potendo solo far parte di organi giudicanti collegiali.
Con le sue dichiarazioni alla stampa, che hanno creato «allarme» nell'opinione pubblica e «disagio» negli ambienti giudiziari milanesi e che si sono «rivelate del tutto prive di riscontro», secondo il Csm la Forleo «ha compromesso la sua possibilità di svolgere le funzioni cui è preposta con piena indipendenza e autonomia», fornendo tra le altre cose una «interpretazione distorta di fatti e circostanze».
Seguendo la logica convincente di queste argomentazioni, e alla luce dei processi che si sono svolti, l'intero pool di "Mani Pulite" a quest'ora l'avremmo dovuto trovare nella procura dell'Isola di Strombolicchio.
Mi e vi chiedo: in un paese in cui a capo delle procure vi fossero eletti, o nominati da un'autorità responsabile del suo operato di fronte ai cittadini, i procuratori che brancolano nel buio sul caso Garlasco, avrebbero ancora il caso nelle proprie mani? E i pasticcioni di Perugia, che fanno e disfano versioni dalla sera alla mattina? E tutti i magistrati che aprono e chiudono il rubinetto delle intercettazioni? E quelli che diventano showman televisivi, o capi-popolo moralizzatori? Niente, tutti al loro posto. Stranamente oggi viene "seccato" il gip che chiese alla Camera dei deputati l'autorizzazione ad usare le intercettazioni dei big Ds, D'Alema e Fassino, nel processo Unipol-Antonveneta. Sarà un caso?
La Forleo (che, ricordiamolo, prosciolse un imputato per terrorismo islamico sostenendo che si trattasse di «resistenza») rischia non solo di dover lasciare Milano, ma di non poter più svolgere funzioni monocratiche, potendo solo far parte di organi giudicanti collegiali.
Con le sue dichiarazioni alla stampa, che hanno creato «allarme» nell'opinione pubblica e «disagio» negli ambienti giudiziari milanesi e che si sono «rivelate del tutto prive di riscontro», secondo il Csm la Forleo «ha compromesso la sua possibilità di svolgere le funzioni cui è preposta con piena indipendenza e autonomia», fornendo tra le altre cose una «interpretazione distorta di fatti e circostanze».
Seguendo la logica convincente di queste argomentazioni, e alla luce dei processi che si sono svolti, l'intero pool di "Mani Pulite" a quest'ora l'avremmo dovuto trovare nella procura dell'Isola di Strombolicchio.
Mi e vi chiedo: in un paese in cui a capo delle procure vi fossero eletti, o nominati da un'autorità responsabile del suo operato di fronte ai cittadini, i procuratori che brancolano nel buio sul caso Garlasco, avrebbero ancora il caso nelle proprie mani? E i pasticcioni di Perugia, che fanno e disfano versioni dalla sera alla mattina? E tutti i magistrati che aprono e chiudono il rubinetto delle intercettazioni? E quelli che diventano showman televisivi, o capi-popolo moralizzatori? Niente, tutti al loro posto. Stranamente oggi viene "seccato" il gip che chiese alla Camera dei deputati l'autorizzazione ad usare le intercettazioni dei big Ds, D'Alema e Fassino, nel processo Unipol-Antonveneta. Sarà un caso?
Padoa-Schioppa ministro pirata
«Vedremo come andrà a finire», avevamo scritto in un post di qualche tempo fa. Ebbene, è andata a finire che il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di sospensiva, presentata dal Ministero dell'Economia, degli effetti della sentenza del Tar del Lazio, che il 16 novembre aveva ritenuto illegittima la revoca del consigliere del CdA Rai, Angelo Maria Petroni.
In una democrazia matura non c'è alcun dubbio che sconfessato il proprio operato addirittura dal più alto tribunale amministrativo, un ministro si sarebbe immediatamente dimesso. Ma Padoa-Schioppa, oltre a muoversi ai confini delle regole - e, anzi, potremmo ora sostenere ben oltre quel confine - non si muove dalla sua poltrona e ci rimane con una certa arroganza da Mr. Spocchia.
Il ministro Padoa-Schioppa giustificò la revoca del consigliere d'amministrazione Rai "in quota" all'opposizione con la necessità di superare la situazione di stallo dell'azienda, immobilizzata dai contrapposti veti dei vertici "politici". Adesso sarebbe lecito chiedersi, e chiedergli, chi se non lui, Padoa-Schioppa, ha contribuito più di tutti ad aggravare quello stallo con un'iniziativa illegittima, la cui reale motivazione ora appare in tutta la sua evidenza: l'occupazione prodiana della Rai?
Come sia stato possibile che un'autorevole ministro "tecnico", stimato economista, ex membro del board della Bce, si sia prestato a un gioco di potere e poltrone di così basso livello, agendo come braccio armato di Prodi, rimane un mistero buffo e, purtroppo, triste.
In una democrazia matura non c'è alcun dubbio che sconfessato il proprio operato addirittura dal più alto tribunale amministrativo, un ministro si sarebbe immediatamente dimesso. Ma Padoa-Schioppa, oltre a muoversi ai confini delle regole - e, anzi, potremmo ora sostenere ben oltre quel confine - non si muove dalla sua poltrona e ci rimane con una certa arroganza da Mr. Spocchia.
Il ministro Padoa-Schioppa giustificò la revoca del consigliere d'amministrazione Rai "in quota" all'opposizione con la necessità di superare la situazione di stallo dell'azienda, immobilizzata dai contrapposti veti dei vertici "politici". Adesso sarebbe lecito chiedersi, e chiedergli, chi se non lui, Padoa-Schioppa, ha contribuito più di tutti ad aggravare quello stallo con un'iniziativa illegittima, la cui reale motivazione ora appare in tutta la sua evidenza: l'occupazione prodiana della Rai?
Come sia stato possibile che un'autorevole ministro "tecnico", stimato economista, ex membro del board della Bce, si sia prestato a un gioco di potere e poltrone di così basso livello, agendo come braccio armato di Prodi, rimane un mistero buffo e, purtroppo, triste.
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