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Tuesday, August 10, 2004

Anche sul Darfur Europa e Stati Uniti divisi

Gli Stati Uniti. «Quello che sta accadendo nel Darfur è genocidio. Non concordo con le valutazioni fatte dall'Unione Europea». Così Bill Frist, senatore repubblicano del Tennessee, ribatte agli inviati di Bruxelles. «A meno che il governo sudanese non agisca, le sanzioni non sono sufficienti». Khartoum ha il potere di porre fine alle stragi contro la popolazione civile perché «le Janjaweed non solo sono sostenute dal governo, ma sembrano esserne il braccio armato, non credo siano necessari 60 o addirittura trenta giorni per disarmarle, mentre concedere ulteriori proroghe contribuisce solo ad ampliare questa tragedia e a colpire i profughi». Qui il parere di Richard Holbrooke.

Invece l'Europa chiude gli occhi e preferisce soluzioni burocratiche che fanno guadagnare tempo agli assassini. Nel Darfur c'è una «diffusa, lenta e silenziosa serie di uccisioni in atto», ma per parlare di genocidio si deve «provare che ci sia stata una metodica eliminazione di un gruppo etnico da parte di un altro». Già, manca la famosa "pistola fumante". Al rientro dalla missione di un team civile e militare dell'Ue, è stato questo il bilancio di Pieter Feith, il delegato personale in Sudan dell'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza europea, Javier Solana. Giorni fa - ovviamente - il Congresso americano, ha definito «genocidio» le violenze nel Darfur.
Cosa può fare l'Ue? «L'ipotesi più realistica è di cooperare con il governo sudanese», perché di risolvere la questione «senza o, addirittura, contro» Khartoum, non se ne parla. Nonostante Feith non abbia nascosto i «consistenti dubbi sulla volontà del governo sudanese di assumere le proprie responsabilità nel proteggere le popolazioni civili». Ecco le geniali proposte dei burocrati europei: inviare dai 25 ai 30 poliziotti europei nella regione per monitorare la polizia sudanese e avviare delle operazioni di formazione, previo parere del governo sudanese, s'intende. Politicamente si puntera a «creare un rapporto di fiducia» con il governo sudanese, mentre nel contempo sarà avviato un progetto pilota in una città della regione per tentare di stabilizzare la situazione e proteggere i civili.

Anche alla Lega araba fa comodo prendere tempo. Il periodo di 30 giorni che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha concesso al Sudan per risolvere la crisi non basta, è necessario estendere quella scadenza, dice, e senza sanzioni. Anche se poi l'inviato dell'Onu in Sudan, Jan Pronk, ha chiarito che - considerata la situazione «catastrofica», la «più grave crisi umanitaria», che ha prodotto oltre un milione di sfollati, dai 30.000 ai 50.000 morti - i 30 giorni servono soltanto per dimostrare la volontà del governo sudanese.

Su Radio Radicale un'interessante trasmissione, a cui ha preso parte anche Emma Bonino.

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