Friday, April 30, 2004

Cosa fare per vincere in Iraq
La ricetta dei neocons, quella dei liberal della Brookings Institution
Alla lettera
Rudy ha messo piede in uno di questi siti e ha trovato la lettera di Al Kubaisi a Pasquinelli (chi è costui?). Certo che potrebbero essere degli impostori che con i sequestratori hanno ben poco a che fare e che cercano solo di sfruttare la pelle di quei tre ragazzi per ottenerne visibilità - l'uno tra i fratelli iracheni, l'altro tra i compagni del circolo - raccontando cazzate. Pasquinelli che riceve la telefonata è una presa per il culo della povera giornalista della Rai, ma vediamo come va a finire perché secondo me li consegnano ai pacifisti. Fatto sta che è in corso una evidente strumentalizzazione delle richieste dei sequestratori per accreditare l'efficacia di una cosiddetta "diplomazia dal basso", quella fatta dai movimenti, che in ogni caso consentirà poi di contestare l'efficacia dell'operato del governo sull'intera vicenda.
«Sono Wolf, risolvo problemi»
Gianni Riotta, ritratto di Lakhdar Brahimi sul Corriere
«Il piano minimalista: lista di governo entro i primi di maggio, formata solo da tecnocrati che giurino di non presentarsi alle elezioni del 2005, un presidente e due vice che bilancino sunniti, sciiti e curdi, potere amministrativo e non legislativo, come chiesto dall’ayatollah Ali al Sistani, che finora ha preferito trattare con Brahimi non di persona, ma via il suo figliolo più esperto».
«Le battute contro Israele e l'esercito Usa gli fanno guadagnare punti tra gli assediati di Falluja e di Najaf: le fa apposta», svela un collaboratore.
Iper-realista: «Come in Algeria e in Libano, Brahimi conta di fermare la guerra civile, ma non si illude in un governo democratico».
La grande muraglia
Il premier cinese Wen Jiabao intervistato dal Corriere della Sera: impegni sui diritti umani e contro la concorrenza sleale. C'è da credergli?
André Glucksmann mette in guardia dagli intellettuali nichilisti
«Alcuni certo sono un po' a disagio. Altri, per esempio Toni Negri, sempre proni al dogmatismo: trent'anni fa si rifiutavano di condannare le Br dando la colpa al capitalismo. Oggi si rifiutano di condannare il terrorismo islamico dando la colpa all'imperialismo americano. Lasciano agli altri il lavoro sporco, mentre loro, i puri, ti spiegano il perché. E' il colmo dell'ipocrisia. Non solo rifiutano qualsiasi autocritica, ma praticano la coazione a ripetere. Per loro c'è sempre un sistema demoniaco, un cattivo demiurgo, capitalista, tecnologico, occidentale, che spiega tutto. Ma se parli del male sei un fanatico. Il male non esiste: è un'aberrazione teologica o religiosa. Questo è il nichilismo, modo di ragionare attivo nell'internazionale terrorista, passivo in alcuni intellettuali occidentali» (...).

Thursday, April 29, 2004

E' un sequestro co-gestito da un ponte antimperialista Italia-Iraq
C.V.D. il ricatto perfetto si materializza. Se la sono studiata bene, per ottenere visibilità politica sulla pelle di quei connazionali che fino a ieri - e ancora oggi - hanno disprezzato
In 6 mila in marcia fino a San Pietro, mentre gli antimperialisti annunciano: saranno rilasciati solo ai pacifisti. I familiari degli ostaggi alla testa. Presenti anche i Disobbedienti e il Gruppo Abele di Don Ciotti. Il messaggio del Papa trasmesso anche da al Arabyia e al Jazeera: «Vi supplico, liberateli». Al Kubaisi, uno dei leader della "resistenza" sunnita, detta le condizioni per il rilascio a Moreno Pasquinelli, del Campo Antimperialista, con il quale è in contatto: la consegna degli ostaggi solo ad una delegazione pacifista, «sappiamo che il popolo italiano è contrario alla guerra». Segue su RadioRadicale.it
Le voci a cui dare tribune
C'è del marcio in Medio Oriente. E gli arabi cominciano a vederlo
«Tutto ciò sta avvenendo all'interno stesso del mondo arabo, nei media arabi, in lingua araba, a beneficio dell'opinione pubblica araba», scrive Magdi Allam sul Corriere. Ora spetta a noi rafforzare quelle voci flebili.
Ricatto perfetto/2
Dopo gli sputi e gli insulti, dopo averli chiamati «mercenari», o anche peggio, da «prigionieri di guerra» a «criminali di guerra», sui loro siti, «servi» degli americani, nemici in mano alla «eroica resistenza» del «fratello» iracheno, se la sono cercata, e tanto altro ancora, oggi quella parte più becera e violenta del pacifismo, e non solo no global e antimperialisti, si concedono un'operazione di immagine sulle vite dei tre ostaggi, si danno una ripulita per presentarsi in piazza, davanti all'opinione pubblica, come i salvatori, a prendersi il merito di aver soddisfatto - loro sì - le condizioni poste (e prima suggerite), la parte "buona" della nostra nazione in cui gli iracheni hanno confidato. Il tutto senza rinunciare, ovviamente, a far sì che sia anche un'occasione di dialogo con la "resistenza" irachena al grande satana americano.
Principe azzurro

Adesso aspettiamo di conoscere quali grandi campioni il Trap porterà in Portogallo al posto di Roby. O chissà, magari ci ritroveremo con quelle pippe di Del Piero e Corradi.

Wednesday, April 28, 2004

Ricatto perfetto
Ci pensino i servizi segreti ad indagare «l'ampio sottobosco che ha celebrato i fasti ideologici saddamiti in diverse occasioni, compresa la famosa visita italiana di Tarek Aziz alla vigilia della guerra». Agisca però, al di fuori di ogni clamore.
L'inferno in Sudan
Si parla di «semi-genocidio» in Sudan, nella regione occidentale del Darfur, per le atroci violazioni dei diritti umani compiute dalle milizie dell'Arab Janjaweed, appoggiate dal governo. Una missione dell'Onu è in viaggio, ma la Commissione sui diritti umani non riesce a sviluppare un'«azione decisa». Il Sudan è il Paese dei due milioni di morti in vent'anni, dell'islamizzazione forzata, della sharia, degli stupri, dei bombardamenti sui villaggi. Leggi tutto su RadioRadicale.it

Come i ceceni, o i montagnard, anche le popolazioni sudanesi del sud fanno parte delle tragedie che si svolgono in quegli angoli del mondo dove la sporcizia si annida, dove è vero che gli interessi delle grandi potenze non arrivano, ma dove non arrivano neanche gli artigli ideologici dei nemici dell'Occidente che vivono in Occidente e dei nemici della democrazia che si esprimono nei Paesi democratici. Bisogna essere morti palestinesi per avere campagne, o bisogna essere nel mirino di soldati americani per avere coperture. Ma non ci fregano più, abbiamo capito qual è il giochetto e ci difenderemo anche da loro.
La Lista Prodi ha deciso per il 15 maggio. A metà tra il termine del 30 giugno posto tempo fa da Fassino e il ritiro immediato scelto da Zapatero. Ma soprattutto prima delle elezioni europee. E' davvero più facile essere all'opposizione!
Darwin torna in classe
La Moratti dimostra saggezza, sa fare marcia indietro.

Tuesday, April 27, 2004

«Oil for Food». Una commissione indipendente per ricostruire le trame dello scandalo dell'Onu in Iraq
Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, con risoluzione 1538 approvata all'unanimità, ha istituito una commissione d'inchiesta indipendente per far luce sui casi di corruzione e cattiva gestione di "Oil for Food", il programma varato dall'Onu a sostegno della popolazione irachena durante l'embargo contro Saddam. Dei 67 miliardi di dollari di proventi tra il 1997 e il 2002 più di 10 miliardi finiti nelle mani di Saddam per tangenti e mazzette. L'americana Heritage Foundation ha pubblicato un severo rapporto: «Alle Nazioni Unite non si può affidare un maggiore ruolo in Iraq», si conclude. Il dibattito è aperto, ma in Italia quasi non se ne sa nulla.
Link ai documenti e il seguito nell'approfondimento su RadioRadicale.it

Monday, April 26, 2004

Il video con il nuovo ricatto "politico" dei terroristi all'Italia
Su un video affidato alla tv satellitare araba al Arabiya e trasmesso oggi, il nuovo ricatto "politico" dei terroristi, che minacciano di uccidere i tre ostaggi italiani: il vostro popolo deve protestare contro l'occupazione dell'Iraq, altrimenti li uccideremo entro cinque giorni. Emma Bonino: è l'11 marzo italiano, speriamo in «una reazione politica all'altezza della situazione».
Clamoroso ricatto, tutto politico. Cercano di rompere il fronte di unità creatosi sul sequestro tra le forze politiche italiane. Una regia politica sapiente, degna degli ex servizi segreti di Saddam, o di Al-Qaeda. Qualche giorno fa sembrava imminente la liberazione degli ostaggi, ricordate? Poi qualcosa è andato storto, il «rallentamento», i tre italiani erano passati nelle mani di un nuovo gruppo. Abbiamo accontentato il primo, che ci ha tirato la sola, adesso dovremmo accontentare questi altri, ma la posta "politica" in gioco si alza.
«Moments of Truth». Fabrizio Quattrocchi nelle parole di James S. Robbins, su National Review.
Nation Re-building all'insegna della continuità
Quel pizzico di realismo che ha un prezzo per i rivoluzionari democratici
«Forse il più grave errore degli americani in Iraq è stato quello di non comprendere che il migliore ministro degli Esteri del Paese liberato sarebbe stato Tarek Aziz. Aveva servito bene Saddam Hussein. Avrebbe servito altrettanto bene George W. Bush». Sergio Romano sul Corriere, segnalato da mic.
Perché Esserci
Stefano Folli, sul Corriere di ieri: «Ha ragione chi contesta che il 25 aprile sia sfruttato per dare solidarietà ai "resistenti" dell'Iraq e condannare gli Stati Uniti. Ha doppiamente ragione chi ricorda quale sia stato il peso delle forze angloamericane nella liberazione dell'Italia. Ma è un altro buon motivo per ribadire il senso del 25 aprile. E quindi per essere presenti, forti della propria memoria».
Nel mio 25 aprile chiedere il ritiro delle truppe dall'Iraq è posizione legittima, ma in palese contraddizione con il giorno della nostra liberazione.

Saturday, April 24, 2004

Dibattito tra i fattori K
«E' vero Bush non sta facendo un buon lavoro in Iraq. E' stato bravo nell'affermare il diritto alla difesa preventiva, nel sollecitare la riforma del mondo arabo e nell'affrontare con realismo la questione palestinese. Ma non riesce a gestire bene il nuovo mondo unipolare, una situazione confusa e senza precedenti dai tempi dell'Impero romano. Occorre coltivare le alleanze, anche con accordi e compromessi, perché la questione della legittimità conta molto in politica estera: è importante ciò che il mondo pensa di noi, non possiamo ignorarlo. Dobbiamo riconciliare il nostro potere con l'ordine internazionale, per rassicurare coloro che normalmente starebbero dalla nostra parte».
Robert Kagan, neocon

«Quella del Kosovo fu una guerra illegale ma legittima, questa in Iraq è legale ma illegittima e mi spiego: avrei voluto che l'asticella del livello di pericolo necessario per attaccare preventivamente l'Iraq fosse messa più in alto. La minaccia non era così imminente. Insomma, il concetto di guerra preventiva è giusto, ma è stato sbagliato inaugurarlo con l'Iraq, discreditandolo. Ci siamo bruciati le dita, e ora sarebbe molto più difficile attaccare, che so, la Corea del Nord. Gli Stati Uniti non sono più visti come la soluzione ma come il problema, perché l'unipolarismo funziona soltanto se il polo unico è considerato legittimo. La nostra arma principale non sono le portaerei o gli aerei F16, ma il prestigio. Non è vero che è meglio essere temuti che amati. (...) Un altro punto su cui Bush ha ragione è che l'Onu limita il nostro potere. E' vero, ma è esattamente questo il motivo per cui al resto del mondo l'Onu piace».
Charles Kupchan, clintoniano
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La posizione di Fassino sembra concordata con Bush e Blair
Ma non se ne è accorto neanche lui
I pacifinti contro Fassino dopo Porta a Porta
La sua posizione («la svolta non consiste certo nel ritiro degli Usa, perché sono l'unico paese che può dislocare 150mila soldati ed è difficile che l'Onu possa prescindere dagli americani. E' difficile negare che, se forza militare internazionale deve restare in Iraq, essa non possa prescindere dagli americani. Ed è per questo che ci chiediamo perché mai Zapatero, per ottenere meno occupazione americana, abbia pensato bene di lasciarli un po' più soli: più gli alleati si ritirano, più occupazione americana sarà») e il suo atteggiamento «serio e sincero» che anche Il Foglio gli riconosce gli sono valsi il record di ascolti nel salotto di Vespa, superando gli show di Berlusconi: 200 mila telespettatori in più del premier, più 4% di share, dal 17 di B. al 21 di F. Merito delle posizioni? Buona notizia, continuare così.
Commento di Aldo Grasso
Bush spieghi i suoi piani
«Gli Stati Uniti restano molto determinati e sono disposti a subire delle perdite, se si convincono che i capi abbiano un piano per riuscire nell'impresa e se credono che la causa sia giusta». Quindi Bush ha un solo modo per perdere le elezioni, «se agli elettori dà l'impressione di non avere un piano ragionevole per vincere». Per questo motivo, «man mano che si avvicinano le elezioni ha bisogno di impegnarsi di più, non di meno». Gary Schmitt, del Pnac, al Foglio.

Friday, April 23, 2004

E' una questione morale per il Riformista, e si appella a Fassino. Destinato a rimanere inascoltato, con le elezioni alle porte. E Rolli ci segnala la sinistra che non sta con Zapatero: «La scelta di ritirare le truppe è figlia di un unilateralismo che è contro l'Europa e contro le Nazioni Unite... Perché è stata proprio l'Europa a porre il problema del coinvolgimento delle Nazioni Unite». Con questa scelta il primo ministro spagnolo «scopre il fianco di molti. E mi riferisco sia alle truppe di altri paesi impegnate in Iraq, sia agli ostaggi. E' un gioco pesante. E' gravissimo che il capo di un governo di sinistra che ha giocato tutte le sue carte sull'impegno delle Nazioni Unite possa dire una frase simile ("abbiamo capito che al palazzo di vetro non si sarebbe ottenuto niente" ndr). Certo, non si nega che ci siano delle difficoltà, ma non è una buona ragione per anticiparle, lavandosene le mani e compromettendo forse definitivamente la situazione». (Biagio de Giovanni - filosofo ed ex europarlamentare Ds)

Thursday, April 22, 2004

Blair versione referendaria, combattivo e... scaltro
Golpe et lione
L'ultima parola ai cittadini, ma anche una carta in più da giocare a Bruxelles: o la Gran Bretagna riesce ad ottenere ciò che chiede dalla Costituzione, o il popolo bloccherà definitivamente tutto, sembra il messaggio agli altri leader europei. Blair crede che sia necessario un «aperto, genuino dibattito con la gente» e sfida il leader dell'opposizione e degli euroscettici: «Che la questione sia posta. Che la battaglia cominci». Leggi il seguito
RadioRadicale.it
Si riapre come ogni anno il dibattito sul 25 aprile. Orestina segnala la rubrica di Paolo Mieli sul Corriere, mentre su Repubblica è apparso un lungo e complesso e stimolante articolo di Adriano Sofri (ne ha parlato mic).
Riguardo quanto scrive Orestina su Al Jazeera, devo dire che non mi sono trovato totalmente in disaccordo con Mieli - l'altra sera era a Ballarò - che ritiene un errore della tv del Qatar non aver mandato l'uccisione di Quattrocchi, ma che comunque - credo di aver capito dal suo intervento - rappresenta, anche se spesso in modo fazioso (e qui in Italia non siamo campioni del giornalismo obiettivo), un'evoluzione in senso occidentale dei media arabi. La questione vera non è se impedire o meno ad al Jazeera di raggiungere le menti e i cuori (o lo stomaco) degli arabi, o se incavolarci e protestare contro la sua faziosità, ma provare a raggiungerli anche noi quei cuori e quelle menti. Era, ed è, il vero antidoto per non trasformare la foga di qualche migliaio di terroristi in una rivolta di popolo in Iraq. Ma bisogna fare in fretta.
Lo scudetto è andato, pazienza, merito al Milan che ha una squadra stellare (e la Roma alcuni buchi neri), ma il colpo di grazia l'ha dato l'arbitro di Milan-Empoli assegnando quel rigore ridicolo e permettendo ai rossoneri di superare il momentaccio dell'eliminazione dalla Champions.

Wednesday, April 21, 2004

Michael Ledeen: momento «drammatico», di una guerra non solo irachena, ma «regionale per la democrazia in Medio Oriente»
L'intervista di qualche giorno fa a Radio Radicale
Ha messo in guardia sul ruolo svolto dal vicino Iran, che ha tutto l'interesse a far fallire la transizione alla democrazia, puntato l'indice sull'atteggiamento di appeasement dell'Occidente e sottolineato che questa guerra non è la guerra dell'Iraq, ma è una guerra «regionale, per la democrazia in Medio Oriente». Ledeen ha poi parlato del suo incontro con i Radicali, conosciuti a Roma nei primi anni '70 e apprezzati come «l'unico partito italiano progressista», per le loro battaglie sui diritti civili. Riascolta l'intervista.
RadioRadicale.it
Su Capperi intervista-verità a Daniele Capezzone. Correte a leggere, ma non aspettatevi rivelazioni "politiche": domande corrette e risposte abbottonate (non svela neanche che è tifoso della Roma).
The Al Jazeera Effect
How the Arab TV network's coverage of the Coalition is influencing opinion in Iraq
Per quel famoso dibattito da introdurre.
Weekly Standard
Per saperne di più sui cosiddetti "mercenari"
Se ne occupa la Brookings Institution.
Di Peter W. Singer, Warriors for Hire: The Privatized Military in Iraq e Outsourcing the War.
Altre fonti:
  • Focus on Iraqi Politics,

  • Privatized Military Firms and International Law,

  • America, Europe and the Crisis Over Iraq,

  • The Marines: No Better Friend, No Worse Enemy,

  • Iraq Index: Reconstruction and Security.
  • Concessioni al realismo e vera svolta di Bush
    I neocons sono serviti per muovere guerra a Saddam, poi i realisti hanno ripreso il comando e l'America uscirà presto - ahimé - dall'Iraq? Un futuro sciita moderato (non khomeinista) e rispettoso della sharia, ma anche di principi democratici minimi e delle altre componenti (incarnato dalla saggia e influente guida dell'ayatollah iracheno Alì Al-Sistani), si sta profilando per l'Iraq libero e unito. E' il piano Brahimi, la vera «svolta» (che si finge di non vedere), sostenuto da Bush e Blair: del consenso sciita (di Al-Sistani) non si può fare a meno, dopo il 30 giugno un nuovo governo sarà legittimato dall'Onu e gli occupanti si faranno da parte dalla gestione politica, poi a gennaio del 2005 gli sciiti vinceranno probabilmente le elezioni, la Costituzione "apparirà" democratica e rispettosa della sharia, il tutto sotto la sorveglianza delle truppe e dell'ambasciatore americano. Tutto ciò sarà compatibile con l'innesco di una rivoluzione democratica in Medio Oriente? O sarà stata l'inevitabile concessione dell'utopia neocons al realismo? «A che punto è l'America?», si chiede Giuliano Ferrara: «Mentre tutti si interrogano, con maggiore o minore ipocrisia, sul modo di estromettere gli americani e gli altri liberatori di Baghdad dalla gestione della transizione, la nostra impressione è che gli americani hanno già un piede fuori del paese liberato, e chissà se la cosa sia un bene». Il guaio insomma, è che potrebbe esserci poca America in Iraq, non troppa. Ed è l'Europa in gioco in questa crisi (e forse Bush), ma non l'America, avverte Galli Della Loggia.
    Ultimissime: dopo il 30 giugno gli occupanti si fanno da parte
    Proprio come vogliono i zapateros e i triciclisti
    Ecco perché la svolta, la vera e propria discontinuità, che tutti chiedono a Bush e all'Onu c'è stata, al culmine di un cambio di rotta dell'Amministrazione Bush iniziato con la risoluzione 1511: dopo il 30 giugno, si è deciso sostegno al piano Brahimi, né un semplice allargamento del governo iracheno già esistente, né una modifica, come era previsto da Bremer, ma un nuovo organismo legittimato dalle Nazioni Unite. Non lo ammetteranno, ma gli Usa hanno fatto cadere il «dogma», sbandierato dal giorno dell'attacco, della continuità del controllo politico da parte delle potenze che hanno intrapreso la guerra e gestito la prima fase dell'occupazione. Ma volere anche la guida militare dell'Onu è una truffa. Furbescamente, quando ci si è accorti di questa svolta imminente - dei primi di aprile - da parte dei Prodi e dei Fassino si è aggiunta, ai contenuti della cosiddetta «svolta» necessaria per acconsentire alla missione, la richiesta anche di un «controllo militare» Onu in Iraq, oltre che politico. Ben sapendo che ciò è "fisicamente" impossibile. Quando ha sentito Bush e Blair annunciare il sostegno al piano Brahimi, Zapatero è trasalito e ha lanciato un colpo preventivo e unilaterale contro l'Onu, l'ultima uscita - anche se ingloriosa - disponibile.
    Il piano Brahimi tenta di riproporre il modello afghano: governo provvisorio legittimato dall'Onu con il consenso delle etnie, netta separazione tra guerra e gestione del dopoguerra, l'Onu alla guida politica, forza multinazionale (lì la Nato) per la stabilizzazione e pacificazione. In sostanza: gli occupanti si fanno da parte e rimangono solo le truppe per la sicurezza, è l'uscita dall'unilateralismo, ma siccome a giugno si vota per le europee, le sinistre fanno finta di non accorgersi della svolta di Bush e lui non ammetterà di averla fatta. Un sì dell'Europa a questo punto convincerebbe defnitivamente Bush. Peccato.
    Cosa dice la sinistra americana? Come la Bonino: «No pasaran!»
    Il candidato democratico Kerry, pur criticando la gestione del dopoguerra, ha criticato il ritiro di Zapatero, manderebbe più truppe in Iraq, sul piano di Sharon di ritiro unilaterale dai territori e sulle esecuzioni dei capi terroristi, condivide la linea di Bush. «Bush e Kerry concordano su quasi tutto in politica estera, ma quando si trovano in disaccordo è Kerry il più falco dei due», scrive John Laughland del British Helsinki Human Rights Group.
    Il timore che gli ostacoli in Iraq possano far cambiare idea alla destra americana, farla tornare realista e isolazionista: «Ora, più che mai, l'universalismo democratico (anche clintoniano) ha bisogno di essere difeso, non solo in Iraq ma anche a Washington». Leggi tutto
    «La più imbelle delle irrilevanze»
    Questo rischia di essere l'Europa se scappa dall'Iraq
    Avverte sul Corriere Ernesto Galli Della Loggia. Una ritirata in blocco del'Europa dallo scenario iracheno è scelta gravida di conseguenze innanzitutto per l'Europa, prima che per Bush e i neocons. In gioco c'è il rapporto che l'Europa ha con gli Stati Uniti, «quel rapporto di solidarietà politica, di cooperazione strategica e di consonanza culturale che è esistito dal 1945 in poi». Una «crisi verticale» e «non si creda infatti che un attuale nostro massiccio disimpegno dal fronte anti-islamista e anti-terroristico non avrebbe conseguenze durevoli e gravi, a qualunque partito appartenga il futuro presidente Usa». L'Europa deve saper «offrire alternative plausibili rispetto alle questioni effettive sul tappeto, non già formule vuote utili solo a coprire realtà assai poco nobili o scenari del tutto utopici, secondo quanto ama spesso fare la sinistra europea». Cosa potrebbe rappresentare «un'Europa staccata dall'America ma, com'è quella attuale, priva di autentica soggettività politica, priva di politica estera propria, priva di forza militare, priva di qualunque capacità di proiezione continentale» se non «il più docile pacifismo, il più arrendevole spirito di conciliazione sempre e comunque? Cosa potrebbe incarnare alla fine se non la più imbelle delle irrilevanze? Bisogna averlo chiaro insomma: in questi giorni, in queste ore, tra il Tigri e l'Eufrate non si gioca solo la sorte della presidenza Bush, dei neo-cons o degli americani, si gioca - e forse anche di più - il destino storico del nostro Continente e di noi europei». Leggi tutto
    L'Europa ha deciso che gli Usa devono cavarsela da soli
    Gianni Riotta sul Corriere di oggi. L'Onu in Iraq c'è, ma non è la panacea a tutti i mali, e lo scandalo "oil for food" agli iracheni pesa. Chi chiede un controllo Onu anche militare ci inganna, quello politico c'è già: Brahimi nominerà i membri del nuovo governo iracheno a cui passeranno i poteri. La forza multinazionale non si allarga non perché siano Bush o Blair o l'Onu a non volerlo, ma perché questa è la scelta unilaterale che sta facendo l'Europa. E il ritiro di Zapatero, senza attendere la risoluzione Onu invocata durante le elezioni, non è una pressione, ma un "8 settembre" e un colpo per boicottare gli sforzi per una nuova risoluzione e il tanto predicato allargamento della forza multinazionale. «Da soli George W. Bush e Tony Blair hanno fatto la guerra, da soli devono pacificare l'Iraq. Il mondo ha deciso così e decidete voi se per umiliare gli angloamericani, per ripicca o per interessi legittimi». In Iraq occorre «rintuzzare il terrorismo, riallestire la vita economica, impedendo il caos tra le confessioni islamiche e le etnie». Alla fine «vedremo, se dopo la guerra unilaterale di Bush, la condanna a una pace altrettanto unilaterale sarà efficace, o se europei, mondo e Onu rimpiangeranno l'aristocratico distacco». Certo è che di fronte ad un'amministrazione Usa tutt'altro che compatta, i governicchi europei hanno deciso di non tentare influenze, ma di contrapporsi e di abdicare. Leggi tutto

    Tuesday, April 20, 2004

    I due post (oggetto Colombo e Vattimo) di oggi, 20 aprile, su Camillo, sono sconcertanti. Che dire, ogni commento è superfluo, per non ricoprire di insulti quei due intellettualoni ci vuole un grosso sforzo democratico. Io mi astengo, anche per salvaguardare la mia salute psichica (già del resto compromessa).
    Gole profonde
    dalla Siria il comando della guerriglia sunnita saddamita
    «Quando Tarek Aziz venne in Italia, nel febbraio dell'anno scorso, mi disse: "Vedrai che dopo la resistenza sarà molto più forte di quello che pensano"». Nella notte del 9 aprile 2003 sono spariti «nel nulla» 250mila uomini della Guardia repubblicana che «si sono organizzati in comandi autonomi sul territorio» e che ora «si stanno coordinando». A Damasco per organizzare una conferenza internazionale ad Assisi: «Ho saputo che sarebbero dovuti arrivare dall'Iraq 31 sceicchi che controllano sette milioni di iracheni. Dovevano essere ricevuti dal vicepresidente siriano. Ho cercato di incontrarli e ho parlato con il loro capo delegazione Sheid Saoud al Humeidan», stanno stabilendo «una sorta di coordinamento politico e strategico della resistenza». Il famoso e ben informato pacifista amico di Saddam, padre Benjamin.
    El cagòn
    Reimpatriati 260 della brigata spagnola Plus Ultra. Ma che è, un detersivo?
    L'inviato di Annan in Iraq Lakhdar Brahimi: «Le probabilità che si arrivi ad una nuova risoluzione dell'Onu, sono molto alte. Lo desumo dalle posizioni registrate nella comunità internazionale e nel Consiglio di sicurezza». Si vede che Zappatore non se ne è accorto. Oppure ha preferito darsela a gambe prima di rimanervi impigliato. 1972 segnala inchiesta del Mundo su come andarono le cose in quelle tragiche 72 ore dell'11 marzo a Madrid.
    Quattro giorni dopo l'uccisione del leader di Hamas Rantisi, Debka ritiene di conoscere la composizione della nuova leadership segreta dell'organizzazione terroristica. La figura principale sarebbe quella di Ahmed Bakher, descritto come il fondatore dei Fratelli Musulmani a Gaza ed esponente in Hamas. Bakher, scrive il sito, ha pronunciato l'elogio funebre di Rantisi. Ai vertici anche il dottor Mahmud a-Zahar, Ismail Hanye - noti da tempo come dirigenti politici di Hamas - Nizar Rayan e Yunes al-Assel. Ovviamente, nessuna conferma.

    Poco si è dato risalto a due attentati sventati recentemente, in Gran Bretagna e Giordania.
    Una serie di kamikaze si sarebbe dovuta far saltare in aria negli spalti nel corso della partita di calcio Manchester United-Liverpool. Arrestate 10 persone, sospettate di aver commissionato, organizzato o istigato azioni terroristiche. Una portavoce dell'Home Office ha sottolineato che, come d'abitudine, non intende fare dichiarazioni su «operazioni della polizia e dei servizi di sicurezza»: «Non confermeremo né smentiremo alcun obiettivo».
    In Giordania, un'organizzazione terroristica avrebbe pianificato un attacco chimico. Al-Rai, quotidiano locale filogovernativo, cita fonti della sicurezza. Sequestrate cinque macchine cariche di ordigni artigianali composti da materiali chimici. Tra gli obiettivi, edifici governativi e ambasciate.

    Monday, April 19, 2004

    Ideale per questa uggiosa giornata
    Agli amici suoi che sono oltralpe, Mhttk' dedica un ritratto bucolico e intimistico di tante giornate vissute. Un po' Virgilio, un po' Leopardi.
    Per Emma Bonino ci vuole un: «No pasaran!»
    Alcuni stralci dell'intervista di sabato scorso sul Messaggero, poco evidenziata.
  • «Penso, al contrario di quanto continuano a sostenere tante altre persone, che il terrorismo sia una minaccia come lo sono stati il nazismo o lo stalinismo. E che quindi non è, a dispetto di certi luoghi comuni di sinistra, il prodotto della povertà o dell'unilateralismo statunitense».

  • «I terroristi sanno, per esempio, che la principale 'debolezza' dell'Occidente è l'opinione pubblica. E' impressionante come usano i media, per fiaccare ancora di più l'opinione pubblica»
  • .
  • La speranza si chiama Onu?
    «Chi lo dice sa dare un titolo: 'Vogliamo l'Onu'. Ma non un occhiello, ossia una spiegazione a questa domanda: 'Per fare cosa?'. Quello che potevano fare lo stanno facendo. Le Nazioni Unite hanno stabilito che il 30 giugno cambierà il governo, hanno deciso che il nuovo esecutivo iracheno durerà fino alle elezioni del gennaio 2005, hanno fatto una risoluzione e magari ne faranno un'altra. Ma oltre questo, l'Onu non può andare. Non dispone di un esercito».

  • Allora tutti a Baghdad?
    «E' ciò che i terroristi temono davvero. Ossia sentir gridare, contro di loro che dicono 'viva la muerte!', un antico urlo nobilissimo: 'No pasaran!'».

  • Servono Brigate Internazionali come quelle nella guerra di Spagna del 1936-39?
    «Direi di sì. Non a caso, Carlo Rosselli era un interventista. L'unico fatto nuovo e vero sarebbe il ricompattamento dell'Occidente. Questa nuova unità si tirerebbe dietro gli arabi moderati che adesso si possono permettere di stare alla finestra. Anche a causa di un Occidente spaccato».
  • Ma lei crede davvero che laggiù la democrazia sia esportabile?

  • «Nel mondo arabo, esistono fonti di informazioni a noi del tutto ignote. Le quali sostengono l'idea che c'è bisogno di una pressione esterna per diffondere la democrazia. Senza questo tipo di pressione da parte degli europei, e della politica reaganiana, il comunismo starebbe ancora in piedi. E l'apartheid in Sudafrica, è forse caduto da solo?».
  • «Un mio amico iracheno mi ha detto: siete proprio bizzarri! Sulle vostre tivvù, per il decennale dei massacri in Ruanda, è tutto un 'mea culpa', un 'mai più'. E subito dopo queste belle parole, cambiando scenario e passando a quello iracheno, senti i dubbi, le paure, il 'ritiriamoci subito' o 'poi', e chi invoca la Nato, chi l'Onu. E nessuno che dica che, se si va via dall'Iraq, il Ruanda si ripete a Baghdad. E i primi che verranno massacrati saranno proprio gli iracheni che hanno avuto fiducia nell'intervento occidentale».
  • Legittime tutte le posizioni, ma per favore no alle mistificazioni
    1. Secondo Fassino, è «evidente che Zapatero prenda atto dell'esito insoddisfacente dell'ultimo incontro tra George Bush e Tony Blair. Quel che più colpisce è che il governo spagnolo motivi la sua decisione affermando che si starebbero esaurendo le possibilità di arrivare a una nuova risoluzione dell'Onu che segni quella svolta che tutti abbiamo auspicato. È una affermazione tanto più rilevante perché la Spagna è membro del Consiglio di sicurezza dell'Onu, e quindi ha elementi di valutazione diretta di quel che sta avvenendo alle Nazioni Unite».
    Bene, e pur essendo membro del Consiglio di Sicurezza, invece che lavorare all'elaborazione di una nuova risoluzione nel senso indicato e sperato, Zapatero vi rinuncia con due mesi di anticipo. Immaginiamo che tre giorni in carica come premier siano stati sufficienti per mettere in campo tutte le armi diplomatiche a disposizione e rendersi conto che non c'è nienete da fare. Permettete che qualche sospetto rimane? Confidiamo però nell'intelligenza di Zapatero: che sia una mossa per ostacolare la rielezione di Bush, insomma, che ci sia un piano dietro e non solo inettitudine suicida.

    2. Fassino chiede una «nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza che fissi tempi e modalità del passaggio dei poteri ad autorità irachene democraticamente elette». «Svolta» che deve essere guidata dall'Onu.
    Bene, il programma di scadenze precise del processo politico verso la democrazia in Iraq è stato definito dall'inviato dell'Onu Lakhdar Brahimi, in collaborazione con il Consiglio di governo iracheno e la Cpa, e sostentuo da Bush e Blair:
  • Una Costituzione provvisoria è già stata approvata nel rispetto dei tempi previsti;

  • Il 30 giugno sia la Cpa guidata da Paul Bremer sia il Consiglio governativo iracheno si scioglieranno;

  • Le elezioni per un'Assemblea nazionale che redigerà la Carta definitiva dovranno tenersi entro il 31 gennaio 2005;

  • La nuova Costituzione definitiva sarà sottoposta a referendum entro metà dell'anno prossimo

  • Le elezioni dirette per il governo si terranno entro la fine del 2005;

  • Entro maggio, americani e iracheni dovrebbero siglare un accordo sulla sicurezza che regoli il rapporto tra il governo e le forze militari americane, sul modello degli omologhi trattati stipulati in Europa al termine della seconda guerra mondiale.

  • La risoluzione Onu 1511, approvata il 17 ottobre 2003: al punto 13 «stabilisce che il conseguimento della sicurezza e della stabilità è fondamentale per riuscire a portare a termine con successo il processo politico (...). Autorizza, altresì, la Forza multinazionale sotto comando unificato a prendere tutti i provvedimenti necessari per contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq, (...)»; al punto 14 «esorta i paesi membri a dare il proprio contributo, in virtù di questo mandato delle Nazioni Unite, anche con l'invio di forze militari, alla Forza multinazionale».


    3. Prodi plaude al ritiro della Spagna: una «forte pressione» per la soluzione in Iraq. Chiede che l'Onu assuma il «controllo politico e militare della situazione». Condanna l'uccisione di Rantisi: altri «metodi» per le «vertenze internazionali» e la lotta al terrorismo.
    Vertenze internazionali? Quali metodi? Siamo pronti e aperti ad ogni suggerimento che non sia aria fritta.
    Non è l'ordine dell'impero americano, è il caos
  • Su RadioRadicale.it potete riascoltare la presentazione dell'ultimo numero della rivista di geopolitica Limes, diretta da Lucio Caracciolo. Secondo Caracciolo il modo in cui la politica italiana ha gestito la questione Iraq è sicuramente sbagliato e politicamente inconsistente. Ed è dato dalla abitudine a vivere in un mondo semplice diviso tra est e ovest. In realtà gli Usa, unica superpotenza sopravvissuta alla Guerra Fredda, risultano molto «meno potenti e sicuri di quanto si pensasse e hanno le idee molto più confuse di quanto gli apologeti dell'America o di quanto paradossalmente gli ipercritici immaginassero». Secondo Caracciolo il modo in cui la politica italiana ha gestito la questione Iraq è sicuramente sbagliato e politicamente inconsistente. Ed è dato dalla abitudine a vivere in un mondo semplice diviso tra est e ovest. In realtà gli Usa, unica superpotenza sopravvissuta alla Guerra Fredda, risultano molto «meno potenti e sicuri di quanto si pensasse e hanno le idee molto più confuse di quanto gli apologeti dell'America o di quanto paradossalmente gli ipercritici immaginassero». segue >>

  • Se ne parla, non proprio lucidamente, anche a LibertàEguale. Il problema non è se andare via dall'Iraq, ma come restare: una nuova risoluzione del consiglio di sicurezza che dovrà produrre il trasferimento dei poteri al governo provvisorio. Il fatto più importante però sarà mettere in campo, su mandato dell'Onu e sotto il comando Nato, una più larga coalizione militare in Iraq. segue >>
  • Espanol cagòn!
    Il nuovo governo spagnolo ha l'onore di essere il primo ad aver accettato la tregua proposta da Al Qaida e comincia ad adempiere alle condizioni ritirando le sue truppe dall'Iraq. Come osserva 1972, come primo atto il "governo del dialogo" «ha cominciato il suo giro di consultazioni da Osama Bin Laden». Zapatero molla uno schiaffo anche all'Onu, dice che da qui al 30 giugno non ci sono le condizioni per un suo ruolo centrale in Iraq. D'altronde, Lui sì che si è impegnato per ottenerlo, un giorno in carica da premier gli è bastato per capire che non c'è niente da fare. Ora sappiamo che quella richiesta di coinvolgimento dell'Onu era una scusa grottesca per darsela a gambe dalla guerra contro il terrorismo. Una nuova risoluzione è dietro l'angolo, ma forse le responsabilità in arrivo gli hanno fatto tremare i polsi. Umanamente comprensibile, ma cagòn. Ci aspettano quindi, come già Francia e Germania - e come già accade per gli attentati contro Israele - solo vuote e ipocrite condanne.
    Il danno politico alla Coalizione messa in piedi da Bush è forse irreparabile. Potrebbe essere vicina la resa dell'Europa ad una nuova barbarie, e forse solo un Kerry - più affine alle sinistre snob e salottiere europee - potrebbe ridestare simpatie per l'America un po' troppo sopite nel "vecchio" continente. Chissà, magari la manovra di Zapatero è solo una mossa cinica - che passa sulle teste degli iracheni - per favorire un regime change alla Casa Bianca. A questo punto, c'è da augurarsi che sia così, che sia questo lo sporco gioco, e non solo inettitudine suicida.
    Le dichiarazioni di Zapatero
    Critiche severe a Bush dal neocons Weekly Standard
    Per i neocons la vittoria della pace, del dopoguerra iracheno, è importante almeno quanto la vittoria della guerra. Bush sembra aver sottovalutato questa importanza
  • Robert Kagan e William Kristol sono duri con Rumsfeld per quello che sta accadendo in Iraq. Truppe numericamente insufficienti sono il più grosso e pericoloso errore fatto nel dopoguerra iracheno. Ed era ampiamente prevedibile, previsto da tempo dagli stessi Kristol e Kagan: «Unfortunately, resolve alone won't bring success. Neither will well-delivered statements by the president. The problem in Iraq is not poor public relations, or a lack of will. Rather, it is the failure of policymakers at the highest levels to fashion a military and political strategy that maximizes the odds of success. That is what has been missing ever since Saddam's statue fell a little over a year ago».

  • Larry Miller, deluso dalla conferenza stampa tenuta da Bush la sera del 13 aprile scorso (non riconosce più il presidente che ha amato, quello dell'11 settembre sopra le macerie del WTC: «he needs to speak to the people who put him there, who want him there, and who need him to go, go, go, go, go».), gli chiede: «Vincere ora!». Perché in Iraq bisogna ancora batterli i terroristi e perché l'Europa e Chirac non cambieranno idea.
  • Sunday, April 18, 2004

    Dobbiamo imbastire un dibattito
    IranWatch mi ha tolto le parole dalla tastiera. Ho pensato le stesse identiche cose quando ho visto le immagini dell'uccisione di Rantissi. E' stata la conferma ai miei dubbi. La scelta di Al Jazeera è stata politica, di collateralismo con la sedicente resistenza, al di là delle ultime parole di Quattrocchi, che comunque avrebbe potuto non tradurre, il filmato avrebbe nuociuto all'immagine della guerriglia irachena. Ma questo riflesso della tv qatariota ha un aspetto positivo: i telespettatori arabi hanno ancora un cuore che possiamo contenderci. Da qui andrebbe imbastita una discussione sul peso inedito che stanno avendo le tv arabe sull'opinione degli iracheni prima di tutto. Fa riflettere che l'Autorità della Coalizione - e Washington - non abbia saputo contrapporre una strategia mediatica alternativa di successo.
    Aiutatemi a capire
    Israele continua a decapitare con operazioni mirate i vertici delle più pericolose e sanguinarie organizzazioni terroristiche (ecco chi è Rantisi), ma continua a subire le condanne europee. Bisogna supporre che se venisse annunciata l'uccisione di Bin Laden ciò provocherebbe le medesime grottesche reazioni?
    Aiutatemi a capire, sul serio non lo capisco, voi che la potenza militare e gli eserciti non servono contro il terrorismo, che le operazioni mirate contro i capi neanche, voi che la guerra preventiva no, però poi Bush è stato negligente perché doveva invadere l'Afghanistan prima dell'11 sett. o comunque agire contro i terroristi in territorio americano, voi che neanche le barriere difensive, neanche mettere fuori-legge Al-Sadr, voi che le armi di distruzione di massa non sono state trovate e bla bla, bla bla. Forse usereste, voi, fiori in bocca?
    Nodi al pettine
    In molti - Blair, Annan, Bush, pure la piccina Italia - hanno cercato di coinvolgere la comunità internazionale in Iraq. Tre risoluzioni dell'Onu non sono bastate a convincere Francia, Germania e Russia. Adesso è in arrivo la quarta e vedremo se la colpa è dell'unilateralismo di Bush, o di quello della vecchia Europa.
    Le vie infinite all'Onu
    Anche gli italiani hanno il loro peculiare patriottismo
    Molto meno retorici degli americani, molto meno arroganti dei francesi
    «Jean Anouilh faceva dire al suo eroe che "fino al giorno della morte, nessuno può essere sicuro del proprio coraggio". Nel momento estremo Fabrizio Quattrocchi ha trovato la fierezza di proclamare il proprio coraggio di italiano. Che è un coraggio particolare, non nutrito delle virtù militari - chè poche e non recenti sono le nostre vittorie - ma che emerge di fronte all’offesa e all’ingiustizia. E’ un eroismo che ha i suoi modelli in figure indimenticabili del nostro cinema, i soldati imboscati interpretati da Alberto Sordi e Vittorio Gassman nella "Grande guerra", il millantatore magliaro di Vittorio De Sica nei panni del falso "Generale Della Rovere". Passata la vita ad arrangiarsi con mille mestieri e con mille espedienti, questi personaggi, quando si trovano di fronte alla scelta più difficile, mostrano una dignità addolorata e umiliata, insospettabile e imprevedibile, e perciò tanto più vera e umana. Il patriottismo degli italiani, quello vero, non quello strombazzato sui gagliardetti e dalle fanfare di un regime impostore, è fatto così. Per questo l’Italia profonda si riconosce in Quattrocchi, in questo eroe improbabile, vittima e non protagonista di eventi terribili, che alla fine invece di lamentarsi grida il suo amore per una patria che certo con lui non era stata particolarmente generosa. Noi italiani siamo propensi a parlar male del nostro Paese, a sottolinearne i mille difetti, che poi sono i nostri, abbiamo una sana diffidenza per la retorica nazionalistica, che troppo spesso è servita per imbrogliarci. Questo non significa che non sentiamo la fierezza di essere italiani, quando la nostra dignità viene oltraggiata. Questo patriottismo pudico e sottaciuto, circondato da autoironia e sarcasmo, è una risorsa profonda, che non deve essere sottovalutata. La scopriamo con stupore quando un uomo semplice, che del Risorgimento ha forse sentito parlare solo in qualche polveroso e dimenticato testo scolastico, risponde ai suoi carnefici con parole degne di Carlo Pisacane. Parole che, nella nera tragedia, sono uno sprazzo di luce».
    Il Foglio

    Saturday, April 17, 2004

    E l'Iran che c'entra?
    E' il titolo di due post di IranWatch, che ha raccolto gentilmente un mio invito a postare qualcosa sull'argomento - e mi ritengo pienamente soddisfatto - sulla natura e il peso del coinvolgimento del governo degli ayatollah di Teheran negli ultimi sviluppi della transizione irachena, giunta ad una fase davvero cruciale. Commenterò al più presto, soprattutto partendo dall'articolo di Ledeen.
    L'immagine degli italiani in guerra era legata ai luoghi comuni, mandolini, fiasco di Chianti e bandiera bianca come la ciurma del film Mediterraneo del regista Salvatores, o, peggio, al sarcasmo dei militari stranieri «la vostra flotta ha le chiglie in vetro così vedete le navi perdute». Né cialtroni, né vigliacchi erano stati in realtà gli italiani durante la Seconda guerra mondiale, da Luigi Durand de La Penne che sabota le corazzate inglesi, a Mario Rigoni Stern sergente in Russia, ad Amedeo Guillet guerrigliero in Africa, fino alla Resistenza che ingaggiò le divisioni tedesche.
    Per cancellare i clichés, però, occorrono tempo e fatica. Abbiamo cominciato a Beirut, ai tempi di Sandro Pertini, poi con l'impegno di pace dal Vietnam all'Africa, i Balcani, la prima guerra del Golfo, la missione in Kosovo e adesso nell'aspro dopoguerra in Iraq. Un importante ambasciatore dell'Onu commenta, non riuscendo a nascondere un filo di sorpresa: «Siete stati bravissimi in diplomazia, nel salvare il patrimonio archeologico della Mesopotamia, con i volontari della Croce Rossa, i carabinieri e i militari. Avete il rispetto di tutti». Per i facinorosi dei bassifondi di Internet Filippo Quattrocchi era «uno schifoso mercenario», ma le sue ultime, stoiche, parole impressionano l'America. Indro Montanelli raccontò del falso generale Della Rovere, uomo qualunque che le SS infiltrarono a San Vittore come delatore e che morì da eroe: non importa solo dove si milita, insegnava Montanelli «importa come si milita».
    Sempre più spesso gli italiani militano bene. Negli Usa il sito Zipgenius espone il tricolore e invita a pregare nelle ore di angoscia per i tre ostaggi superstiti. La rete tv Nbc, la Cnn, il quotidiano Daily News apprezzano la condotta dei nostri, gente che prova a compiere una missione senza perdere il cuore, come i padri e i nonni nelle foto ingiallite. Questa nuova generazione, militari e volontari, diplomatici e tecnici, non nasce dal nulla, tanti si sono formati al «Master di peacekeeping» di Torino, dove l'Università, la Scuola di Applicazione dell'Esercito e le Nazioni Unite mettono sugli stessi banchi intellettuali nonviolenti, diplomatici, cattolici e colonnelli degli Alpini per imparare ad estrarre pace dalle fauci della guerra.
    La stima che gli italiani raccolgono in Iraq non è immagine effimera per il governo di Silvio Berlusconi, che anzi all'Onu, e con i partner europei, meglio dovrebbe spendere questo credito, dando al Paese più ruolo nei negoziati. E' un contributo duraturo alla reputazione della Repubblica ed è positivo che la stessa percentuale di cittadini, di destra e sinistra, il 58%, voglia restare in Iraq, con l'Onu garante.
    Nessun 8 settembre, nessun «Tutti a casa!», niente maschera dell'italianuzzo in fuga con il salame in valigia. Il presidente Carlo Azeglio Ciampi può esser fiero del lavoro che ha fatto: il mondo ha per noi un nuovo rispetto. Non si tratta di bearsi con la retorica, ma di impegnare la credibilità ritrovata da protagonisti del dialogo atlantico e della pace, in Medio Oriente e in Iraq. Brava gente, ma saggia, coraggiosa, risoluta, ecco il nuovo Made in Italy di cui essere fieri, insieme.
    Gianni Riotta sul Corriere
    Solo in Europa si continua a non capire la portata, le finalità, le motivazioni del piano di Sharon e si fa finta di non essersi accorti dei commenti positivi giunti non solo da Bush, ma anche da Gran Bretagna e Russia, e dalla sinistra israeliana.
    Israele decide per la prima volta un ritiro unilaterale e gratuito - visto che a smantellare le organizzazioni terroristiche l'Anp neanche ci pensa - da Gaza e da quasi tutta la Cisgiordania, come gli è sempre stato chiesto e per tutta risposta Europa e palestinesi gridano "al fuoco al fuoco"? Bah, non vi pare un po' sospetto, e anche autolesionista?

    Friday, April 16, 2004

    Un nostro connazionale è morto da partigiano in Iraq. Speriamo che queste ore di ansia trascorrano senza agghiaccianti novità.
    Scaduto l'ultimatum di uccidere un ostaggio italiano ogni 48 ore, presunto e mai confermato, prosegue frenetica la ricerca di canali che possano portare al gruppo dei terroristi, ancora sconosciuto, che ha assassinato Quattrocchi e che minaccia la vita degli altri tre. Potrebbero essere sunniti, ma il governo tiene aperte tutte le vie, cercando contatti sia in Iraq che nei Paesi limitrofi. La situazione è ritenuta «complicata».
    C'è una regia da servizi segreti dietro la strategia dei sequestri in Iraq. Solo qualche ipotesi sul Foglio.
    Giuliano Ferrara ha partecipato a riunioni politiche sul caso del potere di grazia nella sede del partito radicale. Quell'omone si è emozionato...

    Thursday, April 15, 2004

    Fascisti islamici come alle fosse ardeatine
    La «macabra coincidenza», ce la segnala mic: «Quattrocchi è stato ucciso (colpo alla nuca e davanti ad una fossa) nello stesso modo in cui vennero sterminati gli italiani alle fosse ardeatine. Se fosse voluta sarebbe terribile, ma non penso sia così. Probabilmente quando si arriva alla barbarie, poi dal profondo arrivano gli stessi riflessi». E le pashmine Raitv ancora si riempiono la bocca di resistenza.
    Barbarie tv - L'ordine dei giornalisti non pensa di pronunciarsi sui rischi corsi ieri da Bruno Vespa consentendo la permanenza tra gli ospiti di alcuni dei parenti degli italiani rapiti in Iraq? Due ore trascorse con il rischio che l'ostaggio ucciso fosse il familiare di uno dei presenti. Due ore ad aspettare il "nominato" che uscisse dalla "casa", anzi dal salotto di Vespa. Cosa avrebbe fatto il conduttore, dato sfogo a quel dolore in diretta? E che cuore tenerli in trasmissione con quello stato d'animo! Barbarie.
    Quindi Zapatero rimane?
    «La mia posizione sulla presenza delle truppe spagnole in Iraq è ben nota, così come i miei argomenti e le mie ragioni, e non vi è possibilità di malinterpretazione: non permetteremo che si metta in questione il nostro fermo impegno per la sicurezza internazionale e la lotta contro il terrorismo. La Spagna assumerà i suoi obblighi internazionali necessari per la difesa della pace e della sicurezza e lo farà sempre e a una sola condizione: una decisione previa delle Nazioni Unite o di qualsiasi altra organizzazione internazionale e con la partecipazione del Parlamento». Lo ha detto Josè Luis Rodriguez Zapatero, neo premier, nel suo discorso di insediamento davanti al Parlamento di Madrid.

    Risoluzione Onu 1511, approvata il 17 ottobre 2003: al punto 13 «stabilisce che il conseguimento della sicurezza e della stabilità è fondamentale per riuscire a portare a termine con successo il processo politico (...). Autorizza, altresì, la Forza multinazionale sotto comando unificato a prendere tutti i provvedimenti necessari per contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq, (...)»; al punto 14 «esorta i paesi membri a dare il proprio contributo, in virtù di questo mandato delle Nazioni Unite, anche con l'invio di forze militari, alla Forza multinazionale».
    Bin Laden offre una tregua separata all'Europa, odia l'Onu. Chi ci sta?
    Rivendica gli attentati a Madrid, ma offre all'Europa una tregua separata: «Offro una tregua con l'impegno di fermare le operazioni contro ogni Stato che si impegnerà a smettere di attaccare i musulmani o di interferire nei loro affari... l'annuncio della tregua partirà con il ritiro dell'ultimo soldato dalla nostra terra e la porta è aperta per tre mesi dall'annuncio di questa dichiarazione». Nessuna pietà con Usa, Israele, grandi istituzioni dei media e Nazioni Unite. Anche Hitler contemplava un ordine europeo con la Gran Bretagna, ma Churchill non ci pensò neanche su. Paci separate non ce ne furono neanche tra due alleati quali Usa e Urss contro il nazismo.
    Nulla è pregiudicato, si va verso una Palestina indipendente
    Se solo se ne accorgessero
    I capi di stato e di governo dell'Ue hanno già osservato che «non riconosceranno qualsiasi cambiamento dei confini pre-1967 se non quelli cui si giungesse attraverso un accordo fra le parti» che comprenda anche la «questione dei profughi» palestinesi. Lo ha ricordato oggi l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Ue, Javier Solana. Ha definito però la proposta di Sharon «un'opportunità per riavviare l'attuazione della road map». Nulla è pregiudicato, nessuno pensa che i confini saranno definiti al di fuori di negoziati diretti, ma è difficile credere che i palestinesi possano respingere un ritiro unilaterale israeliano. La dichiarazione di Tony Blair.

    «Vi faccio vedere come muore un italiano», pare siano state, tentando di togliersi il cappuccio prima dell'esecuzione, le ultime parole di Maurizio Quattrocchi, freddato alla nuca ieri dai fascisti islamici.
    E' pur sempre un ritiro. Bush approva l'unilateralismo di Israele
    Presto per giudicare, ma di fronte allo stallo palestinese, il governo israeliano ha deciso di fare il primo passo e - clamoroso - è un ritiro. Importante, unilaterale, gratuito. Lo volevate pure totale?
    L'atto è uno scambio di lettere che ricorda la dichiarazione di Balfour. Il presidente Bush ha dato pieno appoggio al piano di ritiro unilaterale del premier israeliano Ariel Sharon. Ha definito «storica e coraggiosa» la decisione di ritirarsi totalmente da Gaza e parzialmente dalla Cisgiordania, purché queste iniziative si inseriscano nel contesto della road map. Lo "scandalo" sarebbe che Bush ha concesso ad Israele di mantenere alcune colonie più popolose nei Territori occupati nel 1967. Ma dopo il ritiro già deciso, che è gratuito, cosa sarebbe rimasto da trattare con i palestinesi in cambio della fine del terrorismo, che non è neppure nell'agenda dell'Anp?
    Inoltre, è stata ribadita la creazione di uno Stato palestinese, purché combatta il terrorismo e si dia istituzioni democratiche. Il diritto al ritorno del profughi palestinesi verrà esercitato, ma solo nei territori che costituiranno il futuro Stato. La barriera eretta da Israele in Cisgiordania «deve essere una barriera di sicurezza e non una barriera politica, deve essere provvisorio e non permanente e non deve incidere sulle questioni di assetto definitivo, comprese quelle dei confini».

    Le reazioni.
  • Arafat: «La dirigenza palestinese ammonisce contro i rischi di un tale accordo perché sarà la chiara prova della completa fine del processo di pace». Le assicurazioni chieste agli Usa da Sharon investono questioni che dovevano essere oggetto di negoziati sulla soluzione permanente del conflitto e «porteranno alla fine di ogni possibilità di pace, di sicurezza e di stabilità nella regione», riavviando inoltre «il circolo vizioso della violenza nella regione».

  • Abu Ala: un appoggio americano al progetto di Sharon potrebbe significare la fine di tutti gli accordi, da Oslo alla road map. «Bush è il primo presidente americano a dare legittimità agli insediamenti ebraici in terra palestinese. Noi lo rifiutiamo e non lo accetteremo».

  • Il leader dell'opposizione laburista, l'ex-premier e premio Nobel per la pace Shimon Peres: le affermazioni di Bush sono in armonia con la posizione del mio partito.

  • Il premier britannico Tony Blair ha accolto positivamente il piano Sharon: «L'annuncio che Israele intende ritirare il suo esercito dalla Striscia di Gaza e smantellare tutti i suoi insediamenti in quella zona e alcuni di quelli in Cisgiordania è il benvenuto».


  • Va osservato che:
  • Un riconoscimento del diritto di Israele a mantenere il controllo di alcuni insediamenti - i più popolati - situati nei Territori occupati dal 1967, per quanto vago e sfumato, rappresenta una svolta nella politica estera americana, che ha sempre insistito affinché i confini definitivi di uno Stato palestinese siano concordati in negoziati diretti. Secondo Bush, oggi un accordo di pace tra palestinesi e israeliani deve riflettere le nuove realtà, comprese i centri popolati da ebrei in territori fino ad ora considerati destinati a uno Stato palestinese.

  • La dichiarazione di Bush serve innanzitutto a rafforzare il consenso sul "piano di disimpegno" da Gaza e da quattro insediamenti ebraici minori in Cisgiordania, sul quale il partito di Sharon terrà il 2 maggio un voto vincolante. La questione dei confini rimane materia di negoziato diretto con i palestinesi, che non viene escluso dalle lettere d'intesa scambiate oggi.

  • E' ancora presto per valutare la portata delle dichiarazioni di Bush. Non vanno sottovalutati, il positivo incontro, già svoltosi, del presidente Usa con il presidente egiziano Hosni Mubarak, e gli esiti dei prossimi e imminenti incontri a Washington sulla questione palestinese: con re Abdallah di Giordania, con Tony Blair, di Powell e la Rice con il ministro degli Esteri palestinesi Nabil Shaath e il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. Da lì verranno fuori il valore delle dichiarazioni di oggi e le prospettive di una ripresa della road map.

  • Va tenuto presente che ci troviamo di fronte ad una situazione in-audita. Non si è mai visto che il governo di un Paese in conflitto decida - per la pace - delle importanti e unilaterali concessioni, le quali non potranno più essere fatte pesare su futuri negoziati. La vera questione è che la road map è impantanata nell'incapacità, o nella mancanza di volontà, della leadership palestinese di soddisfare una delle sue precondizioni: la cessazione degli attacchi terroristici contro Israele e lo smantellamento delle organizzazioni terroristiche da parte dell'Anp. Di fronte a questo stallo il governo israeliano ha deciso di fare il primo passo: ed è un ritiro.
  • L'Iran ha le mani in pasta, e non va bene
    La strategia di presentarsi come mediatori di crisi dopo averle create. Pagherà?
    Una delegazione inviata in Iraq dal ministero degli Esteri iraniano è dietro ai più miti propositi espressi oggi dal pupillo di molti a Teheran, Moqtada Al-Sadr, il quale comunque sembra aver ottenuto quello che voleva: visibilità politica per accreditarsi e legittimarsi agli occhi degli sciiti come difensore della rivoluzione islamica khomeinista anche in Iraq. E' l'ultima chiamata per costruirsi questo ruolo politico nel nuovo Iraq del dopo 30 giugno. Al-Sadr ha rinunciato alle precondizioni - ritiro delle truppe straniere dalle zone urbane e rilascio di tutti i detenuti - per cominciare i negoziati con le autorità americane. Sarebbe addirittura pronto a trasformare la sua milizia in un movimento politico, senza finalità militari, e anche a presentarsi davanti a un tribunale iracheno. Intanto, 2.500 marine si tengono pronti alle porte di Najaf per catturarlo «vivo o morto», ma sembra che non ci sarà bisogno.

    L'Iran ha le mani in pasta in Iraq e il gioco è estremamente duttile. Da una parte, con un'iniziativa diplomatica senza precedenti, con la quale Teheran si offre di cercare una soluzione alla "crisi Sadr" (al prezzo non indifferente di avere resa pubblica la richiesta americana di aiuto), mantiene una linea moderata e conciliante con i possibili sviluppi del nuovo Stato iracheno. Perché Teheran non può permettersi di rompere totalmente con Washington, né con i buoni amici inglesi e italiani; perché l'ayatollah iracheno Alì Al-Sistani è un moderato ed è molto influente sugli sciiti iracheni. Dall'altra parte, è anche bene non illudersi sul fatto che l'Iran stia facendo di tutto - pur senza compromettersi definitivamente - per contrastare la costruzione di un Iraq democratico, non rinunciando affatto a provocare, nel tempo, una nuova rivoluzione islamica khomeinista. L'Iran farà sentire tutto il suo peso per evitare di trovarsi ai confini una democrazia araba. E' questa la battaglia epocale in cui siamo coinvolti. Il fondamentalismo è al potere in Iran da 25 anni e oggi l'Iraq è un campo di battaglia tra chi vuole esportare la rivoluzione democratica e chi vuole esportare la rivoluzione khomeinista. La posizione iraniana è di forza, ma anche di debolezza, al suo interno e all'esterno. Teheran non può permettersi né una democrazia irachena prospera, né la rottura totale con Stati Uniti e parte dell'Europa.
    Kerry l'equilibrista attacca Bush
    «Americani di ogni fede politica sono uniti nella determinazione a riuscire in Iraq», ha scritto sul Washington Post. Dall'Iraq non si scappa, «è inaccettabile», ha detto agli studenti del Rhode Island.
    Cosa propone:
  • Occorre un successo diplomatico: «Convincere altri paesi a cercare una parte in qualcosa nella cui riuscita hanno anche loro un legittimo interesse», strada che avrebbe dovuto essere intrapresa fin dal primo momento, per alleggerire il peso sui soldati e sui contribuenti Usa.

  • E occorre rafforzare la posizione dell'inviato del segretario generale dell'Onu in Iraq, Lakhdar Brahimi.

  • E occorre coinvolgere la Nato, per una presenza militare più composita sul campo. Agli Stati Uniti però, il timone nella catena di comando militare. Sembra un po' la quadratura del cerchio. No?

  • Troppi tentennamenti:
  • Da senatore ha votato nel 1991 contro la prima guerra del Golfo
  • ,
  • ma nel 1998 ha dato luce verde a un cambio di regime a Baghdad

  • e nel 2002 ha avallato col suo sì l'uso della forza contro Saddam Hussein
  • .
  • L'anno scorso ha però votato contro la legge di spesa addizionale di 87 miliardi di dollari per la stabilizzazione irachena.
  • Wednesday, April 14, 2004

    Cose che voi umani... Diego a Pasqua si è mangiato l'abbacchio. Lo apprendiamo oggi da una dichiarazione spontanea dell'interessato. Un'epoca si è chiusa, questo nuovo millennio si apre a tutte le opportunità.
    Bush ripete ripete ripete, ma non spiega
    Rinunciatario non si perde in spiegazioni, e proprio per questo non sulla difensiva, con messaggi diretti al pubblico
    Sono state settimane durissime in Iraq, ma resteremo finché il lavoro non sarà completato. Se ci sarà bisogno di altre truppe o apparati, saranno impiegati. I piani saranno tutti pienamente rispettati - era importante ribadirlo - ribadito il passaggio della sovranità agli iracheni per il 30 giugno.
    Il presidente ha mostrato massima determinazione perché un Iraq libero è vitale e strategico per la guerra contro il terrorismo, per gli iracheni, per l'America, per il mondo. Ci pensate, che cosa straordinaria, un Iraq libero proprio là, in mezzo al Medio Oriente? Il successo della transizione alla democrazia in Iraq sarà da esempio per tutti i Paesi della regione e una battaglia vinta che renderà più facili altre decisive vittorie nella guerra al terrorismo. Un presidente che non ha concesso nulla alla stampa, quasi non curante delle domande, per nulla sulla difensiva, ha eluso tutte le questioni che potevano essere approfondite, - anche quelle a suo vantaggio - battendo il tasto su due-tre concetti chiave, di principio, molto chiari e ripetuti a beneficio del pubblico a casa. Resta da vedere se questa strategia pagherà o se anche a casa è apparsa stucchevole e fin troppo rinunciataria. Preferiamo Blair, che non si tira indietro e si fa forte delle sue argomentazioni.

    Il commento di Fred Barnes sul Weekly Standard: Bush «ignores the press at his press conference and takes his message of steadfastness in Iraq right to the American people».
    La trascrizione della conferenza stampa

    Tuesday, April 13, 2004

    L'Iran con un piede in due staffe
    L'Iran (e la Siria) farà sentire tutto il suo peso per evitare di trovarsi ai confini una democrazia araba. E' questa la battaglia epocale in cui siamo coinvolti. A Teheran in molti auspicano una rivoluzione khomeinista in Iraq, e c'è chi invece sostiene gli sciiti moderati di Alì al Sistani e dello Sciiri. Due linee si confrontano all'interno dello stesso governo degli ayatollah. Il fascismo islamico ha molte forme, non era fatto solo di Saddam Hussein. Il fondamentalismo è al potere in Iran da 25 anni e oggi l'Iraq è un campo di battaglia tra chi vuole esportare la rivoluzione democratica e chi vuole esportare la rivoluzione khomeinista.
  • L'Iran dietro Moqtada Al-Sadr (da alcuni media arabi)
    Memri


  • Chissà se Bush, nella conferenza stampa di stasera, accennerà - con tanto di monito - al ruolo che sta giocando l'Iran nel dopoguerra iracheno. Certe le rassicurazioni sulla determinazione americana in Iraq, per consolidare la Coalizione, e l'annuncio della riforma dell'intelligence dopo la lezione dell'11 settembre
    Riforme nel mondo arabo. Ne parlano Bush e Mubarak
    President Mubarak: «(...) we've confronted domestic challenges through ambition and irreversible program of reform. Our reform efforts have and will continue to emanate from my government's desire to further widen the scope of democracy, freedom and political participation in a vibrant and dynamic civil society.
    Egypt's political reform program constitutes a core component of our comprehensive effort to improve the quality of life of our people. Our efforts continue to focus on opening up new opportunities for our citizens to improve their livelihood within a competitive global environment».
    Dialoghi pasquali. Domenica di Pasqua Pannella ha incontrato Berlusconi per più di un'ora. Avranno parlato solo di grazia, di Ciampi e di Sofri? O anche di qualcos'altro?
    Riaprire il dossier Vietnam
    Il banco di prova dell'Onu: far rispettare i diritti sanciti nella propria carta. Non esserne capace, ma almeno mostrare la volontà politica di farlo. In Vietnam, in Corea del Nord, e altrove. Altrimenti, credibilità azzerata. Si potrebbe partire dalla costituzione di leghe dei Paesi democratici che su base regionale esercitano pressioni per il regime change.
    Quanti pacifisti vedo già in strada a dimostrare contro il governo di Hanoi... Dunque, in ultima analisi, chi vinse la guerra del Vietnam? I pacifisti? I vietkong? I sovietici? Certo non la vinsero i vietnamiti, come non la persero gli americani. Chissà, forse una nuova campagna militare Usa potrebbe destare l'attenzione dell'opinione pubblica su quello sfortunato popolo. Non solo i montagnard, ma tutti i vietnamiti, oppressi da uno dei regimi più violenti sulla faccia della terra. Un regime non emendabile, senza dialogo possibile, dove solo la forza della minaccia della forza, e del braccio armato del diritto (e di quei diritti sanciti dall'Onu), può significare nuove speranze.
    Questo è un bel «paradosso» su cui ragionare e interrogarsi
    Il tanto discusso dossier del 6 agosto, sulla base del quale Bush avrebbe potuto evitare l'11 settembre, non avvisava di un obiettivo specifico né di un pericolo urgente. Nell'estate 2001 a Bush arrivò un rapporto su un'azione spettacolare di al Qaida, ma la Cia pensava a un attentato su obiettivi americani all'estero o a un dirottamento aereo per liberare prigionieri. E' generico, fa risalire le minacce di al Qaida al 1997 e al 1998. New Republic: «Nessuna persona ragionevole poteva leggere quel documento dell'agosto 2001 e poi prevedere cosa sarebbe successo un mese più tardi». E se Bush avesse invaso l'Afghanistan ed emanato il Patriot Act - cioè se avesse usato una logica preventiva - avrebbe potuto forse (forse no, perché era già tardi) fermare gli eventi, ma non sarebbe stato accusato di violare la legalità internazionale e minacciare la democrazia americana? L'11 settembre ha cambiato la percezione dell'urgenza dei pericoli, tutto qua. Ed è forte che Bush ora viene criticato per non aver invaso l'Afgh. prima dell'11/9.
    Camillo
    «In Iraq siamo impegnati in uno scontro epocale»
    Il premier britannico Tony Blair, in una lettera sull'Observer: «Se noi ci ritirassimo dall'Iraq ci direbbero di ritirarci dall'Afghanistan, e dopo di ciò, di ritirarci dal Medio Oriente nel suo complesso e poi, chissà? Una cosa però è certa: loro confidano nella nostra debolezza, proprio nella stessa misura in cui confidano nel loro fanatismo religioso. Quanto più deboli saremo, tanto più loro ci daranno addosso». «In Iraq siamo impegnati in uno contro epocale... Se dovessimo fallire... si affievolirebbe la speranza della libertà e della tolleranza religiosa... Se invece avremo successo... immaginate che colpo per la velenosa propaganda degli estremisti... Sono giunto a credere fermamente che l'ultima e la sola protezione risieda nei nostri valori. Quanto più i popoli sono liberi, tanto più sono tolleranti nei confronti degli altri. Quanto più sono floridi, tanto meno saranno disposti a scialacquare le loro ricchezze per vane lotte tribali o guerre. La minaccia più grave che incombe su di noi, a parte quella più immediata del terrorismo è la nostra compiacenza».

    Monday, April 12, 2004

    Moak rhue Yesus gu dip!
    E' stato anche questo il grido disperato e rotto dalla commozione che Pannella ha lanciato, ospite di Costanzo, di fronte ad un pubblico che, incredulo, ammirato, senza averci capito gran ché, al buio della ragione ma colpito al cuore, ha dato fiducia e ascolto, e infine tributato una sincera ovazione, al leader radicale. Oggi i Radicali a San Pietro manifestavano in sostegno di un popolo cristiano, i montagnard, che venivano trucidati in quegli stessi istanti, in Vietnam, colpevoli solo di aver voluto festeggiare liberamente la Pasqua. Quel grido è la gioia del Cristo risorto nella lingua dei montagnard. Pannella è riuscito ad ottenere il flebile levarsi delle voci di Prodi e Frattini. Per Berlusconi imperdibile l'occasione per mostrarsi, non solo a chiacchiere, un diligente anticomunista.

    Quanti pacifisti vedo già in strada a dimostrare contro il governo di Hanoi... Ma rivolgersi all'Europa in questo caso è come battere pugni contro un corpo morto. Dunque, in ultima analisi, chi vinse la guerra del Vietnam? I pacifisti? I vietkong? I sovietici? Certo non la vinsero i vietnamiti, come non la persero gli americani. Chissà, forse una nuova campagna militare Usa potrebbe destare l'attenzione dell'opinione pubblica su quello sfortunato popolo. Non solo i montagnard, ma tutti i vietnamiti, oppressi da uno dei regimi più violenti sulla faccia della terra. Un regime non emendabile, senza dialogo possibile, dove solo la forza della minaccia della forza, e del braccio armato del diritto (e di quei diritti sanciti dall'Onu), può significare nuove speranze.
    C.V.D. - Con una esibizione di grande impatto sul pubblico, nell'ora di massimo ascolto del programma nazional-popolare della domenica condotto da Maurizio Costanzo su Canale5 (bissando l'apparizione di due anni fa, quando una telefonata del presidente Ciampi in diretta riuscì a farlo bere e a far cessare il primo satyagraha per la legalità costituzionale), un commosso Marco Pannella, prodigo di ringraziamenti per tutti, ha annunciato l'interruzione dello sciopero della sete intrapreso per il ritorno al presidente del potere di grazia. Da solo, con la sua cocciutaggine, è riuscito a con-vincere Ciampi e Berlusconi a rientrare nella lettera della Costituzione. Ha rischiato grosso, ha davvero esagerato, ha ottenuto anche il sacro, ormai irrinunciabile, sigillo del piccolo schermo. Se però tra i meriti è capire che la carrambata italiota, in questo strano-bel-pazzo-melodrammatico-povero Paese, arriva ai cuori più veloce (e volatile) della politica, sembreranno Vespa e Costanzo un po' meno mostruosi? Il rito pasquale degli italiani è così giunto finalmente a conclusione, Come-Volevasi-Dimostrare.

    Sunday, April 11, 2004

    Ultim'ora: 11.4.2004 - Pannella interrompe lo sciopero della sete. Compiuto il rito pasquale.

    Saturday, April 10, 2004

    Bollettino medico delle ore 19 di sabato 10 aprile 2004
    L'Onorevole Marco Pannella è stato sottoposto a nuovo controllo medico in data odierna. E' stata evidenziata una condizione di discreta disidratazione con conseguente contrazione della diuresi; è presente una tachicardia compensatoria, ma non è stata riscontrata ipotensione ortostatica.
    Dopo il temporaneo miglioramento di ieri mattina, i parametri di funzionalità renale e l'ematocrito si stanno di nuovo progressivamente alterando e persistono chetonuria e proteinuria. Pur in presenza di una sostanziale stabilità clinica, i dati di laboratorio, il prolungarsi dello stato di sofferenza metabolica e renale e la necessaria sospensione della terapia cardiologica, alimentano forti preoccupazioni nel Collegio medico, che nuovamente invita l'onorevole Marco Pannella a sospendere immediatamente il digiuno.
    E' finita qui. Proprio uno degli arbitri più bravi e in forma commette stranamente un "errore" grossolano - a 4 minuti dalla fine - permettendo al Milan di prendersi questi 3 punti e superare la sua crisi di depressione proprio nella partita decisiva. Un "aiutino" è comprensibile, dopo la coppa, non gli vorrete mica far perdere pure lo scudetto. Ma vi sembra un campionato regolare??? Ma non prendiamoci in giro per favore!
    Scoop o loop del New York Times?
    La Casa Bianca era stata avvertita un mese prima degli attacchi dell'11 settembre. Lo dice il New York Times, in un lungo articolo firmato da Eric Lichtblau e David E. Sanger, che a loro volta citano una fonte anonima del dipartimento di stato americano. (leggi su RadioRadicale.it). Al centro dello scoop il famigerato dossier segreto inviato a il 6 agosto al presidente Bush, quando si trovava nel ranch di Crawford, in Texas. Ora lo stesso presidente sta lavorando per desecretarlo e renderlo pubblico dopo le pressanti richieste giunte dalla commisssione sull'11 settembre. Giovedì la Rice aveva giurato che il dossier aveva carattere «storico» e non conteneva indicazioni precise su cui prendere decisioni operative. Presto sapremo cosa c'era scritto e se questi scoop sono pretestuosi.
    Marco Pannella ha ricevuto anche l'atteso segnale da Berlusconi (con una lettera pubblicata dal Foglio - che sembra scritta da Ferrara), il quale lo invita a valutare i risultati raggiunti e quindi a bere. Invece, la sete continua. «Non appena Berlusconi tornerà da Nassiriya lo cercherò e ci sentiremo per approfondire la questione, e soprattutto oggi dobbiamo vedere se riusciremo, per il suo ritorno, a preparare un po' una organizzazione di questi fatti positivi», ha commentato Pannella al Tg2. In mattinata anche la polemica Guzzanti-Pannella.

    Friday, April 09, 2004

    Piove su questa Pasqua bagnata e salata. Pannella continua a non bere nonostante i concreti segnali di Ciampi. Il fesso alle due è in piedi a postare questo. Disperso.
    Buona Pasqua a tutti. E' probabile che su questo blog troverete qualche aggiornamento sullo sciopero della sete di Pannella.
    Iraq. Il 9 aprile di un anno fa. Liberazione, «lavori in corso»
    Un anno fa la caduta del regime di Saddam Hussein con la presa di Baghdad da parte degli alleati. Oggi però, la piazza del Paradiso a Baghdad è deserta, in Iraq nessun festeggiamento del primo anniversario della caduta di un regime brutale, che ha fatto soffrire milioni di iracheni, le forze della Coalizione stanno vivendo la fase più critica del dopoguerra, dopo aver deciso la linea dura per smantellare le milizie del leader sciita khomeinista Moqtada Al-Sadr. Ha persino, anche lui da radicale sciita, iniziato uno sciopero della fame contro «i massacri americani»: via gli americani o sarà rivolta. Il padre, lo zio e due fratelli di Moqtada sono stati uccisi da Saddam. Lui, il più giovane e meno carismatico della famiglia, è ricercato dai nuovi «oppressori», come chiama le forze della Coalizione contro cui sta mobilitando la sua piccola milizia di seimila uomini, mentre cerca la conquista del grande popolo sciita, il 60 per cento degli iracheni. Da giorni sta scatenando violenze in numerose città del centro-sud iracheno tentando così di sollevare il resto della popolazione sciita contro l'occupazione e accreditarsi a danno dei leader moderati Al Sistani ed Al Hakim, che partecipano al governo provvisorio iracheno. Time to take off the gloves, secondo Amir Taheri.

    Saddam Hussein, arrestato dagli americani il 13 dicembre, aveva avvertito gli americani: «Ve l'avevo detto che vi avrei lasciato un paese in rovina - dice nell'immaginario monologo rivolto agli iracheni, scritto con ironia dal vicedirettore Ghassan Charbel del quotidiano arabo Al Hayat - ho mantenuto la mia promessa. Mi rimpiangerete». Perché sotto di lui il leader sciita Moqtada Al-Sadr o il presunto terrorista Musaab al Zarqawi (che secondo l'intelligence americana dirige le operazioni di al Qaida dall'Iraq) «non avrebbero aspirato ad altro che a restare vivi».

    A Bush rimproveriamo di aver fatto troppo poco - accusa che unisce neocons e liberal - e di non essere stato fermo e determinato nel dopoguerra come lo fu durante la fase bellica. Sarà l'effetto di una caldissima campagna per le presidenziali di novembre, ma una maggiore determinazione, soluzioni politiche e non solo militari servono a vincere la pace in Iraq, come a rassicurare gli elettori Usa sulla fermezza dell'amministrazione contro il terrorismo. Nessuno chiede "svolte" che già ci sono state, tanto meno scellerati ritiri, ma la costruzione di un NUOVO multilateralismo, più truppe, più civili, più strategie, più alleati (la Nato, l'Europa??). E' ancora in tempo, l'Iraq può essere ancora liberato, ma...
    presto, per favore
    It may be dark this Friday, but Christians are told that a new day will dawn. Not in three days. But in time. If we keep our nerve. Per Andrew Sullivan è la «passione dell'Iraq» (grazie a Camillo). «Iraq has been a free country for a single year after decades of fascism, mass murder, communal paranoia, hysteria, random violence, and economic collapse. Did we expect the place to become Toledo overnight? The closer we get to transferring power, the more the extremist factions need to prevent a peaceful transition and establish their own power bases for the next phase. The closer we get to a self-governing Arab state, the more terrified Iran, Syria, Hezbollah, Hamas and the rest will be that their alternatives - theocratic fascism and medieval economics - will look pathetic in comparison. There are millions of people in Iraq who need us now more than ever. Their future and our future are entwined. Which is why we have to keep our nerve, put down these insurrections with focussed ferocity, and move relentlessly toward self-rule. It may be dark this Friday, but Christians are told that a new day will dawn. Not in three days. But in time. If we keep our nerve».
    Cool, Calm Condoleezza Rice
    Il commento dell'"evento" è di Tom Shales sul Washington Post.
    Clifford D. May su National Review, «vigorous and unapologetic» per il CSM, Scoring the Rice testimony: «Not a question of who won, who lost, but work toward a consensus on how to protect America». La verità fa male, avverte John Podhoretz. Così riassume il NYPost. Secondo il Wall Street Journal, i commissari democratici hanno sottolineato i successi di Bush e volevano la guerra preventiva. Già, perché i commissari si sono fatti confondere dalla Condi, commenta Rocca. I democratici sono arrivati ad accusare Bush per non aver invaso «preventivamente» l'Afghanistan, nell'estate 2001.

    Il fatto è che l'11 settembre non se l'aspettavano e li ha colti impreparati. Dopo l'elezione i predecessori hanno informato la nuova Amministrazione Bush del pericolo terrorista e di altre questioni di sicurezza nazionale. La minaccia era così seria che il presidente ha preso una decisione inusuale: non ha sostituito i vertici clintoniani dell'intelligence, ma ha confermato sia il direttore della Cia, George Tenet, sia il capo dell'Fbi, Louis Freeh, sia lo stesso Richard Clarke, sia tutta la squadra antiterrorismo dell'Amministrazione Clinton e «la prima importante direttiva sulla sicurezza emanata dall'Amministrazione Bush non riguardava né la Russia né la difesa missilistica né l'Iraq, ma l'eliminazione di al Qaida». L'Amministrazione prorogò le azioni intraprese da Clinton e puntò, nel medio-lungo periodo, a elaborare una «nuova e complessiva strategia per eliminare la rete terroristica di al Qaida». Ma inadeguatezze strutturali dell'intelligence hanno reso gli Usa impraparati. Ora, il grande evento ha modificato prospettive e mentalità.

    Thursday, April 08, 2004

    9/11. Condi al banco dei testimoni
    Condoleeza Rice dinanzi alla Commissione d'indagine sull'11 settembre: l'amministrazione Bush comprese la minaccia rappresentata da Al Qaeda ed ebbe come priorità la sua eleminazione, c'era una strategia, ma nulla che potesse evitare gli attacchi. C'erano dei problemi strutturali dell'intelligence: «Se qualcosa avrebbe potuto aiutare a fermare l'11 settembre, sarebbe stata una migliore informazione riguardo alle minacce agli Stati Uniti». Leggi (all'interno le trascrizioni e l'audiovideo).
    RadioRadicale.it

    Non si sono risparmiati colpi, ma con stile e rispetto istituzionale.
    Mettetevelo in testa una volta per tutte
    L'Onu in Iraq c'è e conta. Brahimi, l'inviato di Annan, è a Baghdad a preparare l'autogoverno iracheno, fissato già, senza deroghe, dal 1° luglio. Una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è chiesta a gran voce dallo stesso Bush fin dal 24 gennaio. Certo, si può sempre dire e sostenere che l'Onu debba essere coinvolta maggiormente (in quantità, perché la qualità è già molto elevata) - e bisogna convincere non Bush, ma Annan, Chirac e Schroeder - ma non si può negare l'evidenza della risoluzione 1511. Chi è in Iraq c'è sotto autorizzazione Onu. Punto.
    Ancora sui neocons. «Fino al chiarimento definitivo»
    Critica, ma non mistifica.
    di John C. Hulsman e David M. Dickey. Un lungo articolo che compare sul numero di aprile di Limes (la rivista di Lucio Caracciolo) dal titolo "L'impero senza impero", dedicato, pare, all'impero americano.
    Il Foglio

    Wednesday, April 07, 2004

    Un tuffo al cuore. Per centinaia di domeniche. E oggi
    «Dopo la scomparsa di Paolo Valenti e quella di Sandro Ciotti, il mondo del calcio e quello della radio perdono un'altra storica voce. E' morto il leggendario radiocronista sportivo Enrico Ameri. E' deceduto ieri, ma la notizia è stata difusa solo oggi, all'ospedale San Giuseppe di Albano, nei pressi di Roma, dove era stato ricoverato in seguito ad una crisi cardiaca. Ameri è stato per anni il popolare conduttore della trasmissione radiofonica Tutto il calcio minuto per minuto. La trasmissione, di cui la voce profonda di Ameri è stata una colonna, e che gode ancora di un incontrastato successo, segue in diretta i campionati di calcio italiano di serie A e B, con collegamenti a staffetta dai campi principali. Con il suo ritmo e il susseguirsi di emozioni, è il punto di riferimento domenicale di tutti gli sportivi che seguono il campionato di calcio incollati alla radio, in attesa di sentire il radiocronista interrompere per annunciare il gol della propria squadra del cuore».
    RadioRadicale.it
    Gli sciiti iracheni non sono tutti ostili, ma non ancora tutti convinti
    Sondaggio Abc

    Rappresenta una minoranza. Il leader radicale sciita Moqtada Al-Sadr è stato raggiunto parecchi mesi fa da un mandato d'arresto emesso da un giudice iracheno per l'omicidio di un altro religioso sciita. Nei giorni scorsi è stato bollato come "fuorilegge" dal responsabile civile americano in Iraq, Paul Bremer. La chiusura del giornale di Sadr Al Hawza e l'arresto del suo vice per l'uccisione del prestigioso ayatollah Al Khoei, hanno generato le violenze che in questi giorni sono divampate in numerose città irachene per la ribellione dei miliziani di Al-Sadr, il quale non gode di molto seguito tra i fedeli e non ha cariche religiose, ma si fa forte di un piccolo esercito personale. Il nuovo governo iracheno e la coalizione hanno deciso di fronteggiare subito le milizie estremiste di Al Sadr, prima del passaggio di poteri del 30 giugno e dell'inizio del processo elettorale. I due principali ayatollah iracheni Al Sistani ed Al Hakim, leader dei due maggiori partiti moderati sciiti, hanno invitato «alla calma e alla moderazione», definendo legittime le manifestazioni, ma non le violenze, e invitando a non compiere atti ostili nei confroni della coalizione. Leggi su RadioRadicale.it

    L'analisi del Foglio, il gioco di Moqtada Al-Sadr secondo Amir Taheri.
  • La luna consiglia: tenere i nervi saldi, è pericoloso apparire deboli

  • Almanacco del giorno: «Days I do not want to forget»
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