Friday, August 27, 2004

Resume


Anche Enzo Baldoni muore da eroe...

... lottando con i suoi assassini prima di essere ucciso. Cari terroristi infami, si vede che gli italiani hanno questa dignità - nella vita e nella morte - una dignità che non sapete cosa sia, vermi nascosti nella sabbia. Una dignità che impedisce alla vostra tv di mandare in onda immagini terribili ma che rappresentano la vostra inevitabile sconfitta.

Thursday, August 26, 2004

Neocons verso l'uscita?

«Many neocons spent the run-up to the Iraq war denouncing the conservatives who voiced opposition. But now their differences with the right are becoming clearer, and their continued alliance with conservatives comes into question». Parlano David Frum, Bill Kristol e Charles Krauthammer. Leggi tutto
Timothy P. Carney

«Libertà vuol dire libertà per tutti»

Queste le parole di quel "cagnaccio" del vicepresidente Usa Dick Cheney, che ha una figlia lesbica e quindi è il più moderato tra i suoi sul tema dell'omosessualità, anche in netto contraso con Bush. Leggi tutto
Fonte: Camillo

www.pinoscaccia.rai.it/torre/

Questo signore è un grande giornalista. I suoi servizi dall'Iraq per il Tg3 sono tecnicamente perfetti, chiari e semplici, ma perfettamente mistificatori. Oggi, per esempio, Pino Scaccia si è dimenticato di dire cosa ci facesse a Najaf il grande ayatollah Alì al Sistani (in missione concordata col governo per tentare il dialogo con Moqtada Al Sadr), cosicché ad un telespettatore sprovveduto è stato fatto credere che gli sciiti fossero in marcia contro gli americani e il governo Allawi. A Najaf non si muove una foglia senza il consenso di Al Sistani, che ha autorizzato le operazioni militari di queste settimane per debellare i banditi di Al Sadr.

Improbabile l'ipotesi di epidemia fulminante di aerei russi

«Gli aerei precipitati ieri potrebbero essere stati dirottati, anche da ceceni». Lo ipotizzano, per la prima volta, gli indipendentisti ceceni attraverso una nota sul sito Kavkazcenter, legato alla guerriglia, e firmata da Akhmed Zakaiev, dirigente di primo piano del movimento indipendentista. Il capo separatista ipotizza anche che i due Tupolev dirottati possano essere stati abattuti per ordine del presidente russo Putin».
Fonte: la Repubblica

Un buon sorso di storia repubblicana al meeting di Rimini

Parla Andreotti: dei referendum - dal divorzio e l'aborto ad oggi, sulla procreazione assistita - di compromessi, come quello con Togliatti sull'articolo 7 della Costituzione. Da non perdere, come da non perdere era l'approfondimento che segnalavo il 2 agosto: La sinistra e le (mancate) battaglie per la laicità. L'idea da cui prende spunto è quella di un parallelismo tra l'atteggiamento avuto dal Pci nei confronti della battaglia sul divorzio negli anni '70 e quello tenuto dai Ds oggi nei confronti del referendum sulla fecondazione assistita. La tesi sostenuta da questo è che sì, c'è un filo di continuità che attraversa la storia della sinistra italiana caratterizzato dal rifiuto delle battaglie di laicità. Passaggi politici e motivi non troppo ideali vengono ricostruiti da Michele Lembo, autore anche del breve saggio "Il Pci e il divorzio", pagine che rendono davvero giustizia ad un pezzo di storia rimossa, anzi riscritta dall'egemonia culturale della sinistra.
RadioRadicale.it

«La sfida demografica e il suo impatto sui mercati»

Il segretario di Radicali italiani Daniele Capezzone interviene sul Foglio per sottolineare l'importanza del tema dell'immigrazione, strumentalizzato invece da destra e da sinistra, trattato da provocazione estiva per stuzzicare alleati e avversari. Il tema è dannatamente serio perché oltretutto riguarda la questione demografica e i suoi legami con lo sviluppo economico. Venerdì il governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, pronuncerà un'importante lezione in proposito ad un convegno nel Wyoming: «La sfida demografica e il suo impatto sui mercati». Un solido saldo demografico più una sana economia di mercato sembrano essere la chiave per forza e sviluppo economico. Se il tasso di fertilità europeo è in drammatico calo, gli Stati Uniti possono invece ringraziare la loro politica del secolo scorso sull'immigrazione. Stare "sotto" la soglia del 2,1 significa minori tassi di partecipazione al mercato del lavoro, maggiori classi per cui si presenta il problema della sostenibilità della pensione, minore propensione al consumo. Il discorso di Greenspan sarà sul sito da venerdì, credo. Comunque ne parleranno i principali organi di stampa.

Terrorismo ed etica del capitalismo

«Il terrorismo vuole distruggere l'America perché rappresenta qualcosa di contrario al nichilismo, gli Stati Uniti sono una possibilità, che può certo rivelarsi terribile per molti, ma pur sempre un'attitudine alla possibilità del reale e della vita. Pensiamo al desiderio di diventare ricco. Grazie a Dio c'è il materialismo americano, una grande difesa contro il nichilismo».
Lorenzo Albacete, editorialista del New York Times, docente al seminario St. Joseph di New York (Fonte: Il Foglio)

Film da vedere al mio ritorno

Susciterà scalpore e polemiche il film - storico - sugli ultimi giorni di vita di Adolf Hitler che sta per uscire in Germania. Il Foglio ha intervistato l'autore del libro da cui è tratto, Joachim Fest, che mette le mani avanti: «Racconto l'uomo Hitler, non un dittatore dal volto umano». Ma è possibile, già ci si chiede, «rappresentare un mostro come un essere umano?». Risposta: «Trent'anni fa la mia biografia di Hitler descriveva il dittatore non come un mostro, ma come un rettile che veniva analizzato al microscopio. (...) La cosa peggiore, infatti, non è che Hitler fosse un mostro, ma che fosse un uomo. Un uomo come gli altri. Tutti i dittatori del XX secolo, Stalin, Pol Pot, Idi Amin dimostrano che il male fa parte dell'uomo, non è fuori dell'uomo, come credevano gli illuministi quando pensavano di estirparlo con le armi della ragione. Oggi di fronte alla fine di quell'illusione noi sappiamo che il male fa parte dell'uomo e della storia dell'umanità. Non possiamo più espellerlo parlando di mostri». Gridare "al mostro" è un alibi che non ci possiamo permettere, è la via dell'ignavia, la fuga dalle responsabilità e dalla necessità di riconoscere e affrontare il male. Leggi tutto

Altra leccornia per gli storici: La procura generale militare russa, titolare da ben quattordici anni dell’inchiesta sull'eccidio di Katyn del 1940, metterà a disposizione della magistratura polacca 156 nuovi faldoni di documenti promettenti. Sappiamo come andò, ma chissà che la Polonia non strappi a Putin un mea culpa ufficiale...

Palestinesi schiavi dei loro stessi demoni

L'analisi della strategia del premier israeliano Sharon, oggi sul Foglio a firma Emanuele Ottolenghi, è davvero interessante. Ancora una volta emerge con chiarezza l'incapacità dei palestinesi ad essere padroni del proprio destino. Rincorrendo il martirio e l'odio, sciupando ogni occasione di dialogo, incapaci di liquidare la vecchia leadership, rischiano di nuovo di rimanere schiacciati dai loro stessi fratelli arabi.

La nuova vittima italiana dei fascisti islamici

Non mi importa se era lì a giggioneggiare o a cantare le lodi della "resistenza" irachena, Enzo Baldoni va riportato a casa sano e salvo e preghiamo che il miracolo riesca ancora una volta. E non importa se molti hanno creduto "di sinistra" e "chic" disprezzare le vite dei tre «mercenari» che sono riusciti a tornare a casa e del quarto che invece c'ha rimesso la pelle.

Wednesday, August 25, 2004

Vacanze momentaneamente sospese. Acc!



Jacques Chirac presidente dalle "sagge lezioni" e dalle "buone intenzioni"

E' fin troppo bonario, edulcorato, pieno di generosi omissis, il ritratto della politica estera francese dell'era Jacques Chirac uscito ieri sul Foglio a firma Jean-Pierre Darnis, dell'Istituto Affari internazionali. La tragica lezione del conflitto algerino spiegherebbe la «prudenza» francese ad intervenire nella pacificazione dell'Iraq, così come la saggezza che le deriva da quella dolorosa «memoria» sarebbe alla base della tenace opposizione nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu. La Francia, secondo Darnis, ha imparato dalla storia che l'oriente non si cambia con le armi - ma non ci sembra che Chirac auspichi affatto alcun cambiamento in oriente, e comunque politiche alternative non sono state nemmeno abbozzate. Chirac poi non avrebbe creduto alla balla delle armi di Saddam, eppure ci risulta che abbia votato una risoluzione che esigeva il disarmo iracheno e che abbia più volte pubblicamente denunciato la minaccia rappresentata da Saddam. Né ci sembra, come dice oggi Darnis, che l'attuale presidente francese si sia dannato l'anima per ricucire i rapporti con Washington, visto che al di là di qualche sorriso da cerimoniale, non solo si è rifiutato di "dare una mano" per la pacificazione dell'Iraq, ma ha colto ogni occasione - in sede Onu, Ue, o Nato - per sabotarla o per intralciare la politica americana. Ultima prova, il repentino ripensamento sull'ingresso della Turchia nell'Ue.

Ciò che Darnis chiama «un universalismo attento alle culture locali e nazionali quanto ai particolarismi» sembra in realtà un relativismo culturale usato come debole schermo ideologico su cui far passare le scelte di una realpolitik di stile sette-ottocentesco. Ma addirittura il fantasioso Darnis vede cambiato il ruolo della Francia nel mondo: non più una semi-potenza alla ricerca di leadership, ma «una nazione promotrice di valori "inter-culturali", garante di un universalismo dei Diritti che è rispettoso delle diversità». Bah... vertigini.

Almeno sull'idea di Europa ritroviamo le tracce dello Chirac che conosciamo: l'Europa diventa un soggetto di potenza e riprende per sé la vecchia dottrina di potenza di stampo francese. Solo in questo modo la Francia di Chirac si sente perfettamente europeista, solo giocando in Europa un ruolo motore di grande continuità con la sua politica nazionale. L'Europa viene considerata un'estensione della nazione francese, anche se, si affretta a chiarire Darnis, non dobbiamo pensare che sia un europeismo unilaterale.
No, unilaterale è l'America.

Aria nuova continua a spirare. Rafforziamola

Al mio ritorno ho trovato tre ottime notizie dal Grande Medio Oriente.
1) Un gruppo di opposizione egiziano, guidato da una donna, vuole rifare il Partito liberale d'Egitto. Il governo dice no, noi stiamo a vedere o gli diamo una mano? Leggi

2) La bocciatura del pacchetto di riforme sulla parità delle donne in Iran, presentato dai riformisti di Khatami, dimostra che nel mondo arabo-islamico il dibattito sulle riforme c'è, ma anche che è necessario un vigoroso e rispettoso stimolo esterno, che ha funzionato nel caso del Marocco. In questo Paese, in ottimi rapporti con gli Stati Uniti, da gennaio vige il più avanzato e coraggioso codice sulla parità delle donne, risultato notevole perché frutto non di emulazioni legislative occidentali, bensì di un'autentica (garantita dal re), ma moderna, interpretazione della legge islamica. Lo spiega bene Carlo Panella, qui e qui.

3) In Afghanistan il processo politico verso le prime elezioni democratiche procede, e una donna su due è già nelle liste elettorali. Leggi

L'interesse generale è smarrito

Questo ve lo somministro integrale, ché fa bene...
«Perché in Italia l’impiego pubblico è un intreccio di diritti acquisiti che nessuno riesce (e per la verità nessuno si propone) di ridimensionare? Perché in Italia gli ordini professionali sono una roccaforte di privilegi corporativi che né la destra né la sinistra hanno mai provato a smantellare? E perché nel nostro Paese quasi tutti coloro che non esercitano un lavoro manuale - dai commercianti ai tassisti - possono agevolmente proteggersi dietro un sistema di licenze, di concessioni e permessi, utili solo a far pagare più cari ai consumatori beni e servizi? In altre parole: perché gli interessi costituiti (tra i quali, dimenticavo, ci sono anche a uno dei primissimi posti le cosiddette pensioni di anzianità) da noi sono sempre vincenti? La risposta è scontata: perché essi ricevono una tutela costante da parte di tutti gli schieramenti politici e a tutti i livelli, dal più piccolo Comune fino allo Stato centrale. Nessun partito, infatti, è così sciocco da volersi alienare l’appoggio elettorale dei gruppi sociali che stanno dietro quegli interessi e, dunque, che esso sia al governo o all’opposizione, cerca di non inimicarseli.
Tutto ciò sembrerebbe la più beffarda smentita del suffragio universale, il quale, concepito per proteggere gli interessi potenzialmente di tutti, sembra tramutarsi in ottimo strumento per la tutela delle minoranze privilegiate (e organizzate). Ma non è così: in realtà, proprio il suffragio universale indica il rimedio. Proprio esso, infatti, consente a un attore politico paladino dell’interesse generale di compiere sulla propria battaglia, sulla propria capacità di convincere l’opinione pubblica, una grande puntata, e di riportare il massimo consenso. Certo, il rischio, nello staccarsi dal comodo approdo degli interessi costituiti, c’è: ma dove si può guadagnare molto è inevitabile che si debba anche rischiare.
Da almeno un paio di decenni, tuttavia, in Italia questo rischio nessuno lo vuol correre. Qui da noi la politica appare dominata dalla difesa e dalla mediazione continue degli interessi particolari, dalla più scialba routine compromissoria perfino quando si affrontano riforme costituzionali come quella federalista.
Il punto è che in una democrazia l’interesse generale può trovare spazio (e relativa attuazione programmatica) solo se a monte della politica c’è un’idea, cioè una visione generale del Paese, delle sue vicende e dei suoi problemi: se c’è un’ispirazione e il proposito vero di obbedirvi, insomma se c’è nel Paese, in specie nella classe politica, una cultura civica. È tutto questo, invece, che da molto tempo ci manca: dopo l’avvento della Repubblica quel poco che la storia ce ne aveva lasciato era stato potentemente integrato (e surrogato) per tre o quattro decenni dalle grandi visioni ideologiche della sinistra marxista e del centro cattolico. Ma una volta esauritesi queste, negli anni Ottanta, e nulla essendo venuto a sostituirle, la politica italiana - è giocoforza riconoscerlo anche per chi quell’esaurimento ha auspicato - si è trovata, e si trova ancora oggi, alle prese con un vuoto di idee e di prospettive unificanti che la rendono incapace, sia a destra che a sinistra, di produrre scelte decise a pro dell’interesse generale anziché continue mediazioni tra gli interessi costituiti. Nessun attore politico è più capace di operare una sintesi, di presentarsi al Paese con un’idea e un ideale coerente da tradurre in cose da fare. E così per l’Italia questo inizio millennio trascorre mentre tutto si sfilaccia, si contraddice, si perde in un declino che sembra inevitabile.»
Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera

Compassion & Ownership

Queste le parole d'ordine del programma elettorale di George W. Bush. Basterà l'orizzonte di una "società di proprietari" a garantirgli la rielezione?
Ci spiega Christian Rocca sul Foglio:
«L'idea di Bush è quella di aiutare gli americani a diventare proprietari della propria casa, della propria impresa, del proprio piano sanitario e finanche di un pezzo del sistema pensionistico. Liberismo compassionevole, appunto. I redditi da salari saranno tassati poco e con una flat tax, una tassa uguale per tutti...».
Intanto, per la convention repubblicana di New York si prepara un affollamento centrista con tutti i big moderati del partito in prima serata: Bloomberg, Giuliani, Terminator, Pataki, McCain, Zell Miller. La strategia di Karl Rove sembrerebbe quella di far passare per estremista il fronte anti-Bush, ma sembra sempre più evidente che Bush per vincere debba "entusiasmare" la base evangelica e radicale, nonché tenere unite le varie correnti del movimento conservatore. Crediamo che veda giusto la speech writer di Reagan, Peggy Noonan, oggi al Wall Street Journal, nel consigliare Bush (su questo un vecchio scambio di battute con 1972) di trasmettere agli americani una visione pacata e ottimista, perché se si convincono che la storia sia diventata troppo drammatica in questi anni potrebbero illudersi che «per darle una calmata» basti mettere uno un po' più noioso alla Casa Bianca. Anche per Bush la parola "pace" potrebbe essere la chiave giusta.

Yankees go home: 70 mila soldati americani via dall'Europa. Pacchia finita?

«L'annuncio dato ieri da George W. Bush di una profonda ristrutturazione della distribuzione delle forze armate americane sullo scacchiere mondiale non era inatteso. (...) l’America non fornirà più una gratuita copertura difensiva all’Europa, inutile verso un nemico che non c’è più e ostacolata dalle divergenze sul modo di contrastare quello che c’è. (...) si apre una nuova fase, che per gli Stati Uniti è difficile ma chiara. L’Europa, invece, che punta alle soluzioni facili, anche negando pericoli reali, resta nella più totale confusione politica e quindi militare».
Kerry ribatte che è un errore lasciare soli gli alleati più stretti e bolla come un regalo alla Corea del Nord il ridimensionamento delle truppe Usa al Sud.

Giuliano Amato si è accorto che la sinistra è antiamericana

Per la serie "meglio tardi che mai", o "il gallo ha già cantato tre volte". Amato ormai è buono per i convegni, per lui la politica vera resta mero opportunismo. Peccato.
Un consiglio gli giunge da Giuliano Ferrara:
«Visto che la sinistra è padrona del cinema, veda un po' Amato, magari con l’aiuto di Veltroni, di far arrivare sugli schermi il film di Errol Morris, "The Fog of War"», e di non lasciare i cinefili di sinistra nelle mani, per esempio, di Michael Moore, il cui film è «una mascalzonata da alzarsi e andarsene, un campionario di propaganda pacifista moralmente ricattatorio e profondamente disonesto».

Il partigiano era un caudillo, il bandito un "resistente"

«Da mesi, la stampa politicamente corretta, ogni volta che cita Iyyad Allawi, premier iracheno, aggiunge un maligno "già agente della Cia", e con questo inciso ottiene il risultato: un vero partigiano, che ha organizzato attentati contro Saddam, appoggiandosi ai servizi americani (come fecero i partigiani italiani e i maquisards francesi) è screditato, è un Noriega qualsiasi. Ogni volta che parla di Moqtada al Sadr, invece, la stampa perbene spiega in lungo e in largo che la sua è "la rivolta degli sciiti", che "l'esercito del Mahdi" è il braccio di un'intricata disputa politico-teologica giocata al più alto livello nelle università coraniche, che, insomma, è della stessa pasta di Camilo Torres, il prete armato latinoamericano.
Ora, invece, il vero leader degli sciiti iracheni, il grande ayatollah al Sistani, dice una verità che già era palese a chi sapesse e volesse interpretare il perché del suo lungo, silente, appoggio alle operazioni americane a Najaf: Moqtada al Sadr, bandito mullah, è un sacrilego. Una colpa spregevole, definitiva anche agli occhi dei laici».
Il Foglio

Quadrature del cerchio. Siniscalco s'illude?

«... quando concretamente si tratterà di reperire risorse "strutturali" per 17 miliardi di euro e una tantum per 7 si scoprirà che i partiti dissentono, che Confindustria è delusa e che i sindacati non intendono concedere nulla. Per l’abbattimento fiscale, poche chance».
Il Foglio

Friday, August 13, 2004

Arrivederci a settembreeeee!

SummertimeJimMomo va in vacanza. Il blog, salvo incursioni da qualche strano luogo, riaprirà i battenti a settembre, con novità e sorprese (speriamo...)


"Summertime", oil painting by Jim Gunardson (1999)

L'antimilitarismo radicale

... è l'oggetto di analisi e ricostruzione del nuovo speciale - ferragostano - pubblicato su RadioRadicale.it

Venti di riforma all'Onu. L'Italia ai margini

«Fra venti giorni la prima stesura del testo di riforma delle Nazioni Unite, che sarà completato poi a dicembre e sottoposto all'Assemblea Generale dei 191 membri, uno per ogni paese Povrano del pianeta, nel settembre 2005. In Italia non se ne parla, ma chi si prende la briga di seguire la stampa africana, asiatica, americana scopre una partita formidabile. Kofi ha investito sedici saggi, dall'ex generale americano Brent Scowcroft, all'ex premier russo Yevgenj Primakov, alla signora Brutland norvegese e all'uomo che cancellò la pena di morte in Francia, Robert Badinter, del compito di redigere il manuale per cambiare le Nazioni Unite».

La proposta: «24 membri, i cinque permanenti attuali, 7 o 8 semipermanenti, eletti cioè per 4 o 5 anni, fra cui India, Brasile, Germania, Giappone, Sud Africa. Infine 11 o 12 membri non permanenti, eletti per un paio di anni, come adesso. A garantire la transizione tra passato e futuro il diritto di veto, che resterebbe appannaggio solo dei cinque membri permanenti dal 1945. Se approvata da due terzi dell'Assemblea Generale la riforma assicurerebbe che, ogni 12 o 15 anni, i membri semipermanenti verrebbero riconsiderati, valutati secondo i contributi dati alle forze di pace, al bilancio dell'Onu, all'impegno in generale e, se il caso, mutati. Il Giappone copre il 20% dei quattro miliardi di euro per il peacekeeping, pur non sedendo nel Consiglio. L'Italia, che gli sforzi del nostro ex ambasciatore Francesco Paolo Fulci sembravano avere portato alle soglie di un seggio almeno semipermanente è per ora fuori, e gli europei, dopo tutti i discorsi sulla politica estera comune dell'Unione, potrebbero avere tre membri permanenti, Francia, Inghilterra e Germania, oltre ai non permanenti».
Alla denuncia del disinteresse della politica italiana nei confronti della riforma dell'Onu, che per ora ci esclude da ogni ruolo chiave (Gianni Riotta sul Corriere della Sera) risponde con questo articolo il presidente della Camera Pierferdinando Casini.
Ma non c'è solo la questione del ruolo dell'Italia. Se dal cilindro americano (repubblicano o democratico) spuntasse fuori l'idea di un Comitato delle democrazie?

«Le Nazioni Unite sono burocratiche, spesso in balia delle dittature, vedi l'elezione della Libia di Gheddafi e del Sudan del genocidio alla commissione diritti umani, hanno un pregiudizio anti-Israele cronico, non sono riuscite a fermare i massacri in Ruanda nel 1994, con ottocentomila morti, e sotto le loro bandiere impotenti s'è consumato il massacro dei 7000 musulmani innocenti a Srebrenica, Bosnia, nel 1995. Ma sono le uniche Nazioni Unite che abbiamo e senza di loro, malgrado le ipotesi illusorie dei neoconservatori alla Casa Bianca persuasi che "le Nazioni Unite siano un caffé di chiacchieroni" nessuno ha la legittimità per operare in ambienti ostili. Questo manto morale ha fatto sì che l'Onu non sia rimasta schiacciata sotto lo scandalo "oil for food", le mazzette pagate ai gerarchi di Saddam, e che abbia ultimato con successo operazioni di supervisioni sul voto in Eritrea e Timor Est.
La commissione di riforma sancirà il diritto all'intervento umanitario e sta ancora in bilico sulla difesa preventiva davanti alla minaccia di armi di sterminio di massa. Ammetterà che un Paese non può starsene con le mani in mano davanti allo spetto di un raid terroristico nucleare o chimico, ma lascia ancora al nuovo Consiglio il diritto di autorizzazione o veto. E se lo negasse? I Paesi si dividono sulla risposta. Sul tappeto anche una proposta, per ora poco discussa, da parte dell'ex segretario di stato Usa, Madeleine Albright: dare vita al Comitato dei Paesi democratici, un consiglio che raccolga tutti i paesi liberi».

Specie in via d'estinzione

«La verità è che la Germania incarna il malessere continentale europeo, di chi si sente superiore come civiltà sociale al darwinismo del modello anglosassone, come ripete sempre lo storico leader della Spd, Egon Bahr, dimenticando invece che gli Usa per i 40 milioni di assistititi da Medicare spendono una volta e mezza quanto i tedeschi riservano alla sanità di un numero doppio di propri cittadini». Sono le parole sferzanti del britannico Timothy Garton Ash, dal suo European Studies Center di Oxford. «I tedeschi accusano gli americani di essere materialisti. Ma nel loro respingere la necessità di lavorare di più e di costruirsi un futuro in ragione dei propri meriti e non del sostegno pubblico sono molto, molto più materialisti del self-employer americano». Schroeder è accerchiato, tra la protesta montante di chi lo accusa di indifferenza sociale, e l'inefficacia sostanziale delle sue troppo timide riforme. Avesse fegato e numeri, potrebbe adottare la proposta avanzata a sorpresa dal panel "tecnico" di esperti del ministero delle Finanze. Farla finita una volte per tutte con l'imposta progressiva, che oggi vede aliquote marginali del 37 per cento sul reddito d'impresa e del 45 sui redditi personali. E adottare invece la "flat tax", un'aliquota unica al 30 per cento su entrambi. Sarebbe la rottamazione del mito bismarckiano, una svolta liberale vera. Alla Fdp, piacerebbe. Ma il cancelliere, non se la può permettere. E per questo le imprese preferiranno la Slovacchia, che ha una flat tax al 19 per cento, o la Polonia con la stessa aliquota. Per non parlare della Russia, che la flat tax l'ha fissata al 13 per cento. «Nello scacco di Schröder c'è il tramonto di un modello, e riguarda anche voi», ci avverte Ash. E non ha torto.
Fonte: Il Foglio

Modelli in ascesa

Non più tagli successivi sul trend delle spese, ma la richiesta ai ministeri di mantenere il livello di spesa entro un "tetto" fissato in base alle uscite dell'anno precedente, con la possibilità di motivare eventuali incrementi compatibili con gli obiettivi dei conti pubblici. E' questa la nuova filosofia, sul modello inglese di Tony Blair, che l'Italia potrebbe seguire quest'anno per la messa a punto della Finanziaria, per contenere la crescita delle spese all'1,8-2%; un metodo che il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco ha illustrato al Corriere della Sera.

Siniscalco - riporta l'articolo - sostiene che non siamo nelle condizioni drammatiche del '92, ma quella che ci si para davanti non è nemmeno una finanziaria qualsiasi e di conseguenza ci vuole «un po' di pensiero forte». Il nuovo approccio per la messa a punto della manovra di contenimento della spesa, che dovrebbe portare a risparmi per 17 miliardi di euro, si chiama spending review ed è stato ideato dal ministro del Tesoro britannico, Gordon Brown. Finora la finanziaria italiana era stata impostata in modo tradizionale: si partiva dall'aumento tendenziale della spesa, cioè dall'incremento inerziale della spesa in base alle leggi vigenti, per poi procedere con alcuni grandi tagli. L'intervento riguardava così solo alcune voci delle oltre 8 mila che compongono il budget italiano.

La ricetta prevede che invece di intervenire ex post sull'aumento tendenziale delle uscite si parta dalla pesa dell'anno precedente e si invitino tutti i ministeri e centri di spesa a «scegliere», a motivare gli incrementi delle uscite entro tetti compatibili con i saldi previsti. Il compito del Tesoro sarà quello di assemblare tutte le richieste che saranno pervenute, armonizzarle per fare in modo che non superino il 2% di incremento e proporle, come un menu, alla maggioranza politica per scegliere le voci da sacrificare e quelle su cui puntare, avendo però già messo al sicuro il contenimento del deficit. Stiamo a vedere...
Fonte: Corriere della Sera

Tuesday, August 10, 2004

Anche sul Darfur Europa e Stati Uniti divisi

Gli Stati Uniti. «Quello che sta accadendo nel Darfur è genocidio. Non concordo con le valutazioni fatte dall'Unione Europea». Così Bill Frist, senatore repubblicano del Tennessee, ribatte agli inviati di Bruxelles. «A meno che il governo sudanese non agisca, le sanzioni non sono sufficienti». Khartoum ha il potere di porre fine alle stragi contro la popolazione civile perché «le Janjaweed non solo sono sostenute dal governo, ma sembrano esserne il braccio armato, non credo siano necessari 60 o addirittura trenta giorni per disarmarle, mentre concedere ulteriori proroghe contribuisce solo ad ampliare questa tragedia e a colpire i profughi». Qui il parere di Richard Holbrooke.

Invece l'Europa chiude gli occhi e preferisce soluzioni burocratiche che fanno guadagnare tempo agli assassini. Nel Darfur c'è una «diffusa, lenta e silenziosa serie di uccisioni in atto», ma per parlare di genocidio si deve «provare che ci sia stata una metodica eliminazione di un gruppo etnico da parte di un altro». Già, manca la famosa "pistola fumante". Al rientro dalla missione di un team civile e militare dell'Ue, è stato questo il bilancio di Pieter Feith, il delegato personale in Sudan dell'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza europea, Javier Solana. Giorni fa - ovviamente - il Congresso americano, ha definito «genocidio» le violenze nel Darfur.
Cosa può fare l'Ue? «L'ipotesi più realistica è di cooperare con il governo sudanese», perché di risolvere la questione «senza o, addirittura, contro» Khartoum, non se ne parla. Nonostante Feith non abbia nascosto i «consistenti dubbi sulla volontà del governo sudanese di assumere le proprie responsabilità nel proteggere le popolazioni civili». Ecco le geniali proposte dei burocrati europei: inviare dai 25 ai 30 poliziotti europei nella regione per monitorare la polizia sudanese e avviare delle operazioni di formazione, previo parere del governo sudanese, s'intende. Politicamente si puntera a «creare un rapporto di fiducia» con il governo sudanese, mentre nel contempo sarà avviato un progetto pilota in una città della regione per tentare di stabilizzare la situazione e proteggere i civili.

Anche alla Lega araba fa comodo prendere tempo. Il periodo di 30 giorni che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha concesso al Sudan per risolvere la crisi non basta, è necessario estendere quella scadenza, dice, e senza sanzioni. Anche se poi l'inviato dell'Onu in Sudan, Jan Pronk, ha chiarito che - considerata la situazione «catastrofica», la «più grave crisi umanitaria», che ha prodotto oltre un milione di sfollati, dai 30.000 ai 50.000 morti - i 30 giorni servono soltanto per dimostrare la volontà del governo sudanese.

Su Radio Radicale un'interessante trasmissione, a cui ha preso parte anche Emma Bonino.

L'America vigila su se stessa

Il Dipartimento di Stato Usa incarica l'Osce di monitorare il regolare svolgimento delle operazioni di voto. Tredici deputati democratici, memori di quanto avvenuto in Florida quattro anni fa, si erano visti rifiutare la richiesta di monitoraggio da Kofi Annan, ma Colin Powell ha raccolto l'idea. Un esempio da seguire.

Qui si parla di egemonia culturale

... di Pci, di Scalfari, di Repubblica.
Angelo Panebianco, Corriere della Sera

«Ciò che sta accadendo al popolo iracheno arriva dal suo nemico numero uno: l'Iran»

Sono le parole del ministro della Difesa iracheno, Hazim al Shalaan, rilasciate ieri prima al Washington Post in inglese, poi in arabo alla televisione al Arabiya.
«Sono oltre 15 mila i volontari che hanno firmato per partire quanto prima per l'Iraq o la Palestina per difendere con azioni di martirio la Terra Santa e i luoghi sacri di Kerbala e Najaf», è stata la risposta da Teheran. Leggi
Mentre Il Foglio si occupa dei «tre paradossi iracheni», stai a vedere che aveva ragione Michael Leeden: quella in Iraq non è una guerra civile, ma regionale. Gli Stati Uniti cosa hanno deciso di fare?

Monday, August 09, 2004

Il centrosinistra ha «camuffato» Kerry

«E' sempre segno di scarsa avvedutezza creare false aspettative nell'opinione pubblica. Soprattutto in un settore delicato come la politica estera. Perché una volta che le immagini distorte e le informazioni errate si siano radicate in un vasto pubblico, le élites politiche ne diverranno prigioniere, e in seguito, facilmente, saranno indotte a compiere scelte sbagliate. E' errato il modo in cui certi mezzi di comunicazione vicini al centrosinistra, e anche alcuni dirigenti dell'opposizione, hanno presentato agli elettori le posizioni di John F. Kerry. (...)

La santificazione di Kerry è altrettanto sbagliata della demonizzazione di Bush. L'una e l'altra preparano tempi duri per il centrosinistra italiano. Se Bush vincerà di nuovo, il centrosinistra dovrà fare i conti con la radicalizzazione antiamericana del suo elettorato e ciò renderà molto difficile, in caso di un suo ritorno al governo, la conduzione di una politica estera, peraltro inevitabile, di rinnovata partnership con gli Stati Uniti. Se vincerà Kerry, e una volta accertato che alle differenze di stile rispetto a Bush non corrisponderanno differenze di sostanza, il centrosinistra si troverà a fronteggiare i contraccolpi indotti dalle aspettative deluse del suo elettorato. In ogni caso, sarà un pasticcio».
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera

Pacifisti al mare...

... il Darfur non preoccupa, almeno finché non arriveranno gli americani
Gli appelli di Giovanni Paolo II e la recente risoluzione delle Nazioni Unite non sono bastati a commuovere i pacifisti per il genocidio in corso nel Darfur. Nessuna manifestazione, bandiera, o corteo, né un dibattito o un forum. Anche il Wall Street Journal se ne è accorto, rintracciando il motivo nell'ideologia antioccidentale del movimento pacifista che, quando non trova modo di applicarsi agli avvenimenti, «o li ignora o riscrive la storia per adattarla» alle proprie convinzioni e ai propri pregiudizi ideologici: «Se il capitalimo non c'è, non c'è neppure la guerra», conclude Ferrara efficacemente.
Risponde il leader "disobbediente" Francesco Caruso: «Che possiamo fare noi? Siamo solo un esercito di straccioni, come dice Marcos. Mica siamo noi la comunità internazionale, mica potete strumentalizzarci». Stanno facendo «un'altro lavoro, sotterraneo», dice. D'altra parte, «se anche la comunità internazionale portasse aiuto in Sudan, e non credo, lo farebbe comunque in forma deleteria, per via delle trame di potere». Già, magari, si dirà tra qualche settimana (quando probabilmente si sarà reso necessario un intervento militare occidentale), per rapinare le ricchezze locali, di cui peraltro la popolazione, una delle più povere del mondo, non pare tragga grande vantaggio sotto il regime attuale.

Saturday, August 07, 2004

Volevate al più presto il passaggio dei poteri agli iracheni...

... beh, quei poteri sono diventati presto un po' troppo eccezionali.

La conferma giunge dallo stesso premier iracheno, Iyad Allawi: gli uffici di Al Jazeera a Baghdad resteranno chiusi per un mese. Una misura punitiva, e dobbiamo supporre "esemplare" per gli altri media, annunciata in una conferenza stampa. Una commissione ha monitorato la tv qatariota per quattro settimane per verificare «se incitava alla violenza e all'odio», pervenendo ad una risposta positiva. La decisione quindi è stata presa per «proteggere il popolo iracheno», poiché la tv satellitare farebbe da «cassa di risonanza per le rivendicazioni dei terroristi» e la trasmissione di esecuzioni e proclami alimenterebbe la «destabilizzazione».
Lo scorso 25 luglio, in un'intervista da Mosca, il ministro degli Esteri Hoshyar Zebari, aveva accusato Al Jazeera di mandare in onda servizi giornalistici «falsati e parziali», aggiungendo: «Non tolleriamo chi sfrutta in questo modo la libertà dei media. Questi canali sono diventati strumenti di provocazione contro gli interessi e la sicurezza degli iracheni e del governo iracheno e non continueremo ad accettare questo stato di cose».

Quanta strada ancora verso la democrazia... Che Al Jazeera abbia una linea editoriale antiamericana, desiderosa di compiacere i sentimenti nazionalistici e fondamentalisti della propria audience, non c'è dubbio. Queste misure non faranno che accrescere l'opinione che Al Jazeera viene criticata e censurata perché racconta verità scomode. Quando ci accorgeremo che la soluzione è contrapporgli un sistema di media libero e plurale, favorendo la crescita mediatica di quelle voci - che esistono nel mondo arabo - che chiedono riforme?

Bestseller. Questa è l'America

E' nata una nuova stella nel mondo editoriale americano, un po' insolita secondo gli schemi e i pregiudizi che in Europa nutriamo sugli americani: il volume che raccoglie il rapporto completo della Commissione d'inchiesta sull'11 settembre 2001 è da oggi in vetta alla classifica dei libri più venduti negli Usa. Più di metà della tiratura iniziale di 600 mila copie ha lasciato gli scaffali delle librerie del paese e l'editore ne sta stampando altre 200 mila per far fronte alle richieste. Il rapporto di 567 pagine, in vendita a 10 dollari, è il numero uno nella classifica dei bestseller di New York Times e Washington Post per il settore paperback, cioè le edizioni economiche. Come lettura estiva, il volume della Commissione sfida ora il primato della biografia di oltre 900 pagine dell'ex presidente Bill Clinton, che resta in testa nel settore delle edizioni con copertina rigida. Tutto questo mentre il rapporto è anche disponibile gratuitamente su Internet, sul sito della commissione d'inchiesta, dal quale può essere scaricato integralmente o capitolo per capitolo. La concorrenza della casa editrice W.W.Norton è già a lavoro per offire un costo minore e analisi più ricche.
«I diritti d'autore del rapporto - ha dichiarato Al Felzenberg - appartengono al popolo americano. Abbiamo scelto l'editore e le modalità di distribuzione che garantissero al meglio la possibilità di raggiungere al più presto tutti gli americani, cosi' che ognuno possa essere parte di un dibattito informato su ciò che è accaduto».
Fonte Ansa

Forse è meglio rivedere il pregiudizio sugli americani stupidi grassoni che si vanno a vedere il documentario goebbelsiano di quel fat stupid white man di Michael Moore. A molti interessano letture ben più serie. E nelle nostre librerie arriverà mai qualcosa di così indecente?

Cecenia. Asilo politico negli States per il ribelle Akhmadov

Il blog che mi tiene aggiornato sulla questione cecena è Ceceniasos. Anche se sul mio la Cecenia c'è meno di quanto vorrei, lo consulto quotidianamente. E oggi mi sembra rilevante che: dopo quattro anni di estenuanti richieste per ottenere asilo negli USA il ministro degli esteri ceceno del deposto governo Maskhadov, Ilyas Akhmadov, ha finalmente ricevuto ufficialmente asilo politico anche da parte del governo americano... segue >>
Lettura non univoca sulla portata dell'evento rispetto alla travagliata posizione degli Stati Uniti sulla questione cecena.
Un numero interamente dedicato alla Cecenia della rivista "Diritto e Libertà" dovrebbe essere a giorni nelle librerie.

Le misteriose metamorfosi di J.F.Kerry/2

A parlarne stavolta, in modo pungente, è William Kristol, in un articolo sul Weekly Standard intitolato The Antiwar Candidate. Da un esame analitico - a dire il vero fin troppo sofistico, quasi pretestuoso - del discorso di Kerry alla DNC, conclude che, nonostante sia un flip-flopping e oggi dica il contrario, John Kerry resta un antiwar, e le sue politiche per la sicurezza e la difesa inadeguate:
«(...) began his political career as an antiwar activist. He remained one through his Senate career, opposing President Reagan's efforts in Central America and the first Gulf War under the first President Bush. And at heart he remains one still. Kerry claims he wants to fight the war on terror. But in key respects he still sounds more like a protester against, than a prosecutor of, the war on terror».

Europa ed Etica del capitalismo

Dati alla mano, in Europa si lavora meno che negli Usa, lamenta Niall Ferguson sul Daily Telegraph.

Friday, August 06, 2004

Teheran gioca pesante in Iraq. Invasione, più che ingerenza

E' il fondamentalismo khomeinista al potere in Iran a manovrare la guerriglia sciita di Moqtada Al-Sadr in Iraq, contro le autorità irachene e le forze della coalizione, americane o non. Ma le perdite tra i ribelli sono altissime (a Najaf 300 morti). Il governo iracheno accusa direttamente Teheran: «Migliaia di iraniani hanno attraversato illegalmente la frontiera con l'Iraq. L'Iran sta finanziando direttamente l'influenza iraniana in vaste zone del paese». Il premier Allawi chiede serie garanzie della cessazione delle ingerenze iraniane in Iraq, ingerenze che stanno assumendo le dimensioni e le caratteristiche di un'invasione. Pasdaran e i bassiji fanno di tutto per impedire il ritorno alla normalità e imporre la loro rivoluzione.

Thursday, August 05, 2004

DNC. Il discorso più convincente

«Un discorso a Boston ha dimostrato che i Democratici hanno davvero compreso la natura della guerra contro l'Islam radicale: sfortunatamente quel discorso non è quello di Kerry». Tre nomi: oltre a Obama e Clinton, su tutti il senatore Joseph Biden - che infatti è in corsa per la carica di segretario di Stato se Kerry sarà eletto - ha offerto una vision di politica estera. Ha individuato il nemico dell'America ed ha chiari quali siano i valori americani da difendere, ideali da gettare nella mischia all'interno delle società islamiche, mentre Kerry non ha proferito parola sulla promozione della democrazia. Ha sferzato i sedicenti alleati dell'America, chiamandoli alla prova: «When John Kerry is president, our friends and allies will have no excuse to sit on the sidelines». Il termine "excuse" indica una chiara responsabilità europea.
Peter Beinart su New Republic

Le misteriose metamorfosi di J.F.Kerry

Di fronte alle tre scuole di pensiero della politica estera americana - isolazionismo, idealismo, realismo - Kerry sembra oscillare, se non sbandare, verso una o verso l'altra, perfino all'interno di uno stesso discorso. E' Max Boot sul Los Angeles Times a passare in rassegna tutte le posizioni di politica estera di Kerry negli ultimi 40 anni della sua carriera politica.

Bush, Kerry e quella «maggioranza silenziosa (cristiana)» da convincere

... protagonisti dello scambio di vedute tra Hugh Hewitt e James Dobson sul Weekly Standard.

Un Paese "disincentivato"

E' Il Foglio a denunciare «la vittoria del fronte a difesa dell'intangibilità delle imposte – in realtà dell'intangibilità della spesa pubblica» - che vede tutti compatti, dopo la cacciata di Tremonti, giornali, imprenditori, banchieri e professori, a credere che tagliare le tasse è da irresponsabili. E ieri i media italiani così hanno sintetizzato l'ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale: «Niente taglio alle imposte in periodi di consolidamento di bilancio». Mentre il Financial Times sottolineava ben altro messaggio: Il FMI ammonisce l'Europa, devi lavorare di più. E il commento di oggi è esplicito.
«Se l'euroarea cresce meno della metà degli Stati Uniti, meno di un terzo oggi persino del redivivo Giappone e meno di un quarto della Cina, è fondamentalmente perché tra gli europei potenzialmente attivi a lavorare sono sempre meno, per sempre meno ore al giorno e settimane l'anno. "L'Europa deve abbattere i disincentivi all'offerta di lavoro", dichiara Michael Deppler, responsabile del Dipartimento Europa del Fmi. L'avete letto, sui giornali italiani? No. Perché? Perché il più potente disincentivo all'offerta di lavoro è l'elevata imposizione fiscale. Quella sui redditi personali. Mentre per accrescere la domanda di lavoro, ovviamente, serve una minore imposizione sul reddito d'impresa. Ma è dalla maggior convenienza individuale a impiegarsi, a farlo da giovani e per più ore ed anni, e a guadagnare reddito che resti nelle proprie tasche, che passa la ripresa della produttività e della competitività di cui hanno bisogno Italia ed Europa. Altro che irresponsabilità dell'abbattimento fiscale. E' coi deficit realizzati nel breve con riforme fiscali di questo tipo, che l'economia reale riparte e si realizza l'aumento del denominatore – il Pil – e un consolidamento della finanza pubblica non deflazionistico. Come invece è purtroppo quello disegnato dal Dpef "neoconcertativo"...»
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Ma produrre di più per avere più profitti da investire, e lavorare di più per avere più reddito in tasca non è tra le preoccupazioni di ha già e quello che ha lo deve alla spesa pubblica. E' il massimo esempio di società individualista.

Il Boss sta con Kerry. Con passione e umiltà

Chords for Change è il titolo del'editoriale pubblicato sul New York Times da Bruce Springsteen, che insieme ad altri grandi del rock americano (Dave Matthews Band, Pearl Jam, R.E.M.) ha organizzato per ottobre un tour in 9 Stati per sostenere la coppia democratica Kerry-Edwards. Non vi aspettate idee rivoluzionarie o accuse feroci. E' l'umile manifesto di impegno civile e politico di un cittadino influente che sente di dover dire come la pensa. Pur essendo consapevole di non avere tutte le verità in tasca.

«Repertorio classico dei processi staliniani, in forma di farsa»

Il linciaggio politico e mediatico che ha subito Rutelli per le dichiarazioni di puro buon senso sul fatto che le riforme fatte dal centrodestra debbono essere corrette ma non abrogate dal centrosinistra non ha nulla a che vedere con il dibattito tra sinistra radicale e riformisti. Riguarda invece quel riflesso profondamente stalinista che ancora caratterizza gran parte del mondo della sinistra italiana: la demonizzazione personale e i toni da linciaggio. Si va dalle battute maliziose su un'intelligenza non particolarmente brillante, o sulle origini politiche dl personaggio nel mirino, fino ad arrivare all'insinuazione del sospetto tradimento "controrivoluzionario".

«La tassa Putin»

... e il fallimento delle scelte di politica energetica operate dai governi - e partiti - italiani.
Fonte: Il Foglio

Wednesday, August 04, 2004

Siete certi che Kerry sia così diverso?

E' la domanda che Robert Lane Greene pone ai leader europei così sicuri di sostenere la candidatura di Kerry:

«After the Democratic convention last week, it seems obvious that any Europeans who believe Kerry's foreign policy would be a radical departure from George Bush's could be sorely disappointed. Kerry supported the Iraq war, and talks tough about winning the peace at any cost. In his acceptance speech, he vowed "never [to] give any nation or international institution a veto over our national security", a sharp contrast from the idea of Kerry as a slavish multilateralist»
Anche sugli altri temi del multilateralismo, Kerry non è troppo distante da Bush, come sulla Corte penale internazionale non lo era neanche Clinton:

«Despite his strong record on the environment, like Bush he has never endorsed the Kyoto Protocol. On another multilateralist shibboleth, the International Criminal Court, Kerry's record is little different. He supported Bill Clinton's late signature of the ICC statute, but Clinton himself said at the time "I will not, and do not recommend that my successor submit the Treaty to the Senate for advice and consent until our fundamental concerns are satisfied". In other words, Clinton did not support or expect ratification of the treaty. And Kerry, like Bush, has spoken out repeatedly about the need to protect America's troops from ICC jurisdiction. He voted twice for the American Servicemembers' Protection Act, which even authorizes the president to free by force any Americans held by the ICC».
Tuttavia,
«Kerry has been vastly different from Bush in the tone and style he uses to deal with America's enemies and friends. He has repeatedly charged that Bush wasted the world's goodwill after September 11, was needlessly brusque about rejecting Kyoto and the ICC, and treated the UN as a rubber stamp for the Iraq war rather than making a real effort to win its approval».
E conclude:
«Would a change in tone be enough to make the Europeans embrace a pro-war, pro-pre-emption, anti-Kyoto and anti-ICC President Kerry? It might».
New Republic

Nuove regole sull'uso della forza

Una necessità individuata dai clintoniani Ivo H. Daalder and James B. Steinberg e illustrata sul Financial Times. Due posizioni poco convincenti, sia qualla secondo cui è necessaria una prova tangibile di attacco e l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, sia quella del diritto all'azione preventiva:
«Giving the Security Council or any other international organisation an absolute veto would be unacceptable (...) . Nor is it self-evident that lack of consensus on the Council renders a decision to act inherently illegitimate, given the Council's now historically anomalous composition and the fact that some members themselves lack full democratic legitimacy. (...) The most pressing issue, then, is to devise both substantive rules and institutional arrangements to govern the use of force in this new era».
E a questo scopo la riforma dell'Onu sarà essenziale per ridefinire parametri e principi che legittimano un intervento militare. La vittoria di Kerry non risolverà da sola la questione:
«Whoever wins the presidency should therefore make a concerted effort to forge a new international consensus on force and legitimacy».

Buone notizie dall'Iraq

... passano inosservate.
Amir Taheri sul New York Post.
E dagli iracheni «scettico ottimismo»
Csis

Old Bear Chat

Le formidabili armi di "attrazione" di massa confermano la loro efficacia. Riuniti in un locale alle spalle di piazza Navona abbiamo fatto piccoli passi avanti, scoprendo che la principale arma di "attrazione" di massa è un evergreen, non teme discorsi politici di alcun genere e tende ad imporsi.
La partenza è stata un po' così e così. Il Former MEP è rimasto invischiato in modo assai preoccupante - «occhio spento e viso di cemento» - nei gorghi infernali di un sofista da strapazzo. Credendosi a Porta a Porta, il poverino si corrucciava alla ricerca di argomenti da contrapporre, mentre occorreva tirar fuori una 44 magnum e farla finita col seccatore.
Poi il via alle danze d'amor cortese. L'americana coglieva nel segno aprendo il vero "caso radicali": a gran voce implorava "Basta politica!", pretendendo divertimento, canne, colossali bevute sulla spiaggia. "Ah, questi radicali, mai una festa!", era l'invito, fin troppo esplicito, che ci è sembrato perfino indirizzato a commensali non proprio nelle sue immediate vicinanze. "Più chiaro di così...", starete pensando. E invece niente, o quasi. Se il Former MEP - che però c'ha class - preferiva lasciar cadere, era Pablito da Ciampino, messo in fretta da parte il "dialogo coi movimenti", a raccogliere al balzo e ribattere rima su rima: lui si offriva di guidarla nell'esperienza della prima canna, lui non l'aveva visto quei "I soliti sospetti", ma "tranquilla, ho la videocassetta a casa", e ancora lui era ad autocandidarsi come organizzatore della famosa festa sulla spiaggia. "Tutto qui??" c'era da chiedersi. Non sia mai che Ella dovesse ricorrere a giovani "forzisti" per un'avventura nell'Italia godereccia!
Dopo qualche bicchiere di troppo di vinaccio sfuso, eccoci imperturbabili alla fase "x" della "riunione politica", consumata dignitosamente con approdo ad odg conclusivo. Sempre imperturbabile - fingendo un assai improbabile insonnolimento - il Former MEP salutava tutti richiamato in realtà da un veloce scambio di misteriosi essemmesse.
Siamo ai saluti e... alleluja! Pablito si decide, rompe gli indugi, ci stupisce. Non manca però chi è pronto a scommettere - contro ogni evidenza ed ogni umano pronostico - che non se ne sarebbe cavato nulla neanche stavolta...
Basta chiacchiere e allusioni, tutti a dormire! Ma le armi di "attrazione" di massa funzionano davvero.

Tuesday, August 03, 2004

Jim's T-Shirt

Le T-Shirt di JimMomo

"JimMomo" e "Viva la Reagan Revolucion!"

Vuoi indossare anche tu le mie T-Shirt quest'estate?

Scegli il modello e scrivimi!

Monday, August 02, 2004

Bush fa proprie le conclusioni della Commissione sull'11 settembre

... e decide l'istituzione di un super-direttore per l'intelligence. Al di là del merito della questione, di certo una mossa azzeccata in piena campagna elettorale.

"Procreati" due nuovi speciali da RadioRadicale.it

  • Anticlericalismo. La mole impressionante non compromette la qualità di un lavoro serio e approfondito portato a termine da Michele Lembo, Adriano Angelini e Diego Galli. Vengono ricostruiti e analizzati tutti gli aspetti dell'anticlericalismo come corrente politica e culturale spesso rimossa, ma in realtà protagonista della storia italiana e della vita politica radicale. In alcuni passaggi un po' "morboso" (!), ma nel complesso attento e ricco di informazioni.

  • La sinistra e le (mancate) battaglie per la laicità. L'idea da cui prende spunto è quella di un parallelismo tra l'atteggiamento avuto dal Pci nei confronti della battaglia sul divorzio negli anni '70 e quello tenuto dai Ds oggi nei confronti del referendum sulla fecondazione assistita. La tesi sotenuta da questo approfondimento è che sì, c'è un filo di continuità che attraversa la storia della sinistra italiana caratterizzato dal rifiuto delle battaglie di laicità. Passaggi politici e motivi non troppo ideali vengono ricostruiti da Michele Lembo, autore anche del breve saggio "Il Pci e il divorzio", pagine che rendono giustizia ad un pezzo di storia rimossa.
  • Sunday, August 01, 2004

    C'è uno sporco lavoro da fare, ma qualcuno deve pur farlo

    La strategia uscita dalla DNC
    «L'America può fare meglio», è stato il motto di Kerry, volendo con ciò far capire che lui sarebbe un comandante in capo più efficace di Bush nel proteggere gli Stati Uniti e che i democratici non sono dei "pappamolla liberal" incapaci di difendere il paese dalla minaccia terrorista. Ciò che deve essere fatto sarà fatto, il nemico che minaccia l'America va colpito e va colpito prima che sia lui stesso a farlo. Kerry scavalca il dibattito sugli errori di Bush, non dice cosa avrebbe o non avrebbe fatto al suo posto. Ha deciso di sfidare Bush proprio sul tema della sicurezza, senza predicare nuove promesse, ma promettendo di saper far meglio di W. Insomma, c'è da mettersi l'anima in pace: c'è uno sporco lavoro da fare, ma qualcuno deve pur farlo e Kerry dice di essere il migliore in giro.

    Christian Rocca colpisce nel segno quando spiega che Kerry «non ha offerto una visione alternativa agli americani, né ha rigettato quella di Bush. Ha soltanto detto che lui è più preparato, più competente e più onesto del presidente in carica».
    L'articolo sul Foglio

    Unica grande differenza, Kerry non accenna neanche alla diffusione della democrazia come sua priorità. Qui il commento di Robert Kagan sul Washington Post.
    Bill Kristol, direttore neocon del Weekly Standard, è rimasto «personalmente scioccato dal militarismo del partito democratico. In teoria avrebbero dovuto essere il partito della pace, dell'amore e invece mostrano generali a quattro stelle. Beh, questo dice tutto quello che è necessario sapere su questa convention, il cui obiettivo era quello di convincere gli americani che i democratici sono abbastanza forti per guidare il paese dopo l'11 settembre».
    L'articolo

    L'America è una, ed è in guerra

    «Che non ci siano dubbi: io non esiterò a usare la forza quando è richiesta. Qualsiasi attacco avrà una risposta rapida e certa. Non darò mai a nessuna nazione né a organizzazioni internazionali un veto sulla nostra sicurezza nazionale. E costruirò un esercito americano più forte». (Kerry, 29 luglio) Tutte le frasi della DNC riportate da Christian Rocca

    Simon & Garfunkel a Roma

    Enstusiamo, nostalgia e cuori americani ieri ai Fori imperiali. Non so se eravamo 500 mila, forse un po' meno, forse 200 mila, ma Paul e Art si sono concessi per due ore al pubblico giunto da tutta Italia, esibendosi in tutte le loro splendide melodie che hanno fatto la storia del rock. Tanti i giovanissimi, ma tanti over 50 - pargoli scatenati al seguito - che hanno tirato fuori dai loro armadi chi le scarpette di allora, chi la gonna, chi la sacca, chi la camicia colorata. E' stato un ritaglio nel passato, ma ci siamo accorti che se i sogni a volte ingannano e per fortuna passano, le emozioni invece restano.

    Dal punto di vista del «Telecomcerto» è stato un fiasco, bisogna dirlo, con gli ultimi tre megaschermi che non hanno funzionato e le immagini clamorosamente fuori sincrono rispetto alla voce. Campidoglio versione "vorrei ma più de così nun ce la faccio".

    C'erano anche i radicali, con i tavoli per il referendum contro la legge che vieta la fecondazione assistita e Marco Pannella a volantinare. Pieno appoggio di due giovani americani promotori di una petizione dalle loro parti.