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Sunday, May 27, 2007

Gli errori dei difensori della laicità

Giorni fa, su il Riformista, Claudio Martelli rimproverava ai difensori della laicità, «amici ed avversari del Partito democratico», di cooperare a un «errore catastrofico», quello di «ridurre il significato e l'orizzonte culturale della laicità al perimetro politico del centrosinistra o della sola sinistra». La laicità, spiegava, «non è né di sinistra né di destra: è una questione di libertà, di libertà fondamentali e in divenire, lungo un processo secolare di emancipazione reciproca della Chiesa e dello Stato».

Condivisibile l'appunto di Martelli, anche se mi pare sottovaluti il fatto che il centrodestra ormai si è completamente appiattito sulle posizioni della Chiesa e reagisce come un sol corpo cavalcando le esternazioni e i toni dei prelati.

L'ex ministro socialista dubita che sia stato «saggio - e laico - promuovere un referendum abrogativo di una legge appena varata, prima che se ne potessero misurare gli effetti». Piuttosto, direi, fu suicida, per quanto riguarda l'obiettivo, pensare di contrastare la strategia degli anti-referendari, che avrebbero puntato sull'astensionismo cronico, l'indifferenza e la stanchezza degli italiani, ma quel referendum ha avuto indubbiamente il merito di dischiudere, rendere evidente a molti, un attivismo sotterraneo che ormai da qualche tempo la Chiesa aveva cominciato ad esercitare sulla politica italiana.

Ha ragione, invece, Martelli a individuare nel governo, che ha prima varato, poi «pilatescamente abbandonato» i "Dico", il principale responsabile dell'affossamento del disegno di legge sulle coppie di fatto; e a osservare come l'impegno Bindi-Pollastrini, da prova della capacità del nuovo partito democratico a trovare un equilibrio tra laici e cattolici, abbia finito con il provare il contrario, «un disastro politico e in un'abiura personale che per decenza dovrebbero condurre alle dimissioni delle due ministre».

E ha ragione anche nel non rimpiangere i "Dico" nel merito: un «collage di espedienti tesi a nascondere la legittimazione delle coppie anche omosessuali». Anzi, «dal punto di vista laico i "Dico" anziché rimuovere aggravavano la discriminazione dei cittadini omosessuali, sancendo per legge la preclusione dell'esposizione pubblica della coppia omosessuale con il sotterfugio della dichiarazione all'ufficio anagrafico». Persino così svuotata, compromissoria e umiliante, la legge è stata affossata.

D'altra parte, però, non credo che l'apprezzabile proposta privatistico-notarile di Alfredo Biondi potesse riscuotere maggiori consensi in un centrodestra dal riflesso clericale condizionato e in un clima che le gerarchie ecclesiastiche hanno dimostrato di voler mantenere incattivito.

Piuttosto, è sugli errori dei difensori della laicità che fa bene a concentrarsi Martelli: per esempio, perché Pannella e la Bonino «riducono lo spirito laico, che è maggioritario in Italia come in tutto l'occidente, al perimetro della sinistra di Bertinotti e di Pecoraro Scanio?». Perché il 12 maggio una manifestazione il cui risultato è stato quello di trasmettere l'immagine dei laici ridotti a una sparuta e passatista minoranza, che non corrisponde alla maggioranza di una società nel suo vissuto quotidiano laicizzata? Anche il nome scelto per l'iniziativa - "orgoglio" laico - preso in prestito dal "Gay Pride", richiamava quell'"orgoglio" tipico delle minoranze che hanno bisogno di esibirlo per sfidare tabù come quello dell'omosessualità.

Ai difensori della laicità si può rimproverare di non sapere interpretare e mobilitare il vivere laicamente della stragrande maggioranza della società italiana. «Divorzio e aborto furono conquistati e difesi proprio perché non si commise l'errore di identificare le libertà di tutti, i diritti di tutti, con uno schieramento politico», sembra voler ricordare Martelli a Pannella, il quale fu così che «seppe conquistare il voto anche di laici cattolici e di laici fascisti».

C'è una strumentalità nel mondo in cui anche i radicali intendono oggi l'"orgoglio" laico, quasi che fosse l'unico, fragile, filo che li tiene legati a una sinistra che null'altro concede ai radicali se non di rinchiudersi nel recinto, nel ghetto, dei laicisti. Così, nella difficoltà strategica in cui si trovano in questa compagine governativa, la laicità diviene l'unico carattere identitario dal quale riscuotere una dose minima di accettabilità da parte dei vicini.

«Il laicismo non è un surrogato per partiti in crisi di astinenza ideologica, tantomeno il banco di prova di ibridi come il nascente partito democratico. Come quello religioso, talvolta intrecciato con quello, la laicità è patrimonio spirituale diffuso, sedimentato da una lunga opera di civilizzazione dei costumi e delle leggi, risponde ed esprime la coscienza comune e il progresso scientifico, non il pensiero forte di élites intellettuali o quello debolissimo di politici inetti».

Non che sia cosa facile, ma la sfida è quella di rappresentare questa laicità sedimentata nella maggior parte delle coscienze individuali. La difficoltà sta nel raggiungere i milioni di italiani che schifano la politica, che vivono la libertà dei costumi, l'individualismo e il consumismo, ma che ipocritamente, per darsi un tono, quasi per attenuare un senso di colpa, si aggrappano ai "valori tradizionali" di cui è piena la retorica televisiva dei divi, dei politici e del clero.

1 comment:

Testo & Contesto said...

ergo, il 12 maggio avremmo fatto meglio a starcene tutti a casa a braccia conserte?
come si raggiungono quei milioni di italiani schifati dalla politica? il tuo errore è sempre lo stesso, punzi, grandi elucubrazioni e zero proposte. continua così che vai forte.