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Friday, May 25, 2007

Iran. Dalla coesistenza alla destabilizzazione

Bush durante una conferenza stampaL'obiettivo è duplice: impedire all'Iran di dotarsi della bomba atomica e di diventare potenza egemone nella regione. Non avendo nulla da offrire in cambio, non potendo neanche accettare sfere d'influenza iraniane in Libano e in Iraq, che sarebbero presupposti funzionali al disegno egemonico iraniano che si vuole neutralizzare, l'amministrazione Usa è consapevole che il regime change, con forme di pressione e destabilizzazione dall'esterno a dall'interno, potrebbe essere l'unica via alla soluzione definitiva del problema iraniano, e la più sicura.

L'America sarebbe disposta ad accettare la sopravvivenza della Repubblica islamica solo se rinunciasse a dotarsi dell'atomica, a destabilizzare gli altri paesi della regione, come Libano e Iraq, avviati al cambiamento democratico, e se non fosse in grado di sconvolgere l'accesso e i prezzi delle risorse energetiche dell'area. Pretese che però confliggono con la natura stessa, ideologica e rivoluzionaria, del regime degli ayatollah.

Si palesa sempre di più, quindi, la strategia che Washington sembra aver adottato: realistica negli obiettivi, plurale, flessibile e pragmatica negli strumenti. Ben lontana da quella suggerita qualche tempo fa da alcuni nostri "realisti" alle vongole, convinti che con l'Iran bisognasse trattare riconoscendo il suo status di potenza egemone, o che addirittura fosse «un nostro alleato naturale». L'uso che l'amministrazione Bush intende fare della diplomazia con l'Iran non è finalizzato a un accordo di coesistenza, a un equilibrio di interessi, ma rientra in una logica di contrapposizione, che sul terreno sta già avendo luogo in più parti della regione.

Secondo un nuovo rapporto dell'Aiea, non soltanto l'Iran non ha bloccato le attività di arricchimento dell'uranio, disattendendo tutte le raccomandazioni delle Nazioni Unite, ma le ha incrementate, con l'entrata in funzione di 1.300 centrifughe nello stabilimento di Natanz. Nel rapporto, firmato da Mohamed El Baradei, viene confermata la stima della Cia secondo cui a Teheran occorreranno dai tre agli otto anni per realizzare la sua prima bomba atomica. Il presidente Bush ha deciso di lavorare con i partner europei, con il presidente russo Putin e quello cinese Hu Jintao, per «rafforzare le sanzioni» contro il nucleare iraniano.

Si avvicinano anche i nuovi colloqui sull'Iraq, durante i quali Usa e Iran si parleranno, ma solo della situazione irachena. Gli Stati Uniti si presentano a quel tavolo con una pistola carica: il nuovo piano di sicurezza nel paese, che in estate dovrebbe entrare nel vivo e che prevede la "tolleranza zero" anche nei confronti delle milizie sciite e dei loro sponsor iraniani, e le esercitazioni della Us Navy a ridosso delle acque territoriali iraniane, presso lo Stretto di Hormuz, crocevia petrolifero e snodo strategico cruciale, dove sono dispiegate due portaerei — Nimitz e Stennis - sette navi da guerra, decine di aerei, circa 20 mila uomini.

Gli iraniani sono i più attivi nel gettare benzina sui diversi fuochi accesi in Medio Oriente: inviano armi ai talebani in Afghanistan (razzi e missili anti-aerei); sostengono non solo le milizie sciite ma anche quelle sunnite in Iraq; forniscono armi e supporto a Hezbollah in Libano e ad Hamas nei territori palestinesi; raccolgono informazioni su possibili obiettivi in Occidente.

Al prossimo incontro verrà reiterata a Teheran la richiesta di smettere di fomentare la guerra civile in Iraq, senza grandi chance di successo però, visto che qualsiasi cosa gli iraniani chiedessero in cambio - luce verde sul nucleare, sospensione delle sanzioni, o un indennizzo di influenza su altre aree - sarebbe in contrasto con gli obiettivi di lungo termine della politica americana.

Ma Washington gioca su più fronti: muscoli, pressioni diplomatiche, gioco di alleanze, intelligence, appoggio alle opposizioni interne. Oltre alle manovre della flotta nel Golfo Persico e ai piani militari in Iraq, la Casa Bianca ha autorizzato la Cia a condurre operazioni coperte in Iran. Propaganda, disinformazione, sabotaggio e ogni altra azione «non letale» volta a destabilizzare il regime. In particolare, gli agenti sono impegnati a intercettare possibili forniture tecnologiche, a far fallire accordi commerciali, a sabotare i laboratori iraniani per il nucleare fornendo componenti difettosi.

Sono previsti maggiori aiuti alla dissidenza iraniana sia all'estero che all'interno (sindacati, studenti e intellettuali), e assistenza militare a formazioni armate su base etnica.

All'Onu gli Stati Uniti si muovono di concerto con i partner europei, con Cina e Russia, e si preannuncia una terza risoluzione con un ulteriore giro di vite di sanzioni. In funzione anti-iraniana stanno tessendo un cordone di paesi islamici sunniti, con al centro l'Arabia Saudita. Vista la fragilità economica del regime, di cui ci ha dato un quadro esauriente Alberto Negri, sul Sole 24 Ore, gli Usa stanno cercando di convincere gli europei a usare anche loro la carta dello strangolamento finanziario.

Un «contenimento aggressivo» - pronto a sfociare in aperta, graduale destabilizzazione del regime dei mullah, da accelerare o rallentare a seconda delle occasioni - non per convivere con la minaccia, ma per debellarla. In questo contesto neanche un attacco può essere escluso.

3 comments:

Editor said...

Resta da capire se questo mix di coesistenza e destabilizzazione sia una strategia deliberata e razionale o non, piuttosto, frutto dell'assenza di una strategia o piuttosto di contrasti in seno all'Amministrazione:

http://tinyurl.com/37v8nq

Finora, i fatti parlano chiaro: il quagmire iracheno e mediorientale sta erodendo la posizione geostrategica complessiva degli Stati Uniti. Questo elementare dato è sotto gli occhi di tutti, tranne che di un ristretto gruppo di blogger che si ostinano a non guardare in faccia la realtà. Che è poi quella di un Iran (e di una Siria, sul versante libanese) che possono giocare di rimessa nel modi più coperti che si possano immaginare. Fa tenerezza leggere tutte queste analisi su mirabolanti strategie che finiscono nel cassetto (o in altro contenitore meno nobile) dopo pochi giorni o settimane.

Anonymous said...

Dal Corriere di due giorni fa:

Il presidente ha affermato
che se Bagdad lo chiedesse
ritirerebbe i soldati.
Inoltre ha accettato il rapporto
del Gruppo di studio
Baker-Hamilton da lui respinto
sei mesi fa. E ha definito il
rapporto stesso, che delinea
un graduale disimpegno, una
«road map» verso la pacificazione
dell'Iraq.


ag

adriano said...

Mettiamola così.
Gli Usa non vogliono l'egemonia di un altro Stato che non sia il loro nell'area medio orientale, ecco perché gli sta sulle palle l'Iran che, in maniera sacrosanta, si fa i suoi affari e si sviluppa armi atomiche, o centrali atomiche, esattamente come hanno fatto Usa, Francia, Inghilterra, India, Pachistan etc. Non c'è nessun motivo per cui non debbano farlo. Sono a casa loro.
Aspettiamo con trepidazione un nuovo attacco dell'invincibile democrazia esportatrice di Bene. I calci nel sederino che stanno pigliando a Bagdad evidentemente non gli sono bastati (e non gli bastano).
Come disse Enrico Ghezzi, ovviamente se gli Usa attaccano speriamo di perdere.

maramao!

www.faceonmars.splinder.com