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Wednesday, May 14, 2008

La tragedia birmana ennesima vergogna dell'Onu

La giunta militare al potere in Birmania continua ad ostacolare l'arrivo degli aiuti internazionali destinati alle vittime del ciclone Nargis. Migliaia di persone potrebbero ancora essere salvate prima che sopraggiungano fame ed epidemie. Ma anche oggi le autorità hanno ribadito il loro no all'ingresso di operatori umanitari, esperti e giornalisti nel Paese. Solo dopo estenuanti trattative gli aerei carichi di aiuti riescono ad atterrare, ma i militari continuano a impossessarsi del materiale. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, non è neanche riuscito a parlare al telefono con il leader della giunta, il generale Than Shwe, e sta riflettendo se recarsi lui stesso sul posto.

Il premier britannico Brown ha chiesto a Ban Ki-moon di convocare un vertice d'emergenza sulla situazione. Francia, Gran Bretagna e Germania ipotizzano di imporre gli aiuti aprendo un corridoio umanitario nelle zone più colpite e isolate, quelle del delta del fiume Irrawaddy, contro la volontà del regime. La Cina si conferma tra i peggiori complici della giunta birmana. Pechino e Jakarta hanno infatti bloccato giorni fa al Consiglio di sicurezza dell'Onu la proposta francese di entrare in Myanmar con squadre di aiuto anche senza il consenso del governo locale, in nome della «responsabilità di proteggere».

Il rifiuto della giunta di far entrare il personale umanitario nella regione devastata non ha precedenti nella storia dei soccorsi internazionali, per stessa ammissione dell'Onu. O per lo meno non così plateali. Quel che è certo è che proprio nell'anno del suo sessantesimo anniversario, la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo rischia di apparire ancor di più carta straccia per la stessa istituzione internazionale nata per diffonderne i principi e farli vivere. Quello di oggi in Birmania è solo l'ultimo, ma forse il più clamoroso e ridicolo, della lunga serie dei suoi fallimenti.

«E' tempo di cacciare la Birmania dalle Nazioni Unite», è la dura presa di posizione del Wall Street Journal, in un editoriale di qualche giorno fa: «Se l'Onu non mette in moto un processo per sospendere la membership della Birmania, allora chiaramente nulla è proibito». Il WSJ anticipa le facili obiezioni:
«Qualcuno dirà che la Cina, amica della giunta, quasi sicuramente porrà il veto su qualsiasi mozione di questo tipo. Allora lasciatela fare, alla vigilia dei suoi Giochi Olimpici con la torcia sotto assedio. Qualcuno dira, perché la Birmania, perché non il Sudan? Buona domanda. Cacciare la Birmania dall'Onu sarebbe simbolico. Ma l'intero mondo che sta a guardare mentre i generali birmani lasciano morire la loro gente di fame e di malattie è simbolo di qualcosa di peggiore. Se l'Onu non può fare nulla sulla Birmania, dovrebbe almeno fare qualcosa per il rispetto di sé».
Ancora una volta, oltre a milioni di vite, in gioco c'è la credibilità delle Nazioni Unite, ma non conviene scommetterci un centesimo.

3 comments:

Anonymous said...

nessuno ammette i propri fallimenti.


ciao.

volovivace.

Anonymous said...

intanto, in italia...

http://www.corriere.it/politica/08_maggio_15/frattini_tibet_bcc0e4e4-2253-11dd-8bc7-00144f486ba6.shtml

Frattini, vergogna!

gvertigo said...

Un orrore senza fine.
JimMomo ma se dico che la Cina è lanciata in una strisciante conquista del mondo (che non richiederà comunque più di qualche decennio) senza clamore e senza proclami altisonanti perchè ha capito che le democrazie sono molto più capaci di fronteggiare crisi acute che infiltrazioni che ne minano le fondamenta... dove sbaglio ?