Pagine

Thursday, February 14, 2008

La campagna elettorale parte con le solite omissioni

Partiti nuovi, facce vecchie e, per ora, anche programmi vecchi. Non mi pare che sia stato notato, ma per ora i cavalli di battaglia elettorali a cui Berlusconi e Veltroni si sono affidati nel loro esordio televisivo a Porta a Porta sono i medesimi del 2006: l'abolizione dell'Ici sulla prima casa fu il gran "botto finale" di Berlusconi e gli sgravi fiscali fino a 2.500 euro per ogni nuovo nato somigliano a quel bonus bebè (ve lo ricordate?) che Prodi sbandierava per commissionare figli a pagamento.

E' ancora presto per rassegnarsi, ma a fronte della positiva tendenza bipartitica avviata con la nascita del Pd e la lista del PdL, questa campagna elettorale è partita con il piede sbagliato sul piano dei contenuti.

E ieri sera Veltroni ha lanciato una proposta demagogica e assistenzialista. Uno stipendio minimo di 1.000 euro garantito ai giovani precari. Innanzitutto, introdurrebbe una rigidità difficile da tradurre nella pratica in un contesto quale quello del lavoro flessibile (mille euro anche per i part time di poche ore al giorno?). Ma soprattutto, fissare una soglia minima è un grosso rischio, perché per esempio nel Sud il mercato potrebbe ribellarsi alimentando ancora di più il lavoro nero, al quale sarebbero comunque costretti a ricorrere tutti coloro che nel bisogno accetterebbero di lavorare per meno di mille euro in zone dove il costo della vita è inferiore alla media. E nel caso in cui intervenisse il governo a integrare il salario dell'azienda per portarlo a quota 1.000, ci troveremmo di fronte a dei dipendenti parzialmente pubblici il cui lavoro però va ad arricchire dei privati. Inoltre, questa integrazione statale potrebbe configurare anche un aiuto di stato indiretto alle imprese, in violazione delle norme Ue sulla concorrenza. E chi spiegherebbe a un operaio del Nord, che magari prende 1.300 euro dopo vent'anni di lavoro, che a un giovane co.co.pro di Potenza alla prima occupazione lo Stato garantisce 1.000, in una città in cui i mutui e la vita costano la metà?

Piuttosto, Veltroni dovrebbe spiegare ai giovani lavoratori precari che dice di voler aiutare come mai il governo che fino a ieri il Pd ha sostenuto ha aumentato fino al 26,5% i loro contributi (per finanziare le pensioni ai 58enni!). Vorrei sapere in quale altro Paese uno stipendio inferiore ai mille euro, che a mio avviso dovrebbe essere totalmente esente da tributi, viene decurtato di un quarto, più le tasse.

Ecco il tema che per ora Veltroni, ma anche Berlusconi, hanno solo sfiorato. C'è la detassazione degli straordinari e degli aumenti di produttività, su cui i due maggiori partiti sembrano convergere, ma sono briciole. Nessuno dei due si è ancora presentato davanti agli elettori affrontando il nodo cruciale del binomio tasse-spesa pubblica. L'economia, la società italiana, soffre di asfissia, è letteralmente soffocata dalla macchina statale. Servirebbe un progetto di tagli alle tasse e alla spesa pubblica non di un punto di Pil, ma di almeno 10 nell'arco della prossima legislatura. Ma i nostri politici con le loro proposte dimostrano di non aver ancora compreso che lo Stato è parte del problema, non della soluzione.

Bisogna parlare chiaro e tondo agli italiani: nessuno pensi che una volta al governo avrà la forza e la legittimazione necessarie per prendere decisioni coraggiose, se prima non avrà preso impegni precisi con gli elettori ricevendo un mandato inequivocabile.

Anche il tema delle privatizzazioni è ancora assente dalla campagna elettorale, nonostante proprio l'altro giorno il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, abbia ripetuto quanto siano determinanti per la riduzione del debito pubblico. Le privatizzazioni sono ferme e non ne parla più nessuno, notava oggi Gianni Dragoni, su Il Sole 24 Ore.

Il tema del merito e della meritocrazia, della mobilità sociale, viene affrontato in modo puramente demagogico, senza spiegare ai cittadini quali regole dovrebbero essere introdotte per far funzionare ogni settore della vita del nostro Paese - dal lavoro all'università, dall'impresa alla politica - in modo meritocratico. Quali privilegi e rendite di posizione andrebbero smantellati in tutti i campi.

Oggi, sempre su Il Sole 24 Ore, Carlo Carboni ha avvertito che non basta il merito acquisito "sulla carta". In Francia, ha ricordato, «la legittimazione del ceto politico e amministrativo si "costruisce" a partire dal merito educativo» dispensato dalle grandi scuole per l'ammistrazione pubblica, ma gli stessi francesi si stanno rendendo conto che anche il loro sistema «tende a chiudersi in relazioni autoreferenziali, in reti di conoscenze» impenetrabili.

Un sistema basato sul merito non può fare a meno della concorrenza e della competizione "sul campo", le quali però comportano che ci siano degli "sconfitti" temporaneamente messi "fuori gioco", perché possano affermarsi elementi nuovi temporaneamente vincenti, in un sali-scendi che crea mobilità sociale. Ne sono consapevoli i cittadini italiani che si lamentano? Sanno cosa sia davvero, e cosa comporti, la meritocrazia? E i nostri politici sono preparati a spiegarglielo?

Da solo, "ma anche" male accompagnato

Veltroni (qui a sinistra in una vignetta di Angese) sembra essere riuscito nel miracolo di correre sia da solo che male accompagnato. Berlusconi, riconosce oggi Stefano Folli su Il Sole 24 Ore, «è stato fin qui coerente con la premessa: in pochi giorni si è liberato dell'equivalente in voti di quasi 9-10 punti percentuali. Prima la Rosa Bianca... poi Storace, infine l'Udc. Se si sommano tra loro, raggiungono sulla carta una quota ragguardevole. Segno che Berlusconi ha davvero molta fiducia in se stesso, nei suoi sondaggi e nella bontà dell'operazione di sfoltimento... Viceversa, Veltroni ha cessato di correre da solo».

Ma qui non intendiamo impiccarlo a una coerenza che alle volte in politica può rivelarsi solo miopia. E' nella sostanza politica che l'apparentamento con Di Pietro non convince. Una deroga all'imperativo di correre da soli poteva anche essere sostenibile, ma imbarcando Di Pietro Veltroni mostra di aver ceduto per un pugno di voti, che qualche sondaggio gonfiato attribuisce a L'Italia dei Valori, a scapito della tanto decantata «coesione» progrmmatica.

Avranno anche siglato un accordo solido, ma all'interno del Pd i settori che respingono la cultura giustizialista dell'ex pm sono ampi e non ininfluenti. Non sono affatto contenti Arturo Parisi, Rosy Bindi, tanti prodiani, una parte degli ex Ppi, socialisti come Caldarola («è una scelta che nega la nostra cultura politica... mi sembra difficile stare nello stesso partito») e liberal come Polito («proprio non riesco a immaginarmi nello stesso gruppo parlamentare di Di Pietro»), che ieri ha spiegato i suoi tre "no".

Insomma, Veltroni ha privilegiato i voti (presunti: a nostro avviso Di Pietro ne avrebbe presi di più, grazie a girotondini e grillini, correndo da solo) alle culture politiche dei radicali e dei socialisti, che a quel punto sarebbero state eccezioni più coerenti dal punto di vista del profilo riformista del Pd. Apparentandosi a Di Pietro anche l'immagine del Pd cambia e certo chi si aspetta nella prossima legislatura una riforma della giustizia non è da quella parte che può rivolgere le proprie aspettative.

«Tutto questo significa che si è riaperto il processo di costruzione del Pd, che senza dir niente a nessuno si sono rimesse in discussione scelte compiute da regolari congressi, votando solenni documenti in cui si diceva cosa doveva essere il Pd e da quali forze era composto», osserva Polito. Quindi, per giustificare un'alleanza elettorale con Di Pietro si «cambia la natura» del Pd e se ne cambia pure la linea politica, certo non in senso liberale. «Dall'alleanza con Di Pietro desumo che il Pd si schiererà non solo contro la legge sulle intercettazioni annunciata dal centrodestra, ma anche contro la sua stessa riforma, voluta dal suo governo in questa legislatura».

All'Italia serve uno shock lungo una legislatura

Berlusconi sembra voler ripartire dal 2006. Può anche darsi che si riveli valida la strategia di dire "Cari italiani, è stato solo un brutto sogno... riprendiamo da dove ci eravamo lasciati": dall'abolizione dell'Ici, per esempio, che fu il "botto finale" della scorsa campagna elettorale. Eppure, oggi come allora, vedo cominciare una campagna poco coraggiosa. Peccato che nel frattempo la crisi in cui versa l'Italia si sia aggravata e richieda rimedi sempre più drastici.

All'allarme del Sole 24 Ore (niente tesoretto, buco di 7 miliardi e necessaria manovrina) e a quello della Corte dei Conti («incontrollato aumento della spesa corrente») si aggiunge il dato della produzione industriale in calo del 4%. Per non parlare dell'impennata dell'inflazione (a gennaio registrata dall'Istat in aumento del 2,9% rispetto allo stesso mese del 2007) e del dato dei salari fornito dalla Banca d'Italia, i più bassi d'Europa e a crescita zero dal 2000 considerando gli aumenti annui del costo della vita. Questo quadro è tanto più sconfortante se confrontato con le timide proposte economiche trapelate in questi giorni dai programmi, in verità ancora in via di elaborazione, dei due maggiori partiti, Pd e PdL.

Entrambi si limitano ad interventi - annunciati nelle interviste a Nicola Rossi e a Renato Brunetta, ma confermati sia da Veltroni che da Berlusconi, ieri sera a Porta a Porta - sulla cosiddetta «contrattazione di secondo livello»: detassazione sulle parti della retribuzione legate alla produttività e al merito e sugli straordinari. Una mancia che, se non proprio impercettibile rischia comunque di non modificare in modo apprezzabile le buste paga. Forse capace di provocare un breve sussulto di produttività, ma certo non di produrre effetti rilevabili e prolungati sul potere d'acquisto e sulla crescita.

Soprattutto dal PdL ci aspettiamo molto più coraggio. Se le proposte di politica fiscale rimanessero queste, Veltroni avrebbe gioco facile nell'eguagliarle. Berlusconi non dovrebbe sottovalutare l'inedita concorrenza del Pd su questo piano: per la prima volta promette di ridurre le tasse e per la prima volta si presenta agli elettori con la maggiore credibilità che gli deriva dalla scelta di correre da solo, finalmente non più alleato con la sinistra comunista e massimalista. E se la competizione si confermerà fortemente personalizzata, una sorta di referendum tra i due leader, con i due partiti e i due programmi relegati in secondo piano, allora Veltroni potrebbe anche indovinare la campagna elettorale, riuscendo a diffondere su di sé l'immagine della freschezza e sull'avversario della stanchezza.

Il taglio dell'Ici; le detassazioni sui salari; una seria riforma delle pensioni; i disegni di legge che saranno varati nei primi consigli dei ministri. Tutto ottimo, ma oltre alle misure più urgenti, da attuare nei primi 100 giorni e persino nelle prime 100 ore, ci vorrebbe un progetto di legislatura per un consistente taglio delle tasse e della spesa pubblica, supportato da cifre, scadenze e impegni precisi. Berlusconi non parla più di aliquote Irpef, se non, come ha fatto ieri sera da Vespa, per evocare l'obiettivo dei sogni: arrivare a una tassazione massima del 33%. Obiettivo dei sogni, o Berlusconi si impegnerà a portarlo a compimento entro la prossima legislatura? E perché non la flat tax al 20% in 5 anni, come propone, dati alla mano, Decidere.net?

L'obiettivo di ridurre dell'1% sia la spesa pubblica che la pressione fiscale nel 2008 va nella direzione giusta, ma sono dimensioni che a mio avviso denotano una percezione ancora approssimativa, erronea per difetto, della gravità e delle proporzioni dell'emergenza economica e sociale nel nostro Paese. Occorre invece uno shock fiscale, tale da restituire nelle tasche degli italiani la cospicua parte di ricchezza che la politica ha sottratto loro dimostrando poi di non essere capace di spenderla nel migliore dei modi.

Siamo al paradosso che da uno stipendio lordo di 1.600 euro, che a mio modo di vedere dovrebbe essere totalmente o quasi esente da tassazione, si arriva a un netto in busta paga di 1.100 euro. Il problema dei problemi in Italia, una vera e propria questione sociale fonte di privilegi e ingiustizie, è una macchina statale inefficiente che succhia la linfa vitale della nostra società. «Per voltare pagina l'Italia deve liberarsi dalla mentalità statalista e dirigista che ha prevalso nell'ultimo mezzo secolo, mentalità che chiamerei cattocomunista», ha scritto ieri, su Libero, il prof. Antonio Martino.

L'espansione dei compiti che lo Stato si attribuisce, e per i quali chiede ulteriori risorse, lo rende poi incapace di assolvere al meglio i compiti essenziali che giustificano la sua esistenza. L'espansione dei compiti dello Stato non è dovuta a reali esigenze dei cittadini, ma al bisogno della classe politica di controllare e gestire sempre più servizi, perché tramite quel controllo e quella gestione crea rapporti di clientela e ricava consensi per rimanere al potere.

Per ridurre il peso dello Stato non si può partire dai tagli sulle varie voci di spesa, perché quando ci si siede a tavolino tutto sembra indispensabile ai governi che non vogliono scontentare nessuno per non perdere quote di consenso. Si deve partire "affamando la bestia". Tagliando radicalmente le aliquote fiscali. Restituire le risorse direttamente nelle mani dei ceti produttivi, sia imprenditori che lavoratori, togliendole da quelle del ceto parassitario dei politici, dei burocrati e degli assistiti.

L'Europa chiede all'Italia un tasso di occupazione femminile del 60% entro il 2010, ma siamo drammaticamente fermi al 46,3%, dato rilevato nel 2006, penultimi in Europa. E ciò costituisce certamente un freno rilevante alla crescita economica. A fronte di tanti tagli possibili nella Pubblica amministrazione, dei tanti compiti che lo Stato non dovrebbe svolgere, servirebbe un grande programma statale - lo diciamo da liberisti pragmatici - e temporaneo (finché non torni ad aumentare la ricchezza pro capite), per rendere meno gravoso alle donne conciliare lavoro e maternità: un buono-asilo sia alle donne sia ai comuni da finanziare con l'innalzamento dell'età pensionabile da 60 a 65 anni.

Se non si ha il coraggio di chiedere esplicitamente adesso, in campagna elettorale, i voti agli elettori sulla base di tali impegni (due o tre di grande portata, qualificanti), non si avranno mai la forza e la legittimazione sufficienti, una volta al governo, per procedere con un forte ridimensionamento della tassazione e, quindi, del peso dello Stato.

Wednesday, February 13, 2008

Da soli, "ma anche" con Di Pietro

«Con questa o con un'altra legge elettorale, il Partito democratico correrà da solo», annunciava Veltroni tempo fa. Ma da oggi sarà il caso di precisare: Da solo, "ma anche" con Di Pietro... (guarda) e chissà con quanti altri. Non è da escludere infatti che alla fine i radicali accettino di candidare tre donne nelle liste del Pd (Bonino, Bernardini e Coscioni), ché in fondo Pannella è altruista.

L'accordo tra Pd e Di Pietro è stato appena concluso. «In senso tecnico», precisa l'ex pm, ma non si capisce cosa intenda dire, visto che precisa subito: «Con Veltroni abbiamo fatto un accordo non solo elettorale, ma programmatico, politico e progettuale. Programmatico perché alcuni punti salienti del nostro programma, come la non candidabilità dei condannati, saranno patrimonio comune di queste liste...»

L'Italia dei Valori parteciperà alle prossime elezioni politiche con il proprio simbolo in coalizione con il Partito democratico. Dopo il voto, gli eletti confluiranno nello stesso gruppo parlamentare del Pd, iniziando «un percorso che porterà in futuro alla possibilità di una nostra confluenza in un unico partito».

E così Veltroni ha ceduto. Ma non è solo un problema di coerenza, come spiega bene il senatore Polito: «Sono tre volte contrario alla scelta del Pd di apparentarsi sulla scheda elettorale con il partito di Di Pietro. Primo: perché così facendo si afferma che la cultura politica del nuovo partito si sente più vicina al giustizialismo dell'ex pm che al liberalismo dei radicali e dei socialisti. Secondo: perché il partito di Di Pietro è un partito personale che già alle passate elezioni non andò tanto per il sottile nella scelta dei candidati e creò al Senato non poche turbolenze nella maggioranza, soprattutto sui temi della giustizia. Terzo: perché se anche il Pd vincesse le elezioni, per governare avrebbe bisogno dei parlamentari eletti con Di Pietro, con buona pace della vocazione maggioritaria».

Adesso il timore è che anche Berlusconi possa cedere nei confronti dell'Udc, pressato da quel 3/4% in più che Di Pietro ha sommato ai voti del Pd.

Intanto prosegue, anzi si accentua, lo strano atteggiamento dei grandi giornali - su tutti il Corriere - che fino a ieri invocavano coraggio, cambiamento, semplificazione del quadro politico, e ora sembrano indulgere nel difendere le ragioni dei "piccoli" contro la furia dei "cattivoni", Pd e PdL, che vorrebbero farli fuori. Tra i due litiganti, Berlusconi e Casini, si mette addirittura in mezzo l'unica mamma rimasta, quella del leader dell'Udc: "Era così bello vederli giocare insieme..."

E ci si mette anche Pierluigi Battista, che invita PdL e Pd a «prestare una parte dei loro formidabili apparati per aiutare, su fronti opposti, Giuliano Ferrara e Marco Pannella a raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle loro liste solitarie».

Non si capisce perché Ferrara e Pannella dovrebbero costituire «una cosa ben diversa dai micropartitini che proliferano dietro un capo, un territorio da controllare, una clientela da soddisfare, una marginale rendita di posizione». Sono forse anche peggio, perché accreditandosi come indiscussi e solitari condottieri di un'unica battaglia aspirano a guadagnare visibilità per loro stessi. E sanno bene che solo visibilità otterranno.

E se ciascuno dovesse presentare una lista per ogni «tema culturale» che sente importante, cosa accadrebbe?

Ieri a Porta a Porta Berlusconi è apparso insolitamente infastidito dall'iniziativa di Ferrara, e l'ha stroncata. "Ma come, mi sto facendo il c... per mettere 18 partitini d'accordo nel PdL e questo qui me ne aggiunge un altro?" Ma anche sul tema dell'aborto Berlusconi sembra avere pochi dubbi: non dovrebbe entrare nella campagna elettorale.

«Ferrara in questi ultimi tempi è stato rapito da questa sua missione e intende, contro il mio consiglio, presentare una lista che si chiamerà "Lista per la vita" o "Cultura della vita". Io non credo che questo sia un problema da inserire dentro delle elezioni politiche, penso che sia un problema che attenga alle coscienze e che quindi debba restare fuori dall'agone politico. Ho cercato di dissuaderlo, vedremo con quali risultati». E poi, rispondendo a una domanda di Battista: «Io sto dedicando i giorni e purtroppo anche le notti e concentrare 18 sigle politiche in una e adesso l'amico Giuliano Ferrara ne propone una in più lui? Credo che veramente questo vada contro quella che è la nostra strategia, che corrisponde al volere degli italiani. Non credo che questa missione che Giuliano si è dato trovi in politica il palcoscenico giusto per essere portata avanti. Ho indicato la strada delle Nazioni Unite e credo che quella sia la strada che si deve perseguire».

Un modo diplomatico e amichevole per dirgli: "Fuori dalle palle!"

Un pugno di radicali o radicali in pugno?

Se, come dice Pannella, il Pd vuole "portare Oltretevere lo scalpo dei radicali", cosa dovrebbe dire Casini? Dove vuole portare Berlusconi lo scalpo dell'Udc? La pagina in cui ieri si ribaltava il clichè della Bonino "protesi" di Pannella ha colto nel segno. Il fatto che alla sola Emma Bonino sia stata offerta una candidatura nelle liste del Pd, scandalizzando i radicali e la stessa Emma, la dice lunga sul suo atteggiamento in questo anno e mezzo al governo. E' il frutto maturato dal modo in cui ha interpretato il suo ruolo di ministro. Tanto efficiente negli incarichi che ha ricoperto, quanto remissiva nel promuovere l'agenda radicale. E chi non vorrebbe nelle proprie liste un funzionario fedele, per di più donna, che non crea problemi ed esegue il suo compitino spesso con risultati eccellenti ma senza disturbare i manovratori? Così la Bonino in questi mesi ha promosso se stessa: dinanzi a Prodi, a D'Alema, a Montezemolo. Per carità, legittimo. E' ciò che ha scelto di fare da grande: dimostrare d'essere un ottimo funzionario senza rischiare di correre anche come leader politico. Anche se qualcosa mi dice che alla fine un pugno di radicali (o piuttosto, dei radicali in pugno?) entrerà nelle liste del Pd.

Sorpasso Obama, McCain a un passo dal traguardo

Barack Obama ha letteralmente stracciato ieri notte Hillary Clinton nelle "Potomac Primaries", nei tre stati in cui scorre il fiume Potomac: 64% contro 35% in Virginia; 76% contro 24% in Dist. of Columbia; 62% contro 34% in Maryland. Con i delegati assegnati da questi stati ha sorpassato Hillary: 1202 delegati contro 1185, compresi i superdelegates, ma ha conquistato ben 100 delegati in più della Clinton tra quelli attribuiti dalle primarie o dai caucus.

Negli stessi stati hanno votato anche i Repubblicani e McCain se li è largamente aggiudicati tutti e tre: 50% contro 41% in Virginia; 67% contro 17% in Dist. of Columbia; 54% contro 30% in Maryland. Il senatore dell'Arizona è ormai praticamente a un passo dall'ottenere la nomination: ha conquistato 812 delegati (ne occorrono in tutto 1.191) contro i 217 di Huckabee.

Particolarmente ispirati i discorsi dei due vincitori ai loro sostenitori, con Obama che è sembrato aver già iniziato la campagna di novembre, chiamando in causa il probabile avversario repubblicano, McCain, che ha comunque definito un «eroe americano». E' una great political experience ascoltare un discorso di Obama: emana calore e ti trasporta con il suo ritmo soul. Anche se molto di quanto ha detto ieri notte non mi ha convinto, emotivamente è capace di portarti dalla sua parte.
Now when I start talking like this, some folks tell me that I've got my head in the clouds. That I need a reality check. That we're still offering false hope. But my own story tells me that in the United States of America, there has never been anything false about hope.

I should not be here today. I was not born into money or status. I was born to a teenage mom in Hawaii, and my dad left us when I was two. But my family gave me love, they gave me education, and most of all they gave me hope – hope that in America, no dream is beyond our grasp if we reach for it, and fight for it, and work for it.

Because hope is not blind optimism. I know how hard it will be to make these changes... The politics of hope does not mean hoping things come easy. Because nothing worthwhile in this country has ever happened unless somebody, somewhere stood up when it was hard; stood up when they were told – no you can't, and said yes we can.
Anche l'oratoria di McCain è "calda", «I am fired up and ready to go», trasmette la sensazione di una forza tranquilla.
I do not seek the presidency on the presumption that I am blessed with such personal greatness that history has anointed me to save my country in its hour of need. I seek the presidency with the humility of a man who cannot forget that my country saved me. I am running to serve America, and to champion the ideas I believe will help us do what every American generation has managed to do: to make in our time, and from our challenges, a stronger country and a better world.

Tuesday, February 12, 2008

Berlusconi e Veltroni resistano alle sirene dei partitini

Resistete, Berlusconi e Veltroni. Resistano ai partitini che reclamano un posto al sole. Rimangano coerenti con la scelta di correre da soli a vele spiegate verso il bipartitismo e verranno premiati dagli elettori.

In appoggio dell'Udc è scesa in campo persino la Cei, attraverso il direttore di Avvenire intervenuto sere fa al Tg1: lo scudo crociato compaia apparentato al PdL. Alcuni tra i più stretti consiglieri di Berlusconi spingono per ammorbidire la posizione del Cav. su Casini, ma ci auguriamo che mantenga la sua posizione di fermezza: dentro o fuori. E pare che stasera, a Porta a Porta, l'abbia ribadita, spiegando che se Casini dovesse far parte della coalizione ma non della lista unitaria, «non ci sarebbe garanzia di coesione e si tornerebbe alla scorsa legislatura, quando di fronte a svolte di modernità, i partiti, spesso il suo, si sono messi di traverso».

Ci sono tutte le condizioni, grazie ai premi di maggioranza alla Camera e al Senato, e alla decisione di Veltroni di far correre da solo il Pd, perché Berlusconi possa vincere le elezioni facendo a meno dei voti dell'Udc, la cui insidiosa utilità marginale verrebbe sapientamente utilizzata, come in passato, come strumento di ricatto. E così vedremo finalmente quanto la forza parlamentare e la visibilità dell'Udc derivi da un effettivo consenso popolare e quanto, invece, Casini abbia tratto beneficio dal collegamento con Berlusconi.

Insomma, gli elettori che fino ad oggi hanno preferito votare l'Udc come dato di distinzione interno alla CdL, la voterebbero comunque sapendo di non sostenere più con il loro voto "Berlusconi presidente"? Ha portato più voti l'Udc alla CdL o l'appartenenza a una coalizione guidata da Berlusconi all'Udc? Lo sapremo presto.

Altrettanto dicasi per Veltroni. Resista alle tentazioni e ai consigli interessati dell'ultima ora. Ambiguo l'atteggiamento dei grandi giornali - su tutti il Corriere - che fino a ieri invocavano coraggio, cambiamento, semplificazione del quadro politico, e ora sembrano indulgere nel difendere le ragioni dei "piccoli" contro la furia dei "cattivoni", Pd e PdL, che vorrebbero farli fuori.

Imbarcando i partitini rimasti senza copione Veltroni non aggiungerebbe nulla, né in termini di voti, né di politiche, né di idee, al Pd. Anzi, smentirebbe nei fatti la scelta di correre «liberi, non da soli», novità politica di queste elezioni. Non si tratta di temere di introdurre ulteriori contraddizioni (che già sono tante) nel Pd, ma perché mai complicarsi la vita garantendo la mera sopravvivenza di alcuni apparati che ormai, se non presso le loro ristrette clientele, non hanno alcun seguito nella società italiana, né più alcun senso della realtà e dei problemi dei cittadini?

I socialisti non solo non hanno una politica "socialista", non hanno uno straccio di politica. I radicali, spiace dirlo, hanno dilapidato in modo scellerato la loro credibilità e la loro radicalità cercando di accreditarsi come efficienti e affidabili funzionari alla corte di Prodi e rinchiudendosi nel ghetto dei diritti civili. Di Pietro in effetti ha un suo spazio elettorale, ma esprime una cultura giustizialista e forcaiola che speriamo non appartenga al Pd.

Non diano peso, Berlusconi e Veltroni, a strani e orientati sondaggi che in questi giorni sparano cifre improbabili, e ne spareranno ancor di più nelle prossime settimane, attribuendo numeri lusinghieri, promettenti, a forze politiche appena nate o a partiti che riscuotono un po' d'attenzione, giusto nel Palazzo e nelle redazioni, per le loro tardive manovre di collocamento. Vi ricordate? Anche nel 2006 accadde con la Rosa nel Pugno, lista cui qualcuno attribuiva un 4-6% che poi si scoprì esistere solo sui giornali, nei salotti e nei nostri sogni.

Per i primi sondaggi attendibili bisognerà attendere quanto meno la definizione di candidature e schieramenti. Nel frattempo, meglio usare la logica. E la mia mi dice che solo La Destra e Di Pietro hanno un effettivo spazio politico che potrebbe consentirgli di superare il 4%. Persino Casini, se come sembra dovesse andare da solo, troverebbe molte difficoltà a superare lo sbarramento, a meno che non gli venga in soccorso qualche deluso della Margherita. Per gli altri, non vedo speranze.

Primi vagiti dei programmi: poco coraggio

Tirando le somme dal primo confronto tra i due programmi economici di Pd e PdL, nelle interviste a Rossi e a Brunetta ieri su la Repubblica, c'è di che rimanere preoccupati.

Renato Brunetta scommette su un tesoretto la cui esistenza è sempre più incerta. L'altro giorno Il Sole 24 Ore ha addirittura dedicato un'intera pagina a un probabile buco di 7 miliardi di euro e la Corte dei Conti giorni fa denunciava una spesa corrente «fuori controllo».

L'obiettivo di ridurre dell'1% sia la spesa pubblica che la pressione fiscale nel 2008 va nella direzione giusta, ma non mi sembra poi così coraggioso e adeguato alle urgenze che sta soffrendo il nostro Paese. E inoltre appaiono obiettivi alla portata anche di Veltroni.

Ancor meno coraggiosi gli impegni sulla riduzione fiscale. Non si parla, per ora, di veri e propri tagli delle aliquote, ma di interventi sulla cosiddetta «contrattazione di secondo livello»: detassazione degli aumenti salariali legati ai risultati e degli staordinari. Una mancia che, se non proprio impercettibile rischia comunque di non modificare in modo apprezzabile le buste paga. Forse capace di provocare un breve sussulto alla produttività, ma certo non di produrre effetti rilevabili sul potere d'acquisto.

Escluso, per ora, un intervento sulle pensioni. Ciò significa che i giovani, precari e non, continueranno a pagare di tasca propria pensionati neanche sessantenni, a non vedere uno straccio di riforma per rendere universali gli ammortizzatori sociali né all'orizzonte la loro futura pensione.

Gli unici impegni forti anticipati da Brunetta sono l'abolizione dell'Ici e il pareggio di bilancio già nel 2009, che darebbe fiato alla nostra economia. Riguardo le liberalizzazioni, Brunetta sostiene che «il clima è cambiato anche nel centrodestra: decideremo favorendo i consumatori, senza riguardi». Promette che non verrà adottato il metodo Bersani, che «concertava con gli amici e decretava sui nemici». Sarà, ma intanto sembra contraddirsi nella stessa intervista, invocando «spazio al mercato nelle utilities locali» e tacendo, guarda un po', sulle professioni, avvocati e notai.

Anche Nicola Rossi, economista di sinistra liberale chiamato da Veltroni a elaborare il suo programma economico, cita come area di un primo intervento la «contrattazione di secondo livello»: detassazioni «strutturali» legate alla produttività.

E la sorpresa è che, pur senza impegno, almeno Rossi a differenza di Brunetta cita le aliquote, «una diversa struttura» da finanziare con gli extragettiti o con tagli alla spesa. E aggiunge liberalizzazioni a palate, ma pare nessun taglio dell'Ici.

Insomma, da queste due interviste si scorgono impostazioni molto, troppo simili. Entrambe poco coraggiose, rivelano che i loro autori sembrano non aver ancora preso le misure alla crisi italiana. Un approccio timidamente riformista del PdL, invece che nettamente liberale, in campagna elettorale potrebbe favorire il Pd. Che sia stato Rossi, e non Brunetta, a parlare di aliquote dovrebbe allarmare i liberisti del PdL. Se a ciò aggiungiamo il solito Tremonti, che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati, per ora appare ben poco - troppo poco - di liberale e liberista nell'offerta del PdL.

Seminando sudditanza, si raccoglie irrilevanza

Se si semina sudditanza, si raccoglie irrilevanza. E il fatto che tra i radicali alla sola Emma Bonino sia stata offerta una candidatura nelle liste del Pd la dice lunga sul suo atteggiamento remissivo in questo anno e mezzo al governo a braccetto con D'Alema.

Già, torniamo sui radicali, che hanno speso tutti i 18 mesi di questa legislatura cercando di dimostrarsi il più possibile affidabili e leali. Peccato però, che non si stia dimostrando una strategia vincente per farsi accettare. Hanno fatto male i loro conti: era ampiamente prevedibile che colui il quale avrebbe usufruito della loro inedita e costosa (dal punto di vista dell'immagine) affidabilità, e quindi avrebbe potuto ricambiarla in futuro con un minimo di riconoscenza, cioè Romano Prodi, era chiaro - dicevamo - che non avrebbe gestito la fase successiva. Dell'affidabilità dei radicali Veltroni non sa che farsene.

Intendiamoci: a nostro avviso i post-comunisti non avrebbero in ogni caso cambiato idea sui radicali. E' da quarant'anni che li respingono, li sabotano e quando possono tentano di cancellarli dalla scena politica italiana. E però è anche vero che Pannella questo lo sa benissimo da tempo, era stato avvertito - pensate - addirittura da Ernesto Rossi, decenni fa: perseverare è diabolico. E adesso la sua insistenza, la sua minaccia di "non mollarli", appare a tratti umiliante, masochistica, come se ci godesse nel sentirsi respinto. Patologia.

Ci ha provato l'"amico" Adriano Sofri, oggi su la Repubblica, a prendere le difese dei radicali respinti dal Pd veltroniano. Ma se questo è il loro avvocato, allora tanto vale che si difendano da sé.

Analizziamo la memoria difensiva redatta da Sofri e infatti vi troveremo le prove degli errori dei radicali. Ciò che dal punto di vista di Sofri appare degno di merito nelle loro scelte e nei loro comportamenti, ripugna la maggior parte dei militanti e simpatizzanti radicali, che in questi due anni hanno visto sconfessata la loro storia e disattesi persino gli impegni assunti in campagna elettorale. Ciò che a Sofri sembra apprezzabile è la causa dell'attuale irrilevanza politica ed elettorale dei radicali.

«La partecipazione al governo dei Radicali italiani non è più stata una circostanza "tattica", come potevano far temere i precedenti, ma un reimpianto saldo dentro la vicenda della miglior sinistra». Strano, perché in campagna elettorale si era parlato di «alternanza per l'alternativa», di una «minestra» che si era costretti a mangiare per uscire dall'isolamento e tirare il fiato, senza che ciò comportasse una revisione dell'analisi pannelliana delle due coalizioni come facce dello stesso regime. Ricordate il ritornello? «Palermitani e corleonesi» e bla bla bla...

«La pattuglia radicale non ha avanzato veti e ultimatum, gran voluttà dei commensali minori del governo Prodi. Venivano da una stagione dubbia, in cui avevano rischiato di sovrapporre americanismo e bushismo, e liberismo e feticismo del mercato: tentazioni abbandonate, con l'aiuto robusto dei fatti».

Pannella, Bonino e gli altri sappiano che citare a propria difesa la testimonianza di Sofri significa ammettere ciò che molti hanno ormai capito da tempo: che di "americanismo" e "liberismo" nei radicali non c'è più traccia. Sofri sarà anche contento, ma i radicali crediamo lo siano molto meno.

Forse è vero che nel 2006, senza di loro, il centrosinistra non avrebbe neanche pareggiato le elezioni. Ma oggi, quanti voti possono spostare i radicali a favore del Pd, dopo aver dissipato in soli due anni tutta la loro credibilità, senza trarne nemmeno il classico piatto di lenticchie? Stavolta abbiamo la sensazione che l'ostracismo di Veltroni non dipenda dall'allergia alla cultura liberale, ma da una scommessa che ormai, a causa della loro irrilevanza, non vale la posta. E in politica, si sa, nessuno fa beneficienza.

Monday, February 11, 2008

Le tasse già al centro della sfida

La campagna elettorale è appena iniziata e com'era prevedibile Veltroni ha preso subito di petto il tema delle tasse: «Grazie al risanamento portato avanti dal Governo Prodi oggi è possibile venire incontro agli italiani con la riduzione delle tasse e l'aumento dei salari».

Un risanamento, quello portato da Prodi e ieri rivendicato da Veltroni, piuttosto precario, se come calcola Il Sole 24 Ore, per il 2008 ci dobbiamo aspettare un buco di almeno 7 miliardi di euro. Altro che tesoretto! E d'altra parte, la Corte dei Conti la settimana scorsa aveva già lanciato l'allarme dell'«incontrollato aumento della spesa corrente».

Miliardi di trasferimenti dallo Stato alle Regioni; altri miliardi per l'amministrazione pubblica; i ministeri che battono cassa per le spese rinviate nel 2007; il contratto dei dipendenti pubblici, firmato mesi fa ma ancora da onorare, con una spesa prevista tra un minimo di 2 e un massimo di 6 miliardi di euro. Senza calcolare i costi dell'emergenza rifiuti in Campania. Il rapporto deficit/Pil nel 2008 viaggerebbe intorno al 2,6%, contro il 2,2% previsto dal Governo Prodi.

E' la prima volta, tuttavia, che in campagna elettorale il candidato premier di centrosinistra dichiara che "Sì, questo è il momento per abbassare le tasse". Poco importa che Veltroni sia sincero o meno, questa volta il fatto stesso che il Pd corra da solo, non più alleato con la sinistra comunista e massimalista, rende l'annuncio credibile e Berlusconi farebbe bene a non sottovalutarlo. Il suo argomento polemico principale di sempre, di un eventuale governo di centrosinistra comunque "in mano ai comunisti", dimostratosi valido alla prova dei fatti per Prodi, oggi è smontato, inutilizzabile per Veltroni.

A questo punto qualsiasi politico accorto cercherebbe innanzitutto negli anni in cui è stato sindaco di Roma i punti deboli di Veltroni. Poi, lancerebbe un piano ambizioso e concreto, calcolato, di tagli permanenti alle tasse, di una consistenza che Veltroni non potrebbe mai promettere.

Una chance per il bipartitismo

«La classe politica è riuscita a rinviare di un anno il referendum sulla legge elettorale, ma sembra comportarsi come se il popolo italiano ne avesse approvato lo spirito». E Veltroni «farebbe bene a non schernire con espressioni irridenti ("maquillage") un evento di cui è lui stesso in parte responsabile». Parole di Sergio Romano, oggi sul Corriere della Sera.

Verso elezioni bipartitiche o quasi, dunque, e il vento delle entusiasmanti primarie Usa arriva fino a noi: irrompono nella campagna di Veltroni i tipici cartelli rettangolari e colorati alzati dai fan dei candidati Usa. I "berluscones", è facile prevedere, non vorranno essere da meno.

Pur rimanendo scettico, se non pessimista, riguardo la qualità generale dei nostri politici e i contenuti, ancora molto vaghi, bisogna riconoscere che è in atto una semplificazione, in ogni caso benefica, dell'offerta partitica: cinque, massimo sei liste-partito, di cui due oltre il 30%, una tra il 7 e il 10%, le altre probabilmente sotto il 5%.

E' innegabile che sia in corso un'evoluzione bipartitica del nostro sistema. Che sia irreversibile naturalmente non è per nulla scontato, anche perché qui da noi sembra che il meglio sia imprevedibile e il peggio prevedibilissimo.

Devo confessare che mai avrei pensato che ciò potesse accadere senza una legge elettorale uninominale. E invece devo ricredermi. Il processo in atto è reso possibile anche in assenza dei collegi uninominali per un paio di circostanze, una tecnica e l'altra politica. Quella tecnica è una legge elettorale proporzionale dagli effetti maggioritari grazie ai premi di maggioranza alla Camera e al Senato. Quella politica è il fallimento del prodismo (l'utopia cioè che i riformisti potessero vincere le elezioni e anche governare alleati con la sinistra comunista e massimalista), che ha reso una necessità non più rinviabile, per il Partito democratico, correre da solo. Una svolta, quella impressa da Veltroni, che si può definire coraggiosa, oltre che obbligata, solo perché in almeno un altro paio di occasioni i vertici di Ds e Margherita avevano perso il treno della storia, arrivando con oltre un decennio di ritardo laddove prima o poi era ovvio che dovessero trovarsi.

Un terzo elemento ora potrebbe accelerare, forse fino a renderla irreversibile, oppure interrompere, questa evoluzione bipartitica: il voto degli elettori. C'è da augurarsi che entrambi i partiti maggiori, PdL e Pd, ottengano dalle urne risultati solidi, legittimazioni forti. Quota 40% per il primo e quota 30% per il secondo ci sembrano i livelli di guardia al di sotto dei quali le due operazioni potrebbero dirsi bocciate dagli elettori.

Dietro il collegio uninominale rimangono una moralità, una filosofia politica, un'idea intrinsecamente liberale della rappresentanza e della governabilità. Dunque, non smetteremo di sostenere la necessità di una legge elettorale uninominale. Ma chiunque sia sinceramente a favore del bipartitismo non può non riconoscere quanto sia promettente lo scenario che si sta aprendo in questa campagna elettorale.

Ed è un peccato che proprio il partito che più di ogni altro si era battuto per il bipartitismo in Italia stia mancando questo appuntamento. Mai siamo stati così vicini alla sua realizzazione e i radicali - il partito di Pannella e Bonino - si trovano impreparati, senza un progetto per questo momento, rischiando di scomparire senza giocarsi la possibilità di fecondare in senso liberale uno dei due partiti in costruzione o persino entrambi: PdL o Pd, uno quale che fosse. Eppure era facile - forse per loro più di chiunque altro - prevedere e preparare per tempo questa crisi, facendosi trovare al posto giusto al momento giusto.

I radicali hanno commesso l'errore paradossale di legarsi a una delle due articolazioni del regime, e a quel particolare assetto del centrosinistra di cui Prodi era il garante, non comprendendo quanto proprio il superamento del prodismo fosse propedeutico a quella riforma liberale della sinistra che essi stessi da sempre auspicavano; e proprio nel momento dell'imminente disgregazione del prodismo. Eppure, non mancò all'interno del partito chi avvertisse per tempo il pericolo, proponendo fin da subito mani libere e una più spregiudicata azione politica, di sfida anche nei confronti della maggioranza di cui si faceva parte, per non rimanere sotto le macerie che inevitabilmente ne sarebbero rimaste.

Basta guardarsi intorno (Pd, "Cosa rossa", Di Pietro, Mastella) e più o meno brillantemente tutti sono riusciti ad evitare di rimanere sotto quelle macerie. Tranne chi? Radicali e socialisti dello Sdi.

Ricordo che due anni fa (ero nella Direzione di Radicali italiani) eravamo consapevoli che le elezioni dell'aprile 2006 avrebbero provocato lo sfaldamento delle due coalizioni, a cominciare da quella perdente. Il pareggio uscito dalle urne avrebbe poi ritardato i tempi, anticipando la fine dell'Unione, ma solo apparentemente, visto che pochi giorni dopo la caduta del Governo Prodi e lo scioglimento delle Camere, Berlusconi e Fini hanno messo in soffitta anche la CdL. E ricordo bene che già all'indomani del voto, Capezzone e altri con lui avevano previsto questa fase di decomposizione e ricomposizione, e volevano che i radicali si facessero trovare pronti ad incidere, semmai favorendola anziché contrastandola.

Quella prodiana doveva essere un'«alternanza» provvisoria, «per l'alternativa» vera da costruire, e invece i radicali hanno cominciato a schierarsi contro tutto ciò che minacciasse Prodi e il suo schema di alleanze (e le poche e poco influenti poltrone su cui si erano appena accomodati), mentre persino i vertici di Ds e Margherita ne comprendevano la fragilità e preparavano già il dopo, in una certa misura accelerandone i tempi.

Non hanno mai voluto affrontare e risolvere il problema del loro ruolo nella coalizione. E quasi per inerzia sono finiti nell'attuale vicolo cieco. Ora è chiaro: puntando sull'emergenza economica e sociale, con il loro bagaglio liberista, i radicali avrebbero dovuto porsi alla destra del Pd (pronti anche a farne parte sciogliendosi) e non in un territorio indefinito per divenire neanche il baluardo, ma le macchiette del laicismo.

Sunday, February 10, 2008

Obama mette il turbo, Huckabee tiene duro

Altro giro di primarie negli Stati Uniti e Hillary Clinton continua a perdere il vantaggio già esiguo nei confronti di Obama, che sembra aver messo il turbo, anche se a livello di delegati gli stati vinti oggi non sembrano determinanti per un sorpasso (ma lo scarto si è ridotto a un numero di delegati tra 60 e 25). Obama ha vinto doppiando la Clinton in Louisiana, Nebraska e Washington State (e Isole Vergini). Hillary è ancora in vantaggio grazie ai superdelegati, i notabili del partito la cui preferenza prescinde dal voto popolare e dai caucus. Ma il fatto che Obama sia in vantaggio nei delegati assegnati sulla base delle primarie è un dato politico assai rilevante.

Nel campo repubblicano Huckabee è molto indietro numericamente ma aggressivo politicamente. Le sue vittorie nel profondo sud (oggi in Kansas e Luoisiana) e la vittoria di McCain nel più popoloso e "liberal" Washington State mettono in luce le difficoltà del front-runner repubblicano con la destra religiosa del partito. Il tema dell'immigrazione, su cui il senatore dell'Arizona è su posizioni piuttosto aperte e moderate, come d'altra parte il presidente Bush, mi sembra più dirimente dei valori etici. Ma proprio una posizione non intransigente e tollerante sull'immigrazione sembra l'unica in grado di assicurare ai repubblicani quella quota di elettorato ispanico senza cui la Casa Bianca resterebbe un miraggio.

Le vittorie di Huckabee sollevano comunque un caso politico: la sfiducia della base tradizionalista ed evangelica del partito nei confronti di McCain, che potrebbe portarlo almeno alla vicepresidenza, in un ticket per riunire il diviso movimento conservatore. Possibilità che diminuiscono dopo che il vertice del partito repubblicano, seppur a malincuore, sembra essersi arreso a sostenere McCain, e probabilmente gli fornirà un insider per la vicepresidenza come bollino di garanzia.

Sembra non essere bastato, per ora, l'endorsement implicito che parlando alla conferenza dei movimenti conservatori, Conservative Political Action Conference (Cpac) il presidente Bush ha espresso in favore di McCain, suo ex avversario nelle primarie del 2000: «Abbiamo avuto un buon dibattito e presto avremo un nominato che porterà alta la bandiera conservatrice in queste elezioni e oltre». McCain è un «vero conservatore», ha voluto dire Bush alla base. E d'altra parte già nel suo ultimo discorso sullo stato dell'Unione, Bush aveva toccato tutti i temi dell'agenza di McCain: vittoria in Iraq e guerra ad Al Qaeda; immigrazione; tasse basse, freno alla spesa clientelare.

Interventismo idealista in politica estera e conservatorismo compassionevole in politica interna fanno oggi di McCain il candidato della continuità rispetto alla presidenza Bush.

A volte bastano tre domande per far crollare un mito

Da Cuba trapela (per merito, crediamo, della Bbc), questo video in cui, forse senza neanche saperlo, alcuni giovani comunisti cubani mettono in imbarazzo il regime. Un regime che sostengono persino. Quei ragazzi infatti, studenti universitari, non sono dissidenti, appartengono alla gioventù comunista. E da indottrinati al marxismo in versione castrista, è quindi lecito ritenere che poco o nulla abbiano consapevolezza di cosa sia la democrazia. Eppure li vediamo capaci di domande che molto hanno a che fare con essa.

Riuniti in assemblea rivolgono alcune domande al presidente del Parlamento cubano, Ricardo Alarcon. «Presidente, perché non possiamo viaggiare all'estero? E perché a Cuba servono due, tre giorni di lavoro per comprare uno spazzolino da denti?». Un altro studente protesta per il doppio cambio: quasi tutto quello che si può comprare a Cuba è in pesos convertibili, come dire in dollari, mentre i salari - quelli dei lavoratori, dei contadini - sono in pesos normali, «che hanno un potere d'acquisto 25 volte minore».

Poi chiede perché i cittadini cubani non possono andare negli alberghi e nelle spiagge riservate agli stranieri. Dopo cinquant'anni la rivoluzione non ha affatto posto fine a quel doppio standard (simbolo del regime di Batista), denunciando il quale, nel 1959, era riuscita a suscitare le speranze dei cubani e ad aprirsi la via del potere: da una parte la Cuba villaggio vacanze esclusivo, dotato di comfort, privilegi e prostitute a prezzi modici; dall'altra la miseria e il sottosviluppo in cui versano la maggioranza dei cubani.

E secondo la testimonianza del giornalista della Bbc — sul cui sito è stato diffuso il video — i giovani hanno protestato per le forti limitazioni nell'uso di Internet, per esempio il divieto ad aprire caselle e-mail con Yahoo e Google. Interrogativi che riguardano la vita quotidiana ma anche il sistema politico: «Perché devo votare per una serie di candidati di cui non sulla? Come faccio a sapere che meritano il mio voto? Chi sono?».

Il rappresentante del regime, Alarcon, come spesso accade ai dittatori in queste circostanze, appare imbarazzato e ad un osservatore esterno persino ridicolo nelle sue patetiche risposte. Solo l'isolamento ideologico in cui quei ragazzi sono costretti a crescere e a vivere gli impedisce, forse, di accorgersi anche loro di quanto ridicoli e fragili siano gli alibi del regime.

Qualche innocente domanda che tocca i nodi cruciali del fallimento del regime cubano, che persino i comunisti nostrani si ostinano a non vedere: la miseria e il sottosviluppo economico; il partito unico; le restrizioni di movimento e i limiti alla libertà d'espressione. Ci auguriamo che questo video non rimanga senza conseguenze.

Friday, February 08, 2008

La CdL non c'è più, verso elezioni bipartitiche

Fino all'ultimo non si è fidato di Veltroni. Ha aspettato di vedere che rimanesse davvero coerente con la scelta di far correre il Pd da solo, senza desistenze. E in questi mesi abbiamo constatato quanto fosse attratto dalla prospettiva di correre da solo anche lui. Così Berlusconi ha dato seguito all'"annuncio del predellino", decidendo di presentare il PdL. Chi ci sta, ci sta. Rispetto a qualche mese fa Fini ha cambiato idea e ci sta, Casini no. Ma chi non ci sta, è fuori anche dalla coalizione. Unica eccezione per la Lega, perché è un partito territoriale.

La Lega quindi sarà federata al PdL. E l'Udc? L'Udc sbanda: a caldo Cesa dichiara che l'Udc è pronta ad andare sola. Poi si corregge: «L'Udc intende rimanere nel centrodestra con una sua autonomia. Niente lista unica del PdL, dunque, ma uno schema che prevede il collegamento elettorale e di programma, così come farà la Lega Nord». Infine, è intervenuto Casini: solo se FI e An impediranno una «nuova alleanza», allora «andremo da soli». «Non escludiamo affatto la federazione, è una possibilità concreta a cui siamo disponibili».

A cui però non è disponibile Berlusconi, che in pochi minuti ribatte: «Spero che l'Udc aderisca. Se non aderiscono, noi andiamo avanti ugualmente. Nessuno può negare che siano alleati, ma non nella stessa coalizione. Possono presentarsi da soli e poi in Parlamento potremo naturalmente trovare un accordo per farli entrare in un'alleanza». L'opzione di federarsi al PdL, come la Lega, non esclusa da Casini, è invece Berlusconi a escluderla: «No, per la Lega è diverso, è un partito territoriale...». Mastella e Storace devono ancora decidere, ma per loro vale lo stesso discorso: PdL o fuori.

Certamente la decisione di Veltroni di far correre il Pd da solo ha creato i presupposti di questa evoluzione che di fatto scrive la parola fine sulla CdL così come l'abbiamo conosciuta. In conseguenza di quella scelta, infatti, FI e An, più la Lega, possono contare sul premio di maggioranza nazionale alla Camera e sui premi regionali al Senato: il 55% dei seggi. L'Udc serviva a far scattare i premi fin tanto che dall'altra parte vi era una coalizione come l'Unione, che mettendo insieme Ulivo e sinistra massimalista poteva arrivare a sfiorare il 50% dei voti. Ma di fronte al Pd non è più necessaria e ciò permette più mani libere nelle alleanze.

Si trattava quindi di capire se i parlamentari dell'Udc dovessero rientrare in questo 55%, e quindi diventare determinanti per le sorti del futuro governo Berlusconi, oppure no. E il Cav. ha pensato: se entrano nel nuovo partito, bene, altrimenti fuori. Dopo le elezioni Berlusconi accoglierebbe in un'alleanza di governo l'Udc, perché a quel punto non potrebbe minacciare la sopravvivenza della maggioranza, non facendo parte con i suoi parlamentari di quel 55% di seggi ottenuto dai soli PdL e Lega. Ma presentandosi da sola, al di fuori della coalizione che sostiene "Berlusconi presidente", dubitiamo persino che l'Udc riesca a superare lo sbarramento del 4% ed entrare in Parlamento.

Altro che «maquillage»! Se, come appare probabile, l'Udc non farà parte del PdL per sua scelta, ma neanche della coalizione, per scelta di Berlusconi, allora anche il centrodestra si presenterà agli elettori profondamente ridisegnato, semplificato e in grado di dar vita a un governo meno esposto al ricatto dei partiti minori.

L'impegno a formare un gruppo parlamentare unico, e ad approvare insieme al Pd una riforma dei regolamenti parlamentari che impedisca la proliferazione di gruppi con denominazioni diverse dalle liste presentate alle elezioni, rende l'operazione FI-An ancora più solida per poter resistere all'accusa di «maquillage» prontamente lanciata da Veltroni. Nulla di sorprendente, siamo in campagna elettorale ed è ovvio che Veltroni non voglia lasciarsi sfuggire di mano l'arma polemica di rinfacciare al centrodestra quella disomogeneità di cui il Pd si è liberato correndo da solo.

Una scelta obbligata quella del Pd, perché perdere con la coalizione uscita sconfitta già alle scorse elezioni e bocciata da una disastrosa prova di governo sarebbe stato letale anche per il nuovo partito, mentre perdere lanciando una nuova prospettiva può rivelarsi addirittura salutare. Non avrebbe avuto senso il Pd, se si fosse di nuovo presentato alleato con la sinistra comunista e massimalista perpetuando lo schema fallimentare del prodismo.

Ma una scelta obbligata anche per Berlusconi e Fini, per non ripresentare una CdL decrepita e per contrapporre al Pd, anche dal punto di vista emotivo, una sfida nuova che potesse suscitare un rinnovato interesse negli elettori e negli stessi militanti del centrodestra.

Certo, sarà difficile che in soli due mesi Berlusconi e Fini riescano a dare al Popolo della libertà il volto di un partito nuovo e non di una semplice sommatoria di apparati, di FI e di An: dovranno puntare con coraggio a far emerge donne e uomini nuovi, giovani, e contenuti innovativi. Con la decisione di presentare il PdL - e se il nuovo partito prenderà davvero forma e sostanza all'indomani del voto - queste elezioni potrebbero più o meno produrre l'esito maggioritario e bipartitico della legge che sarebbe uscita dal referendum.

A questo punto gli schieramenti dovrebbero essere questi: PdL + Lega, con eventuali sigle che dovrebbero essere assorbite nel PdL oppure rimanere fuori; Udc (reintegrando i ribelli della "Rosa bianca"?); Pd (forse + Di Pietro); "Cosa rossa". Più coalizioni ma meno liste e meno partiti. Rimarrebbero fuori socialisti e radicali? Se, come appare probabile, il Ps non fosse accolto con il proprio simbolo e la propria lista dal Pd, allora potrebbe tornare di attualità una Rosa nel Pugno bis con Emma Bonino candidata premier. Il 4% resterebbe comunque un miraggio.

Thursday, February 07, 2008

Il rischio della CdL di presentarsi decrepita

Da non perdere il solito esilerante Daw in "Tutto Prodi in 10 minuti". E vi segnalo anche questo articolo in cui Alessio Vinci (Cnn) racconta agli americani - forse nell'unico modo possibile - l'ultima fase da operetta della politica italiana.

Detto questo, sembra sempre più evidente che la scelta di Veltroni di far correre da solo il Pd - vedremo se il segretario saprà resistere alla tentazione di opache desistenze e rimanere coerente - è destinata ad aumentare le fibrillazioni nella CdL, se non a destabilizzarla.

Visto e sentito Veltroni ieri a Matrix, Berlusconi è rimasto di nuovo folgorato dall'idea di correre da solo. E in effetti se entrambi decidessero di correre da soli produrrebbero più o meno l'effetto maggioritario e bipartitico della legge che sarebbe uscita dal referendum.

Ma Berlusconi difficilmente potrà strappare di nuovo con gli alleati, a pochi giorni dalle elezioni, addossandosi stavolta la responsabilità della rottura. Quanto meno, però, vorrebbe che i partiti della CdL si presentassero in una lista unica, per dare almeno il segnale di voler intraprendere la via di un partito unitario del centrodestra. La Lega è contraria all'ingresso dell'Udeur di Mastella nella coalizione che, dice Maroni, dovrà essere composta unicamente dai quattro soci fondatori. Anche Fini lascia intendere di non gradire altri ospiti: «Spero che la coalizione sia quanto di più semplificato possibile». Tradotto: i quattro soci fondatori.

La CdL è in ogni caso chiamata a dare un segnale non scontato di novità e compattezza rispetto al 2006, se non vuole esporsi agli attacchi di Veltroni, che tenterà di giocare la carta del nuovo (il Pd da solo) contro il vecchio (Berlusconi con i soliti noti). Certo, d'accordo, sappiamo tutti che Veltroni non è il "nuovo" ma bisogna riconoscere che il Pd che corre da solo sarà l'unica novità politica delle prossime elezioni e gli elettori sono alla disperata ricerca di una boccata d'aria fresca, di qualcosa di inedito anche solo in termini di sfida e coraggio politico.

L'errore che vedo all'orizzonte, in cui Berlusconi potrebbe essere indotto anche dalla necessità di accontentare gli alleati, è pretendere di presentare la CdL, con in tasca il largo vantaggio che i sondaggi gli attribuiscono, tale e quale al 2006, come se nulla fosse accaduto, seguendo la logica per cui Prodi non ha mai veramente vinto e quindi resta valida la proposta, sia in termini di coalizione che di programma, della CdL di allora. E già vedo Tremonti che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati.

Sarebbe buona, invece, l'idea di Capezzone, non solo di un programma di pochi punti per i "primi 100 giorni", ma anche di un programma per le "prime 100 ore", attraverso decreti legge da emanare in 100 ore e far approvare dal Parlamento entro 60 giorni.

Hillary dovrebbe cominciare a preoccuparsi

Ben cinque i motivi per cui Hillary dovrebbe essere preoccupata, secondo quelli di Politico.com.

Perché «ha perso il derby dei delegati». Obama sostiene di averne vinti più lui martedì notte e di essere in vantaggio di 14 delegati, mentre l'ex first lady afferma che tutto si gioca su 5-6 delegati. La realtà è che il Super-Tuesday si è concluso con un «pareggio»; tra Obama e la Clinton è testa a testa anche nel voto popolare: hanno entrambi ottenuto circa 7,3 milioni di consensi. Un risultato di sostanziale parità «impensabile solo fino a poche settimane fa», quando la senatrice dominava tutti i sondaggi con numeri a due cifre. Ma gli esiti di primarie e sondaggi oggi rivelano, secondo Politico.com, che «più la gente lo conosce più Obama piace»; Obama ha conquistato più stati (14) della Clinton (8), dimostrandosi capace di vincere praticamente in ogni zona del paese. La vittoria più «impressionante» è quella nel conservatore Missouri, dove ha avuto il voto «di donne e uomini, laici e fedeli, nelle città e nelle campagne»; Hillary «ha perso la guerra dei fondi di gennaio», raccogliendo poco meno di 14 milioni di dollari, contro i 32 raccolti da Obama. Questo significa che «gli attivisti democratici e i donatori stanno preferendo Obama a un ritmo che produrrà certamente profondi effetti sul proseguio della campagna elettorale». Infine - e ci pare l'aspetto più preoccupante dei cinque per la Clinton, il calendario sfavorevole: Obama ha vinto sette caucus su otto e nei prossimi giorni ci saranno altri tre caucus (Maine, Washington State e Nebraska). Obama ha stravinto negli stati a forte presenza afroamericana e nei prossimi giorni ci saranno le primarie in Maryland, Virginia e District of Columbia, dove c'è un'alta percentuale di elettori neri. Poi ci sarà il caucus alle Hawaii, dove il senatore è nato. Dunque, Hillary dovrà aspettare un mese prima di concorrere in stati come l'Ohio e la Pennsylvania, dove «viene ancora data per favorita». Ma per quanto?

Sì, lo so. Non è più Il Foglio di una volta

Non scopriamo certo oggi che Il Foglio da qualche anno ha intrapreso dalle sue pagine e non solo una "battaglia culturale" sui temi etici. Alcuni lettori saranno rimasti soddisfatti da questa svolta editoriale, altri, delusi e rassegnati, la definirebbero "clericale" o "reazionaria". Ma a prescindere dal nuovo orientamento, dato ormai acquisito, devo dire che mi ha fatto un certo effetto sfogliarlo stamattina.

Oggi è il primo giorno utile, per i quotidiani, per commentare il Super-Tuesday delle primarie Usa. Ebbene, trovare solo un articolo di Christian Rocca, seppure in prima pagina, mi ha riportato alla mente com'era Il Foglio qualche anno fa, che alle primarie Usa avrebbe dedicato interessantissime paginone che non avrebbero trovato paragoni negli altri grandi giornali. Mi è salita una punta di tristezza, confesso.

Per carità, gli articoli di Rocca sono preziosi nel panorama di una stampa nazionale che tranne poche eccezioni tende a guardare gli Stati Uniti con la lente del pregiudizio; ha un modo unico di raccontare la politica americana, ma mi sembra sempre più come quel centravanti lasciato solo in attacco.

Rimanendo in tema quotidiani, nota di merito per il Corriere della Sera, che ha aperto ai lettori i suoi archivi dal 1992 ad oggi, ora consultabili gratuitamente.

Wednesday, February 06, 2008

Hillary-Obama, è pareggio. Il dilemma di MacCain

Poco dopo le 5 del mattino me ne andavo a letto con McCain e la Clinton in netto vantaggio in California, primi dati che sarebbero stati confermati poche ore più tardi.

Dal Super-Tuesday esce un McCain front-runner, ormai nettamente favorito rispetto ai suoi avversari, anche se non è riuscito ad assestare colpi del KO. Sorprendente il risultato di Huckabee, che ha prevalso in alcuni stati del Sud (Arkansas, Alabama, Tennesse, Georgia e West Virginia) e ora contende la seconda piazza a Romney, che si è tenuto i "suoi", Massacchussets e Idaho, non andando oltre gli stati del Nord (Montana e North Dakota). Lo scontro tra i due è molto acceso e la sensazione è che la rivalità e la diffidenza tra le due confessioni religiose cui appartengono giochi un ruolo rilevante: gli evangelici del Sud non votano per Romney, membro della setta concorrente dei mormoni.

McCain ha vinto nella sua Arizona, nei popolosi stati dell'Est (NY e New Jersey) e del centro (Illinois e Missouri), e in California. E' quindi in netto vantaggio per numero di delegati, ma anche lui ha i suoi problemi: non decolla dal punto di vista politico. Stravince negli stati tradizionalmente blu (democratici), mentre nelle roccaforti repubblicane soffre, incontra forti resistenze. E' il segno evidente che McCain non ha ancora conquistato la base più tradizionale del partito e non è ancora riuscito a superare le diffidenze della destra religiosa, a causa della sua fama di spirito indipendente, di "maverick" capace di tener fede ad alcune sue idee "liberal" e, quando necessario, di travalicare gli schieramenti assumendo posizioni bipartisan.

La base del partito si sta ancora interrogando sul suo tasso di identità repubblicana. Grazie alla recenti vittorie è riuscito a spostare dalla sua parte pezzi importanti di partito, ma la diffidenza nei suoi confronti permane. C'è addirittura chi preferirebbe perdere la Casa Bianca, ma perderla con un purosangue repubblicano, piuttosto che rischiare di vincere con un McCain la cui figura potrebbe minacciare la "purezza" identitaria del GOP e sfaldare la fragile coalizione che tiene insieme le varie anime del conservatorismo Usa.

Da una parte, la forza di McCain negli stati blu è la conferma del fatto che il senatore dell'Arizona ha il profilo più idoneo a contendere ai Democratici il centro dell'elettorato (anche se per ora a votarlo sono stati elettori repubblicani, è lecito ritenere che in quegli stati possa esercitare un buon appeal anche sugli elettori moderati e indipendenti); dall'altra parte, se non si guadagna la piena fiducia della base del partito, le roccaforti repubblicane potrebbero rivelarsi il suo punto debole nella corsa alla Casa Bianca. Per questi motivi ci sembra improbabile che annunci un ticket con il "liberal" Giuliani, che aggraverebbe i suoi problemi; molto probabile, invece, che possa dargli una mano offrire la vicepresidenza all'evangelico Huckabee.

Nel campo democratico Hillary può per ora tirare un sospiro di sollievo. Se Obama avesse sfondato in uno dei "big state" dell'Est, o in California, avrebbe ricevuto una spinta forse decisiva politicamente anche se non dal punto di vista numerico. Hillary invece ha tenuto bene, vincendo nello stato di New York, in California, New Jersey, Massacchussetts e negli stati del marito (Arkansas e Oklahoma). Obama però non demorde: vince nel suo Illinois e dei tre stati chiave ne strappa uno, il Missouri, imponendosi in altri 11 stati (Connecticut e Delaware ad Est; Alabama e Georgia a Sud; Idaho, Utah e Colorado, Kansas ad Ovest; North Dakota e Minnesota a Nord). Il conto dei delegati tra lui e Hillary è praticamente pari con un leggero vantaggio per la senatrice: 582 a 562 nel Super-Tuesday (540 a 539 per la Cnn); 845 a 765 in totale. Ma si deve ancora votare in ben 24 stati (2835 delegati) e la partita è ancora apertissima.

Attacco hacker contro Decidere.net

Durante la notte scorsa un pesante attacco hacker ha colpito il server su cui risiedono Decidere.net e altri siti, come Radioalzozero.net. Si è trattato di un attacco potenzialmente devastante, mirato a distruggere ogni cosa. Insomma, non una semplice intrusione, non la semplice caduta del server. Sorprende la gravità del danno che si voleva procurare, la distruzione totale dell'intero sistema telematico e dei suoi contenuti.

In sette mesi, anche la sede fisica di Decidere ha subìto due "visite". Qualcuno si è introdotto e ha lungamente e ripetutamente "cercato" qualcosa.

Già adesso è attivo Decidere.tv e funziona lo streaming della webradio. Entro pochi giorni sarà di nuovo on line anche Decidere.net.

Tuesday, February 05, 2008

Ancora tu, ma non dovevamo non vederci più?

Così, oggi, il senatore Polito chiarisce qualcosa di cui ci siamo accorti da tempo, cioè che di ostacolo a un accordo sulla legge elettorale sono innanzitutto le divisioni interne al Partito democratico, in cui convivono due diverse idee sul ruolo che dovrebbe svolgere nel sistema: il Pd «poteva staccare l'Udc dal centrodestra e salvare il governo, con il tedesco; e poteva far l'accordo con Berlusconi e perdere il governo, con lo spagnolo. In entrambi i casi avrebbe quantomeno portato a casa la riforma elettorale. Invece non è stata scelta né la prima strada né la seconda, perdendole tutte e due, perdendo il governo e molto probabilmente perdendo le elezioni».

Al di là delle possibilità di riuscita di ciascuna delle due opzioni, troviamo confermato proprio quanto ripetiamo da tempo. C'è stato un momento in cui il dialogo tra Veltroni e Berlusconi sulla legge elettorale è stato congelato. Fu quando il Cav. diede un assenso di massima al vassallum, sul quale però non c'è intesa all'interno del Pd: tra chi vuole il modello tedesco (dalemiani, mariniani e rutelliani), per favorire la nascita di una "Cosa bianca" e una "Cosa rossa", alle quali il Pd dovrebbe allearsi dopo il voto, alternativamente a seconda delle congiunture e delle convenienze; e chi il vassallum (i veltroniani), per favorire un assetto tendenzialmente bipartitico, in cui due partiti (PdL e Pd) si contendano il centro dell'elettorato senza paludi di mezzo.

Una domanda semplice, che vorrei porre a Veltroni: quando è andato a farsi consultare da Napolitano e da Marini, ha forse proposto, a nome del Pd, in quanto gruppo parlamentare maggioritario, una legge elettorale precisa? Scommettiamo di no. E allora si ammetterà che se neanche erano d'accordo tra di loro nel Pd, era assai difficile credere che in pochi mesi si potesse trovare un'ampia maggioranza in Parlamento per approvare una nuova legge.

Insomma, non c'è mai stata, come si vuole far credere (e molti abboccano), un'alternativa tra "elezioni subito" con l'attuale legge elettorale ed elezioni tra qualche mese con una legge nuova splendente e migliore. L'unica scelta realistica era tra la prima opzione e un rinvio a babbo morto che non avrebbe garantito affatto un accordo in breve tempo, senza considerare le alte probabilità, alla luce dei rapporti di forza in Parlamento, che venisse approva una legge elettorale peggiore dell'attuale. Le possibilità che si giungesse ad un accordo sono tramontate settimane fa, quando Veltroni ha realizzato di non avere i numeri, ai vertici e tra i parlamentari del Pd, per far prevalere la legge che voleva e che aveva proposto a Berlusconi.

Come Veltroni userà il porcellum? E c'è da chiederselo? Ovviamente non può dirlo, ma a lui va benone così. Perché votando ora perderà il governo, e non gli si potranno imputare colpe, ma vincerà il partito, ridisegnando a suo vantaggio, proprio grazie al porcellum, gli equilibri interni al Pd.

Anche l'idea innovativa e dirompente di far correre il Pd da solo potrebbe essere parzialmente rivista. Per Veltroni sarebbe davvero paradossale. Già m'immagino le battute e le ironie: "Da soli, ma anche insieme". Il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, comunque ci prova e già offre un «accordo tecnico» (non si sa come si possa definire «limpido e trasparente») per andare insieme al Senato e impedire così «alla destra di vincere in molte regioni in bilico» (eccola, la legge elettorale che non darebbe maggioranze solide!). Ovvio, Giordano teme che i suoi elettori comprendano di dover votare Pd se vorranno avere qualche speranza che nella loro regione non prevalga la CdL, guadagnando il premio di maggioranza. Vedremo cosa risponderà Veltroni all'offerta, ma il rischio di perdere la faccia è dietro l'angolo.

Non possiamo aspettare

Se associamo i dati sui salari italiani, i più bassi d'Europa, all'impennata dell'inflazione registrata dall'Istat (a gennaio +2,9% rispetto allo stesso mese del 2007), ai livelli massimi dal 2001, e all'«incontrollato aumento della spesa corrente» denunciato dalla Corte dei Conti, ricaviamo un panorama completo dell'impoverimento e del malgoverno di cui è responsabile Prodi, e dell'urgenza di trovare nelle urne un colpo d'ala, un Governo che sia almeno in grado di affrontare immediatamente l'emergenza economica.

C'è il Dpef da preparare e proprio in questa fase non può essere lasciato a un governo balneare senza alcuna forza e legittimazione popolare.

Questo blog supporta McCain e Obama

Questo il mio endorsement per le primarie Usa, a pochi minuti dall'inizio del Super-Tuesday.

McCain, perché dopo l'uscita di scena di Giuliani ci sembra il più preparato ed esperto. Protagonista a sorpresa, nel campo repubblicano, letteralmente resuscitato politicamente vincendo le primarie nei primi piccoli stati in cui si è votato e in Florida, battendo Romney e il front-runner Giuliani. E' uno spirito indipendente, capace di sostenere posizioni bipartisan, quasi un "eretico" tra i Repubblicani, al di fuori dell'establishment del partito ma in sintonia con l'anima più profonda dell'America. Reduce del Vietnam, la guerra l'ha combattuta davvero e sa cos'è. L'unico ad aver avuto il coraggio, in tempi non sospetti, di insistere sull'Iraq, criticando la gestione Rumsfeld prima, invocando il cambio di strategia che sta dando frutti poi. Responsabile e determinato in politica estera e sulla sicurezza, attento alle tasse e alla spesa pubblica, alla competitività dell'economia in politica interna, ha ricevuto i "pesanti" endorsement di Giuliani e Schwarzenegger.

Obama, perché è vero che la sua linea su diversi temi cruciali è ancora incerta e ambigua (per esempio, civetta con i pacifisti sulla guerra in Iraq ma i suoi discorsi rivelano una visione interventista in politica estera, e un'idea muscolare della leadership americana nel mondo, che riecheggiano FDR e Kennedy); è vero che il suo breve record al Senato non ci aiuta a inquadrarlo bene; è vero che rispetto a Hillary ha meno esperienza e non sappiamo di chi si circonderebbe alla Casa Bianca; è vero che si tratta di scegliere tra le prestazioni - la velocità, lo scatto in avanti, nell'incertezza del "nuovo" - e l'affidabilità; ma è anche vero che rispetto alla "piagnona" la sua campagna ci è piaciuta di più e la retorica ha la sua importanza.

Ma Obama è il protagonista indiscusso di queste primarie. Ha saputo catalizzare su di sé l'attenzione dei media e degli elettori, costruirsi un'immagine suggestiva, elettrizzante; ha saputo trasmettere un messaggio unitario e ottimista sul futuro dell'America, scandito dalle parole "hope" e "change", e vivacizzato dai ritmi gospel dei suoi discorsi. «Non ci sono giovani e vecchi, bianchi e neri, gay ed etero, ispanici, asiatici e americani nativi, non ci stati rossi conservatori e stati blu liberal, ma ci sono gli Stati Uniti d'America». C'è del magnetismo, nei suoi occhi e nel suo ampio e includente sorriso, che travalica gli schieramenti e le differenze, che potrebbe aiutarlo a prendere decisioni difficili, non scontate, che prescindano dai banali schemi di sinistra e di destra.

E non sono da poco, per quanto mi riguarda, gli endorsement di Robert De Niro e Scarlett Johansson... :-)
"Yes We Can" è divenuto lo slogan della campagna di Obama, che alcune star hanno trasformato in un video rap per sostenerlo.

E noi qui in Italia... dovremmo rappare "No, nun gliela famo!"

Stiamo assistendo a una corsa per la Casa Bianca tra le più avvincenti e combattute, ma anche tra le più partecipate, a dispetto del luogo comune che vuole gli americani politicamente apatici. Per tutti i candidati una prova massacrante. E alla fine ne rimarrà uno.

Un «esempio di democrazia al lavoro», per il professor Rudolph Rummel, che sul suo blog, Democratic Peace, scrive: «C'è chi sente che stiamo perdendo le nostre libertà, che il paese è in declino, che viviamo in una dittatura democratica dove in realtà non abbiamo scelta. Ma lasciate da parte le vostre emozioni e guardate cosa sta accadendo». Attraverso le primarie, gli americani stanno scegliendo il loro candidato per la Casa Bianca. «I candidati devono passare attraverso dibattiti, interviste, strette di mani, baci ai bambini. Ciascuno può presentarsi ed essere ascoltato, e visto». E ciascuno viene «affettato», «fatto a pezzi» da commentatori, politologi, editorialisti, e gente comune.

Poi, chi ottiene la nomination per il proprio partito avrà davanti una lunga campagna per la presidenza. Il vincitore, osserva il prof. Rummel, «sarà stato messo a dura prova durante questa ardua battaglia. Avrà incontrato ogni genere di persone, visto ogni angolo di questa nazione, affrontato tutti i maggiori temi che si troverà di fronte come presidente. Sarà stato capace di gestire una lunga e complessa campagna, dovrà aver avuto la salute per sopravvivere a tutto questo, aver saputo pensare velocemente ed essere un abile diplomatico». E «che prova!», esclama il prof. Rummel: «Ce ne può essere una migliore per determinare cosa i cittadini vogliono, chi meglio può rappresentarli? Che incredibile sistema democratico abbiamo. Nessun comitato di esperti politici potrebbe escogitarne uno migliore». Riguardo la sua scelta, il prof. Rummel non ha dubbi: «Appoggio chiunque diventi presidente in questo modo».

Monday, February 04, 2008

Verso il Super-Tuesday

Si avvicina il Super-Tuesday. Nel campo democratico Obama lancia la sua sfida a Hillary e sembra scaldare di più i cuori dei Democratici, con la sua retorica suggestiva che fa leva sulla speranza di un "change", anche se la sua linea su diversi temi è ancora incerta. Si va dall'appoggio convinto del gruppo radical-pacifista MoveOn.org alle analisi di un intellettuale di sinistra come David Rieff, per il quale la politica estera di Obama non sarebbe poi così diversa da quella di Bush e Cheney.

Nel campo repubblicano John McCain non può più nascondersi ormai. Dovrà essere in grado di far compiere alla sua candidatura un salto di qualità, e di credibilità: da perdente in partenza a favorito. Da ribelle dovrà diventare «il leader di un'ampia coalizione di centrodestra», cui dovrà saper offrire una «visione unitaria» del Paese. «Dalla prossima settimana potrebbe ritovarsi ad essere il leader de facto del Partito repubblicano», osserva David Brooks sul New York Times, avanzando a McCain i suoi suggerimenti.

Innanzitutto, dovranno cambiare i «toni» della campagna. Oggi la campagna di Obama somiglia alla campagna di McCain del 2000 molto più della campagna odierna dello stesso McCain. Sembra in grado di trasmettere speranza nella politica. McCain, invece, rischia di rimanere «confinato» nella gravità del sacrificio nella guerra in Iraq. Per poter essere competitivo, McCain dovrà «riconnettersi allo spirito del momento, che non è di rabbia», ma rivela «sete di speranza».

Secondo, dovrà «chiarire la sua visione per il futuro». Parla della lotta contro l'estremismo islamico come della «sfida del nostro tempo», ma sul fronte interno? Sui temi dell'istruzione, della sanità, del reddito, della religione, dello stile di vita? Su questi argomenti il Paese è profondamente diviso.

In passato McCain ha posto l'accento sulla riforma delle istituzioni federali, sulla promozione della competitività e della mobilità sociale, «un misto tra Theodore Roosevelt e Ronald Reagan». Ma la sua «filosofia di governo» quest'anno si è «riparata nel passato». Ora McCain dovrà renderla esplicita, declinarla nel presente, per convincere la nazione.

Infine, McCain dovrà «rinforzare» le sue proposte concrete. Ha qualche «idea eccellente, come il piano per controllare i costi della sanità, che però non ha ancora spiegato bene». E «non si è ancora sufficientemente concentrato su un elettorato chiave nel determinare il successo o il fallimento dei Repubblicani: i lavoratori delle periferie, famiglie dal reddito tra i 40 e 60 mila dollari l'anno». La definizione di "ceto medio" si è fatta più incerta e le difficoltà sono aumentate. «Chi non sapesse parlare dei problemi del "ceto medio" si condannerebbe alla sconfitta».

Se McCain vincerà il Super-Tuesday, da allora in poi «verrà giudicato con standard differenti». «I Repubblicani si stanno chiedendo come competerà contro Hillary o contro Obama. Per unire il partito, McCain dovrà rassicurare i diversi settori della coalizione». E dovrà dimostrarsi capace di battere i candidati democratici. «Ottenere la nomination è una cosa; arrivare alla Casa Bianca e unire una nazione è un'altra», conclude Brooks.

Sottosviluppo informativo

Secondo una ricerca del Pew Research Center, un americano su quattro si informa regolarmente dal web sulle elezioni presidenziali. Soprattutto i social network e i blog pare che abbiano raddoppiato la loro influenza rispetto al 2004. Nella fascia sotto i 30 anni Internet batte ormai i grandi network. Il 42% dei giovani intervistati, tra i 18 ed i 29 anni, dice di informarsi sui candidati regolarmente su Internet. Nel 2004 erano circa il 20%.

In tv sono passati circa 160 mila spot elettorali, per un valore di 141 milioni di dollari, ma la tv non è più il solo mezzo che deciderà la corsa alla Casa Bianca. Un sondaggio condotto da SS&K e Advertising Age su duemila votanti del New Hampshire ha messo in evidenza che il 40% degli adulti ha visitato il sito dei candidati alla presidenza per verificare di persona, in un rapporto quasi faccia a faccia, le loro idee. Esiste anche un sito dove si possono fare i conti in tasca ai candidati dividendo stato per stato, nome per nome, la cifra di 146 milioni di dollari finora complessivamente raccolti per le campagne elettorali.

Sopra i 30 anni sono il 60% ad attingere ancora informazioni e sensazioni dai dibattiti tv tra i candidati, mentre al di sotto dei 30 anni le percentuali si capovolgono. E secondo un altro sondaggio, di Ad Age, oltre il 52% degli intervistati frequenta social network e blog per informarsi sui programmi e sulle promesse dei politici.

In Italia la cosiddetta "dieta mediatica" è ancora maledettamente povera. Persino tra i giovani sono pochi quelli che usano Internet per informarsi. I mainstream media non avvertono il fiato sul collo e tutt'al più derubricano a curiosità i piccoli casi che nascono dalla rete. Tutti noi che ormai da anni mastichiamo la politica sul web e ci informiamo su siti e blog dobbiamo tenere presenti questi dati ed essere consapevoli che gli italiani si formano le loro opinioni politiche per lo più guardando la televisione generalista, Rai e Mediaset, nel segno quindi dell'appiattimento, dell'omologazione e del conformismo.

Anche questo ritardo rende la nostra democrazia più debole e i cittadini più indifesi dinanzi a un mondo dei media tradizionali profondamente pervaso, se non occupato, dai partiti e dai cosiddetti "poteri forti".

Sunday, February 03, 2008

Nella CdL già ora convivono progetti diversi

Tra un Montezemolo e l'altro (quello che prima, come i sindacati, non vuole il voto subito e quello che poi ci ripensa e che "se non c'è un'intesa entro lunedì, meglio il voto subito" - anche se alcuni giornali e tg hanno fatto finta di non accorgersene), c'è eccome «un'agenda bipartisan», come ha scritto oggi - e dice da molto tempo - Mario Monti sul Corriere della Sera.

Se le principali forze politiche trovassero un accordo per resistere insieme ai corporativismi che si oppongono, facendo demagogicamente appello agli istinti egoistici dell'opinione pubblica, alle riforme di cui il Paese ha urgente bisogno, sarebbe un decisivo passo avanti.

Solo in apparenza va in questa direzione l'incessante appello dell'Udc per un governo di «responsabilità nazionale» da formare subito dopo le prossime imminenti elezioni. Ferma restando quell'«agenda bipartisan», di cui fanno parte riforma elettorale, riforme istituzionali ed economiche, è quanto meno sospetto che ancor prima di conoscere i risultati elettorali dall'Udc si prospetti già la formula della collaborazione tra le forze politiche.

Nasconderselo sarebbe delittuoso: la CdL è tutt'altro che unita e la ritrovata compattezza di oggi è solo apparente. Nel centrodestra già ora non c'è unità di intenti, convivono progetti strategici diversi, forse incompatibili. Lungi dal favorire un clima di reale e leale collaborazione con il Pd in chiave riformatrice, la linea di Casini (e forse di Fini), mirando prioritariamente al logoramento di Berlusconi, potrebbe produrre solo instabilità. Il governo di «responsabilità nazionale» sarebbe un'arma per far fuori Berlusconi e occuparne lo spazio politico dal centro, piuttosto che lo strumento per fare le riforme.

Certo, chiariamo subito che se Berlusconi, come Prodi in questa legislatura, si rivelerà fattore di ostacolo alle riforme, allora l'interesse di Casini si troverà a coincidere con quello del Paese.

Amato e odiato. Il '68 dai due volti

«Ci si emozionava sentendo Joan Baez, i Beatles, il nome dell'università di Berkeley, c'erano i figli dei fiori, il Piper, si portavano i capelli lunghi... E anche io me li lasciai crescere». Gianfranco Fini ha sorpreso un po' tutti quando è intervenuto al convegno contro il '68 organizzato dalla Fondazione Liberal.

Al contrario di Adornato e Casini, che alla ricerca continua di caratterizzazioni politiche saltellano da un mito all'altro da abbattere ideologicamente, cercando di intercettare la moda bacchettona del momento, Fini ha cercato di ragionare sul fenomeno innanzitutto culturale e sociale del '68.

E ha intuito ciò che molti di noi hanno intuito. Cioè che all'origine - per brevissimo tempo, soprattutto in Italia - vi era una domanda di libertà. Nel '68, riconosce Fini, «la Destra perse una grande occasione. Anziché capire le ragioni dei giovani, la Destra difese l'esistente, si schierò con i baroni universitari, con i parrucconi».

«C'era un magma», ricorda il leader di An. «Il desiderio di una società migliore. Una rivolta esistenziale. Un bisogno di senso... In un primo momento i contestatori non erano solo marxisti. Cultura liberale e cultura cattolica non furono in grado di capire che si contestava anche il comunismo con la sua negazione della libertà e dei diritti dell'uomo. Così, il '68 non nacque a sinistra, ma finì a sinistra». E «se oggi esiste più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono lasciti del primo '68».

Di fronte ai giovani, «oggi come allora, una gerontocrazia imperante. E, ora più di allora, assenza di punti di riferimento: i giovani sono una "generazione tuareg", come dice il titolo del libro di Francesco Delzìo, direttore dei giovani imprenditori di Confindustria. Nomadi in cerca, nel deserto».

Per non reiterare l'errore una destra moderna dovrebbe «rimettere al centro i valori del primo '68. L'uguaglianza, cioè parità di condizioni di partenza per tutti, per arrivare a una gerarchia meritocratica: da qui prese avvio il '68 e poi degenerò nell'egualitarismo marxista. La libertà legata però all'autorità, altrimenti diviene licenza, anarchia. La responsabilità personale, mentre il '68 approdò alla deresponsabilizzazione».

Il momento critico che portò a queste degenerazioni fu, a mio avviso, quando dalla spinta iniziale e scomposta, innescata da un individualismo anticonformista, si passò attraverso un tentativo di sistemazione sulla base del collettivismo, inevitabilmente conformista. Il '68 nacque individualista, maturò e finì collettivista. Dunque, se la destra non vuole reiterare l'errore, non solo non deve difendere l'esistente, ma deve evitare che le categorie del conservatorismo (la religione, la tradizione, la nazione, la famiglia) soffochino l'individuo. Dev'essere, insomma, una destra individualista.

Non tutto è da buttare del '68. Sulle cause per cui degenerò si può discutere a lungo, ma accanto all'immondizia ideologica di allora che ancora oggi ci appesta (egualitarismo, deresponsabilizzazione, rifiuto del libero mercato, della cultura del merito e del diritto) c'è un'eredità ben più profonda, in sintonia con la modernità, che non smetterà di dare frutti.

Come volevasi dimostrare

Poco più di due settimane ci sono volute e la decisione di un pm e di un gip di Santa Maria Capua Vetere, che ha fatto, seppure indirettamente, da scintilla alla crisi di un governo malconcio, è stata sconfessata dal gip competente, quello di Napoli.

Nei confronti della moglie di Mastella già il Tribunale del Riesame di Napoli, lo scorso 28 gennaio, su richiesta del pm Francesco Curcio, aveva ammorbidito la misura cautelare: dagli arresti domiciliari all'obbligo di dimora. Oggi il gip del Tribunale di Napoli, Anna Laura Alfano, ha revocato anche quella misura. Sandra Lonardo in Mastella è libera.

L'inchiesta, com'è giusto che sia, proseguirà, ma sulla decisione di arrestare la signora Mastella, dopo solo due settimane, non ci sono più dubbi: fu immotivata, quindi illegittima. E il terremoto politico provocato non può che far sorgere più che fondati sospetti sul reale scopo della Procura di Santa Maria Capua Vetere: come minimo quello di tenere in pugno il ministro della Giustizia, di dare un formidabile colpo alla sua credibilità, se non di farlo dimettere.

In un paese normale saremmo autorizzati ad aspettarci dei provvedimenti nei confronti del pm che ha chiesto gli arresti e del gip che li ha disposti. Ma qui in Italia è diverso, è inutile farsi delle illusioni: non ci saranno.

Saturday, February 02, 2008

Non farsi ingannare dalle false democrazie

Quest'anno il rapporto annuale di Human Rights Watch sui diritti umani mette in luce un aspetto centrale nel dibattito sull'esportazione del modello democratico: è sufficiente lo svolgimento di periodiche elezioni per poter parlare di democrazia? Evidentemente no, ma neanche si ha democrazia senza elezioni.

HRW denuncia la «falsa democrazia» esportata dalle democrazie più mature – su tutte Stati Uniti ed Unione europea – che per «convenienza», per tutelare i propri interessi, chiudono un occhio, o addirittura entrambi, su elezioni che in molti stati si svolgono in modo irregolare, permettendo agli autocrati di «atteggiarsi a democratici» senza chiedere loro di rispettare quei diritti politici e civili di cui è fatta una democrazia.

Molti regimi, infatti, se ne approfittano. Nel rapporto si citano i più recenti casi del Kenya, dove i brogli elettorali stanno provocando violenze tra le fazioni rivali, e del Pakistan, dove il presidente Musharraf, pur avendo indetto le elezioni, non sembra far molto per assicurare il loro corretto e pacifico svolgimento (emblematico l'assassinio di Benazir Bhutto). Nel 2007 molti governi autoritari sembrano aver compreso che sia sufficiente organizzare elezioni farsa per vedersi riconosciuto lo status di "democrazie", o almeno per ottenere una certa indulgenza da parte della comunità di stati democratici riguardo le frequenti violazioni dei diritti umani.

Tuttavia, non ci pare un fenomeno così nuovo: da sempre le dittature rivendicano di reggersi sul consenso del popolo e non raramente utilizzano la retorica democratica per legittimare il loro potere. Anche nella vecchia Urss e nei Paesi del Patto di Varsavia si votava e la Germania comunista si era data il nome di Repubblica Democratica Tedesca.

Tra le crisi citate nel rapporto di HRW, anche l'emergenza umanitaria nel Darfur, in Sudan, e la sanguinosa repressione della protesta nonviolenta dei monaci buddisti in Birmania. Elezioni manipolate totalmente in Ciad, Giordania, Kazakhstan, Nigeria, Uzbekistan; pilotate tramite la macchina elettorale in Azerbaijan, Bahrain, Malesia, Thailandia, Zimbabwe; bloccando o scoraggiando i candidati di opposizione in Bielorussia, Cuba, Egitto, Iran, Territori palestinesi, Libia, Turkmenistan, Uganda; falsate dalla violenza politica in Cambogia, Congo, Etiopia, Libano; dal controllo dei media e della società civile in Russia e Tunisia; dalla mancanza di uno stato di diritto in Cina e Pakistan.

Pratiche che violano la legge internazionale e spesso anche le leggi interne a quei paesi, ma di cui raramente viene chiesto conto ai governi responsabili. Washington, Bruxelles e le capitali europee chiudono volentieri un occhio se il vincitore è un alleato strategico o commerciale, per timore di perdere l'accesso a risorse e a opportunità commerciali, o in nome della lotta al terrorismo. «E' diventato troppo facile per gli autocrati cavarsela mettendo su una democrazia fittizia», osserva Kenneth Roth, direttore esecutivo di HRW. «E' perché troppi governi occidentali insistono sulle elezioni e si accontentano di quelle». Non esercitano pressioni su quei diritti umani fondamentali e quelle condizioni che permettono a una democrazia di funzionare: libertà di espressione e di stampa, di associazione e riunione; elezioni libere e corrette; una società civile sviluppata. Usa e Ue dovrebbero chiedere di più che il semplice svolgimento di elezioni.

Il duro atto di accusa di HRW ha senso se aiuta a smascherare il cinismo e l'ambiguità di molti autocrati e se viene inteso come stimolo per una politica più coerente di promozione degli standard democratici. Sarebbe invece un passo indietro, se oltre agli errori, i limiti, gli interessi delle democrazie occidentali intendesse processare l'idea stessa di esportazione della democrazia, condannandola come nuova forma di imperialismo e facendo in qualche modo passare il pregiudizio razzista per cui il modello democratico sia in definitiva incompatibile con le culture non occidentali.