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Tuesday, May 23, 2017

A Manchester come a Parigi... Drive Them Out

Attacco orribile e vile a Manchester... Non solo i leader arabi, anche quelli europei dovrebbero ascoltare bene: Drive them out!

Anche a Manchester come a Parigi... I terroristi islamici che colpiscono nelle nostre città sono quasi sempre stra-noti ai servizi di sicurezza e schedati. Il problema, dunque, non è di intelligence, ma di decisioni e volontà politiche. L'attuale strategia di sicurezza che si sta seguendo in Europa mostra tutti i suoi limiti. Individuare i soggetti cosiddetti "radicalizzati" e tenerli d'occhio non sempre riesce, bisogna decidere cosa farci: Drive them out or lock them up ("cacciare o rinchiudere gli estremisti").

Delle reti terroristiche in Libia che arruolano e addestrano jihadisti "europei", come Abedi, che poi tornano per colpirci chi dobbiamo ringraziare se non Obama e la signora Hillary Clinton, che tutti volevano presidente?

In Italia, finora immune da attentati dell'Isis o di al Qaeda, il combinato disposto della legge da poco approvata sui minori stranieri non accompagnati e di quella ancora da approvare sulla cittadinanza, che introduce lo "ius soli", è la ricetta giusta, e la più rapida, per avere anche in Italia tanti Salman Abedi. Basta saperlo...

Monday, May 22, 2017

Oltre l'isteria dei media, la notizia è che Trump ha una politica per il Medio Oriente

Pubblicato su formiche

Trump capovolge la politica e la retorica di Obama. Lo scambio: ritorno ai tradizionali alleati per contenere e isolare l'Iran, ma niente scuse o alibi, i paesi musulmani devono sradicare l'estremismo islamico. Nessun leader occidentale aveva parlato così chiaramente ai leader arabi: "Drive Them Out" ("Cacciateli via da questa terra")

Mentre i media mainstream sono ancora in preda all'isteria anti-Trump e "sragionano" di impeachment e dintorni, la notizia che arriva da Riad (e da Gerusalemme) è che alla Casa Bianca c'è finalmente un presidente, non una sedia vuota, e persino una politica per il Medio Oriente. Se non una "dottrina", dal discorso del presidente Trump davanti ai leader dei Paesi arabi e islamici sunniti riuniti a Riad emerge almeno una visione di lungo termine.

Un discorso rispettoso ma non ossequioso, di apertura e amicizia ma senza comode omissioni né alibi. Trump non ha menzionato la politica o "l'arroganza" americana come causa dell'odio jihadista, né ha fatto ricorso alla solita retorica dell'islam "religione di pace e amore". Ma ha lanciato un messaggio chiaro e severo su come si aspetta che agiscano i leader arabi nei confronti di estremisti e terroristi islamici: Drive. Them. Out. "Cacciateli via da questa terra". Trump ha chiamato le cose con il loro nome, ha parlato di "estremismo islamico" e di "terrorismo islamico". Nessun presidente degli Stati Uniti, nessun leader occidentale, aveva parlato così francamente ai leader arabi: "Non siamo venuti qui a dare lezioni a nessuno" e "non è uno scontro di civiltà", bensì "tra Bene e Male", ma la responsabilità di sradicare il terrorismo "islamista" spetta in prima istanza ai paesi a "maggioranza musulmana". Trump non è andato in Arabia Saudita a spiegare cosa c'è di sbagliato in America o in Occidente, ma cosa non va in Medio Oriente, che si trova oggi impelagato in una "crisi di estremismo", ideologica nella sua natura, che innanzitutto i musulmani sono chiamati a risolvere.

Una premessa. La lotta in corso a Washington tra l'outsider che a sorpresa scippa alla sinistra una vittoria che sentiva di avere in tasca e il vecchio establishment è qualcosa che in Italia abbiamo già vissuto. I tentativi di "spallata" a Silvio Berlusconi da parte della sinistra politica, mediatica e giudiziaria sono durati vent'anni. Alla fine la porta è venuta giù, ma al prezzo di danni sistemici enormi per il paese (in termini di solidità economico-finanziaria, posizione in Europa e crisi istituzionale nei rapporti tra politica e giustizia). E non è che la sinistra italiana goda ora di ottima salute. Se fosse in grado di imparare dai suoi errori, potrebbe dare qualche consiglio ai Democratici americani e ai media militanti d'oltreoceano. Anche negli ultimissimi articoli che riportano leaks sull'indagine Russia-gate sono costretti a concludere che "non c'è al momento alcuna prova di illeciti o collusione tra la campagna Trump e i russi". Il memo dell'ex direttore dell'FBI Comey citato dal New York Times (che sabato ha ammesso: "non siamo ancora in zona impeachment"), che proverebbe l'ostruzione alla giustizia da parte di Trump, non si sa neppure se esiste ed è comunque smentito da audizioni sotto giuramento dello stesso Comey. Ma i media italiani riprendono acriticamente, e tristemente, come certezze, su cui poi pretendono di fondare analisi e scenari, quelle che sono, nella migliore delle ipotesi, ricostruzioni giornalistiche ancora tutte da verificare. Sembra quasi che riversare su Trump fiumi di inchiostro al veleno possa cancellare il fatto che un anno fa il giornalista e il commentatore "collettivo" hanno mancato del tutto la comprensione del fenomeno.

L'unica certezza di tutto questo polverone è che i continui leaks che alimentano la campagna politica e giornalistica contro l'amministrazione Trump sono illegali e minacciano la sicurezza nazionale Usa, ma su questi reati gravissimi commessi da ex e attuali funzionari l'FBI di Comey si rifiutava di indagare. Probabilmente perché molti dei leaks provengono dagli stessi vertici dell'agenzia. È grazie a questa campagna di delegittimazione a forza di leaks, alimentata dal sottogoverno, dalla burocrazia (il "deep state" lo chiamano negli Stati Uniti), fatto di funzionari rimasti fedeli a Obama ancora in carica per l'impreparazione di Trump, che i Democratici sperano di vincere le elezioni di medio termine del 2018 e avere i numeri necessari a imbastire una procedura di impeachment. Ma sia che la spallata riesca, sia che i Democratici ne escano con le ossa rotte, il prezzo, come il caso italiano sta a dimostrare, potrebbe essere alto per la credibilità dell'intero sistema, politico e mediatico.

Nel frattempo, accadono cose rilevantissime. L'amministrazione Trump conferma, come avevamo segnalato in precedenti articoli su Formiche, di voler capovolgere la fallimentare politica mediorientale di Barack Obama. L'ascesa dell'Iran infatti ha messo in scacco la politica estera dei predecessori di Trump. Già il presidente Bush nel suo piano di esportazione della democrazia in Iraq aveva sottovalutato l'influenza iraniana. L'appeasement dell'amministrazione Obama con l'Iran, suggellato dall'accordo sul nucleare, ha incoraggiato Teheran a perseguire i suoi disegni egemonici destabilizzando il Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen. Sforzi non contrastati per non pregiudicare quell'intesa, illudendosi che riconoscendo il suo status di potenza regionale il regime degli ayatollah potesse trasformarsi da fattore di instabilità a partner per la stabilità regionale. Il risultato è un incendio ancora più esteso: l'asse russo-iraniano, che l'amministrazione Trump sta cercando ora di rompere, ha preso il sopravvento in Siria e i tradizionali alleati arabi sunniti, abbandonati da Obama, si sono sentiti liberi di reagire anche flirtando, come in Siria, con i gruppi terroristici in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

Secondo Michael Doran, dell'Hudson Institute, l'amministrazione Trump ha il merito di aver riconosciuto questi errori, e di mettere in discussione una serie di dogmi di politica estera che si sono rivelati falsi: che il "soft power" americano sia la chiave per stabilizzare il Medio Oriente, mentre la determinazione al ricorso dell'"hard power" è la precondizione per ristabilire l'ordine. Falso che il sostegno agli alleati storici sia causa di instabilità, come ha pensato Obama allontanandosi da Tel Aviv e Riad per tendere la mano al "nemico" a Teheran. E infine, falso che il conflitto tra palestinesi e israeliani sia la madre di tutte le crisi in Medio Oriente e quindi la chiave per risolverle.

Nucleare o no, l'Iran è il principale stato sponsor del terrorismo al mondo, la principale minaccia alla stabilità in Medio Oriente, e gli ultimi otto anni ne sono la dimostrazione. La svolta strategica dell'amministrazione Trump consiste quindi nel ritorno ai tradizionali alleati: promette di schierare tutto il peso politico e militare americano per contenere e isolare l'Iran, in cambio dell'impegno dei Paesi arabi e islamici sunniti a combattere sul serio, concretamente, l'estremismo e il terrorismo islamico, a sradicarli dalle loro terre, dalle loro comunità e dai loro luoghi di preghiera. Ma distruggere l'Isis – obiettivo facile da spiegare agli elettori su cui Trump ha puntato tutto in campagna elettorale – non basta. Serve una coalizione di paesi interessati alla stabilizzazione della regione. Egitto, Giordania, Emirati, ma soprattutto tre alleati storici degli Stati Uniti che possano esercitare la propria influenza al di fuori dei loro confini: Arabia Saudita, Israele e Turchia. Il fatto che proprio Riad e Gerusalemme siano state le prime tappe del tour di Trump subito dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan a Washington, lascia intendere che l'amministrazione ne sia consapevole.

Questi alleati non sono sempre affidabili e presentabili (come non lo erano certo gli ayatollah per Obama)? Vero, ma emarginarli, come ha fatto Obama, li ha resi ancora più "problematici". Ma l'aspetto decisivo è che al contrario dei russi e degli iraniani, fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine dominato dalla leadership americana, mentre Teheran e Mosca intendono sfidarla e sostituirsi ad essa. Sostenere i tradizionali alleati nella regione per contenere e isolare l'Iran è quindi la politica dell'amministrazione Trump in Medio Oriente. A Washington non si fanno troppe illusioni, ma c'è almeno una possibilità che vedendosi isolati a loro volta, i russi decidano infine di sganciarsi da Teheran. Non è un piano, né una coalizione "glamour", ma la disastrosa situazione ereditata in Medio Oriente non offre molte altre scelte, e spesso si tratta di scegliere tra il male e il peggio. La vedremo alla prova dei fatti.

Al centro del discorso di Trump al summit proprio la proposta di questo "scambio". Il presidente americano ha evocato una coalizione di paesi per combattere il terrorismo islamico, chiarendo però che "i paesi a maggioranza musulmana devono assumere la guida nella lotta alla radicalizzazione". Ha parlato della necessità di "sconfiggere il terrorismo ma anche l'ideologia che lo guida". Per questo ha parlato anche di "islamismo", facendo riferimento esplicito a quella visione politica totalitaria dell'islam di cui la maggior parte dei leader occidentali negano persino l'esistenza. E senza concedere alibi ai suoi interlocutori: "Non può esserci coesistenza con questa violenza. Non può esserci alcuna tolleranza, alcuna accettazione, alcuna giustificazione né indifferenza".

Se "non è una battaglia tra diverse fedi, diverse sette o diverse civiltà, ma tra criminali barbari che cercano di annientare la vita umana e persone perbene di tutte le religioni che vogliono proteggerla", insomma "una battaglia tra Bene e Male", tuttavia il presidente non ha taciuto le radici di questo male, sottolineando le precise responsabilità, i doveri dei leader dei Paesi arabi e dei leader religiosi islamici nel combatterlo. "Possiamo vincere questo male solo se le forze del bene sono forti e unite – e se tutti si assumono la loro giusta quota e svolgono la loro parte di oneri".

Se il terrorismo si è diffuso in tutto il mondo, è "da qui", da questa "antica e sacra terra" che "inizia il cammino verso la pace". Gli Stati Uniti sono "pronti a schierarsi con voi – nel perseguire interessi condivisi e sicurezza comune". Ma, ha anche avvertito Trump, "le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che la potenza americana distrugga questo nemico per loro. Devono decidere che tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli. Una scelta tra due tipi di futuro ed è una scelta – ha scandito – che l'America non può fare per voi". Quindi il cuore del messaggio ai leader arabi: "Cacciate terroristi ed estremisti. Spazzateli via. Cacciateli dai vostri luoghi di preghiera. Cacciateli dalle vostre comunità. Cacciateli dalla vostra sacra terra. Spazzateli via da questa terra!".

Gli Stati Uniti, ha assicurato Trump, adotteranno un approccio pragmatico, un "realismo di sani principi", prenderanno decisioni basate sull'esperienza del mondo reale e non sull'ideologia. Ma "le nazioni musulmane – ha ribadito – dovranno assumersi l'onere". Non un impegno vago, il presidente americano ne ha delineati quattro molto concreti. Primo, "ogni paese della regione ha un dovere assoluto di assicurare che i terroristi non trovino alcun rifugio nel suo territorio". Secondo, "tagliare tutti i canali di finanziamento" che permettono all'Isis di vendere petrolio e pagare combattenti e rinforzi. Terzo, "affrontare sul serio la crisi di estremismo islamico e il terrorismo islamico di ogni genere. Il che vuol dire – ha esplicitato Trump ai suoi interlocutori arabi – schierarsi insieme contro l'assassinio di musulmani innocenti, contro l'oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il massacro di cristiani". E' stato chiaro anche nel richiamare alle loro responsabilità i leader religiosi islamici, che devono dire in modo assolutamente chiaro ai fedeli: "Se scegliete il terrorismo, la vostra vita sarà vuota, sarà breve, ma soprattutto la vostra anima sarà condannata". Quarto, "promuovere le aspirazioni e i sogni di tutti i cittadini che vogliono una vita migliore, incluse le donne, i ragazzi e i seguaci di tutte le fedi". Trump ha quindi esortato i leader arabi a "fare della loro regione un luogo in cui ogni uomo e donna, a prescindere dalla fede o dall'etnia, possa vivere con dignità e speranza".

E Trump ha infine aperto il capitolo sul regime iraniano, che "offre ai terroristi rifugi sicuri, sostegno finanziario e status sociale", ed è "responsabile di così tanta instabilità nella regione. Dal Libano all'Iraq allo Yemen, Teheran finanzia, arma, addestra terroristi, milizie e altri gruppi estremisti... Per decenni, ha alimentato conflitti settari e terrorismo… Parla apertamente di sterminio, distruzione di Israele, morte all'America e rovina per molti dei leader e delle nazioni arabe". Ha quindi citato il caos in Siria, il sostegno ad Assad, l'uso di armi chimiche e la risposta americana. Senza dimenticare che il popolo iraniano è la prima vittima dei suoi leader e della loro "sconsiderata ricerca di conflitto e terrore". "Le nazioni responsabili – ha concluso Trump – devono lavorare insieme per porre fine alla crisi umanitaria in Siria, sradicare l'Isis e restaurare la stabilità nella regione" e "finché il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, devono lavorare insieme per isolare l'Iran, impedirgli di finanziare il terrorismo e pregare perché il popolo iraniano abbia il giusto e legittimo governo che merita".

Tuesday, May 16, 2017

Le scomode conclusioni della Commissione Difesa

Alcune delle conclusioni approvate con voto unanime dalla Commissione Difesa del Senato al termine dell'indagine conoscitiva sul ruolo delle Ong nei salvataggi di migranti in mare:
1) "In nessun modo può ritenersi consentita dal diritto interno e internazionale, né è desiderabile, la creazione di corridoi umanitari da parte di soggetti privati, trattandosi di un compito che compete esclusivamente agli Stati e alle organizzazioni internazionali e sovranazionali".

2) Per le Ong impegnate nel soccorso in mare ai migranti, "occorre elaborare forme di accreditamento e certificazione che escludano alla radice ogni sospetto di scarsa trasparenza organizzativa e operativa".

3) L'intervento di polizia giudiziaria dovrebbe essere "contestuale" al salvataggio. "Al fine di non disperdere preziosi dati ed elementi di prova utili per perseguire i trafficanti di esseri umani, sarebbe opportuno adeguare l'ordinamento italiano o comunque prevedere modalità operative tali da consentire l'intervento tempestivo della polizia giudiziaria contestualmente al salvataggio da parte delle Ong. Parallelamente, occorrerebbe potenziare la forza e gli strumenti investigativi, favorendo ad esempio l'intercettazione dei telefoni satellitari".

Dati Frontex: nel 2017 sono arrivati illegalmente nell'Unione europea l'84% in meno dei migranti rispetto allo stesso periodo del 2016, mentre in Italia ne sono arrivati il 33% in più (principali paesi di provenienza: Nigeria, Bangladesh e Costa d'Avorio). Siamo il ventre molle d'Europa...

Chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando...

Ormai siamo al cotto-e-mangiato. Intercettazioni anche recentissime finiscono sui giornali (e persino nelle librerie). La solita infamia, che inquieta ma non sorprende. Politicamente, la lezione da trarre è che chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando... A inquietare e sorprendere è la risposta di Matteo Renzi su Facebook, che rivela come sia totalmente ostaggio della logica giustizialista, tanto da sentirsi in dovere di dare spiegazioni, riferire "i fatti", raccontare con dovizia di particolari la sua telefonata con il padre Tiziano, anziché limitarsi a denunciare la pubblicazione illegale di intercettazioni, la collusione stampa-procure, e da segretario del Pd agire politicamente perché questa schifezza contraria a qualsiasi idea di stato di diritto abbia fine.

Non solo Renzi appare ostaggio della logica giustizialista... uno crede a "Repubblica" più che al proprio padre solo se A) è un cretino; B) il proprio padre è un bugiardo seriale. Delle due l'una, non si scappa. In che mani siamo??

Valori, principi e pugnali

Girare con un pugnale sikh in vista mi sembra cosa civilissima rispetto a quello che si vede e che viene permesso nelle nostre città. Chi non si sente minacciato dal pugnale sikh?? Facciamo finta che il problema, quelli che non si integrano, siano i sikh... E poi chiudiamo gli occhi su vere e proprie "legalità" parallele di musulmani e rom.

Al di là del singolo caso, certamente marginale come "allarme sociale" e gruppo etnico coinvolto, e delle polemiche, il principio affermato dalla sentenza della Cassazione è che una diversità culturale e/o religiosa non dà diritto a un lasciapassare per non rispettare la legge.

Nel passaggio più contestato della sentenza si legge che "è essenziale l'obbligo per l'immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all'ordinamento giuridico che la disciplina".

Premesso che un altro passaggio della sentenza, altrettanto "politico" e discutibile, laddove i giudici indicano la "necessità di una società multiculturale", è sfuggito praticamente a tutti, di che valori e principi stiamo parlando? Dei principi e valori codificati nelle leggi. Far rispettare la legge vuol dire far rispettare principi e valori in essa codificati. Per esempio, l'uguaglianza tra uomini e donne, codificata nel nostro ordinamento, è senz'altro anche un "nostro valore". O no??

Thursday, May 11, 2017

Nessun "Bregret", non hanno cambiato idea

Ve la ricordate la narrazione tanto cara ai nostri mainstream media, e anche a Bruxelles, ripetuta allo sfinimento con la certezza di chi la sa lunga? I britannici si sarebbero molto presto pentiti della Brexit. Anche coloro che hanno votato "Leave" avrebbero voluto poter tornare indietro. Ebbene, secondo i sondaggi YouGov, per ora non è accaduto nulla di tutto questo. Non solo nessun "Bregret", chi ha votato Leave o Remain il 23 giugno 2016 è ancora convinto di aver votato correttamente. Ma una parte consistente di quanti votarono Remain oggi ritiene che il governo debba dare seguito alla volontà popolare. La Brexit quindi va attuata per il 69% dei britannici. E il 55% è d'accordo con la premier Theresa May, quando dice "no deal is better than a bad deal".
Dunque, siete proprio sicuri che stanno a Londra quelli che si illudono, quelli che vivono "in un'altra galassia"?

Se hanno scambiato la May per uno Tsipras, e gli inglesi per greci, direi che a "farsi illusioni" siano i burocrati di Bruxelles... Sono pericolosi per sé e per gli altri, cioè per noi.

Il presidente della Commissione europea Juncker avrebbe riferito di una cena "disastrosa" avuta con la premier britannica Theresa May. Dopo un'ora e mezza, avrebbe lasciato la tavola "dieci volte più scettico" sulle possibilità di arrivare ad un accordo sulla Brexit entro due anni. Ora, bisogna capire se questo prima o dopo le pinte di birra che si è scolato alla cena. E se era anche dieci volte più brillo del solito... A Juncker non dovrebbe essere consentito guidare un'auto, figuriamoci condurre dei negoziati...

Monday, May 08, 2017

Tre illusioni con le quali evitare di coccolarsi dopo la vittoria di Macron

Pubblicato su formiche

Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".

Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".

Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.

Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.

Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.

Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.

E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.

Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.

La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.

Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).

Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.

Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.

Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.

Friday, May 05, 2017

Legittima difesa: non cambia nulla

Nonostante l'ennesima legge sulla "legittima difesa", le vittime dovranno ancora difendersi in tribunale, dopo essere state costrette a farlo davanti ai banditi...
Sappiano, coloro che si oppongono ad una legge sulla vera legittima difesa, che stanno sostenendo l'impianto di un codice penale fascista, per il quale la legittima difesa è una gentile concessione dello Stato ai sudditi, dal momento che lo Stato viene prima dell'individuo, e non un diritto naturale dei cittadini.

Carlo Nordio su Il Messaggero:
"I due paletti entro i quali si gioca la partita sono sempre gli stessi: l'attualità del pericolo e la proporzione della reazione. E poiché questi due elementi dovranno pur sempre esser accertati dal giudice, in sostanza non cambierà nulla: chi si difende continuerà a essere indagato, e tra un po' di tempo riprenderanno le polemiche. Perché resterà tutto sostanzialmente uguale? Per la semplice ragione che la legittima difesa è inserita in un quadro che la riforma non tocca minimamente. È il quadro disegnato dal nostro codice penale fascista, firmato da Mussolini e dal Re Vittorio Emanuele, dove questa 'causa di non punibilità', come ambiguamente la chiama il codice, è una sorta di concessione benevola. Una concessione benevola da parte dello Stato che indica i limiti entro i quali l'aggredito può reagire. E che, laddove vengano rispettati, esonera l'imputato dalla responsabilità con la formula ancora più ambigua secondo cui 'il fatto non costituisce reato'. Ciò vuole dire che il reato c'è, ma non lo si considera tale. Come abbiamo scritto più volte, un codice liberale avrebbe un'impostazione logica e sistematica completamente opposta, che suonerebbe così: poiché in caso di aggressione il primo responsabile è lo Stato, che non ha saputo impedirla, la legge non deve indicare i limiti entro cui il cittadino può difendersi, ma quelli entro cui lo Stato può punire chi si è sostituito alla sua inerzia. I termini del problema sarebbero ribaltati, e cambierebbe tutto. A cominciare dal fatto che, durante le indagini, il cittadino sarebbe realmente considerato presunto innocente, e non come adesso un mezzo colpevole; e che la formula assolutoria sarebbe quella, più radicale e liberatoria, che il fatto non sussiste."

Un conto è che ci sia un'indagine per accertare i fatti, altra questione è che la vittima sia indagata. Qui Nordio lo spiega bene.

Thursday, May 04, 2017

Ong né con lo Stato, né con i trafficanti

Il flusso di migranti non è un fenomeno così ineluttabile come ci è stato raccontato. Almeno non in questi termini e in questi numeri

Che ci siano stati o meno dei contatti, che svolgano la loro attività più o meno in buona fede e in modo trasparente, è ormai innegabile che il modus operandi delle Ong (e di "Mare Nostrum" prima), come emerso ormai inequivocabilmente dalle audizioni in numerose commissioni parlamentari, dai dati e dalle testimonianze, facilita il business dei trafficanti. Lo rende meno rischioso, meno costoso, quindi più redditizio, mettendo ancora più in pericolo invece le vite dei migranti. Questo è il tema da cui non si può sfuggire. Il flusso di migranti dalla Libia all'Italia non è un fenomeno così ineluttabile come ci è stato raccontato. Almeno non in questi termini e in questi numeri. Non è qualcosa di "epocale" e inarrestabile, né è indotto da un grande evento come una guerra o una carestia. Si tratta de facto di un corridoio "umanitario" (anche se gli aventi diritto all'asilo sono una esigua minoranza) messo in atto da organizzazioni private che i governi italiano ed europei subiscono e di cui i trafficanti approfittano.

Il tema precede e prescinde le più o meno opportune uscite di Zuccaro. Non c'è bisogno di provare profili penalmente rilevanti per concludere che l'attuale politica, che di fatto consegna i nostri confini nelle mani delle ong, è completamente folle e autolesionista.

E se le Ong, come hanno spiegato durante le audizioni parlamentari, respingono come inaccettabile la proposta di ospitare ufficiali di polizia giudiziaria a bordo per investigare, ed eventualmente individuare gli scafisti, evidentemente la loro agenda va oltre il semplice soccorso in mare e salvare vite. Non solo non prevede, ma è indifferente rispetto all'obiettivo di fermare i trafficanti e una precisa condotta criminale che si chiama "tratta di essere umani". Né con lo Stato, né con i trafficanti, sembra essere il loro motto (vi ricorda qualcosa e qualcuno?). Ok, però non si lamentino poi se qualcuno sospetta collusioni o complicità de facto.

Saturday, April 29, 2017

Corridoi umanitari poco umanitari

Il procuratore di Catania Zuccaro non è il solito magistrato di provincia "innamorato di protagonismo", né si diverte a infangare il buon nome delle ONG, ma come riporta oggi La Stampa lancia un allarme sulla base di prove reali che però non può usare processualmente. Non si tratta di illazioni. È ormai acclarato che proprio "Mare Nostrum", cioè andare a prendere i migranti davanti le coste libiche, ha fatto esplodere il fenomeno con meno rischi, meno costi, più margini di profitto per i trafficanti, peggiori condizioni e più rischi per i migranti. Responsabilità dei governi italiani Letta e Renzi. Ora che sotto missione Ue è arretrato il raggio d'azione dei pattugliamenti, il "vuoto" viene colmato dalle ONG e i dati peggiorano ancora (sia arrivi che vittime). Di fatto siamo di fronte alla realizzazione di un corridoio umanitario (che come mostrano i dati tanto umanitario non è...), cioè un atto di politica estera e di difesa, da parte di privati. Il problema è politico e di sicurezza nazionale: è qualcosa che un governo può accettare?

Zuccaro non è né il primo né sarà l'ultimo dei magistrati italiani a non parlare solo con gli atti, una condotta diffusa quanto inappropriata, che però indigna a corrente alternata, e semmai a differenza di altri suoi colleghi finora ha evitato di imbastire processi e ordinare arresti eclatanti in mancanza di prove utilizzabili in dibattimento... A stupire però è la rapidità con cui un magistrato, se solleva ipotesi non "allineate" alla narrazione dei "benpensanti" di sinistra, finisce sotto la lente del Csm e la gogna dei sacerdoti del politicamente corretto.

"Sulla pelle dei migranti sta emergendo un ennesimo scandalo: il sospetto, che purtroppo non sembra totalmente privo di fondamento, di una manipolazione a fini economici e politici anche delle operazioni di salvataggio. (...) la paura che venga meno lo sforzo generoso di molti per il salvataggio dei migranti non deve portare a semplificare il problema negandone l'esistenza".
L'Osservatore Romano, non La Padania né il blog di Grillo...

Thursday, April 27, 2017

Primi 100 giorni

Primi 100 giorni. Sulla Siria e la Corea del Nord, Russia e Cina non sono mai state così sotto pressione, chiamate alle loro responsabilità da player globali come pretendono di essere considerate. Invece di subire il test di politica estera che i presidenti Usa si trovano a dover gestire nelle prime settimane di mandato, Trump l'ha imposto ai suoi avversari.

E ora, si prepara a lanciare sul fronte interno una riforma fiscale come non si vedeva dai tempi di Reagan, con un'aliquota sulle imprese che potrebbe scendere al 15%.

Suggerimento al "giornalista collettivo" italiano: occuparsi dei "cialtroni" di casa nostra che non mancano...

Wednesday, April 26, 2017

Meno rischi, meno costi, più margini di profitto per i trafficanti, più vittime in mare

Trucco ormai smascherato: altro che Canale di Sicilia, davanti Tripoli non sono salvataggi, ma è un efficiente servizio di linea operato dalla benemerita joint venture ong-trafficanti. Cui prodest? E soprattutto, cosa impedisce al governo italiano di denunciare attività che ben poco hanno a che fare con scopi umanitari? Qualche struzzo in realtà (compreso il capo di tutti gli struzzi, Matteo Renzi) sta alzando la testa dalla sabbia... Il 19 aprile a Matrix l'ex premier si è finalmente fatto sentire ("non possiamo essere presi in giro da nessuno, né in Europa, né da ong che non rispettano le regole"), ma purtroppo solo dopo che si è fatto prendere in giro per anni. E che, su questo tema, ha perso il referendum della vita...

Qualche dato di fatto.
In audizione davanti alla Commissione Difesa del Senato, il responsabile di SOS Méditerranée conferma: migranti imbarcati a pochi chilometri dalla costa libica.

L'aumento dei mezzi di soccorso (delle ong) nel tratto di mare tra Italia e Libia è "paradossalmente" coinciso con l'aumento delle vittime (4.500 nel 2016, 2.800 nel 2015). Salvini? No, il direttore di Frontex.

Sempre il direttore di Frontex, non Salvini... "L'origine dei migranti è prevalentemente africana (in particolare dai paesi dell'Africa occidentale sub-sahariana, mentre è in diminuzione dal Corno d'Africa). Il profilo più ricorrente è quindi quello di migranti economici irregolari". Dunque, per l'ennesima volta, dalla Libia non arrivano profughi siriani, pochi dal corno d'Africa, quindi è ovvio che non funzioni la redistribuzione a livello europeo, che non vale per gli irregolari.

"Evidenze che tra alcune ong e i trafficanti di uomini che stanno in Libia ci sono contatti diretti", avverte il procuratore di Catania Zuccaro, ma come lui stesso avverte, il problema è politico.

Frontex 1: "E' chiaro che i trafficanti che operano in Libia stanno approfittando dell'obbligo internazionale di salvare vite in mare".

Frontex 2: Dall'inizio dell'anno "oltre 36mila migranti sono arrivati in Italia, partendo soprattutto dalla Libia. E' il 43% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso".

Frontex 3: dal 2014 è cambiato il modus operandi dei trafficanti libici. In particolare:
1) "l'area di ricerca e salvataggio è cambiata: mentre nel 2011 le barche che trasportavano i migranti arrivavano fino a Lampedusa e nel 2014 i salvataggi avvenivano a metà strada fra la Libia e l'Italia, nel 2016 e 2017 l'area di ricerca e salvataggio si è spostata al limite delle acque territoriali libiche";

2) "il numero di persone che viaggiano a bordo dei gommoni è aumentato: da circa 90 in media nel 2014 per imbarcazioni di 10 metri, nel 2016 e 2017 sono circa 170";

3) "la qualità dei materiali di cui sono fatte queste barche è drammaticamente peggiorata negli ultimi due anni";

4) "mentre nel 2014 la quantità di carburante era sufficiente per fare lunghi percorsi, ora basta appena a lasciare le acque territoriali libiche. Lo stesso vale per l'acqua da bere e il cibo";

5) "inoltre, recentemente abbiamo notato che i trafficanti tolgono i motori dalle barche quando vedono una nave di soccorritori nei paraggi, lasciando i gommoni pieni di gente alla deriva e in pericolo, per riutilizzare il motore per un altro viaggio".

Insomma, meno rischi, meno costi, più margini di profitto per i trafficanti, più vittime in mare. Chiunque dotato di buon senso e onestà intellettuale non può che concludere che le politiche dei governi italiani e l'attività delle ong hanno di fatto incoraggiato il fenomeno (nient'affatto ineludibile, almeno non in queste forme e con questi numeri), lo hanno reso meno rischioso e più redditizio per i trafficanti, più mortale per i migranti.

Monday, April 24, 2017

Le vendette di Hollande dietro il successo di Macron e l'azzardo di aver rimosso l'argine gollista al lepenismo

Pubblicato su formiche

La disfatta è meno amara se condivisa con i propri avversari

A urne chiuse, ora che tutti i puntini sono uniti fra di loro, il volto ghignante che si staglia dietro il "fenomeno Macron" è quello di un redivivo François Hollande. La sua presidenza è stata catastrofica, ha fatto crollare ai minimi storici i consensi del Partito socialista e non ha potuto presentarsi per un secondo mandato talmente a picco era colato il suo indice di fiducia. Eppure, il sicuro grande sconfitto della vigilia ha saputo cucinarsi una vendetta servita ancora calda, assicurandosi con ragionevole certezza l'insediamento del suo ex ministro dell'economia come suo successore all'Eliseo, ma soprattutto condividendo la disfatta con i suoi acerrimi avversari, esterni ed interni. Che abbia o meno un ruolo pubblico in futuro, o preferisca ritagliarsene uno dietro le quinte, sarà meno amaro per Hollande lasciare l'Eliseo sapendo che anche la destra gollista è andata incontro a una cocente disfatta, non riuscendo a portare al ballottaggio un suo candidato nonostante la crisi dei socialisti, e che coloro che gli hanno sfilato di mano il partito si ritrovano intorno nient'altro che macerie.

Questo il duplice esito di una spregiudicata e brillante operazione politica condotta con l'aiuto dei magistrati, le cui preferenze politiche anche in Francia non sono un mistero, dei media "amici" e del 24% degli elettori (in gran parte di fede socialista). Uno dopo l'altro, gli ostacoli sulla strada di Macron sono stati brutalmente rimossi e le impronte di Hollande sono dappertutto. Fallimentare come presidente, si è confermato un maestro di tattica politica.

Senza nulla togliere alle abilità e alla freschezza di Emmanuel Macron, che in poche settimane ha messo su un movimento, una sua "start-up" politica, centrando il ballottaggio da vincitore del primo turno, ma l'azzoppatura per via mediatico-giudiziaria del candidato della destra gollista, l'ex premier François Fillon è stata decisiva. Altrimenti - come d'altronde indicavano tutti i sondaggi precedenti alle inchieste ad orologeria che l'hanno colpito (guarda caso solo dopo la vittoria alle primarie...) - le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Ed è difficile credere che l'affermazione di Macron sia stata possibile in così poco tempo senza la mobilitazione attiva in suo favore di pezzi importanti dell'elettorato socialista, e quindi il concomitante sabotaggio della candidatura ufficiale di Hamon. Il Partito socialista ha fatto la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici della presidenza Hollande, mentre gli elettori socialisti venivano "prestati" per un'operazione di maquillage giovanilista nel tentativo di salvare lo status quo (e restituire l'onore a Hollande).

Ma sia Hollande sia l'establishment (francese ed europeo), che in funzione anti Le Pen hanno preferito un maquillage giovanilista dei socialisti, facendo fuori per via mediatico-giudiziaria il collaudato argine gollista, si sono assunti un grosso rischio. Non gli resta che augurarsi di aver azzeccato il calcolo... Perché se da una parte la strada di Macron appare ormai in discesa grazie al ricostituirsi del "fronte repubblicano" contro il lepenismo, la sua capacità di attrazione di elettori di sinistra che lo ritengono di destra e di elettori della destra repubblicana in libera uscita, per la prima volta non rappresentati al ballottaggio, potrebbe essersi esaurita o quasi nel suo stupefacente 24%. Insomma, siamo in un territorio ignoto: sarà anche un'ipotesi remota ma rimosso l'argine gollista Marine Le Pen potrebbe trovare una prateria a destra, e qualche inaspettato sostegno dall'estrema sinistra.

Se, come probabile, Macron dovesse vincere, l'Unione europea si salverebbe da una crisi rapida e al buio, quindi drammatica, ma non basterà, come molti si illudono, per invertire la tendenza a un lento declino... Ammesso e non concesso che trovino sostegno parlamentare, le politiche omeopatiche di Macron, in totale continuità con quelle di Hollande, non riusciranno a guarire l'economia e la società francese, e quindi ad alleviarne le tensioni. Né, quindi, potranno rendere la Francia una parte della soluzione alla crisi dell'Ue. Il conto con la realtà, al giro successivo, potrebbe essere salatissimo. In un'intervista al Corriere lo scrittore francese Michel Houellebecq ha fatto riferimento a una "nevrosi". I francesi "sono ancora più a destra rispetto al 2012", Macron "non ha colpe", anche se "molto migliore di Hollande può portare a una catastrofe" perché quando "la realtà politica non corrisponde alla società, è una situazione da nevrosi".

Macron supera l'esame ma Ue e renziani hanno poco da brindare

Macron ha superato l'ostacolo più grande, quello della credibilità, ora la sua strada per l'Eliseo è in discesa. È lui l'eroe del "racconto" elettorale, la sorpresa che si afferma, la storia vincente di cui molti vorranno far parte al secondo turno ("io l'ho votato", "io c'ero")... e difficilmente la Le Pen potrà farci qualcosa. Però deve stare attento all'abbraccio dei vecchi partiti e dell'establishment europeo. Se è così nuovo, giovane, e così "rivoluzionario", perché tutti i "vecchi" si sentono rassicurati da una sua vittoria?

E non va dimenticato che il successo di Macron è figlio dell'assassinio mediatico-giudiziario di Fillon, altrimenti le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Chi sia il mandante non lo sappiamo con certezza ma forse oggi Hollande lascia l'Eliseo con minore amarezza sapendo che probabilmente a succedergli sarà il suo ex ministro dell'economia... Forse, il Partito socialista si è persino salvato, "prestando" i suoi elettori per un'operazione trasformista, un maquillage giovanilista, e scaricando i suoi debiti politici alla "bad company".

La Le Pen porta a casa un risultato molto deludente. I francesi non hanno votato solo su sicurezza e immigrazione, ma con più di un occhio al portafogli, rispetto al quale il FN rappresenta un salto nel vuoto. Ancora una volta si è dimostrata incapace di superare il suo steccato ideologico, di sfondare nella destra gollista, nonostante la debolezza del suo candidato. E poi, quella visita da Putin che sembrava un colloquio di lavoro! In un sistema politico in cui gli elettorati antisistema e antieuropeisti non sono sommabili perché spaccati sull'asse novecentesco destra/sinistra, fascismo/comunismo, e il tema sicurezza è presidiato dal gollismo, se ancora fai paura agli elettori della destra repubblicana e moderati hai un problema insuperabile.

Quanto all'Unione europea. È salva, ma i brindisi degli eurofanatici sono del tutto fuori luogo... Il suo stato di salute non è migliore perché improvvisamente sia mutato il sentimento degli elettori (quasi il 50% dei francesi ha comunque votato candidati euroscettici o antieuropei). Il voto francese ci dice che un conto è raccogliere consensi sull'antieuropeismo, un altro presentarsi con una proposta di governo credibile. Il fatto che i movimenti antieuropei siano ancora considerati unfit, inadeguati per il governo di un grande Paese come la Francia, non significa che l'Ue sia tornata a piacere.

Entusiasmo bizzarro dei renziani per Macron, fenomeno molto diverso da quello di Renzi, non ha commesso i suoi errori e, anzi, ne prova il fallimento:
1) Macron non è politico di professione;
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare;
3) ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.

UPDATE 27 aprile
Il tema non mi appassiona, lo considero irrilevante, ma immaginate cosa direbbero i "progressisti", che oggi si entusiasmano per la vita sentimentale di Macron, di una candidata presidente con un compagno di 24 anni più vecchio conosciuto quando lei ne aveva a 16. O peggio, di un candidato presidente con una compagna di 24 anni più giovane conosciuta quando lei ne aveva 16...

Friday, April 14, 2017

E se il Grande Dialogo Usa-Russia fosse appena iniziato?


Pubblicato su formiche

Quasi distensione? Come e perché la visita di Tillerson a Mosca non poteva andar meglio. Un nuovo, più proficuo linguaggio tra Washington e Mosca. E persino le posizioni sulla Siria (e Assad) non sembrano così inconciliabili... Anziché essere già finito il reset di Trump con Putin, il grande dialogo potrebbe essere solo all'inizio.

La visita del segretario di Stato americano Rex Tillerson a Mosca è andata molto meglio di quanto si possa immaginare leggendo i giornali. E le posizioni di Washington e Mosca sono meno inconciliabili (persino sulla Siria) di quanto possa apparire. Ci sono un buon numero di sfumature tra la versione degli anti-Trump orfani di Obama, secondo cui il presidente sarebbe una "marionetta" di Putin, che lo ha aiutato a vincere le elezioni, e la delusione dei "putiniani", secondo cui con il raid contro la base aerea siriana di al Shayrat Trump si sarebbe piegato all'establishment diventando un falco anti-russo e sarebbe tornato alla politica del "regime change".

Dopo aver mandato a dire di essere troppo occupato per ricevere Tillerson, alla fine Putin ha abbassato la cresta e l'ha incontrato eccome, per oltre due ore. Dopo le quattro ore e mezza di colloquio (pranzo insieme compreso) che il segretario di Stato aveva appena avuto con il ministro degli affari esteri Lavrov, con il quale dopo la conferenza stampa congiunta ha avuto un ulteriore scambio di vedute informale di circa un'ora "sulle opportunità emerse". E il fatto non scontato che Putin abbia voluto incontrare Tillerson indica che il messaggio portato dal segretario di Stato al Cremlino valesse la pena di un incontro inizialmente negato per sgarbo.

Non era serio aspettarsi che la Russia scaricasse Assad in poche ore, obbedendo alla richiesta di Washington dopo nemmeno una settimana dall'umiliante raid Usa. Non è giornalisticamente serio e onesto presentare come un insuccesso la visita di Tillerson solo perché non si è presentato a braccetto con Putin annunciando che la Russia accetta di scaricare Assad, o perché restano le divergenze tra le due potenze.

E' stato certamente aspro il confronto tra Lavrov e Tillerson in conferenza stampa, senza esclusione di colpi, con il segretario di Stato americano per nulla intimidito, anzi proprio da lui forse sono partiti i primi colpi sotto la cintura. Come hanno ricordato entrambe le parti, siamo in una fase di estrema sfiducia nei rapporti tra Washington e Mosca. Nessuno quindi vuole farsi beccare ad "abbassare lo sguardo", nessuno arretra da uno scontro verbale.

Ma la sensazione è che se tutti abbaiano, nessuno voglia mordere. Intanto, Usa e Russia sembrano concordi nel non lasciare che i loro rapporti peggiorino. Parlandoci direttamente "ci comprendiamo meglio", ha osservato Lavrov. "Le due maggiori potenze nucleari al mondo non possono avere questo tipo di relazioni", ha aggiunto Tillerson. Ma oltre gli auspici, hanno concordato nuovi strumenti per evitare che le cose peggiorino. Un gruppo di lavoro volto a migliorare le relazioni e tenere aperto un dialogo quotidiano, mentre Putin è già pronto a ripristinare il canale di comunicazione militare di "deconfliction" nei cieli della Siria. "Tillerson ha avuto un dialogo serio a Mosca, che può aiutare a iniziare ad affrontare le varie questioni. Un utile primo passo", ha twittato Dmitri Trenin, direttore del Carnagie Center di Mosca.

All'indomani della visita si è profuso ottimismo sui futuri rapporti da entrambe le parti: "Le cose si risolveranno bene tra Stati Uniti e Russia. Al momento giusto, tutti ritroveranno il buon senso e ci sarà una pace duratura!", ha twittato il presidente Trump. "Mi è piaciuto il modo in cui" si sono svolti gli incontri ieri, ha commentato Lavrov: "Potrebbe volerci un po' perché questi risultati si manifestino - ha aggiunto - ma almeno abbiamo deciso di stabilire una linea di dialogo quotidiana su un certo numero di temi, compresi i problemi creati nelle relazioni bilaterali dalla precedente amministrazione e i meccanismi per migliorare la comprensione reciproca su varie crisi regionali, a cominciare da quella siriana".

Insomma, il reset di Trump con Putin è già finito o è solo all'inizio? Si può parlare di una sorta di distensione alla luce degli incontri di Tillerson a Mosca? Da ambo le parti si fa riferimento al fattore tempo. Niente illusioni: ce ne vorrà, prima di vedere i primi accordi. Per ora si tratta di evitare lo scontro e ripristinare il livello necessario di fiducia reciproca.

Al di là delle reciproche "punture", Lavrov non ha ripetuto la versione diffusa da Mosca nelle prime ore successive all'attacco per assolvere il regime di Assad dall'uso di armi chimiche. Ha ricordato che la zona colpita è sotto il controllo di forze ribelli, sollevando dubbi sulla credibilità delle testimonianze, e che ci sono rapporti secondo cui Damasco ha eliminato tutte le sue scorte, mentre documentano possesso e uso di armi chimiche da parte dei gruppi estremisti. Ed è tornato quindi a chiedere un'inchiesta imparziale e indipendente sull'accaduto prima di attribuire responsabilità ed emettere condanne.

Da parte sua Tillerson ha ribadito che gli Stati Uniti sono in possesso di prove che dimostrano la responsabilità del regime di Assad, ma non ha confermato l'accusa, fatta circolare a mezza stampa, secondo cui Mosca sarebbe stata complice, o per lo meno a conoscenza, dell'imminente attacco chimico. Anzi, ha detto, "non abbiamo informazioni certe che indichino che ci sia stato un qualche coinvolgimento della Russia o di forze russe in questo attacco".

Ma leggendo tra le righe persino le posizioni sulla Siria (e su Assad) non appaiono così inconciliabili. Tillerson ha ripetuto che per Washington "il regno della famiglia di Assad si sta avvicinando alla fine. E la Russia, come suo più vicino alleato, è nella posizione migliore per aiutare Assad ad accettare la realtà". Ma ha anche spiegato quanto sia "importante" che la sua uscita di scena avvenga "in modo ordinato", così che "certi interessi e gruppi" a lui legati sentano che saranno rappresentati al tavolo del negoziato per una soluzione politica. "Non pensiamo – ha precisato – che l'una debba accadere prima che l'altro possa cominciare", ma "l'esito finale" è che non ci sia un ruolo per Assad nel futuro della Siria.

Quando Lavrov, rispondendo, chiama in causa l'ossessione occidentale per la rimozione dei dittatori, ricordando la fine di Milosevic, di Saddam e di Gheddafi, le violazioni del diritto internazionale che a suo avviso furono commesse, e il caos generato in Iraq e Libia ("conosciamo fin troppo bene cosa accade quando lo fate", "non ricordo un solo caso di un dittatore rimosso senza problemi e senza violenza"), sta etichettando la posizione Usa su Assad come "regime change", l'ennesimo. Ma l'amministrazione Trump continua a negare, anche dopo l'attacco alla base aerea siriana, di perseguire il regime change in Siria. In un'intervista al WSJ, sull'uscita di Assad lo stesso presidente Trump ha detto: "Stiamo insistendo su questo? No. Ma penso che accadrà a un certo punto". "La prima priorità in Siria è distruggere l'Isis, non cacciare Assad", ripetono a Washington. Esito finale, a un certo punto, in modo ordinato, sono le espressioni usate dagli americani sull'uscita di scena del dittatore siriano.

E se già prima dell'attacco Usa, il portavoce del Cremlino aveva chiarito che l'appoggio russo ad Assad non è affatto incondizionato (è un fatto che il sistema di difesa russo dislocato in Siria non abbia intercettato i missili tomahawk, il cui arrivo era stato annunciato un'ora e mezza prima), anche Lavrov davanti alla stampa ha fatto capire che i russi non si sentono vincolati ad Assad. Ha confermato che la sua rimozione non è nell'agenda di Mosca, ma "come ho sottolineato molte volte, noi non stiamo puntando tutto su una personalità, sul presidente Assad… Stiamo insistendo sul fatto che tutti si siedano intorno a un tavolo e arrivino a un accordo… tutti gli attori interessati, e vogliamo che tutti i siriani, senza alcuna esclusione, siano rappresentati nel processo politico". Il che sembra non precludere l'esito di una Siria senza Assad. Non hanno torto i russi quando fanno notare che ad oggi Assad, il cui esercito è l'unica forza regolare sul terreno, è determinante per sconfiggere le milizie jihadiste (non solo l'Isis ma anche al Nusra), ma nel medio-lungo termine potrebbe diventare troppo costoso anche per loro sostenere la sua permanenza al potere come se nulla fosse accaduto, e soprattutto come se non avesse ingannato non solo la comunità internazionale ma lo stesso Putin (che alcune fonti descrivono come furioso con il dittatore siriano per lo smacco che gli ha fatto subire dagli Usa).

Insomma, se è solo una questione di tempistica, allora le posizioni russe e americane non sembrano proprio inconciliabili. Certo, proprio per la mancanza di fiducia, né Mosca né Washington possono permettersi che convergano ora. Il problema infatti è che sul destino di Assad si incrociano le reciproche ambiguità e diffidenze. Anche perché, se non lo è per Mosca, Assad è una figura irrinunciabile per l'Iran, la cui influenza la nuova amministrazione Usa vuole contenere. Da una parte, i russi non si fidano degli americani perché temono che, combattendo solo l'Isis e non anche gli altri gruppi dell'opposizione siriana, stiano in realtà coltivando allo stesso tempo un piano per il regime change. Dall'altra, gli americani non si fidano dei russi perché temono che, inseguendo una vittoria militare piena puntino in realtà, in totale accordo con Teheran, a mantenere Assad al potere e a sabotare il processo politico prima che entri nel vivo. Nell'appoggio russo "non incondizionato" ad Assad, Washington ha intravisto un varco stretto in cui inserirsi per tentare di rompere l'asse Iran-Russia.

L'attacco missilistico ordinato da Trump sulla Siria è un messaggio politico su diversi piani e destinato a molteplici attori. E al Cremlino sembrano averlo afferrato, seguiranno riflessioni e approfondimenti. Trump non ha cambiato idea né sulla Siria (la priorità è distruggere l'Isis, non cacciare Assad), né sulla Russia: bisogna almeno tentare di migliorare i rapporti. Troppo importante per l'Occidente avere buoni rapporti con la Russia, quando le minacce esistenziali e i rivali strategici del XXI secolo non si trovano a Mosca. Il che non significa fare regali a Putin, anche perché come Obama dovrebbe aver imparato a sue spese, le concessioni unilaterali e il non intervento rendono i russi più arroganti e aggressivi, non più disponibili. Al contrario, dimostrare la propria risolutezza è l'unico modo per farli tornare sul serio al tavolo del confronto. Accecati dal loro pregiudizio negativo su Trump, i commentatori si aspettavano invece di vedere un reset nei termini di qualche regalo presentato a Putin su un piatto d'argento e non hanno riconosciuto le mosse iniziali di una lunga partita. Né hanno visto – con lo strike sulla base aerea siriana e la crescente pressione politica americana sulla Russia (tra accuse e ultimatum) nei giorni e nelle ore precedenti la visita di Tillerson – la profonda trasformazione delle regole del gioco. Obama ha danneggiato la credibilità della deterrenza americana e l'amministrazione Trump l'ha voluta iniziare a restaurare. Sta prendendo forma un approccio totalmente diverso da quello di Obama nel trattare con alleati e avversari. Un approccio che, semplificando, si può definire "bastone e carota". Uso della forza e minacce, ma anche trattativa e mutuo rispetto. E da quello che abbiamo visto a Mosca, in occasione degli incontri di Tillerson, i russi sembrano aver riconosciuto il nuovo approccio e non esserne così dispiaciuti. Americani e russi hanno cominciato a parlarsi usando lo stesso linguaggio.

A cambiare, rispetto all'amministrazione Obama, è anche la politica nei confronti di Teheran. Si dice Assad, si legge Iran. L'aut aut presentato a Mosca non riguarda tanto il dittatore siriano, quanto il regime degli ayatollah. "La Russia deve scegliere se schierarsi con gli Stati Uniti, e i Paesi che la pensano allo stesso modo, o con Assad, Iran e Hezbollah", sono le esatte parole usate da Tillerson all'indomani dell'attacco. Non importa quando, ma prima o poi la Russia deve scaricare Assad, cioè l'Iran, è il messaggio. Nonostante le tensioni, con la visita di Tillerson il dialogo tra Washington e Mosca sembra ripartito a 360 gradi, i canali di comunicazione sono aperti e destinati a rafforzarsi. Insomma, siamo all'inizio di qualcosa, una partita nuova. Non è scontato, ma è una possibilità ancora sul tavolo che nel medio termine Mosca ripensi la sua politica in Siria e il suo asse con l'Iran. La sensazione è che di fronte alla prospettiva di un'intesa a tutto campo con Washington, non solo sulla crisi siriana ma su tutti i fronti, insomma di fronte alla proposta di una nuova Yalta, Putin potrebbe anche decidere di compiere questo passo. Ma il presupposto è la fiducia e per ricostruirla ci vorrà tempo.

Sunday, April 09, 2017

Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia

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L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione

Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.

Mentre Barack Obama decise di non reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche turca e israeliana), per non compromettere la sua principale iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione. L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.

Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran "ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni". Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.

All'indomani del raid, il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza" dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo". Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco, un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale, verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche. Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche se stessi.

Ma nonostante le tensioni di questi giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad: nessun "regime change" e nessun cambio di politica in Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante che le nostre priorità restino chiare" e la "prima priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese. Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è, appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata. Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione, sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad". Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad. In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza della Russia in Siria...

Da parte russa, il sistema di difesa anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio di sospensione della "deconfliction line", il canale di comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì e mercoledì.

Se dopo aver elaborato il "lutto", al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata, che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.

Chi si aspettava, sia tra i fan di Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin, apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing" al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro".

In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica situazione in Siria". Grazie alle politiche delle amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione. Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano. Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la salute e la coesione dell'Occidente".

Gli avversari dell'America, Russia, Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale cominciata da Obama".

Wednesday, April 05, 2017

Prime mosse dell'amministrazione Trump per rompere l'asse Russia-Iran-Turchia

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Le "cattive" opzioni sul tavolo dell'amministrazione Trump per affrontare la vera e propria "Idra a tre teste" in Medio Oriente (l'interazione Isis-Iran-Russia) ereditata dai disastri di Obama. E a chi giova la "strage chimica" di Assad


Il mondo lasciato in eredità all’amministrazione Trump da Barack Obama (e in parte dal suo primo segretario di Stato, Hillary Clinton) è un vero casino. Soprattutto il Medio Oriente, che lo storico Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha paragonato ad una “Idra a tre teste” generata dagli errori delle amministrazioni Obama: il ritiro dall’Iraq nel 2011, il fallito “reset” nei rapporti con la Russia (sì, nel 2008 e nel 2012 era Obama che prometteva a Putin che sarebbe stato “più flessibile”) e l’accordo con Teheran sul programma nucleare. Dall’interazione nella regione tra il regime iraniano (con i suoi alleati siriani, Hezbollah e Assad), definito “primo sponsor del terrorismo al mondo” dal segretario alla difesa Usa Mattis, la Russia di Putin e i tagliagole dell’Isis, prende vita un “mostro” che lascia a Trump davvero poche opzioni, che vedremo più avanti.

Il primo problema è che il Medio Oriente sta scivolando, nemmeno troppo lentamente, sotto l’influenza di Mosca, grazie al “leading from behind”, in realtà il disimpegno di Obama, e i suoi fallimenti nelle guerre in Siria e in Libia, che hanno favorito la penetrazione strategica russa in entrambi i Paesi e nella regione. L’asse che Putin sta tessendo con Iran e Turchia punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Se la stampa non fosse stata impegnata negli ultimi otto anni a celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, oggi sarebbe l’ex presidente, e non Trump, sul banco degli imputati come inconsapevole benefattore di Putin, che proprio grazie agli errori e alla confusione di Washington ha conseguito negli ultimi anni successi militari e strategici insperati, dal Medio Oriente all’Europa orientale. Anche se nemmeno la Russia di Putin è immune dal rischio di restare impantanata nella trappola siriana, come dimostra l’attentato alla metro di San Pietroburgo.

Se confermata la responsabilità del regime di Damasco, l’uso del Sarin o di altri gas tossici su Idlib non fa che ricordarci la brutalità di cui è capace Assad e una delle tante beffe che Obama ha subito da Putin: l’accordo con la Russia sotto egida Onu, in seguito del quale dal 2014 Assad non avrebbe dovuto più possedere armi chimiche, era evidentemente scritto sulla sabbia. Quando nel 2012 l’amministrazione Obama non ha dato seguito alla sua “red line” contro l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, è stato chiaro che non faceva sul serio in Siria e Putin ne ha approfittato. Ora in Siria, aviazione e “boots on the ground” russi collaborano da tempo con le forze armate del regime di Assad, con quelle iraniane e con gli Hezbollah. Ad Antalya si è svolto di recente un summit Russia, Iran e Turchia per coordinare le operazioni di guerra nel paese. Inoltre, è in programma l’ampliamento della base navale russa di Tartus, per far spazio a 11 navi da guerra. In Libia, Mosca sostiene l’unico vero esercito sul terreno, quello del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio e le infrastrutture petrolifere della “Mezzaluna”. E, come hanno confermato fonti militari Usa e Nato, forze speciali russe sono presenti nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale con la Libia. Mosca inoltre sta rafforzando i suoi rapporti proprio con l’Egitto di Al Sisi: un accordo per il trasporto aereo civile, un accordo economico e industriale in discussione, una maggiore cooperazione nel settore energetico, con la compagnia petrolifera russa Rofsnet che sta negoziando la fornitura di gas liquido. L’obiettivo dell’incontro di Trump con il presidente egiziano Al Sisi, lunedì scorso alla Casa Bianca, è proprio rilanciare, in funzione della lotta al terrorismo e al radicalismo islamico, il rapporto con l’Egitto, raffreddatosi sotto Obama.

Ma è l’asse con l’Iran quello che desta maggiore preoccupazione a Washington, suggellato dalla visita della scorsa settimana del presidente Hassan Rouhani a Mosca (dopo quella del presidente turco Erdogan il 10 marzo scorso). Relazioni che da occasionali rischiano di trasformarsi in strategiche e che mostrano le superiori capacità di Putin nella scacchiera geopolitica rispetto alle controparti occidentali.

Si tratta della prima visita ufficiale del presidente iraniano a Mosca e del primo incontro con Putin in un vertice bilaterale e non a margine di un contesto multilaterale. L’incontro, a poche settimane dalle presidenziali iraniane del 19 maggio, non solo conferma la cooperazione Russia-Iran nel conflitto siriano, ma sembra l’avvio di una nuova, più solida fase nelle relazioni tra i due Paesi, decollate da quando l’accordo voluto da Obama sul nucleare iraniano ha portato al progressivo alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. L’indicazione dell’Iran come uno dei tre “garanti”, insieme a Russia e Turchia, del cessate-il-fuoco in Siria denota il clima di fiducia reciproca sul dossier siriano, nonostante le differenze, e fa di Teheran – anche ufficialmente – uno degli attori in campo (della guerra e della futura pace). Ma la visita di Rouhani non solo aiuta i due Paesi a tracciare una road map condivisa sui prossimi passi in Siria, contribuisce anche a rafforzare l’asse Russia-Iran-Turchia e ad accrescere la sua rilevanza a livello regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati.

I colloqui tra Rouhani e Putin vengono definiti “importanti e approfonditi”, su questioni regionali e globali così come sulle relazioni bilaterali. Durante il vertice sono stati firmati 14 documenti di cooperazione in diversi settori – politico, economico, tecnologico, militare, legale e culturale, sull’energia nucleare e le infrastrutture. L’Iran è “un buon vicino e un partner stabile e affidabile”, ha riconosciuto Putin. Il presidente iraniano Rouhani ha confermato che la cooperazione tra Teheran e Mosca non si ferma alla Siria, ma è “diretta ad incrementare la stabilità nella regione”. Inoltre, la leadership iraniana teme che il riavvicinamento tra Washington e Mosca auspicato da Trump in campagna elettorale possa indurre i russi a mollare Teheran e a coordinare le loro politiche in Medio Oriente con gli americani. Dunque, meglio giocare d’anticipo rispetto al nuovo approccio di Trump con Mosca per consolidare la propria posizione al Cremlino. Al momento, insomma, i tre Paesi hanno tutti interesse a consolidare le reciproche relazioni per controbilanciare l’ostilità occidentale.

Un’altra fonte di grande preoccupazione a Washington è che dell’asse a cui Mosca sta lavorando per accrescere la sua influenza in Medio Oriente farebbe parte anche la Turchia, un membro della Nato (!). Le crescenti tensioni di Ankara con l’Unione europea e gli Stati Uniti infatti rischiano di far passare in secondo piano la sua competizione regionale con Teheran. Prevedendo che la Turchia sia spinta a guardare verso Est per compensare le sue deteriorate relazioni con l’Occidente, Mosca è pronta a cogliere l’occasione per coinvolgere Ankara e Teheran in una partnership strategica a regia russa.

I negoziati diretti di Ankara con Mosca per acquisire il sistema russo di difesa aerea S-400 suonano come una provocazione alla Nato, o un “test” della sua reale volontà di ricucire. Il problema è che i sistemi di difesa “esterni” alla Nato potrebbero non essere integrabili con l’attuale struttura difensiva dell’alleanza, ma ecco le contro argomentazioni non proprio concilianti del presidente turco Erdogan: “Se non possiamo ottenere i mezzi di cui abbiamo bisogno all’interno della Nato, dobbiamo rivolgerci a fonti diverse… Sfortunatamente in Siria, abbiamo visto armamenti di nostri alleati Nato nelle mani dei terroristi”. Insomma, si tratta di una mossa tattica per “richiamare” l’attenzione degli alleati occidentali, e magari ottenere da loro un sistema difensivo a un miglior prezzo, al tempo stesso facilitando la normalizzazione dei rapporti con Mosca, oppure del segnale di una nuova direzione strategica. Acquisire il sistema S-400 vorrebbe dire per Erdogan aprire la porta di relazioni militari di lungo termine con Mosca, ma anche diventarne dipendente. I russi stessi sembrano scettici rispetto al reale interesse turco per il sistema S-400 e si chiedono se la membership Nato di Ankara stia davvero vacillando, se davvero abbia più interessi strategici e geopolitici in comune con Mosca che con l’Occidente. Quali che siano le reali intenzioni di Erdogan, l’esistenza stessa della trattativa provoca più di un mal di testa alla Nato. Aggiungere alle attuali tensioni con l’Unione europea un ulteriore dissidio sul sistema S-400, potrebbe aprire seriamente il dibattito sulla permanenza della Turchia nell’alleanza.

Tra le varie ferite aperte, nulla infastidisce i turchi come l’alleanza di Washington con i curdi siriani in funzione anti-Isis. La recente visita del segretario di Stato Usa Rex Tillerson ad Ankara sembra si sia conclusa con un nulla di fatto, senza aver appianato nessuna delle fondamentali divergenze che stanno affondando le relazioni tra i due alleati Nato, che sembrano sempre più in “rotta di collisione”, ha osservato il WSJ. Negli incontri con il presidente Erdogan, il primo ministro Yildirim e il ministro degli affari esteri Cavusoglu, Tillerson avrebbe confermato i piani per la conquista di Raqqa, la capitale Isis in Siria, ma anche la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG (“unità di protezione popolare”), ala militare del partito curdo dell’Unione Democratica (PYD), che Ankara ritiene essere ramificazione siriana del PKK. E mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico sia da Ankara che dall’Ue e dagli Usa, solo i turchi considerano terroristi anche i miliziani delle YPG. Dal Dipartimento di Stato assicurano di “tener conto delle preoccupazioni turche”, ma anziché arrestarsi, con Trump è incrementato il sostegno militare Usa alle operazioni delle YPG. “Abbiamo discusso le opzioni disponibili. Sono opzioni difficili. Sarò molto franco, non è facile, ci sono scelte difficili che devono essere fatte”, ha avvertito Tillerson nella conferenza stampa congiunta con Cavusoglu. “Il PYD è l’estensione del regime di Assad e Assad significa Iran”, ricordano ad Ankara. Erdogan si aspettava un “reset” dall’amministrazione Trump ed è rimasto molto deluso, ma per ora sembra mordersi la lingua e voler evitare attacchi come quelli riservati agli europei, così come da Washington si evitano commenti sulla repressione e la deriva autoritaria in Turchia.

Quali dunque, secondo lo storico Victor Davis Hanson, le opzioni sul tavolo del presidente Trump per affrontare l'”Idra a tre teste” in Medio Oriente? 1) turarsi il naso e allearsi con Russia e Iran (e Assad ed Hezbollah) per distruggere innanzitutto l’Isis, e affrontare solo in un secondo momento gli altri due avversari (sul modello dell’alleanza con Stalin per sconfiggere Hitler); 2) lavorare con il “meno peggio”, la Russia di Putin (sul modello dell’apertura di Kissinger alla Cina di Mao per allontanarla dall’Urss); 3) tenersi fuori e lasciare che si indeboliscano tra di loro, ma al prezzo di continuare a perdere influenza nella regione, di una crisi umanitaria e un afflusso di profughi che può destabilizzare l’Europa.

La prima opzione, ma solo dopo il 2014, è quella timidamente e confusamente perseguita dall’amministrazione Obama, ma che ha lasciato troppo campo libero a Mosca e Teheran. La seconda opzione sembra quella di cui l’amministrazione Trump ha intenzione di “testare” la percorribilità, ma presuppone di recuperare il rapporto con Erdogan e che la Russia sia disposta a voltare le spalle al regime degli ayatollah, rinunciando all’asse che sta tentando di costruire con Teheran e Ankara per accrescere la sua influenza in Medio Oriente. Significherebbe convincere Putin che avere ai suoi confini un’ulteriore potenza nucleare, l’Iran, non è nei suoi interessi, quindi a sganciarsi dagli iraniani in Siria e smettere di vendere loro sistemi d’arma, e convincerlo a lavorare alla “stabilità” regionale con Washington, Israele e i regimi sunniti moderati. Insomma, a cambiare il sistema d’alleanze in Medio Oriente.

Nel gettare le basi di un nuovo approccio con Mosca e della sua politica in Medio Oriente, il primo passo dell’amministrazione Trump quindi è “testare” l’alleanza Russia-Iran, cercare di capire in che misura, e a che prezzo, Putin sarebbe pronto a porre fine alla sua collaborazione con la Repubblica islamica e a cooperare con gli Stati Uniti per contenere l’espansionismo iraniano in Siria e in Medio Oriente, innanzitutto impedendogli di diventare una potenza nucleare. In questa direzione vanno tutti gli attuali sforzi diplomatici dell’amministrazione Usa.

Ma cosa potrebbe offrire Trump in cambio? E’ evidente che abbandonare qualsiasi progetto di ulteriore allargamento della Nato (e dell’Ue) verso est, ridurre la presenza militare nei Paesi Nato confinanti con la Russia, cancellare le sanzioni imposte per l’annessione della Crimea, sono tutte contropartite gradite a Mosca, mentre il presidente Trump si è detto interessato ad un nuovo accordo con la Russia sul controllo degli armamenti. Secondo Matthew McInnis, ex analista DIA e ora all’American Enterprise Institute, citato da Eli Lake su Bloomberg View, “non c’è modo per cacciare gli iraniani dalla Siria”, ma è un obiettivo realistico “ridurre l’influenza e la presenza iraniana”, il che significa che la Russia “concordi nel sostenere la ricostruzione di un esercito siriano che non sia sotto l’influenza di Teheran e delle sue milizie estere”, gli Hezbollah.

Pochi giorni fa l’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha spiegato che per risolvere la crisi siriana la testa di Assad non è più una condizione pregiudiziale per gli Stati Uniti (“la nostra priorità non è più focalizzata sui modi per cacciare Assad”, ha dichiarato all’AP). Ora la priorità dell’amministrazione, ha aggiunto, è lavorare con Turchia e Russia (non menzionato l’Iran…) per trovare una soluzione di lungo termine in Siria, piuttosto che restare fissata sulla sorte di Assad, il cui futuro di lungo periodo “sarà deciso dal popolo siriano”, ha precisato il segretario di Stato Tillerson. Un’apertura, insomma, a una soluzione di compromesso che garantisca gli interessi e l’influenza di Ankara e Mosca in Siria (ma non di Teheran). A conferma della svolta lo stop degli aiuti alle milizie siriane anti-Assad per concentrarli sulle SDF, che combattono l’Isis e avanzano verso Raqqa. Alla luce di questi sviluppi a Washington, è difficile spiegare i motivi che avrebbero indotto Assad all’attacco “chimico” su Idlib, facendo così tornare all’attenzione internazionale i suoi crimini e la sua impresentabilità, tanto da suscitare la ferma condanna della Casa Bianca (“brutali azioni di Assad” che “non possono essere ignorate”). “Su Russia e Iran gravano grandi responsabilità morali”, ha ammonito il segretario di Stato Tillerson.

Ma un’intesa con la Russia di Putin sarebbe più presentabile di quella di Obama con l’Iran? Sarebbe arduo per il presidente Trump convincere il Congresso dell’utilità di una simile intesa, proprio oggi che sono in corso indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane e sui presunti legami tra il team Trump e il governo di Mosca.

La sensazione però, è che mentre continuano a rafforzare con una certa ostentazione l’asse con Teheran, sia Putin che Erdogan stiano aspettando dall’amministrazione Trump la proposta di un accordo più ampio rispetto ai singoli motivi di frizione con gli Usa. Gli Stati Uniti non possono pensare di contenere le ambizioni egemoniche degli ayatollah sulla regione, e assicurarsi un Iran non-nucleare, senza portare Russia e Turchia dalla loro parte, rompendo così un asse che minaccia letteralmente di scalzare la decennale influenza americana in Medio Oriente. Di sicuro, Trump non ha creato l'”Idra a tre teste”, l’ha ereditata dai suoi predecessori, ma ora ha di fronte solo “cattive opzioni” e la meno peggio presuppone un accordo, non scontato e costoso, con due governi autoritari.