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Wednesday, December 27, 2006

La lezione di John Stuart Mill

«E' possibile nel nostro paese una bioetica liberale... che ponga deliberatamente al suo centro il valore dell'autonomia individuale, che riconosca una netta divisione tra sfera della morale e sfera della legge, che coltivi un autentico pluralismo etico?». Se lo chiede, oggi su il Riformista, Luisella Battaglia, membro del Comitato nazionale per la Bioetica. In realtà il caso Welby ha rivelato come «si continui a rendere, nella nostra cultura, solo un formale e ipocrita omaggio a quel principio di autonomia che si traduce nel diritto all'autodeterminazione e che gioca un ruolo rilevante nella costruzione dell'idea moderna della dignita umana».

Nel 1859, ricorda la Battaglia, John Stuart Mill si interrogava, nel classico "On Liberty", sulla natura e sui limiti del potere che la società poteva esercitare sull'individuo e rispondeva formulando il "principio del danno":
«L'intervento della società è giustificato solo quando la condotta di un individuo è tale da nuocere agli altri e il singolo deve rispondere verso la società solo delle azioni che incidono sulla sfera di attività del prossimo. La società non ha dunque in alcun modo il diritto di definire che cosa sia il "bene", sia fisico che morale di un individuo il quale, di conseguenza, non può essere costretto a fare o non fare qualcosa in base alla pretesa giustificazione che ciò sarebbe meglio per lui, lo renderebbe piu felice o il suo agire sarebbe più saggio o piu giusto. Ci troveremmo in tal caso in presenza di uno "stato etico" che si prefigge il conseguimento di certi valori a cui la volontà del singolo deve obbedienza, anziché di uno "stato di diritto" che lascia ciascuno libero di definire il proprio piano di vita, sulla base di valori spontaneamente scelti».
Da qui la celebre massima di Mill in base alla quale «su se stesso, sul suo corpo, sul suo spirito l'individuo è sovrano».

La tutela di una sfera di autonomia personale dalle interferenze del potere politico e religioso era la preoccupazione di Mill ed è, o dovrebbe essere, anche la nostra: «La libertà che sola merita questo nome è la libertà di cercare il nostro bene personale come meglio crediamo, finché non priviamo gli altri del loro o non ne ostacoliamo gli sforzi per procurarselo. Ognuno è custode naturale delle proprie facoltà, sia fisiche che intellettuali e spirituali. Il genere umano si avvantaggia di più se si lasciano vivere gli uomini come meglio loro piace, che obbligarli a vivere come piace agli altri».

Anche per Mill, uomo dell'800, esistono "vizi morali": crudeltà, invidia, cupidigia, egoismo estremo, e molti altri "vizi" sono tutti degni di biasimo e rendono odioso il carattere umano. Ma è fondamentale distinguere il discredito a cui una persona può essere esposta in ragione dei suoi "vizi" dalla sanzione che le è dovuta per aver violato i diritti altrui. Nel primo caso, ci muoviamo nell'ambito della libertà e la società non ha alcun diritto di interferire; nel secondo, siamo nell'ambito della legge e l'intervento dello Stato è richiesto in presenza del danno arrecato alla collettività.

Sui temi dell'eutanasia, del rifiuto delle cure e dell'accanimento terapeutico è tornato anche Gian Enrico Rusconi, su La Stampa, che insiste nel richiamare la Chiesa a una riflessione più che mai urgente su natura e morale: «Siamo davanti all'equivoco dei teologi moralisti che non hanno il coraggio intellettuale di prendere atto che la tecnologia rimette in discussione il nesso tra natura e una certa idea tradizionale di Dio. La de-naturalizzazione della morte è l'ultimo segnale della necessità di riflettere radicalmente sul concetto tradizionale di natura che sta alla base delle dottrine religiose tradizionali. E quindi della necessità di ricostruire i criteri della moralità a partire da qui».

1 comment:

Anonymous said...

complimenti per il blog veramente interessante ti invito a vedere il mio http://newsfuturama.blogspot.com/ ciao e buon anno