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Wednesday, December 06, 2006

Il rapporto sull'Iraq, ritorno al passato

Il presidente Bush con Jim Baker e Lee HamiltonOtto mesi di lavoro per tornare indietro di quindici anni. Oggi il rapporto (testo integrale) dell'Iraq Study Group, guidato dall'ex segretario di Stato James Baker e dall'ex deputato democratico Lee Hamilton, è stato presentato al presidente Bush, che l'ha accolto in modo molto "fair": «Questo rapporto dà una valutazione molto dura della situazione in Iraq. Comprende alcune proposte veramente molto interessanti. Valuteremo seriamente ogni proposta e agiremo in maniera tempestiva». Ma poi ha aggiunto: è «un'opportunità per lavorare insieme... per trovare un terreno comune, per il bene del paese».

Diffidate da ciò che leggerete domani sui giornali. Pur rappresentando innegabilmente un diverso approccio di fondo ai problemi del Medio Oriente, rispetto a quello fin qui seguito dall'amministrazione, non è una bocciatura della politica estera di Bush, ma un onesto contributo per cambiarla. In peggio, io credo. Non dice che la guerra è stata un errore, né che bisogna andarsene dall'Iraq, non fissa neanche una data per il ritiro delle truppe, ma cerca di indicare un modo per migliorare la situazione, reiterando però - è questo il paradosso - le stesse idee sbagliate di Rumsfeld e del Pentagono: il graduale disimpegno se le condizioni lo permetteranno.

Si fonda su tre propositi cardine.

Per quanto riguarda le truppe impiegate sul terreno, il rapporto suggerisce di cambiare il loro ruolo, da combattimento ad appoggio alle forze irachene:
«La missione primaria delle forze americane in Iraq deve evolversi verso il supporto all'esercito iracheno, che si assumerà la responsabilità primaria per le operazioni di combattimento. Entro il primo trimestre del 2008, salvo inattesi sviluppi nella situazione di sicurezza sul terreno, tutte le brigate di combattimento non necessarie per la protezione della forza potrebbero essere fuori dall'Iraq. A quel momento le forze di combattimento americane potrebbero essere dispiegate solo in unità "embedded" con le forze irachene, in squadre per operazioni a reazione rapida e per operazioni speciali, nell'addestramento, l'equipaggiamento, le consulenze, la protezione della forza e il salvataggio».
Un modo per responsabilizzare gli iracheni, dunque.

Dal punto di vista diplomatico, suggerisce un'ampia iniziativa «per costruire un consenso internazionale per la stabilità in Iraq e nella regione», coinvolgendo tutti i paesi confinanti, compresi la Siria e l'Iran.

«Data la capacità di Iran e Siria nell'influenzare gli eventi in Iraq e il loro interesse ad evitare il caos in Iraq gli Stati Uniti dovrebbero cercare di impegnarli costruttivamente».
Come dicevamo, dialogare con Siria e Iran oggi significa innanzitutto due cose: sacrificare la fragile democrazia libanese; accettare che Teheran si doti dell'atomica. Che cosa in cambio? La stabilizzazione irachena, certo, ma non in senso democratico e quindi, alla lunga, la sconfitta anche in Iraq. Negoziare si può, basta essere consapevoli che potrebbe voler dire rinunciare a ogni speranza di trasformazione democratica del Medio Oriente. E saremmo davvero più sicuri?

Infine, non poteva mancare il nodo della questione palestinese. Il rapporto chiama gli Stati Uniti a «un rinnovato e sostenuto impegno per una pace globale arabo-israeliana su tutti i fronti».

«Gli Stati Uniti non possono raggiungere i loro obiettivi in Medio Oriente, fino a quando non affronteranno direttamente il conflitto arabo-israeliano e la instabilità regionale».
Il difetto del rapporto è nell'analisi di fondo. Manca il riconoscimento di un fondamentale dato di realtà sempre più evidente negli ultimi anni: le crisi e l'instabilità di cui soffre il Medio Oriente dipendono in modo diretto della natura dei regimi arabi. E' la mancanza di democrazia, libertà e sviluppo, che rende il Medio Oriente strutturalmente portato ad essere fonte e sede dei conflitti. Un esempio valido di come si tenda a scambiare causa ed effetto: non è vero che la pace tra israeliani e palestinesi è la condizione sine qua non per vedere risolte magicamente le altre crisi nella regione; è vero, piuttosto, il contrario, cioè che finché esisteranno regimi come Siria e Iran non ci sarà processo di pace che tenga tra israeliani e palestinesi, la cui sorte dipende dalle politiche di aggressione dei vicini.

Sempre di più abbiamo la conferma che le soluzioni realiste ai problemi del Medio Oriente sono anche le meno realistiche. Purtroppo, l'incertezza strategica e la debolezza politica della Casa Bianca in questo momento ci fanno temere che l'approccio "realista" possa in qualche modo prevalere.

Il rapporto è stato definito «un perfetto fallimento» da Robert Kagan e William Kristol, sul Weekly Standard.

«... a pallid and muddled reiteration of what most Democrats, many Republicans, and even Donald Rumsfeld and senior military officials have been saying for almost two years... despite efforts to make it appear otherwise, then, the real recommendation of the Baker-Hamilton Iraq Study Group is "stay the course." For this we waited nine months?
(...)
The idea was to provide usable advice for the Bush administration that would help it move toward an acceptable outcome in Iraq. In that, the commission has failed».
Kagan e Kristol concludono dicendosi «insoddisfatti» di come il presidente ha permesso al Pentagono e ai capi militari di continuare con una «strategia inefficace» e auspicando l'invio di più truppe. Altra opinione critica, quella di Ralph Peters (Weekly Standard). Interessanti anche queste riflessioni di Kagan sull'immagine distorta che l'America ha di se stessa.

2 comments:

remember said...

In pratica ci hanno detto che UN ALTRO MONDO E' IMPOSSIBILE.
La politica estera dei realisti riprende corpo.
Non so se a posteriori siano di più i morti dei realisti o quelli degli idealisti. E' un'ardua sentenza.
E' lo scontro tra i disillusi che sono diventati cinici e si sentono furbi da un lato e gli speranzosi, gli ottimisti che spesso sono anche impulsivi fino all'irresponsabilità.

Su Bush il giudizio lo darà la storia. Probabilmente è stato un uomo ed un Presidente assai meno peggiore di come lo dipingono in molti, ma inadeguato culturalmente ad affrontare le vicende che la sorte gli ha proposto.
E cmq, pur essendo l'uomo più potente del mondo, il Presidente non è del tutto libero, per fortuna, ma ci sono i tanti legami della più avanzata democrazia liberale della storia. Perciò responsabile sì, ma non completamente libero.

BLOG NEWS said...

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