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Thursday, December 14, 2006

«Cultura radicale» e legge di natura

Non so dire se per ignoranza o per malafede, ma l'editoriale di Don Baget Bozzo, oggi su il Giornale, emana odore di mistificazioni, e di quelle grossolane.

Vi risulta che welby o i radicali sostengano che «lo Stato può decidere che una vita che non vale la pena di essere vissuta a giudizio dell'opinione pubblica... possa essere soppressa»? O che nei «casi analoghi a quelli di Piergiorgio» a decidere siano altri dal singolo malato?

Vi sembra che accogliere la richiesta di Welby segnerebbe il «diritto dello Stato a dare la buona morte»? La «cultura radicale... toglie la morte dalla natura e la affida allo Stato»?

Non giochiamo con le parole. Ci si rivolge alle istituzioni, alle leggi, ai Tribunali, perché a legislazione vigente non è chiaro se chi eseguisse le richieste del paziente Welby rischierebbe la galera. Ogni giorno che passa attaccato al suo ventilatore polmonare, giacché Welby ha chiesto che gli sia staccato, non significa lasciare che le cose facciano il loro corso naturale, ma reiterare ogni giorno e notte una decisione dello Stato, dal momento che il medico curante ha declinato ogni responsabilità proprio chiamando in causa le leggi attuali. Dunque, proprio in questo preciso momento, per Welby sta decidendo lo Stato.

Al contrario, la «cultura radicale», ma non solo quella spero, vorrebbe che lo Stato facesse un passo indietro e che i tanti Welby potessero disporre di sé.

Ma Don Baget Bozzo va oltre, attribuisce alla «cultura radicale» una «cultura dei diritti, ma non nel senso della legge naturale, interpretata dal Cristianesimo come fondante diritti inerenti alla persona e antecedenti lo Stato». Nella «cultura radicale» l'unico diritto sarebbe «il diritto positivo e si tratta perciò di concessione dei diritti fatti con leggi dello Stato». La concezione radicale sarebbe «del tutto interna a quel sistema giuridico... nella più pura dottrina di Hans Kelsen», in assoluta «continuità con il Leviathan di Hobbes».

I radicali, dunque, sarebbero positivisti, kelseniani e hobbesiani. La «cultura radicale» non conosce legalità senza legittimità democratica. Per i radicali i diritti umani, il diritto di uomini e donne alla vita, alla democrazia, alla libertà, precedono il diritto degli Stati alla loro sovranità, precedono la loro legalità "positiva": «Diritti storicamente acquisiti come naturali per ogni essere umano». Esattamente l'opposto di quanto gli attribuisce Baget Bozzo.

Di questa convinzione hanno animato parecchie battaglie, anche grazie alle quali si è affermato fin dagli anni '80 non il «diritto» di ingerenza, ma il «dovere» di ingerenza: laddove sono negati i diritti naturali della persona umana cessa il diritto "positivo" degli Stati alla propria sovranità.

Baget Bozzo preferisce, forse per comodità, ignorare che anche per i liberali i diritti umani sono inalienabili e antecedenti lo Stato. Così come enunciati dal giusnaturalismo individualistico di John Locke, appartengono a una "legge" di natura pregiuridica e prepolitica, sovraordinata rispetto al diritto "posto" dagli uomini, il diritto positivo, nel senso che gli uomini e le loro leggi non ne dispongono.

Se per Don Baget Bozzo quella legge naturale trova in Dio il suo fondamento, per i liberali quei diritti sono naturali perché evidenti di per sé alla ragione (We hold these truths to be self-evident). Non vengono "posti" dai costituenti, ma semplicemente "dichiarati", come risultato ed espressione non del volere variabile di una maggioranza, ma di una concezione generale dell'uomo e della società condivisa - per alcuni appresa per rivelazione da Dio, per altri grazie all'uso della stessa ragione umana - e assunta dunque come valore definitivo, senza la quale non si ha il patto sociale.

Il vero «spartiacque» su tante «questioni personali e sociali» lo individua piuttosto Massimo Teodori: «Non è tra cattolici e laici, ma tra le persone tendenzialmente autoritarie che vogliono imporre i loro valori all'intera comunità nazionale, e gli uomini che ritengono di porre al centro dei propri comportamenti solo la loro coscienza nel rispetto delle legittime scelte altrui. È questo uno dei principi dell'umanesimo liberale che ha reso grande l'Occidente».

Dunque, oggi osserviamo emergere in modo lampante dal dibattito su questi temi una «dicotomia» molto netta e, se non offuscata per interessi di Botteghe, preziosa per il progresso civile del paese: da una parte la «centralità dell'uomo», dall'altra, «il riconoscimento di un'autorità al di fuori e al di sopra dell'uomo».

Chi è il padrone della vita umana? Questa è la domanda prima e ultima. A sentire il Papa, i vescovi e, ahimé, molti politici e ministri è Dio, che sulla terra ha lasciato agli uomini, come guide, la Chiesa e lo Stato, ciascuno nella sua sfera ma in «strettissima collaborazione», in una «comune missione educativa», come forse direbbe il presidente Napolitano.

Recentemente in un'intervista il Cardinale Tonini ha detto che «se qualcuno esprime il desiderio di affrettare la fine della propria pena, non è peccato. Anzi può essere anche un desiderio sano. Però... C'è un principio a cui non possiamo sfuggire. La vita è un dono, è sacro, è intangibile...». Si chiede Teodori: «Ma se Welby o chiunque altro ritiene che la vita appartenga solo a se stesso? Si può imporre la visione di una vita appartenente a Dio a chi non lo pratica o crede ad altre forme spirituali o trascendenti?» Ad ogni cittadino la sua risposta.

7 comments:

Empecinado said...

Ma che stupidaggine! E' evidente che se ci si rivolge alle istituzioni dello Stato in materie volutamente lasciate, com'è giusto, alla privata discrezionalità del medico curante, il rischio è di incorrere in esiti alla Welby, con lo "Stato che decide per te".

I radicali finiscono sempre, curiosa eterogenesi dei fini, per affidare al Leviatano statale la "tutela" della sfera privata, con l'intervento pubblico a legittimare quello che in ambito privato diviene iniquo (es.: l'aborto sì e sempre, purché praticato sotto l'occhio vigile dello Stato).

JimMomo said...

Eccone un altro, sicuramente in mala fede, a questo punto.

Se una legge proibisce qualcosa, o c'è forte sospetto che lo proibisca, come nel caso di Welby, in cui il medico si è rifiutato di accogliere la SUA richiesta chiamando in causa le leggi dello Stato, è alle istituzioni - Tribunali e Parlamento - che in democrazia ci si rivolge, chiedendo di lasciare libero il singolo individuo di scegliere per sé. Altrimenti, quello che tu chiami "privato" è in realtà "clandestinità".

Sì e sempre? La scelta è della singola donna, furbacchione! L'"occhio vigile dello Stato"? Ma se i radicali hanno più volte proposto un referendum perché non si facesse solo nelle strutture pubbliche.

Vedi di informarti, anche prima di fare il provocatore, altrimenti rimedi solo figuracce!

stefano said...

Il caso Welby pone problemi di vario genere: legali, morali, politici, religiosi.
Puo' una persona che vive attaccata ad un macchinario, decidere che la sua condizione e' troppo gravosa? Questo problema diventera' sempre piu' urgente quanto piu' la tecnica si evolve.
Anche chi come me parte dal riconoscimento del diritto naturale della persona, deve tener presente lo stato odierno di una natura "forzata" dalla tecnica.
Ma anche la negazione del "padrone di casa" che cio' apra all'ingerenza pubblica e' una pia illusione. Date le spese sanitarie gravose una volta che le strutture pubbliche (ma anche in un sistema piu' privatistico, su base assicurativa come gli USA) non sono piu' tenute necessariamente a preservare la vita umana, il rischio che si pone e' molto evidente: la logica economica tenderebbe ad imporsi su pieta' e cura.
Stesso discorso per i malati di lunga degenza in famiglia: la possibilita' data per legge di "togliersi di mezzo" quanto diverrebbe un "obbligo morale"? Quanta pressione da parte dei famigliari stanchi o magari poco amorevoli in partenza, su persone vecchie e malate?
Una legge non e' solo un meccanismo giuridico ha anche delle valenze culturali ed influenza il costume.
Mi pare che i radicali sfuggano a queste poche (ma ce ne sarebbero altre) considerazioni abbastanza ovvie.
Infine e' falso che la decisione sia sempre e solo personale: se un aspirante suicida andasse da un dottore non in condizioni di malattia terminale ma semplicemente per "taedium vitae" il dottore non potrebbe aiutarlo ad ammazzarsi. Il giudizio implicito sulla diversa qualita' della vita e' in mano ad una autorita' che non e' il "paziente" stesso. Ammeno che non si vari una legge che istituisca - fedele al principio della totale autodeterminazione individuale - un suicidificio...

JimMomo said...

Bravo Stefano, tutte considerazioni, però, che con il caso Welby non c'entrano nulla.

Il suo è un caso massimo di ingerenza pubblica ORA!

Chi ha mai detto che le strutture pubbliche non debbano essere più tenute a preservare la vita umana comunque, con qualsiasi macchinario? Qui si dice solo che lo deve volere il paziente.

Riguardo gli "obblighi morali" nei confronti dei familiari, è la vita!, o vuoi forse una commissione etica che "misuri" quanto ciascuno di noi dipenda dai rapporti con amici e parenti? Comunque non riguarda Welby!

Di nuovo un argomento fuori posto. Il suicidio non c'entra niente con l'eutanasia e comunque il problema di Welby non è il "taedium vitae". E d'altra parte, il suicida si ammazzerebbe da sé.

Il giudizio sulla qualità della vita che vale la pena di essere vissuta rimane nelle mani del paziente. ADESSO lo Stato sta decidendo ogni giorno che quella di Welby è una vita che vale la pena essere vissuta. Peccato che lui è convinto di no. Quale giudizio dovrebbe prevalere?

E' inutile girarci intorno, il caso Welby non offre alibi!

stefano said...

Jim Momo, che il caso Welby stia venendo usato (se vogliamo da entrambe le parti) per discutere d'eutanasia e suicidio assistito e' evidente, suvvia. Negarlo e' ridicolo.
Io non conosco il caso specifico e vivo troppo lontano.
Sono, come dicevo sopra, convinto che il vivere collegati ad un macchinario possa sfociare nell'accanimento terapeutico e quindi sospendo il mio giudizio sul caso in questione, se si vedesse che c'e' accanimento terapeutico, dismettere gli aiuti artificiali sarebbe del tutto accettabile.
Detto questo bella risposta del cavolo "e' la vita".
Facciamo una legge che potrebbe mettere delle persone ammalate nelle mani di amministratori di ospedali e di assicurazioni invece che dei medici. Che potrebbe lasciare mano libera a famigliari affamati di eredita' o semplicemente malevoli.
L'obbligo di cura salvguarda la persona. Una liberalizzazione dell'eutanasia apre a rischi concretissimi e difficilmente controllabili, una volta che la legge sia passata.
Ma tanto cosi' e' la vita, no?
Ecchissenefrega. Complimenti.

Nihil said...

Togliendo le insinuazioni, gli ammiccamenti e gli slogan: secondo Stefano, consentire che un malato possa far interrompere le proprie cure implica automaticamente la concessione dello stesso potere ai suoi parenti, anche contro la sua volontà.

JimMomo, se ricordo bene tu non consenti insulti nel tuo blog, e mi adeguo. Ma se la mia memoria fosse fallace, o se tu fossi disposto ad una eccezione, dimmelo ché ho un'urgenza lirica da sfogare.

Scholar said...

Ciao!

Che ci crediate o no, ho trovato la soluzione per il problema. Positivismo o naturalismo? : D

Potete leggere sul mio blog:
ladyjusticesscholar.blogspot.com
E 'scritto in inglese.

Arrivederci!