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Sunday, December 31, 2006

Retorica, toni apocalittici, equivoci di fondo

Tra i tanti commenti sulla morte di Saddam Hussein, spiccano i toni apocalittici di Paolo Mieli. In realtà, comuni denominatori dei lacrimosi editoriali che vengono versati oggi sulle pagine dei giornali sono il monito a ricordarci che un peso indelebile graverà sulle coscienze di tutti, che il sangue versato ricadrà su iracheni, americani, europei, tutti, e l'annuncio dell'entrata dell'umanità nell'era del barbarismo. Insomma, filippiche da predicatori sull'orlo della fine del mondo.

Ho l'impressione, invece, che passata l'ondata di indignazione s'incaricherà la storia di rimarginare la ferita e fra qualche anno ci ricorderemo di Saddam come di uno dei tanti. Ma, appunto, è un'impressione: vedremo.

Stupisce che ci si stupisca del fatto che Saddam sia stato condannato per la strage di "solo" 148 sciiti, nel 1982 a Dujail, e non «per reati incommensurabilmente più gravi», le altre centinaia di migliaia di sue vittime. L'«incommensurabilmente più grave», a seconda, immaginiamo, del numero dei morti e delle armi usate, è un giudizo storico, politico, morale. Dal punto di vista giudiziario la condanna anche solo per un assassinio non è una «stravaganza», ma la regola.

Mieli, che è uno storico, dovrebbe saperlo. La differenza tra la sede giudiziaria e la sede storica è che nella prima l'assassinio anche di un solo individuo può portare alla condanna, in questo caso a morte, nella seconda ci si può soffermare sulla ricostruzione di un'intera vicenda umana e di un'epoca politica piena crimini orribili, valutando i diversi aspetti e soppesando le responsabilità.

«Far luce sui trent'anni del potere» di Saddam, sulle inconfessabili complicità e l'ampiezza reale dei suoi crimini, doveva essere lo scopo dei processi iracheni, sostengono in molti, ma in realtà è un lavoro che spetta agli storici. Quando ci provano i tribunali va a finire come con Milosevic: processo in panne e nessuna sentenza. Sempre il caso di Milosevic, ma anche i mesi che Saddam ha avuto per raccontare la sua "verità", dimostrano che questi scomodi segreti che si crede i dittatori abbiano da rivelare sono poco più che luoghi comuni. I suoi trentennali rapporti di quando era al potere sono per lo più noti e gli storici si incaricheranno di studiarli in modo più approfondito con il passare degli anni.

Inoltre, non c'è solo Saddam. Essendo ancora molti gli ex gerarchi del regime baathista che devono essere giudicati, non è assolutamente detto che i processi sugli eccidi più gravi non si tengano ugualmente, per far luce su responsabilità altre rispetto a quelle dell'ex raìs.

Nel ricordare errori e imperfezioni dei processi di Norimberga e in Giappone al termine della Seconda Guerra Mondiale, Mieli indirettamente ci ricorda come non abbiano pregiudicato lo sviluppo democratico della Germania o del Giappone.

Il modo in cui Mieli risolve il dilemma morale è però inaccettabile. Il despota «o viene ucciso al momento della sconfitta e della sua cattura oppure deve restare in vita». Dunque, sì all'assassinio vero e proprio, no alla condanna a morte dopo un regolare processo. Tra le due, se proprio dobbiamo scegliere, qui preferiamo la seconda. «Il nostro sistema morale può tollerare un'uccisione a caldo con modalità che sappiamo non verranno mai accertate...»: ma che ipocrisia! Occhio non vede cuore non duole.

Il punto è che se si vuole debellare la pratica della pena di morte, non si può perdere di vista l'elemento fondamentale: il processo secondo i dettami dello stato di diritto. Quel piccolo particolare che ci impone di considerare in modo del tutto diverso la pena di morte negli Stati Uniti da quella praticata in Iran o in Cina, altrimenti le nostre buone intenzioni rischiano di produrre effetti perversi. Posto che la giustizia è sempre quella dei vincitori sui vinti, la differenza è a quali principi e regole il vincitore sceglie di fare riferimento.

Poi c'è il tipo di commenti come quello di Furio Colombo, utilissimi per comprendere come l'equivoco di fondo sia nel fatto di pensare che la democrazia sia «buona». Allora avrebbe ragione Pera, che vuole non solo una società democratica, ma anche «buona», volta al «bene». La democrazia è un sistema di governo che meglio di altri funziona nel regolare la convivenza civile nel modo meno violento e più produttivo possibile, ma non ci risparmia le cose brutte e cattive della vita. Quando attaccata, la democrazia sa essere molto cattiva. Quindi sì, anche il cappio intorno al collo di un despota può essere una «vittoria per la democrazia», con grande scandalo di Colombo. Attenzione: non dico che lo sia di per sé, ma che può esserlo, e non è detto che in Iraq ci siano oggi le condizioni perché lo sia.

Nonostante tutto, nonostante i Saddam e gli Ahmadinejad, Colombo può tranquillizzarsi, stiamo attraversando senz'altro un periodo meno barbaro di altri. E questo unicamente grazie alla democrazia, comprese un paio di bombe atomiche e qualche impiccagione servite a difenderla e affermarla.

Riguardo la regolarità del processo a Saddam, sarebbe grave se fosse vero ciò che rivela a Il Messaggero (confesso che non lo sapevo) il professor Michael Newton, docente di Diritto internazionale alla Vanderbilt University e consulente del Tribunale iracheno che ha processato Saddam.

Secondo Newton, il processo è stato «quanto di meglio si potesse desiderare in Iraq date le circostanze. E la fretta dell'esecuzione è tradizionale nel sistema giudiziario iracheno, che considera crudele tenere un condannato in attesa di morte per un lungo periodo».

Ma il fatto grave è quanto aggiunge dopo: «Gli iracheni avevano chiesto sia alle Nazioni Unite che alla Comunità Europea di aiutarli a istruire il processo secondo le procedure internazionali. Hanno chiesto di essere ammessi alla Corte dell'Aia per studiarne il funzionamento. Hanno chiesto che i giudici dell'Aia andassero a Baghdad ad aiutarli. Hanno sempre ricevuto un netto rifiuto... perché in Iraq c'è la pena di morte e nessuno ha voluto aiutarli a istruire un processo che si sapeva avrebbe portalo a una pena capitale. Se noi avessimo aiutato ufficialmente i giudici iracheni, questo processo avrebbe potuto essere un esempio di giustizia per tutto il mondo. Li abbiamo abbandonati a se stessi, e io credo che abbiano fatto il meglio che potevano».

Sarebbe la conferma di quanto temevo. Abbiamo perso il senso delle misure e dei principi: la prima cosa, e più importante, da assicurare è un processo equo secondo i dettami dello stato di diritto, mentre chi ha negato l'aiuto agli iracheni guardando alla pena ha sacrificato anche il processo.

Tra i commenti un po' fuori dal coro, quello di Antonio Martino, contrario alla pena di morte, che però ritiene positivo che Saddam sia stato processato dall'Iraq, pubblicamente. «Mi sembra enormemente meglio non dico di piazzale Loreto ma anche di Norimberga. Quello era un tribunale dei vincitori, non tedesco».

L'ex ministro della Difesa osserva che «non è affatto certo che sia stato un errore politico». L'esecuzione, infatti, può suscitare rabbia in qualche clan sunnita, ma «l'iraq è composto in stragrande maggioranza da curdi e sciiti (ma anche sunniti, aggiungiamo noi) vittime
dei crimini di Saddam Hussein».

All'insegna della cautela sono i commenti di André Glucksmann, sul Corriere della Serada parte mia non mi sento autorizzato al perdono al posto degli iracheni che gioiscono per l'esecuzione capitale quando sono genitori, figli o parenti del milione di vittime assassinate da un tiranno infinitamente peggiore di Mussolini»), e di Andrea Romano, su La Stampa: «Beati coloro che sono animati dalla certezza delle proprie opinioni» di fronte a un'esecuzione che «dovrebbe costringerci tutti a un doloroso esercizio del dubbio. Compresi noi europei che veniamo da un lungo periodo di privilegio, da più di sei decenni all'insegna della pace e della democrazia durante i quali non ci è più toccato in sorte di giudicare chi tra noi si fosse reso responsabile del crimine di sterminio».

E l'ultima volta, ricorda Romano, «che ci siamo misurati con il problema lo abbiamo risolto con qualche approssimazione giuridica ma con efficacia, senza poi dovercene pentire più di tanto», come dimostrano le parole di Sandro Pertini, interrogato nel 1986 sul fallito attentato a Pinochet: «Se sia giusto uccidere un tiranno lo abbiamo chiarito una volta per tutte con la fucilazione di Benito Mussolini».

Certo, riconosce Andrea Romano, è stata una giustizia «fragile e parziale», ma è stata «la giustizia degli iracheni, di un popolo che non finisce di essere vittima dei propri carnefici, dei catastrofici errori di Bush e del pilatesco disinteresse della maggior parte dei paesi europei. Nel mare di sangue da cui è attraversato ogni giorno, quella di Saddam è l'unica morte giustificabile sulla strada di una speranza possibile per l'Iraq».

Ogni volta che muore un uomo per mano di un altro è «una tragedia», ma con un po' di pragmatismo potremmo anche ipotizzare che l'Iraq «può iniziare a ritrovarsi intorno all'esecuzione del primo responsabile della sua rovina. Una piccola dose di rispetto verso la sventura irachena dovrebbe spingerci a domandarci se non sia il caso di abbassare almeno un po' il ditino con il quale condanniamo quella forca».

Certo, è stato uno spettacolo «penoso», ma riconosciamo anche che è stato «un messaggio per gli altri sanguinari raìs rimasti nel mondo. Che forse per qualche giorno andranno a dormire massaggiandosi il collo».

Concludiamo ancora con Glucksmann e il suo invito a sforzarci di saper distinguere. «Nel mondo di oggi, in cui minoranze incendiarie e senza scrupoli (i nichilisti attivi) rivaleggiano in crudeltà approfittando del lassismo delle maggioranze intorpidite (i nichilisti passivi), non è mai troppo tardi per lottare contro le fiamme. A patto che si sappia identificare, di volta in volta, il volto degli incendiari».

6 comments:

phastidio said...

Condivido completamente le tue valutazioni. Una condanna a morte suscita sempre molta amarezza, ma queste manifestazioni da prefiche mi paiono strumentali ed interessate. Forse anche Mussolini doveva avere diritto ad un processo minimamente strutturato. Buffo che molti tra gli sdegnati italiani di oggi siano tra i più agguerriti sostenitori del tirannicidio mussoliniano, senza se e senza ma. Ma questi sono gli abituali riflessi condizionati che ci sono noti da decenni.

Buon 2007!

Anonymous said...

paolo chi??????????????????

ma dai, tzunà...che te 6 rincojonito...paolo, quello lì, quello che di mestiere fa lo scriba del governo do nascimiento...



amici miei, eccovi il mio buon proposito - meno irriverente di altri che conservo per me gelosamente - che mi/vi ripropongo per il benecomato 2007 prossimo venturo:

liberiamoci dei vecchi arnesi.

a qualsiasi categoria ( o ordine professionale ) appartengano.

italia libera.

auguro il meglio a tutti voi.

per il 2007, 2008, 2009...


ciao.


io ero tzunami...

Zamax said...

Mi tocca essere d'accordo.

adriano said...

Oddio, Tzunami è sempre più grave. Adesso addiruttura li recita i suoi 'scritti'. Ma vanno anche in scena da qualche parte? Me lo dici che ti vengo a vedere...?
La profondità delle tue riflessioni mi allibisce, Pascal in confronto era un povero osservatore di cieli stellati!

Anonymous said...

ahé, anoadri...ed io che credevo che i capponi, a natale, venissero tutti immersi nel brodo caldo...

come sempre, sei un sopravvissuto.

praticamente un dinosauro!!!

stammi bene ed aspetta...che dopo la befana comincio a parlare pure in terza persona.

come giulio cesare!!!


ciao.


io ero tzunami

adriano said...

Bella battuta Tzunami, mi raccomando continua col tuo fine umorismo, soprattutto continua a scrivere le tue profonde (ri)flessioni, perché ne sentiamo tutti la mancanza, senza saremmo persi...

ps. almeno io l'ano lo uso, tu che ci hai fatto?