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Friday, October 08, 2004

Politica energetica in tempo di guerra

La tesi di questo editoriale di Thomas Friedman sul New York Times è semplice: la politica energetica di Mr. Bush è un sostegno al terrorismo:
«Our own "No Child Left Behind" program has not been fully financed because the tax revenue is not there. But thanks to the Bush-Cheney energy policy, "No Mullah Left Behind" has been fully financed and is now the gift that keeps on giving: terrorism».
Nella guerra al terrorismo è necessario un nuovo approccio per spingere il Medio Oriente sul sentiero delle riforme, ma Friedman non ne vede uno nell'amministrazione Bush e guarda caso i paesi arabi che - per necessità - si sforzano di attuare i primi programmi di riforma sono quelli con le minori risorse energetiche, mentre i paesi più chiusi, oppressivi, culla del fondamentalismo sono proprio quelli che si arricchiscono con i petrol-dollari e alle riforme non ci pensano affatto: Arabia Saudita, Iran, Siria. Conclude l'editorialista:
«We have the power right now to stimulate similar trends across the Arab world. It's the best way to fight a global war on terrorism. If only we had a president and vice president tough enough to fight this war».

Il sogno afghano

«Spero di diventare presidente col vostro voto libero. Non ascoltate chi fa pressioni per votarmi con denaro o con armi. Se non vincerò, rispetterò il vincitore e gli obbedirò. Il presidente dura 5 anni, voi state costruendo un sistema che durerà secoli».
Hamid Karzai, chiusura della campagna elettorale
«Voi occidentali, giornalisti in particolare, fate errori grossolani: qui non esistono odi etnici a livello popolare; semmai la lottizzazione etnica avviene a livello di compagine governativa. La gente non vota secondo schemi etnici. Molti tajiki, ad esempio, sceglieranno Karzai come simbolo. I pashtun sono divisi fra di loro: ci si dimentica che a migliaia hanno combattuto i talebani, che pure erano pashtun. Il popolo odia chi ha le mani insanguinate, da Dostum a Qanuni, perché hanno distrutto il Paese. La gente ha scoperto la libertà, e alle urne la userà, vuole vivere in pace. Infine la corsa alla presidenza è di tutti contro tutti. Questo facilita Karzai. Se i suoi avversari avessero formato una coalizione, per lui non ci sarebbe stata speranza».
Fahim Dashti, Kabul Weekly

Errori gravi di Bush. Gli saranno perdonati il 2/11?

«La questione fondamentale in questa campagna elettorale è la guerra in Iraq», scrive Andrew Sullivan sul suo blog. E' partita bene, è stata condotta male e non si sa se ci ha resi più sicuri. Ma alcuni fatti sono «indiscutibili». Le armi di distruzione di massa Saddam non le aveva, nel dopoguerra l'amministrazione neanche si aspettava una "resistenza" così vasta. Quindi la domanda diventa: come può essere rieletta un'amministrazione che ha così chiaramente mal valutato due dei più importanti aspetti del tema centrale che abbiamo dinanzi?
Inoltre, scrive Sullivan, c'è da ringraziare Dio che Saddam non avesse armi di distruzione di massa, poiché con l'esiguo numero di soldati impiegati nella campagna non si sarebbero potuti controllare i siti che le avessero contenute, né i confini per impedire che finissero nelle mani dei terroristi, cioè i principali obiettivi della guerra.

Un rapporto del Csis rivela un'altra grave falla dell'amministrazione Bush nella gestione della ricostruzione irachena. Il 73 per cento dei 18 miliardi di dollari destinati ai programmi di ricostruzione non ha mai raggiunto la società irachena, speso in sicurezza e salari, perso in frodi e cattiva gestione. Solo il 27 per cento è stato investito nell'economia irachena.

Thursday, October 07, 2004

Iraq 2003. Le armi non c'erano, la minaccia sì

Powell all'OnuAl momento dell'attacco anglo-americano all'Iraq di Saddam Hussein nel 2003 non c'erano in Iraq armi di distruzione di massa in quantità militarmente rilevanti, ma laboratori per veleni e armi chimiche da usare per assassinii segreti. Saddam usava il programma oil for food - corrompendo i funzionari dell'Onu - al fine di indebolire il regime delle sanzioni e far ripartire i programmi per la produzione di armi di distruzione di massa. Due questioni rimangono aperte: la possibilità che alcune armi siano state trasportate in Siria e l'esistenza di laboratori mobili per armi biologiche. Queste sono le conclusioni contenute in un rapporto di 900 pagine reso pubblico ieri e frutto del lavoro durato 15 mesi, dal termine della guerra, di più di mille ispettori americani guidati da Charles A. Duelfer. Il lavoro della commissione continuerà sugli aspetti ancora oscuri.

1. L'Iraq ha distrutto le sue armi illecite nei mesi successivi la fine della I guerra del Golfo e perso la sua capacità di produrre quantità militarmente significative di armi non convenzionali nel 1996. Al momento dell'invasione anglo-americana del 2003, l'Iraq non possedeva quantitativi militari di quelle armi da 12 anni e non stava cercando di riprodurle. Anche se avesse cercato di produrne, non avrebbe avuto quantitativi rilevanti per almeno un anno, mentre ci sarebbero voluti più anni per la bomba atomica.

2. Tuttavia, Saddam Hussein stava sfruttando i programmi di alleggerimento delle sanzioni, come oil for food, per gettare le basi di una ripresa dei programmi di riarmo non convenzionale se le sanzioni fossero state tolte. L'Iraq ha consapevolmente mantenuto le basi di conoscenza necessarie per riavviare quei programmi. Saddam cominciò a distruggere le sue armi nella speranza della fine delle sanzioni, ma appena cominciarono ad affluire i soldi di oil for food e si indebolì il regime di sanzioni riacquisì la capacità di riarmo.

3. Saddam Hussein ha deliberatamente mantenuto l'ambiguità sul possesso di armi di distruzione di massa in una strategia rivolta all'Iran, a Israele e agli Stati Uniti. Molti esponenti del regime furono tenuti nell'incertezza riguardo il possesso di tali armi. Durante gli interrogatori Saddam non ha mai chiarito cosa ne fosse stato delle armi possedute.

4. Laboratori clandestini sono stati ritrovati a Baghdad. Servivano per testare armi chimiche e veleni da usare per assassinii segreti piuttosto che a stragi di massa.

5. Il team di ispettori Usa non ha escluso la possibilità che armi di distruzione di massa possano essere state trasferite in Siria, né l'esistenza di laboratori mobili per armi biologiche.
Fonte: New York Times
E' lecito, a questo punto, affermare che l'amministrazione Bush ha mentito? Il regime di Saddam Hussein non rappresentava una minaccia «imminente», ma potenziale. Ciò non significa che dietro questa guerra vi siano complotti inconfessabili o guadagni personali: sarebbe stato così difficile infatti completare l'inganno e chiudere ogni partita inscenando il ritrovamento nei dintorni di Baghdad di una sola cassa di quelle fialette mostrate da Powell all'Onu? No. Invece oggi una commissione indipendente dà torto a Bush.

E' stata la ragion di Stato a prevalere ancora una volta, una questione del tutto politica, e di quelle al più alto livello: la sicurezza nazionale. Infatti, nonostante le rivelazioni di questo rapporto, è innegabile che il regime di Saddam Hussein rappresentasse una minaccia per gli Stati Uniti, divenuta intollerabile nel mondo post-11 settembre, e l'Iraq un nodo geostrategico importante. Rompere la fragile e ingannevole stabilità di una regione infestata dal fondamentalismo islamico nella quale l'Iraq praticava e finanziava il terrorismo; impedire il concretizzarsi dei contatti - questi sì provati - fra l'Iraq e Al Qaeda, costringere i regimi arabi a schierarsi, e ridefinire, il proprio atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti; avviare dall'Iraq un progetto di lungo termine di esportazione della democrazia in Medio Oriente, perseguendo una vision fondata sulla «fede nel potere trasformatore della libertà»; creare un nuovo fronte, ma ben visibile, della guerra al terrorismo, che servisse sia ad identificare il nemico - perché di nemico si tratta - sia a stanare dai loro nascondigli i terroristi, sfidandoli in campo aperto, sia a esorcizzare un terrore più efficace quando si fa mano invisibile e inafferrabile.

Tuttavia, questi obiettivi - politicamente legittimi ai fini della sicurezza nazionale - mal s'incontravano con le prassi burocratiche e pseudo-processuali del palazzo di vetro. L'amministrazione Usa sceglieva così la via multilaterale, credendo di poter legittimare il suo intervento facendo leva sul mancato rispetto delle risoluzioni Onu da parte dell'Iraq. Dunque, l'errore più grave è stato quello di non aver puntato esclusivamente sulla legittimità politica e morale - anche legale guardando alla Carta delle Nazioni Unite - di un intervento che liberava da una delle dittature più atroci e sanguinarie milioni di persone, e di aver invece inseguito una legittimità giuridica rinnegata poi dall'unico principio che conta all'interno del Consiglio di Sicurezza: la protezione degli interessi costituiti dei suoi membri permanenti. Questa guerra è stata giusta.

Ue-Turchia. Ok dalla Commissione per i negoziati, ma ma ma... troppi ma

Arriva il parere favorevole della Commissione europea per l'avvio dei negoziati per l'adesione della Turchia all'Ue, ma il commissario all'allargamento Verheugen è cauto: «Come in tutti i casi simili, non è garantito il risultato». Il 17 dicembre i capi di Stato e di Governo dei 25 Paesi dell'Ue prenderanno la decisione definitiva. Chirac vuole far pronunciare i francesi con un referendum. Comunque, avverte, se ne riparlerà tra 15 anni. Erdogan: atteggiamento sbagliato. Emma Bonino ai leader europei: no a nuovi pasticci e nuovi ritardi. Continua >>
Fonte: RadioRadicale.it

Wednesday, October 06, 2004

Il miracolo afghano

Fanno notizia solo i fatti di violenza, e forse è comprensibile che sia così, ma William Safire parla oggi sul New York Times di «Miracolo afghano». Il Paese, anche oggi al centro dell'attenzione dei media, è alla vigilia del suo primo appuntamento elettorale. E non è cosa da poco.
Un'opera di preziosa informazione è quella compiuta da Orestina, che ci presenta i protagonisti di questa sfida - contro il passato e contro il presente.

Segnalazioni Iraq... e Iran

La sinistra che critica la sinistra pacifista e zoppicante sull'Iraq:

«C'è una sinistra che continua a sostenere che sia stata una cosa giusta invadere l'Iraq e quindi abbattere il regime tirannico di Saddam. E' una sinistra che detesta, ma razionalmente, quasi tutte le scelte compiute dall'Amministrazione Bush, che ne denuncia gli errori, l'arroganza e le disattenzioni ma che, nonostante tutto, preferisce battersi per il futuro dell'Iraq piuttosto che perdere tempo ad ascoltare il chiacchiericcio di chi vede il neo fascismo a Washington».
Christian Rocca
Sull'incontro di Rumsfeld al Council on Foregin Relations, un altro articolo di Christian Rocca: la strategia militare del Pentagono in Iraq, le critiche di attendismo, gli errori del dopoguerra denunciati dall'ex governatore Paul Bremer.

Michael Ledeen insiste nel ricordare che la guerra al terrorismo non potrà mai essere vinta se non verrà affrontato il maggiore esportatore di terrorismo al mondo: l'Iran. Stiamo facendo abbastanza per sostenere la rivoluzione democratica dei giovani iraniani?

Tra Edwards e Cheney è rissa in prima tv

  • Il video
  • La trascrizione
  • L'analisi
    Washington Post
  • Trascrizione e audio per parti
    Pbs


  • Duri scambi di accuse, politiche e personali. I due candidati hanno "giocato" entrambi alla pubblica accusa, sembrava di essere in un aula di tribunale, commenta il Washington Post:
    «The Democratic challenger, reprising his former career as a trial lawyer, challenged Cheney mercilessly, as if prosecuting a cagey and possibly untruthful defendant, all the while charming the jury -- the viewing public -- with a winning smile. The Republican incumbent, obviously disdainful of the prosecutor, responded by questioning the prosecutor's credentials, as if lecturing a dense student. The jury is still out, of course».
    Pareri molto discordanti sulla stampa Usa e sul web. Edwards, e i primi sondaggi sul dibattito lo confermerebbero, avrebbe stravinto. E' così almeno per il pubblico della Nbc e della Cbs, ma non per quello della Abc. Per i commentatori della Cnn il match è finito sostanzialmente pari, mentre la Fox, filorepubblicana, riconosce che Edwards è stato «efficace». I commenti - comunque parziali, frammentari e contrastanti - e i sondaggi a caldo poco affidabili, suggeriscono cautela e una sostanziale parità. Il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza di solito non conta, ma non quest'anno dove la corsa è serrata e il personaggio Cheney ha un peso politico rilevante in questa amminiatrazione.

    Andrew Sullivan attribuisce a Edwards una vittoria «facile», contro un «esausto» Cheney:
    «The only way to describe Cheney's performance was exhausted. He looks drained. And you can see why. One of the least understood and reported aspects of the current administration is simply the enormous strain of the past four years. They have endured some of the most testing times any modern president and vice-president have had to encounter. And you can see the strain and exhaustion in both the two principals. I'm not criticizing; in fact, I'm empathizing».
    Per Jonathan Chait (The New Republic) la differenza sta nelle accuse reciproche:
    «Dick Cheney and John Edwards seem to agree that, in the war on terror, the best defense is a good offense. And both adhered to that principle during their debate. Cheney and Edwards landed shot after shot on each other last night, while devoting little time to answering the other man's charges. The main difference was that Edwards's charges, in the end, were far more important».
    Se avete bisogno di considerazioni rassicuranti sulla performance di Cheney, Gary Andres su National Review fa al caso vostro, si spinge fino ad un entusiasta: «Mission Accomplished». Ottimista anche Fred Barnes, Weekly Standard, per il quale Cheney ha fatto il suo lavoro, mentre giudica «futili» gli attacchi di Edwards:
    «If it's possible for a vice presidential debate to matter, last night's duel between Dick Cheney and John Edwards did. Why? Because Vice President Cheney did two things that might help President Bush. He attacked Bush's presidential opponent John Kerry effectively on the war on terrorism and Iraq--something Bush failed to do in his first debate with Kerry. And Cheney put Kerry's dovish record on national security over two decades as a senator firmly on the table as a campaign issue. Edwards's effort to thwart Cheney was unavailing».
    Qui l'incontro round per round.

    Durissimo giudizio sul dibattito da Tim Grieve, su Salon: lo definisce «meschino, sporco e noioso». Tra i loro scambi di accusa, i due contendenti sono riusciti a mandare ko solo il pubblico. Sulla rissa anche il Weekly Standard, che avvicina il dibattito ad un incontro di lotta libera. Per il New York Times è stato invece un dibattito vero, con posizioni differenti, e un nuovo messaggio degli sfidanti agli elettori: con Bush altri 4 anni così:
    «During the final summation in last night's vice-presidential debate, John Edwards focused on the new Kerry campaign theme: that a vote for George Bush and Dick Cheney would mean "four more years of the same." And Mr. Cheney, when his turn came, said it was important to re-elect the president so he could keep doing what he has been doing. It was a rare moment of agreement».
    Degno di rilievo un articolo pre-dibattito di Stephen F. Hayes, Weekly Standard, sulle connessioni Iraq-Al Qaeda, in previsione delle accuse che su questo tema sarebbero piovute su Cheney.

    Tuesday, October 05, 2004

    Prove tecniche

    Prove tecniche.
    Nuova homepage, finalmente. Trovate problemi o vedete schifezze? Scrivetemi

    Ecco l'ostaggio giusto... e l'hanno fatto fuori

    Ostaggi di serie A e ostaggi di serie B. Doppia morale. Questo signore italo-iracheno giustiziato oggi era nelle mani dei terroristi da più di un mese. Ne sapevate nulla? Io no.
    «Chi vuole essere buono e bello, e, se sequestrato, essere sequestrato di prima categoria, deve dire fin da adesso che è anti-americano, anti-israeliano, e anche un po' anti-ebreo. (...) Il moto di solidarietà che si è avuto per queste due ragazze in quanto pacifiste appoggiate dalla sinistra non si è avuto nei confronti dei poveri operatori della sicurezza, tra i quali Quattrocchi, che una parte della sinistra ha additato al pubblico disprezzo come mercenari».
    Francesco Cossiga a Radio Radicale
    Io non ho parole, quindi mi rileggo quelle di Toni Capuozzo per la trasmissione Terra, su Canale 5. Il servizio di domenica 2 ottobre e quello di domenica 26 settembre.

    Kerry promette fondi per la ricerca sulle cellule staminali

    Kerry se eletto promette di finanziare la ricerca sulle cellule staminali per 100 milioni di dollari l'anno. Con lui c'è l'attore Michael J. Fox, affetto dal morbo di Parkinson. Il 2 novembre la California si pronuncerà sulla proposition 71 che propone di destinare alla ricerca ben 3 miliardi di dollari in 10 anni.

    Il Foglio ha scovato la «Coscioni d'America», che però è contrarissima alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. E' Joni Eareckson Tada, tetraplegica dall'età di 17 anni, una «cristiana rinata», una «star nel mondo cristiano americano», che dice: «Perché dovremmo fornire quel poco e prezioso denaro che c'è a una ricerca che è incerta, speculativa, carica di problemi sociali e moralmente abominevole?».
    Giuliano Ferrara crede di aver fatto una furbata ("Vedete? Non tutti i malati sono a favore!"). Ma siamo sempre lì, nessuno vorrebbe obbligare Joni a servirsi dei risultati della ricerca su ciò che lei considera avere un'anima umana. Perché però impedire di servirsene anche a chi non ha la sua fede? Questo è il problema.

    Kerry, il nuovo neocons?

    «On both military tactics (situazione in Iraq) and grand strategy (guerra preventiva), the newest neoconservative announced doctrines more hawkish than President Bush».
    William Safire, New York Times

    Friday, October 01, 2004

    1 a 0 per Kerry. Netto

    Kerry vs. Bush
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  • Trascrizione

  • L'analisi
    Washington Post

  • Trascrizione e audio per parti
    Pbs

  • Per Bush sarà dura, Kerry ha dimostrato di non essere Gore. Più di un commentatore ha registrato la vittoria forse più difficile per Kerry, quella dello stile. Era il primo obiettivo, mostrarsi fit for command. Pare centrato.

    «... seemed calm, authoritative, and, yes, presidential», osserva Andrew Sullivan, anche se «he failed to ask why Bush hadn't sent enough troops to secure the border! He kept implying that the goal was to bring the troops home, and only at the very end did he assert that we were there to win, not to withdraw. Uh-oh».
    «Bush prevale nella sostanza, Kerry nello stile» è anche l'opinione di Dick Morris, New York Post: «So Bush could not but win the debate. Kerry has taken such awkward and obviously wrong positions that Bush had to emerge as last night's winner. But Bush seemed disengaged, distracted and, at times, even bored. His performance reminded me of the style — or lack of it — that he brought to the pre-primary debates of 2000. He seemed to convey a message of: "Don't bother me, leave me alone, you don't understand and I can't bother to explain what I'm doing and why I'm doing it"».
    Sui contenuti Bush sembra aver retto bene. Sembra. Kerry è pienamente in corsa. Che Kerry se la sia cavata meglio emerge dalle prime reazioni dei due staff: quello democratico canta vittoria, quello repubblicano s'accontenta di proclamare un pareggio e dice che le cose sono al punto di prima e che nulla è cambiato. Con sondaggi volanti, in vero dalla scarsa attendibilità, le maggiori reti tv americane decretano Kerry vincitore: per l'Abc, 56% per il senatore contro 44% per Bush; per la Nbc, addirittura 69% contro 31%, 71%, risultato analogo per la Cbs, mentre è 71% a 29% per il Wall Street Journal, quotidiano conservatore.

    Lo scontro in definitiva è stato su chi dei due potrà proteggere meglio il Paese, e, naturalmente, sulla guerra in Iraq: Bush vede un America più sicura, Kerry «un errore colossale di valutazione». Per Bush Kerry manda un segnale sbagliato: «Non capisco come lei possa riuscire a portare questo Paese a vincere in Iraq se continua a dire che la guerra è sbagliata, che il momento è sbagliato, che il posto è sbagliato. Che messaggio si manda così alle nostre truppe, che messaggio si manda ai nostri alleati, che messaggio si manda agli iracheni? Per vincere bisogna essere fermi e risoluti».

    «L'unica coerenza del mio avversario è la sua incoerenza», rimprovera Bush a Kerry, che gli risponde brillantemente: «Ho commesso un errore nel parlare della guerra, ma il presidente ha commesso un errore nel farla. Quale dei due errori è il più grave?», aggiungendo: «Abbiamo bisogno di un presidente che abbia la credibilità per portare gli alleati intorno a un tavolo e che faccia ciò che è necessario affinchè l'America non resti isolata. È un lavoro che il presidente non ha fatto».

    Mentre non si può negare che sull'Iraq Kerry sia contraddittorio in modo quasi endemico, Bush in effetti continua a non spiegare in tv qual è il suo piano per l'Iraq, si limita a criticare i «messaggi sbagliati» lanciati da Kerry, i quali lo renderebbero «unfit for command», e a sottolineare che «the world is safer without Saddam Hussein». Non può bastare, non è un piano.

    Tuttavia, Fred Barnes, del Weekly Standard, non è preoccupato per Bush, «non è abbastanza per mutare le dinamiche del duello», mentre John Podhoretz, sul New York Post, ha giudicato «noioso» il dibattito, privo di nuove argomentazioni o di passaggi memorabili. Severo ma molto equilibrato il giudizio di Martin Peretz, su New Republic: «Sull'Iraq hanno mentito sia Bush sia Kerry», ma il pezzo vale la pena leggerlo tutto.

    Per Charles Krauthammer, columnist del Washington Post la vietnamizzazione è nel destino di Kerry e del suo personaggio pubblico:
    «... character is destiny. Kerry fell back to talking about the current war in the only way he knows -- in terms of Vietnam.
    He does not say "Vietnam" explicitly. But this new, aggressive Iraq stance has one unmistakable theme: wrong war in the wrong place at the wrong time. Vietnam -- not as crime, not as glory but as terrible strategic mistake.
    But where does Kerry go from there? He now gets an exceedingly rare historical second chance: Vietnam II, getting it right this time. What, then, is he offering as a solution? He will begin withdrawing troops by next summer and get us out by the end of his first term.
    But this makes no sense. Why wait four years? If it is a quagmire, then one has to ask the question that John Kerry asked Congress in 1971, the most memorable line he has ever uttered: "How do you ask a man to be the last man to die for a mistake?"»
    In definitiva,
    «if the question was whether Senator John Kerry would appear presidential, whether he could present his positions clearly and succinctly and keep President Bush on the defensive when it came to the critical issue of Iraq, Mr. Kerry delivered the goods», ha scritto il New York Times.

    Ora ci aspetta il lavoro più duro e "sporco"


    Comizio a Campo dé Fiori
    Originally uploaded by jimmomo.
    Un «successo storico», come dice Capezzone, certamente indiscutibile. Senza i soliti radicali i cittadini non avrebbero la possibilità di esprimersi su temi così controversi per le coscienze, ma cruciali per la scienza, come la fecondazione assistita e la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Le cifre di questo successo parlano chiaro: 1.090.000 firme sono state raccolte sul quesito per l'abrogazione totale della legge 40; da 702.000 a 740.000 sugli altri 4 quesiti di abrogazione parziale. Ma ora, viene il lavoro più duro e "sporco": difendere i referendum dai molti "poteri" che vogliono evitare che i cittadini si esprimano: il Vaticano, i partiti - compresi e soprattutto i vertici Ds - la Corte costituzionale. Continua

    Una «buona legge» da ottenere tramite un nuovo confronto parlamentare tra maggioranza e opposizione. E' dunque per tornare a discutere nel palazzo, e non per far esprimere i cittadini, che il segretario dei Ds Piero Fassino vuole utilizzare le 740 mila firme raccolte sui quesiti referendari per l'abrogazione della legge sulla fecondazione assistita. Continua

    Fassino si accoda a Rutelli. Bene così

    In un'intervista alla Repubblica spiega il suo piano per l'Iraq (ed è quasi più credibile di Kerry - il piano, non lui).

    «Primo: entro ottobre va organizzata una conferenza internazionale sull'Iraq. Secondo: questa conferenza deve discutere su come rendere multilaterale la presenza militare, su come organizzare, sotto il cappello dell'Onu, il passaggio da una forza percepita come occupante ad uno schieramento militare cui partecipino anche Paesi che non hanno fatto la guerra e Paesi arabi moderati. Terzo: si confermi lo svolgimento delle elezioni in gennaio e si assicuri che siano, come si dice, "fair and free", libere e regolari. Quarto: si definisca un programma di ricostruzione economica e politica per il Dopoguerra».
    Fassino invita gli alleati del centrosinistra a «ragionare, liberarsi dalla tentazione di utilizzare l'Iraq per piccole beghe di politica interna. Tra le beghe e questo dramma la differenza è incommensurabile. Offro al centrosinistra - rivendica - una proposta politica, chiedo a Bertinotti, Pecoraro Scanio e Folena di misurarsi con questi argomenti, di concentrare l'impegno unitario in richieste precise al governo. L'esecutivo deve dire formalmente che si batterà per l'organizzazione di questa conferenza. E deve anche chiedere che da questa conferenza esca la svolta: il passaggio dalle forze angloamericane ad una forza multilaterale di peacekeeping».
    Una cosa davvero possibile.

    Frattini nel frattempo vuole essere il ministro degli Esteri anche dell'opposizione e invita l'Ulivo a discutere di una linea condivisa in vista della conferenza internazionale sull'Iraq.

    L'appello per la democrazia in Russia anche sul Washington Post

    Thursday, September 30, 2004

    Un Rutelli d'unità nazionale... e finalmente serio

    «Inutile il dibattito sul ritiro delle truppe dall'Iraq... la priorità è la lotta al terrorismo»
    In una "conversazione" sul Riformista Francesco Rutelli definisce «ineccepibile» il modo in cui è stata gestita la vicenda del rapimento delle due italiane in Iraq, «per il rapporto che si è creato tra maggioranza e opposizione». E ne trae le conclusioni:
    «E' inutile parlare di ritiro. Oggi è un tema che non si pone. In America, e per la comunità internazionale, il problema non è discutere se ci sarà il ritiro, ma il quando e il come. (...) Che le forze angloamericane si ritireranno dal paese è certo. Il nuovo Iraq è già in cammino (...) Noi dobbiamo fare la nostra parte nella comunità internazionale nell'ambito di questo processo, senza infilarci in dibattiti improduttivi».
    L'invito di Rutelli al centrosinistra è quello di «riscrivere l'agenda»:
    «Non ci si ritirerà dalla lotta al terrorismo. Questo è il vero punto (...) Bisogna riportare la priorità sulla lotta al terrorismo». La liberazione delle due ragazze ci ha lasciato in eredità l'interazione con l'opinione musulmana moderata e la reazione di rigetto della violenza da parte delle comunità islamiche italiane. Da qui bisogna ripartire».
    Emma Bonino intervistata dal Corriere della Sera:
    «Pensavo che il nostro Paese fosse arrivato finalmente a un punto chiaro, dopo tanti tentennamenti soprattutto della sinistra: cioè che il terrorismo non può né deve mai trovare giustificazioni. Non vorrei che, avendone trovato per puro caso uno "beneducato", rimettessimo in discussione l'analisi... Ad altri ostaggi - ricorda - è stata tagliata la testa. Non dimentichiamolo in queste ore di festa».
    Francesco Cossiga a Radio Radicale:
    «Chi vuole essere buono e bello, e, se sequestrato, essere sequestrato di prima categoria, deve dire fin da adesso che è anti-americano, anti-israeliano, e anche un po' anti-ebreo. (...) Il moto di solidarietà che si è avuto per queste due ragazze in quanto pacifiste appoggiate dalla sinistra non si è avuto nei confronti dei poveri operatori della sicurezza , tra i quali Quattrocchi, che una parte della sinistra ha additato al pubblico disprezzo come mercenari».

    Wednesday, September 29, 2004

    La sfida blogger alla censura di Teheran

    Iran.Watch sul Riformista

    I grandi se lo possono permettere

    «The problem is I can apologise for the information that turned out to be wrong, but I can't, sincerely at least, apologise for removing Saddam. The world is a better place with Saddam in prison not in power».
    Tony Blair, al congresso del suo partito

    I sequestratori hanno perso la loro partita politica...

    ma hanno finanziato la loro azione saddamita e contro-rivoluzionaria
    «Ora si deve evitare l'ambiguità sentimentale. Le due Simone non sono certo state liberate per un atto di generosità dei sequestratori. Non ci sono «terroristi buoni» a Bagdad, generosi con gli italiani quanto spietati con gli americani. Ha fatto bene il presidente della Repubblica, nell'ora della gioia, a ricordare quanti ostaggi sono ancora nelle mani dei loro aguzzini. Tanti di loro sono morti, decapitati secondo le modalità atroci che Internet ripropone all'infinito. Questa realtà non cambia dopo il ritorno a casa di Simona e Simona. Due ragazze fortunate, a differenza di Fabrizio Quattrocchi ed Enzo Baldoni».
    Corriere della Sera
    «L'Italia non si è divisa. Non c'è un varco da allargare. Non c'è un punto su cui far leva. Il Paese appare unito e saldo nel difendere le scelte del governo dinanzi al ricatto e alla minaccia che grava sul capo di due innocenti, in Iraq soltanto per favorire il popolo iracheno e la ricostruzione di una vita dignitosa e civile. Di più. Il fallimento politico della loro impresa, i sequestratori lo misurano anche, e soprattutto, quando guardano alle reazioni della comunità della diaspora musulmana. Non c'è imam, non c'è moschea, non c'è comunità religiosa o laica che non avverta in Italia prima il disagio per quel rapimento e poi la ferma ostilità per una minaccia di morte di cui - loro, chi vive oggi in Italia e solo loro - pagherà a caro prezzo. Con il sospetto, con il disprezzo, con la discriminazione. Lo si può dire anche così: il gruppo di musulmani laici vede il nostro Paese unito e non soltanto negli italiani, ma in ogni etnia e soprattutto nella comunità musulmana che vive la stessa angoscia degli italiani».
    la Repubblica
    «A riprova della loro impreparazione politica, del loro fanatismo e della loro ferocia bestiale, si è infatti verificato con impressionante regolarità un fenomeno ricorrente: le decapitazioni o le esecuzioni avvengono nei tempi stretti in cui questi gruppi "gestiscono" in proprio il rapimento (nel caso di Quattrocchi e di Baldoni un pugno di pochissime ore). Nel caso in cui, però, la loro platea politica di riferimento, i loro fiancheggiatori, i loro complici "insospettabili" decidano che un'esecuzione sia "nociva all'islam" può succedere che l'irruenza omicida si plachi, che si passi dai sacrifici umani in nome di un Allah feroce, a più banali e venali richieste. Ma i vari "ulema" e i tanti che apprezzano queste forme barbare di "resistenza", hanno criteri molto selettivi: non si mobilitano per i poveri lavapiatti nepalesi, né per gli autisti turchi; men che meno lo fanno per ebrei americani o per americani tout court, come si è visto nei giorni scorsi. Le decine e decine di rapimenti con le loro divaricanti conclusioni mostrano ormai l'esistenza di due gironi infernali in cui possono cadere gli ostaggi in Iraq, in uno dei quali non c'è neanche la possibilità della politica e tantomeno della pietà, né dei tagliateste né dei loro estimatori "laici"».
    Il Foglio

    Nuclear Attack

    Graham Allison, autore di "Nuclear Terrorism" spiega al Foglio come prevenire - non evitare - un attacco nucleare: con 3 NO.
    Fonte: Camillo

    Tuesday, September 28, 2004

    Per la democrazia russa in Russia

    Domani sul Foglio una lettera aperta ai capi di Stato e di governo dell'Ue e della Nato «perché vigilino su Putin e sulla democrazia russa». Un appello per la democrazia russa in Russia firmato dagli odiati neocons, ma anche dai realisti, dai repubblicani e dai democratici americani, e dai progressisti europei. Accanto ai nomi di Ledeen e Kagan compaiono quelli di Giuliano Amato a Massimo D'Alema. «Molti autorevoli neoconservatori - sottolinea un commento che affianca il documento - sono uniti in quest'appello a molti autorevoli esponenti della sinistra europea e italiana. Bill Kristol e Massimo D'Alema fanno una bella coppia, e sorprendente». Il Foglio spiega: «Lo pubblichiamo volentieri, ma con una riserva. Al presidente Vladimir Putin non si deve tanto chiedere l'applicazione di un criterio unico e universale di democrazia liberale; è più sensato chiedergli conto della democrazia russa, della democrazia possibile dopo settant'anni di comunismo e dopo quattordici anni di transizione caotica a un nuovo sistema economico, politico e sociale... Nel difficile bilanciamento di idealismo e realismo, problema comune ai neoconservatori e ai vecchi conservatori della sinistra europea, è spesso il realismo la parte soccombente».

    Finalmente libere!!

    L'unità del paese ha isolato i terroristi, il denaro del riscatto per proseguire il terrore ha fatto il resto (molto). Gioia per le due ragazze, ma la guerra al terrorismo deve continuare con forza ancora maggiore.

    Saturday, September 25, 2004

    Orgogliosamente gemellato con Emrooz!

    Jimmomo si unisce all'iniziativa lanciata da Iranwatch: blogger italiani insieme ai blogger iraniani per denunciare la spietata campagna di repressione attuata dal regime degli ayatollah contro internet e contro la libertà dei cittadini iraniani ad informare e ad essere informati. In poche parole I AM EMROOZ, too.
    Concordo con la proposta di inviare una lettera aperta firmata da tutti blogger, ma oltre che all'edizione cartacea de Il Cannocchiale, potrebbe essere inviata a tutti i quotidiani italiani!

    Ogni tragedia riceve i suoi 5 minuti di "belle parole" da Kofi Annan

    ... ma i fatti non arrivano mai.
    In questi giorni ormai si susseguono, anche per via della passerella alla 59ma assemblea generale, gli articoli critici con l'Onu e con la gestione Annan.

    Kofi's Law, perché l'Onu è un ente «immorale», in risposta al segretario generale che definisce «illegale» la guerra in Iraq: «Mr. Annan seems to be saying that the only way force can be used legitimately in the modern world is with the unanimous permission of the U.N. Security Council. So perhaps we should remind him of some recent history».
    Wall Street Journal (20 settembre)
    Victor David Hanson espone lucidamente i nodi del problema: L'Onu è un'organizzazione ormai «decadente», la sua natura idealistica è stata corrotta dalla membership di dittature, regimi teocratici, islamici o stalinisti, è incapace di affrontare le minacce presenti, ha una leadership screditata: «...there is no reason why a group of democratic nations, unapologetic about their values and resolute to protect freedom, cannot act collectively for the common good, entirely indifferent to Syria's censure or a Chinese veto».
    Wall Street Journal (23 settembre)
    In Another Triumph for the U.N. David Brooks dà voce al suo sconcerto per l'immobilismo dell'Onu riguardo il genocidio nel Darfur. «Every time there is an ongoing atrocity, we watch the world community go through the same series of stages: (1) shock and concern (2) gathering resolve (3) fruitless negotiation (4) pathetic inaction (5) shame and humiliation (6) steadfast vows to never let this happen again. The "never again" always comes. But still, we have all agreed, this sad cycle is better than having some impromptu coalition of nations actually go in "unilaterally" and do something. That would lack legitimacy! Strain alliances! Menace international law! Threaten the multilateral ideal! It's a pity about the poor dead people in Darfur. Their numbers are still rising, at 6,000 to 10,000 a month».
    New York Times (25 settembre)

    Maskhadov: Basayev deve essere giudicato da un tribunale internazionale

    La tragedia di Beslan e la Russia non sono già più sulle prime pagine di quotidiani e telegiornali, ma per fortuna Ceceniasos ci tiene informati. Il Los Angeles Times dà notizia di 11 mila persone arrestate dalla polizia moscovita, per la maggior parte provenienti dal nord del Caucaso, solo nelle ultime settimane.

    La rivolta della stampa per denunciare i provvedimenti censori imposti dal Cremlino e le garanzie farlocche fornite da Putin.

    Infine, la dichiarazione in cui il presidente indipendentista ceceno Aslan Maskhadov si dissocia «categoricamente» da Shamil Basayev per la responsabilità della strage di Beslan, invitando anzi la comunità internazionale ad istituire un tribunale internazionale per i crimini di guerra davanti al quale dovrà essere portato lo stesso Basayev. Il Cremlino continua invece a ritenere che Maskhadov sia complice di Basayev. Malafede russa o divisione dei compiti?

    «Dichiaro categoricamente che il governo della RCI e le forze armate della RCI sotto il mio comando non hanno nulla a che fare con questo atto terroristico [Beslan, n.d.r.] Voglio dire una volta di più che nel modo più assoluto io rinnego e condanno tali metodi di resistenza, indipendentemente da chi li metta in atto. Sfortunatamente, è praticamente impossibile nelle attuali condizioni di guerra permanente di chiamare a rispondere coloro che sono colpevoli di questo atto di terrorismo. Tuttavia, dichiaro categoricamente che dopo la fine della guerra, le persone che sono colpevoli di atti provocatori saranno portati in tribunale, incluso Shamil Basayev. Mi appello alla comunità internazionale perchè stabilisca un tribunale internazionale per una indagine generale di tutti i crimini commessi durante questa guerra da ambedue le parti in conflitto».

    The Post-Totalitarian Stress Disorder

    Ringrazio 1972 per aver segnalato la riflessione di Arthur Chrenkoff su «una vera e propria malattia dello spirito che chi ha sempre assaporato la libertà fatica a comprendere».

    «For the Westerners, the PTSD is a difficult condition to understand. We take so many things for granted - from comedians being able to joke about the President, to the assumption that the next government employee we encounter will not be expecting a bribe from us - that we are quite ill equipped to fully comprehend what life under a totalitarian system must really be like, much less what mental and spiritual legacy its victims have to labor under long after the statues of the Leader are pulled down». Leggi tutto

    Friday, September 24, 2004

    L'idea della Community of democracies recepita dal Dipartimento di Stato Usa

    Gli Stati Uniti sono a lavoro, in questa 59ma sessione dell'Assembla generale dell'Onu, per creare un caucus delle democrazie, una rete che unisca e coordini il lavoro dei paesi democratici all'interno delle Nazioni Unite, per un'azione comune soprattutto sul fronte della difesa dei diritti umani e delle libertà individuali. A spiegare i contenuti del network delle democrazie è stato Kim Holmes, uno dei vice di Colin Powell al Dipartimento di Stato, in un incontro a New York con la stampa estera. «Il caucus è un luogo dove i paesi democratici possono discutere in modo informale e collaborare nella messa a punto di risoluzioni a sostegno dei diritti umani», ha spiegato.

    Uno dei compiti potrebbe essere quello di decidere criteri di scelta per i membri della commissione dell'Onu sui diritti umani. Holmes ha parlato esplicitamente di «Comunità delle democrazie», che dovrebbe essere costituita da quei paesi che rispondono agli standard democratici indicati dalla Dichiarazione di Varsavia del 2000 (secondo una stima americana, un centinaio tra i 191 paesi membri dell'Onu). Una comunità da affiancare a quel «fondo per la democrazia» proposto dal presidente Bush, che dovrebbe essere alimentato su base volontaria dai vari paesi membri e si andrà ad aggiungere ai finanziamenti che già esistono per strutture dell'Onu come l'Undp, il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo.

    Fonte: Ansa

    A quali temi Bush e Kerry dedicano la maggior parte della loro campagna?

    Scopritelo su questo sito, che raccoglie i file audiovideo presi da varie emittenti e istituzioni. Potrete riascoltare (o rivedere) i discorsi dei due candidati alla Casa Bianca, ma anche molto altro della vita politica americana.

    Attenzione: se come me lavorate ad un sito che campa pubblicando file audiovideo in formato realplayer, e vi connettete dal vostro desk, non potrete aprire i file (anch'essi realplayer) di campaignsearch! Che mondo strano eh!

    Vero o falso?

    «"Prima della guerra, in Iraq non c'era terrorismo". Quante volte l'avete sentita questa frase? Cento? Mille? Tutti i giorni? Probabile». Christian Rocca ha indagato sulla sostenibilità di questa affermazione, scoprendo che...

    Thursday, September 23, 2004

    L'Egitto rimane al palo: le riforme possono attendere

    Si è conclusa oggi al Cairo la convention annuale del Partito Nazional Democratico (NDP), che dal 1981 sostiene il presidente egiziano Hosni Mubarak. Deluse le aspettative di riforme in ambito sociale e politico. Polemiche le opposizioni democratiche. Secondo Mona Makram-Ebeid*, parlamentare dal 1990 al 1995, professore di Scienze Politiche presso l'American University del Cairo, in Egitto esiste un «grande consenso» fra i membri della «leadership e quelli dell'opposizione sulla necessità di avviare riforme». Tuttavia, in questa convention non si è parlato di riforme politiche (come l'abolizione delle leggi d'emergenza e una normativa trasparente sulle licenze ai nuovi partiti), ma solo di un piano di riforme economiche. Il fatto che il popolo non abbia strumenti per esprimere pacificamente la propria volontà, osserva Makram-Ebeid, costituisce un pericolo per il regime e per i cittadini. Insomma, il piano di riforme presentato rimane puramente «cosmetico» e inadatto a produrre «reali cambiamenti verso la democratizzazione».

    * Mona Makram-Ebeid è la prima donna che punta a diventare segretario di un partito politico, l'Hizb Al-Ghad ("Partito di domani"), che si batte per trasformare il Paese in una Repubblica parlamentare e in una «democrazia multipartitica», con l'obiettivo di costituire un'opposizione liberale. Il futuro partito, di 2 mila iscritti, raccoglie l'eredità del partito egiziano Wafd, formazione liberale che emerse negli anni Trenta e portò all'indipendenza dell'Egitto. Il Tribunale del Cairo il 25 settembre deciderà sulla legittimità della nascita del nuovo partito.

    Fonte: Adnkronos

    Turchia, dentro o fuori?

    «La mia conclusione è che non ci sono più ostacoli sul tavolo: per me non ci sono più condizioni che la Turchia debba rispettare per consentire la raccomandazione della Commissione europea al suo ingresso nell'Unione». Lo ha affermato il commissario Ue all'Allargamento Guenter Verheugen in una conferenza stampa al termine del suo incontro con il premier turco Recep Tayyip Erdogan. La Turchia ha fatto «i suoi compiti» ed ha «soddisfatto i criteri politici di Copenaghen» e quindi «non c'è ragione per non ricevere una risposta positiva», ha detto il premier turco.

    «Permangono ancora molti dubbi, io credo che la Turchia non sia pronta ad iniziare i negoziati per l'adesione». Così, invece, il capogruppo dei Popolari al Parlamento europeo, Hans Goert Poettering.
    Un ulteriore allargamento alla Turchia non sarebbe «ragionevole» per Laurent Fabius (Socialisti francesi). Per il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder ci vorranno 10-15 anni per l'adesione e sull'avvio dei negoziati seguirà il parere della Commissione.

    Fonte: Ansa

    Proposition 71. La California a caccia di nuove frontiere

    Il 2 novembre i californiani sono chiamati al voto anche su un referendum per decidere se il loro Stato debba spendere o meno 3 miliardi di dollari in 10 anni per la ricerca sulle cellule staminali, comprese quelle embrionali, il cui studio non riceve il supporto dei fondi federali dall'amministrazione Bush.
    Fonte: New York Times

    Massima pressione

    «L'unica certezza è che il sequestro delle due Simone è parte integrante di una strategia del terrore che mira a costringere le forze europee a ritirarsi dall'Iraq, per isolare gli Stati Uniti e agevolarne la sconfitta».
    Magdi Allam, Corriere della Sera
    Il governo parla di «terrorismo mediatico», i messaggi che annunciano lo sgozzamento delle due Simone sarebbero inattendibili. Io comunque credo che purtroppo non abbiano scampo e che potrebbero anche essere morte da giorni.

    Tuesday, September 21, 2004

    Bush all'Onu: «I have faith in the transforming power of freedom»

    Anche l'intervento di oggi all'apertura della 59ma assemblea generale dell'Onu fa parte di quella numerosa serie di discorsi in cui il presidente Bush enuncia una politica estera interventista ed idealista. Bisogna dire che nei fatti l'amministrazione non ha sviluppato sempre con coerenza questa linea, rimasta talvolta sulla carta, talvolta oscillante, altre volte apparsa non sincera fino in fondo. Oltre ai tentennamenti e alle divisioni interne, si aggiunge la scarsa "sensibilità" che spesso gli uomini di questa amministrazione hanno dimostrato proprio all'atto decisivo di dotarsi degli strumenti e delle strategie adeguati a perseguire questa linea "neo-wilsoniana" (e neocons).
    Di seguito una selezione di alcuni passaggi del discorso di Bush.

    Un fondo per l'avanzamento della democrazia
    «Because I believe the advance of liberty is the path to both a safer and better world, today I propose establishing a Democracy Fund within the United Nations. This is a great calling for this great organization. The fund would help countries lay the foundations of democracy by instituting the rule of law and independent courts, a free press, political parties and trade unions. Money from the fund would also help set up voter precincts and polling places, and support the work of election monitors».
    Una nuova definizione di sicurezza, basata non su equilibri di potere ma sull'avanzamento dei diritti umani
    «In this young century, our world needs a new definition of security. Our security is not merely found in spheres of influence, or some balance of power. The security of our world is found in the advancing rights of mankind. (...) We know that free peoples embrace progress and life, instead of becoming the recruits for murderous ideologies».
    La «fede nel potere trasformatore della libertà»
    «Because we believe in human dignity, peaceful nations must stand for the advance of democracy. No other system of government has done more to protect minorities, to secure the rights of labor, to raise the status of women, or to channel human energy to the pursuits of peace. We've witnessed the rise of democratic governments in predominantly Hindu and Muslim, Buddhist, Jewish and Christian cultures. Democratic institutions have taken root in modern societies, and in traditional societies. When it comes to the desire for liberty and justice, there is no clash of civilizations. People everywhere are capable of freedom, and worthy of freedom».
    Il nuovo approccio in Medio Oriente: la promozione della «stabilità» ha prodotto solo «oppressione», serve la promozione della «libertà»
    «These two nations [Iraq e Afghanistan, n.d.r.] will be a model for the broader Middle East, a region where millions have been denied basic human rights and simple justice. For too long, many nations, including my own, tolerated, even excused, oppression in the Middle East in the name of stability. Oppression became common, but stability never arrived. We must take a different approach. We must help the reformers of the Middle East as they work for freedom, and strive to build a community of peaceful, democratic nations».
    Il passaggio contro la «clonazione umana»
    «... the U.N. will consider a resolution sponsored by Costa Rica calling for a comprehensive ban on human cloning. I support that resolution and urge all governments to affirm a basic ethical principle: No human life should ever be produced or destroyed for the benefit of another».
    All'assemblea generale la storia si ripete ogni anno. Bush prepara belle parole, tutti applaudono, poi durante il resto dell'anno remano contro.

    Bisogna decidere in fretta

    Cioè, fatemi capire: oggi l'Iran ammette candidamente, in modo ufficiale, di aver ripreso l'arricchimento di 37 tonnellate di uranio utilizzabili per 5 testate nucleari, ma nel frattempo il direttore dell'Aiea assicura di stilare il suo report solo entro novembre, cioè fra più di due mesi, per trovare "prove concrete"?
    Siamo davvero al ridicolo, di fronte ad un regime che si vanta di aver violato un trattato internazionale, anziché procedere per discutere le sanzioni si cercano prove per verificare ciò che già rivendica!

    Monday, September 20, 2004

    I referendum uniscono... sia prima che dopo il voto

    Prodi giustifica così il suo "NO" al referendum sulla fecondazione assistita: «Dilanierebbe il paese».
    Ebbene, primo, secondo gli ultimi sondaggi il Paese è molto più unito su questo tema che su altri, se oltre i 2/3 voterebbero "SI", quindi contro la legge 40. Secondo, un Paese democratico e civile, non di pecoroni abbrutiti, si unisce quando dibatte e cerca risposte - anche diverse - a domande comuni.
    In realtà, l'uscita di Prodi dimostra che prosegue quella sudditanza della sinistra italiana nei confronti delle gerarchie vaticane, e quella remora ad affrontare battaglie laiche che caraterizzò per intero la storia del PCI, dalla stesura della Costituzione, passando per divorzio e aborto, fino ai giorni nostri.

    Iran. Quale nuovo approccio?

    Dopo le ridicole dichiarazioni di El Baradei qualche giorno fa, sabato il Consiglio dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) ha approvato una risoluzione in cui intima all'Iran di congelare ogni attività di trattamento dell'uranio e in cui chiede al direttore generale, Mohammad El Baradei, di presentare a novembre un nuovo rapporto, questa volta complessivo (!), sulla natura del programma nucleare iraniano. La risoluzione questa volta è il frutto di un compromesso fra Stati Uniti da una parte, e Francia, Germania e Gran Bretagna (beffate dalle menzogne iraniane) dall'altra.
    Come era prevedibile, oggi il "riformista" Mohammad Khatami ha respinto la risoluzione, rivendicando il diritto dell'Iran allo sviluppo di tecnologia nucleare e denunciando «le pressioni» esercitate «dalle grandi potenze» per «impedire il progresso» raggiunto (!) dall'Iran, che ha dimostrato al mondo come «il suo sistema di democrazia religiosa può funzionare».

    Un editoriale del Washington Post chiede ora una «decisione» sull'Iran ad entrambi i candidati alla presidenza Usa, i quali finora hanno sottratto il tema alla campagna elettorale. L'amministrazione Bush, come spesso gli accade, tentenna: se cercare una soluzione diplomatica insieme agli europei, o se destabilizzare e rovesciare il regime degli ayatollah (regime change). Prima tappa, portare velocemente l'Iran sul banco degli imputati al Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
    Il neocons Michael Ledeen avverte che «l'immobilismo dei nostri leader» permetterà all'Iran di completare il proprio programma nucleare entro un anno.
    «... yet the U.N. issues yet another "deadline" for the end of November, the European Union preens itself on its avoidance of conflict, even with evil, the president speaks bravely but does nothing to support freedom in Iran, and his challenger lets it be known that, if elected, he will offer the mullahs the same misguided nuclear deal that has already failed in North Korea». Leggi
    Circa una settimana fa, il "realista" Council on Foreign Relations ha presentato un rapporto dal significativo titolo «Time for a New Approach», curato, tra gli altri, da Zbigniew Brzezinski, in cui sconsiglia l'approccio del regime change, ma riconosce la necessità di un «nuovo approccio» con l'Iran:
    «The lack of sustained engagement with Iran harms American interests, and direct dialogue with Tehran on specific areas of mutual concern should be pursued. (...) The Islamic Republic appears to be solidly entrenched and the country is not on the brink of revolutionary upheaval," says the Task Force. "Those forces that are committed to preserving Iran's current system remain firmly in control and represent the country's only authoritative interlocutors. The urgency of the concerns surrounding [Iran's] policies mandates the United States to deal with the current regime rather than wait for it to fall».
  • L'intervista all'esperto del Council Ray Takeyh
  • Conferenza stampa del 14 settembre.

  • Cina. Tutti i poteri ad Hu Jintao

    Hu Jintao adotterebbe una politica più aperta alle riforme economiche e meno dura nella gestione di questioni come i rapporti con Hong Kong e Taiwan. Ma com'è noto, con questi regimi tutto è avvolto nel più torbido mistero.
    Completata la prima successione "pacifica" alla guida della Repubblica popolare cinese. Dopo le "dimissioni" Jiang Zemin, Hu Jintao, uno della "Quarta generazione", ha assunto il controllo anche della "fondamentale" Commissione Militare Centrale (Cmc), che garantisce il controllo dell'esercito, divenendo così il nuovo leader incontrastato della Cina. Hu aveva già sostituito il vecchio Zemin alla testa del Partito nel novembre del 2002 e alla presidenza della Repubblica Popolare nella primavera del 2003.
    Ben poco è trapelato ovviamente dalla sessione del Comitato centrale del partito dove è avvenuta la successione e il cui programma ufficiale declamava «come modernizzare e potenziare il potere del Partito comunista», che - tradotto, come dice 1972 - «significa che più di uno, nei palazzi del potere, comincia ad avere seri dubbi sulla reale capacità del Partito di tenere chiuso il coperchio sopra quella pentola a pressione che si chiama Cina».

    Per alcuni analisti, ora Hu avrebbe il futuro della Cina nelle sue mani. Finora dissidi politici di fondo tra Hu e il vecchio Zemin non si sono visti, o meglio, non sono trapelati. Tutto farebbe supporre che le linee fondamentali in politica estera - rapporti con Taiwan e Stati Uniti - e interna - riforme economiche all'insegna del capitalismo e potere saldamente in mano al partito unico comunista - non siano in discussione. Solo ora però Hu avrà modo di sviluppare la sua vera politica. Soprattutto, maggiore decisione nella lotta alla corruzione, che mina il consenso del partito, ma ci sono anche molte attese per migliori standard di vita. Chiarito ora chi comanda, dovrebbero sbloccarsi le tensioni e le resistenze a livello locale. Potrebbe essere più morbida la linea di Hu con Hong Kong e meno minacciosa con Taiwan, ma soprattutto in politica estera non sarà facile introdurre novità visto che rassegnando le sue dimissioni il vecchio Zemin si è preoccupato di assicurare molti buoni posti di potere ai suoi. Al congresso del 2007 la resa dei conti.

    Feroce repressione. Nel frattempo è giunta la notizia che Mons. Giovanni Gao Kexian, vescovo della Chiesa cattolica non ufficiale cinese, un uomo timido e riservato di 76 anni, è morto in una prigione sconosciuta nel nord della Cina. I suoi familiari si sono visti riconsegnare il cadavere alla fine di agosto, senza alcuna spiegazione, in un sacco della spazzatura. Leggi
    Fonte: Asianews
    Oggi i Radicali hanno manifestato davanti all'ambasciata cinese di Roma.

    Darfur. C'è una risoluzione Onu, la prima...

    Undici voti a favore e quattro astensioni (Cina, Russia, Pakistan ed Algeria). E' passata così la risoluzione presentata dagli Stati Uniti, che annuncia possibili sanzioni, anche nel campo del commercio del petrolio, se il Sudan non porrà fine alle violenze e non riporterà sotto controllo le milizie arabe. Decisi inoltre l'ampliamento della forza militare di osservatori dell'Unione Africana, e l'avvio di un'inchiesta sul genocidio e gli altri abusi contro i civili, per i quali il regime di Khartum è stato denunciato.
    Il governo sudanese ha definito «sbagliata» la risoluzione, ma ha promesso di applicarla (?!).
    Per Human Rights Watch un fallimento per quanto riguarda la protezione dei civili.

    Brookings Institution ha pubblicato un interessante report sul Darfur.

    Putin sceglie la via Andropov

    Fonte: National Review

    Saturday, September 18, 2004

    Procreazione assistita: la scelta consapevole può essere l'obiettivo comune

    Finalmente un editoriale più "ragionevole" da Guliano Ferrara sulla procreazione assistita. Qui non voglio contrapporre argomenti ad una posizione che non condivido, ma notare alcuni aspetti. Per prima cosa, l'approccio apocalittico, ma direi più superstizioso, scaramantico, che traspare dalla domanda «qual è il prezzo» dei vantaggi di cui godremo con la fecondazione assistita:

    «Sarà alto, visto che la prestazione è notevole, e determina una svolta di civiltà anche nel rapporto tra il nostro mondo, e il suo sostrato cristiano, e gli altri mondi diversamente sviluppati anche sul piano scientifico e religioso. Ma qual è? Noi sentiamo, come l’editorialista del Corriere, che questo prezzo sarà alto, molto alto, ma non siamo ancora in grado, né sappiamo di altri che abbia nozione esatta della cosa, determinarlo con precisione. Siamo però certi di un elemento o fattore logico: tutto si tiene.»
    Inoltre, la confusione tra ciò che è diritto soggettivo, ciò che è lecito e ciò che invece è proibito dallo Stato. Premesso che l'oscurantismo sta nella legge 40, e non nel porre nel dibattito pubblico questioni e dubbi etico-religiosi (battaglie culturali anche) totalmente legittimi, si tratta di far capire - come ieri sera su Raitre spiegava egregiamente Capezzone - che non si vuole obbligare nessuno a servirsi di cellule staminali o di procreazione assistita, ma si vuole impedire che i legittimi dubbi di molti (?) condannino potenzialmente tutti ad una vita di dolore "certa".
    Ma a ben vedere lo stesso Ferrara sembra non voler correre il rischio di impedire la nascita di un bimbo sano o la cura di un malato cronico per i suoi pur legittimi dubbi etico-religiosi fondati sul timore per un prezzo da pagare che si prevede «alto», ma ancora non identificato, e che ha piuttosto il sapore del timor vacui.

    «C'è forse un'alternativa, anzi c'è senza forse, all'impossibile progetto di leggi che abbiano una funzione ed efficacia retroattiva nella storia, che cancellino in forma reazionaria il frutto proibito del moderno, acquisito e coccolato dall'occidente insicuro e ambizioso. L'educazione alla realtà, il rimettere in discussione il già noto e accettato (...) Dove il divieto legale o canonico, frontiera e simbolo di cui è comunque dubbio l'umanità possa fare a meno, ha irrevocabilmente ceduto, ecco che può soccorrere il discorso pubblico, l'assunzione di responsabilità nella sfera educativa e della cultura. All'impossibile dogmatica di leggi proibizioniste, sostituire la possibile dialettica della conoscenza...»
    Abbandonando quindi la strada impraticabile del «divieto legale o canonico» oscurantista, concordo che bisogna abbattere il "divieto" altrettanto pericoloso del «conformismo» e dell'«ignoranza», per «imporre», attraverso il dibattito pubblico, il confronto, la conoscenza, la ragione, «le condizioni di una vera libertà di scelta».
    Se scelta deve essere, che questa scelta sia la più consapevole su rischi, dubbi, illussioni, vantaggi.

    L'Onu di Annan è illegale

    I fallimenti dell'Onu - impotente nel Darfur, beffata dall'Iran e dalla Corea del Nord, corrotta da Saddam - costringono il barboncino nero Kofi Annan ad attaccarsi agli unici amici rimasti: i pacifisti. L'unica cosa illegale - e vergognosa per l'Onu - nella vicenda irachena è che Saddam sia rimasato al potere così a lungo dopo aver violato una decina di risoluzioni e nonostante rappresentasse oggettivamente un pericolo per il Medio Oriente e la stabilità mondiale.

    Intanto, la Heritage Foundation si interroga sulla credibilità della Commissione che indaga sullo scandalo Oil for Food.

    Thursday, September 16, 2004

    Ragionamento neocons sulla "svolta" di Putin

    Robert Kagan sul Washington Post.
    «Vladimir Putin, the aspiring dictator of Russia, has forced President Bush to reveal how committed he really is to the cause of democracy around the world. (...) Putin has had these plans ready for months. He is cynically using the horrific terrorist attack in Beslan as his excuse. The question now: Does President Bush care about the fate of democracy in Russia?»
    Kagan invita Bush a non tentennare e a denunciare le manovre di Putin: «Some will argue, and Bush may feel, that Putin is "with us." But now Bush needs to make a different calculation. Putin is not really "with us." With Russians confronting vicious terrorists, Putin is consolidating his own power. How, exactly, does that help us win the war on terrorism?»
    No, gli Stati Uniti non possono mantenere un "doppio standard": chiudere un occhio sulla Russia sarebbe un regalo per quanti sono ostili alla democrazia in Medio Oriente, perderebbero credibilità quanti stanno lottando per essa, un danno proprio all'elemento centrale della guerra di Bush al terrorismo.
    Inoltre, una dittatura in Russia è pericolosa per gli Stati Uniti almeno quanto una dittatura in Iraq.

    «If Bush denounces Putin, we will pay a price. If he goes further, as he should, and begins taking tangible actions in the economic and political spheres to express U.S. disapproval of Putin's latest moves, we may suffer a loss of Russian cooperation». Sono rischi che è necessario correre, conclude Kagan. Jimmomo condivide queste considerazioni.
    Sulla Cecenia anche lo screditato Chris Patten apre gli occhi. Questi funzionari europei hanno passato troppo tempo a scaldare le loro poltrone, non sono più credibili e autoriciclabili per nuove politiche, anche se corrette.
    Fonte: Ceceniasos

    Io mi propongo

    Bruno Vespa inaugura il reality show politico. "Una giornata particolare": due rappresentanti politici di alto livello (uno della maggioranza e uno dell'opposizione) passeranno 24 ore con due "persone comuni" scelte tra i rispettivi elettori. Stralci dei filmati di questa giornata, poi, arricchiranno la puntata di Porta a Porta dove i due politici e i quattro elettori si confronteranno insieme ad altri ospiti.
    Eccomiiiiii!!!

    Kofi ristretto. Si è bevuto il cervello

    Illegale è la sua Onu, che ha truffato gli iracheni facendo affari con Saddam e non ha rispettato le sue stesse risoluzioni (10).

    Che «brutte soddisfazioni»

    Innanzitutto la considerazione più scontata: il signore seduto in tribuna d'onore (!) che ha colpito l'arbitro Frisk è un criminale, come tale va trattato, ed è colpevole di un danno gravissimo, forse irrimediabile per la Roma, in una fase delicatissima della sua storia societaria. Ma chi ama la Roma non può fermarsi a questi fatti evidenti a tutti.

    Primo, la squadra. Quest'anno è composta da adolescenti, il loro valore non è in discussione, ma si avverte la mancanza dell'esperienza e la maturità di Samuel ed Emerson.
    Secondo, Voeller. E' un signore e ce l'ho nel cuore, ma ha già fatto rimpiangere Capello. Ha aperto con Cassano una crisi già alla prima giornata e alla vigilia di una delle partite più importanti della stagione della Roma. Oltre al fatto che per Cassano si è trattato della prima espulsione in campionato, un gesto di reazione sciocco ma come se ne vedono tanti, e oltre al fatto che con la rosa di quest'anno non si può rischiare di gestirlo male e perderlo, la durezza di Voeller nell'escluderlo dalla partita di ieri, invece di essere da esempio per la squadra, l'ha innervosita, tanto che Mexes ha compiuto un'ingenuità ben più grave, perché non provocata. Capello più pragmatico, Voeller unfit for command.
    Terzo, una missione per Frisk. Ogni settimana critichiamo gli arbitri italiani, poi quando uno come Frisk viene designato proprio all'Olimpico, proprio per Totti, proprio per il rientro della Roma in coppa, con cui ha un conto aperto, tutto va bene e non se ne parla. Appena l'ho visto in campo ho capito che tutto liscio non sarebbe andato: nuovo biscotto svedese? Frisk è l'arbitro che nella rissa scatenata due anni fa dai giocatori del Galatasaray all'Olimpico (partita arbitrata scandalosamente consentendo gli interventi violenti dei turchi in campo) vide tre giornate di squalifica per Totti, Cassano e Lima (l'unica giusta), una per Batistuta e Capello (?) e una per il campo, mentre nessun provvedimento colpì i giocatori turchi che si avventarono su Lima e aggredirono persino i poliziotti mentre li scortavano nel sottopassaggio, dando così inizio alle danze (la ricostruzione di Raisport). Anche nella gara di ieri Frisk, come fosse la sua missione, ci ha messo del suo, permettendo alla Dinamo la strategia deliberata di massacrare di botte Totti, con calcioni da dietro che ne hanno subito compromesso la prestazione. Totti non ha reagito, ha commesso un solo fallo, intervenendo in ritardo, per il quale è stato subito ammonito. Poi l'espulsione di Mexes, sacrosanta. Peccato che però - dalla diretta Sky mi è sembrato evidente - Frisk non avesse visto niente perché stava fischiando la fine del primo tempo rivolto alla tribuna nei consueti gesti di tutti gli arbitri. Poi si è affrettato ad estrarre il rosso, per consultarsi solo successivamente con il guardalinee, che era comunque dalla parte opposta del campo. Io sostengo che non ha visto Mexes colpire l'avversario.

    Non c'è niente da fare, il destino dei romanisti - come perfettamente sintetizzato dalla mia ragazza ieri sera - è quello di vivere queste «brutte soddisfazioni».
    Sulle tribune vip-cafonal romane, segnalo l'editoriale su Dagospia.

    Wednesday, September 15, 2004

    I fantasmi di Putin: URSS

    Il commento sulla svolta autoritaria «Soviet-style» preparata da Putin dopo la tragedia di Beslan, con tutti i poteri accentrati al Cremlino, è del Christian Science Monitor.
    E di nuovo l'Europa parla a sproposito. Poche ore dopo Beslan, quando c'era da condannare e basta il terrorismo, chiedeva goffamente «spiegazioni» a Putin dopo anni di silenzi-assenzi sulla sua politica in Cecenia. Oggi, mentre Colin Powell si dice preoccupato e definisce in modo netto le decisioni di Putin «un passo indietro», mentre dal Dipartimento di Stato Usa attendono con ansia di poter discutere le riforme con i funzionari russi, Bruxelles non sa far altro che definirla «una questione interna», ma da tenere d'occhio.

    Serio, il segretario di Stato Usa alla Reuters: «In effetti è una marcia indietro dal punto di vista delle riforme democratiche, come era gia successo in passato, e la comunità internazionale ne è consapevole. Siamo d'accordo sulla necessità di combattere il terrorismo... ma nella lotta contro i terroristi penso ci voglia un equilibrio corretto per non allontanarsi dalle riforme democratiche o dal processo democratico».

    Stesse parole dal vice Richard Armitage: «Si tratta di un passo indietro sul cammino della trasparenza che speravamo la Russia avesse l'intenzione di continuare a percorrere». Gli Usa, ha precisato il portavoce Richard Boucher, «sono solidali con la Russia nella guerra contro il terrorismo» e sono «pronti a lavorare» con Mosca.

    Fonte: Reuters

    L'Aiea sempre più nel ridicolo, l'Iran ne approfitta e beffa l'Ue

    La domanda è: ora come reagirà l'Europa beffata?
    E' bene che si cominci a dirlo, perché tra poco sembrerà un nuovo complotto della cricca neocons. L'Iran ha mentito al mondo, alla comunità internazionale rappresentata dall'Agenzia per il controllo dell'energia atomica, a Francia, Germania e Gran Bretagna che si erano illuse di ammorbidire gli ayatollah con la politica dell'appeasement.
    L'Iran ha candidamente annunciato di voler iniziare a "processare" 37 tonnellate di uranio - da cui si potrebbero trarre circa 100 chili di combustibile fissile arricchito per 5 cinque testate nucleari da 10-15 chilotoni - violando l'accordo (già disconosciuto dal nuovo Parlamento radicale) che nell'ottobre del 2003 raggiunse all’Aiea con Gran Bretagna, Francia e Germania. Ora tutto è più chiaro: l'intento iraniano era di aggirare le pressioni di Washington e Israele trattando soltanto con gli europei, ai quali promise la sospensione dei programmi nucleari finché gli ispettori dell'Aiea non avessero comprovato che i programmi erano limitati ad usi civili.

    Ma da ottobre è apparso sempre più evidente l'opposto. Nonostante gli stessi ispettori abbiano riscontrato emissioni incompatibili con usi civili e coerenti con programmi militari, El Baradei, capo dell'Aiea, si affretta a correre in soccorso di Teheran e dice di non poter assicurare di avere pronto il suo dossier per novembre. La cantilena è la stessa: nessuna prova concreta, certo non tutto è chiaro, ma serve tempo, bla bla bla. Il 31 ottobre però è il termine fissato da Usa ed Europa prima di portare la questione del nucleare iraniano in Consiglio di Sicurezza e minacciare eventuali sanzioni. Oltre ad un probabile veto russo di fronte a tali iniziative, l'Iran sa così di avere il tempo dalla sua parte, un sostanziale via libera dall'Aiea. In Israele ridono dell'Europa. Come reagirà alla beffa? Nuovi strappi con gli Stati Uniti?

    L'unica soluzione del problema iraniano è il regime change, da perseguire con le armi dell'attrazione di massa anziché con gli eserciti e le bombe, ma è l'unica politica: presto.

    Tuesday, September 14, 2004

    Lui sa come fare, fidatevi

    Devo capovolgere un'opinione che espressi qualche tempo fa. Capita anche questo sul mio blog, abituatevi.
    Romano Prodi non rappresenta per Berlusconi l'unica chance di essere rieletto, ma è l'unica possibilità che il centrosinistra ha di vincere. Ascoltando questa intervista - non la visione politica che offre ma la strategia che propone al centrosinistra - ho capito che la sa lunga.
    Vuole le primarie per legittimare la sua leadership, per appassionare i militanti nella contesa e galvanizzarli poi sulla candidatura vincente; vuole chiarire prima i lati oscuri del centrosinistra per dare credibilità e stabilità alla coalizione e per evitare di finire impallinato alla prima mossa; vuole più potere dei singoli partiti e astutamente se ne tiene al di sopra per costruirsi un'immagine di «federatore» e "pacificatore" del centrosinistra; vuole che la coalizione si batta non contro Berlusconi, ma «per il cambiamento economico e politico del Paese»; vuole puntare tutto su programma e uomini convincenti, sbarazzandosi dell'ossessione che paralizza la sinistra, Berlusconi. Ecco la ricetta per vincere: «10% non nominare Berlusconi; 20% critica all'azione del governo; 70% programma e uomini».
    Ecco, io credo che questa sia l'unica strada giusta, se qualcuno là a sinistra non vorrà azzoppare il cavallo vincente.

    Dovete stare moooolto attenti. Hal non scherza

    «Senti, Hal, non c'è mai stato alcun caso di errore commesso da un calcolatore della serie Novemila, vero?».
    «Nemmeno uno, Frank. La serie Novemila ha sempre fornito prestazioni perfette».
    «Beh, naturalmente conosco le meravigliose capacità della serie Novemila, ma... sei proprio sicuro che non si sia verificato nemmeno il più insignificante errore di calcolo?».
    «Mai, neanche uno. In tutta franchezza io non mi preoccuperei tanto».
    «Vuoi pure queste, ....ino vuoi pure queste, vuoi pure queeeeste, ....ino vuoi pure queeesteeee».
    Ciascuno ha il suo Moggi, ciascuno ha il suo Giraudo.

    Thursday, September 09, 2004

    Risate da fast food americano

    Nessuna risata è più facile, infantile e "stupida", banale direi, di quando (di solito) ci scappa da ridere vedendo qualcuno inciampare e cadere goffamente. Questa l'ironia, la satira con la quale Michael Moore "strazia" il presidente Usa George W. Bush nel suo ultimo "documentario", Fahrenheit 9/11. Bush può davvero essere un "deficiente", un unfit for command, ma a tutti capita di inciampare, o no? Almeno così è congeniata, tra menzogne e forzature fin troppo evidenti, la prima parte del film, comunque a tratti esilerante. Nella seconda invece è semplicemente di cattivo gusto l'uso strumentale e la banalizzazione che viene fatta del dolore delle vittime della guerra e delle immagini più cruente della battaglia. Tutto al solo scopo di far capire qualcosa di cui ci rendiamo bene conto: la guerra è una schifezza. Il succo è che Bush e la sua cricca sono tenuti per le palle dalla famiglia reale saudita e dalla famiglia Bin Laden. Per questo dopo il 9/11 non ha attaccato l'Arabia Saudita, ma prima l'Afghanistan (per gli oleodotti) e poi l'Iraq (per arricchire Halliburton e Carlyle). Insomma, la solita solfa trita e ritrita, nulla per cui irritarsi più di tanto. Per di più gli americani nel complesso ne escono bene. Il film è gradevole, in fondo sciocchino, direi infantile, ma costruito astutamente come business.

    Così all'uscita mi è scappato di dire all'indirizzo dei miei compagni di serata: «Insomma, non esiste un "caso America"». Non l'avessi mai detto. Il Former MEP si è subito dissociato denunciando l'evidente degrado della democrazia americana di questi tempi, un pericolo anche per un futuro di democrazia e sviluppo per miliardi di persone. Vedere le avide corporation comprare i voti dei congressmen a discapito di molti temi cari alla maggior parte dei cittadini Usa (diritti individuali e promozione della democrazia) fa tremare i polsi. Persino google e yahoo fanno affari in Cina calpestando i diritti dei cinesi oppressi dalla dittatura e gli stretti rapporti economici Usa-Cina non fanno che indebolire l'attenzione sui diritti umani che «c'era una volta».

    Già, "c'era una volta un bambino cattivo e uno buono". A parte che "una volta" non era così diverso, tutte queste questioni indubbiamente esistono, ma da qui a sostenere che esiste un "caso America" e che la politica, Radicale per giunta, deve innalzarlo a priorità mi sembra davvero eccessivo. La competizione tra gruppi d'interesse per influire sui processi decisionali è linfa vitale per le democrazie liberali, così come lo spietato ruolo di watchdog dei media e quello di un'opinione pubblica matura ed articolata in centinaia di migliaia di influenti associazioni. A meno che non si voglia negare che proprio negli Stati Uniti questi elementi coesistono più che in ogni altro Paese. Né mi risulta che i rapporti economici, anche i più vantaggiosi e cinici, tra una democrazia e una dittatura, abbiano precluso dei cambiamenti, anzi forse hanno spesso contribuito a porvi le premesse. Gli Stati Uniti potrebbero certo essere più aggressivi nella promozione della democrazia e i diritti umani (anche se i più le rimproverano proprio il fatto di esserlo), ma la loro politica con la Cina - nonostante il cittadino americano forse ora ha altre legittime priorità - non mi sembra tra le più tenere; numerosi think tank studiano ed elaborano scenari su tensioni e conflitti dell'immediato futuro che ricevono l'attenzione dell'establishment. Né riconoscere quel tanto di realismo che regge le relazioni internazionali significa vendersi al diavolo. Detto ciò, il monitoraggio delle democrazie avanzate è lavoro necessario da affidare ad una Organizzazione mondiale delle democrazie, perché nulla è acquisito per sempre nella storia umana. Tuttavia, la politica è anche saper individuare delle priorità, altrimenti si rimane intrappolati nella denuncia globale e non si è in grado "incasellare" una dopo l'altra azioni politiche concrete.
    La discussione si è protratta fin troppo. Insomma io volevo solo dire che se in un clima di antiamericanismo dilagante ci mettiamo ad indicare gli Stati Uniti tra i primi problemi, rischiamo di scivolare su un terreno pericoloso (e già percorso a sufficienza). Ciò non significa chiudere gli occhi su quanto succede oltreoceano, ma avere coscienza del contesto politico in cui siamo e aggrapparci ad alcune certezze, non per cedere ad una debolezza, ma per aiutarci a vedere meglio gli obiettivi più urgenti.
    Fuori dal cinema ho tirato quindi un sospiro di sollievo perché il film di Moore mi pare lontano dal poter truffare chiunque abbia un minimo di buon senso.

    Ultima nota: nel nostro immaginario collettivo attribuiamo spesso agli Stati Uniti un potere d'influenza sugli eventi del mondo che di fatto non hanno e sottovalutiamo invece la costante e incisiva azione di attori internazionali che sono molteplici, incontrollabili, e - peggio ancora - per noi invisibili.

    Il muro è flessibile, i kamikaze non tanto

    Ariel Sharon, in linea con la sentenza dell'Alta Corte israeliana, decide di spostare la barriera difensiva per recare il minor danno possibile ai cittadini palestinesi.

    Darfur. Adesso quale sinonimo inventeranno a Bruxelles?

    Il segretario di Stato Usa Colin Powell ha dichiarato oggi, durante una testimonianza davanti ad una commissione del Congresso a Washington, che «è stato commesso un genocidio» nella regione sudanese del Darfur.
    Fonte: Ansa

    Wednesday, September 08, 2004

    Visto Fahrenehit 9/11 di Michael Moore. A domani un breve commento e gli strascichi polemici della serata.

    La tragica illusione degli arcobaleni

    Un ponte... da cui gettarsi
    L'appello dell'organizzazione a cui appartengono le due donne italiane rapite in Iraq - un grazie all'«indignazione» di 1972 - è purtroppo delirante. Un'illusione folle da cui l'ideologia pacifista non si risveglia. Ci si rivolge ai terroristi come a "compagni" che sbagliano dicendo: «Siamo contro la guerra e contro l'America, non possiamo essere noi gli obiettivi del terrorismo, le "due Simone" meritano un trattamento speciale, avete sbagliato obiettivo». Se si devono rilasciare gli ostaggi francesi, o pacifisti, non in nome del base principio di umanità, ma in nome della politica francese o della militanza sotto l'arcobaleno, allora significa giustificare l'uccisione di ostaggi i cui governi fanno diverse politiche o che dissentono dalla posizione pacifista.
    Ed è un ragionamento francamente vergognoso. Detto ciò, continuiamo a sperare di cuore che almeno serva alle due Simone.

    Refusing to look a cult of death in the face

    L'articolo di David Brooks uscito sul New York Times ieri.

    «Se ami i bambini e li piangi, devi avere qualcosa di chiaro da dire e da fare riguardo a chi li ha fucilati nella schiena mentre scappavano, dopo averli tenuti prigionieri e assetati per due giorni».
    Il Foglio
    «Per avere il diritto di giudicare Putin, bisogna dire con chiarezza che lo si vuole giudicare non perché la sua azione assomiglia a quella di Bush, ma proprio perché si differenzia in modo negativo da quella di Bush, come si evince facilmente dal paragone tra Grozny e Najaf, o semplicemente dal numero delle vittime civili in Cecenia e in Iraq».
    Gianni De Michelis (Fonte: Ansa)
    Leggi anche su Slate Christopher Hitchens e sul New York Sun Daniel Pipes, che se la prende con i media per i loro disperati e maldestri tentativi di non chiamare i terroristi con il loro nome.

    La tragica illusione dei non belligeranti

    «Di fronte all'attacco a due concittadini, la Francia, unanime, risponde: "Noi non lo meritiamo, ci dovete un trattamento speciale. Noi non abbiamo mai approvato la guerra in Iraq, noi conduciamo in medio oriente una politica favorevole alla sovranità irachena e alla sovranità palestinese. Ci dovete ricompensare: rilasciate gli ostaggi, avete sbagliato obiettivo". No, purtroppo, per la Francia non è la fine dell'innocenza. All'indomani dell'assassinio di un giornalista italiano, la Francia rivendica uno statuto speciale.
    ...
    Hamas e Arafat non hanno condannato che vengano presi in ostaggio e uccisi dei civili, ma che vengano presi in ostaggio dei francesi, militanti contro la guerra. E non solo il governo francese, pienamente sostenuto dai media, accetta questo tipo di ragionamento, ma lo fa proprio per bocca del ministro degli Esteri. In un'intervista ad al Jazeera, Michel Barnier ha ben spiegato che gli appelli alla liberazione degli ostaggi arrivati dall'insieme dei paesi arabi e musulmani, di qualsiasi sensibilità e orizzonte, premiano "quello che fa da lungo tempo la Francia nella regione, in Iraq e in Palestina, per la dignità, la libertà e la sovranità dei popoli". Lo stesso ministro degli Esteri ha reclamato la liberazione degli ostaggi facendo riferimento alla politica francese, dissociandosi in questo modo da tutti gli altri paesi i cui cittadini hanno subito o subiranno la stessa sorte, nepalesi, americani, inglesi o italiani. Sono sbalordito che si possa ricorrere al bel principio della libertà e della sovranità dei popoli, nel momento stesso in cui si dice alla forza bruta: "Sono dalla tua parte, hai sbagliato obiettivo". Questa è la Francia di oggi: più agisce come Pétain, più prende arie da De Gaulle».
    Alain Finkielkraut

    Lento risveglio dopo Beslan

    Giuliano Amato scuote il centrosinistra. Apre così Massimo Giannini la sua intervista su Repubblica all'ex presidente del Consiglio.

    Basta con le ambiguità, basta con le divisioni, basta con le "zone grigie".
    «La tragedia di Beslan è un ineludibile richiamo per tutti noi. Di questo terrorismo non si può non essere nemici. Quali che siano gli errori che vengono commessi nel fronteggiarlo».
    Chiedere «onestamente» al presidente Putin «se davvero si sia agito in modo da evitare tante vittime» è legittimo, ma c'è un ma: deve presupporre «il preventivo riconoscimento del nemico comune da sconfiggere, cioè il terrorismo». Cosa che purtroppo nelle maldestre dichiarazioni del ministro olandese non è avvenuto.

    Osserva Giannini:
    Il guaio è che, soprattutto a sinistra, non è del tutto condiviso questo "preventivo riconoscimento del nemico comune". Viene sempre prima la critica alle colpe dell'Occidente, di Bush, in quest'ultimo caso di Putin.
    «Questo è l'altro corno del problema, che riguarda la nostra metà del campo. Si continua a non capire che una cosa sono gli errori commessi nella lotta al terrorismo, una cosa sono le ragioni di cui il terrorismo si avvale come alibi per costruirsi una base di consenso, e tutt'altra cosa sono gli atti e i crimini inammissibili che esso commette. E si continua a non capire che ci sono momenti in cui bisogna prendere una posizione e una sola. E bisogna affermare con forza "questo è comunque inammissibile"».
    Ancora oggi, a sinistra si condanna il massacro di Beslan ma si ripete che è colpa di Putin.
    «Lo so. Ho letto anche i giudizi, comprensibili dal suo punto di vista, di uno come Maskhadov, che ricorda le atrocità commesse dai russi sui ceceni. Ma è un atteggiamento profondamente sbagliato. Lo vogliamo capire che questo modo di ragionare crea solo un clima di giustificazionismo? Lo vogliamo capire che noi dobbiamo saper distinguere gli errori dei politici dalla condanna di atti che comunque in quegli errori non possono e non devono trovare attenuanti? Dobbiamo dirlo, senza esitare, senza distinguere: in nome di dio e degli uomini, non è possibile in nessuna parte del mondo uccidere bambini e cittadini inermi. Chi fa questo è comunque fuori dalla convivenza umana. (...) non è sempre vero che gli atti di terrorismo sono figli della disperazione. Il terrorismo, in verità, sfrutta la disperazione, e compie sempre più spesso atti che sono figli di un cieco fanatismo e di una feroce ideologia, che si organizza perché tutto questo accada».
    L'ambiguità della sinistra da superare consiste nel «prendere sempre due posizioni insieme, trasformando in attenuanti fatti e circostanze che in nessun caso lo sono. (...) nessuna critica deve essere formulata come se fosse un'attenuante nei confronti del nemico comune».
    Leggi tutta l'intervista (la Repubblica, 7 settembre 2004)

    Tuesday, September 07, 2004

    Salvatele!

    Uomini, donne, bambini, civili, pacifisti, francesi, giornalisti, politici, medici e volontari. Non importa cosa facciamo, basta essere occidentali, basta quello che siamo, per divenire obiettivo dei fondamentalisti islamici. Nazismo al 99% sull'etichetta.

    Per gli Stati Uniti quello ceceno rimane un problema politico

    Gli Stati Uniti si uniscono alla Russia contro il terrorismo ceceno, o meglio arabo-ceceno. «Siamo tutti uniti di fronte al terrorismo di questa specie», ha detto il segretario di Stato Colin Powell rispondendo alle domande dei giornalisti al Dipartimento di Stato. «Gli estremisti cercano di terrorizzare vite innocenti ovunque nel mondo. Non ci possono essere lasciapassare nella lotta contro il terrorismo, né nei confronti di Paesi, né nei confronti di individui. Il mondo civile deve restare all'offensiva», sono state le parole di Donald Rumsfeld.
    «Prendere ostaggi bambini, ucciderli in questo modo terribile deve essere condannato senza condizioni», ha detto Powell, né spiegazioni, se per anni non si sono chieste per i crimini russi in Cecenia, aggiungerei. Powell e il suo vice Richard Armitage si sono recati oggi all'ambasciata russa a Washington per firmare il registro delle condoglianze per la tragedia di Beslan.
    Ciò detto a Washington sembrano non ignorare il problema ceceno. L'amministrazione ha espresso divergenze con la Russia, al contrario di Putin è convinta che solo una soluzione politica possa por fine alla crisi.
    La Casa Bianca inoltre ha lasciato aperta la possibilità di incontri tra funzionari americani e ceceni non collegati ai terroristi e di recente gli Stati Uniti hanno concesso asilo politico ad Akhmadov, ministro degli Esteri indipendentista autore di un piano di pace.
    Fonte: Ansa

    Le cellule staminali e la procreazione assistita salvano la vita

    Ma qui in Italia sono bandite per legge. Il ministro Sirchia si è affrettato a festeggiare lo storico risultato, evitando però di dire che è stato ottenuto aggirando la legge italiana sulla procreazione assistita. I due gemellini da cui sono state prelevate le cellule staminali placentari sono "nati" in Turchia per salvare il fratellino Luca, ma senza procreazione assistita, e indagine preimpianto dell'embrione (vietato dalla legge), ciò non sarebbe stato possibile. Far nascere un altro bimbo "naturalmente" avrebbe potuto significare il dramma di due figli entrambi talassemici.
    Il ministro Giovanardi ha indovinato il momento sbagliato per accusare i radicali di essere dei nazisti per essere a favore proprio di quella stessa selezione degli embrioni sani e compatibili che ha permesso di salvare il piccolo Luca.
    Il mio pensiero va a quei genitori che non si sono arresi ad una legge barbara, contro la quale i radicali si battono, e ora da un figlio malato si trovano con tre figli sani. Scienza è vita, paura è morte.
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    Sunday, September 05, 2004

    Una sola certezza. L'Europa taccia

    Il Corriere di sabato, qualche sms, 10 min. di internet le uniche fonti di informazione che ho qui da Spalato. Non so se sia o no questo il momento di sottolineare le pagine oscure che ogni tragica vicenda come la strage in Ossezia porta inevitabilmente con se'. Farlo come alcune testate l'hanno fatto, o come alcune cancellerie della "vecchia" Europa e' ipocrita. Un'Europa politicante capace solo di "chiacchiere e distintivo", retorica impotente di chi non sa esprimere alcuna politica al di fuori del proprio dorato ed egoistico isolamento. Per anni proprio chi ora critica la Russia - senz'altro incapace e dai metodi un po' troppo sbrigativi in queste crisi - ha ignorato il problema ceceno e chiuso piu' di un occhio sullo zar Putin. E' tardi ora per impartire lezioni, proprio ora occorre non isolare la Russia, non lasciare che il suo isolamento arresti un processo democratico gia' flebile. Ecco, e' l'unico commento che mi sono sentito di fare con il poco che ho letto, ritenendo fin troppo dolorose le immagini sulle prime pagine dei giornali per aggiungere altro.

    Wednesday, September 01, 2004

    Bol. Isola di Brac

    Qui dove il mare piatto frigge ai raggi lunari e i windsurf si rincorrono su autostrade di smeraldo, qui Jimmomo sferraglia su strade di cavallette impazzite e cura a sale e sole le sue membra. Immerso in una natura strabordante non sa se sia il caso di fare ritorno alla metropoli. Probabilmente non lo e'. Ma tutto sommato anche i supermarket Studenac finirebbero per scocciarmi, che dite?

    Non tutto il contatto con la realta' e' perso. E posso dirvi che non e' adeguatamente valutato il lavoro di Rainews24, che disinforma abilmente all'estero meglio di un qualsiasi Tg regionale di Raitre. Convention repubblicana ridotta a macchietta, interviste ad improbabili opinionisti. Dovrebbe avere piu' considerazione. Polemiche a parte, che me le lascio al mio ritorno, un saluto ai miei amici blogger: mic sempre attento col suo post su Kissinger, mhttk di cui apprezzo la dedizione estiva, robba col suo succoso diario, braind che ha passato troppe ore al sole. Un ciao a presto anche alla redazione... che ferve!