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Monday, May 21, 2007

In onda, ma non nell'arena faziosa di Santoro

Benedetto XVICertamente sì. La Rai dovrebbe mandare in onda "Sex crimes and Vatican", il documentario della Bbc sugli abusi sessuali commessi dal clero cattolico, ma soprattutto sul "Crimen sollicitationis", il documento del 1962 in cui la Santa Sede ordina a tutti i vescovi, pena la scomunica, l'insabbiamento dei casi di violenze di cui fossero venuti a conoscenza.

Si sono subito udite provenire dal quotidiano dei vescovi, Avvenire, le grida preventive. Il tono è quello della minaccia: se venisse trasmesso, lo scontro sarebbe durissimo. Addirittura ai «calunniatori» viene intimato di «chinare il capo e chiedere scusa». A questo punto, però, essendo il video disponibile su internet con traduzione in italiano, e di evidente attualità giornalistica, l'emittente pubblica è in un vicolo cieco: da una parte, trasmetterlo vorrebbe dire aprire un incidente grave con il Vaticano; dall'altra, impedirne l'acquisto, giustificare le denunce di una censura vaticana. Staremo a vedere se i vertici di viale Mazzini si faranno intimidire.

Tuttavia, altrettanto certamente siamo convinti che dare in pasto il documentario della Bbc nell'arena di Santoro sarebbe un clamoroso autogol. L'irritante e inaccettabile faziosità di Santoro renderebbe persino più facile il compito alla "difesa". Il clima da "trappolone" susciterebbe nei telespettatori meno politicizzati una comprensibile, istintiva simpatia per gli accusati di turno. La faziosità è l'arma spuntata, perdente, di chi non crede nella forza dei fatti e non ha stima delle capacità del pubblico. Il documentario dovrebbe essere mandato in onda integralmente, senza interruzioni, e seguito da un dibattito condotto da un giornalista imparziale e corretto, capace di dar voce a tutte le opinioni con le stesse opportunità.

Anche perché il documentario è materiale scottante ma delicato, va trattato con cura. Chi volesse utilizzarlo rozzamente, come una clava, andrebbe incontro a un insuccesso sicuro.

Le accuse più pesanti sono rivolte all'ex Cardinale Ratzinger, oggi Papa, che avrebbe avallato la politica di copertura e segretezza, e fatto applicare le disposizioni del documento, mentre ricopriva la carica di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, emanando persino un seguito in cui si stabiliva che ogni indagine venisse accentrata in Vaticano.

Avvenire ha già abbozzato una strategia difensiva. E' roba «da bidone della spazzatura». L'«istruzione» fu emanata dal Sant'Uffizio nel 1962 e «in quel tempo Ratzinger era ancora teologo in Germania...». Vero, ma per vent'anni Ratzinger ha guidato l'ente ecclesiastico che ha preso il posto del Sant'Uffizio, non revocando, bensì adottando il documento del '62 e ribadendo quelle disposizioni nel 2001.

«Il documento era atto a istruire i casi canonici e portare allo stato laicale i presbiteri coinvolti in nefandezze pedofile... obbligava chiunque fosse a conoscenza di un uso del confessionale per abusi sessuali a denunciare il tutto, pena la scomunica... Ratzinger, diventato più tardi Prefetto della Congregazione, firma una Lettera ai Vescovi dove si prevede che il delitto commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni sia di competenza diretta della Congregazione stessa. Segno della volontà di dare il massimo rilievo a certi reati».

Vero anche questo. Il documento «era atto a istruire», «obbligava a denunciare», stabiliva la «competenza diretta della Congregazione». Ma «denunciare» a chi? Sarebbe sbagliato e facilmente smentibile, infatti, accusare la Chiesa di un generico insabbiamento, o di non aver voluto «dare il massimo rilievo» al fenomeno. Non è questo il punto. Probabilmente le indagini ci sono state e ci sono, le punizioni e i tentativi di sradicare queste pratiche criminali anche.

Il fatto che si contesta è che la Chiesa abbia organizzato una politica mondiale di occultamento di questi casi alle giurisdizioni civili, per non pagare il danno d'immagine e i danni materiali (stimabili in milioni di dollari). Non importa un fico secco quanto la Chiesa sia severa con i suoi membri colpevoli di crimini sessuali. Si può anche non dubitare che lo sia stata e che lo sia.

La domanda è: è legale o no, è giusto o no, che la Chiesa tenga nascosti alla giustizia civile i casi di abusi sessuali di cui i suoi membri si rendono responsabili?

La vera questione non è tanto, o non solo, morale e religiosa, cioè la diffusione degli abusi sessuali commessi da preti cattolici, ma il conflitto tra giurisdizione dello Stato e giurisdizione della Chiesa. Nascondere alla giurisdizione di uno Stato sovrano i crimini commessi dai propri aderenti sul suo territorio è un reato: favoreggiamento.

Il ricatto dei Sindacati: o la borsa o lo sciopero

... e il Governo cede la borsa

Dopo il vertice domenicale a Palazzo Chigi il Governo cala le brache e accontenta le richieste dei Sindacati per il rinnovo del contratto degli statali: 101 euro al mese. Contestualmente è stato deciso che i prossimi rinnovi avranno cadenza triennale e non più biennale. A partire, però, dal prossimo (2008-2010).

Forti le pressioni esercitate dai vicepremier, Rutelli e D'Alema, spaventati dal possibile tracollo elettorale dei loro partiti in caso di sciopero, sul ministro "tecnico" Padoa-Schioppa, che a questo punto per salvare almeno la faccia non potrebbe far altro che dimettersi.

Chissenefrega del rigore sui conti pubblici, di quel cosiddetto "motore riformista" della coalizione - Ds/Margherita - che avrebbe dovuto incarnare la responsabilità e la serietà al governo, se è per evitare uno sciopero scomodo alla vigilia di elezioni amministrative.

I «fondi aggiuntivi» cui si riferisce Nicolais, il ministro della (Dis)Funzione Pubblica, fanno parte del cosiddetto "tesoretto", l'aumento di gettito fiscale affluito nelle casse dello Stato grazie alla "ripresina" dell'anno scorso. Una cifra già esigua e probabilmente una tantum, considerando la politica economica di questo governo, che verrà dispersa in mille rivoli assistenziali e clientelari, senza alcuna possibilità di verifica del rendimento degli investimenti fatti.

A fronte di un "tesoretto" una tantum, l'aumento dello stipendio agli statali bisognerà pagarlo anche negli anni avvenire e a regime il suo peso graverà su una spesa pubblica già fuori controllo. Per di più all'orizzonte non si scorge il minimo criterio di efficienza e produttività cui gli aumenti dovrebbero essere legati. Prima i 101 euro, poi si tratta sulla riforma della pubblica amministrazione, è il molto poco tranquillizzante ricatto del segretario della Cgil, Epifani, che propone al Governo di barattare i soldi, tutti e subito, con una generica disponibilità all'«ascolto» delle proposte di riforma dell'Esecutivo per il pubblico impiego.

Dopo un solo anno di governo siamo già alle regalie elettorali. E per un voto amministrativo che in realtà riguarda pochi capoluoghi. Chissà cosa capiterà quando si avvicineranno ben più importanti scadenze elettorali.

Quali trattative? La resa totale del Governo dimostra che non c'è appello al rigore che tenga. Quando i soldi ci sono, vengono spesi, prevale nei politici l'istinto all'acquisto del consenso pagando il conto con il denaro dei contribuenti. Male o bene non importa, purché si spendano. E il più delle volte è male.

L'indulto, dati alla mano

Prima, seria, dati alla mano, valutazione negativa del provvedimento di indulto. La firma Luca Ricolfi, su La Stampa. Siccome qui, fino a poco tempo fa, abbiamo invece espresso un giudizio cautamente positivo, è corretto evidenziare gli argomenti fondati di segno opposto.

Continuo a pensare che per parlare di fallimento bisognerebbe attendere che il tasso di recidivi tra chi ha usufruito dell'indulto raggiunga quello tra coloro che sono usciti dal carcere dopo aver scontato interamente la pena.

Saturday, May 19, 2007

Oggi è diverso, i colori sbiadiscono

Una volta salutarla così mi avrebbe gettato nel vuoto.
Oggi è diverso, ma è che sono un po' perso per i fatti miei.

When you're gone all the colors fade
When you're gone no New Year's Day parade
You're gone
Colors seem to fade


Buon week end sulle note di questa dolce canzone.

"Colors", di Amos Lee

Lotta dura agli sprechi e alle cause degli sprechi

La Camera dei DeputatiIl libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, "La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili", appartiene senz'altro alla categoria dei libri utili. Raccoglie le loro inchieste per il Corriere della Sera sull'espansione incontrollabile dei costi delle istituzioni. Quirinale, Camera e Senato, Corte costituzionale, regioni, province, comuni e municipi, e migliaia di enti inutili eppure costosissimi. Finanziamenti pubblici ai partiti quadruplicati rispetto a quando furono aboliti dal referendum e "rimborsi" elettorali 180 volte più alti delle spese sostenute. Organici che si moltiplicano, spese di rappresentanza, indennità, autoblu. Una «oligarchia insaziabile» e «intoccabile». Un dossier ricchissimo di dati e impressionante sui costi della politica o, meglio, della non-democrazia.

Tuttavia, queste inchieste, queste denunce, lasciano spesso perplessi per l'incapacità che gli autori dimostrano a compiere il passettino in più, quello di una consapevolezza più politica. Se si vogliono davvero eliminare gli sprechi, i clientelismi, la "casta" dei politici che spremono il paese, allora non bisogna limitarsi a inseguire i furbi - praticamente tutti - a sperare che rinsaviscano, o che arrivi il salvatore della patria a porre limiti, argini o tetti, ma occorre avere il coraggio di individuare il nodo del problema. La soluzione non è mai moralistica, ma di sistema.

Non c'è il politico "buono" e quello "cattivo", c'è un sistema che genera certe pratiche di malaffare. Se il politico ha in mano molti soldi è fisiologico che li spenda per consolidare il proprio potere, per servire le clientele grazie alle quali è stato eletto, per circondarsi di comodità e privilegi. Se manca la trasparenza, se la responsabilità dei singoli non è individuabile, se la competizione elettorale è priva di rischi per gli insider, allora diventa difficile per gli elettori sanzionare i comportamenti più scorretti.

Ci si lamenta che la Rai è lottizzata dai partiti? E' persino ragionevole che lo sia, se la proprietà continua ad essere dello Stato. Ci si lamenta che i consigli di amministrazione di enti e aziende di Stato sono occupati da funzionari di partito riciclati? Ci si lamenta che i politici trombati ricompaiono nei posti di sottogoverno? Invece di aspettare i "moralizzatori", i politici migliori e più "buoni" che metteranno le cose a posto, cominciamo a chiederci se è il sistema che produce gli sprechi.

Privatizziamo la Rai; lo Stato si ritiri dall'economia; i Comuni privatizzino le municipalizzate; adottiamo una legge elettorale uninominale, in cui chi perde non ha modo di essere ripescato o riciclato; fissiamo l'incompatibilità tra Esecutivo e Legislativo, in modo che chi si candida alle elezioni politiche, e perde, non lo vedremo entrare al governo da sottosegretario.

L'errore di Stella è anche il limite di Ichino. Non ci si può limitare a individuare e scartare le mele marce. Se è l'albero che le produce bisogna sradicare il vecchio e piantarne uno nuovo. I "fannulloni" nel pubblico impiego sono tali perché il sistema glielo permette, sanno che non vanno incontro ad alcuna sanzione. Invece di perdere tempo a dargli la caccia, basterebbe che la gestione del personale fosse più elastica, ammettendo licenziamenti a seconda delle necessità delle strutture e delle valutazioni dei responsabili (a loro volta passibili di licenziamento se non garantissero adeguati standard di efficienza e produttività), per vedere da un giorno all'altro dimezzato il numero dei furbi.

In generale, se riscontriamo sprechi e privilegi abnormi nell'amministrazione pubblica e nelle istituzioni, negli enti locali, dalle regioni ai municipi, nelle università, smettiamola di prendere sul serio chi piange per i tagli in Finanziaria.

Bisogna cambiare mentalità. Smettere di credere che lo Stato sappia spendere più oculatamente dei cittadini i soldi dei cittadini stessi. Mano a mano lo Stato tende ad espandere le sue competenze, aumentano gli sprechi e diminuisce l'efficienza. Perché lo Stato non è un ente animato da una moralità superiore, è gestito da gruppi di persone con i loro interessi, primo fra tutti quello di sopravvivere al potere. E' fisiologico, quindi, che pretendano di gestire sempre maggiori somme di denaro per consolidare la propria influenza. Finisce che per voler occuparsi di tutto, lo Stato vampirizza la società e si occupa poco e male delle cose di cui solo lui può occuparsi: la sicurezza, la giustizia, la difesa, l'amministrazione, al limite la sanità, l'istruzione e il welfare.

Persino negli Stati Uniti, dove c'è la massima attenzione su come il denaro dei contribuenti viene speso, studi autorevoli hanno dimostrato che dopo otto anni consecutivi in cui il Congresso è nelle mani della stessa maggioranza la spesa pubblica tende a impennarsi, chi è al potere prende confidenza con l'interventismo governativo ed emergono espisodi di corruzione.

Per quanto siano dati emblematici di una vasta realtà di spreco e privilegi, quelli relativi all'abuso di autoblu, agli stipendi d'oro e alle indennità, o il numero dei dipendenti del Quirinale, doppio rispetto a quello dell'Eliseo o di Buckingham Palace, eccetera, sono poco rilevanti se inseriti negli ordini di grandezza della spesa pubblica. Sono le pensioni dei cinquantenni a pesare, la spesa sanitaria, i milioni di dipendenti pubblici, le velleità redistributive, i mille rivoli dei programmi assistenzialisti, le regalie alle corporazioni sindacali e confindustriali. Ma per ridurre la spesa pubblica non si può partire dai tagli sulle varie voci di spesa, perché quando ci si siede a tavolino tutto sembra indispensabile ai governi che non vogliono scontentare nessuno per non perdere quote di consenso. Si deve partire "affamando la bestia". Tagliando radicalmente le aliquote fiscali.

Dunque, se da queste inchieste non si trae la semplice conclusione di ridurre il peso dello Stato riducendo la quantità di ricchezza prodotta dalla nazione in mano ai politici, allora si scade nel moralistico indicare questo o quello come capro espiatorio di un sistema che alimenta se stesso indipendentemente o quasi dalla moralità dei singoli.

Un evasore su tre. E' l'Italia che non si ferma

Il Dipartimento per le politiche fiscali, guidato da Visco, stima che l'evasione fiscale abbia raggiunto livelli fino al 27% del Pil. Musica per le orecchie del viceministro. In realtà servirebbe qualcuno che gli spiegasse che una cifra così elevata denota un'evasione sistemica dovuta a un disagio diffuso e non il vizio socialmente riprovevole di qualche furbo da stanare.

Altri dati provenienti dal dipartimento di Visco confermano quest'analisi: il 50% delle società si dichiara in perdita o con reddito nullo. Al Nord si evade meno che al Sud e i settori in cui si evade maggioramente sono quelli dell'agricoltura, del commercio, dei servizi e delle costruzioni.

No. E' l'Italia che reagisce allo Stato predone. Significa che l'economia reale cresce molto più dei dati ufficiali, nonostante gli ostacoli frapposti dalla politica. La gran parte di quel 27% è una ricchezza che se sottoposta all'attuale regime fiscale semplicemente non verrebbe prodotta. Spesso infatti, per molti lavori - l'artigianato, l'agricoltura, o certi servizi - evadere o meno il fisco è la differenza che passa tra esserci o non esserci. Ogni produzione, si tratti di beni materiali o di servizi, ha una soglia di costi oltrapassata la quale semplicemente nessuno riterrà conveniente accollarsi. Il risultato è che non avremmo quel bene o quel servizio. Quindi, il paradosso è che almeno la metà di quel 27% che Visco s'illude di acchiappare, scomparirebbe nel nulla appena fosse davvero in grado di esigerlo.

E' per questo motivo che qualsiasi politico di buon senso che voglia prosciugare quel 27% di Pil di evasione e addirittura aumentare ancor di più il gettito nelle casse dello Stato è sull'imponibile che dovrebbe concentrarsi, per ampliarlo, perché l'aumento oltre certi limiti delle tasse provoca o la recessione o ulteriore evasione, con il conseguente aumento dei costi per combatterla. E tra le due, io scelgo la seconda.

Per fortuna, tra il sopravvivere e lo scomparire molti scelgono di sopravvivere, pur rischiando l'illegalità, altrimenti ci troveremmo con livelli di disoccupazione da rivolte sociali. E non si spiega, se non con il sommerso e il lavoro nero, come mai il Sud con gli indici di disoccupazione che si ritrova non esploda. La società reagisce, l'istinto dell'uomo a lavorare, produrre, innovare, per campare o arricchirsi, prevale e l'Italia, poco, ma si muove e si reinventa, pur nell'illegalità cui la partitocrazia costringe la vita civile del nostro paese.

Il mercato nero non è che la reazione dei sistemi economici a un proibizionismo imposto dal potere statale. E' così diffuso il lavoro nero perché evidentamente la rigidità cui è costretto quello legale rende il lavoro una merce proibitiva, di fatto proibita. I bisogni degli individidui generano lo spaccio di lavoro illegale.

Quando capiremo che l'evasione contro lo Stato predone è disobbedienza civile allora saremo salvi.

Ma il Governo Prodi non si accontenta di aumentare lo strangolamento fiscale. Una nuova aberrante misura contro il lavoro sommerso pretende che sia stabilito per legge il numero di lavoratori di cui un'azienda si avvale. Si chiamano «indici di congruità» e li ha inventati il ministro del Lavoro Damiano prendendo esempio dai già noti «studi di settore»: "vi diremo noi quanti dipendenti dovranno assumere le vostre imprese per non essere considerate fuori legge".

Verranno create categorie di artigiani, commercianti, imprese edili, sulla base del fatturato, della localizzazione, dell'attività e di altri parametri, alle quali corrisponderà un preciso un numero minimo di dipendenti. In sostanza il Governo pretende di decidere a tavolino il numero "giusto" di lavoratori di cui si avvale un'azienda: se fatturi X, allora non potrai avere meno di dipendenti Y. Anche se i tuoi dipendenti sono più bravi ed efficienti.

Un'operazione di pianificazione, di livellamento sociale verso il basso, di arroganza statalista e dirigista di uno Stato che pretende di saper gestire meglio dei cittadini il mercato del lavoro. E, quindi, l'ennesima misura che scoraggia la crescita delle imprese e della produzione, la ricerca dell'efficienza.

Friday, May 18, 2007

Terra bruciata intorno al Ps francese e ai Radicali italiani

La famiglia allargata del presidente franceseNon c'è neanche bisogno di una decisione formale. Il "collaborazionista" Bernard Kouchner è da ritenersi escluso automaticamente dal Partito socialista francese, secondo una regola d'altri tempi che descrive bene quale sia l'anticaglia di cui è fatto il Ps, relitto del secolo delle ideologie. «Si è di fatto escluso, è una cosa automatica, come quando uno si presenta contro un candidato del proprio partito», spiega con naturalezza il segretario Hollande.

La verità è che il Ministero a Kouchner brucia ai socialisti, che intorno a sé vedono sempre più terra bruciata. Jouyet, oggi segretario di Stato agli Affari Europei, non ha mai militato nel Ps, ma era stato vice capo di gabinetto dell'allora primo ministro socialista Jospin. Per 30 anni è stato amico di Hollande. Si può restare amici avendo idee politiche diverse? Diremmo di sì, eppure... «Ho perso un amico, perché è al servizio di un governo contro il quale combatto», ha detto Hollande. Quanto a Besson, l'ex segretario nazionale per l'Economia del Ps oggi segretario di Stato per la Valutazione delle politiche pubbliche, Hollande lo aveva già definito un «traditore» tempo fa.

Insomma, invece di chiedersi non se vi sia qualcosa che non va nel partito che guida, se non vi sia una inadeguatezza di fondo della sua proposta politica, Hollande reagisce additando i "traditori".

La cosiddetta "apertura" di Sarkozy a personalità di sinistra, tuona, è un «inganno». Il governo Fillon è «un governo di destra». Certo, ma questo lo sanno bene gli esponenti socialisti che sono entrati a farne parte. Il fatto che dovrebbe indurre Hollande a qualche riflssione è che costoro hanno ritenuto le risposte di un presidente e di un governo di destra alle sfide che ha di fronte la Francia più convincenti di quelle socialiste.

Ma la pietra dello scandalo rimane Kouchner, tanto che l'ex ministro della Sanità socialista ed ex capo della missione Onu in Kosovo viene chiamato a dare spiegazioni su Le Monde: «Intendo continuare a rimanere a fianco degli oppressi», assicura. «Conosco le tue convinzioni e non ti chiedo di rinnegarle», gli ha detto Sarkozy lo scorso 10 maggio, quando gli ha telefonato per proporgli la guida della diplomazia francese. «Gli ho detto che ero socialista, da vent'anni sostenitore della socialdemocrazia, che avevo sempre votato a sinistra e che avrei sempre continuato a farlo. Gli ho ricordato che avevamo delle divergenze, in particolare sull'adesione della Turchia all'Unione europea».

Sono seguite altre conversazioni, altrettanto franche. «Sei mesi fa, quando Glucksmann lanciò il ticket Sarko-Kouchner venne preso per paz­zo o per provocatore», ricorda Il Foglio.

Pur senza condividere il tono dell'allora diplomazia francese, Kouchner dice a Le Monde di essere sempre stato contro la guerra in Iraq. Il fatto è che altrettanto netta era la sua opposizione a Saddam (4 febbraio 2003). «Essere neutrali tra la vittima e il carnefice equivale ad essere complici del carnefice... è molto facile essere pacifisti sulla pelle delle minoranze massacrate».

Ma la differenza più rilevante tra Sarkozy e Kouchner in politica estera è sul problema dell'ingresso della Turchia nell'Ue. Contrario il primo, favorevole il secondo. «In ogni caso il processo iniziato sarà lungo», ricorda Kouchner, esprimendo la speranza che il presidente francese possa cambiare idea. Con Kouchner agli Esteri, il "jamais" di Sarkozy alla Turchia appare un po' meno "jamais". Certo, ricordiamoci che in Francia la politica estera la fa il presidente della Repubblica, da ora in poi affiancato da un Consiglio nazionale per la sicurezza. Il ministro è più un capo della diplomazia. Intanto, però, Sarkozy si è pur scelto un ministro degli Esteri a favore della Turchia in Europa. E lo stesso Kouchner non esclude ripensamenti. Staremo a vedere.

L'impressione è che con Kouchner agli Esteri la Francia possa assumere un'iniziativa forte per il Darfur. «Bisogna rapidamente formare un gruppo di contatto. La Francia non può agire sola, ma deve prendere l'inziativa», anche minacciando di boicottaggio le Olimpiadi di Pechino.

«Non devo niente ai partiti politici, niente - conclude Kouchner sulla sua scelta - ma ho il dovere di spiegarmi nei confronti dei giovani, di quelli che mi considerano un uomo politico diverso. A loro voglio dire che non tradisco il mio campo. Voglio dire che se ho accettato questo posto è perché ho la misura delle nuove disuguaglianze, le muove miserie del pianeta. Intendo continuare ad essere a fianco degli oppressi. Spero che i miei risultati servano da spiegazione. se un giorno la situazione diventasse per me inaccettabile, lascerò il governo. Per questo, conto sulla vigilanza dei miei amici».

Noi che non aderiamo alla politica del "tanto peggio, tanto meglio", ci auguriamo che Kouchner faccia bene e non abbia da essere deluso da Sarkozy e Fillon.

Coloro che non hanno emesso un sibilo sulla presenza di Kouchner nel Governo Fillon alla guida di un Ministero così importante come gli Affari Esteri sono i radicali, la Bonino e Pannella in particolare.

Ci ha pensato Enrico Rufi a sottolineare in modo implacabile le sempre più imbarazzanti contraddizioni. «Impressionanti» le somiglianze tra Kouchner e Bonino. «... Però lui ha due padrini come André Glucksmann e Bernard Tapie, e questo dovrebbe bastare a chi, qui da noi, salutò all'epoca come una vittoria politica per l'Italia e per la sinistra liberale e riformatrice la nomina di Bonino a Bruxelles», anche se decisa da Berlusconi. Quindi con ironia Rufi si chiede «se l'alter ego di Bonino riuscirà là dove hanno fallito gli altri due pannelliani ad honorem, che proprio da Pannella e dai neopannelliani sono stati invece liquidati come gli utili idioti del "pericolosissimo" Sarkozy».

Delusi dal Ps di Hollande e signora, persino i radicali di sinistra del Mouvement des Radicaux de Gauche «si avviano a voltar pagina e a riunirsi ai radicali "valoisiens", i radicali del sarkozista Borloo», ma «la sconfitta rischia invece di rimanere sterile per i radicali di sinistra nostrani, che non sembrano neppure preoccupati di farsi perdonare il "coup de poignard dans le dos", la pugnalata alle spalle, inferta ai cugini d'oltralpe. Quando nel suo testamento politico Pier Paolo Pasolini raccomandò ai radicali di essere sempre irriconoscibili, intendeva agli occhi dei benpensanti, non ai loro propri e a quelli di chi vuole loro bene, altrimenti come avrebbe fatto lui stesso a riconoscerli? Così, in attesa del "contrordine compagni!" che riconcilierà i radicali italiani con se stessi e coi sosia francesi, Kouchner al Quai d'Orsay sarà la cattiva coscienza berlusconiana e antisarko di Bonino e Pannella».

E mentre è Massimo Nava uno dei più bravi a inquadrare Sarkozy, con i suoi punti di forza e le sue contraddizioni, a Francesco Merlo non sfugge la laica disinvoltura con cui il nuovo presidente si è presentato ai francesi e al mondo con la sua famiglia allargata:
«La foto di una bella e grande famiglia benedetta da Dio, di una moderna e riuscita famiglia di famiglie come ce ne sono tante, quella che è finita sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Due sono figli di lei, altri due sono figli di lui, il quinto è il figlio di entrambi... la prima famiglia di Francia, non ha il profumo dell'onestà peccaminosa che hanno, in questi casi, alcune importanti famiglie italiane, considerate sotto sotto come piccoli serragli, una facciata rispettabile per i vescovi biliosi e una gran massa di dettagli viziosi sui rotocalchi... La Francia è un paese cattolico ma i vescovi sono sereni, anche loro si accorgono che in quella foto non c'è Feydau ma c'è Truffaut, ci sono insomma tutta l'Autorità e tutta la Tradizione dell'amore».

La corsa di Putin al regime continua nel silenzio dell'Ue

Ancora una volta l'Europa resta in silenzio, mentre Putin accusa due Stati membri, Tallin e Riga, durante la conferenza stampa conclusiva del vertice Russia-Ue di Samara. Ancora una volta in silenzio le istituzioni Ue mentre l'ex campione di scacchi Kasparov, oggi leader del cartello delle opposizioni "Altra Russia", e altri esponenti e giornalisti vengono arrestati dalla polizia russa all'aeroporto di Mosca per impedirgli di recarsi anche loro a Samara, dove era stata convocata una "marcia del dissenso" per chiedere agli europei di fare pressioni per la democrazia e i diritti politici in Russia.

Un gruppo di giornalisti del service di notiziari per le radio Media group Russia si è dimesso contro l'ordine di parlare solo di Putin oscurando del tutto l'opposizione. «I nuovi vertici ci hanno vietato di coprire l'attività dell'opposizione, ordinandoci di dare spazio a "Russia Unita" e alle notizie positive», ha dichiarato al quotidiano Kommersant uno dei sette giornalisti dimissionari, che ha parlato esplicitamente di «censura e pressioni da parte dei nuovi direttori». Una lista "nera" di politici da non citare, tra cui Kasparov, gli Usa da menzionare solo come nemico della Russia, obbligo di trasmettere una percentuale di notizie positive pari al 50%.

Sarkozy: un "radicale" anche all'Economia

Un governo oltre gli schieramenti

Non è una sorpresa. Sarkozy l'aveva annunciato in campagna elettorale. Il governo che ha nominato oggi è una squadra fatta innanzitutto di uomini e donne che condividono un progetto, anche oltre gli schieramenti, ma senza bisogno di operazioni centriste e proporzionaliste alla Bayrou. Una compagine che riunisce insieme teste dalle diverse origini culturali e politiche.

Ha dimezzato il numero dei dicasteri, quindici in tutto, di cui sette affidati a donne.

A una figura di spicco della sinistra francese va addirittura il Ministero degli Esteri: l'ex ministro della Sanità socialista, Bernard Kouchner, tra i fondatori dell'associazione Medici senza Frontiere, un antitotalitario, attivista dei diritti umani e convinto sostenitore del "diritto di ingerenza" umanitaria e democratica.

A un "centrista" la Difesa: Hervé Morin prende il posto di Michèle Alliot-Marie, che passa all'Interno. Al Ministero della Giustizia Rachida Dati, giudice, figlia di immigrati maghrebini. Alain Juppé, ex primo ministro, sarà il numero due dell'Esecutivo e alla testa di un superministero che accorpa le deleghe di ambiente, sviluppo sostenibile, energia e trasporti.

Se a un "radicale di sinistra" sono stati affidati gli Affari Esteri, a un "radicale di destra" un altro posto chiave: l'economia e l'occupazione. Si tratta di Jean-Louis Borloo, co-presidente del Partito radicale, di cui ho parlato su L'Opinione.

Alla lista dei ministri si aggiunge la nomina di un Alto Commissario per la Solidarietà attiva contro la povertà: Martin Hirsch, presidente di Emmaus-France, l'organizzazione di aiuto ai poveri fondata da un personaggio di cui Pannella è entusiasta ammiratore: nientedimeno che l'Abbé Pierre.

Thursday, May 17, 2007

Il documentario che fa tremare le tonache

Il Cardinale RatzingerDel documentario della Bbc, e del documento della Santa Sede per l'insabbiamento dei casi di abusi sessuali commessi dal clero cattolico, il Crimen Sollicitationis, avevamo già parlato qui, qualche mese fa.

Per più di 20 anni il Cardinale Joseph Ratzinger, oggi Papa, è stato il garante dell'applicazione di quelle severe direttive.

Di nuovo, oggi, c'è che il video di quel documentario, ci segnala Daw, è on line e sottotitolato in italiano, tradotto da Bispensiero, e qualche mainstrem media sembra essersene accorto (qui alcuni fotogrammi), mentre finora in Italia non è mai andato in onda, né i giornali né gli altri mezzi di informazione vi hanno fatto il minimo accenno.

Insabbiato anche quello? Difficile. Adesso, su internet, centinaia di migliaia di italiani potranno vederlo.

Sarkozy porta il "radicale" Kouchner agli Esteri

... non al Commercio Estero...

Mentre i siti d'informazione italiani sembrano per ora ignorare quella che appare a tutti gli effetti una notizia, Christian Rocca è tra i primi a riportarla: Sarkozy ha nominato ministro degli Affari Esteri Bernard Kouchner, per la gioia di Glucksmann, immaginiamo. Kouchner, le "french doctor", è "di sinistra", fermamente antitotalitario, attivista dei diritti umani e convinto sostenitore del "diritto di ingerenza" umanitaria e democratica. Una personalità che un presidente socialista «non avrebbe mai avuto il coraggio di portare al governo, figuriamoci agli Esteri», osserva Rocca.

«Il Pannella francese agli Esteri, dico agli Esteri, non al Commercio Estero», ironizza pensando alla Bonino.

Per gli ampi poteri che il presidente della Repubblica in Francia esercita in politica estera, Kouchner lavorerà a stretto contatto con Sarkozy e c'è da augurarsi che questo binomio dia buoni frutti.

Una nomina che rende sempre più difficile a Pannella rendersi credibile quando spiega che Sarkozy è più pericoloso di Le Pen, che rappresenta la Francia al 100% petainista, e che intorno a lui si sta formando un «fascio» di fascisti inconsapevoli, utili idioti. Glucksmann, Tapie, Kouchner, tutti sprovveduti?

Nominando Kouchner agli Esteri invece, Sarkozy ha davvero dimostrato di saper sorprendere, di essere davvero "capace di tutto", in positivo però.

P.S.: in un suo comunicato Daniele Capezzone rivela un particolare, che il candidato a dirigere il nuovo Consiglio per la sicurezza nazionale, Jean David Levitte, è una vecchia conoscenza dei radicali. Non per affinità politiche - sarebbe infatti più chirachiano - ma perché da ambasciatore francese a Washington «svolse un ruolo decisivo per la difesa del Partito Radicale Transnazionale dagli attacchi e dalle calunnie russe all'Onu»; dopo il sostegno a Sarkozy da parte di Tapie e dei radicali di centrodestra, oggi Le Monde spiega che anche i radicali di sinistra sono interessati.

Wednesday, May 16, 2007

L'ora di decollare

... The happy ones are near
Let's get together
Before we get much older...


Dedicato a G.

"Baba O'Riley", The Who

Monday, May 14, 2007

Il Papa relativista manda all'inferno il capitalismo

«Una Chiesa missionaria, impegnata ad annunciare l'amore di Dio al mondo globalizzato – che rischia di traformare il lucro in valore supremo - che vuole dare testimonianza, che non fa politica, ma proclama che una società che non riconosce Dio non è capace di produrre strutture giuste, come dimostrano i frutti amari di marxismo e capitalismo, e che difende la famiglia.

Qui sta precisamente il grande errore delle tendenze dominanti nell'ultimo secolo, errore distruttivo, come dimostrano i risultati tanto dei sistemi marxisti quanto di quelli capitalisti. Falsificano il concetto di realtà con l'amputazione della realtà fondante e per questo decisiva che è Dio. Chi esclude Dio dal suo orizzonte falsifica il concetto di "realtà" e, in conseguenza, può finire solo in strade sbagliate e con ricette distruttive.

Tanto il capitalismo quanto il marxismo promisero di trovare la strada per la creazione di strutture giuste ed affermarono che queste, una volta stabilite, avrebbero funzionato da sole; affermarono che non solo non avrebbero avuto bisogno di una precedente moralità individuale, ma che esse avrebbero promosso la moralità comune. E questa promessa ideologica si è dimostrata falsa. I fatti lo hanno evidenziato. Il sistema marxista, dove è andato al governo, non ha lasciato solo una triste eredità di distruzioni economiche ed ecologiche, ma anche una dolorosa distruzione degli spiriti. E la stessa cosa vediamo anche all'ovest, dove cresce costantemente la distanza tra poveri e ricchi e si produce un'inquietante degradazione della dignità personale con la droga, l'alcool e gli ingannevoli miraggi di felicità».
Così Benedetto XVI ai vescovi latino-americani.

Un contentino "anti-imperialista" e no-global dopo essersi disfatto della teologia della liberazione? Per chi ancora non lo avesse capito, dopo la fine del comunismo la Chiesa cattolica ha individuato nel liberalismo il nuovo principale nemico ideologico da affrontare. Già negli ultimi anni del Pontificato di Wojtyla e ora in modo ancora più esplicito con Papa Ratzinger. Non conta quanto ci vorrà: se decenni o secoli. La Chiesa di Roma ragiona con l'orologio dell'eternità. E se per sconfiggere il comunismo si è alleata alla più potente delle democrazie liberali, chi se non l'Islam, certo quello integralista ma mondato dell'irrazionalità e dell'eccessiva violenza, sarà l'alleato di questa nuova battaglia?

Fin dal giorno della sua elezione il nuovo Papa non ha mai nascosto le sue idee bellicose nei confronti del relativismo e del liberalismo, «i venti di dottrina», e i "liberali" che si sono offerti - in ossequio a quel principio di «sana laicità» così funzionale agli appetiti teocratici - di far camminare sulle proprie gambe le posizioni illiberali della Chiesa, scambiandola per l'ultimo baluardo dei valori dell'Occidente, si sono assunti un rischio che avevamo ben calcolato.

«Peccato che ieri i liberali fossero tutti al Family Day e non abbiano trovato il tempo di ascoltare il loro Papa in una delle sue ormai proverbiali interpretazioni della storia ad uso e consumo di Santa Romana Chiesa. Un'apoteosi di confusione, un inno al relativismo come pochi», commenta 1972, che si è disturbato a ripescare un nostro vecchio post sull'omelia pronunciata dall'allora ancora Cardinale Ratzinger alla messa "Pro eligendo Papa" in apertura di Conclave. Un «pessimismo un po' prematuro», ma forse non del tutto infondato.

Oggi Ratzinger attribuisce al liberalismo un «fallimento immaginario», osserva 1972: «Operazione bugiarda e interessata: cosa resta se tutto annega nello stesso mare di indistinzione? Cosa resta dopo che tutto ciò che è secolare fallisce? Restano la Chiesa e il suo messaggio. Restano Ratzinger e la folla plaudente che vede in lui il supremo difensore dei valori dell'occidente. Che nel frattempo, evidentemente, devono essere cambiati».

Già, e quanto ai "liberali", quelli attaccati alle sottane vaticane, c'è da scommettere che faranno finta di niente.

Blairismo e Family Day sul numero XXI di LibMagazine

LibMagazineCome promesso ecco l'articolo sul bilancio politico del blairismo: "Dieci anni di Tony Blair. Una lezione che le sinistre europee dovrebbero imparare a memoria". Lo trovate sul numero XXI di LibMagazine, insieme ad altri interessanti contributi, tra cui l'editoriale di Malvino sul Family Day.

Se radicali e socialisti non avessero voluto dare sfoggio della debolezza delle loro leadership, per altro intruppando con inenarrabile cattivo gusto il Cecchi Paone e il coattume "de sinistra" di certi "artisti" di seconda e terza fascia, avrebbero potuto facilmente catalogare la manifestazione di San Giovanni come "orgoglio" di un modello di famiglia semplicemente in via di estinzione, più che "normale" o "naturale".

Certo, chi ha portato a piazza Navona circa 3 mila persone, quando di sabato pomeriggio a passaggiare ce n'è comunque un migliaio, non può poi aprire bocca sul fatto che invece di un milione a San Giovanni ce n'erano al massimo 250 mila.

Particolarmente indovinato il paragone evocato da Malvino: il messaggio lanciato da piazza a San Giovanni somiglia parecchio alle rivendicazioni dei taxi che hanno protestato contro i decreti Bersani. Si è mobilitata la lobby delle famiglie numerose e religiose - un'estrema e finora silenziosa minoranza - per chiedere le dovute tutele da parte dello Stato. Insomma, l'ennesima tra le tante categorie di nicchia che pretende aiuti e sussidi.

Sunday, May 13, 2007

Rai, privatizzare unica via

Prodi si è guardato bene dal difendere il suo ministro dell'Economia mentre veniva attaccato sulle pensioni dalla sinistra massimalista, ma è accorso alla svelta quando si è trattato di sostenere la lettera con la quale Padoa-Schioppa ha sfiduciato il consigliere di amministrazione della Rai Angelo Maria Petroni, "in quota" Forza Italia.

Nella lunga storia della lottizzazione partitocratica della Rai mai si era giunti alla revoca di un consigliere da parte di un ministro, atto che lascia aperti molti dubbi di incostituzionalità.

Il CdA non funziona, si dice, e viene cacciato un solo consigliere, "in quota" all'opposizione al Governo Prodi, guarda caso. Strana logica. Se la situazione è «di stallo», se c'è «crisi gestionale», semmai dovrebbe essere tutto il consiglio a dimettersi e l'azienda ad essere commissariata. Ma anche tutto questo, e l'ennesima riforma alla ricerca dell'alchimia vincente per il CdA, non risolverebbe nulla. La gestione della Rai resterebbe quella guerra tra bande che è oggi, senza differenze se al governo ci sono gli uni o gli altri.

Il problema della Rai è che aprendo le pagine dei giornali ci si trova di fronte a una grafica con un bel tavolo rotondo - il CdA - a cui siedono degli omini stilizzati ciascuno rappresentante di un partito ormai in modo più che acclarato. Non ci sono diaframmi, «stanze di raffreddamento» che possano reggere alla lottizzazione. L'unica soluzione è privatizzare.

E ci è davvero sfuggito il passaggio in cui la proposta dei radicali per la Rai dalla privatizzazione è diventata una non meglio precisata «riforma della governance». Pensavamo che una volta deputato, in Commissione di Vigilanza, Beltrandi parlasse di privatizzazione e non si mettesse a scrivere contratti di servizio. Adesso al consigliere Petroni attribuisce la colpa di «votare in Consiglio di amministrazione sempre concordemente con gli esponenti nominati dalla Casa della Libertà». E gli altri membri (di Ds, Margherita, Rifondazione comunista, An, Udc, Lega) con che criteri votano?

Orgoglio parrocchiale

La manifestazione dell'"orgoglio cattolico" non è voluta essere da meno delle grandi manifestazioni sindacali o di opposizione. Pare che chiunque organizzi manifestazioni a San Giovanni non possa fare a meno di imbrogliare sulle cifre.

«Oltre un milione», pare che fossero al Family Day di oggi. «Un milione e mezzo», azzarda Pezzotta, da sindacalista navigato, che di piazze e numeri gonfiati se ne intende. Passano i manifestanti (contro Berlusconi, contro Prodi, o contro i "Dico"), ma "Piazza di Porta San Giovanni" è sempre la stessa: più di 160-240 mila persone non può contenerle (erano 250 mila per la Questura).

Verificarlo è semplice eppure non si trova uno straccio di giornalista che si prenda la briga. Tutti si bevono la balla dei milioni in piazza. Valga una volta per tutte un modo artigianale ma sufficiente per avere un'idea degli ordini di grandezza di cui si sta parlando.

Google maps offre una bella visuale dall'alto indicando il rapporto di scala. Basta misurare l'area della piazza. Moltiplicando lato lungo per lato corto trovate l'area in metri quadrati. Dicesi "folla", come ben sanno gli ingegneri, quando 300 kg pesano su un solo metro quadrato. Cioè, 4 persone a mq. E vi assicuro che si soffoca. Di più è fisicamente impossibile, soprattutto con molti bambini e passeggini al seguito.

Ciascun metro quadrato della piazza può contenere quindi fino a un massimo di 4 persone (e considerate che non si tratta di un numero medio, ma massimo di persone per mq): quindi moltiplicate l'area per 4. Il risultato per "Piazza di Porta San Giovanni" a Roma varia da 160 mila a 240 mila persone, a seconda se si sia severi o generosi nel considerare la scalinata della basilica, di solito vuota, la Scala Santa, il palco, gli alberi e tratti delle vie circostanti (via Emanuele Filiberto e Viale Carlo Felice, con i giardini).

Dalle dirette televisive, dalle interviste ai partecipanti, dagli striscioni, abbiamo ricavato l'immagine di una realtà sociale rispettabile, ma minoritaria, quasi estrema, nel nostro paese, che dati Istat alla mano non rappresenta di certo la famiglia "normale", concetto a cui sono molto legati i difensori della famiglia tradizionale.

Innanzitutto, l'elemento religioso nettamente prevalente, a confermare la mobilitazione delle diocesi molto più che una partecipazione spontanea anche del mondo non cattolico, millantata dai promotori alla vigilia. I partecipanti erano per lo più parrocchiani, spesso di quelli più "nerd". Molte le comunità "neocatecumenali" presenti. Famiglie con sei o addirittura otto figli. Tra madonne, i crocifissi e le icone religiose, gli "Allejua" e i tipici canti di chiesa accompagnati dalle chitarre dei ragazzi. Cartelli contro i "Dico "e i gay, ma anche anti-divorzisti ("Non osi separare l'uomo ciò che Dio unisce"), tanto per dare l'idea delle posizioni minoritarie affermate oggi a San Giovanni.

Per non parlare, poi, di bambini sotto i dieci anni vestiti con magliette anti-Dico e degli striscioni ancor più "cattolico-pride": "Benedetto siamo tuoi"; "Famiglia = Chiesa"; "La famiglia solo secondo natura".

Singolare la presenza alla stessa manifestazione di esponenti di partiti che si dicono "di sinistra" insieme ai neofascisti di Foro 753 e a Forza Nuova, presente con il suo "Dio, patria e famiglia". Un fatto inedito, direi.

Ripeto: il dedicarsi a Dio e a una famiglia con sei-otto figli sono scelte di vita rispettabili (sempre che le signore non abbiano subito pressioni morali e violenze psicologiche...). Ma qui sta la differenza.

Perché per quanto ci possano essere stati ideologismi e vetero-laicismi, nella sostanza i manifestanti di piazza Navona (in quella piazza lo striscione più divertente: "Più Famolo dài, meno Family Day") chiedono allo Stato di riconoscere e tutelare la pluralità delle forme di famiglia esistenti nella nostra società, mentre coloro che si sono riuniti a piazza San Giovanni erano lì per sostenere che lo Stato dovrebbe riconoscere e tutelare nessun altro modello se non il loro. Che oggi abbiamo scoperto essere ben lontanto da quello "nella norma" secondo i dati Istat: oltre i tre figli, assidua vita di parrocchia.

Friday, May 11, 2007

Aveva ragione Camus, non Sartre

Uno dei pochi intellettuali che ha saputo e sa cambiare idea, che non pretende che il mondo si adegui alla sua ideologia: Mario Vargas Llosa, in una bella intervista di oggi sul Corriere della Sera.

Racconta del suo viaggio in Iraq, nel 2003, subito dopo la caduta di Saddam, insieme alla figlia fotografa. Molti di coloro che sono stati favorevoli alla guerra oggi, di fronte alle difficoltà e agli errori, si dicono scettici se non pentiti. Lui ha fatto il percorso opposto: all'inizio «del tutto contrario», durante il viaggio si è ricreduto e da allora non ha più cambiato idea. Prezzo troppo alto? Nient'affatto: «Questo è quel che dicono persone che non hanno mai conosciuto una dittatura. Un latino-americano, asiatico, o africano, sa cosa significa, non lo direbbe mai».

Lo scrittore peruviano, affascinato in gioventù dalle idee marxiste, si è convinto delle ragioni del liberalismo: «Per la mia generazione era impossibile, quando eravamo giovani, non essere molto vicini alla sinistra: la sinistra sembrava rappresentare la giustizia, l'uguaglianza, il modo migliore di lottare contro l'imperialismo, il colonialismo. Ma poi sono successe molte cose. Sono andato a Cuba varie volte negli anni Sessanta e ho cominciato ad avere dei dubbi. Sono diventato piuttosto critico... ho scoperto che aveva ragione Camus, non Sartre. Ho riletto i pensatori che difendevano e promuovevano la cultura della libertà. Poi sono andato in Gran Bretagna durante la rivoluzione della Thatcher e mi sono entusiasmato per il filone libertario del liberalismo, e così sono diventato quel che sono».

Alle famiglie serve reddito da lavoro, non sussidi

Interessante articolo di Innocenzo Cipolletta, ieri su Il Sole 24 Ore, che sottolinea come il problema delle politiche per la famiglia non è disgiunto dalle parole d'ordine che spiegano il successo di Blair in Gran Bretagna e hanno fatto vincere Sarkozy in Francia: lavoro, merito, mobilità sociale. Oggi «prevale il patrimonio rispetto al lavoro e la rendita supera la retribuzione».

La politica dovrebbe dunque puntare «sull'estensione del concetto di famiglia e soprattutto sull'aumento della mobilità e delle opportunità di lavoro»: più lavoratori, meno pensionati. Il problema delle famiglie, infatti, cioè di quelle già formate che stentano e di quelle che non riescono ad essere formate è principalmente uno: reddito da lavoro. La soluzione non è, come erroneamente si crede, elargire sussidi di Stato.

Nel primo caso, spesso in una famiglia di quattro componenti un genitore è già pensionato, l'altro percepisce uno stipendio ma è vicino alla pensione e due figli ancora studiano; nel secondo, i redditi da lavoro dipendente - in Italia i più bassi d'Europa, poiché sopportano i costi della rigidità del mercato del lavoro (i datori di lavoro sono meno propensi ad assumersi il rischio di stipendi più alti se poi licenziare è impossibile) - non sono sufficienti ad acquistare una casa o a pagarsi un affitto.

Succede quindi che negli altri paesi occidentali ormai nell'arco di una vita non sia così remota la prospettiva di arrivare a celebrare il terzo matrimonio, a formare la "terza" famiglia. Da noi, essendo raro che ci si possa permettere di formare una famiglia entro i trent'anni, e con tempi eccessivamente lunghi e procedure costose per ottenere il divorzio, si ha la sensazione di avere a disposizione un colpo solo. Ecco perché la convivenza, l'unione di fatto, è sempre più l'opzione scelta e il matrimonio arriva, semmai, a coronamento.

Detto questo, da parte mia sono pronto a scendere in piazza con Filippo Facci per il Single Day.

Scandaloso Napolitano

Scandaloso è il presidente Napolitano, che non ci risulta abbia poteri di indirizzo in politica estera ma sferra un attacco alla Gran Bretagna di Blair: «Scandaloso, che dopo aver messo la firma in calce a quel Trattato costituzionale europeo del 2004 non si sia avuto nemmeno il coraggio di sottoporlo a una ratifica».

E a che scopo rischiare la bocciatura anche da parte di Londra, per un trattato già bocciato da francesi e olandesi? Bisognerebbe ringraziarlo, Blair, che probabilmente ha voluto risparmiare all'idea di Europa lo schiaffo degli euroscettici britannici.

Il presidente Napolitano è tra i pochi che ancora crede, ignorando il più banale principio democratico, che quel trattato bocciato da circa 50 milioni di cittadini europei possa essere ripresentato così com'è. Scandaloso è Napolitano, che vuole farci passare per europeista un farraginoso trattato inter-governativo, una selva intricata di "nuovi diritti" e ipertrofia burocratica, espressione dell'establishment dei professionisti dell'europeismo "corretto", in totale dispregio del costituzionalismo liberale. Con i suoi 448 articoli, 441 di troppo se guardiamo alla Costituzione Usa, poneva le basi per un nuovo assolutismo, soft e burocratico.

L'Europa di quel trattato del 2004 non avrebbe nulla di liberale e federalista. Eppure, impostori come Napolitano continuano a citare a sproposito Ventotene e Spinelli. Europeismo non è l'Unione europea qualunque cosa essa sia o diventi.

O i Paesi membri dell'Ue decidono di diventare Stati Uniti d'Europa, dandosi un assetto democratico e federale, con istituzioni elette direttamente dal popolo europeo, oppure è meglio l'Europa minima, il mini-trattato, poche cose ma buone, per impedire l'ipertrofia di un moloch non sottoposto a controllo democratico da parte dei territori, di un Superstato centralista che ricorderebbe più l'Unione Sovietica che gli Stati Uniti.

Però, questo Obama...

Barack Obama, candidato alle primarie democratiche per la presidenza Usa, visto da Maria Giovanna Maglie. Già ne aveva parlato Christian Rocca.

Ancora non ci eravamo espressi sulla lunga corsa delle primarie Usa. E continueremo a non esprimerci ancora per un po'. Anche se stiamo seguendo.

Persino in Spagna

«Il programma di una sinistra moderna passa per un'economia ben governata con avanzi dei conti pubblici, imposte moderate e un settore pubblico limitato».
Blair? No, Zapatero, riportato da Il Foglio.
Poi c'è sempre Endesa...

Strana febbre

Mi ha rimesso KO.
Mi scorre nelle vene e mi affolla la mente.
Da mesi nello scantinato, in punizione.
La febbre di farcela, nonostante tutto.
Speriamo che non mi occorra una diagnosi del Dr. House.

Thursday, May 10, 2007

Padoa-Schioppa sulla linea del Piave

Il binomio tasse-spesa pubblica tiene in piedi il regime

La riforma delle pensioni è «cruciale» per l'Italia, per la «sostenibilità» dei suoi conti pubblici. Il Fondo monetario internazionale interviene a gamba tesa nel dibattito del momento. «Anche perché in Europa l'Italia ha il tasso più alto di spesa pubblica rispetto al prodotto interno lordo», spiegano a Washington. E sembra il sostegno che ci voleva al ministro dell'Economia che sta mancando da parte del Governo nel confronto con Sindacati e sinistra massimalista.

Tommaso Padoa-Schioppa appare isolato nella trincea, comunque piuttosto arretrata. Se non c'è accordo entro giugno con i Sindacati, minaccia, allora rimangono vigenti le leggi Maroni e Dini: scalone (in pensione a 60 anni) e revisione dei coefficienti. Secondo il ministro, c'è l'occasione «formidabile di fare due cose: prevedere ammortizzatori sociali per i giovani e aumentare le pensioni minime».

E' una linea del Piave che il ministro sta difendendo, perché in Italia bisognerebbe andare in pensione a 65 anni (sia uomini che donne), abolire la cassa integrazione e creare finalmente un sistema universale di sussidi improntati ai dettami del welfare to work. Abbattere tasse e spesa pubblica.

Bisogna dare atto ad Emma Bonino di essere stata l'unico ministro a schierarsi apertamente con Padoa Schioppa (e ad essere tra i pochi in Italia ad aver capito come si governa la globalizzazione). Pur senza tirare troppo la corda per una riforma più coraggiosa (e dove sarebbe, ci chiediamo, «l'atteggiamento costruttivo dimostrato dai rappresentanti delle parti sociali»?), come forse sarebbe opportuno, in questa fase è politicamente importante stare con Padoa-Schioppa, quando neanche il presidente del Consiglio ha difeso il suo ministro dagli attacchi di queste ore. Negando, anzi, con la sua nota spudoratezza, che ci siano tensioni.

Sulle pensioni la posizione del Partito democratico (Ds e Margherita) è quella di non scegliere. Un po' come sui "Dico" e la laicità, si cerca di tenere il piede in due staffe, ma se le lezioni di Blair e Sarkozy valgono qualcosa, non decidere assumendosi le proprie responsabilità, non dare la risposta giusta ma una qualsiasi a giorni alterni, è il modo più sicuro per scendere sotto il 20% e perdere, perdere, perdere.

Chi parla chiaro è il "volenteroso" Nicola Rossi, che diffida dalla convinzione che «la politica avrebbe — il condizionale è d'obbligo — la capacità di selezionare e distinguere, di individuare le fattispecie meritevoli di un determinato intervento o, più in generale, di un trattamento specifico apparentemente dettato da principi di equità». Al contrario, «la capacità selettiva della politica è straordinariamente bassa innanzitutto perché spesso e volentieri essa semplicemente non dispone delle informazioni necessarie e, quando così non è, perché le pressioni cui la politica è soggetta trasformano facilmente le politiche selettive» in occasioni di favorire le proprie clientele e le posizioni di rendita. Per questo, anche Rossi auspica nello stato sociale «il passaggio dalle politiche selettive alle politiche universali: poche regole chiare e uguali per tutti».

Ma a fronte di un Governo intervista su tutto, che altera le dimaniche di mercato e gli assetti proprietari, c'è un Governo che non interviene su ciò che gli compete: la riforma delle pensioni, come osservava l'altra settimana Dario Di Vico.

Né mancano le spinte, all'interno del Governo, come quelle del ministro Ferrero, a spendere i soldi del "tesoretto" nella mitica redistribuzione, per poi intervenire di nuovo sui conti con una manovra correttiva di fine anno. Parliamoci chiaro: questo Governo ha fatto una Finanziaria di decine di miliardi di euro e si è ritrovato con un "tesoretto" insperato. Non si faranno sfuggire l'occasione di spendere tutti questi soldi. Non in pochi grandi e mirati progetti di sviluppo, ma disperdendoli nei mille rivoli dell'assistenzialismo, all'unico scopo di consolidare il proprio potere. «Ma se il governo vuole davvero sfruttare il vento della ripresa e magari risalire nei sondaggi ha davanti a sé una strada obbligata: tagliare la spesa e le tasse. Ripresentarsi agli italiani chiedendo di metter mano nuovamente al portafoglio equivarrebbe a un suicidio», conclude Di Vico.

Il binomio tasse-spesa pubblica in Italia è la principale fonte di sostentamento del regime oligarchico. E il miglior modo di combatterlo è "affamare la bestia". Qualche giorno fa ce lo ricordava Piero Ostellino: «La spesa pubblica oltre il 50 per cento del Pil è il luogo dove si sperpera in inefficienze e sprechi la ricchezza nazionale; dove prospera il parassitismo. E' la riserva di caccia delle oligarchie politiche al governo che su di essa mettono le proprie mani. L'elevata pressione fiscale è lo strumento di dominio di tali oligarchie. E' lo Stato etico che pretende di saper disporre dei soldi del cittadino meglio di quanto non saprebbe lui stesso. Spesa pubblica e pressione fiscale elevate non sono la democrazia. Sono la prova del suo fallimento».

Un arrivederci, Tony

Tony BlairUn elegante e dignitoso passaggio delle consegne. Tony Blair, a 54 anni, in un discorso a Trimdon, nel suo collegio elettorale di Sedgefield, nel nord-est dell'Inghilterra, sezione laburista dove l'11 maggio 1994 si era candidato alla guida del partito, ha annunciato che il 27 giugno si ritirerà: «È stato un onore servire questo Paese. Con la mano sul cuore posso dire che ho fatto ciò che mi sembrava giusto per il mio Paese, mi scuso per le volte che ho fallito».

Ci è piaciuto come ha affrontato la sua decisione forse più impopolare, mostrando le caratteristiche essenziali del leader: saper prendere decisioni e assumersene la responsabilità, sapendo anche essere impopolare se crede che sia questo il prezzo politico per non essere antipopolare. Con l'11 settembre 2001 «tutto è cambiato e ho deciso che saremmo rimasti al fianco del nostro alleato di più vecchia data. L'ho fatto perché ci credevo. In Afghanistan e in Iraq, una scelta quest'ultima amaramente controversa. Abbiamo scalzato dal potere Saddam e i suoi figli con relativa facilità, così come i Taliban. Ma da allora le conseguenze, dal terrorismo globale ai suoi sostenitori, sono state dure, incessanti e costose. Per molti non ne è valsa la pena. Ma dobbiamo capire come stanno le cose: i terroristi che ci minacciano qui e in tutto il mondo, non si arrenderanno se noi ci arrendiamo. E' una prova di volontà e di principi. Non possiamo fallire».».

«Prendere decisioni è difficile. Tutti dicono sempre: "Ascolta la gente". Il problema è che non sempre la gente è d'accordo... Quando si governa bisogna saper dare una risposta. Non una risposta qualunque, ma la risposta. Col tempo capisci che mettere il Paese al primo posto non significa fare la cosa giusta secondo il senso comune, o secondo l'opinione prevalente o l'ultimo sondaggio - significa fare ciò che sinceramente credi essere giusto. Capisci che il tuo dovere è agire secondo le tue convinzioni».

Noi crediamo che quello di Blair sia un arrivederci. Sia perché siamo convinti che abbia ancora voglia di giocare un ruolo da leader, sia perché il blairismo ci accompagnerà come bussola politica ancora per molti anni ed è comunque entrato nella storia della Gran Bretagna, dell'Europa, della sinistra e del liberalismo.

Per un bilancio più analitico di ciò che ha rappresentato Blair e il suo New Labour vi rimandiamo a un articolo che comparirà lunedì su LibMagazine.

Per ora, basti la considerazione che in Gran Bretagna la stella politica di Blair è sorta, ha brillato, ed è tramontata nel corso di un decennio. Si ritira alla "giovane" età di 54 anni, mentre in Italia settantenni rincorrono la poltrona di presidente del Consiglio e protagonisti della vita politica del nostro Paese che sono arrivati ben prima di Blair continueranno a esserlo per chissà quanti anni, nonostante spesso alle spalle abbiano solo fallimenti. Ciò ci induce a una riflessione sul sistema istituzionale per la quale vi rimando a lunedì.

Wednesday, May 09, 2007

Vota Antonio-vota Antonio!

Mario Adinolfi ha avuto la gentilezza di nominarmi tra i migliori blog politici, una delle otto categorie del Gran Premio dei Blog 2007.
Vincitore nel 2006, nientemeno che Piergiorgio Welby, con il suo Calibano. Si vota fino alle ore 23 di giovedì 10 maggio.
Spero sappiate chi votare...

Buon voto!

A spese nostre

Lo scorso gennaio è stato lanciato un piano di riassetto delle Ferrovie dello Stato per arginare la grave crisi strutturale e finanziaria. Tra i provvedimenti, l'aumento dei prezzi dei biglietti. Alla fine del 2011 l'aumento sarà del 35% (escluse alcune categorie di treni). Per fare un esempio la tratta in eurostar Firenze-Roma è già aumentata negli ultimi mesi di circa quattro euro (da 29 a 33).

Grazie ad una segnalazione dell'Aduc, siamo venuti a conoscenza che in occasione della manifestazione Family Day organizzata per il 12 maggio, sul sito del Forum Famiglia è possibile scaricare una credenziale da consegnare alle biglietterie delle stazioni ferroviarie di tutta Italia per comprare un biglietto di A/R con destinazione Roma a una tariffa standard scontata del 20%, valido per viaggiare dall'11 al 13 maggio 2007.

L'Aduc ha "scoperto", dalle informazioni sul sito e dall'operatore del call center (06.689.6930), che la credenziale scaricabile in pdf, da consegnare in biglietteria, non è nominativa e per essere valida non ha bisogno di alcun tipo di autorizzazione da parte dell'organizzazione della manifestazione. E' dunque possibile a chiunque voglia recarsi a Roma dall'11 al 13 maggio usufruire di uno sconto del 20% sul biglietto ferroviario esclusivamente stampando e consegnando la credenziale alla biglietteria.

I deputati Poretti, Beltrandi, Bonelli, Capezzone, D'Elia, Grillini, Mellano, Migliore, Turco hanno quindi depositato un'interpellanza al ministro dei Trasporti.

Non c'è niente di male che un'azienda, siano le Ferrovie o la Coca Cola per forniture di bibite, voglia praticare tariffe agevolate a gruppi di utenti o eventi. Il problema sorge quando l'azienda è mantenuta in vita con i soldi pubblici e, ancor di più, se soffre di un enorme deficit. Allora è lecito sospettare che la scelta non sia di natura commerciale, ma "politica" e clientelare.

Purtroppo però occorre sottolineare che questa pratica da parte delle Ferrovie dello Stato è piuttosto estesa. Va da eventi politici e sindacali, come concerti (il Primo Maggio) e manifestazioni, a eventi sportivi (le partite di calcio). A prescindere dal ritorno commerciale di tali iniziative (visto, tra l'altro, che spesso questi viaggi si trasformano in raid demolitori di vagoni e strutture), un'azienda pubblica non può non porsi il problema di privilegiare in questo modo alcuni cittadini per le loro fedi politiche e calcistiche, discriminando, invece, chi la pensa diversamente o ha altri hobby altrettanto rispettabili.

Ci auguriamo che i suddetti deputati dimostrino di essere così accalorati anche quando questi privilegi riguardano altri tipi di eventi e sono rivolti a militanti più contigui alla loro parte politica.

Da Blair a Sarkozy: autorità, lavoro, merito

Nicolas Sarkozy con Tony BlairPer chi ancora non lo avesse visto, non perdetevi il videomessaggio "postato" su YouTube da Tony Blair, in cui il premier britannico si felicita in lingua francese per l'elezione di Sarkozy, confermando così la sua sintonia e la sua affinità politica con il nuovo inquilino dell'Eliseo.

Blair definisce l'elezione di Sarkozy «una fantastica opportunità per la Francia e la Gran Bretagna di lavorare insieme».

«Ho deciso di correre il rischio di inviare questo messaggio in francese, il che può forse essere un'idea davvero cattiva. Adesso siate indulgenti se storpio un po' la vostra lingua», esordisce sorridendo. «Conosco bene Sarkozy, mi piace, lo rispetto, è un leader forte. So che vorrà forgiare una buona alleanza tra la Gran Bretagna e la Francia, per il bene delle due nazioni, dell'Europa e del resto del mondo... Al giorno d'oggi è attraverso l'alleanza con gli altri che Paesi come i nostri possono esercitare la loro influenza, in Gran Bretagna, in Francia, in Europa, e ovviamente con gli Usa».

L'autorità è una delle parole d'ordine di Sarkozy. L'autorità ha un connotato positivo? E' un valore? Sì, a patto che sia esercitata in modo legittimo. "Legittimo" vuol dire qualcosa di più che semplicemente "legale". L'autoritarismo può essere legale, ma non è legittimo; l'autorevolezza si esercita anche senza mezzi coercitivi; l'autorità trae la propria legittimità dall'essere sottoposta a controllo democratico e dal suo esercizio nei limiti del costituzionalismo. In questi termini è senz'altro un valore in democrazia, essenziale alla certezza del diritto, senza la quale sono i cittadini più deboli i primi ad essere svantaggiati. La stessa idea alla base del blairismo, che la forza della legge sia la prima forma di giustizia sociale. «Duri con il crimine, duri con le cause del crimine», fu uno dei primi slogan di Tony Blair.

In Italia qualcuno, a sinistra, ha ben compreso le parole d'ordine di Sarkozy - e non da poco tempo.

«Abbiamo bisogno di una nuova cultura della legalità», spiega al Corriere Riccardo Illy. «La vecchia ripartizione destra-sinistra ha perso la sua consistenza storica. Assistiamo a mille trasversalità, a mille intrecci», è la riflessione di Biagio de Giovanni, con la quale concordiamo pienamente da tempo.

«Se non c'è merito, allora c'è solo censo, clientela, amicizie, affiliazione», avverte il "volenteroso" Nicola Rossi.

Il merito non è in contraddizione con la solidarietà. «Se si premia il merito - spiega Illy - si consente di ottenere il miglior contributo da ogni cittadino. Se ci saranno cittadini svantaggiati saranno oggetto di interventi sociali. E valorizzando il merito si otterranno più risorse per questo scopo».

Il merito è il più democratico, il più liberale, e il più rispettoso dell'individuo, tra i fattori di disuguaglianza, posto che la disuguaglianza è un dato ineliminabile nelle società umane (e non solo) e che compito dello Stato è favorire opportunità di partenza il più possibile uguali.

Secondo Alberto Alesina, la vittoria di Sarkozy «potrebbe essere il punto di svolta verso riforme liberiste più decise e un benvenuto riavvicinamento tra Europa e Stati Uniti». Inoltre, una Francia «che si muovesse in direzione liberista avrebbe un importante effetto dimostrativo per altri Paesi, come il nostro, e anche un'influenza diretta, dato il suo ruolo cruciale» in Europa.

Tuttavia, come abbiamo osservato, il condizionale è d'obbligo. «Il condizionale è dettato dalla molta incertezza che rimane su ciò che Sarkozy vorrà e potrà fare». A partire dal suo programma elettorale, che «non è certo un coerente manifesto di liberismo economico».

Alesina individua però «almeno tre punti positivi: la convinzione che il mercato del lavoro vada cambiato, il rifiuto ad aumentare le imposte... e una visione realistica delle istituzioni europee».

La flessibilità limitata solo a chi deve entrare per la prima volta, o reinserirsi, nel mondo del lavoro, genera inevitabilmente precarietà. Estendere la flessibilità a tutto il mercato del lavoro, con meccanismi di sicurezza sociale per chi si trova in difficoltà, «faciliterebbe l'inserimento dei giovani che oggi lavorano con contratti atipici in carriere lavorative da subito più promettenti». Il neopresidente francese si ritroverà contro la carica degli «illicenziabili».

L'altra faccia della medaglia, avverte anche Alesina, è un «nazionalismo economico» che traspare dai discorsi di Sarkozy: c'è «il tipico entusiasmo francese per la politica industriale e per varie forme di sussidio pubblico all'innovazione, per i grandi progetti "strategici"... la sua difesa tout court degli interessi degli agricoltori francesi».

Quale impatto dell'indulto sulla sicurezza?

Prima di emettere sentenze definitive sul provvedimento di indulto bisogna capire bene i dati su cui si può basare una valutazione obiettiva e pragmatica.

Secondo i dati diffusi dal Ministero della Giustizia, dopo 9 mesi il 12% degli scarcerati è tornato in cella. Nello stesso periodo sarebbe stato registrato un sensibile aumento di furti e rapine.

La semplice coincidenza del secondo dato statistico con l'indulto non stabilisce automaticamente una correlazione di tipo causale tra i due eventi. Molteplici variabili e fattori possono aver influito sul ciclico sali-scendi del numero dei reati.

Si può parlare di successo o di fallimento dell'indulto dinanzi al 12% degli scarcerati tornati in cella in nove mesi? Sono tanti o pochi? E' sensato esprimersi prendendo in considerazione questa cifra in assoluto?

Il modo più corretto per valutare l'impatto dell'indulto sulla sicurezza dei cittadini è definire un arco temporale e confrontare la percentuale di quanti sono tornati a delinquere dopo aver usufruito dell'indulto con la percentuale dei recidivi dopo aver scontato interamente la pena.

Direi che finché la percentuale di chi rientra in carcere dopo avere usufruito dell'indulto si mantiene considerevolmente al di sotto della percentuale di chi torna a commettere reati dopo aver scontato la pena interamente si può affermare che a livello di sistema non c'è stato danno per la sicurezza dei cittadini. Ciò non vuol dire, naturalmente, che l'indulto possa divenire una misura abituale, perché rimane in ogni caso una ferita inferta alla certezza della pena.

In secondo luogo, c'è comunque da tenere presente che l'indulto ha interrotto una situazione di illegalità di cui lo Stato si rendeva responsabile nei confronti dei detenuti, sui quali l'affollamento delle carceri pesa come un surplus di pena ingiustamente comminato.

Tuesday, May 08, 2007

Il fondamentalismo riguarda tutte le religioni

Fa bene ricordarselo, ogni tanto: "no taliban, no Di Segni"

Sul numero di maggio del mensile ebraico Shalom il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, interviene con forza contro i Dico. E in ciò non vi sarebbe nulla di particolare, se non che il rabbino ricorre a degli argomenti letteralmente inquietanti.

«Non è certo il matrimonio omosessuale accettato formalmente in altri Paesi, ma in ogni caso è una prima forma di riconoscimento legale di unioni omosessuali», che il rabbino si spinge però fino a paragonare alla legalizzazione di omicidio, furto e incesto.

Ma c'è di peggio, se possibile. Dopo aver premesso che «una posizione politica abituale tra gli ebrei, e spesso condivisa anche tra i più osservanti, è quella di non intervenire nelle scelte di libertà che lo Stato fa per i suoi cittadini, riservando solo alla coscienza individuale il diritto e dovere di fare scelte rigorose personali su argomenti nei quali la legge dello Stato concede spazi permissivi e di libertà», Di Segni ricorda che «secondo la Torà gli ebrei devono osservare 613 regole, ma questo non vuol dire che i non ebrei non debbano avere alcuna regola, perché in realtà le hanno anche loro, inquadrate in sette capitoli fondamentali (i cosiddetti precetti Noachidi), ed è nostro dovere come ebrei indurre i non ebrei a rispettare le loro regole. Come questo si possa realizzare è difficile dirlo, certo è che non possiamo rimanere indifferenti al superamento di determinati limiti, acconsentendo per esempio che la legge dello Stato ammetta l'omicidio, il furto, l'incesto».

Neanche Ratzinger e Ruini si erano spinti tanto in là. Se abbiamo capito bene il rabbino sta teorizzando che gli ebrei dovrebbero «indurre i non ebrei a rispettare» i cosiddetti precetti Noachidi e che se ciò non accade è solo perché è difficile capire come si possa realizzare. Insomma, par di capire, solo perché i rapporti di forza e di potere non lo consentirebbero.

Quindi si evoca implicitamente il paragone: gli ebrei non possono rimanere indifferenti a «una prima forma di riconoscimento legale di unioni omosessuali», come non potrebbero acconsentire alla legalizzazione di omicidio, furto e incesto.

Inoltre, il rabbino spiega che dall'accettazione di «modelli di organizzazione della società non ebraica» gli ebrei pagano «il prezzo» di una «drastica contrazione numerica... Le cause del disastro sono molteplici: ci si sposa di meno e molto più tardi, si fanno molti meno figli (anche perché ci si sposa tardi), i vincoli matrimoniali sono molto instabili (separazioni, divorzi)». Ed è «innegabile dal punto di vista sociale che queste unioni sono il segno di un rapporto debole con l'ebraismo».

In fondo, non sono pur sempre i "fratelli maggiori"?

Cosa possiamo aspettarci da Sarkozy

Nicolas SarkozyAdesso che è alle spalle il "ciclone" Ségolène, che da "elefantessa" dell'establishment dal volto materno e rassicurante aveva puntato tutto sul "continuismo" e sul vecchio caro mito dello "Stato-balia", possiamo soffermarci a riflettere su cosa ci sia davvero da aspettarsi dal neopresidente Sarkozy. E' evidente, infatti, come non sia tutto oro ciò che luccica della sua "rupture tranquille".

Tra chi ha meglio inquadrato il profilo politico di Sarkozy c'è certamente Massimo Nava, autore del libro "Il francese di ferro".

Votando l'uomo della "rupture" i francesi «hanno premiato un progetto di rigenerazione del sistema-paese». Prima dei «cantieri delle riforme», Sarkozy ha già aperto quelli «della mentalità collettiva, piuttosto conservatrice, e della cultura politica della destra». Di lui si tende a enfatizzare il carattere da "primo poliziotto" di Francia e l'amico dell'America, ma è il suo profilo riformista il più promettente. «La sua è una destra di movimento, che mette sulle spalle della sinistra la resistenza ai cambiamenti e promette la "nuova frontiera" del successo individuale e della solidarietà», osserva Nava.

E' «un gollista geneticamente modificato». Ha individuato i problemi del paese che a causa dell'immobilismo chirachiano e socialista non sono stati affrontati: bassa occupazione e poche ore di lavoro. Quali rimedi? Più flessibilità del mercato del lavoro, welfare to work, meno tasse e riduzione del peso dello Stato. «Il modello che funziona è quello che dà un lavoro a tutti, non quello che generalizza i sussidi. Altrimenti perdiamo tutti: gli operai, le imprese, la Francia». Il lavoro contro l'assistenzialismo, quindi, il merito contro l'egualitarismo e il livellamento verso il basso, il valore dell'autorità contro la cultura lassista del '68, sono le sue parole d'ordine.

Ma Sarkozy non è certo un liberista, non vuole smantellare lo Stato sociale, a cui i francesi rimangono «aggrappati come le cozze agli scogli», ma modernizzarlo. Si definisce «un adepto del pragmatismo». Crede nelle libertà economiche, nel mercato e nel merito, ma «il mercato non dice tutto e non può tutto», avverte, e quindi vede con favore gli interventi dello Stato per salvaguardare le imprese nazionali. Nel discorso ai propri sostenitori dopo il primo turno ha adottato il linguaggio tipico della sinistra, promettendo di «proteggere» i lavoratori francesi dalla «concorrenza sleale dall'estero».

L'«uomo pericoloso per la democrazia», come è stato definito dalla sinistra d'Oltralpe e da qualche disinformato qui in Italia, «vuole mettere in pratica ciò che governi di destra e di sinistra hanno vanamente promesso: il ripristino della legalità, nella convinzione che la sicurezza sia un diritto, al pari di salute e scuola, che quando manca sono i più poveri e i più deboli a farne le spese». La stessa idea alla base del blairismo, che la forza della legge sia la prima forma di giustizia sociale. «Duri con il crimine, duri con le cause del crimine», fu uno dei primi slogan di Tony Blair.

Anche in politica estera gli elementi di rottura si confondono con quelli di continuità. Dovrebbe andare in soffitta la realpolitik chirachiana. L'appello lanciato da Sarkozy subito dopo la vittoria era quello che più aspettavamo, che da tanto tempo non giungeva dalla nazione culla dei diritti dell'uomo e che non avremmo sentito pronunciare da Madame Royal: «Voglio lanciare un appello a tutti coloro che nel mondo credono ai valori della tolleranza, della libertà, della democrazia e dell’umanesimo, a tutti coloro che sono perseguitati dalle tirannie e dalle dittature, a tutti i bambini e le donne martirizzati nel mondo voglio dire di essere certi che la Francia sarà al loro fianco. La Francia sarà dalla parte degli oppressi del mondo. E' il messaggio della Francia. E' l'identità della Francia. E' la storia della Francia».

Europeista da una vita, Sarkozy assicura di «credere nella costruzione europea». «Da questa sera la Francia è rientrata in Europa», ha annunciato appena eletto. Il suo progetto, che punta a un "trattato leggero" da approvare per via parlamentare, è il solo che può far ripartire l'Europa. La soluzione più rapida e pragmatica, mentre un nuovo trattato costituzionale significherebbe imporre ulteriori e più complessi processi di ratifica agli altri membri Ue e correre il rischio di un nuovo referendum, la cui sconfitta risulterebbe letale. L'altra faccia della medaglia del suo europeismo è il "patriottismo" economico. I partner europei sono avvertiti: non dovranno restare sordi alla «collera dei popoli che percepiscono l'Ue non come protezione, ma come cavallo di Troia di tutte le minacce che le trasformazioni del mondo portano nel loro seno».

Con Sarkozy all'Eliseo sarà netto il miglioramento dei rapporti tra Parigi e Washington, ma nel suo primo saluto dopo la vittoria il neopresidente ha ricordato che sarà un rapporto di "non sudditanza" e già individuato un tema di dissenso, invitando gli Stati Uniti a fare la loro parte nella lotta al riscaldamento globale. Un passo avanti rispetto ai bastoni di Chirac tra le ruote della strategia americana in Medio Oriente. Sarkozy ritiene la sicurezza d'Israele «non negoziabile»; «inammissibili e irresponsabili» gli interventi di Ahmadinejad che evocano la distruzione di Israele e negano la Shoah; e definisce «inaccettabile e pericoloso» che l'Iran si doti della bomba atomica.

Certamente con lui all'Eliseo si rafforza la contrarietà della Francia all'ingresso della Turchia nell'Ue, ma è di grande interesse il suo progetto di Unione Mediterranea, che faccia da trait-d'union tra Europa e Africa. Non la solita politica francese di rapporti bilaterali con i regimi africani in nome del passato legame coloniale, ma una sede di cooperazione multilaterale per le politiche d'immigrazione e per uno sviluppo finalmente legato alla democrazia.

Non farà passi indietro sul terreno delle libertà civili e della laicità dello Stato. «Grande rispetto del Papa e di ciò che rappresenta», ma «tenuto conto della separazione tra stato e chiesa, è imperativo che i politici francesi mantengano un certo riserbo in materia religiosa». Sarkozy non è a favore del matrimonio degli omosessuali, né dell'adozione da parte di coppie omosessuali, ma propone di andare ancora più in là dei Pacs e creare «un contratto d'unione civile che garantisca la perfetta uguaglianza con le coppie eterosessuali sposate, per quanto concerne i diritti alla successione, fiscali e sociali». E al quotidiano Libération ha definito «scioccante la posizione della Chiesa, la quale dice che l'omosessualità è peccato: penso che anche la sessualità sia legata all'identità dell'individuo... Una persona non deve scegliere un'identità, ha l'identità che ha».

Persino Zapatero ha riconosicuto in Sarkozy un «politico capace», rappresentante di «una destra aperta e moderna». Ricco di spunti interessanti anche l'articolo di David Carretta, che parla di Sarkozy come "successore" di Mitterand.

Si può trarre una lezione per il ceto politico italiano dalla vittoria di Sarkozy in Francia? Certo, non negli improbabili paragoni tra Sarkozy e Berlusconi, o tra l'eventuale alleanza del partito di Bayrou con il Ps e il Partito democratico di Fassino e Rutelli.

La lezione sta nel saper scommettere sul cambiamento contro il rischio ben più pericoloso dell'immobilismo e del "continuismo". Nel cogliere l'opportunità di riformare se stessi a partire da una vittoria o da una sconfitta elettorale. Lavoro, pubblica amministrazione, tasse, pensioni, sono i terreni su cui la Royal ha perso meritatamente la sfida e che rendono incapace e perdente anche la sinistra italiana. Ma anche la destra ha molto da imparare da Sarkozy, che sui diritti civili è più avanti del nostro Partito democratico; che ha senso della legalità; e che ha un'idea della cittadinanza e dell'identità nazionale non legata al colore della pelle, al luogo di nascita, alle radici giudaico-cristiane, ma basata sui valori democratici e repubblicani: «La Francia a chi ama la Francia».

Monday, May 07, 2007

Non ci facciamo mancare niente

Anche il Divino Otelma aderisce alla manifestazione di sabato in piazza Navona a difesa della laicità dello Stato. «E' di fondamentale importanza, in questo momento cruciale, che i laici e i democratici sinceri si stringano compatti - si legge in una nota congiunta dei Radicali e della "Cancelleria privata del Divino Otelma" - a difesa di taluni principi sanciti dalla Carta costituzionale e rimasti, in buona sostanza, carta straccia. In particolare, il principio della separazione tra le chiese e lo Stato. Ciò va sottolineato nei riguardi di tutte le Chiese, senza eccezione veruna».

Fonte: Agi

Dove sono nani e ballerine? Ma è più markettiano Capezzone a Markette o i radicali del "tutto fa brodo"?

Se non fosse una tragedia politica di proporzioni immani ci sarebbe da schiattare dalle risate. Ve lo immaginate, sui tg serali del 12 maggio, i servizi rassicuranti con le famigliole al Family Day e quelli sull'"Orgoglio laico" a piazza Navona con la sceneggiata del "Divino" Otelma? Mi chiedo a chi, e come, sia potuto venire in mente. Qualcuno dovrà pur rispondere politicamente di questo scempio. Vi scongiuro, basta!

Sarkozy presidente, per il Ps sconfitta con disonore

Nicolas Sarkozy in un'immagine elaborata da The EconomistLa Madame dovrà aspettare. Sarà ancora Monsieur le President. Netta la vittoria di Nicolas Sarkozy, rispettati i pronostici di mesi fa: 53,06% contro il 46,94% della Royal.

«Ultracontento» lo sarò solo se e quando Sarkozy imprimerà al suo paese quella svolta, quella "rupture tranquille" sulla quale ha chiesto e ottenuto la fiducia degli elettori.

Purtroppo, mentre Sarkozy pronunciava il suo primo, vibrante, discorso da presidente (video), avevano luogo a Parigi e in altre città scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Scontri su cui la Royal ha una pesantissima responsabilità, per le sue dichiarazioni incendiarie della vigilia e per una campagna elettorale giocata in gran parte sulla demonizzazione dell'avversario.

A parte alcune auto in fiamme nelle Banlieue, a dar vita alla maggior parte degli incidenti e degli atti di vandalismo sono stati migliaia di militanti del Partito socialista e comunisti, che hanno preso di mira sedi dell'Ump in varie città.

Questo è il Ps che lasciano alla Francia Hollande e Royal. Un partito il cui segretario poche ore dopo una sconfitta elettorale è costretto a lanciare ai propri militanti un appello «alla calma e alla coerenza»: nella Repubblica «vale la legge del voto», ha dovuto ricordare, raccomandando invano di «controllare collera e frustrazione».

Sconfitta con disonore per i socialisti, quindi, mentre il nuovo presidente esordiva con fierezza: «Amo la Francia come si amano tutti coloro che ci hanno donato tanto. Ora voglio restituirle tutto quel che mi ha donato».

«Sarò il presidente di tutti i francesi...», ha subito assicurato: «Stasera non è la vittoria di una Francia contro l'altra, ma una sola vittoria, quella della democrazia, dei valori che ci uniscono...».

«Il popolo francese si è espresso. Ha scelto di rompere con le idee, le abitudini e i comportamenti del passato... Il popolo francese ha scelto il cambiamento».

Sarkozy ha quindi lanciato molti appelli. Ai paesi europei, rivendicando di essere stato «per tutta la vita europeista» e di «credere nella costruzione europea», annunciando che «da questa sera la Francia è rientrata in Europa»; agli «amici americani», assicurando loro che «possono contare sull'amicizia» della Francia; ai popoli del Mediterraneo, dicendo che è giunta l'ora di un'Unione Mediterranea che possa fare da «trait d'union» tra l'Europa e l'Africa; un appello «fraterno» ai popoli africani, rinnovando l'impegno della Francia «contro le malattie, la fame, la povertà».

Ma l'appello finale era quello che più aspettavamo, che da tanto tempo non giungeva dalla nazione culla dei diritti dell'uomo e che non avremmo sentito pronunciare da Madame Royal: «Voglio lanciare un appello a tutti coloro che nel mondo credono ai valori della tolleranza, della libertà, della democrazia e dell'umanesimo, a tutti coloro che sono perseguitati dalle tirannie e dalle dittature, a tutti i bambini e le donne martirizzati nel mondo voglio dire di essere certi che la Francia sarà al loro fianco. La Francia sarà al fianco delle infermiere bulgare ingiustamente condannate a morte in Libia, sarà al fianco di Ingrid Betancourt, sarà al fianco delle donne condannate al burqa, la Francia sarà dalla parte della libertà. La Francia sarà dalla parte degli oppressi del mondo. E' il messaggio della Francia. E' l'identità della Francia. E' la storia della Francia».

Si può trarre una lezione per il ceto politico italiano dalla vittoria di Sarkozy in Francia? Certo, non negli improbabili paragoni tra Sarkozy e Berlusconi, o tra l'eventuale alleanza del partito di Bayrou con i socialisti e il Partito democratico.

La lezione sta nel saper scommettere sul cambiamento contro il rischio ben più pericoloso dell'immobilismo e del "continuismo". Nel cogliere l'opportunità di riformare se stessi a partire da una vittoria o da una sconfitta elettorale. Lavoro, pubblica amministrazione, tasse, pensioni, sono i terreni su cui la Royal ha perso meritatamente la sfida e che rendono incapace e perdente anche la sinistra italiana. Ma anche la destra ha molto da imparare da Sarkozy. Che sui diritti civili è più avanti del Partito democratico e che ha un'idea della cittadinanza e dell'identità nazionale non legata al colore della pelle, al luogo di nascita, alle radici giudaico-cristiane, ma basata sui valori democratici e repubblicani.

Sunday, May 06, 2007

Endorsement anglosassoni per Sarkozy

Sarkozy nei giorni scorsi ha continuato a ricevere endorsement da sinistra. Oltre quelli del radicale Tapie, e degli intellettuali della gauche francese come Glucksmann, sono arrivati quelli "anglosassoni" di Newsweek e Washinghton Post, e quello - seppure discreto come si deve al primo ministro di uno stato estero - di Tony Blair, che in un'intervista a Paris Match dice di avere «imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo. Durante i nostri colloqui, si è mostrato aperto e ha dato prova di spirito di decisione». E Ségolène? «Mai incontrata».

Il leader laburista, ormai vicino a passare il testimone, approfitta per fare un'osservazione con la quale concordiamo da tempo: «Bisogna mettere da parte le vecchie ideologie di sinistra e di destra».

Intanto, i primi dati del voto di oggi annunciano una vittoria ampia di Sarkozy. Ma il dibattito televisivo del 2 maggio scorso non se l'era aggiudicato la Royal, secondo giornali e tv italiani?

C'è chi già si era preparato, come l'ex ministro socialista Rocard, il quale però preferisce guardare all'aspetto positivo della sconfitta: «Non si deve parlare di crisi: il dibattito sarà salutare. Il Ps è stato intralciato dalla sua incapacità di scegliere, in particolare a pronunciarsi sull'accettazione dell'economia di mercato».
Che è al tempo stesso già un'analisi della sconfitta.

«Il Ps non ama questo tipo di discussione, perché non è nelle sue abitudini, perché culturalmente non ha mai voluto staccarsi dal Partito comunista, che oggi non conta più niente. Il Ps ha bloccato qualsiasi evoluzione, il che ci porta verso la sconfitta. E' un problema che ci ritroveremo ad affrontare lunedì mattina». Auguri.

Le parole eversive sono altre

Hanno suscitato polemiche e reazioni spropositate le parole pronunciate il primo maggio da un certo Andrea Rivera, cui qualcuno ha affidato per qualche minuto un palco davanti a migliaia di persone convenute a San Giovanni in Roma per assistere al concertone annuale organizzato dei Sindacati.

«Il Papa ha detto che non crede nell'evoluzionismo. Sono d'accordo, infatti la Chiesa non si è mai evoluta... Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato il funerale a Welby, cosa che non ha fatto per Pinochet, per Franco e per uno della banda della Magliana. E' giusto: assieme a Gesù Cristo non c'erano due malati di Sla, ma due ladroni».

Dati di cronaca, inconfutabili, se non che potevano apparire in quel contesto una provocazione sarcastica. Ma nulla più. Il tale si è invece beccato del "terrorista" dall'ormai poco compassato quotidiano del Vaticano, l'Osservatore Romano. Nervosetti oltretevere se ritengono degna di tal scomunica l'innocua provocazione di uno sconosciuto, che per altro non fa ricorso ad alcuna scurrilità o mistificazione. Ancor più patetici quelli che si sono sbrigati ad accorrere in piazza San Pietro con indosso cartelli in solidarietà del poveretto additato come "terrorista". "Siamo tutti Andrea Rivera", come se fosse il nuovo fronte di lotta della libertà d'espressione.

Intanto, passava inosservato un fatto un tantino più grave. L'aggressione a Mario Segni, mentre era nella piazza a raccogliere firme per il referendum elettorale, da parte di militanti di Rifondazione comunista. Brutto gesto intimidatorio che non sembra del tutto inappropriato collegare a quanto detto solo pochi giorni prima dal leader di quel partito, e presidente della Camera, Bertinotti: il referendum sulla legge elettorale «rende un cattivo servizio alla democrazia».

Parole queste sì eversive, per altro pronunciate da una carica istituzionale, che però hanno suscitato ben poche reazioni, tranne quelle dei referendari, diretti interessati.

Saturday, May 05, 2007

E venti! LibMagazine compie un anno

'LibMagazineDa LibMagazine al primo LibCamp, per provarci ancora

On line da qualche giorno il numero XX di LibMagazine. La rivista, che ambisce a rappresentare un punto di riferimento nel dibattito di cultura e politica liberale, spegne così la sua prima candelina. Alcune novità sono in arrivo, ma niente anticipazioni. Intanto, godetevi questo numero, con l'editoriale di Luigi Castaldi, un mio lungo articolo sulla Francia «al bivio» ("Più rischioso non cambiare"), con meno ardori "sarkoziani" degli ultimi post, e una interessante intervista ad Antonio Tombolini: l'operazione Rosa nel Pugno, il problema della laicità all'interno del movimento radicale, il severo giudizio su Pannella e Capezzone, la «nuova politica», il nichilismo come «condizione del moderno», la verità e la fede.

«Destra e Sinistra sono concetti che non descrivono più nulla, e quello che descrivono sarebbe meglio ormai buttarselo alle spalle. Fare Nuova Politica in Italia significa per esempio cominciare col rinunciare esplicitamente e programmaticamente (a partire dal linguaggio!) a fare uso dei concetti di destra e sinistra.

Per Nuova Politica intendo infine la capacità di fare politica assumendosi appieno la responsabilità del nominare i problemi, e dell'additare responsabilmente le soluzioni possibili, rinunciando alla Vecchia Politica del rinvio e dello scaricabarile. Un esempio: sono certissimo del fatto che un programma di eliminazione rapida e radicale degli sprechi troverebbe immediata comprensione e sostegno da parte della maggioranza dei cittadini, solo che qualcuno abbia la libertà e la responsabilità civile di assumere per sé il compito che il bambino della favola si assunse nell'urlare “il Re è nudo”! I lavoratori pubblici sono troppi e lavorano troppo poco, tanto per dire, e dunque occorre ridurne rapidamente il numero e fare in modo che quelli che restano siano produttivi. Molti enti e associazioni pubblici e parapubblici sono inutili e ingurgitano risorse improduttive: occorre eliminarli. Molte aziende private continuano a reggersi solo perché sussidiate dallo stato: è ora di lasciare che sia il mercato a decidere del loro destino. La scuola e l'università fanno schifo e sono governate da una casta di privilegiati incapaci: è ora di cambiarne radicalmente il paradigma eccetera... Non badate al merito delle cose che ho additato come esempio, se volete. Ma al linguaggio che ho usato per dirle (o meglio, per accennarle): ecco, credo che la Nuova Politica di cui c'è bisogno sia fatta anche, se non soprattutto, di questo metodo, di questo stile, di questo linguaggio. E della discussione, anche accesa, anche conflittuale, che un linguaggio come questo sicuramente accenderebbe»
.

Nell'intervista Antonio confida di non riuscire «ancora a perdonare (politicamente, s'intende) proprio coloro che in quella fase percepii come più vicini alle mie preoccupazioni [sull'operazione Rosa nel Pugno], ma che alla fine si adeguarono, lasciandomi isolato. Due su tutti: Punzi e Castaldi, tanto per non fare nomi».

Doverose un paio di precisazioni. Il fatto è che sulla Rosa nel Pugno le nostre - mie e credo anche di Castaldi - furono, appunto, «preoccupazioni», mentre Antonio, legittimamente, dissentiva dall'operazione, la reputava fin dall'inizio destinata al fallimento e la rovina per i radicali.

Dunque, il nostro - credo di poter dire anche per Castaldi - non fu un «adeguarsi», ma un'adesione al progetto convinta e consapevole dei rischi. Quando sono iniziati i problemi, su molti dei quali Antonio ci aveva visto giusto, il sottoscritto e Castaldi non hanno abdicato dal loro dovere di "dirigenti per caso" di indicarli e di esprimere le proprie «preoccupazioni».

Antonio non fu lasciato «isolato», ma si isolò. Commise, a mio avviso, l'errore di portare così alle estreme conseguenze la sua opposizione da non poter essere presente nel momento in cui sarebbe stato più prezioso, quando cioè le sue critiche sarebbero state supportate dai fatti e quindi oggetto di maggiore attenzione.

Pur trovando fondate alcune sue «preoccupazioni», non ho condiviso la sua bocciatura iniziale ed irriducibile dell'operazione Rosa nel Pugno, anche perché non mi convincevano, e continuano a non convincermi, i percorsi alternativi che proponeva allora, dopo il referendum sulla legge 40 e al Congresso di Riccione. E, d'altra parte, ho sempre ritenuto che al di là di un eventuale fallimento della Rosa nel Pugno, anche nelle condizioni più difficili, i radicali potessero comunque ben figurare nelle istituzioni come fronte per l'alternativa liberale e riformatrice. Con questi radicali smarriti, invece, con i radicali quali si sono rivelati dopo le elezioni, subalterni all'alternanza prodiana, non c'era strategia che potesse tenere, Rosa o non Rosa.

Ma è inutile rivangare il passato. La nostra diversità di lettura dei fatti la conosciamo, la stima reciproca è intatta, quindi meglio concentrarci sul presente. E nel presente ci sono LibMagazine e l'esperimento del primo LibCamp: liberali, proviamoci ancora!