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Monday, April 23, 2007

Nessun "Partito democratico" senza maggioritario

Veltroni e Rutelli, i due candidati alla leadership del Partito democraticoLe peggiori previsioni lo danno al 23%. Altre tra il 25 e il 30%. L'Ulivo alle elezioni dell'aprile scorso ha toccato quota 31,5%. Ma conta davvero scervellarsi su quale sarà il peso nelle urne del nascituro Partito democratico? Quale che sia il suo peso in proporzione al corpo elettorale, il suo peso politico all'interno del centrosinistra è destinato a non variare di molto. Al governo dovrà comunque confrontarsi con agguerrite forze di sinistra neocomunista e antagonista, intorno al 10%, e pare anche con un rassemblement socialdemocratico.

E' inspiegabile come mai i promotori del Partito democratico sembrino non accorgersi che il loro progetto, se non sarà calato in un sistema elettorale maggioritario, è destinato al fallimento, o comunque a non cambiare di molto il volto del centrosinistra. In un sistema proporzionale il Partito democratico sarà solo un partito, forse di maggioranza relativa, ma fra i tanti "pesanti" in compagnia dei quali dovrà presentarsi agli elettori ed eventualmente governare. Un altro nome con cui chiamare l'Ulivo, ma mai quella forza innovativa nel panorama politico italiano capace di assumere da sola responsabilità di governo, o di controllarne l'azione in modo coerente.

In un sistema maggioritario, invece, con il suo 30% il Partito democratico potrebbe aspirare a conquistare tutti o quasi i collegi non vinti da un partito di centrodestra. Quasi il 50% dei seggi in caso di sconfitta. Un po' di più in caso di vittoria. Ciò perché, alla lunga, gli elettori degli altri partiti alla sua sinistra, piuttosto che veder prevalere nel loro collegio il candidato della destra, sposterebbero il loro voto verso il partito di centrosinistra con maggiori possibilità di prevalere. Allo stesso modo il maggioritario converrebbe ad An e Forza Italia, se davvero fossero intenzionati a dar vita a un partito unitario "delle Libertà" o a qualcosa del genere.

Qualche timido segnale di presa di coscienza lo abbiamo registrato. A parte qualche ministro schierato a favore del referendum, il ministro degli Interni Amato si è espresso in favore dell'uninominale. Anche Fassino, timidamente: «Io preferisco il ritorno all'uninominale». E, infine, i colpi tirati da Ds e Margherita alla "bozza Chiti", causando la levata di scudi dei piccoli, da Mastella (Udeur) e Giordano (Rifondazione comunista) a Villetti (Sdi), che hanno minacciato la fine immediata del Governo Prodi.

Incredibilmente assenti dal dibattito sulla legge elettorale sono i Radicali, proprio loro che in passato sono stati i più tenaci sostenitori dell'uninominale. Tra di loro Capezzone sembra isolato nel sostenere il referendum elettorale. E' vero che il quesito non è certo esaltante, ma pur non conducendo ad un esito maggioritario, comunque difende l'assetto bipolare contro la reazione proporzionalista. Sono proprio sicuri i radicali che non sia possibile tessere di nuovo le fila di un "partito" trasversale per la riforma uninominale? Oppure hanno già dismesso la loro battaglia per la riforma "americana" delle istituzioni, delegando lo Sdi a parlare anche per loro nome e conto?

«Anziché completare la rivoluzione maggioritaria, abbiamo disfatto anche il poco che c'era», si rammaricava giorni fa Angelo Panebianco. Non solo «nessuna riforma della Costituzione in senso maggioritario è risultata possibile», ma «la frammentazione partitica, già elevatissima, è diventata, nel corso del tempo, selvaggia». E come se non bastasse è arrivata «la riproporzionalizzazione della legge elettorale voluta dal governo Berlusconi». In questo contesto, spiega Panebianco, il referendum elettorale è forse «l'unica carta oggi disponibile per tentare di invertire la tendenza, riavviare l'italia sulla via della democrazia maggioritaria». Una sorta di vittoria tattica: prima di tutto, bloccare la restaurazione proporzionalista.

E dovrebbe essere chiaro, sottolinea il politologo, che «c'è una sola possibilità residua per evitare di strangolare in culla il Partito democratico: giocare al rialzo (come ha capito Giuliano Amato), approfittare dell'occasione del referendum per riproporre i collegi uninominali e il sistema maggioritario». Sacrificando il Governo Prodi, se necessario.

Perché, dunque, il maggioritario rimane così poco popolare persino nei partiti che più se ne avvantaggerebbero? Oltre al fatto di dover dire addio al Governo Prodi, questa scarsa passione è dovuta a un riflesso di autoconservazione in ciascun singolo parlamentare o dirigente della classe politica. In un sistema maggioritario non ci sono collegi per i quali optare e ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica, ma per i trombati la perdita del posto di lavoro.

3 comments:

offtopic said...

ricordi l'invito di bondi di qualche mese fa a diesse e margherita perchè affrettassero la costituzione del loro partitone?
in quella proposta c'era già l'accordo per far fuori tutti i piccoli.
anche per questo berlusconi non sta facendo opposizione vera. non solo telecom.
ormai si aspetta la scadenza di metà legislatura per incassare la pensione da parlamentare e i rimborsi elettorali e si aspetta che si formi il partito del cdx.
i piccoli sono già avvisati: o si assemblano in corpi più grandicelli o sarà la loro fine.
dei radicali non so proprio che dire. e questo la dice tutta.
dopo la morte reale del faraone ci sarà la diaspora più velenosa che manco i socialisti dopo craxi...

cmq il pd non ha neppure il tempo di creare illusione. è già al governo e tutti sappiamo già come governa. veltroni non potrà fare miracoli particolari... però è furbo ed ha culo... contro fini non so come finirebbe...

remember said...

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C'è in Italia una generazione politica che ha attraversato l'ultimo ventennio volendosi mostrare sempre unita e coesa, a dispetto dei conflitti interni da cui è stata lacerata e delle trasformazioni che hanno mutato il volto del paese. È la generazione dei postcomunisti: l'ultimo gruppo dirigente del Pci e l'unica leadership che abbia guidato fino a oggi i Democratici di sinistra. Una famiglia più che una classe politica, impegnata a tutelare se stessa e la propria identità dalle minacce esterne e dalla sfida del cambiamento. Intrecciando la narrazione storica al ritratto dei dirigenti ds nei passaggi fondamentali della loro carriera, Andrea Romano ripercorre la vicenda politica e biografica della leadership postcomunista dagli anni Settanta fino ai nostri giorni. Una storia di passioni e tradimenti, promesse e delusioni, successi e fallimenti. Una storia animata da personaggi talvolta tragici e talvolta bizzarri, che hanno saputo conquistare il consenso di milioni di militanti ed elettori. Senza però giocare fino in fondo la partita del rinnovamento della sinistra e dell'Italia, prigionieri di un blasone familiare al quale non hanno mai saputo rinunciare. Dall'Italia degli anni di piombo al crollo del Muro di Berlino, dall'educazione giovanile all'ombra del carisma di Enrico Berlinguer sino agli anni Novanta e all'attuale governo Prodi, quello scritto da Romano è il racconto intenso e pungente di una parabola politica collettiva. Che, vent'anni dopo la fine del Pci, si avvia a concludersi mestamente senza lasciare un'eredità davvero vitale.

Anonymous said...

xitlsi scrive "partito democratico" ma si dovrebbe leggere con l'aggiunta..."delle aristocrazie"...

sembra quasi il "partito nazionale della restaurazione"...quello di totò nel film - mitico - "gli onorevoli".

...meno barriques, più barricate...

parola di robespierre!!!



ciao.


io ero tzunami...