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Thursday, January 17, 2008

La pistola carica è passata di mano

Mastella ha così deciso di confermare le sue dimissioni e di garantire un appoggio esterno al Governo Prodi. Anche qualora il caso sollevato dalla procura di Santa Maria Capua Vetere dovesse sgonfiarsi, com'è probabile, non vediamo come Mastella possa rientrare nel governo dopo il duro atto di accusa nei confronti della magistratura lanciato ieri e oggi. E' ovvio che Di Pietro e Mastella non potrebbero in ogni caso riunirsi nella stessa stanza. Dunque, il piano esposto da Prodi oggi in Parlamento, secondo cui il suo interim alla Giustizia sarebbe provvisorio, in attesa del ritorno di Mastella quando la sua vicenda sarà chiarita, è più che altro fumo negli occhi, forse l'unico modo per prendere tempo.

Ma quello annunciato da Mastella è qualcosa di più e anche di meno di un appoggio esterno. Somiglia più alle "mani libere". «Daremo l'appoggio esterno ma saremo esigenti. Non daremo l'apporto come prima, dove il compromesso era la condizione per tenere insieme la coalizione, ma ci staremo nelle condizioni date. Rispettosi della logica del programma, della discussione sulla legge elettorale, ma con i nostri valori sulla Chiesa, sui dico, sulla politica estera». E, manco a dirlo, sulla giustizia.

In via di dissolvimento il partito, l'unica carta che riteniamo rimanga in mano a Mastella e all'Udeur, è quella di far cadere il governo e portare la "testa" di Prodi in dote a Berlusconi, magari attraverso una "coabitazione" con l'Udc. Non subito, ma di certo alle prossime elezioni non vedremo l'Udeur, o ciò che ne sarà rimasto, nel centrosinistra, quale che sia.

Ormai è del tutto inutile far cadere il governo come mossa disperata per tentare di evitare il referendum, perché in nessun caso Napolitano a questo punto scioglierebbe le camere solo per evitarlo, e perché Veltroni, Berlusconi e Fini si opporrebbero.

Alla luce della decisione della Corte di ammettere tutti i quesiti, a questo punto la pistola carica sul tavolo delle trattative per la riforma elettorale dovrebbero averla Berlusconi e Veltroni, che potrebbero esercitare pressioni sulle altre forze politiche riottose: o vassallum, o referendum. Anche il vassallum in effetti è tendenzialmente maggioritario e bipartitico, ma la legge che uscirebbe dal referendum sarebbe molto più brutale.

E' ciò che ha fatto capire Berlusconi oggi rilanciando il dialogo con Veltroni: gli ha rivolto un «appello» affinché «intervenga per tornare» al vassallum. Altrimenti, «si vada verso il referendum». In ogni caso, Berlusconi non è disposto a votare la bozza Bianco, che non conviene nemmeno al Pd per l'idea che ne hanno i veltroniani, e Veltroni ha sempre affermato che senza il consenso di Berlusconi non si sarebbe potuta approvare una nuova legge. Tra l'altro, nelle ultime ore, appare mutata anche la posizione della Lega Nord, più possibilista sul referendum, mentre Fini è referendario da sempre. Tra Veltroni e Berlusconi ormai l'accordo dovrebbe essere siglato: vassallum o referendum.

A questo punto, prima o poco dopo il referendum, il Governo Prodi è destinato a cadere. E' ovvio che Berlusconi preferisca prima e Veltroni dopo, anche perché in primavera ci sono in ballo centinaia di nomine, ma la strada sembra finalmente tracciata: referendum (o legge elettorale maggioritaria) e poi elezioni.

Palle di tutti i colori

In pochi ci hanno fatto caso, ma questo Graziano Cecchini è un'artista di un certo valore. Le migliaia di palline colorate lanciate dalla scalinata di Trinità dei Monti su Piazza di Spagna, oltre ad essersi rivelate un'"installazione" di un apprezzabile impatto visivo, proprio in questi giorni assumono un valore allegorico che accomuna tutti gli italiani, nello sconforto di fronte alle ultime puntate della sceneggiata politica: "Ci hanno fatto le palle di tutti i colori e ci stanno rotolando giù dalle scale".

La mala-politica e la mala-giustizia

C'è da rimanere sconcertati dalle immagini della conferenza stampa del procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere. Moderando i termini e ricorrendo agli eufemismi, un personaggio che non è apparso esattamente la quintessenza dell'equilibrio, della serenità e della competenza. E c'è da rimanere sbigottiti dagli atti dei verbali della procura riportati questa mattina dai giornali (qui la Repubblica).

Non so dire degli altri esponenti dell'Udeur coinvolti, ma già l'idea che Bassolino sia stato vittima di una tentata concussione "psicologica" da parte di Mastella risulta ridicola. Nella frase contestata alla moglie di Mastella a stento si ravvisa un'ipotesi di reato, figuriamoci le motivazioni per un arresto, seppure ai domiciliari.

Chiarisco subito, perché il mio post di ieri non possa prestarsi ad equivoci, che non intendo mettere mani sul fuoco sull'innocenza dei Mastella, o assolvere le tremende responsabilità politiche dell'Udeur e della "casta", ma criticare un uso della carcerazione preventiva - nello specifico l'arresto della moglie di Mastella, soprattutto quello, del tutto ingiustificato - attraverso il quale si vuole condizionare un ministro e l'esistenza stessa di un governo eletto dai cittadini.

Per quanto Mastella e l'Udeur siano partecipi e responsabili, per quanto in minima parte, di un sistema di malapolitica, non è accettabile che a liberarci dalla "casta" siano i magistrati, così come non potrebbero esserlo - e in altri paesi lo sono - i generali o i colonnelli. Sarebbe vera liberazione, se un potere non eletto, che molte volte è coinvolto nelle faide politiche a livello nazionale e locale, condizionasse un governo e un parlamento comunque eletti, per quanto inefficienti e persino "corrotti"?

E' un problema di democrazia. Possiamo salvarci se ci dotiamo di regole e meccanismi istituzionali che innanzitutto tolgano ai partiti e restituiscano ai cittadini il controllo sugli eletti e sui governi. E dovremmo anche comprendere che, al di là dei moralismi, è l'eccessiva disponibilità di risorse pubbliche gestite dalla politica, l'espansione abnorme dei compiti dello Stato e degli enti locali, il controllo totale e pervasivo, statale e regionale, sui servizi pubblici, che generano gli appetiti e alimentano il sistema della lottizzazione e delle clientele, gestite attraverso appalti, consulenze, municipalizzate e quant'altro. Un sistema che non si sconfigge per via giudiziaria, perché migliaia di persone dovrebbero finire in galera. E non è credibile che sia colpito un piccolo partito come l'Udeur e non reti di potere come quella di Bassolino, delle Coop e in altre parti d'Italia, anche amministrate dal centrodestra.

Dai rifiuti alla sanità, dalle università ad altri servizi pubblici, soprattutto nelle regioni economicamente depresse, è ovvio che dove la legge attribuisce alla politica, ai partiti, il potere di nominare i vertici delle aziende, essi finiscono per spartirsi tutti i posti, fino ai portantini, agli spazzini e ai bidelli, ricevendone in cambio voti, se non denaro, edificando sistemi di potere difficilmente scalfibili.

Realisticamente chiediamoci sa la magistratura, qualsiasi magistratura, sia in grado di scardinare questo sistema. Perché è difficile sostenere che non appartenga alla discrezionalità di un politico far dipendere il proprio appoggio a una maggioranza, a un governo, anche dalla nomina di una personalità che si ritiene "qualificata". Il sistema di regole dovrebbe, semmai, mettere in condizione i cittadini di sanzionare politicamente il governo, centrale o locale, che abbia nominato persone non qualificate.

Qual è il modo per capire se dietro una raccomandazione, dietro certe "pressioni politiche", c'è l'intento di indicare una persona di valore, o di sistemare "amici" per riceverne favori? Non c'è altro modo che responsabilizzare chi decide, chi nomina e chi assume: responsabilizzarlo politicamente, se è un politico; dal punto di vista amministrativo, se è un funzionario. Ognuno sia chiamato a pagare in prima persona, anche perdendo il posto o il conto in banca, se la struttura di cui è responsabile produce risultati scadenti.

In altri paesi si fa addirittura a meno del concorso pubblico, perché gli amministratori pagano in prima persona i danni che derivano dall'accogliere raccomandazioni poco qualificate, che in questo modo risultano ridotte ai minimi termini, tali da non condannare le strutture all'inefficienza. Una questione di regole, non (o non solo) di morale.

Lucidissimo, nel far emergere tali aspetti, l'articolo di Marco Imarisio oggi sul Corriere della Sera, che a differenza di Carlo Bonini, riportando stralci dai verbali, coglie il punto debole dell'inchiesta di Santa Maria Capua Vetere.

«Il metodo, in buona sostanza, è quello di far pesare i propri voti per ottenere vantaggi. L'ordinanza del tribunale... è un elenco di queste pratiche. È la descrizione del governo capillare del territorio operato da persone che fanno riferimento ad un piccolo partito, l'Udeur. Clemente Mastella viene palesemente considerato il dominus di ogni minima operazione compiuta in Campania. Evocato, citato, secondo i giudici ognuno dei reati contestati viene compiuto in nome e per conto suo. Ma questo legame diretto, se esiste, sta nelle intercettazioni del Guardasigilli, non allegate all'ordinanza», ma che la procura chiederà al Parlamento di poter utilizzare.

«Dall'ordinanza, risulta chiara la ragnatela di interessi targati Udeur in Campania. In alcuni casi risulta difficile la distinzione tra episodi penalmente rilevanti e basse pratiche politiche. Appartengono sicuramente alla prima categoria le falsificazioni delle graduatorie per i concorsi pubblici e le manovre sugli appalti. Altri, come l'episodio nel quale Camilleri si fa stracciare una multa per eccesso di velocità dal sindaco del Comune di Alvignano, con la complicità di un vigile, sono soprattutto indicativi di una mentalità clientelare, sintomi di malcostume politico. L'esempio illuminante è la tentata concussione ai danni di Antonio Bassolino», smentita tra l'altro dallo stesso governatore.

Il reato individuato sembra essere quello, inesistente nei codici, di "pressioni politiche". Che forze e uomini politici esercitino reciprocamente, in funzione del loro potere di ricatto in un dato momento e situazione, pressioni politiche per avere poltrone, è politica. Brutta politica, in molti casi, da cui non possiamo però difenderci con una cattiva idea, moralistica e anti-liberale, di giustizia.

Wednesday, January 16, 2008

Giustizia. Necessaria una cura "Shock & Awe"

«Hanno preso in ostaggio mia moglie», ha detto il ministro della Giustizia Clemente Mastella alla Camera, presentando le sue dimissioni dopo gli arresti domiciliari disposti dalla procura di Santa Maria Capua Vetere nei confronti della moglie, ma notificati in ritardo alla diretta interessata, che ne ha appreso l'esistenza attraverso la tv e la stampa, secondo il malcostume tipico di certa magistratura politicizzata.

E' un'immagine, quella della moglie in «ostaggio», che colpisce, per quanto eloquente nel rendere l'idea dell'uso ricattatorio, vendicativo, persecutorio, a scopi a volte personali altre volte politici e di casta, a cui certi magistrati e procure piegano la loro funzione. Sarebbe inquietante se dovesse risultare in qualche modo corrispondente alla realtà questa immagine, se un atteggiamento - colpire i famigliari del "nemico" - che quasi si potrebbe definire camorristico avesse ormai travalicato i confini della criminalità e appartenesse alla socialità e persino ai rappresentanti dello Stato campani.

Sconcertanti le parole pronunciate questa mattina dal procutore capo, Mariano Massei, il quale confermando che nulla era stato ancora notificato, aggiungeva però di non poter dire, «neppure per telefono», se il provvedimento esistesse o no. Di fronte a una fuga di notizie che arrechi un danno ingiusto a un cittadino, qualsiasi funzionario pubblico dovrebbe subito smentire o confermare, non difendere un segreto ormai di Pulcinella.

La tempistica, cioè la notizia che guarda caso esce proprio la mattina in cui il ministro avrebbe dovuto presentare al Parlamento la relazione annuale sullo stato della giustizia, e la notifica a mezzo stampa, anche alla luce dei precedenti degli ultimi 15 anni, lasciano spazio a ben pochi dubbi sulla natura politica del provvedimento. Il tempo ci dirà se, come tante altre inchieste illustri e politicamente dirompenti, anche questa si volatilizzerà come una bolla di sapone. Ma chi pagherà, chi sarà chiamato a rispondere per il danno intanto arrecato ai Mastella, al Governo e ai rappresentanti eletti dai cittadini, all'immagine delle istituzioni e del Paese; e anche solo per la giornata di lavoro del legislatore sprecata? Come al solito, nessuno.

Il sospetto è che a prescindere da come prosegua l'inchiesta e dall'esito dell'eventuale processo, il risultato politico la procura lo abbia già incassato, nella certezza che l'eventuale archiviazione o sconfitta in sede giudiziaria non avrà né padri né responsabili. La magistratura è dunque riuscita a "silurare" un altro ministro della Giustizia? Vedremo se alla fine Mastella deciderà di accettare di rimanere al suo posto, come gli chiedono Prodi e i partiti dell'Unione, più che altro spaventati dall'eventualità di un partito, l'Udeur, con le mani libere, ma è evidente che Mastella è "bruciato": come ministro della Giustizia è titolare di azioni che non potrebbe più esercitare in piena libertà, che si presterebbero - in un senso o nell'altro - ad ogni tipo di sospetto. La procura il suo scopo lo ha raggiunto. Costi previsti: zero.

E' un sistema che tra squilibri, privilegi e debolezze permette a una sola procura di tenere in pugno le sorti non solo di un singolo ministro, ma di un governo e di un'intera legislatura espressione della sovranità popolare. Insomma, cerchiamo di intenderci: c'è qualcuno davvero convinto che il potere della magistratura debba estendersi in modo incontrollato a tal punto da somigliare a quello di una sorta di consiglio dei guardiani che arrivi a destituire ministri e a far cadere governi quando essi osino occuparsi dei problemi della giustizia e lambire la casta dei magistrati? Sarebbe una concezione assai confusa e bizzarra di democrazia. Nel modo in cui alcuni magistrati e procure esercitano le loro funzioni intravediamo ormai un carattere eversivo latente.

E la politica? Spiccava, questa mattina in aula, la totale solitudine del ministro, lasciato solo sui banchi del governo. Assente Prodi, assenti i vicepremier, assenti quasi tutti gli altri ministri. Assenze che contraddicono la solidarietà espressa a parole e, quindi, la genuinità della richiesta di revocare le dimissioni. Chiedendo a Mastella di restare al suo posto, Prodi e il governo stanno forse dicendo di condividerne i giudizi e l'atto di accusa nei confronti della magistratura? E' questione politica che il presidente del Consiglio dovrebbe affrontare di fronte al Parlamento e all'opinione pubblica, senza occultarsi.

Il commovente discorso di Mastella alla Camera ha suscitato un sussulto d'orgoglio nel Palazzo. Un durissimo atto d'accusa nei confronti della magistratura e dei suoi fiancheggiatori mediatici e politici, ma molto più che un nuovo episodio del lungo conflitto tra politica e magistratura. Sancisce anche il fallimento di una politica di dialogo e ci ricorda come Berlusconi abbia sciupato nella scorsa legislatura una ghiotta occasione per riformare la giustizia dalle sua fondamenta. E' la dimostrazione dei danni che hanno arrecato al sistema quei partiti che hanno incoraggiato e spalleggiato la magistratura che invadeva la sfera politica sperando di ottenere l'eliminazione per via giudiziaria dei propri avversari politici.

Oggi, nei misfatti di alcuni magistrati non ravvisiamo più l'obiettivo strettamente politico di abbattere qualcuno per favorire l'una o l'altra parte politica. Quei magistrati oggi abusano delle loro funzioni allo scopo di accrescere, in un modo o nell'altro, il loro stesso potere ai danni della politica: lanciandosi in campagne moralizzatrici che intercettano il sentimento di anti-politica diffuso nell'opinione pubblica; dando sfogo alle loro manie di protagonismo; difendendo i propri privilegi corporativi; rafforzando il proprio potere di veto su ogni ipotesi di riforma. Si comportano e agiscono come un partito, una corporazione ormai fuori controllo. Certo, si sono di molto ridotte le frange della sinistra che spalleggiano il giustizialismo a fini politici, ma è ormai troppo tardi per chiudere la stalla. La frittata è fatta.

Spesso i magistrati sembrano indipendenti non solo dalla politica ma anche dalla legge. I concetti di autonomia e indipendenza non presuppongono né determinano anche quello di irresponsabilità. Ed è la responsabilità che manca nell'agire della magistratura. La totale disponibilità nel fissare le priorità, stabilendo le urgenze dell'attività inquirente tra le innumerevoli notizie di reato, dà luogo de facto a una politica giudiziaria la cui elaborazione inevitabilmente avviene nelle procure. Una politica di cui, abbandonando ogni ipocrisia, qualcuno dovrebbe essere chiamato a rispondere.

Al punto in cui siamo giunti, ci vorrebbe un Parlamento con un'ampia maggioranza determinata ad usare nei confronti della magistratura una strategia di Shock & Awe, volta ad annichilire e sfaldare la corporazione. Un pacchetto di poche riforme mirate da approvare in tempi brevi, così da non dare la possibilità alla corporazione di organizzarsi e colpire politicamente ogni ministro, ogni governo, ogni parlamento che osi minimamente mettere mano al sistema. Separazione delle carriere; responsabilità civile dei magistrati; Csm; obbligatorietà dell'azione penale; carcerazione preventiva; meritocrazia; intercettazioni. Sono questi i nodi su cui è urgente intervenire.

Rimanga pure al suo posto, il ministro Mastella, ma basta ispettori. Rimanga, ma solo se intende portare a compimento queste fondamentali riforme, e solo qualora riavvisasse le condizioni politiche per riuscirvi.

Tuesday, January 15, 2008

Sedicenti "laici", quattro utili idioti e venduti

Non chiamateli laici, ché la laicità è tutt'altra cosa: chiamateli utili idioti. Se fossimo malati di complottismo, ci sarebbe da pensare che siano tutti nel libro paga della Santa Sede. "Autogol", "regalo", chiamatelo come volete. Presentivo che il Vaticano avrebbe sfruttato a proprio vantaggio il clima di censura e intimidazione che da alcuni giorni stava montando intorno alla visita di Ratzinger all'Università La Sapienza. Ieri ho ricordato come alla Columbia University avesse potuto parlare persino Ahmadinejad, senza che nessuno avesse dovuto rinunciare a manifestare il proprio dissenso e la propria dura critica, anche nei confronti dell'invito.

Una scelta smaccatamente politica quella con cui il Vaticano ha ritenuto «opportuno soprassedere» dall'evento (il Viminale ha negato che ci potessero essere possibili problemi di sicurezza). Dunque, il Papa e i suoi "strateghi" hanno strumentalizzato le proteste censorie come avrebbe fatto qualunque politico accorto. La prova - a quanto pare qualcuno ne ha ancora bisogno - che tra le mura vaticane c'è una regia tutta politica, e abile, per la gestione degli eventi pubblici e dei rapporti con le istituzioni e la società italiani. Meglio passare da censurato che pronunciare un banale discorsetto destinato a cadere nel dimenticatoio nel giro di 24 ore. Questo in Vaticano lo hanno compreso quasi subito. Mentre dall'altra parte c'è un mondo sedicente "laico" ufficiale che non ci ha capito e continua a non capirci nulla.

Ecco, vedete, al Papa si vieta di parlare. Il paradosso è che a Benedetto XVI, che gode in Italia di una sovraesposizione mediatica non paragonabile a quanto accade in nessun altro paese in occidente, oggi si è concesso un argomento in più per sostenere che lo Stato laico nega la presenza della religione nella sfera pubblica. Un falso, soprattutto in Italia, nonostante l'episodio accaduto a La Sapienza. A dimostrarlo le tradizioni, le processioni, gli eventi, le presenze televisive, le programmazioni culturali che in Italia, come da nessun'altra parte nel mondo, non solo trovano aperti gli spazi e i poteri pubblici, ma anche enorme risonanza sui media.

Così il Vaticano passa all'incasso del capitale di immagine gentilmente e gratuitamente offertogli dai collettivi degli studenti comunisti e da quel manipolo di professori-asini firmatari della lettera con la quale si chiedeva, sulla base di una citazione errata da un discorso di Ratzinger, di annullare l'«incongruo evento» (lasciamo perdere come la pensi il Papa su Galileo Galilei, il senso della citazione è stato evidentemente travisato).

Ci sarebbe voluto molto a organizzazare civili e allegre manifestazioni di dissenso il giorno stesso della visita, senza mettere in discussione la legittimità e l'opportunità della stessa presenza del Papa nell'Ateneo? Come sempre abbiamo dovuto assistere a occupazioni, toni aggressivi, gesti cupi e oscurantisti. «Impedirgli di parlare in un ateneo è ottuso, oltre che incivile, antidemocratico, illiberale», ha scritto oggi Giordano Bruno Guerri su il Giornale.

Sì, anche «antidemocratico» e «illiberale», perché se è vero che la democrazia si deve difendere dai propri presunti nemici, deve riuscire a farlo attraverso meccanismi istituzionali che non neghino a priori i suoi stessi principi, di cui la libertà d'espressione è uno dei più importanti. E' come possedere un bel gioiello ma non indossarlo mai temendo che qualcuno lo rubi. Nel momento in cui, per difendere la democrazia, dovrei impedire a chi la pensa diversamente di parlare, la democrazia è già morta. E in ogni caso non serviva certo un'intelligenza al di sopra della norma per capire quale autogol potesse rivelarsi, anche solo dal punto di vista dialettico-politico, impedire al Papa di parlare.

Ma lo ripetiamo: non è la prima volta che le università italiane si dimostrano off limits per il confronto e il dibattito: già a diplomatici ed esponenti del governo israeliano e a Magdi Allam era stato impedito di prendere la parola. Oggi accade di nuovo ed è un motivo in più per riflettere sullo stato di degrado culturale, comatoso, in cui versa l'università italiana: in parte in mano ai facinorosi dei collettivi comunisti, che passano le giornate oziando e sognando la rivoluzione, con le spalle coperte dai facoltosi genitori giornalisti o professori; in parte in mano ai professori meno preparati e meno produttivi tra quelli dei Paesi Ocse, nostalgici del Sessantotto.

Costoro sono in debito nei confronti dei laici e dei liberali, cui dovrebbero un cospicuo risarcimento per il danno d'immagine procurato appropriandosi di una cultura da cui evidentemente sono lontanissimi.

Ciò che è accaduto in questi giorni è invece un altro motivo per sostenere lo smantellamento dell'intero sistema pubblico universitario: passare dall'abolizione del valore legale del titolo di studio e degli ordini professionali all'autofinanziamento degli atenei, in modo che lo Stato partecipi ai costi alla luce dei risultati raggiunti, ma non garantisca ad occhi chiusi la loro sopravvivenza e i vitalizi ai docenti.

Monday, January 14, 2008

Quando Ahmadinejad parlò alla Columbia University...

Di per sé non ci sarebbe nulla di male a invitare il Papa all'Università La Sapienza. Alla Columbia University fu invitato a parlare persino il presidente iraniano Ahmadinejad. L'Ateneo si divise in manifestazioni pro e contro l'invito, ma il criticatissimo rettore Lee Bollinger riservò al dittatore un trattamento di durissima e apertissima critica, trasformando l'incontro in un confronto in cui anche gli studenti ebbero la facoltà di prendere la parola per polemizzare e, se ricordate, per sbeffeggiare l'ospite.

Purtroppo, in Italia, occasioni come l'inaugurazione di un anno accademico si trasformano in marchettoni ed eventi esclusivamente celebrativi. La prassi, inoltre, vuole che l'Università si riconosca con l'esperienza e il pensiero dell'illustre ospite. Da qui le polemiche. E' evidente che Benedetto XVI, seppure a capo di una monarchia assoluta e teocratica che condiziona pesantemente le istituzioni del nostro Paese, non è a capo di uno stato terrorista che sta sviluppando la bomba atomica. Tuttavia, è innegabile che molte posizioni della Chiesa entrino in conflitto con gran parte del mondo accademico e scientifico.

Invece che a un evento puramente celebrativo, come l'inaugurazione dell'anno accademico, sarebbe stato più opportuno invitare il Pontefice a un dibattito aperto con docenti e studenti dell'Ateneo. Sarebbe potuta essere un'interessante occasione di confronto tra "addetti ai lavori" sui temi più delicati del rapporto tra scienza e fede, mentre ancora una volta saremo costretti ad assistere ai soliti, ipocriti, baciamani da una parte, e alle solite becere e violente incursioni dei collettivi comunisti dall'altra. Per favore, non chiamateli libertari.

E, soprattutto, prestate un po' più d'attenzione, perché quelle frange studentesche violente hanno già impedito a esponenti del governo israeliano e a Magdi Allam di prendere la parola in aule universitarie. Della loro libertà d'espressione, però, è importato a molti meno.

P.S.: sui "baroni", che definendo «incongruo» l'evento hanno grossolanamente sbagliato nel riportare una citazione di Ratzinger sul processo della Chiesa a Galileo, che avrebbe dovuto dimostrarne l'oscurantismo, stendiamo un velo pietoso. E' di questo genere di docenti che le università italiane dovrebbero saper fare a meno se non vogliono condannarsi al declino.

Friday, January 11, 2008

Obama, un sermone agli assetati

Di Barack Obama, del suo essere afro-americano, o americano-afro, quindi del fattore colore della pelle nella corsa alla Casa Bianca, ha parlato Christian Rocca conversando con Franco Zerlenga, sessantacinquenne ex professore della New York University, italo-americano di Torre del Greco, liberal convinto e registrato al Partito democratico, prossimo convinto elettore di Obama. Considerazioni interessanti, degne di nota, quelle del prof. Zerlenga, anche in relazione al mio post di questa mattina sull'ascesa di Obama e il mito dell'America "razzista".

«Obama è il classico "white liberal guy" che si interessa dei problemi e dei bisogni dei negri». La sua straordinaria forza, dice Zerlenga, consiste proprio in questo curriculum tipico del bianco di sinistra: a Chicago prima lavorando in una comunità afroamericana, poi avvocato dei diritti civili, «militanze che tradizionalmente hanno sempre fatto i bianchi di sinistra, molto spesso ebrei».

La novità di Obama rispetto agli altri politici neri, dice Zerlenga, è che si presenta prima come americano e poi come nero e, inoltre, il primo che non invoca aiuto per i neri in quanto neri, ma per i poveri, bianchi o neri che siano. «Obama è l'opposto dei relitti storici come Jesse Jackson e Al Sharpton che si sono inventati questa etichetta di afro-americani, prima africani e poi americani».

Non solo: secondo Zerlenga, il fenomeno Obama è merito di George W. Bush, «e lo dico io che sono democratico». Bush, ricorda, «a noi democratici ci ha schiaffato in faccia due segretari di stato negri, uno Colin Powell e l'altro non solo negro, ma anche donna, Condoleezza Rice. Neanche Billy Clinton ha avuto lo stesso coraggio». E' stato Bush ad abbattere l'ultimo residuo di razzismo istituzionale. Se non si capisce questo, e non si comprende quanto sia mutato il contesto storico e sociale americano, dice Zerlenga, non si spiega perché «la mia amica 72enne repubblicana del New Jersey voterà Obama».

E non si capisce che Obama ha sì buone possibilità di ottenere la nomination democratica, ed eventualmente anche di finire alla Casa Bianca, ma che ci sono molti motivi, che non hanno nulla a che fare con il colore della sua pelle, per i quali può perdere l'una e l'altra.

Ad essersi convinto della probabile vittoria di Obama è David Horowitz. Premettendo che in questa campagna è un azzardo, da pazzi, prevedere cosa accadrà, secondo Horowitz, Obama «può battere Hillary» e ottenere la nomination. «Mentre sa bene che deve andare a sinistra per battere Hillary, ha già predisposto notevoli indicatori centristi per il futuro. Ma la vera ragione per cui penso che possa conquistare i cuori e le menti della maggioranza democratica è che parla all'anima religiosa del suo partito in toni a cui i credenti non possono resistere. A molti sfugge una cosa ovvia: mentre i Repubblicani hanno un'ala religiosa, i Democratici sono un partito religioso».

E' un oratore «eloquente e ispirato», mentre Hillary appare «sgraziata, calcolatrice e meccanica». Obama ha «la medicina di cui ai Democratici sembra di non poter fare a meno». Il tema di queste elezioni per la sinistra è «cambiare». Ovvio, per chi è all'opposizione. Ma «che tipo di cambiamento? Oppure, trasformazione è la parola giusta? Una fuga miracolosa dal brutto mondo dei talebani e di Al Qaeda, degli iraniani e dei pakistani, della Russia di Putin e del Venezuela di Chavez. L'America ha bisogno solo di tornarsene a casa e tutto sarà ok. Così potremo tornare all'obiettivo di dare a tutti l'assistenza sanitaria, sfamare gli affamati, aprire i nostri confini ai nostri bisognosi e comprensivi nemici globali, "rifare l'America e riparare il mondo"», come ripete Obama.

«Ciò che Obama ha da offrire è un sermone agli assetati spiritualmente» e a quanto sembra ad Horowitz, «ce ne sono a sufficienza nel Partito democratico da far vincere Obama».

Certo, forse queste sono le qualità che permetteranno a Obama di battere Hillary, ma anche quei difetti che gli impediranno di arrivare alla Casa Bianca, molto più del colore della sua pelle.

Più che pericolosi, ridicoli

Non l'avevo letta questa carta dei valori del Partito democratico in cui sono impegnati intellettuali del calibro, si fa per dire, di Alfredo Reichlin (di cui avevamo già parlato qualche giorno fa).

Devo dire che nemmeno lo leggerò questo «Manifesto», ché mi bastano gli estratti riportati oggi nell'editoriale di Piero Ostellino, sul Corriere della Sera.

Una marmellata di buonismo, solidarismo, anticaglie marxiste, che dimostra l'ignoranza assoluta dei processi che regolano la vita economica e sociale di una moderna democrazia liberale.

La pretesa e l'ossessione di prevedere e gestire il cammino "provvidenziale" della storia, di assicurare un tipo di libertà «sostanziale», e uno «sviluppo umano della persona», l'"uomo nuovo" dei peggiori stati etici, pare di capire.

Passaggi da brivido, che dopo lo stupore iniziale suscitano una rassegnata tenerezza. Questi qui non capiranno mai. Non potendo più mettere in discussione il capitalismo, l'economia di mercato, i concetti di "dispersione delle conoscenze", alla base della sociologia moderna (Max Weber), dell'individualismo metodologico (Friedrich von Hayek) e della società aperta (Karl Popper), secondo cui gli uomini, nella libertà, producono «inconsapevolmente» benefici pubblici attraverso comportamenti individuali non prevedibili e programmabili, non potendo più confutare tutto ciò che ha reso perdenti le teorie in cui hanno creduto, gli resistono sentimentalmente. Solo quello. Poveretti.

Giuliani ha il piano fiscale più convincente

Ieri l'endorsement di Grover Norquist, presidente e fondatore della Americans for Tax Reform, oggi Rudy Giuliani diffonde il suo spot sulle tasse.

Norquist - leggiamo dal blog Italian blogger for Giuliani - promuove il piano di riforma fiscale presentato, qualche giorno fa, da Giuliani e comunica che, a differenza di John McCain, Fred Thompson e di tutti i candidati democratici, ha firmato il pledge con cui si impegna ad opporsi a qualsiasi aumento delle tasse se eletto presidente. Secondo Norquist, il piano di Rudy porterebbe «al più grande taglio delle tasse nella storia americana» ed è il progetto "pro-growth" più convincente tra tutti quelli presentati dai candidati repubblicani alla presidenza.
«Il taglio alle tasse proposto da Giuliani rappresenterebbe un gigantesco salto in avanti per i contribuenti americani e per l'economia degli Stati Uniti. In particolare, il taglio della corporate income tax e dei capital gain sarebbe esattamente quello di cui abbiamo bisogno per evitare una fase di recessione. In più, il piano di tagli alle tasse proposto da Giuliani porterebbe alla creazione di un sistema alternativo (FAST: Fair and Simple Tax) che potrebbe, di anno in anno, essere scelto dalle famiglie americane e dai piccoli imprenditori; un sistema a tre aliquote (con quella massima al 30%) basato soltanto sulle deduzioni più utilizzate. La maggior parte degli americani, se liberi di scegliere questo sistema semplificato, opterebbero per esso senza più tornare indietro. Per anni Hong Kong ha utilizzato un sistema fiscale alternativo di questo tipo e la maggioranza dei cittadini lo ha utilizzato con soddisfazione».
Anche il Club for Growth, presieduto da Pat Toomey, definisce il piano di Giuliani «una proposta coraggiosa ed innovativa che ricompensa il lavoro e il merito, incoraggia gli investimenti e promuove la crescita ecomomica degli Stati Uniti».

News affette da allarmismo e politica da emergenzialismo

Immaginate cosa sarebbe accaduto se durante un governo Berlusconi il presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera avesse convocato per un'audizione i direttori di tutti i tg nazionali (Tg5, Tg2, Tg3, Rainews 24, SkyTg 24, Tg1, Tg La7 e Studio Aperto) motivando la convocazione con un presunto scollamento tra «i dati statistici sull'andamento della criminalità» e la «percezione di insicurezza nei cittadini», dovuta anche al «sistema dell'informazione e della comunicazione, con particolare riguardo al modo in cui esso sceglie e presenta le notizie, nel formarsi e nel diffondersi di un'opinione condivisa sul grado di sicurezza di una comunità».

Certo, che quel modo di scegliere e presentare le notizie influenza il formarsi di percezioni e opinioni. Guai se così non fosse. Non è compito della politica, però, esercitare pressioni sui direttori delle testate imputandogli la responsabilità di diffondere percezioni sbagliate e, soprattutto, scomode per chi è al potere. Semmai, la politica è inadempiente nel garantire un mercato e un sistema readiotelevisivo con una pluralità di soggetti autonomi. Assetto ben lontano dall'attuale duopolio, che addirittura qualcuno vorrebbe veder ritrasformato in monopolio della Tv di Stato.

Immaginate cosa sarebbe successo, se un'iniziativa del genere l'avesse presa un presidente di Commissione messo lì da Berlusconi. Bisogna comunque ammettere che il mondo della stampa è civilmente insorto. Il presidente dell'Ordine dei giornalisti del Lazio, Bruno Tucci, ma anche i direttori di tg vicini al centrosinistra come Antonio Di Bella e Corradino Mineo. Tanto che Violante è in qualche modo dovuto correre ai ripari: «Se non vi avessimo ascoltati, avremmo concluso che l'informazione è uno dei fattori che generano insicurezza: ora stiamo capendo che non è così».

Le commissioni parlamentari sono già sommerse di inutili scartoffie di audizioni di ogni tipo, a cui raramente segue qualche iniziativa degna di nota. Ormai in questo paese se non sei stato "audito" almeno una volta da qualche commissione sei uno sfigato.

Detto questo, sarebbe di un qualche interesse discutere in altre sedi di come a caccia di audience gli operatori televisivi siano indotti a spettacolarizzare i fatti di cronaca, spesso cadendo nel macabro e nel cattivo gusto, tra biciclette e plastici di villette. Per non dire dei tanti allarmismi di cui (dalla meteorologia al traffico, dagli incidenti del sabato sera alle epidemie e alla droga) tutti siamo ogni sera testimoni. Non manca mai, nei tg e nei titoli dei giornali, una notizia che diventi un allarme nazionale da codice rosso. Tutto per catturare un po' della preziosa attenzione dello spettatore/lettore distratto.

Tendenze che non ci devono scandalizzare moralisticamente, ma di cui occorre essere consapevoli. Proprio il ceto politico dimostra di non esserne consapevole, abituato in Italia come in nessun'altra parte del mondo occidentale a prendere cattive decisioni dettate dall'emergenzialismo. Spesso iniziative lasciate a metà, poi dimenticate per anni, fino alla successiva emergenza.

L'ascesa di Obama e il mito dell'America "razzista"

Forse è scomodo parlarne, ma sotto-sotto, negli Stati Uniti e non solo, in molti pensano che il colore della sua pelle alla fine si rivelerà per Barack Obama un ostacolo insuperabile nella sua corsa alla Casa Bianca. Secondo un pregiudizio consolidato a sinistra, quella americana è ancora una società infestata da un razzismo strisciante. Nella vita pubblica, in quella privata, e ancora più in politica, tanto che gli afro-americani non avrebbero alcuna speranza di raccogliere sufficienti consensi tra i bianchi per poter raggiungere i vertici delle istituzioni. Ma come si concilia questo pregiudizio con le smaglianti prove elettorali di Barack Obama nelle primarie in Iowa e in New Hampshire, dove la popolazione è al 95% bianca? E in elezioni in cui è in gioco nientemeno che la nomination per la presidenza degli Stati Uniti?

Se lo è chiesto John Perazzo, su Frontpage Magazine, osservando quanto siano diffusi tra gli elettori di colore sentimenti di sfiducia. La sensazione è che nella sua corsa Obama sia inevitabilmente destinato a scontrarsi con il razzismo ancora diffuso in America. Un pessimismo condiviso non solo dalla gente comune, ma anche da politici, accademici, attivisti. Mentre gli elettori neri votano per candidati sia neri che bianchi, gli elettori bianchi tenderebbero ancora a votare per candidati bianchi. Tuttavia, obietta Perazzo, «queste affermazioni sono false, e lo sono da molti anni». Gli esempi di elettori in maggioranza bianchi che hanno eletto candidati neri sono molteplici.

Harvey Gantt, eletto sindaco di Charlotte, North Carolina, nel 1983; Edward Brooke, eletto senatore in Massachusetts dal 1967 al 1979; Andrew Young, eletto nel 1972 al Congresso da un distretto bianco della Georgia; Alan Wheat da Kansas City, in Missouri, nel 1982; Douglas Wilder, eletto nel 1989 primo governatore nero della Virginia; J.C. Watts, dell'Oklahoma, e Gary Franks, del Connecticut, eletti nel 1994 al Congresso in distretti al 93 e al 95% bianchi. Due anni dopo, nove candidati neri furono eletti al Congresso da distretti a maggioranza bianchi. Anche nel più povero distretto rurale del più povero stato del profondo Sud, la popolazione a maggioranza bianca dimostrò di poter eleggere un candidato nero mandando Mike Espy al Congresso nel 1987. Più recentemente, nel 2006, Deval Patrick è diventato governatore del Massachusetts.

Lo studio di Perazzo prosegue con moltissimi altri esempi di sindaci neri: Tom Bradley, eletto per 5 volte a Los Angeles tra il 1973 e il 1989. Norm Rice, eletto a Seattle nel 1989. E ancora sindaci di colore sono stati eletti a Kansas City, Denver, Memphis, Cleveland, Dallas, Minneapolis, Des Moines, Houston, Indianapolis. Persino Stone Mountain, in Georgia, la città dove nel 1915 fu fondato il Ku Klux Klan, elesse nel 1997 un sindaco nero, Chuck Burris. Nel 1968 nel Sud degli Stati Uniti c'erano solo tre sindaci neri, ma nel 1996 circa 300. Tra il 1967 e il 1993, sindaci neri sono stati eletti in 87 città di oltre 50 mila abitanti, in due terzi delle quali gli elettori neri sono una minoranza. Anche per la corsa alla Casa Bianca, nel 1996, i sondaggi davano Colin Powell, che poi avrebbe deciso di non candidarsi, in vantaggio sul presidente uscente Bill Clinton.

L'attuale successo di Barack Obama è fedele alla tendenza delle ultime decadi e sorprende solo quei «leftists che proprio non si rassegnano all'idea che la nostra nazione non è il pozzo nero di razzismo che credono». Il pregiudizio è particolarmente resistente tra i professori universitari, osserva Perazzo riportando innumerevoli citazioni. La "Supremazia dei Bianchi" ancora scandisce la vita americana, per il professore della Ivy League Cornel West. Secondo i sondaggi gli americani di colore concordano con queste letture. Per il 49% degli intervistati nel 2006 dalla Cnn il razzismo è un problema «molto serio» in America e per un altro 35% è «abbastanza serio».

Ma queste convinzioni come possono conciliarsi con la parabola di Obama nello scenario politico? Secondo lo studioso di colore Shelby Steele, dell'Hoover Institution, suona come anacronistica l'accusa che gli Usa siano una nazione razzista: «Forse il peggiore effetto del senso di colpa dei bianchi è che non permette ai bianchi e ai non-bianchi di apprezzare qualcosa di straordinario: che i bianchi in America hanno compiuto una trasformazione morale considerevole. Non ci sono seri difensori della supremazia bianca oggi in America, perché i bianchi considerano questa idea moralmente ripugnante». L'America, scrive il sociologo Orlando Patterson, «è la società a maggioranza bianca meno razzista nel mondo; ha il miglior record di protezione legale delle minoranze di ogni altra società, bianca o nera; e offre maggiori opportunità a un numero più grande di persone di colore di ogni altro paese, inclusi quelli africani».

Affermazioni che sembrano in sintonia con il momento magico della campagna di Barack Obama. Eppure – non possiamo fare a meno di osservare in conclusione – abbiamo la sensazione che contro un Obama, sia Giuliani sia McCain potrebbero facilmente superare lo scetticismo dei settori più tradizionalisti della destra religiosa e del Sud. Decine di milioni di americani bianchi voterebbero certamente per Obama, dimostrando che l'America non è razzista, ma i residui pregiudizi di pochi potrebbero effettivamente sbarrargli la strada verso la Casa Bianca per il colore della sua pelle.

Thursday, January 10, 2008

Ma di che cosa stanno parlando?

Prodi è intento a trovare un accordo, a far vedere che è in corso un dialogo promettente, con Sindacati e Confindustria, per intervenire sui salari e poter così restituire ai lavoratori un po' di potere d'acquisto. E' un'operazione di mera facciata, volta unicamente a tirare avanti altri mesi, ricattando le forze politiche della sua maggioranza: sarebbe da irresponsabili, soprattutto per i partitini di sinistra, far cadere un governo che ha in tasca un'intesa con le parti sociali a vantaggio dei lavoratori.

Ma è lo stesso ministro dell'Economia Padoa-Schioppa a farci capire che si sta parlando del nulla. «Le risorse non le abbiamo ancora, dobbiamo procurarcele con la lotta all'evasione fiscale e con il contenimento della spesa», ha detto il ministro al vertice di maggioranza che si è tenuto questo pomeriggio. Insomma, l'extra-gettito 2008 è ancora tutto da valutare, sempre che ci sia e sia consistente come quello sperperato nell'anno precedente.

In ogni caso, i tempi sono lunghi, mentre Prodi lascia credere all'opinione pubblica che si stanno discutendo importanti provvedimenti, addirittura di "svolta", nell'immediato. «La trimestrale di cassa è il momento in cui conosceremo le cifre - ha spiegato Padoa-Schioppa - ma per agire bisognerà aspettare il bilancio di assestamento a giugno-luglio. Gli interventi più significativi arriveranno, invece, con la prossima Finanziaria 2009». E' lo stesso Padoa-Schioppa a delineare il calendario da cui si evince che Prodi sta spacciando per un "nuovo inizio" nel 2008 interventi che forse, se i conti lo permetteranno, farà con la Finanziaria 2009.

Non solo. Trattandosi di un extra-gettito, dovranno essere misure una tantum, che non confluiscano nella spesa corrente. Non si capisce quindi, a parte l'annunciata "armonizzazione" delle rendite finanziarie, cioè l'aumento delle tasse sui risparmi, come il governo pensi di ridurre la pressione fiscale, seppure solo ai lavoratori dipendenti dallo stipendio medio-basso. Sarà solo una mancia per il 2009?

Siamo all'ennesimo, puro illusionismo prodiano.

Aborto. Vedremo Benedetto Della Vedova a 8 e mezzo?

Altro che Bandinelli, altro che Pannella, altro che Bonino, la quale non ha saputo far altro che insultare. A sistemare Ferrara e la sua campagna per una moratoria sull'aborto, a denunciarne le furbizie retoriche e i sotterfugi anti-legge 194, ci ha pensato Benedetto Della Vedova, nella lettera che oggi Il Foglio gli pubblica nell'inserto IV. A mio modo di vedere un ko tecnico-dialettico.

Radicali e laici nel loro arroccarsi sdegnato sulla difensiva palesano una sorta di complesso di inferiorità. E' come se non si fossero ripresi dalla "sveglia" del referendum sulla fecondazione assistita. Non fanno che abbaiare, ma non riescono a mordere, perché non perdono occasione per lanciare anatemi o iniziative dalle quali emerge che essi stessi si sentono minoranza, pur essendo la società italiana largamente secolarizzata.

Tutt'altro smalto e capacità di incrociare le lame ha dimostrato Benedetto Della Vedova, pur non appartenendo a coloro che hanno preferito difendere la laicità nei recinti appositamente predisposti nel centrosinistra, sentendosi un po' gli ultimi e unici mohicani.

In quella ferrariana «difesa incondizionata di ogni forma di vita nascente, anche quella biologicamente più lontana dalla "figura" della persona umana», senza ricorrere «alla criminalizzazione giuridica e alla colpevolizzazione morale», in questo inedito «anti-abortismo compassionevole», Della Vedova sente «puzza, non di incenso o di zolfo, ma – in termini puramente logici – di bruciato». Difficile identificare l'aborto, qualsiasi aborto, come un omicidio, e pretendere di farlo senza al tempo stesso, almeno implicitamente, criminalizzare. E' una «mera iperbole retorica» per muovere comunque le acque dello stagno politico italiano, oppure no?, si chiede Della Vedova.

Ecco un lungo estratto della lettera, che merita di essere letta integralmente. E chissà se Giuliano Ferrara vorrà discuterne proprio con Della Vedova a 8 e mezzo.

«Non sta in piedi, caro direttore, l'immagine di un olocausto che si origina dalla macchinazione burocratica degli stati, ma che non comporta la criminalizzazione dei carnefici che liberamente e consapevolmente vi partecipano (i medici, gli infermieri, i primari, gli amministratori locali, i politici, e innanzitutto le donne che provvedono a emettere la condanna a morte del nascituro e a disporne l'esecuzione). Non persuade l'idea di un genocidio quotidiano che ha vittime "personali", ma colpevoli sempre "impersonali" (la cultura, le leggi, le politiche, il costume sociale). A proposito dell'aborto non si può proprio dire, se non ostentando una benevolenza un po' furbetta: "... non uccidere. Puoi farlo, e nessuno tranne la tua coscienza ti può giudicare, ma la cosa sarà nominata con il suo nome". Ma ancor meno mi convince l'idea che questo radicalismo ideologico non solo non fondi una politica coerente con i suoi presupposti (se l'aborto è tout court un omicidio, si richieda che in questo modo sia trattato!), ma dia anche voce a una passione etica che si sente tanto più forte e "giusta" quanto più manichea e indifferente a ogni differenza reale o apparente. Lei, che (giustamente) si fa vanto di non poterne più della Donna – con la maiuscola: come ipostasi ideologica della modernità – non dovrebbe parlare dell'"Aborto", ma degli aborti: ed è tutto un altro parlare.

Caro direttore, a rendermi assai poco partecipe della sua campagna è questo spaventoso indifferentismo etico, per cui l'aborto è identico all'omicidio e ogni aborto è un identico uccidere: quello dei sicari di Pechino, che sventrano le donne nelle campagne cinesi e quello delle donne di Torino o New York che non hanno la fortuna o la forza di ripudiare una possibilità che la legge offre loro, e continuano a ricorrervi, considerandola non un bene, ma certo un "meglio" rispetto alle conseguenze di gravidanze indesiderate o disgraziate. E' lo stesso indifferentismo, a proposito dell'altra moratoria (quella sulle esecuzioni capitali), che ha portato per anni numerose organizzazioni umanitarie a confondere la pena di morte con l'omicidio politico e il boia notoriamente previsto al termine di un equo processo con il serial killer legale addetto alle pratiche di uno stato assassino.

Potrà sembrare curioso e paradossale che a un "relativista" come me tocchi muovere a lei un'accusa – di indifferentismo etico, appunto – da cui, secondo la logica comune (e forse anche secondo la sua, direttore), dovrebbe più difendersi. Ma io preferisco distinguere, non chiamare tutte le cose con lo stesso nome: neppure per un'onesta urgenza morale, neppure quando le "cose cattive" suscitano un moto di ribellione, che si vorrebbe, per semplicità, indistinto e comune. L'esecuzione di Saddam e l'omicidio di Anna Politkovskaya non sono un identico uccidere. Il dottor Mengele e il dottor Viale non fanno lo stesso mestiere. Una donna che angosciosamente chiede la diagnosi pre-impianto o attende i risultati dell'amniocentesi, per poi magari risolversi all'aborto, è sicuramente mossa da un complesso di complicatissime ragioni, a volte anche censurabili quando non disprezzabili: ma nessuna di esse rimanda alle teorie di Alfred Rosenberg. Capisco e rispetto il rigore astratto e intransigente della chiesa di monsignor Cafarra che mette su un identico piano di condanna etico-religiosa l'omicidio, l'infanticidio, l'aborto e l'uso del preservativo chiedendo l'obiezione di coscienza ai farmacisti.

Ma, direttore, quella stessa chiesa, in nome della sacralità della vita, con coerenza condanna indifferentemente l'aborto e la guerra; qualunque guerra. Anche quella del Golfo, quella in Iraq e in Afghanistan, che lei e io abbiamo sostenuto caricandoci sulle spalle gli inevitabili "omicidi" di civili innocenti. Perché, appunto, sappiamo di poter e dover chiamare con nomi diversi e politicamente trattare in modo diverso cose diverse. La morte in guerra è la morte in guerra. L'omicidio è l'omicidio. L'aborto è l'aborto. Le scorciatoie sono efficaci, potenti sul piano dialettico e meno faticose della distinzione, ma sono politicamente sterili quando non pericolose».

Invidia e rassegnazione

I due sentimenti che si provano, il primo guardando allo spettacolo democratico delle Primarie Usa, il secondo alla politica-spazzatura in cui siamo sommersi in Italia. Sentimenti espressi in modo eloquente da Andrea Romano, oggi su La Stampa:

«Che invidia per queste primarie americane! Noi siamo qui a turarci il naso, cercando qualche buon motivo per continuare a sostenere un gruppo di reduci capeggiato dal loro ultimo capitano Veltroni, o un'armata brancaleone guidata dall'ineluttabile Berlusconi. Mentre loro vanno avanti con continui colpi di scena, in una competizione tutta giocata sulla forza delle idee e sul carisma di personaggi che per conquistare la leadership non hanno atteso di essere gentilmente invitati a bordo. C'è poco da fare, per una volta siamo autorizzati a rosicare. Perché lo spettacolo di una politica vitale che torna a coinvolgere milioni di cittadini è così clamorosamente lontano dalle nostre ultime e meste cronache da spingerci ad una certa cupezza di pensiero...»

«Un'esibizione di freschezza politica che non nasce solo dalla tradizione di una democrazia antica, ma anche e soprattutto da partiti che hanno saputo coltivare la cultura del confronto senza alcuna reticenza». I Democratici, nei difficili anni all'opposizione, non hanno ceduto «alla rassegnazione del radicalismo minoritario» ma preparato leadership alternative e competitive. I Repubblicani non si sono adagiati e hanno saputo «guardare da tempo oltre il bushismo», dando dimostrazione di una «cultura politica molto più articolata di quanto ci hanno raccontato alcune caricature europee degli ultimi anni».

«Il confronto con la politica italiana è scontato e impietoso», conclude Romano.
«Dall'altra parte dell'Atlantico ci mandano a dire che la politica funziona benissimo, quando si decide di farla funzionare. Quando i partiti sono costretti a promuovere nuove leadership, quando il consenso e il potere sono legati alla capacità di produrre idee, quando la buona retorica è alimentata dalla volontà di sfidare e decidere. È la politica che appassiona e che coinvolge. Quella che nessun Beppe Grillo riuscirebbe ad umiliare, ma che per ora siamo costretti a guardare da lontano con malinconia».

Non è il solito processo di pace

George W. Bush è da ieri a Tel Aviv per la sua prima visita in Medio Oriente da quando è presidente. Oggi si recherà in Cisgiordania, a Ramallah, per incontrare il presidente palestinese Abu Mazen. All'ordine del giorno il negoziato di pace tra israeliani e palestinesi rilanciato dalla conferenza di Annapolis. Le difficoltà dell'impresa sono emblematicamente rappresentate dai katiusha sparati dal Libano, per la prima volta dopo un anno e mezzo, e dal fitto lancio di razzi Qassam da Gaza che ieri hanno salutato Bush al suo arrivo. Negli ultimi due anni e mezzo, dopo il ritiro dalla Striscia di Gaza, caduta nelle mani di Hamas, si calcola che ben 9280 missili abbiano colpito il territorio israeliano. E' il principale problema di sicurezza per Israele, senza risolvere il quale, osservava ieri il quotidiano israeliano Ha'aretz, è impensabile un ritiro dalla Cisgiordania.

La visita di Bush in effetti si svolge «in un momento nel quale né il vento della sicurezza né quello della politica sembrano soffiare a suo favore. Lo spirito di Annapolis sta evaporando in fretta», conclude Ha'aretz. Tuttavia, l'approccio della presidenza Bush al problema israelo-palestinese è molto diverso da quello delle altre amministrazioni e la conferenza di Annapolis, di conseguenza, va vista sotto una luce diversa rispetto alle molte che l'hanno preceduta.

Il conflitto israelo-palestinese non è più considerato a Washington come la madre di tutti i conflitti in Medio Oriente, risolto il quale ogni cosa andrebbe al suo posto. Viceversa, altre situazioni sono di ostacolo a una pace duratura tra israeliani e palestinesi: su tutte, le ambizioni egemoniche di Iran e Siria e il riconoscimento di Israele da parte degli Stati arabi.

Non bisogna quindi commettere l'errore di giudicare il percorso avviato ad Annapolis secondo i criteri delle altre "road map". Certo, la conferenza in sé è stata poco più di una "photo opportunity", ma mai così politicamente significativa. Tutti i paesi musulmani della regione (escluso l'Iran) a rendere omaggio alla saggia iniziativa di pace di Bush, riconoscendo così la leadership incontrastata degli Usa. Tutti sono dovuti andare ad Annapolis, persino la Siria, per non rimanere isolati come l'Iran.

Per quanto riguarda i negoziati diretti, i principali ostacoli sono sempre costituiti dalla sicurezza di Israele e dalle questioni dello status di Gerusalemme e del rientro dei profughi palestinesi. Attraverso i profughi, Al Fatah si prefigge da sempre di negare di fatto il carattere ebraico di Israele, una sorta di via demografica alla distruzione del nemico.

Ma Bush sa bene che oltre a incoraggiare i negoziati diretti, ci sono altri obiettivi che possono risultare determinanti. Per questo, più che concentrarci sui risultati delle visite del presidente Usa a Tel Aviv e a Ramallah, che avranno più che altro «lo scopo di creare un'atmosfera positiva e dimostrare il coinvolgimento della Casa Bianca», faremmo bene a guardare alle altre tappe della missione, che si concluderà il 16 gennaio dopo aver toccato Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto.

L'obiettivo primario è il consolidamento di quell'"alleanza" che Washington sta faticosamente cercando di comporre tra paesi sunniti – dall'Arabia Saudita agli Emirati, dall'Egitto al Pakistan – e Occidente per il contenimento delle ambizioni egemoniche dell'Iran sull'intera regione. Quella "cortina sunnita", che contrastando la minaccia iraniana dovrebbe favorire un accordo tra israeliani e palestinesi, è però ben lungi dall'essere compatta. Eppure, è una carta che non può non essere giocata. Ai palestinesi uno stato in cambio della rinuncia al terrorismo. Ai paesi arabi sunniti Bush offre di aiutarli a difendersi dall'Iran in cambio del riconoscimento di Israele. Il successo o meno della visita di Bush e degli sforzi di questo 2008 dovrà quindi essere misurato non tanto, o solo, sui progressi tra israeliani e palestinesi, ma nel consolidamento e l'efficacia di quell'"alleanza". La fragilità di Abu Mazen in Cisgiordania, l'instabilità libanese e pakistana, l'ambiguità dei paesi arabi più influenti, come Egitto e Arabia Saudita, sono fattori che non aiutano. La stessa provocazione iraniana nello stretto di Hormuz, nei giorni scorsi, ha il sapore di una minaccia agli interlocutori degli Stati Uniti.

Convincere gli stati arabi, Arabia Saudita ed Egitto in testa, a riconoscere – nonostante i sicuri contraccolpi islamisti sul piano interno – il diritto degli ebrei in quanto tali ad avere uno stato in Palestina, sarà impresa durissima. Ma senza questo riconoscimento, per il quale le pressioni dell'Europa potrebbero essere determinanti, l'insuccesso è assicurato. Il carattere irrazionale e fanatico dei regimi arabi ci rende perplessi circa la possibilità che sul nodo centrale del carattere ebraico di Israele facciano prevalere considerazioni di realpolitik, ma le condizioni favorevoli per un tentativo ci sono.

Wednesday, January 09, 2008

Due diverse idee di Pd, ma il partito è uno solo

Ha ragione Berlusconi quando dice che non c'è bisogno di nulla di nuovo, che tutti sanno di cosa ha bisogno l'Italia, e da tempo. Eppure, rimaniamo in attesa di impegni specifici e idee concrete, fattibili, radicali, non i piccoli aggiustamenti bene che vada. Per lo meno, nell'intervista di oggi al Corriere, qualche priorità l'ha indicata, mettendo a fuoco la scena italiana:
«Bisogna garantire la sicurezza dei cittadini, cosa che oggi lo Stato non fa. Abbattere la spesa pubblica per diminuire una pressione fiscale ormai insopportabile. Far lavorare di più gli italiani, perché non si può andare in pensione a 58 anni, costringendo le nuove generazioni a mantenerti per almeno una ventina di anni, se non di più. E poi ritornare a investire nel turismo e nelle infrastrutture».
Sulla riforma elettorale e sul dialogo con Veltroni, «noi stiamo alla finestra aspettando che trovino l'accordo tra loro, poi ne discuteremo», ha detto Berlusconi. E infatti tengono banco le divisioni all'interno del Partito democratico, perché la preferenza di dalemiani ed ex popolari per il modello tedesco è funzionale a un certo progetto politico, mentre dietro la l'opzione dei veltroniani per un sistema maggioritario e tendenzialmente bipartitico, c'è un'altra idea di Pd. Per i primi, il Pd dev'essere più simile a una socialdemocrazia che a seconda delle convenienze, della consistenza numerica e delle stagioni politiche, si allei ora con il centro ora con quanto ci fosse alla sua sinistra.

Per gli altri, i veltroniani, il Pd deve guardare al Partito democratico americano, in un sistema sostanzialmente bipartitico dove non esistano grande centro e grandi coalizioni, partiti piccoli o medi che possano esercitare veti o poteri di ricatto sui partiti maggiori: «Hanno in mente la Grande Coalizione: ma questo non è e non sarà mai il progetto del Pd... Il nostro partito nasce per consentire un sistema bipolare dell'alternanza, ispirato ad un principio di coesione. Questa, per noi, è una frontiera invalicabile», ha chiarito Veltroni in una recente intervista a la Repubblica.
«Immaginiamo di applicare il sistema tedesco, e supponiamo che alle prossime elezioni il Pd prenda il 32% e la sinistra radicale il 9%. Per arrivare a una maggioranza, dovremmo fare un accordo al centro: saremmo al paradosso di avere uno schieramento che va non più solo da Bertinotti a Mastella, ma si estende da Bertinotti a Casini. Mi spiega lei come facciamo a governare, con coalizioni persino più eterogenee di quelle attuali?»
Un esempio di scuola perfettamente eloquente. E sarebbe sbagliato per Berlusconi credere che il problema riguardi solo il Pd. Dunque, purtroppo, la preferenza dichiarata, prima da Franceschini, poi da Veltroni, per il modello francese, uninominale a doppio turno, non può che essere una mossa tattica: "Guardate - è il ragionamento - per noi il vassallum è già un compromesso". Se ci si avvicinasse troppo al sistema tedesco, diventerebbe preferibile la legge che uscirebbe dal referendum. Per questo, dalla decisione della Consulta sull'ammissibilità dei quesiti, attesa per metà gennaio, dipenderà chi avrà nei prossimi mesi la migliore arma di ricatto.

Ma ci sarà una «seconda fase» nell'immediato futuro, auspica Veltroni, fin da ora impegnandosi sul fatto che «quando si andrà al voto, mi auguro nel 2011, il Pd si presenterà proponendo agli italiani il maggioritario a doppio turno, con l'elezione diretta del Capo dello Stato».

La banda degli onesti e capaci

Random Bits riporta i dati sugli emolumenti corrisposti alla dirigenza del Commissariato per l'emergenza rifiuti, dal 1998 al 2003 cresciuti da 16 mila euro a oltre 1 milione. Si comincia con Rastrelli (1998) a quota 16.638 euro. Già con Andrea Losco (1999) si passa a 106.000 euro. Ma è con Bassolino che si registra il salto di qualità: nel 2000, 250 mila euro; nel 2001, fino a 698 mila euro! Ma, ironizza Random Bits, «visti i brillanti risultati nella lotta alla monnezza, persino l'umile e schivo Bassolino decide che in fondo un piccolo, simbolico premio se lo merita, e così non solo non lascia (la poltrona) ma anzi raddoppia (lo stipendio)»: 1.130.000 euro (2002); 1.140.000 euro (2003).

Sempre più ragionevole appare così la proposta di Decidere.net sulla responsabilità patrimoniale del pubblico amministratore: «Chi sbaglia, paga (o paghi). Nel caso in cui un amministratore agisca con dolo o colpa grave, e arrechi un danno all'ente pubblico e/o a terzi, deve essere chiamato a rispondere anche in termini patrimoniali».

Musharraf mistero per molti, ma non per tutti

Non per Carlo Panella, che non ha dubbi: Musharraf è lungi dal rappresentare il nostro "bad guy", l'unico uomo in grado di garantire la stabilità in Pakistan. Piuttosto, da quando è al potere il Pakistan è diventato un paese sempre più instabile. «Per 40 anni lo era stato solo ed esclusivamente a livello di vertice, di gruppi di potere. Oggi è instabile a livello di massa, politico e sociale. Un record del satrapo Musharraf».

Sta diventando instabile «da due versanti», quello moderato, laico e riformista, a cui Musharraf non vuole concedere alcuno spazio, e quello islamista-talebano, che ha sempre più presa popolare.

I due fronti di instabilità e protesta rischiano di saldarsi, come avvenne in Iran contro lo Scià di Persia, ma a quel punto a prevalere sarebbero senza dubbio di nuovo i più violenti e fanatici, i fondamentalisti. E la miopia di Washington, dove prevale la dottrina della stabilità che si appoggia solo su "esercito e servizi segreti", ignorando invece i successi politici del generale Petraeus in Iraq, rischia di «produrre in Pakistan un nuovo Iran».

Tutti pazzi per Obama, ma...

Ma ieri Hillary Clinton ha assestato la sua prima zampata su queste primarie e con la vittoria, seppure di misura, in New Hempshire, si è ripresa i favori dei pronostici.

Troppo precipitosamente Obama era stato dato per lanciato verso la nomination e la Clinton prossima addirittura al ritiro. Iowa e New Hempshire non sono Stati determinanti numericamente, per i delegati che assegnano, ma sono importanti per dare slancio alle campagne dei favoriti. Un certo fervore per Obama da parte repubblicana, di siti come Drudge o di opinionisti, appare sospetto o comunque a mio avviso malriposto.

Legittimamente qualcuno si unisce al coro degli entusiasti di Obama con il retropensiero che tolta di mezzo Hillary la corsa di un repubblicano alla Casa Bianca incontrerebbe meno ostacoli. Potrebbe essere un calcolo sbagliato. Perché se Obama sta giocando queste primarie tutte sulla sua immagine, tenendosi sul vago e persino contraddittorio dal punto di vista del programma, cercando di impersonare il candidato alla sinistra e contemporaneamente alla destra della principale rivale (dalla politica estera al rapporto con l'elettorato religioso), il senatore dell'Illinois ha dimostrato di essere sufficientemente flessibile (qualcuno direbbe opportunista) per calibrare la sua eventuale campagna presidenziale, in termini di immagine e contenuti, in modo da contendere il campo a un avversario repubblicano.

Dunque, il mio consiglio è abbandonare ogni calcolo. Stando a quanto i candidati hanno dichiarato e dimostrato fino ad oggi, e a meno che Obama non precisi meglio il suo profilo, se democratico dev'essere, preferisco che il prossimo presidente Usa sia Hillary: certamente più affidabile, circondata e sostenuta dall'area clintoniana del partito, quella moderata, centrista, interventista in politica estera.

Tuesday, January 08, 2008

L'immondizia come allegoria di un sistema di potere

A oltre una settimana dagli scontri di Pianura (Napoli), ieri sera in tv il sottosegretario Letta e il ministro Pecoraro Scanio mostravano di saperne meno di uno spazzino e di una casalinga infuriata in collegamento: erano appena tornati dalle vacanze e si vedeva; dopo una settimana di scontri il Governo, (con i su citati suoi esponenti) non era in grado di rispondere alle preoccupazioni dei manifestanti e lasciava la polizia a scontrarsi con la folla senza neanche aver deciso se la discarica di Pianura dovesse essere riaperta; le ragioni degli abitanti di Pianura non mi sembravano infondate, anche perché nel merito non ho sentito esponenti di governo contraddirle, tanto che oggi, infatti, il nome "Pianura" non compare tra i siti individuati nel nuovo piano governativo: forse perché rientra negli "altri siti individuati dalle autorità competenti"?

Si parla di «tre termovalorizzatori o gassificatori»: per quello di Acerra la gara di appalto terminerà il 31 gennaio e da lì occorrerà almeno un anno per la sua entrata in funzione. Per quelli di Santamaria La Fossa e Salerno ci vorrà ancora più tempo.

Guai se altre regioni dovessero accettare, «per solidarietà», di ospitare nei propri cicli rifiuti l'immondizia partenopea. Perché passata l'emergenza, nulla cambierebbe. E' questo il momento di apparire "leghisti". Il tempo è scaduto ed è ora che i campani avvertano sulle loro spalle tutto il peso delle loro scelte collettive. E quanti quelle scelte non le hanno condivise alzino la voce. Non si può sempre approfittare dell'erba del "vicino".

I tre maggiori responsabili di una situazione vergognosa per l'immagine dell'Italia intera (Bassolino e Iervolino, da un decennio amministratori locali di Napoli e della Campania, e Pecoraro Scanio, per i suoi veti sui termovalorizzatori) rifiutano di dimettersi.

I danni economici di questo scandalo per una città come Napoli, nei termini di un sensibile calo di attrattività turistica, si contano in milioni di euro. Si discuta di introdurre la responsabilità patrimoniale del pubblico amministratore: chi sbaglia e arreca un danno, paghi.

Il problema di Napoli e della Campania è un sistema di potere che ha distrutto la società civile. Un numero enorme di napoletani e campani vive direttamente di politica o di spesa pubblica. Per ogni spazzino a Milano ce ne sono tra 20 e 25 a Napoli. Un proliferare di consorzi, municipalizzate, cooperative, società di servizi, tramite cui gli amministratori curano le proprie clientele sperperando denaro pubblico. Non è camorra questa? La camorra non ha bisogno di scendere nelle strade a tirare sassi, perché è già negli appalti, nei cda, nei consigli comunali, nelle discariche illegali, nei terreni venduti a peso d'oro.

Ma la magistratura napoletana, che pure sta indagando su Bassolino, sembra molto più solerte in altre stravaganti inchieste.

E nonostante un danno d'immagine irrecuperabile per il Governo Prodi e il centrosinistra, nessun leader nazionale del Partito democratico osa chiedere le dimissioni di Bassolino e Iervolino, perché quel sistema di potere, quel bacino di clientele alimentato dal denaro dei contribuenti, alla fine dei conti serve.

Quei cumuli di immondizia sono la migliore allegoria della maleodorante politica che da anni sta soffocando Napoli e la Campania e rischia di infettare il resto del Paese.