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Thursday, June 17, 2004

Parole sagge

La «missione» di Silvio Berlusconi. «Cambiare l'Italia. Per realizzarla, aveva inventato uno strumento: il Partito liberale di massa. Ma se, poi, come è accaduto, si infarcisce Forza Italia di ex democristiani, il partito liberale di massa finisce con l'assomigliare a una brutta copia della vecchia Dc. Ne sono un esempio la mancata alleanza con i radicali; l'esclusione di uomini come Taradash, Calderisi e Rebuffa - cui il Cavaliere aveva garantito fino al giorno prima il posto in lista -; la sterilizzazione politica di Marcello Pera alla presidenza del Senato; la marginalizzazione di Urbani ai Beni culturali e di altri liberali e riformisti; la diaspora degli intellettuali laici reclutati nel 1994. Il presidente del Consiglio avrebbe dovuto procedere subito e rapidamente alla riforma dei regolamenti parlamentari e della forma istituzionale. Con regolamenti parlamentari tagliati sul sistema elettorale proporzionale e sul consociativismo, e una forma istituzionale che mette al centro il Parlamento, non si cambia niente. Senza uomini che vogliano davvero il cambiamento e sappiano come realizzarlo non si incomincia neppure. Lamentarsi, poi, che non solo l'opposizione - che fa il suo mestiere - ma anche i propri alleati si "mettano di traverso", invece di chiedersi perché ciò possa accadere, è una dichiarazione di sconfitta, non è una giustificazione per le riforme non fatte. E' da qui, dalla natura della cultura politica della coalizione, e della stessa Forza Italia, che dovrebbe partire la riflessione post-elettorale del centrodestra».
La «missione» del centrosinistra: se «il riformismo dei cosiddetti riformisti non si traduce in una linea politica autonoma, ma, da un lato, nella "contrapposizione per pura negazione" di quello che fa il governo e, dall'altro, nella ricerca di una mediazione con il massimalismo degli altri partiti della coalizione, il risultato è una politica economica e sociale come "nostalgia" del proprio passato governativo, cioè conservatrice e già sconfitta nel 2001, e ondivaga su quello internazionale. Così, a un centrodestra che non è neppure in grado di liberalizzare le licenze dei tassì di Milano, il centrosinistra finisce con l'opporre una politica economica neo-corporativa che, con la concertazione, elegge le corporazioni addirittura a interlocutori del proprio futuro governo. Così, al filo-americanismo di Berlusconi, il centrosinistra oppone l'appiattimento dell'Italia sugli interessi economici e sull'anti-americanismo della Francia di Chirac».
Piero Ostellino, Corriere della Sera

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