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Sunday, June 20, 2004

Were We Wrong?

Se lo chiede la sinistra americana che fu a favore della guerra contro Saddam. Rispondono Thomas Friedman, editorialista del New York Times, Paul Berman, autore di "Terrore e Liberalismo", Fareed Zakaria, direttore di Newsweek, Anne Applebaum, editorialista del Washington Post e premio Pulitzer per il libro "Gulag", Kenneth Pollack, specialista di Iraq nelle amministrazioni Clinton, Martin Peretz, Peter Beinart e Leon Wieseltier, di New Republic, il senatore democratico Joe Biden e John McCain, il senatore repubblicano che John Kerry avrebbe voluto come suo candidato alla vicepresidenza.
L'editoriale del numero speciale di New Republic.

Ne parla Christian Rocca sul Foglio: «Sull'Iraq (nonostante Bush) non ci siamo sbagliati, parola dei falchi liberal, cioè di quella sinistra americana che i giornali italiani non raccontano».
La ragione strategica (le armi di distruzione di massa di Saddam) si è rivelata sbagliata, ma non perché Bush avesse voluto ingannare l'America. Resta la ragione morale, la stessa che valse in Bosnia e Kosovo: fermare i dittatori e i genocidi. I costi sono stati alti, «ma ora le chiavi del nuovo Iraq sono nelle mani degli iracheni, i quali sono liberi di discutere e di pretendere la democrazia» e «nel mondo arabo, grazie all'intervento americano, ora si discute di democrazia, si redigono appelli ai regimi, si chiedono diritti, si convocano manifestazioni. Thomas Friedman crede nel regime change e «nella trasformazione democratica del medio oriente, perché la minaccia principale per l'America è il "popolo di distruzione di massa", quella micidiale arma prodotta dalle politiche oppressive dei dittatori arabi». Zakaria spiega che l'Iraq c'entra con al Qaida: «Le cause originarie del terrorismo islamico si rintracciano nelle politiche del medio oriente, dove fallimenti e repressione hanno prodotto fondamentalismo e violenza. L'Islam politico è cresciuto come alternativa mistica alla miserabile realtà delle dittature laiche che dominano il mondo arabo». A Bush si rimprovera di non aver ancora iniziato la «battaglia per le idee», «niente però è irreversibile».

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