Pagine

Thursday, August 03, 2006

La guerra delle immagini

Qualche giorno fa Bret Stephens, sul Wall Street Journal, giungeva alla inquietante conclusione che Israele questa guerra la sta perdendo. Critiche e suggerimenti sulla tattica militare di Israele contro Hezbollah continuano a giungere dai commentatori americani. Michael Oren, su The New Republic, scrive senza mezzi termini che «per tre settimane Israele ha rappresentato un caso da manuale di come non condurre una guerra». Come risultato, l'Unione europea ha chiesto una cessazione delle ostilità, le Nazioni Unite potrebbero fare altrettanto, ed entrambe premere sugli Stati Uniti affinché Israele si adegui.

Quando ha iniziato questa guerra Israele aveva dalla sua, forse per la prima volta, la maggior parte degli attori internazionali, che gli riconoscevano il diritto all'auto-difesa. Luce verde da Bush e persino dai maggiori paesi arabi in funzione anti-iraniana. Invece di approfittare del clima favorevole per «sradicare il mini-Stato di Hezbollah» dal sud del Libano, secondo Oren il premier israeliano Olmert avrebbe sbagliato a «imbarcarsi in una massiccia campagna aerea, che ha ucciso un gran numero di libanesi senza riuscire a ridurre il fuoco dei missili contro Israele».

Ma Israele può ancora - e deve - vincere, secondo Oren, che suggerisce di cambiare tattica, passando dai raid aerei a «una massiccia campagna di terra per prendere il controllo del sud del Libano fino al fiume Litani». Mi pare che in parte Israele, con il lancio della grande offensiva di terra in questi giorni, stia già seguendo il consiglio di Oren. I costi in vite umane tra le file dell'esercito israeliano saranno superiori, ma le operazioni daranno frutti maggiori sia militarmente sia politicamente. E, d'altra parte, guerre facili e senza sacrifici non esistono, come ha ricordato giorni fa Ralph Peters sul New York Post.

Tuttavia, lo stesso Michael Oren è convinto della necessità che Israele questa guerra la prosegua e la vinca, perché troppo alta la posta in gioco:
«Un'immediata fine delle operazioni lascerebbe Hezbollah largamente intatto militarmente e con il suo prestigio politico grandemente accresciuto. L'influenza siriana e iraniana si rafforzerebbe a dismisura. Un disastro di dimensioni regionali e forse globali, a meno che Israele non riprenda l'iniziativa e meni colpi decisivi all'estremismo islamico».
Sulla natura della guerra, dopo Krauthammer, ritorna in modo puntuale Amir Taheri, sul Times, spiegando che non ci troviamo più di fronte alle guerre mediorientali del secolo scorso, scoppiate intorno a questioni «secolari» (come dispute sui confini, controllo del territorio e delle risorse, eccetera...), temi più o meno negoziabili, sebbene si combattesse in nome del nazionalismo panarabo, ma di fronte a guerre ideologiche. Modernità e democrazia da una parte, fondamentalismo e totalitarismo dall'altra.

Taheri ricorda le ambizioni egemoniche di Teheran sull'intera regione: controllare il Libano; satellizzare la Siria; destabilizzare paesi con forti minoranze sciite, come il nuovo Iraq, l'Arabia Saudita e l'Afghanistan; porsi alla guida della Umma islamica, superando la concorrenza dei sunniti; e infine, prima o poi, distruggere Israele. Hezbollah e Hamas non sono che strumenti dei mullah iraniani e i principali esportatori dell'islamismo radicale.
«Questa è una guerra tra l'Occidente e ciò che si potrebbe definire come "Il Resto", questa volta rappresentato dall'Islam radicale. Tutto il parlare di un cessate-il-fuoco, tutto il gesticolare diplomatico, in definitiva può significare davvero poco in quello che è un conflitto esistenziale».
Davvero molto acute le riflessioni di Frida Ghitis, sul Los Angeles Times, sul potere delle immagini televisive nei conflitti odierni: «Confrontandoci con l'orrore della guerra, le immagini ci obbligano a mantenere la sofferenza umana in prima linea — esattamente dove dovrebbe essere. E tuttavia le immagini televisive della sofferenza hanno così tanto potere da sopraffare ogni altro tipo di informazione... Esse possono inficiare la nostra capacità di comprendere cosa realmente stia accadendo... Sembra che la Tv distrugga l'abilità di distinguere, analizzare. Vedendo immagini di bambini con la pelle del viso bruciata, sembra inumano anche valutare le cause della guerra o, più inconcepibile, se una guerra possa essere giusta».

Si chiede la Ghitis: «Cosa sarebbe successo se avessimo visto le immagini del bombardamento di Berlino, Colonia e Dresda, ma non quelle di Auschwitz?».
«Il potere dell'immagine di dominare il dibattito pubblico crea enormi incentivi a manipolare i media. Può portare vittorie dalla parte di chi posiziona e usa le sue armi da aree civili e poi invita i media a testimoniare il massacro causato dagli attacchi su queste postazioni. E punire, invece, chi investe nella difesa dei civili».
«Per capire pienamente una guerra, e trovarvi rimedio, le immagini televisive da sole non bastano. Esse portano nelle case la bruciante verità dei costi umani della guerra, una realtà che non necessita di parole. Ma proprio per la loro intensità, non possono raccontare tutta la storia».

«I terroristi non sono stupidi. Comprendono che le immagini sono più importanti delle armi. E' per questo che sono innanzitutto terroristi», commenta Jonah Goldberg, su National Review. A riprendere il discorso dell'importanza dell'opinione pubblica in tempo di guerra è Tony Blankley, secondo cui oggi l'opinione pubblica mondiale è «influenzata e manipolata» da fonti pregiudizialmente ostili a Israele e agli Stati Uniti: c'è la propaganda di Hezbollah, ma anche l'Europa anti-americana e anti-israeliana, l'antisemitismo musulmano, le Nazioni Unite, i mainstream media. Tutti diffondono un tipo di informazione orientata che spinge l'opinione pubblica a «implorare Stati Uniti e Israele di rinunciare a difendersi dal terrorismo islamico».

Blankley è consapevole che «conquistare i cuori e le menti dei musulmani moderati» è essenziale per battere l'Islam radicale, ma l'opinione pubblica mondiale, influenzata da fonti ideologicamente ostili verso Israele e Stati Uniti, rende il compito assai più arduo. Come si può rispondere alla crescente opinione negativa riguardo la guerra tra Israele e Hezbollah? L'America, conclude Blankley, «ha bisogno di fare molto meglio, e velocemente, nella propaganda di guerra, che stiamo perdendo per inadempienza di fronte al tribunale dell'opinione pubblica mondiale».

2 comments:

Anonymous said...

Le critiche di Oren sono giuste però, non so se Oren se ne è accorto, ma al momento l'IDF ha in Libano cinque brigate, ha raggiunto il Litani e ha iniziato a sondare il terreno per una penetrazione nella Bekaa.

Anonymous said...

In un’intervista concessa a Libero del 21 Luglio, Vittorio Messori dice la sua verità sulla crisi Libano-Israele. In sostanza crede che la guerra non finirà mai, che tra ebrei ed arabi non vi sarà mai pace e questo per motivi che vanno oltre gli aspetti economici o legati ai confini. La questione, da entrambe le parti, è metafisica, teologica. Per gli ebrei quella è la loro terra e non ne vogliono altre, vogliono quella. Nella prospettiva islamica il mondo è diviso in due: i territori di Allah e i territori di guerra. Quindi fare la guerra ai Paesi non islamici è un dovere; inoltre, una volta che il terreno è stato “santificato” dalla presenza islamica, non si può più tornare indietro. Dove oggi c’è Israele dal nono secolo c’erano i musulmani, quindi quella terra deve tornare musulmana. Per l’islam Israele è un cancro da estirpare, continua Messori e tutti i discorsi sui confini e sulle spartizioni delle terre sono roba per gente che non conosce la prospettiva religiosa....
continua qui: http://www.iostoconoriana.it/site/content.php?article.482