Sono i soliti dati sulla scuola. Ogni anno l'Ocse sforna i suoi rapporti e i dati riferiscono dello stesso sfacelo. Di soldi se ne spendono a iosa, ma il "miracolo" è che i docenti sono pagati poco, poco qualificati («meno laureati che in Cile»), e i risultati disastrosi.
Anche il rapporto di quest'anno Education at a Glance 2008 conferma ciò che abbiamo sempre sostenuto, e che il ministro Gelmini sembra avere presente: troppi insegnanti nella scuola secondaria, il che inevitabilmente si traduce in un livello troppo basso dei loro stipendi. Il che a sua volta porta a demotivazione e bassa produttività. «Nel settore dell'istruzione secondaria l'Italia spende molto denaro. Paga però molti professori dando loro uno stipendio molto basso, ha spiegato Andreas Schleicher, responsabile delle ricerche sull'istruzione. Insomma, è la conferma che la scuola è stata usata come ammortizzatore sociale. «Esattamente il contrario di quanto fa un paese come la Corea del Sud». Dove il numero dei professori è minore e il loro stipendio più alto. Il vero problema quindi è «come vengono spesi» i fondi elargiti dallo Stato.
L'università si rivela per quella che è: un fallimento. Una vera e propria truffa dello stato ai danni dei ragazzi, che vi accedono con sacrifici credendo di fare un investimento per il loro futuro, di ritrovarsi alla fine degli studi con un titolo subito spendibile sul mercato del lavoro e che gli garantisca un reddito di partenza mediamente più elevato dei non laureati, come avviene più o meno in tutti i paesi occidentali. Lo dimostra il fatto che il divario tra laureati, circa il 13%, e detentori di lavori qualificati, oltre il 40%, è tra i più alti dell'area Ocse.
Ed è altissimo il tasso d'abbandono, primo tra i paesi Ocse. Solo il 45% degli iscritti si laurea, a fronte di una media Ocse del 69%. Al di sotto della media di Cile e Messico, in una classifica impietosa che vede l'Italia fanalino di coda insieme a Brasile, Turchia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Per l'università i paesi Ocse spendono in media 11.512 dollari per ogni studente, mentre l'Italia ne investe solo 8.026. Solo il 19% dei 25-34enni ha un diploma di laurea, contro il 33% della media Ocse.
Ovviamente da noi gli studenti stranieri preferiscono non venire. Gli Stati Uniti si confermano il paese che attrae di più, con il 20% delle preferenze. Seguiti da Gran Bretagna, 11,3%, Germania, 8,9%, Francia, 8,5% e Australia, 6,3%. L'Italia, nonostante sia un paese magnifico, solo l'1,7%.
Tuesday, September 09, 2008
Urgono corsi d'inglese al Corriere
Avete presente la notizia che avete letto ieri sul Corriere della Sera, e oggi ancora sul sito: Oprah contro la Palin: «Mai nel mio programma». Bene, è completamente falsa. Letteralmente falsa.
Il fatto è questo. In effetti, venerdì scorso, il sito conservatore Drudgereport aveva polemizzato con Oprah Winfrey rivelando che siccome appoggia Obama non avrebbe ospitato Sarah Palin nel suo show, nonostante molti del suo staff invece la volessero.
Ebbene, in seguito la Winfrey ha rilasciato una dichiarazione che abbiamo letto ieri sul Corriere, in un articolo a firma Alessandra Farkas, inviata del quotidiano a New York: «Quando, per la prima volta in vita mia, ho scelto di prendere una posizione pubblica per un candidato ho deciso anche che non avrei usato il mio show come una piattaforma per altri candidati. Sono d'accordo che quella con Sarah Palin sarebbe un'intervista fantastica. E mi piacerebbe averla a campagna finita».
Peccato che - se ne è accorta Guia Soncini - Oprah Winfrey abbia detto qualcosa di letteralmente diverso e la Farkas abbia sbagliato la traduzione dall'inglese. «Ho deciso che non sarebbe stato utilizzato come piattaforma elettorale da nessuno dei candidati», aveva scritto Oprah.
«The item in today's Drudge Report is categorically untrue. There has been absolutely no discussion about having Sarah Palin on my show. At the beginning of this Presidential campaign when I decided that I was going to take my first public stance in support of a candidate, I made the decision not to use my show as a platform for any of the candidates. I agree that Sarah Palin would be a fantastic interview, and I would love to have her on after the campaign is over».
Fonte: Drudgereport
L'inizio della dichiarazione dimostra chiaramente come la Winfrey sia intervenuta per smentire le voci di Drudgereport. Per quanto possa essere ipocrita la sua smentita (e quindi vero che non ha voluto invitare la Palin per fare un favore a Obama), rimane il fatto che la Farkas ha commesso un errore di quelli blu, traducendo "any" con "altri". Ecco cosa succede a un grande giornale quando si riempie di raccomandati.
Il fatto è questo. In effetti, venerdì scorso, il sito conservatore Drudgereport aveva polemizzato con Oprah Winfrey rivelando che siccome appoggia Obama non avrebbe ospitato Sarah Palin nel suo show, nonostante molti del suo staff invece la volessero.
Ebbene, in seguito la Winfrey ha rilasciato una dichiarazione che abbiamo letto ieri sul Corriere, in un articolo a firma Alessandra Farkas, inviata del quotidiano a New York: «Quando, per la prima volta in vita mia, ho scelto di prendere una posizione pubblica per un candidato ho deciso anche che non avrei usato il mio show come una piattaforma per altri candidati. Sono d'accordo che quella con Sarah Palin sarebbe un'intervista fantastica. E mi piacerebbe averla a campagna finita».
Peccato che - se ne è accorta Guia Soncini - Oprah Winfrey abbia detto qualcosa di letteralmente diverso e la Farkas abbia sbagliato la traduzione dall'inglese. «Ho deciso che non sarebbe stato utilizzato come piattaforma elettorale da nessuno dei candidati», aveva scritto Oprah.
«The item in today's Drudge Report is categorically untrue. There has been absolutely no discussion about having Sarah Palin on my show. At the beginning of this Presidential campaign when I decided that I was going to take my first public stance in support of a candidate, I made the decision not to use my show as a platform for any of the candidates. I agree that Sarah Palin would be a fantastic interview, and I would love to have her on after the campaign is over».
Fonte: Drudgereport
L'inizio della dichiarazione dimostra chiaramente come la Winfrey sia intervenuta per smentire le voci di Drudgereport. Per quanto possa essere ipocrita la sua smentita (e quindi vero che non ha voluto invitare la Palin per fare un favore a Obama), rimane il fatto che la Farkas ha commesso un errore di quelli blu, traducendo "any" con "altri". Ecco cosa succede a un grande giornale quando si riempie di raccomandati.
Rispetto sì, ma l'onore è un'altra cosa
L'ennesima polemica sul fascismo. Che palle, francamente! Questa volta ha coinvolto Alemanno e La Russa. Ma l'uscita più grave è stata a mio avviso quella del ministro della Difesa, a cui ha prontamente replicato il presidente Napolitano. Ai caduti di Salò va il rispetto che si deve ai morti, ma l'«onore» no, è un'altra cosa. Erano in buona fede? Sono stati ingenui? Qualcuno li ha ingannati? Credevano di difendere la patria? Può darsi.
Ma in quella guerra c'era una parte giusta e una sbagliata. Ancora nel '43 chi scelse Salò non aveva compreso qual era quella giusta. «Onorare» i caduti di ogni parte, a confondere quella giusta e quella sbagliata, è un inaccettabile atto di relativismo. Ripeto: rispetto nei confronti di tutti i caduti, ma l'«onore», quello, riserviamolo a chi per accidente o per merito si è trovato dalla parte giusta della storia.
Piuttosto, non capisco cosa ci sia da festeggiare l'8 settembre. Giorno in cui è iniziata un'altra guerra e lo stato italiano si è sfasciato. Giorno in cui chi era alla guida della nostra Italia, il re e capi di stato maggiore, hanno abbandonato i cittadini, dimostrando di che pasta sono fatti da sempre i nostri governanti, di ieri e di oggi. Il giorno del "Tutti a casa". Mancò il coraggio di una scelta netta, di rigirare l'esercito contro quello che inevitabilmente sarebbe stato il nuovo nemico, invece di lasciare ogni unità militare allo sbando.
Ma in quella guerra c'era una parte giusta e una sbagliata. Ancora nel '43 chi scelse Salò non aveva compreso qual era quella giusta. «Onorare» i caduti di ogni parte, a confondere quella giusta e quella sbagliata, è un inaccettabile atto di relativismo. Ripeto: rispetto nei confronti di tutti i caduti, ma l'«onore», quello, riserviamolo a chi per accidente o per merito si è trovato dalla parte giusta della storia.
Piuttosto, non capisco cosa ci sia da festeggiare l'8 settembre. Giorno in cui è iniziata un'altra guerra e lo stato italiano si è sfasciato. Giorno in cui chi era alla guida della nostra Italia, il re e capi di stato maggiore, hanno abbandonato i cittadini, dimostrando di che pasta sono fatti da sempre i nostri governanti, di ieri e di oggi. Il giorno del "Tutti a casa". Mancò il coraggio di una scelta netta, di rigirare l'esercito contro quello che inevitabilmente sarebbe stato il nuovo nemico, invece di lasciare ogni unità militare allo sbando.
Monday, September 08, 2008
Il fenomeno Sarah Palin. Mossa astuta ma non saggia?
Nella puntata di oggi di Think Global (qui in mp3), la mia rubrica su Velino Radio, mi sono occupato del fenomeno Palin. Una personalità forte che fa già discutere, radicalmente conservatrice ma in modo anticonformista, lontana da Washington non solo geograficamente. E' lei il personaggio di questi giorni. Dalla quantità di attacchi che riceve - spesso basati su delle vere e proprie balle - si direbbe che McCain abbia visto giusto a volerla come sua vice. I democratici sono in allarme e i sondaggi per la prima volta attribuiscono a McCain un vantaggio così consistente su Obama. Secondo Usa Today/Gallup di 4 punti percentuali (50% a 46%). Ma come leggerete qui di seguito anche tra i conservatori c'è chi non è affatto entusiasta della scelta Palin.Sulle parole esperienza e cambiamento si gioca la campagna dei due candidati. Obama ha scelto come vice l'esperto Joe Biden per rispondere alle accuse di inesperienza; McCain ha voluto al suo fianco il volto nuovo della Palin, per mostrare di saper interpretare il cambiamento quanto Obama. La governatrice è famosa per essersi battuta con successo contro l'establishment corrotto del suo partito in Alaska e contro le compagnie petrolifere. Il dibattito sull'effetto Palin è più che mai aperto e nei commenti ho ritrovato gli stessi dubbi che avevo manifestato nel post di venerdì scorso.
Da sinistra rimproverano alla Palin le sue posizioni pro-life. Jacob Weisberg, su Slate, parla di «assolutismo anti-abortista», che «politicamente non ha mai avuto molto senso». Settori significativi del GOP – libertari, liberisti, pragmatici – non auspicano la revisione della sentenza Roe v. Wade. E a dispetto di quanto scrive oggi Giuliano Ferrara, su Il Foglio, sempre meno americani dichiarano di scegliere il proprio candidato in base a come la pensa sull'aborto. I repubblicani pragmatici stanno provando a rendere il loro partito una «grande tenda» che possa ospitare posizioni sia pro-life che pro-choice.
A quanto pare è difficile, anche per i commentatori Usa, stabilire quali potranno essere gli effetti della sua candidatura sull'elettorato, cioè se si limiterà ad eccitare gli animi della base repubblicana o se invece sarà in grado anche di allargare la base dei consensi. Perché è difficile capire se agli occhi del pubblico Sarah Palin rappresenti più le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana o se non sia divenuta piuttosto l'icona della lotta alla corruzione dell'establishment repubblicano, di richiamo per una sorta di anti-politica in versione Usa.
In due articoli il Wall Street Journal ha cercato di raccontare proprio questo aspetto: «Se avete letto qualcosa di Sarah Palin, è probabile che abbiate letto parecchio sulle sue convinzioni religiose e i suoi problemi famigliari. Ma se volete sapere cosa guida la politica della Palin, e cosa ha intrigato l'America, allora dovete sapere come ha battuto» il malaffare tra l'establishment repubblicano e le compagnie petrolifere in Alaska. «Sebbene molti nei media sostengano che sia stata scelta per fare appello alla destra cristiana del partito, la Palin non ha ancora sollevato il tema dell'aborto». Se non altro perché non ha bisogno di farlo esplicitamente, visto che l'aver deciso di tenere il suo ultimo figlio, affetto da sindrome di Down, è una «prova sufficiente delle sue convinzioni pro-life». In un partito colpito negli ultimi tempi da molti casi di corruzione, sono le lotte contro il potere in Alaska che hanno reso la Palin famosa e popolare. Per questo è stata scelta, secondo il WSJ.
Bill Kristol, il direttore della rivista neocon Weekly Standard, approva la scelta di McCain, che scegliendo Sarah Palin ha dimostrato «fegato» e un «acuto senso strategico». Ha capito che correre solo con la sua esperienza l'avrebbe portato al più ad una «rispettabile sconfitta». Ha compreso le implicazioni della vittoria di Obama su Hillary... «e che il conservatorismo anti-establishment della Palin, il suo femminismo pro-family e il suo determinato riformismo aggiungono qualcosa di importante alla sua campagna».
Eppure, la scelta della Palin non convince tutti i commentatori conservatori. Charles Krauthammer si chiede se il «Palin Power» funzionerà. «Ci sono domande che non dovremo mai porci con McCain: chi è quest'uomo e se possiamo fidarci di lui per la presidenza». Parole di Fred Thompson, citate da Krauthammer per spiegare il motivo più efficace dell'intera convention repubblicana: una risonante affermazione dell'autenticità di McCain e la denuncia dell'inconsistenza di Obama. «Cosa rimane di questa linea – si chiede Krauthammer – dopo che McCain ha scelto Sarah Palin come sua vice presidente?»
Certo, è una donna «stimabile e formidabile», «ha galvanizzato la base repubblicana e unito il partito dietro McCain». Ma la strategia di McCain era di fare delle elezioni un «referendum su Obama, certamente il meno esperto, il meno qualificato candidato alla Casa Bianca che si ricordi a memoria d'uomo». La Palin «mina questa strategia di attacco». La costituzione prevede che il vicepresidente subentri al presidente in certi casi. «Come Obama, la Palin non è pronta. Con la Palin l'accusa di inesperienza nei confronti di Obama evapora». Inoltre, tentare di rubare l'immagine del cambiamento a Obama è «una manovra azzardata, temeraria e difficile». Il problema è nell'«intrinseca contraddizione di un partito in carica che corre per il cambiamento. Chi ha governato nell'ultimo decennio?»
Ancora più critico un altro esponente dei neoconservatori - e columnist del Foglio - che sul National Post arriva a definire la scelta Palin «irresponsabile». David Frum spiega che McCain ha due problemi. 1) La base degli elettori repubblicani, cioè quanti nel corpo elettorale si definiscono «repubblicani», si riduce. La percentuale è la più bassa negli ultimi 28 anni. «Il solo modo in cui McCain può vincere è fare appello agli indipendenti e al centro». Il maverick – l'anti-conformista – McCain poteva sembrare il «candidato perfetto per questo compito». Si è distinto dall'ortodossia repubblicana su temi come le tasse e il cambiamento climatico, e i suoi rapporti con Bush sono stati spesso difficili.
Ma qui sorge il secondo problema: McCain non ha il sostegno di tutto il partito. Serviva quindi «un vice gradito alla destra». Secondo Frum, Tom Ridge sarebbe stato l'ideale, soprattutto guardando al fatto che la Pennsylvania sarà uno stato chiave. Attribuisce 21 dei 270 collegi elettorali necessari per la vittoria finale, è uno stato che di solito vota democratico, ma molto inospitale per un candidato come Obama. Ridge, esperto, cattolico e di origini europee, è molto popolare in Pennsylvania, di cui è stato due volte governatore. Ma Ridge è pro-choice, osserva Frum, quindi la scelta è caduta su Sarah Palin. «Ma in politica, come nella vita, non si può avere tutto. L'inesperienza della Palin rende Obama in confronto un George Marshall. Ha zero esperienza in politica estera e di sicurezza nazionale».
Comunque vada a finire a novembre, Sarah Palin si troverà in pole position per la corsa del 2012. «Così questo è il futuro del partito repubblicano che vi aspetta», conclude Frum con rammarico e preoccupazione: «Un futuro nel quale la sicurezza nazionale sarà retrocessa nella lista delle priorità dietro temi come l'aborto, le differenze di genere e le politiche energetiche. Sarah Palin è una scelta forte, e forse astuta. Non è detto che sia stata una scelta responsabile, o saggia».
Più ottimista sul futuro del partito repubblicano è David Brooks. «Di solito i partiti – ha scritto sul New York Times – si riformano nel deserto. Patiscono qualche bruciante sconfitta, la vecchia guardia ne esce screditata» e si dà il via al turnover e al cambiamento. McCain «sta tentando di riformare il Partito repubblicano prima di una sconfitta presidenziale, con la vecchia guardia ancora intorno, e con una base che non ha ancora accettato la necessità della trasformazione». Secondo alcuni suoi consiglieri avrebbe dovuto «rompere con il passato con un colpo netto»: nominando l'ex democratico Joe Lieberman come vice, promettendo di non ricandidarsi per un secondo mandato e di adottare uno stile bipartisan alla Casa Bianca. «Un passo forse troppo lungo».
Sarah Palin come vice, secondo Brooks, è la scelta «di freschezza e di rottura di cui aveva bisogno, ma le forze del passato hanno tirato McCain indietro». Il risalto dato dai media alle scelte famigliari della Palin ha fatto riemergere le «vecchie guerre culturali» sull'aborto e la procreazione e ognuno ha rivestito i panni tradizionali. Tutto è rientrato nel clichè dei «rossi contro i blu», del «presunto conflitto tra le donne delle grandi città con un figlio e favorevoli all'aborto e le donne con 5 figli e anti-abortiste delle zone rurali». La Palin nei 40 minuti del suo discorso di accettazione, ha osservato Brooks, si è «lasciata alle spalle la maggior parte della retorica repubblicana e ha glissato sull'aborto e i temi sociali, il suo linguaggio è stato più da supermarket che da pulpito di una chiesa. Almeno per una volta le forze riformatrici hanno preso il controllo del partito».
Dunque, secondo l'editorialista conservatore del NYT, McCain ha scelto come vice la Palin più per il suo volto nuovo e fresco, in una campagna in cui il senso del cambiamento giocherà un ruolo determinante, che per mettere al centro della sua agenda i temi cari alla destra religiosa.
La vede in modo opposto il settimanale britannico The Economist, che ha bocciato la scelta di McCain. «Il principale problema di McCain non è galvanizzare la sua base: gode di maggior supporto tra i repubblicani di quanto Obama ne goda tra i democratici. Il suo problema è ottenere voti dagli indecisi e dagli indipendenti in un momento in cui il numero di quanti si dichiarano repubblicani è di dieci punti inferiore del numero di quanti si definiscono democratici. McCain ha bisogno di attrarre circa il 55% degli indipendenti e il 15% di democratici per vincere. Ma è difficile che possa aiutarlo una donna che sostiene l'insegnamento del creazionismo piuttosto che la contraccezione». Per la verità, a noi risulta che la Palin si sia dichiarata favorevole alla contraccezione: «I'm pro-contraception, and I think kids who may not hear about it at home should hear about it in other avenues».
Secondo un sondaggio Rasmussen, la Palin «ha reso meno propensi a votare McCain il 31% degli indecisi e più propensi solo il 6%». Per non parlare della sua mancanza di esperienza. Non solo «vanifica il più convincente argomento di McCain contro Obama, ma fa sorgere serie domande circa il modo in cui prende decisioni», osserva l'Economist. La sua scelta è «ancora una volta la dimostrazione di come il tema dell'aborto distorca la politica americana, a destra come a sinistra». Ma i repubblicani sembrano essere «andati oltre nel subordinare considerazioni di competenza e merito alla purezza pro-life». Uno dei più grandi problemi dell'amministrazione Bush è stato proprio la nomina di incompetenti sulla base della loro posizione riguardo la sentenza Roe v. Wade. La scelta della Palin suggerisce che invece di rompere col passato, McCain «sta ripetendo i suoi errori».
Ancora una volta vengono sottolineate le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana di Sarah Palin, ma è probabile che agli occhi dell'opinione pubblica americana prevalga piuttosto l'immagine da eroina della lotta alla corruzione dell'establishment.
Sunday, September 07, 2008
Change... per ora sull'Iraq
«I think there is no doubt that the violence is down [in Iraq]. I believe that is a testimony to the troops that were sent and to General Petraeus and Ambassador Crocker. I think that the surge has succeeded in ways that nobody anticipated... It succeeded beyond our wildest dreams».
Barack Obama (4 settembre, Fox News)
Friday, September 05, 2008
Dall'Alaska con furore
L'uragano Palin sta portando nuovo slancio alla campagna di McCain, offuscata dall'astro nascente di Obama e da tanta obamamania. Dal grande freddo irrompe nella politica nazionale Usa una donna dal temperamento caldo. Su Il Foglio di oggi trovate alcune interessanti riflessioni sulla candidata vice di McCain, governatrice dell'Alaska, Sarah Palin.
«Obama e Palin sono la quintessenza dell'America, della stessa America. Sono entrambi una perfetta miscela energetica di sogno e progresso, di ottimismo e spiritualità, di mito e di riforma, di umiltà e compassione. Sono Bob Dylan e Erin Brockovich, entrambi distillati del medesimo spirito americano, anche se uno si presenta con forme elitarie e di sinistra e l'altra con un aspetto provinciale e conservatore. L'americanità soffice di Obama piace ai giornali e agli europei, quella ruvida di Palin alla working class e alla gente di frontiera, ma non sono prodotti di due Americhe diverse, una buona e una cattiva. L'America è soltanto una e Obama-Palin sono figli della stessa cultura, della stessa era, dello stesso sogno».Non ne so molto di Sarah Palin, quindi più che esprimere giudizi su di lei cerco di riportarne di interessanti di chi ne sa più di me, ma ricordo che il ticket McCain-Palin ha qualche chance di vittoria solo se riuscirà nell'impresa di presentarsi come una rottura rispetto alla presidenza Bush e all'immagine un po' ingrigita del partito, di dimostrarsi quindi capace di scelte indipendenti, senza per questo demotivare la base. Palin può senz'altro portare più freschezza ed energia alla campagna di McCain, ma attenzione: troppo radicalismo conservatore rischia di intaccare la capacità di McCain di attrarre voti dal centro e persino dallo schieramento avversario. Ci vuole un giusto mix di Palin, Giuliani e Lieberman.
(Christian Rocca)
«Il discorso è stato così efficace perché è stato fatto da qualcuno che allo stesso tempo è: una persona relativamente sconosciuta, un amministratore e non un legislatore, un grande riformatore, un americano medio che ce l'ha fatta da solo, un outsider che è stato accolto con ostilità dall'establishment di Washington e, sì, una donna».
Bill Kristol
«... è la cosa più vicina a un libertario che sia mai arrivata a un soffio dal potere vero dai tempi di Ronald Reagan... La Barracuda interpreta in modo spontaneo l'agenda della leave-us-alone-coalition... La sua retorica è quella con cui la destra conservatrice-libertaria va a nozze. Il governo sì, però small; le tasse sì, però low; la regolazione pubblica sì, però sound e science-based... la sua battaglia è contro l'establishment, le rendite, i politici in senso lato, non ha nascosto le sue simpatie per la corsa pazza di Ron Paul... Dalle parti di Reason hanno apprezzato la sua ragionevolezza sulla guerra alla droga... Sulla questione dell'aborto, non è una militante pro life di maniera... E poi, ultima ma non meno importante, c'è la "nostra prima libertà", quella di detenere e portare armi».
Carlo Stagnaro
«Miss Congeniality, l'autenticità in persona, un campione femminile e postfemminista di energia sessuale riproduttiva, una social conservative di classe mondiale, una cacciatrice di caribù e una perforatrice di sottosuolo alla ricerca di petrolio, una schiaffeggiatrice di vecchi leoni e politicanti corrotti, una talentuosa e anche un po' surreale superwoman intrisa di valori familisti potenti e disordinati, di cultura amministrativa della piccola città, di anticentralismo al limite del separatismo, di orgoglio antisnobistico e antipolitico».
(Giuliano Ferrara)
Nessuna discriminazione sui rom, l'opposizione perde la faccia
E così, alla fine, ha avuto ragione Maroni. La Commissione europea ha accertato che il censimento dei campi nomadi abusivi e le altre misure nei confronti dei rom contenute nel pacchetto sicurezza non sono discriminatorie e sono conformi al diritto comunitario.
Come tutte le persone di buon senso e non in malafede in questo paese avevano fin da subito compreso, la raccolta delle impronte digitali «viene fatta solo al fine di identificare persone che non è possibile identificare in altro modo». E, in particolare, proprio a tutela di migliaia di minori-fantasmi costretti ogni giorno ai furti e/o all'accattonaggio.
La notizia non sembra aver scosso quanti solo un paio di mesi fa accusavano di «razzismo» e di «xenofobia» il governo e la maggioranza, né quegli organi di stampa cattolici che paventavano addirittura un ritorno al «fascismo». Forse per pudore oggi tacciono, sperando che nessuno si ricordi delle bufale da loro dette e scritte, del tempo perso a litigare sul nulla.
Maroni aveva assicurato che tutte le misure sarebbero rientrate nei confini della normativa europea (e così è stato), ma l'opposizione, con in testa il suo svagato leader, insistevano nel dire che invece dall'Ue sarebbe giunta una bocciatura, forti del loro gioco di sponda con qualche voce falsa e tendenziosa uscita anzitempo dai palazzi di Bruxelles. Si attendeva la "sentenza" dell'Ue come un giudizio di costituzionalità, sicuri che avrebbe bollato come razzista il governo Berlusconi.
Ebbene, sul pacchetto sicurezza e i rom Maroni vince la palma del ministro più europeista, capace di lavorare in stretta collaborazione con Bruxelles per varare un provvedimento inattaccabile (cosa che il governo Prodi non ha saputo fare), mentre l'opposizione e Veltroni hanno perso definitivamente la faccia.
Oggi un giudizio impietoso ma lucido sul Partito democratico lo dà Biagio de Giovanni su il Riformista:
Come tutte le persone di buon senso e non in malafede in questo paese avevano fin da subito compreso, la raccolta delle impronte digitali «viene fatta solo al fine di identificare persone che non è possibile identificare in altro modo». E, in particolare, proprio a tutela di migliaia di minori-fantasmi costretti ogni giorno ai furti e/o all'accattonaggio.
La notizia non sembra aver scosso quanti solo un paio di mesi fa accusavano di «razzismo» e di «xenofobia» il governo e la maggioranza, né quegli organi di stampa cattolici che paventavano addirittura un ritorno al «fascismo». Forse per pudore oggi tacciono, sperando che nessuno si ricordi delle bufale da loro dette e scritte, del tempo perso a litigare sul nulla.
Maroni aveva assicurato che tutte le misure sarebbero rientrate nei confini della normativa europea (e così è stato), ma l'opposizione, con in testa il suo svagato leader, insistevano nel dire che invece dall'Ue sarebbe giunta una bocciatura, forti del loro gioco di sponda con qualche voce falsa e tendenziosa uscita anzitempo dai palazzi di Bruxelles. Si attendeva la "sentenza" dell'Ue come un giudizio di costituzionalità, sicuri che avrebbe bollato come razzista il governo Berlusconi.
Ebbene, sul pacchetto sicurezza e i rom Maroni vince la palma del ministro più europeista, capace di lavorare in stretta collaborazione con Bruxelles per varare un provvedimento inattaccabile (cosa che il governo Prodi non ha saputo fare), mentre l'opposizione e Veltroni hanno perso definitivamente la faccia.
Oggi un giudizio impietoso ma lucido sul Partito democratico lo dà Biagio de Giovanni su il Riformista:
«... il centrosinistra italiano non sembra essersi reso conto non dico dell'entità della sconfitta subita, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano... Dinanzi a questo terremoto culturale e politico... sul fronte opposto dominano scarsa consapevolezza, poco coraggio di interrogare l'Italia e se stessi, e ci si divide tra un fragile gioco di rimessa e una persistente analisi paragiudiziaria del berlusconismo, visto o come una clamorosa e provvisoria (!) eccezione, o come causa ed effetto di una mucillagine sociale - che Berlusconi ha magari contribuito a produrre e che lo riproduce moltiplicato per mille - dentro la quale si vanno disperdendo i "valori" di una comunità nazionale ed emerge la "vitalità" dell'Italia peggiore».Il problema è innazitutto «culturale», perché «nella "melassa conflittuale" del Partito democratico non gira una idea».
«La raffinata sinistra perde il confronto proprio sulle idee, dopo aver dominato in lungo e in largo, attraverso di esse, l'Italia repubblicana... Il centrosinistra è senza idee, è come lo stanco erede di se stesso, disunito e conflittuale non sulle idee ma sulle microlotte di potere al proprio interno. Il centrodestra sembra invece avere una visione dell'Italia, e a modo suo la porta avanti».
Gli Usa ripartono, l'Europa no
Se quella di cui soffre l'economia americana è una recessione, in Europa c'è da mettersi le mani nei capelli. La convinzione diffusa è che la crisi finanziaria abbia colpito più gli Stati Uniti che l'Europa, inducendo addirittura qualcuno a dare per morto il capitalismo e ad enfatizzare il ritorno dell'interventismo statale. Ma intanto l'Ocse rivede al rialzo le stime di crescita del Pil Usa (1,8% nel 2008) e al ribasso quelle dell'area euro (1,3%). Tra i Paesi del G-7, neanche a dirlo, l'economia più lenta è quella italiana. Il tempo sembra dare ragione a chi, come Oscar Giannino, alcune settimane fa pronosticava che gli Stati Uniti si sarebbero ripresi più in fretta di noi europei.
Il prezzo del petrolio continua a scendere (oggi a 106 dollari al barile) e il dollaro a rafforzarsi. La bolla speculativa, dunque, si sta sgonfiando, «ma l'Europa non riparte», come osservava un paio di giorni fa Giacomo Vaciago su Il Sole24 Ore. Il «gioco non-cooperativo» di Stati Uniti ed Europa ha regalato «benefici netti» ai Paesi produttori di materie prime, che invece di ringraziare usano i soldi per invadere i Paesi vicini. Si poteva agire diversamente, non lasciando «solo alle autorità americane il compito di attaccare la bolla speculativa». Ora i prezzi delle materie prime sono in ribasso, mentre il dollaro è in ripresa. «Gli Usa sono riusciti a "passare" all'Europa quella che altrimenti sarebbe stata la loro recessione», come l'Ocse ha puntualmente registrato.
Il prezzo del petrolio continua a scendere (oggi a 106 dollari al barile) e il dollaro a rafforzarsi. La bolla speculativa, dunque, si sta sgonfiando, «ma l'Europa non riparte», come osservava un paio di giorni fa Giacomo Vaciago su Il Sole24 Ore. Il «gioco non-cooperativo» di Stati Uniti ed Europa ha regalato «benefici netti» ai Paesi produttori di materie prime, che invece di ringraziare usano i soldi per invadere i Paesi vicini. Si poteva agire diversamente, non lasciando «solo alle autorità americane il compito di attaccare la bolla speculativa». Ora i prezzi delle materie prime sono in ribasso, mentre il dollaro è in ripresa. «Gli Usa sono riusciti a "passare" all'Europa quella che altrimenti sarebbe stata la loro recessione», come l'Ocse ha puntualmente registrato.
Tuesday, September 02, 2008
Massaggio dell'Ue alla Russia
L'Europa «continua ad essere una casa comune anche per la Russia». Iniziava con questo commento del rappresentante permanente di Mosca presso la Nato, Dmitri Rogozin, la giornata. Eppure, si punisce una nazione confinante perché ambisce ad entrare in quella casa definita «comune»? Qualcosa non torna... «Dopo un certo raffreddamento, i nostri rapporti con i partner europei torneranno al livello di prima», prevede facilmente Rogozin.
La stampa russa registrava la vittoria: "A un passo dalle sanzioni, l'Ue si è tirata indietro"; "Ha condannato la Russia ma si è astenuta dal punirla"; "Condanna a parole"; "Falliti i progetti polacchi, britannici e dei paesi baltici di castigare la Russia"; "Risoluzione cauta e piuttosto mite".
Molti occhi erano puntati sul Consiglio straordinario dell'Unione europea e all'indomani della decisione tutti sembrano sorriderle.
La Russia è lieta del fatto che «la maggioranza dei paesi Ue abbia manifestato un approccio responsabile», si legge su un comunicato del Ministero degli esteri russo. I sostenitori della linea dura «sono rimasti in minoranza». E aggiunge: «E' chiaro che non siamo d'accordo con una serie di constatazioni che dimostrano pregiudizi nei confronti della Russia», ma «siamo abituati a vedere ostacoli artificiosi sulla via verso il trattato». La partnership «non deve essere ostaggio di divergenze di opinione su questo o quel singolo problema».
«Grazie a Dio il buon senso ha prevalso», un «trionfo della ragione», l'ha quasi entusiasticamente definito Putin. Una posizione definita con un pizzico di arroganza «ragionevole e realistica», «nell'interesse» dell'Unione europea, dal presidente Medvedev, che si prepara ad incontrare il presidente dell'autoproclamata Repubblica della Transdnistria (Moldova).
Da parte sua anche il presidente americano Bush ha detto di aver «apprezzato il messaggio forte» dell'Europa, ribadendo «l'importanza di sostenere l'integrità territoriale della Georgia e la sua ricostruzione». A noi più che un messaggio è parso un massaggio.
La decisione dell'Ue di "congelare" le trattative per una partnership è «un passo molto importante», secondo il presidente georgiano Saakashvili: la Russia «ha fallito nel tentativo di rompere l'unità in seno all'Europa», dato che i 27 hanno risposto «molto velocemente» e con un «tono insolitamente rigido».
Insomma, tutti contenti? Possibile che la dichiarazione dell'Ue fosse un tale capolavoro di unità ed equilibrio? Più probabile che qualcuno abbia fatto buon viso a cattivo gioco e i maggiori indiziati ci sentiamo di individuarli in Bush e Saakashvili. Un Putin raggiante. Ormai nessuna conferenza internazionale potrebbe mutare gli effetti della guerra e Medvedev può permettersi di offrire il bel gesto all'Italia, cui guarda caso vanno i maggiori riconoscimenti del Cremlino.
Il Wall Street Journal invece riserva derisione alla dichiarazione dell'Ue: "Stop! Or We'll Say Stop Again!".
La stampa russa registrava la vittoria: "A un passo dalle sanzioni, l'Ue si è tirata indietro"; "Ha condannato la Russia ma si è astenuta dal punirla"; "Condanna a parole"; "Falliti i progetti polacchi, britannici e dei paesi baltici di castigare la Russia"; "Risoluzione cauta e piuttosto mite".
Molti occhi erano puntati sul Consiglio straordinario dell'Unione europea e all'indomani della decisione tutti sembrano sorriderle.
La Russia è lieta del fatto che «la maggioranza dei paesi Ue abbia manifestato un approccio responsabile», si legge su un comunicato del Ministero degli esteri russo. I sostenitori della linea dura «sono rimasti in minoranza». E aggiunge: «E' chiaro che non siamo d'accordo con una serie di constatazioni che dimostrano pregiudizi nei confronti della Russia», ma «siamo abituati a vedere ostacoli artificiosi sulla via verso il trattato». La partnership «non deve essere ostaggio di divergenze di opinione su questo o quel singolo problema».
«Grazie a Dio il buon senso ha prevalso», un «trionfo della ragione», l'ha quasi entusiasticamente definito Putin. Una posizione definita con un pizzico di arroganza «ragionevole e realistica», «nell'interesse» dell'Unione europea, dal presidente Medvedev, che si prepara ad incontrare il presidente dell'autoproclamata Repubblica della Transdnistria (Moldova).
Da parte sua anche il presidente americano Bush ha detto di aver «apprezzato il messaggio forte» dell'Europa, ribadendo «l'importanza di sostenere l'integrità territoriale della Georgia e la sua ricostruzione». A noi più che un messaggio è parso un massaggio.
La decisione dell'Ue di "congelare" le trattative per una partnership è «un passo molto importante», secondo il presidente georgiano Saakashvili: la Russia «ha fallito nel tentativo di rompere l'unità in seno all'Europa», dato che i 27 hanno risposto «molto velocemente» e con un «tono insolitamente rigido».
Insomma, tutti contenti? Possibile che la dichiarazione dell'Ue fosse un tale capolavoro di unità ed equilibrio? Più probabile che qualcuno abbia fatto buon viso a cattivo gioco e i maggiori indiziati ci sentiamo di individuarli in Bush e Saakashvili. Un Putin raggiante. Ormai nessuna conferenza internazionale potrebbe mutare gli effetti della guerra e Medvedev può permettersi di offrire il bel gesto all'Italia, cui guarda caso vanno i maggiori riconoscimenti del Cremlino.
Il Wall Street Journal invece riserva derisione alla dichiarazione dell'Ue: "Stop! Or We'll Say Stop Again!".
The most cynical comment of the day, though, was Mr. Sarkozy's attempt to use the conflict to bully the Irish over their rejection of the union's Lisbon Treaty in June. "This crisis has shown that Europe needs to have strong and stable institutions" like those it would have gotten under Lisbon, Mr. Sarkozy said. No, what Europe needs is political will -- and a new treaty isn't going to solve that. Rather than scolding Irish voters for exercising their democratic rights, Mr. Sarkozy would do better to name and shame those member states whose desire to curry favor with Moscow kept the EU from taking a firmer stand yesterday.La Russia ha usato il linguaggio vago del piano in sei punti proposto da Sarkozy per il cessate-il-fuoco per mantenere le sue truppe in Georgia e violato clamorosamente uno dei punti dell'accordo, quando ha riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia anziché l'integrità territoriale della Georgia. Di fronte a tale umiliazione, l'Ue non ha saputo far altro che squittire, mentre mi sembra di udire le grasse risate che si stanno facendo al Cremlino.
Non c'è legge che tenga
Prima di campionato, prime violenze. Eppure insisto: non è una questione di norme, ma di cultura e pratica della legalità. Serve forse una nuova legge che proibisca a un gruppo di facinorosi di pretendere di viaggiare gratis su un treno obbligando i passeggeri con regolare biglietto a scendere? Ditemi voi. Serve una nuova legge, o bisogna che lo stato abbia la forza di far rispettare sul territorio quelle vigenti? Bisogna proibire le trasferte, chiudere gli stadi, sospendere il campionato? Oppure la procura si deve inventare un'associazione a delinquere che verrà facilmente smontata in tribunale?
No, il punto è un altro. Perché il questore di Napoli ha permesso la partenza del treno con i tifosi senza biglietto e i passeggeri con titolo di viaggio a terra? Certo, è riuscito a evitare "il peggio", ma i teppisti l'hanno avuta vinta. Finché non si sarà disposti allo scontro, a impedire fisicamente che queste cose inaudite accadano, non c'è legge che tenga. Ci spieghi il questore: gli è mancata la forza o la volontà di fermare quella violenza? Se uomini e mezzi li aveva, venga rimosso. E' dalla resa sul territorio che cominciano i guai.
No, il punto è un altro. Perché il questore di Napoli ha permesso la partenza del treno con i tifosi senza biglietto e i passeggeri con titolo di viaggio a terra? Certo, è riuscito a evitare "il peggio", ma i teppisti l'hanno avuta vinta. Finché non si sarà disposti allo scontro, a impedire fisicamente che queste cose inaudite accadano, non c'è legge che tenga. Ci spieghi il questore: gli è mancata la forza o la volontà di fermare quella violenza? Se uomini e mezzi li aveva, venga rimosso. E' dalla resa sul territorio che cominciano i guai.
Il punto su "Iraq libero"
Riporto integralmente questo articolo di Christian Rocca su Style perché credo che chiuda l'argomento. L'ho scritto innumerevoli volte anche su questo blog: la proposta "Iraq libero", l'esilio di Saddam Hussein, non aveva alcuna possibilità di realizzarsi. Non perché Bush voleva a tutti i costi la guerra (nella telefonata con Aznar dice espressamente che preferirebbe non sparare un colpo), ma perché Francia, Germania, Russia e le piazze pacifiste erano dalla parte di Saddam, nel senso che lo volevano al potere, e gli hanno fatto credere di poter fermare gli Stati Uniti.
Marco Pannella da anni parla di una sua fantasmagorica proposta "Iraq Libero", ovvero di una soluzione politica della crisi irachena che, con l'esilio di Saddam, avrebbe evitato la guerra. Se Pannella leggesse il libro di Douglas Feith, "War and decision", appena uscito in America, potrebbe liberarsi di questa storia e passare prontamente ad altro.Aggiungo solo una nota e una osservazione. Il piano di esilio che Saddam sarebbe stato pronto ad accettare (secondo Gheddafi che lo avrebbe detto a Berlusconi!?) prevedeva che l'ex dittatore portasse con sé mille uomini (10 mila secondo un'altra versione), un miliardo di dollari e tutte le informazioni sulle armi di distruzione di massa (che anche lui fosse convinto di averle?). Praticamente uno stato intero, quasi una provocazione, se fosse vera. Inoltre, l'esilio di Saddam era solo la prima parte della proposta di Pannella. La seconda, l'amministrazione controllata dell'Iraq da parte dell'Onu, sarebbe stata un disastro alla luce della guerra terroristica che è stata scatenata da al Qaeda e da altri gruppi dopo la caduta del regime. Un protettorato Onu non avrebbe retto una settimana.
I fatti: Pannella aveva lanciato la sua campagna il 20 gennaio 2003, un giorno dopo che La Repubblica aveva titolato in prima pagina che a Washington stavano lavorando all'ipotesi di "un esilio dorato" per Saddam (parole di Donald Rumsfeld, mica di Marco Cappato). Col tempo, Pannella si è dimenticato che "Iraq Libero" era nei piani della Casa Bianca ben prima che in quelli dei radicali e anche che la meravigliosa idea di sbarazzarsi di Saddam senza guerra non è andata in porto per il piccolo particolare che il medesimo Saddam, forte delle rassicurazioni del presidente francese Jacques Chirac e del valoroso popolo della pace, pensava di farla franca. Qualche tempo fa i giornali hanno pubblicato la trascrizione di una telefonata tra George W. Bush e l'ex premier spagnolo Jose Maria Aznar precedente la guerra. La lettura di quel testo conferma tutto, malgrado Pannella l'abbia interpretato come la prova che Bush (cioè l'autore originale della proposta di Pannella) non volesse l'esilio di Saddam.
Nel marzo del 2003, pochi giorni prima dell'intervento armato, gli americani offrirono ancora una volta a Saddam la possibilità di lasciare l'Iraq in 48 ore. La risposta ufficiale del suo ministro degli Esteri, Naji Sabri, è stata questa: "L'unica strada per evitare la guerra è che se ne vada il primo guerrafondaio del mondo". Intendeva Bush, più o meno la stessa posizione odierna di Pannella, il quale addirittura cerca una sponda politica in Dennis Kucinich, una specie di Giulietto Chiesa dell'Ohio, noto per aver visto gli Ufo nel giardino dell'attrice Shirley McLaine e per aver mandato in bancarotta, da sindaco, la città di Cleveland.
Ora Pannella chiede al Congresso americano di indagare su "Iraq libero". In realtà non ce n'è bisogno, perché il libro di Feith spiega tutto. Feith era il vice di Rumsfeld al Pentagono ed è ovviamente di parte. Ma il suo libro è inconfutabile, perché si basa sui documenti ufficiali dell'Amministrazione, opportunamente desecretati e riportati in copia fotostatica. Feith ha anche aperto un sito, waranddecision.com, dove ha messo decine di altri documenti. A pagina 539 del libro c'è un memo del Pentagono, datato 23 agosto 2002, dal titolo "Amnistia e cambio di regime" con l'elaborazione della strategia per evitare la guerra e concedere l'esilio a Saddam. Sul sito, invece, si trovano le dettagliatissime 4 pagine "Strategia dell'ultimatum, esilio come alternativa alla guerra" (4 marzo 2003) con il piano diplomatico per l'esilio e la bozza di una risoluzione Onu che garantiva a Saddam e 13 suoi parenti e sodali l'immunità per i loro crimini. Saddam preferì di no. Urge campagna: "Pannella libero".
Monday, September 01, 2008
Politica estera condizionata dalle amicizie personali di Berlusconi
Torno da un breve periodo di vacanza e in queste ore si sta svolgendo il Consiglio europeo straordinario sul conflitto russo-georgiano e sui rapporti dell'Ue con Mosca. Punire o no le azioni della Russia in Georgia? E se sì, come? Sanzioni sembrano da escludere. Sarà già tanto se i leader europei si accorderanno per la sospensione di qualche tavolo con la Russia, ma è più probabile una dichiarazione che si limiti ad esprimere preoccupazione, ribadendo la necessità di un rapporto di forte cooperazione con Mosca. L'unità dei 27 verrà pagata al prezzo del solito documento sbiadito, pieno di parole e privo di fatti concreti.Da quando fu coniata, dall'ex segretario alla Difesa Usa Rumsfeld, l'espressione «Vecchia Europa» non ha smesso di dimostrarsi calzante. I Paesi europei che meglio comprendono che nella visione strategica di Mosca l'Occidente rimane un avversario, se non un nemico, sono quelli dell'Est, che sono passati sotto il dominio russo, e la Gran Bretagna. A Bruxelles, a Parigi, Berlino e a Roma, si fa fatica a comprendere il gioco del Cremlino, opppure si comprende ma si preferisce chiudere un occhio. Dover rimettere in discussione i termini complessivi dei propri rapporti con Mosca è un'impresa da far tremare i polsi.
Ma tra le capitali della "Vecchia Europa" la più filo-russa è senz'altro quella italiana. Non da oggi, ma proprio oggi il ministro degli Esteri Frattini ha rilasciato al Corriere della Sera un'intervista in cui ribadisce qualcosa su cui neanche tedeschi e francesi sono più disposti a mettere le mani sul fuoco: la Russia è «un partner strategico, non un Paese ostile». «Se ci sono Paesi che pensano che con la Russia si possano rompere i rapporti, ci devono anche spiegare come poi tratteremo i dossier come quello del nucleare iraniano», osserva Frattini, che però dovrebbe spiegarci come far capire ai russi che devono «rispettare le regole», se esclude qualsiasi iniziativa europea nei confronti di Mosca, sia le sanzioni sia gli "avvertimenti". Frattini chiama «equilibrio» ciò che non solo a noi pare ambiguità e le telefonate di Berlusconi con Bush e Putin fanno quasi tenerezza.
La politica estera dell'attuale governo differisce molto da quella del precedente rispetto al Medio Oriente e nell'atteggiamento nei confronti di Stati Uniti e Israele, ma è in totale continuità rispetto a Russia e Cina. Se ciò fosse dettato da valutazioni razionali ce ne faremmo una ragione, ma l'impressione più sgradevole è che in questa crisi russo-georgiana la politica estera italiana sia rimasta prigioniera dell'amicizia personale tra Berlusconi e Putin, che ha reso la nostra posizione molto più filo-russa di quanto i nostri stessi interessi avrebbero richiesto. Pur escludendo sanzioni e rappresaglie, la Merkel ha avuto almeno forti parole di biasimo nei confronti di Mosca.
Personalmente ne ero già consapevole anni fa e lo scrissi su questo blog. Le indubbie capacità di Berlusconi di rendersi simpatico e di divenire "amico" dei leader delle altre nazioni possono aiutare, non sostituire una politica estera. Negli stessi momenti in cui la politica della "pacca sulla spalla" portava risultati, avvertivo i suoi limiti. Non può mai divenire fine a se stessa. Berlusconi invece sembra avere una insopprimibile tendenza a voler piacere a tutti, e a tutti i costi, ma ci sono momenti nei quali bisogna saper storcere il naso di fronte a un "amico", se si crede che la politica estera serva gli interessi dell'Italia e non i propri rapporti personali con i potenti del mondo. L'Italia ha certamente grandi interessi in gioco nei suoi rapporti con la Russia, primi fra tutti nel settore energetico, ma non fino al punto di ignorare le reali intenzioni di Mosca e di far dubitare del nostro atlantismo.
Alla luce degli eventi dello scorso mese in Georgia, ma anche del comportamento dei russi negli ultimi anni, è necessario chiedersi se a Pratica di Mare sia stato commesso un errore. Non sappiamo dire quanto sia stato determinante Berlusconi per il successo del vertice, dal quale uscì il Consiglio a venti Nato-Russia. Oggi però sembra evidente che la volontà di Mosca di avvicinarsi all'Occidente era, ed è, puramente strumentale. Ha usato gli sforzi dell'Occidente volti alla sua integrazione al fine di legittimarsi e potersi meglio inserire nei processi decisionali, per poi giocare sulle divisioni tra i paesi europei e tra l'Europa e gli Stati Uniti.
Le azioni della Russia dimostrano che il problema non è solo l'Ossezia del Sud, o l'Abkhazia. Quella georgiana è molto più di una crisi del Caucaso. E' la politica estera indipendente della Georgia ad aver irritato Mosca, arrivata a definire le aspirazioni europee di Tbilisi come una minaccia agli interessi russi. Non si accetta di far parte di un Consiglio come quello sorto a Pratica di Mare, se poi opponendosi così radicalmente all'ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato e nell'Ue si dimostra di considerare queste due fondamentali istituzioni occidentali ancora come nemiche.
Come ha scritto il presidente della Brookings Institution, Strobe Talbott, dunque non un neocon, se davvero la Russia considera l'atteggiamento filo-occidentale della Georgia e la sua aspirazione ad entrare in due istituzioni come la Nato e l'Ue dei sufficienti "casus belli", allora la prossima amministrazione dovrà riesaminare dalle fondamenta l'intera idea di partnership con la Russia e di integrazione.
Ma per una volta concordiamo con la conclusione di questo articolo di Limes:
«La sorpresa non è il ritorno di Mosca. È il fatto che non ce l'aspettassimo. Finché non decideremo se abbracciare o soffocare il nuovo impero russo, e faremo seguire alle parole i fatti, sarà solo l'ingordigia o l'imprudenza del Cremlino a frenarne la scalata ai vertici delle gerarchie globali. Mentre l'Occidente resterà una figura retorica, pallida memoria del vittorioso schieramento che fu».
Monday, August 18, 2008
Think Global
Scuserete se da oggi aggiornerò il blog saltuariamente, ma mi prendo qualche giorno di riposo.
Nel frattempo, vi segnalo che da un paio di mesi è partita su Velino Radio una mia nuova rubrica: Think Global. Ogni lunedì alle 10:30 sulla web radio lanciata da Il Velino.
Potete riascoltare le precedenti puntate scaricando il podcast. Tra gli argomenti che ho trattato, la Cina e le Olimpiadi, l'atomica iraniana, l'aumento dei prezzi del petrolio e dei cereali.
Tutti gli occhi del mondo su Pechino (11 agosto)
Olimpiadi: da sogno a incubo per la leadership cinese (4 agosto)
E' così tremenda la prospettiva dell'atomica iraniana? (28 luglio)
Non solo l'atomica. La strategia globale di Teheran (21 luglio)
Si sta realizzando la profezia di Malthus? (14 luglio)
Petrolio alle stelle: il mercato che cambia o la speculazione? (7 luglio)
Politiche che condannano l'agricoltura del Terzo Mondo (30 giugno)
Nel frattempo, vi segnalo che da un paio di mesi è partita su Velino Radio una mia nuova rubrica: Think Global. Ogni lunedì alle 10:30 sulla web radio lanciata da Il Velino.
Potete riascoltare le precedenti puntate scaricando il podcast. Tra gli argomenti che ho trattato, la Cina e le Olimpiadi, l'atomica iraniana, l'aumento dei prezzi del petrolio e dei cereali.
Tutti gli occhi del mondo su Pechino (11 agosto)
Olimpiadi: da sogno a incubo per la leadership cinese (4 agosto)
E' così tremenda la prospettiva dell'atomica iraniana? (28 luglio)
Non solo l'atomica. La strategia globale di Teheran (21 luglio)
Si sta realizzando la profezia di Malthus? (14 luglio)
Petrolio alle stelle: il mercato che cambia o la speculazione? (7 luglio)
Politiche che condannano l'agricoltura del Terzo Mondo (30 giugno)
La zampata russa coglie l'Occidente in letargo
Sconfitta che sfiora l'umiliazione per la Nato e gli Stati Uniti, mentre l'Europa ha ancora una volta dimostrato al suo vicino gigante russo di non esistere, di non saper nemmeno alzare la voce in difesa di suoi evidenti interessi.
Vedremo se, come promesso, i russi cominceranno oggi a ritirarsi dalla Georgia. Ieri il ministro della Difesa rendeva noto che la questione doveva essere ancora valutata e la decisione sarebbe stata presa solo «quando la situazione nella regione si sarà stabilizzata». Ma il presidente Medvedev, nel corso di un colloquio telefonico con Sarkozy, presidente di turno della Ue, aveva assicurato che il ritiro sarebbe iniziato oggi a mezzogiorno. Sarkozy non poteva far altro che prenderne atto chiarendo che in caso contrario la Russia sarebbe andata incontro a «gravi conseguenze»: «Questo ritiro deve essere messo in atto senza rinvii. A mio parere ciò non è negoziabile... Riguarda tutte le forze entrate dal 7 agosto scorso. Se questa clausola dell'accordo non sarà applicata rapidamente e totalmente, convocherò un Consiglio Europeo straordinario per decidere le conseguenze da trarre».
Per oltre una settimana i russi hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Georgia, prendendosi gioco del piano Ue fatto sottoscrivere dal presidente Sarkozy ad entrambe le parti. Truppe e blindati russi sono rimasti posizionati ben oltre i tempi previsti dall'accordo a circa 45 chilometri da Tbilisi e nella città di Gori, tagliando in due il Paese e impedendo l'accesso ai porti del Mar Nero.
Ha quindi ragione Angelo Panebianco a parlare di Europa «irrisa e sbeffeggiata», «complice, più o meno riluttante», del «disegno russo». Ciò che i russi chiamano «misure aggiuntive di sicurezza» non è che la distruzione delle strutture militari georgiane, e qualche volta delle infrastrutture civili, così da rendere la Georgia ancor più indifesa e soggetta alla prepotenza russa. E oggi leggendo il New York Times si apprende che i russi, un giorno prima che il presidente Medvedev firmasse l'accordo di tregua proposto da Sarkozy, di fatto carta straccia, hanno schierato in Ossezia del Sud basi di lancio per missili a corto raggio SS-21, in grado di raggiungere la maggior parte del territorio georgiano, compresa la capitale Tbilisi.
Ciò che gli europei hanno definito «mediazione» e ruolo dell'Europa è in realtà una presa di distanze dagli Stati Uniti che ha indebolito la risposta dell'Occidente, confermando ai russi di poter sfruttare le divisioni occidentali. Inoltre, come osserva oggi Panebianco, l'Unione europea ha dimostrato di ignorare i fondati motivi di preoccupazione per la loro sicurezza dei suoi membri dell'Est.
Si dice che «non possiamo isolare la Russia». Una ovvietà. «Ci serve il suo gas, ci serve il suo appoggio nella crisi iraniana, ci serve che essa svolga un ruolo internazionale di cooperazione. Ma non possiamo permettere che essa usi il bastone e la carota con noi senza fare la stessa cosa nei suoi confronti». Tener conto sì delle "ragioni" della Russia, «ma non al punto di andare contro i nostri interessi vitali».
Dagli Stati Uniti invece sono giunti severi moniti nei confronti di Mosca ma a Washington i tempi di reazione sono apparsi comunque troppo lenti e timidi. E, soprattutto, l'amministrazione Bush si è fatta cogliere di sorpresa e nei mesi e anni scorsi ha sottovalutato i piani di Mosca.
La reputazione della Russia «è a brandelli» e pagherà le conseguenze delle sue azioni, avverte ora il segretario di Stato Condoleeza Rice. Azioni che «sollevano seri interrogativi sul suo ruolo e le sue intenzioni in Europa nel ventunesimo secolo», dichiara il presidente Bush: «Negli ultimi anni la Russia ha cercato di integrarsi nelle strutture diplomatiche, politiche, economiche e di sicurezza dell'occidente e gli Stati Uniti hanno appoggiato questi sforzi. Ora la Russia ha messo le sue aspirazioni a rischio intraprendendo azioni che fanno a pugni con i principi di queste istituzioni».
Un'altra risposta all'imperialismo russo è giunta da Varsavia. Il premier polacco Donald Tusk ha annunciato che Polonia e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo preliminare per l'installazione dello scudo antimissile. Pronta la reazione da parte russa, per voce del generale Nogovizin, numero due dello Stato maggiore di Mosca. L'accordo non resterà «impunito», ha minacciato: «La Polonia si espone a un attacco, al cento per cento». Solo nelle dittature i generali si prendono la libertà di rilasciare dichiarazioni di tale gravità. Nell'offensiva in Georgia c'è di mezzo anche l'onore e l'orgoglio ferito delle forze armate russe. Sarà fantapolitica, ma quando al Cremlino i vertici politici danno il via a un'operazione militare, l'impressione è che non sappiano esattamente quando riusciranno a fermarla e fino a che punto i generali si spingeranno.
Che sia stato o no il presidente georgiano Saakashvili a sparare il primo colpo è a questo punto irrilevante, perché questa è una guerra che Mosca sta cercando di provocare da parecchio tempo, con forme di embargo e ripetute provocazioni militari. Se Saakashvili è caduto nella trappola russa, offrendo a Putin l'occasione che stava da tempo aspettando per dare una lezione alla piccola e filo-occidentale Georgia, l'Occidente sta perdendo la sua occasione per dare una lezione all'ambiziosa e ancora relativamente debole Russia. E gli iraniani, in silenzio, osservano...
«The man who once called the collapse of the Soviet Union "the greatest geopolitical catastrophe of the [20th] century" has reestablished a virtual czarist rule in Russia and is trying to restore the country to its once-dominant role in Eurasia and the world. Armed with wealth from oil and gas; holding a near-monopoly over the energy supply to Europe; with a million soldiers, thousands of nuclear warheads and the world's third-largest military budget... His war against Georgia is part of this grand strategy. Putin cares no more about a few thousand South Ossetians than he does about Kosovo's Serbs. Claims of pan-Slavic sympathy are pretexts designed to fan Russian great-power nationalism at home and to expand Russia's power abroad», ha scritto Robert Kagan sul Washington Post.
Il conflitto georgiano e la prepotenza russa confermano la tesi del suo ultimo libro, come lui stesso osserva in un recente articolo sul Weekly Standard. «La Storia è tornata», le autocrazie sono «ambiziose» e le democrazie «esitanti». Con l'invasione della Georgia cadono le illusioni coltivate con la fine della Guerra Fredda. L'imperialismo anima la politica estera russa fin dai tempi dello Zar, è stato carattere costitutivo della politica estera sovietica e non c'è ragione perché nella Russia autocratica di Putin venga abbandonato.
I conflitti tra grandi potenze e i nazionalismi ritornano, mentre il commercio internazionale e la crescita economica non hanno condotto al liberalismo politico in Cina e in Russia. Lo faranno nel lungo periodo? Ma quanto è lungo questo "lungo periodo", si chiede Kagan. La crescita economica e l'autocrazia si sono dimostrate compatibili, come lo furono in Germania e in Giappone tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Anzi, gli autocrati stanno imparando sempre di più come aprire alle attività economiche continuando a sopprimere le attività politiche. L'interdipendenza economica non ha sostituito il confronto geopolitico né ha diminuito l'importanza della forza militare.
L'Occidente è diviso e lento nel reagire ma ha ancora delle «carte da giocare» e Charles Krauthammer ha indicato quattro mosse per fermare Putin, o quanto meno per fargli capire che le sue azioni possono provocare gravi conseguenze per la Russia nei rapporti con l'Occidente. Neocon, si dirà, ma non differisce di molto l'analisi di un "realista" come Zbigniev Brzezinski, che paragona l'attacco alla Georgia a quanto fece l'Unione sovietica di Stalin alla Finlandia nel 1939.
Vedremo se, come promesso, i russi cominceranno oggi a ritirarsi dalla Georgia. Ieri il ministro della Difesa rendeva noto che la questione doveva essere ancora valutata e la decisione sarebbe stata presa solo «quando la situazione nella regione si sarà stabilizzata». Ma il presidente Medvedev, nel corso di un colloquio telefonico con Sarkozy, presidente di turno della Ue, aveva assicurato che il ritiro sarebbe iniziato oggi a mezzogiorno. Sarkozy non poteva far altro che prenderne atto chiarendo che in caso contrario la Russia sarebbe andata incontro a «gravi conseguenze»: «Questo ritiro deve essere messo in atto senza rinvii. A mio parere ciò non è negoziabile... Riguarda tutte le forze entrate dal 7 agosto scorso. Se questa clausola dell'accordo non sarà applicata rapidamente e totalmente, convocherò un Consiglio Europeo straordinario per decidere le conseguenze da trarre».
Per oltre una settimana i russi hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Georgia, prendendosi gioco del piano Ue fatto sottoscrivere dal presidente Sarkozy ad entrambe le parti. Truppe e blindati russi sono rimasti posizionati ben oltre i tempi previsti dall'accordo a circa 45 chilometri da Tbilisi e nella città di Gori, tagliando in due il Paese e impedendo l'accesso ai porti del Mar Nero.
Ha quindi ragione Angelo Panebianco a parlare di Europa «irrisa e sbeffeggiata», «complice, più o meno riluttante», del «disegno russo». Ciò che i russi chiamano «misure aggiuntive di sicurezza» non è che la distruzione delle strutture militari georgiane, e qualche volta delle infrastrutture civili, così da rendere la Georgia ancor più indifesa e soggetta alla prepotenza russa. E oggi leggendo il New York Times si apprende che i russi, un giorno prima che il presidente Medvedev firmasse l'accordo di tregua proposto da Sarkozy, di fatto carta straccia, hanno schierato in Ossezia del Sud basi di lancio per missili a corto raggio SS-21, in grado di raggiungere la maggior parte del territorio georgiano, compresa la capitale Tbilisi.
Ciò che gli europei hanno definito «mediazione» e ruolo dell'Europa è in realtà una presa di distanze dagli Stati Uniti che ha indebolito la risposta dell'Occidente, confermando ai russi di poter sfruttare le divisioni occidentali. Inoltre, come osserva oggi Panebianco, l'Unione europea ha dimostrato di ignorare i fondati motivi di preoccupazione per la loro sicurezza dei suoi membri dell'Est.
Si dice che «non possiamo isolare la Russia». Una ovvietà. «Ci serve il suo gas, ci serve il suo appoggio nella crisi iraniana, ci serve che essa svolga un ruolo internazionale di cooperazione. Ma non possiamo permettere che essa usi il bastone e la carota con noi senza fare la stessa cosa nei suoi confronti». Tener conto sì delle "ragioni" della Russia, «ma non al punto di andare contro i nostri interessi vitali».
Dagli Stati Uniti invece sono giunti severi moniti nei confronti di Mosca ma a Washington i tempi di reazione sono apparsi comunque troppo lenti e timidi. E, soprattutto, l'amministrazione Bush si è fatta cogliere di sorpresa e nei mesi e anni scorsi ha sottovalutato i piani di Mosca.
La reputazione della Russia «è a brandelli» e pagherà le conseguenze delle sue azioni, avverte ora il segretario di Stato Condoleeza Rice. Azioni che «sollevano seri interrogativi sul suo ruolo e le sue intenzioni in Europa nel ventunesimo secolo», dichiara il presidente Bush: «Negli ultimi anni la Russia ha cercato di integrarsi nelle strutture diplomatiche, politiche, economiche e di sicurezza dell'occidente e gli Stati Uniti hanno appoggiato questi sforzi. Ora la Russia ha messo le sue aspirazioni a rischio intraprendendo azioni che fanno a pugni con i principi di queste istituzioni».
Un'altra risposta all'imperialismo russo è giunta da Varsavia. Il premier polacco Donald Tusk ha annunciato che Polonia e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo preliminare per l'installazione dello scudo antimissile. Pronta la reazione da parte russa, per voce del generale Nogovizin, numero due dello Stato maggiore di Mosca. L'accordo non resterà «impunito», ha minacciato: «La Polonia si espone a un attacco, al cento per cento». Solo nelle dittature i generali si prendono la libertà di rilasciare dichiarazioni di tale gravità. Nell'offensiva in Georgia c'è di mezzo anche l'onore e l'orgoglio ferito delle forze armate russe. Sarà fantapolitica, ma quando al Cremlino i vertici politici danno il via a un'operazione militare, l'impressione è che non sappiano esattamente quando riusciranno a fermarla e fino a che punto i generali si spingeranno.
Che sia stato o no il presidente georgiano Saakashvili a sparare il primo colpo è a questo punto irrilevante, perché questa è una guerra che Mosca sta cercando di provocare da parecchio tempo, con forme di embargo e ripetute provocazioni militari. Se Saakashvili è caduto nella trappola russa, offrendo a Putin l'occasione che stava da tempo aspettando per dare una lezione alla piccola e filo-occidentale Georgia, l'Occidente sta perdendo la sua occasione per dare una lezione all'ambiziosa e ancora relativamente debole Russia. E gli iraniani, in silenzio, osservano...
«The man who once called the collapse of the Soviet Union "the greatest geopolitical catastrophe of the [20th] century" has reestablished a virtual czarist rule in Russia and is trying to restore the country to its once-dominant role in Eurasia and the world. Armed with wealth from oil and gas; holding a near-monopoly over the energy supply to Europe; with a million soldiers, thousands of nuclear warheads and the world's third-largest military budget... His war against Georgia is part of this grand strategy. Putin cares no more about a few thousand South Ossetians than he does about Kosovo's Serbs. Claims of pan-Slavic sympathy are pretexts designed to fan Russian great-power nationalism at home and to expand Russia's power abroad», ha scritto Robert Kagan sul Washington Post.
Il conflitto georgiano e la prepotenza russa confermano la tesi del suo ultimo libro, come lui stesso osserva in un recente articolo sul Weekly Standard. «La Storia è tornata», le autocrazie sono «ambiziose» e le democrazie «esitanti». Con l'invasione della Georgia cadono le illusioni coltivate con la fine della Guerra Fredda. L'imperialismo anima la politica estera russa fin dai tempi dello Zar, è stato carattere costitutivo della politica estera sovietica e non c'è ragione perché nella Russia autocratica di Putin venga abbandonato.
I conflitti tra grandi potenze e i nazionalismi ritornano, mentre il commercio internazionale e la crescita economica non hanno condotto al liberalismo politico in Cina e in Russia. Lo faranno nel lungo periodo? Ma quanto è lungo questo "lungo periodo", si chiede Kagan. La crescita economica e l'autocrazia si sono dimostrate compatibili, come lo furono in Germania e in Giappone tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Anzi, gli autocrati stanno imparando sempre di più come aprire alle attività economiche continuando a sopprimere le attività politiche. L'interdipendenza economica non ha sostituito il confronto geopolitico né ha diminuito l'importanza della forza militare.
L'Occidente è diviso e lento nel reagire ma ha ancora delle «carte da giocare» e Charles Krauthammer ha indicato quattro mosse per fermare Putin, o quanto meno per fargli capire che le sue azioni possono provocare gravi conseguenze per la Russia nei rapporti con l'Occidente. Neocon, si dirà, ma non differisce di molto l'analisi di un "realista" come Zbigniev Brzezinski, che paragona l'attacco alla Georgia a quanto fece l'Unione sovietica di Stalin alla Finlandia nel 1939.
Sunday, August 17, 2008
La crisi nata in America, ma è l'Europa a fermarsi
Giavazzi non perde occasioni per rammentare alla classe politica e bancaria italiana la «lezione americana» e fa notare - come mesi fa Oscar Giannino - che l'America patisce crisi «ricorrenti», ma «ogni volta reagisce», così come reagisce prontamente il sistema politico. Più facilmente l'economia Usa entra in crisi, ma più velocemente dell'Europa ne esce. «E' una crisi nata al di là dell'Atlantico. Ma è l'economia europea, non quella americana a essere entrata in recessione».
Giavazzi continua chiamando in causa polemicamente Giovanni Bazoli, che su Il Sole24 Ore era intervenuto a difesa del modello bancario europeo, scrivendo che «il modello americano, incalzato da una logica di mercato competitiva e quasi spietata, si è manifestato per quello che è, un fallimento: meglio le nostre banche che si fanno carico della loro responsabilità sociale...» Cioè di salvare Alitalia, osserva sarcasticamente Giavazzi smascherando l'inganno della cosiddetta «responsabilità sociale» dell'impresa. Sarà come dice Bazoli, «eppure sono le nostre economie a fermarsi, i nostri ricercatori a emigrare oltre Atlantico: gli Stati Uniti continuano, seppur rallentando, a crescere e ad attrarre intelligenze dal resto del mondo».
Come si combatte la recessione che in Europa c'è già? Negli Stati Uniti «il governo sta facendo di tutto per evitarla». Innanzitutto, difendendo il tenore di vita dei cittadini. Nei mesi scorsi ciascuna famiglia americana ha ricevuto un rimborso fiscale di circa mille dollari (!).
Qui da noi invece il ministro Tremonti prosegue con la sua politica di pareggio di bilancio a pressione fiscale invariata nel prossimo triennio. Una "responsabile" politica social-democratica, che prevede una positiva, ma poco coraggiosa, riduzione delle spese correnti, mentre ciò che servirebbe è uno shock, «un'energica riduzione delle tasse sul lavoro», come qualche settimana fa suggeriva Guido Tabellini: è comunemente accettato il fatto che quando mancano risorse e l'economia è stagnante non si possano ridurre le tasse. «Se il Pil dovesse riprendere a correre» si potranno restituire i soldi ai contribuenti, dice Tremonti. «Se questa fosse l'impostazione - avverte Tabellini - avremmo una politica fiscale prociclica che amplifica gli shock esterni: quando le cose vanno male si tira la cinghia, quando vanno bene anche la politica fiscale diventa più espansiva. Esattamente il contrario di ciò che bisognerebbe fare».
Giavazzi continua chiamando in causa polemicamente Giovanni Bazoli, che su Il Sole24 Ore era intervenuto a difesa del modello bancario europeo, scrivendo che «il modello americano, incalzato da una logica di mercato competitiva e quasi spietata, si è manifestato per quello che è, un fallimento: meglio le nostre banche che si fanno carico della loro responsabilità sociale...» Cioè di salvare Alitalia, osserva sarcasticamente Giavazzi smascherando l'inganno della cosiddetta «responsabilità sociale» dell'impresa. Sarà come dice Bazoli, «eppure sono le nostre economie a fermarsi, i nostri ricercatori a emigrare oltre Atlantico: gli Stati Uniti continuano, seppur rallentando, a crescere e ad attrarre intelligenze dal resto del mondo».
Come si combatte la recessione che in Europa c'è già? Negli Stati Uniti «il governo sta facendo di tutto per evitarla». Innanzitutto, difendendo il tenore di vita dei cittadini. Nei mesi scorsi ciascuna famiglia americana ha ricevuto un rimborso fiscale di circa mille dollari (!).
Qui da noi invece il ministro Tremonti prosegue con la sua politica di pareggio di bilancio a pressione fiscale invariata nel prossimo triennio. Una "responsabile" politica social-democratica, che prevede una positiva, ma poco coraggiosa, riduzione delle spese correnti, mentre ciò che servirebbe è uno shock, «un'energica riduzione delle tasse sul lavoro», come qualche settimana fa suggeriva Guido Tabellini: è comunemente accettato il fatto che quando mancano risorse e l'economia è stagnante non si possano ridurre le tasse. «Se il Pil dovesse riprendere a correre» si potranno restituire i soldi ai contribuenti, dice Tremonti. «Se questa fosse l'impostazione - avverte Tabellini - avremmo una politica fiscale prociclica che amplifica gli shock esterni: quando le cose vanno male si tira la cinghia, quando vanno bene anche la politica fiscale diventa più espansiva. Esattamente il contrario di ciò che bisognerebbe fare».
Sunday, August 10, 2008
Per l'Occidente è l'ultima chiamata
«The fighting should be a deafening wake-up call to the West. Our fatal mistake was made at the Nato summit in Bucharest in April, when Georgia's attempt to get a clear path to membership of the alliance was rebuffed. Mr Saakashvili warned us then that Russia would take advantage of any display of Western weakness or indecision. And it has».
"Come la Georgia è caduta nella trappola dei suoi nemici", di Edward Lucas (Times, 9 agosto).
E il Wall Street Journal vede «premeditazione» nella reazione della Russia:
«... the West has already shown its unwillingness to push back against Moscow in the Caucasus. When the U.S. proposed NATO "membership action plans" for Georgia and Ukraine at an April summit in Bucharest, Germany vetoed the move. Berlin didn't want to anger Moscow, a fact that the Russians surely noticed as they contemplated when, or if, to move against the government of Mr. Saakashvili, who they have long despised as a reformer outside of the Kremlin's orbit.
Western leaders should have seen this coming. Russia has baited the hot-tempered Georgian leader with trade and travel embargoes as well as saber-rattling. Georgia has had to tolerate a few thousand Russian troops on its soil -- only Moscow recognizes the self-declared independence of Abkhazia and South Ossetia. And in April, Russia downed a Georgian drone over Abkhaz -- that is, Georgian -- air space. Russia in recent years has also granted citizenship to the separatists. That looks like premeditation now: Russian President Dmitry Medvedev pledged yesterday to "protect the lives and dignity of Russian citizens, no matter where they are located." Perhaps Mr. Saakashvili finally snapped and acted first here, as the Kremlin insists. If so, it was a huge mistake, as he has picked a fight with a much larger opponent and damaged his country's chances of joining NATO. The West may support Georgia's territorial integrity, but no one wants war with Russia.
... The prime minister [Putin, n.d.r.] needs to hear that using Ossetia as a pretext for imperialism will have consequences for Russia's relationship with the West».
La Russia allunga le mani sul Caucaso
Il presidente americano Bush, «profondamente» preoccupato, chiede alla Russia di fermare i bombardamenti. «Dal punto di vista giuridico non solo è del tutto fondato e legittimo, ma è anche politicamente necessario» l'intervento, replica Putin, denunciando le «azioni criminali» del governo georgiano.Al di là di chi abbia sparato il primo colpo e di chi abbia alimentato l'escalation, che potrebbero non rispondere allo stesso nome, le parole di Putin rivelano le ambizioni russe di recuperare un dominio perso nella regione dal crollo dell'Urss e confermano le mie prime considerazioni. «Da secoli la Russia è una forza stabilizzatrice nell'area, promotrice di sviluppo e progresso. Vi assicuro che sarà così anche in futuro», afferma il premier russo. Ora, tutto si potrà dire delle "ragioni" russe in Ossezia del Sud e dei presunti crimini georgiani, ma che da secoli la Russia sia stata «promotrice di sviluppo e progresso» per la regione e «forza stabilizzatrice» è una balla colossale e rivelatrice delle intenzioni di Mosca, a meno che per «stabilità» non s'intenda ciò che intendono i cinesi per «armonia», quella di chi non crea problemi perché morto o in catene.
Ancora più inquietanti le parole del presidente Medvedev, che si preoccupa di farci sapere che l'intervento russo si prefigge lo scopo di «costringere la parte georgiana alla pace» e che «nessun obiettivo in Georgia può dichiararsi al sicuro». E infatti, nonostante le truppe georgiane si siano già ritirate completamente dall'Ossezia del Sud, la Russia ha esteso i suoi bombardamenti sulla Georgia. Vengono bombardati obiettivi che nulla sembrano avere a che fare con la sicurezza dei cittadini russi e osseti, né con le operazioni militari georgiane dei giorni scorsi nella capitale della provincia separatista. Sono state bombardate e distrutte le infrastrutture del porto di Poti, sul Mar Nero, il principale della Georgia; sono state bombardate le gole di Kodori, unica parte dell'Abkhazia controllata dai georgiani; è stata bombardata nuovamente la città georgiana di Gori; è stata bombardata per la prima volta la capitale georgiana, Tbilisi.
«E' al 100% un'aggressione brutale e non provocata da parte delle forze russe», ha ripetuto il presidente della Georgia Saakashvili alla Bbc, appellandosi alla Russia per un cessate-il-fuoco e la ripresa di negoziati, mentre il ministro degli Esteri georgiano ha chiesto l'«aiuto internazionale».
I ministri degli Esteri dell'Ue si incontreranno all'inizio della prossima settimana, ma il presidente di turno Sarkozy ha in mente una proposta di mediazione: cessazione immediata delle ostilità; pieno rispetto della sovranità territoriale della Georgia; ristabilimento della situazione pre-bellica, quindi ritiro delle forze russe e georgiane sulle loro posizioni.
Il ritorno allo status quo è la prospettiva più probabile a breve termine. Ma Abkhazia e Ossezia del Sud sono sempre piú vicine alla Russia. Se è stato davvero lui a forzare la mano, Saakashvili ha sbagliato i suoi calcoli, è stato molto avventato e molto sciocco. Ma potrebbe anche non avere avuto alternative di fronte all'ennesima provocazione e al palese ruolo molto poco da "peacekeepers" delle truppe russe nell'area. E' pur vero che senza sostegno internazionale non vediamo per lui molte alternative. E' evidente che sia lo status quo, sia l'escalation militare, spingono le due province separatiste tra le braccia di Mosca. Però abbiamo l'impressione che una situazione incendiaria non aiuti la Georgia a farsi aprire le porte dalla Nato, l'unica polizza di assicurazione di Saakashvili contro l'ingerenza russa.
Ok, per un momento facciamo finta di ragionare come i nostri amici "realisti". Non ci sono "buoni" e "cattivi", torti e ragioni, regimi democratici (o quasi) e autoritari. Ci sono i nostri interessi. A noi Occidente conviene accettare supinamente che la Russia riconquisti il dominio incontrastato sul Caucaso che esercitava ai tempi dell'Urss? Siete sicuri che Mosca oggi ha la forza per imporcelo come fatto compiuto e noi siamo così deboli da non poterci opporre?
Vi chiedo se per caso qualcuno di voi ha visto qualche foto o video di questi 1.600 morti denunciati dai separatisti filo-russi, perché per il momento i palazzi in fiamme e i civili morti che abbiamo potuto vedere erano georgiani. Per carità, lo dico per essere smentito, ma di questi 1.600 morti non ho visto l'ombra, neanche girando sui siti d'informazione russi (al massimo qualche ferito medicato in ospedale... chissà come e quando, il palazzo del governo separatista sudosseto danneggiato).
Pechino, qualcosa si muove
Un turista americano ucciso a coltellate da un cinese, probabilmente uno squilibrato, che poi si suicida; cinque attivisti di Students for a Free Tibet si sdraiano al centro di Piazza Tienanmen avvolti in bandiere tibetane, fingendo di essere morti, e vengono arrestati "solo" dopo una decina di minuti; bandiera tibetana e slogan anche a Hong Kong, durante una gara di equitazione nell'ambito delle Olimpiadi. I responsabili della sicurezza sono costretti a trascinare via una delle manifestanti, la studentessa cinese Christina Chan; una serie di esplosioni hanno di nuovo scosso la regione dello Xinjiang. Insomma, c'è molto lavoro per la "vigilanza" cinese e più sono strette le maglie, più ogni gesto, anche il più piccolo, riesce ad ottenere una discreta visibilità.
Saturday, August 09, 2008
Mentre tutti gli occhi sono su Pechino, la Russia invade la Georgia
Guarda caso proprio mentre tutti i riflettori e gli occhi del mondo erano puntati sul "nido" di Pechino per assistere alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, in Georgia deflagrava il "bubbone" Ossezia del Sud.Pare proprio che Mosca intenda dare seguito alla minaccia rivolta all'Occidente in reazione all'indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Un precedente che i russi vogliono sfruttare per destabilizzare la Georgia del filo-occidentale presidente Saakashvili, per impedirne l'ingresso nella Nato, che dovrebbe essere discusso tra i membri dell'Alleanza nell'autunno prossimo, e per riprendere le vecchie postazioni dominanti nel Caucaso e sul Mar Nero, perse con il crollo dell'Urss. Mosca ha un modo per dissuadere la Nato: rendere l'Ossezia del Sud incandescente. Quando al prossimo vertice Nato verrà di nuovo preso in esame il dossier georgiano, più volte rinviato, difficilmente i membri europei vorranno aprire le porte dell'Alleanza a un simile focolaio.
Nella notte scorsa le forze aree georgiane erano intervenute contro i separatisti in Ossezia del Sud bombardando le loro postazioni nel villaggio di Tkverneti, mentre dalle prime luci dell'alba già si registravano intensi scontri a fuoco tra i ribelli e le truppe di Tbilisi a Tskhinvali, capoluogo della provincia. «Tskhinvali è circondata dalle forze georgiane», annunciava il ministro per la Reintegrazione. Una risposta al «regime criminale» dei separatisti tesa a «ripristinare l'ordine». Il presidente georgiano Saakashvili dichiarava lo stato di «mobilitazione generale» in un discorso televisivo alla nazione. «Centinaia di migliaia di georgiani devono restare uniti e salvare il Paese». Le truppe georgiane controllano «larga parte» dell'Ossezia del Sud, «Tskhinvali è stata liberata e attualmente sono in corso combattimenti nel centro della città», riferiva il presidente, accusando Mosca di armare le truppe separatiste e definendo l'escalation «un'aggressione militare su larga scala» da parte della Russia.
Lo schema cui si sarebbe assistito di lì a poco è dei più semplici. «La popolazione dell'Ossezia del Sud chiede al presidente Medvedev e alla leadership della Federazione russa di portare aiuto e adottare misure volte a proteggere i nostri cittadini». I separatisti filo-russi chiamano e Mosca risponde all'appello. «Le azioni di aggressione della Georgia in Ossezia del Sud provocheranno azioni di risposta» da parte della Russia, tuona da Pechino il primo ministro russo Putin.
Putin accusa Tbilisi di «aver iniziato l'azione aggressiva», annunciando che la Russia sarà costretta a rispondere. Particolarmente mafioso e sinistro il suo "avvertimento": «Volontari russi sono pronti a partire per l'Ossezia, e non saremmo in grado di fermarli». Quasi un modo per arruolare forze irregolari. Anche il presidente russo Medvedev anticipa «azioni» per proteggere i cittadini "russi" assediati: «Non consentiremo che la morte di nostri cittadini rimanga impunita, i colpevoli saranno puniti nel modo che meritano... Secondo la Costituzione e la legge federale, come presidente della Federazione russa ho il dovere di proteggere la vita e la dignità dei cittadini russi, ovunque si trovino». I morti sarebbero 1.400, dieci tra i soldati del contingente di peacekeeping russo, secondo fonti russe o filo-russe.
Poche ore dopo ecco la mossa di Mosca. L'invasione della Georgia. Caccia dell'aviazione bombardano postazioni dell'esercito georgiano in Ossezia del Sud e nei dintorni della capitale, Tbilisi. Una lunga colonna di carri armati russi avanza verso la capitale della regione, Tskhinvali, e apre il fuoco sulle postazioni dei georgiani, mettendoli in fuga.
E' il presidente georgiano Saakashvili a denunciare che i caccia russi hanno bombardato la base aerea di Vaziani, fuori dalla capitale, e il porto di Poti sul Mar Nero, e che «150 carri armati russi, mezzi corazzati e altri veicoli sono entrati nell'Ossezia del sud... una chiara incursione nel territorio di un altro Paese... Abbiamo carri armati russi sul nostro territorio, caccia russi alla luce del sole...»
La Georgia è sotto l'attacco della Russia, i cui carri armati e caccia bombardano le popolazioni civili, dichiara sempre Saakashvili alla Cnn: «Per tutto il giorno, oggi, hanno bombardato la Georgia con molti aerei da guerra, colpendo in particolare la popolazione civile. Abbiamo decine di feriti e di morti... Il mio Paese si sta difendendo contro l'aggressione russa, le truppe russe hanno invaso la Georgia».
Operazioni di «pulizia etnica» da parte dei georgiani nei villaggi dell'Ossezia meridionale, come sostiene il ministro degli Esteri russo Lavrov, o addirittura prove di «genocidio», come denuncia il presidente sudosseto Kokoity, dichiarando al contempo che «questi ultimi tragici eventi dovrebbero diventare l'ultimo passo verso il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud»? Oppure semplici operazioni militari contro truppe separatiste illegittime?
Impossibile per ora stabilire chi sia stato a dare il via all'escalation. Chiunque sia stato, ha scelto non casualmente l'inizio delle Olimpiadi per agire di sorpresa. La ricostruzione più verosimile è che Saakashvili abbia voluto assestare qualche colpo ai danni dell'esercito separatista sostenuto dalla Russia e che Mosca abbia reagito invadendo. Ma è anche probabile che siano stati i separatisti a provocare la reazione georgiana. Se davvero fosse stato Saakashvili a violare l'equilibrio della zona, c'è da sperare che sappia ciò che fa e che abbia le spalle coperte, altrimenti sarebbe caduto nella provocazione dei russi.
L'intervento del segretario di Stato Usa, Condoleeza Rice, serve a capire la lettura da parte americana degli eventi: la Rice ha chiesto alla Russia «di porre termine agli attacchi condotti in Georgia con aerei e missili, il rispetto dell'integrità territoriale della Georgia e il ritiro delle forze militari dal territorio georgiano».
Un milione di barili di petrolio al giorno diretti verso occidente sono a rischio. L'oleodotto Baku-Ceyhan, in funzione da oltre un anno, attraversa per 249 chilometri la repubblica caucasica (alcuni tratti dei quali a soli 55 chilometri dall'Ossezia del Sud) ed è l'unica pipeline dall'Asia centrale a evitare Iran e Russia per rifornire Stati Uniti ed Europa. Ecco quindi spiegata la centralità della Georgia e gli interessi russi in Ossezia del Sud.
Il quotidiano Times ha ricordato come la sicurezza dell'oleodotto (controllato al 30% dalla britannica BP) sia stata una delle maggiori preoccupazioni del consorzio che lo ha costruito. Proprio la scorsa settimana il primo attacco contro l'infrastruttura, in Turchia, ad opera di un commando del Pkk.
Lo schema cui si sarebbe assistito di lì a poco è dei più semplici. «La popolazione dell'Ossezia del Sud chiede al presidente Medvedev e alla leadership della Federazione russa di portare aiuto e adottare misure volte a proteggere i nostri cittadini». I separatisti filo-russi chiamano e Mosca risponde all'appello. «Le azioni di aggressione della Georgia in Ossezia del Sud provocheranno azioni di risposta» da parte della Russia, tuona da Pechino il primo ministro russo Putin.
Putin accusa Tbilisi di «aver iniziato l'azione aggressiva», annunciando che la Russia sarà costretta a rispondere. Particolarmente mafioso e sinistro il suo "avvertimento": «Volontari russi sono pronti a partire per l'Ossezia, e non saremmo in grado di fermarli». Quasi un modo per arruolare forze irregolari. Anche il presidente russo Medvedev anticipa «azioni» per proteggere i cittadini "russi" assediati: «Non consentiremo che la morte di nostri cittadini rimanga impunita, i colpevoli saranno puniti nel modo che meritano... Secondo la Costituzione e la legge federale, come presidente della Federazione russa ho il dovere di proteggere la vita e la dignità dei cittadini russi, ovunque si trovino». I morti sarebbero 1.400, dieci tra i soldati del contingente di peacekeeping russo, secondo fonti russe o filo-russe.
Poche ore dopo ecco la mossa di Mosca. L'invasione della Georgia. Caccia dell'aviazione bombardano postazioni dell'esercito georgiano in Ossezia del Sud e nei dintorni della capitale, Tbilisi. Una lunga colonna di carri armati russi avanza verso la capitale della regione, Tskhinvali, e apre il fuoco sulle postazioni dei georgiani, mettendoli in fuga.
E' il presidente georgiano Saakashvili a denunciare che i caccia russi hanno bombardato la base aerea di Vaziani, fuori dalla capitale, e il porto di Poti sul Mar Nero, e che «150 carri armati russi, mezzi corazzati e altri veicoli sono entrati nell'Ossezia del sud... una chiara incursione nel territorio di un altro Paese... Abbiamo carri armati russi sul nostro territorio, caccia russi alla luce del sole...»
La Georgia è sotto l'attacco della Russia, i cui carri armati e caccia bombardano le popolazioni civili, dichiara sempre Saakashvili alla Cnn: «Per tutto il giorno, oggi, hanno bombardato la Georgia con molti aerei da guerra, colpendo in particolare la popolazione civile. Abbiamo decine di feriti e di morti... Il mio Paese si sta difendendo contro l'aggressione russa, le truppe russe hanno invaso la Georgia».
Operazioni di «pulizia etnica» da parte dei georgiani nei villaggi dell'Ossezia meridionale, come sostiene il ministro degli Esteri russo Lavrov, o addirittura prove di «genocidio», come denuncia il presidente sudosseto Kokoity, dichiarando al contempo che «questi ultimi tragici eventi dovrebbero diventare l'ultimo passo verso il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud»? Oppure semplici operazioni militari contro truppe separatiste illegittime?
Impossibile per ora stabilire chi sia stato a dare il via all'escalation. Chiunque sia stato, ha scelto non casualmente l'inizio delle Olimpiadi per agire di sorpresa. La ricostruzione più verosimile è che Saakashvili abbia voluto assestare qualche colpo ai danni dell'esercito separatista sostenuto dalla Russia e che Mosca abbia reagito invadendo. Ma è anche probabile che siano stati i separatisti a provocare la reazione georgiana. Se davvero fosse stato Saakashvili a violare l'equilibrio della zona, c'è da sperare che sappia ciò che fa e che abbia le spalle coperte, altrimenti sarebbe caduto nella provocazione dei russi.
L'intervento del segretario di Stato Usa, Condoleeza Rice, serve a capire la lettura da parte americana degli eventi: la Rice ha chiesto alla Russia «di porre termine agli attacchi condotti in Georgia con aerei e missili, il rispetto dell'integrità territoriale della Georgia e il ritiro delle forze militari dal territorio georgiano».
Un milione di barili di petrolio al giorno diretti verso occidente sono a rischio. L'oleodotto Baku-Ceyhan, in funzione da oltre un anno, attraversa per 249 chilometri la repubblica caucasica (alcuni tratti dei quali a soli 55 chilometri dall'Ossezia del Sud) ed è l'unica pipeline dall'Asia centrale a evitare Iran e Russia per rifornire Stati Uniti ed Europa. Ecco quindi spiegata la centralità della Georgia e gli interessi russi in Ossezia del Sud.
Il quotidiano Times ha ricordato come la sicurezza dell'oleodotto (controllato al 30% dalla britannica BP) sia stata una delle maggiori preoccupazioni del consorzio che lo ha costruito. Proprio la scorsa settimana il primo attacco contro l'infrastruttura, in Turchia, ad opera di un commando del Pkk.
Friday, August 08, 2008
Una cerimonia marziale, lirica e... politica
Qualche considerazione sulla cerimonia di apertura delle Olimpiadi a Pechino. A me è piaciuta dal punto di vista estetico. I duemilaeotto tamburi percossi con ritmo incalzante e scanditi da grida guerriere hanno inizialmente attribuito alla cerimonia un tono marziale che mi ha inquietato, ma subito dopo lo spettacolo ha assunto accenti lirici e persino poetici. E non mi sarei aspettato così spesso che dalla coralità, dai movimenti "di massa", emergessero individualità.
Dai cinesi ci si potevano aspettare effetti speciali più mirabolanti e pacchiani. Invece ho trovato il simbolismo e le coreografie quasi semplici da capire, sobrie per quanto possano esserlo i festeggiamenti di apertura di un'olimpiade.
Sul piano politico il messaggio si è rivelato esattamente come tutti, credo, si aspettavano. La Cina, civiltà millenaria, che torna tra le grandi. Potenza ambiziosa e orgogliosa, ma pacifica e armoniosa. Naturalmente si tratta di propaganda. La colomba disegnata dal movimento dei figuranti strideva vistosamente con i laogai e la repressione in Tibet. L'assenza del '900, della rivoluzione e del maoismo dai riferimenti alla storia cinese non è un segno di apertura, non presuppone una pagina ormai svoltata, ma rivela un goffo tentativo del regime di nascondere al mondo la sua origine e la sua natura autoritaria. Lo scopo politico cui sono stati piegati l'evento sportivo e le celebrazioni ad esso collegate è lo stesso che per anni, dalla caduta del Muro e da Piazza Tienanmen, è stato perseguito dal Partito comunista cinese: ricostruirsi una legittimità post-ideologica.
Andrà prima o poi studiato il modo in cui la leadership cinese, attingendo dalla tradizione e dal nazionalismo, ha saputo ricreare una cornice ideologica che legittimasse il suo potere. Centrale è il concetto di "armonia", applicando il quale viene denunciata e perseguita come anti-cinese ogni forma di dissenso.
Quanto fosse tutto programmato e controllato al minimo dettaglio lo dimostrano la rapidità con la quale la regia televisiva cinese ha censurato un innocuo striscione mostrato da alcune atlete italiane e - novità assoluta ad una cerimonia olimpica, credo - l'applauso "geopolitico" all'interno dello stadio, guidato da migliaia di "suggeritori" sugli spalti. Le delegazioni sono state tutte applaudite, naturalmente, nessuna contestata, ma come non notare il fragore che ha accolto il Pakistan rispetto all'India?
Dai cinesi ci si potevano aspettare effetti speciali più mirabolanti e pacchiani. Invece ho trovato il simbolismo e le coreografie quasi semplici da capire, sobrie per quanto possano esserlo i festeggiamenti di apertura di un'olimpiade.
Sul piano politico il messaggio si è rivelato esattamente come tutti, credo, si aspettavano. La Cina, civiltà millenaria, che torna tra le grandi. Potenza ambiziosa e orgogliosa, ma pacifica e armoniosa. Naturalmente si tratta di propaganda. La colomba disegnata dal movimento dei figuranti strideva vistosamente con i laogai e la repressione in Tibet. L'assenza del '900, della rivoluzione e del maoismo dai riferimenti alla storia cinese non è un segno di apertura, non presuppone una pagina ormai svoltata, ma rivela un goffo tentativo del regime di nascondere al mondo la sua origine e la sua natura autoritaria. Lo scopo politico cui sono stati piegati l'evento sportivo e le celebrazioni ad esso collegate è lo stesso che per anni, dalla caduta del Muro e da Piazza Tienanmen, è stato perseguito dal Partito comunista cinese: ricostruirsi una legittimità post-ideologica.
Andrà prima o poi studiato il modo in cui la leadership cinese, attingendo dalla tradizione e dal nazionalismo, ha saputo ricreare una cornice ideologica che legittimasse il suo potere. Centrale è il concetto di "armonia", applicando il quale viene denunciata e perseguita come anti-cinese ogni forma di dissenso.
Quanto fosse tutto programmato e controllato al minimo dettaglio lo dimostrano la rapidità con la quale la regia televisiva cinese ha censurato un innocuo striscione mostrato da alcune atlete italiane e - novità assoluta ad una cerimonia olimpica, credo - l'applauso "geopolitico" all'interno dello stadio, guidato da migliaia di "suggeritori" sugli spalti. Le delegazioni sono state tutte applaudite, naturalmente, nessuna contestata, ma come non notare il fragore che ha accolto il Pakistan rispetto all'India?
Thursday, August 07, 2008
Bush e Sarkozy "politicizzano", in Italia prevale l'ipocrisia
Sì, il presidente americano Bush ha deciso di recarsi all'inaugurazione dei Giochi olimpici di Pechino, ma ha approfittato dell'occasione, come promesso ai dissidenti che ha recentemente incontrato, per mettere al centro della sua visita i diritti umani e la libertà religiosa.In un discorso a Bangkok, in Thailandia, anticipato ieri ma pronunciato oggi, ha espresso «profonda preoccupazione» per lo stato dei diritti umani in Cina. Gli Stati uniti «ritengono che il popolo cinese meriti le libertà fondamentali che rappresentano il diritto naturale di ogni essere umano», ha detto. Per questo, «si oppongono fermamente alla detenzione in Cina di dissidenti politici, sostenitori dei diritti umani e attivisti religiosi. Parliamo a favore di una stampa libera, libertà di riunione e diritti del lavoro non per opporci alla leadership cinese ma perché concedere maggiori libertà al popolo è l'unica strada per lo sviluppo del pieno potenziale della Cina... Quando premiamo per una maggiore apertura e giustizia non vogliamo imporre le nostre convinzioni, ma permettere ai cinesi di esprimere le loro. I giovani che crescono con la libertà di scambiare beni, alla fine chiederanno anche di scambiare le idee, specialmente su un internet senza restrizioni».
Un concetto forte quello della «ferma opposizione» alle violazioni dei diritti umani, che ha subito incontrato la dura replica di Pechino. «Nessuno dovrebbe interferire con le questioni interne di un'altra nazione», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese, sottolineando che Cina e Stati Uniti hanno idee divergenti sui diritti umani e i temi religiosi: «Ci opponiamo fermamente a parole e atti che utilizzano questi argomenti per interferire negli affari interni di un altro Paese».
Il presidente Bush si è detto comunque «ottimista sul futuro della Cina» e ha riconosciuto a Pechino il «ruolo critico di leadership» esercitato nei negoziati con Pyongyang e il «rapporto costruttivo» con Washington riguardo la questione di Taiwan. Ma come «leader economico globale», la Cina ha il dovere «di agire in maniera responsabile in questioni come l'energia, l'ambiente e lo sviluppo in Africa. In definitiva, solo la Cina potrà decidere quale strada seguire... il cambiamento in Cina arriverà con i suoi tempi, secondo la sua storia e le sue tradizioni».
Un altro messaggio forte lanciato da Bush dalla Thailandia è diretto al popolo birmano e ai dissidenti: «Insieme cerchiamo una fine alla tirannia in Birmania. Questa nobile causa ha molti campioni, e io sono sposato a una di loro», ha detto riferendosi alla moglie Laura.
Anche il presidente francese Sarkozy ha voluto caratterizzare la sua visita-lampo in Cina per l'inaugurazione dei Giochi, come presidente di turno dell'Ue, per i diritti umani. Ha infatti trasmesso a Pechino, a nome dell'Ue, una lista di detenuti politici cinesi e di attivisti per i diritti umani, annunciando inoltre che incontrerà il Dalai Lama entro la fine del 2008.
Dalle nostre parti, invece, assistiamo a comportamenti dilettanteschi e un po' patetici. Mentre Frattini ripete ogni giorno che i Giochi non devono essere «politicizzati» perché «lo sport è sport», Bush e Sarkozy hanno proprio voluto politicizzare la loro presenza a Pechino per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi.
Nel suo editoriale di oggi Ernesto Galli Della Loggia scrive ciò che mi sono sforzato di dire nelle ultime settimane e mesi su questo blog: «Chi oggi proclama la necessaria separazione tra lo sport e la politica avrebbe forse fatto bene a dire qualcosa anche di fronte al prolungato, massiccio tentativo, fattosi sempre più asfissiante negli ultimi mesi, da parte del regime di Pechino, di usare propagandisticamente le Olimpiadi. Non era, non è politica pure questa? Mai come stavolta i Giochi servono anche ad uno scopo politico». Alla causa dei tibetani e dei diritti umani? No, servono alla causa del regime. Non il boicottaggio, ma almeno un cenno simbolico sarebbe servito a prendere le distanze da questa operazione propagandistica.
Visto che invece il governo italiano ha scelto di prendere parte alla cerimonia inaugurale, e che l'Italia sarà rappresentata dal suo ministro degli Esteri, suona ipocrita che ora qualche esponente di quel governo e della sua maggioranza tenti di lavarsi la coscienza chiedendo agli atleti quei gesti morali e politici che la politica non ha saputo né voluto compiere e che a questo punto dovrebbero evidentemente restare alla libera coscienza del singolo.
Ma nemmeno si può dire, come afferma il presidente del Coni Petrucci, che gli atleti italiani hanno il «dovere» di sfilare. Questa imposizione ha il sapore un po' fascista dell'adunata a Piazza Venezia. Ogni singolo atleta è libero e responsabile delle sue scelte. Tuttavia, gli atleti preoccupati che si chieda allo sport di "sostituire" la politica dovrebbero rendersi conto di far parte loro malgrado di un'operazione sommamente politica, di essere strumenti della politica del governo cinese.
Piccoli gesti preziosi da parte degli atleti (forse non dagli italiani) ci saranno, ne siamo certi. Già se ne vedono. In 127, di cui 40 olimpionici, hanno inviato una lettera al presidente cinese Hu Jintao nella quale chiedono di trovare una soluzione pacifica alla questione tibetana e di garantire i diritti umani. Gli Stati Uniti hanno scelto il figlio di un rifugiato sudanese per la cerimonia apertura. La tedesca Imke Duplitzer vuole gareggiare ma non parteciperà alla festa d'inaugurazione.
Monday, August 04, 2008
Olimpiadi da sogno a incubo per la leadership cinese
Finora erano state le immagini della repressione in Tibet e della fiaccola olimpica assediata dai dimostranti nelle capitali occidentali a minacciare di rovinare la festa al Partito comunista cinese. L'attentato di oggi nello Xinjiang, a quattro giorni dall'inaugurazione dei Giochi olimpici di Pechino, dimostra quanto sia potenzialmente esplosiva la combinazione tra possibili gesti disperati da parte di dissidenti e minoranze oppresse per attirare su di loro l'attenzione del mondo e una probabile reazione nazionalista dei cinesi. Da "sogno" le Olimpiadi sembrano essersi trasformate in incubo per la leadership cinese: da non vedere l'ora che finiscano per tirare un sospiro di sollievo.
Diritti umani, inquinamento, attentati. Più che celebrare i successi economici, ogni cosa sembra ricordare al mondo intero i tristi primati e i problemi irrisolti della Cina. Se le azioni terroristiche non giovano alla causa delle minoranze, qualsiasi protesta, che assuma o meno forme violente, a questo punto può solo danneggiare l'immagine di Pechino. Ieri ha ottenuto una qualche visibilità mediatica anche la protesta, vicino a Piazza Tienanmen, di un gruppo di famiglie sfrattate.
Lo Xinjiang è una vasta regione nordoccidentale, 1/6 del territorio cinese, in maggioranza abitata dagli uiguri, prevalentemente musulmani. Pechino pratica nella regione una politica di sinizzazione identica a quella attuata in Tibet, incoraggiando da decenni la migrazione di cinesi di etnia Han, che oggi rappresentano il 40% della popolazione, contro il 5% negli anni '40. Si calcola che ormai ve ne siano tra i 6 e 15 milioni.
Il Congresso mondiale degli uiguri – movimento democratico la cui leader, Rebiya Kadeer, è stata ricevuta dal presidente Bush la settimana scorsa – ha preso le distanze dal Movimento islamico del Turkestan orientale, ritenuto dai cinesi responsabile dell'attacco. Il Partito islamico del Turkestan - sigla dietro la quale, secondo l'intelligence Usa, si nasconderebbe ora il movimento - ha rivendicato le esplosioni avvenute nelle scorse settimane su un bus a Shanghai e su due nello Yunnan, e minacciato di colpire ancora durante i Giochi. Ma le cose appaiono più complicate.
Molti esperti ritengono che Pechino esageri la minaccia terroristica per giustificare una feroce repressione nei confronti della dissidenza uigura. Il Movimento islamico del Turkestan, gruppo terroristico anche secondo l'Onu, è stato accusato di preparare migliaia di attacchi, ma bisogna essere «molto sospettosi con queste cifre», osserva Andrew Nathan, della Columbia University. Molti degli atti «terroristici» che Pechino gli attribuisce non sono che «spontanee e disorganizzate forme di malcontento civile». Così farebbero pensare gli strumenti rudimentali usati nell'attacco di oggi. Secondo Nicholas Bequelin, di Human Rights Watch, l'organizzazione potrebbe persino essere defunta, o comunque non avere legami effettivi con al Qaeda.
La Cina ha rafforzato i legami diplomatici ed economici con le nazioni confinanti che avrebbero potuto avere interesse ad aiutare gli uiguri, ottenendo così la loro cooperazione nelle politiche anti-separatiste. L'intelligence cinese si è rivolta a Pakistan e Iran, perché pare che a cavallo dei confini con entrambi si nascondano nuclei di jihadisti uiguri legati sia ai talebani che alla galassia qaedista.
Eppure, da alcune fonti sembra che i jihadisti uiguri non godano di grandi simpatie all'interno di al Qaeda. «Che interesse abbiamo a spingere la Cina contro i musulmani in questo momento?», si chiede Kasir al-Asnam, uno dei membri dei forum che pubblicano sul web la propaganda di al Qaeda. In molti esprimono irritazione per l'attacco alla Cina. «Lasciate stare la Cina, adesso abbiamo altre priorità che non sono Pechino. In questo momento la Cina non è in guerra con noi. Se ci sono attacchi contro i musulmani, questi colpiscono dei diseredati che devono lasciare quelle terre e trasferirsi in Paesi islamici. Azioni di disturbo come queste invece non rispondono né alla sharia né al buon senso». In nessuno dei messaggi apparsi sui forum si sostiene l'attentato nello Xinjiang. Viene invece ricordato più volte come nessuno dei capi, da Bin Laden ad al Zawahiri, abbia mai menzionato la Cina. Realpolitik di al Qaeda?
Diritti umani, inquinamento, attentati. Più che celebrare i successi economici, ogni cosa sembra ricordare al mondo intero i tristi primati e i problemi irrisolti della Cina. Se le azioni terroristiche non giovano alla causa delle minoranze, qualsiasi protesta, che assuma o meno forme violente, a questo punto può solo danneggiare l'immagine di Pechino. Ieri ha ottenuto una qualche visibilità mediatica anche la protesta, vicino a Piazza Tienanmen, di un gruppo di famiglie sfrattate.
Lo Xinjiang è una vasta regione nordoccidentale, 1/6 del territorio cinese, in maggioranza abitata dagli uiguri, prevalentemente musulmani. Pechino pratica nella regione una politica di sinizzazione identica a quella attuata in Tibet, incoraggiando da decenni la migrazione di cinesi di etnia Han, che oggi rappresentano il 40% della popolazione, contro il 5% negli anni '40. Si calcola che ormai ve ne siano tra i 6 e 15 milioni.
Il Congresso mondiale degli uiguri – movimento democratico la cui leader, Rebiya Kadeer, è stata ricevuta dal presidente Bush la settimana scorsa – ha preso le distanze dal Movimento islamico del Turkestan orientale, ritenuto dai cinesi responsabile dell'attacco. Il Partito islamico del Turkestan - sigla dietro la quale, secondo l'intelligence Usa, si nasconderebbe ora il movimento - ha rivendicato le esplosioni avvenute nelle scorse settimane su un bus a Shanghai e su due nello Yunnan, e minacciato di colpire ancora durante i Giochi. Ma le cose appaiono più complicate.
Molti esperti ritengono che Pechino esageri la minaccia terroristica per giustificare una feroce repressione nei confronti della dissidenza uigura. Il Movimento islamico del Turkestan, gruppo terroristico anche secondo l'Onu, è stato accusato di preparare migliaia di attacchi, ma bisogna essere «molto sospettosi con queste cifre», osserva Andrew Nathan, della Columbia University. Molti degli atti «terroristici» che Pechino gli attribuisce non sono che «spontanee e disorganizzate forme di malcontento civile». Così farebbero pensare gli strumenti rudimentali usati nell'attacco di oggi. Secondo Nicholas Bequelin, di Human Rights Watch, l'organizzazione potrebbe persino essere defunta, o comunque non avere legami effettivi con al Qaeda.
La Cina ha rafforzato i legami diplomatici ed economici con le nazioni confinanti che avrebbero potuto avere interesse ad aiutare gli uiguri, ottenendo così la loro cooperazione nelle politiche anti-separatiste. L'intelligence cinese si è rivolta a Pakistan e Iran, perché pare che a cavallo dei confini con entrambi si nascondano nuclei di jihadisti uiguri legati sia ai talebani che alla galassia qaedista.
Eppure, da alcune fonti sembra che i jihadisti uiguri non godano di grandi simpatie all'interno di al Qaeda. «Che interesse abbiamo a spingere la Cina contro i musulmani in questo momento?», si chiede Kasir al-Asnam, uno dei membri dei forum che pubblicano sul web la propaganda di al Qaeda. In molti esprimono irritazione per l'attacco alla Cina. «Lasciate stare la Cina, adesso abbiamo altre priorità che non sono Pechino. In questo momento la Cina non è in guerra con noi. Se ci sono attacchi contro i musulmani, questi colpiscono dei diseredati che devono lasciare quelle terre e trasferirsi in Paesi islamici. Azioni di disturbo come queste invece non rispondono né alla sharia né al buon senso». In nessuno dei messaggi apparsi sui forum si sostiene l'attentato nello Xinjiang. Viene invece ricordato più volte come nessuno dei capi, da Bin Laden ad al Zawahiri, abbia mai menzionato la Cina. Realpolitik di al Qaeda?
Dissidente nazionalista
E' morto a 89 anni l'autore di Arcipelago Gulag, che rivelò al mondo l'orrore dei gulag sovietici. Nobel per la Letteratura nel 1970, nel 1974 fu espulso dall'Urss a causa delle sue opere. Ritornò in Russia nel 1994, Alexander Solgenitsin, che fu senz'altro un dissidente tra più influenti, ma anche un profondo tradizionalista ortodosso e nazionalista russo. Nel 1999 condannò i bombardamenti della Nato in Serbia nella guerra del Kosovo, paragonandoli a quelli di Hitler, e le sue ultime dichiarazioni non lo annoverano di certo tra i critici dei metodi di potere putiniani. Chissà, forse per averne visti e sperimentati così di peggiori.
E' comunque positivo che nel giorno della sua morte riceva dalle autorità russe (Putin per primo) tutti gli onori.
E' comunque positivo che nel giorno della sua morte riceva dalle autorità russe (Putin per primo) tutti gli onori.
Saturday, August 02, 2008
L'uso politico delle Olimpiadi e la "verità con caratteristiche cinesi"
Di fronte alle proteste internazionali e dopo febbrili negoziati nella notte con un imbarazzatissimo Cio, Pechino ha compiuto un gesto di buona volontà, accettando di ammorbidire la morsa della censura su internet in occasione delle Olimpiadi. Privilegio comunque ristretto alla stampa accreditata. Il presidente Hu Jintao ha invitato i giornalisti stranieri a «rispettare le leggi cinesi» e a «realizzare reportage obiettivi»: «Popoli diversi hanno percezioni differenti su diverse questioni», ma «politicizzare» i Giochi «non sarà d'aiuto».Già, «politicizzare». I politici occidentali ripetono che non bisogna «politicizzare» i Giochi, riferendosi a un'eventuale politicizzazione di segno critico nei confronti del governo cinese. Ma mai mostrano di preoccuparsi della politicizzazione di segno opposto, cioè di contribuire con la loro sola presenza alla gigantesca operazione che Pechino ha preparato sull'evento sportivo, una macchina propagandistica messa in moto per trasformarlo in una trionfalistica celebrazione politica del regime.
Ad aver ben presente la mentalità con la quale la dirigenza cinese si è accostata alla grande opportunità delle Olimpiadi è Bao Tong, 75 anni, dissidente democratico e nonviolento. Da ex membro del Comitato centrale comunista, segretario personale ed amico dell'ex segretario Zhao Ziyang, nell'89 contrario all'intervento dell'esercito in Piazza Tienanmen, in un articolo tradotto dal sito Asianews spiega che la leadership cinese ha bisogno dei Giochi per legittimarsi agli occhi del mondo, mostrare i suoi successi e la stabilità raggiunta dopo il massacro di Tienanmen.
«Lo splendore che si vuole dimostrare è quello della stabilità che ha schiacciato tutto, da cui sono emerse la grandezza e l'armonia attuali. Tutti devono capire che questo è il risultato del massacro. Senza massacro, non ci sarebbe stato l'innalzamento del Paese, non ci sarebbe stata l'armonia attuale. Ospitare le Olimpiadi è la legittimazione che il sistema di leadership con caratteristiche cinesi è il migliore, testimoniato anche dalla pratica». "Stranieri: glorificateci! Patrioti: siate orgogliosi!", è la politicizzazione operata da Pechino. «Se penso a questo, il sangue mi bolle nelle vene», confida Bao Tong.
Quali sono queste «caratteristiche cinesi»? Esse hanno a che fare con «il problema della faccia» e con «il problema della verità (dietro la faccia)». Atleti, amanti dello sport e turisti non andranno in Cina per creare incidenti ma per partecipare alle competizioni, godere dello spettacolo e dei luoghi. Non si porranno questi problemi, dice Bao Tong.
«Da lungo tempo conoscere la verità in Cina è un problema difficile e imbarazzante», perché «i giornalisti cinesi devono ubbidire in modo assoluto, passo dopo passo, alla guida del Dipartimento centrale di propaganda del partito comunista cinese: cosa possono pubblicare, cosa non, seguendo sempre il tono stabilito». Anche i media stranieri devono sottostare a delle regole: dove è permesso andare, quale avvenimento coprire, chi intervistare. Dal gennaio 2007, come segno d'apertura con l'avvicinarsi delle Olimpiadi, ai media stranieri è stato concesso il «diritto di libera intervista». Un «privilegio» piuttosto, perché ai giornalisti cinesi non è concesso.
La traduzione della parola "armonia" dalla lingua del regime cinese è "ciò che è conforme ai voleri del Partito comunista". Quella concessa dal regime alla stampa è uno strano tipo di "libertà", è «limitata solo a ciò che è armonioso. Dove non c'è armonia, non si dà libertà. Allo stesso modo, la libertà di parola è data solo ai cittadini armoniosi, non a quelli non armoniosi. Per questo, conoscere la verità in Cina non è cosa facile, nemmeno per chi vive qui da lungo tempo. Figuriamoci per chi viene soltanto per uno sguardo rapido e poco profondo», osserva Bao Tong.
«E' importante conoscere queste verità. Nell'oceano di incidenti nello sfruttamento delle miniere e delle risorse, nel trattamento dei migranti, nelle demolizioni forzate, si sono verificate migliaia e migliaia di rivolte di massa. Nel 2004, ve ne sono stati oltre 80 mila, quasi un incidente ogni 5 minuti. Dal 2005, per salvaguardare l'armonia, i dati non sono stati pubblicati».
«Di sicuro questo sistema non porta né sicurezza, né pace duratura», scrive Bao Tong. «Se non cambia questo sistema basato sui due principi - violazione dei diritti della popolazione e utilizzo disinvolto della forza di polizia - non ci sarà mai pace... Dalla provincia al distretto, i segretari del Partito e i loro compagni sono nominati dall'alto e guidano tutto - spiega Bao Tong - Il loro potere è senza confini». «I pericoli alla pace provengono da questo sistema, dall'interno del sistema di potere e non dall'esterno, dalla popolazione».
Secondo la Basic Law, la "mini-costituzione" stilata congiuntamente da Cina e Gran Bretagna, Pechino dovrebbe occuparsi solo della difesa e della diplomazia e per il resto lasciare tutta l'amministrazione di Hong Kong alla gente di Hong Kong. Ma il governo di Pechino - spiega l'ex membro del Comitato centrale - non permette elezioni dirette e universali ad Hong Kong perché teme che esse possano influenzare il continente, provocando «un'infezione reciproca di democrazia».
«Il sistema comunista guida tutto e la democrazia e la legge non possono farci niente; questo sistema trasforma l'essere umano al potere in un dio, mentre l'essere umano comune non diventerà mai cittadino a pieno titolo», conclude Bao Tong, che ricorda un aneddoto legato a Mao. Era il 1945 quando Huang Yanpei, uno dei ministri, chiese al suo leader: «Come evitare la corruzione, dopo che il Partito avrà preso il potere?» Mao non gli rispose affatto qualcosa come "Abbiamo la Commissione di controllo disciplinare". Mao gli risposse: «Abbiamo la democrazia».
«Ma il problema è: abbiamo la democrazia? Quando l'abbiamo avuta? Voi, signori che sbandierate l'effige di Mao, potete dire apertamente quando? Quando uno dà importanza più alla faccia che alla verità che sta dietro la faccia; più importanza allo slogan "servire il popolo" che al popolo stesso, al massimo saprà solo che sopra di lui esiste il Partito, esiste la Commissione di controllo disciplinare. Ma non ci sarà mai posto per il minimo concetto di "popolo" e "legge"». Ecco perché quando Zhao Ziyang, nel 1989, voleva risolvere il problema Tienanmen «sul binario della democrazia e della legge» è stato subito accusato di voler provocare uno «scisma nel Partito» e di «appoggiare la rivolta». E' questa, conclude Bao Tong, la «verità con caratteristiche cinesi».
Friday, August 01, 2008
Il Cio ha mentito alla stampa e al mondo
Per mesi il Cio ha continuato a ripetere che le Olimpiadi in Cina sarebbero state «censure-free». Quando nei giorni scorsi i primi giornalisti giunti a Pechino hanno potuto verificare che non era vero, ed è persino trapelata la notizia di un accordo con il governo cinese sui siti internet da mantenere bloccati, il Comitato olimpico è stato subissato di critiche e accuse di connivenza con il regime. Si è visto così costretto a riaprire le trattative con le autorità cinesi. I funzionari sembravano ormai rassegnati («Qui si ha a che fare con un Paese comunista che applica la censura. Si ottiene quello che secondo loro si può avere»), ma di fronte alle proteste internazionali e dopo febbrili negoziati nella notte, Pechino ha compiuto un gesto di buona volontà, accettando di ammorbidire la morsa della censura su internet.
Sono tornati accessibili i siti di Amnesty International, Reporters sans frontières e Human Rights Watch, della Bbc, di Wikipedia, di Radio Free Asia e del quotidiano di Hong Kong Apple Daily, critico nei confronti di Pechino, anche se il Cio non ha potuto divulgare quante e quali pagine precisamente siano state sbloccate. Un portavoce del Bogoc, il comitato organizzativo cinese, ha assicurato che «l'uso di internet da parte di giornalisti cinesi e internazionali per il loro lavoro di informazione è libero».
Ma in realtà l'apertura è solo parziale, sia perché molti altri siti rimangono irraggiungibili (quelli dei Falun Gong e dei gruppi tibetani o uiguri, ma anche l'italiano Asianews), sia perché si tratta di un privilegio che rimane comunque circoscritto alla stampa accreditata. Al di fuori del media center e del villagio olimpico, e di poche postazioni nella capitale, resta il blocco totale sui siti considerati "illegali" dal regime e alle parole Falun Gong e Tiananmen i motori di ricerca non danno alcun risultato. Diversi giornalisti cinesi, ricorda inoltre Amnesty, sono ancora in carcere per aver pubblicato o cercato su internet informazioni su temi ritenuti politicamente sensibili.
Proseguono poi le polemiche riguardo la massima sorveglianza su atleti e giornalisti, e sulle regole ferree imposte alle delegazioni. C'è chi addirittura parla di pedinamenti e cimici nelle stanze. Il personale per un controllo capillare non manca. Circa 34mila soldati saranno dispiegati per proteggere Pechino da eventuali attacchi terroristici da parte delle minoranze musulmane e tibetane. Ah già, il Tibet, dove non gira più neanche un monaco...
Sono tornati accessibili i siti di Amnesty International, Reporters sans frontières e Human Rights Watch, della Bbc, di Wikipedia, di Radio Free Asia e del quotidiano di Hong Kong Apple Daily, critico nei confronti di Pechino, anche se il Cio non ha potuto divulgare quante e quali pagine precisamente siano state sbloccate. Un portavoce del Bogoc, il comitato organizzativo cinese, ha assicurato che «l'uso di internet da parte di giornalisti cinesi e internazionali per il loro lavoro di informazione è libero».
Ma in realtà l'apertura è solo parziale, sia perché molti altri siti rimangono irraggiungibili (quelli dei Falun Gong e dei gruppi tibetani o uiguri, ma anche l'italiano Asianews), sia perché si tratta di un privilegio che rimane comunque circoscritto alla stampa accreditata. Al di fuori del media center e del villagio olimpico, e di poche postazioni nella capitale, resta il blocco totale sui siti considerati "illegali" dal regime e alle parole Falun Gong e Tiananmen i motori di ricerca non danno alcun risultato. Diversi giornalisti cinesi, ricorda inoltre Amnesty, sono ancora in carcere per aver pubblicato o cercato su internet informazioni su temi ritenuti politicamente sensibili.
Proseguono poi le polemiche riguardo la massima sorveglianza su atleti e giornalisti, e sulle regole ferree imposte alle delegazioni. C'è chi addirittura parla di pedinamenti e cimici nelle stanze. Il personale per un controllo capillare non manca. Circa 34mila soldati saranno dispiegati per proteggere Pechino da eventuali attacchi terroristici da parte delle minoranze musulmane e tibetane. Ah già, il Tibet, dove non gira più neanche un monaco...
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