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Thursday, July 27, 2006

D'Alema fa l'americano, ma è nato in Italì

Very confident. Massimo D'Alema con Condoleezza RiceL'Italia di Prodi partecipe del disegno americano per il Medio Oriente? Per ora, c'è la disponibilità a una missione militare di non minore importanza e minor rischi di quelle in Afghanistan e in Iraq

Insomma, ieri D'Alema avrebbe tratto in salvo Condoleezza Rice, assediata dagli altri ministri degli Esteri tutti favorevoli alla richiesta di un cessate-il-fuoco immediato, come richiesto dai francesi. E' forse una ricostruzione esagerata. Nessuno dubita che la Rice seppia ben difendersi e contrattaccare da sola. Ma certo non si può non riconoscere a D'Alema di essersi ben schierato, alla fine, lavorando a un testo finale del vertice pragmaticamente più vicino alle posizioni americane che a quelle francesi.

Le cronache dicono che D'Alema s'è disimpegnato alla grande, tra l'inglese e il francese, oscurando la figura di Prodi, come sempre piuttosto insonnolito. Il suo cinismo gli permette di passare per idolo della sinistra anti-americana, anti-israeliana, pacifista, e allo stesso tempo per interlocutore affidabile di Washington. E' indubbio per chi batta il cuore di D'Alema: non ama gli americani, disprezza gli anti-americani, gestisce il potere. Gli americani, che sono pragmatici, finiscono per considerarlo affidabile e questo è un bene per l'Italia, ma un male per la sinistra, che avrebbe bisogno di leader che si battano con convinzione per liberarla dagli umori forcaioli, pacifisti e anti-israeliani oggi largamente maggioritari.

Il feeling tra la Rice e D'Alema, fondato sul realismo, «ha portato qualcosa ad entrambi», scrive oggi Minzolini su La Stampa. A D'Alema «l'opportunità di organizzare un incontro importante, sotto i riflettori di tutto il mondo, soffiandolo ai francesi che sono furiosi». E la regia italiana del vertice ha soddisfatto Washington: accordo di fondo per una forza internazionale in Libano; pressing sulla Siria. E quando francesi e americani hanno discusso sul carattere da attribuire alla richiesta di una tregua (se immediata, o urgente), pare sia stato D'Alema a mettere d'accordo tutti: «Lavoriamo immediatamente per arrivare ad una tregua urgente».

L'Italia di D'Alema, nonostante la netta discontinuità dalla politica estera di Berlusconi, alleato degli Usa in modo più profondo e ideologico, sembra comunque poter essere partecipe, seppure in modo più realista, del tentativo americano di costruzione di un «nuovo Medio Oriente».

Il Governo, nei giorni scorsi, aveva frettolosamente offerto la propria disponibilità, ansioso di fare bella figura, a partecipare a una forza multinazionale in Libano. Nonostante siano via via emerse la complessità e i potenziali rischi dell'impegno, considerando anche l'instabilità interna del governo Prodi, che non ha una maggioranza in politica estera, D'Alema ha ribadito la disponibilità dell'Italia a far parte della forza internazionale. E se dovesse effettivamente essere dispiegata, non sarà una missione di minore importanza e con minor rischi di quelle in Afghanistan e in Iraq.

Già più ambigue le parole pronunciate oggi da D'Alema al Senato: una forza multinazionale «non di osservatori», ma «di sicurezza», però «non una truppa combattente, perché non vogliamo andare a fare la guerra», ma che sia «consistente». Evvai con le danze...

Tra i commenti di oggi sull'esito della Conferenza di Roma, Stefano Folli, su Il Sole24Ore, mi pare l'unico che abbia visto «nel braccio di ferro» fra americani e francesi «lo snodo cruciale della conferenza», esattamente nei termini da me indicati nel post di commento "a caldo". Folli ha riconosciuto a D'Alema, che ha avuto un ruolo attivo nei lavori, il merito di aver «contribuito a mettere a punto la dichiarazione finale, il cui tono è in sintonia con il punto di vista degli Stati Uniti anziché con quello della Francia».

La differenza tra il ministro degli Esteri di Parigi, che insisteva sulla formula del cessate-il-fuoco «immediato», e il Segretario di Stato americano, per promuovere «con urgenza» le condizioni in grado di consentire una tregua duratura, «non era questione di sfumature ma di sostanza». La prima formula, quella francese, assecondava la posizione dei Paesi arabi, compresi gli assenti Siria e Iran, ed era volta a mettere Israele «con le spalle al muro». Un'«immediata» fine dell'offensiva contro Hezbollah significherebbe una sconfitta per Israele, su cui penderebbe di nuovo una minaccia elevata come all'inizio della crisi. La seconda formula invece, quella americana, era volta a dare a Israele il tempo necessario per consegire almeno in parte obiettivi militari che faciliterebbero anche la missione internazionale.

Invece che cercare di sfruttare il ritorno d'immagine di una richiesta - retorica e inutile - di una tregua «immediata», in funzione anti-israeliana, D'Alema ha scelto di «assecondare con discrezione e senso della misura la linea della Rice». E ha fatto bene, è stato serio, e non era scontato.

Quando si discuterà in concreto del mandato e della composizione della forza internazionale, allora si scopriranno le carte. Il sospetto è che dietro quelle sfumature terminologiche vi siano due volontà diverse, anche se a parole sembrano convergere. Da una parte, sembra che il presidente francese Chirac voglia un contingente che si limiti a controllare il rispetto della tregua, invocando a parole il rispetto della risoluzione 1559 dell'Onu. Dall'altra, che gli americani intendano invece una forza in grado di contribuire al disarmo di Hezbollah, avviato da Israele, e quindi di combattere.

Si tratta di fare i «poliziotti di Israele»? Dalla sinistra estremista, pur non volendo, il termine corretto. Non l'odiata «guerra», in questo caso, ma un'operazione di polizia internazionale per l'applicazione di una risoluzione dell'Onu.

Israele come la Spagna nel 1936? Di Bernard-Henri Lévy è uno splendido reportage, sul Corriere della Sera di oggi, della vita in Israele sotto attacco.
Oggi, 17 luglio, è l'anniversario dello scoppio della guerra di Spagna. Sono passati settant'anni dal putsch dei generali che diede l'avvio alla guerra civile, ideologica e internazionale voluta dal fascismo dell'epoca. E non posso non pensarci, non posso non fare l'accostamento mentre atterro a Tel Aviv. La Siria dietro le quinte... L'Iran di Ahmadinejad pronto all'azione. L'Hezbollah di cui tutti sanno che è un piccolo Iran, o un piccolo tiranno, che non ha esitato a prendere in ostaggio il Libano. E come sfondo, il fascismo con il volto dell'integralismo islamico, quel terzo fascismo che, come tutto indica, sta alla nostra generazione come l'altro fascismo, poi il totalitarismo comunista, stavano a quella dei nostri padri.

2 comments:

Domiziano Galia said...

Ma alla fine di tutto il discorso mi pare che si siano messi d'accordo sul fatto che Libano e Israele devono mettersi d'accordo. :|

Esperimento said...

Eppure i tiggì nostrani hanno riportato un pezzo del discorso di D'Alema che farebbe pensare esattamente il contrario. Ma non è la prima volta che mi capita di sentire che quel che dice il ns. Ministro degli Esteri viene stravolto...