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Sunday, July 16, 2006

Si fa sentire una sinistra per Israele

Emma BoninoSocialisti e radicali si contendono le parole di Zapatero, che somigliano più a quelle di Intini

Se c'è un dato certo di questa nuova crisi libanese è la divisione politica su Israele e il Medio oriente, addirittura più che sull'Afghanistan, che percorre, trasversalmente, tutto il centrosinistra. Due linee sia nel futuro partito democratico, sia nella Rosa nel Pugno. Almeno, finalmente, tra socialisti e radicali si parla di politica, di grandi scelte. Né dava bene conto, ieri, il Riformista.

«Non condivido in alcun modo le parole di chi sostiene che l'uso della forza da parte di Israele sia stato sproporzionato rispetto alla situazione. Anzi, questo tipo di sgridate a Olmert mi sembrano quantomeno insensate». Diamo atto di queste parole a Furio Colombo, ex direttore dell'Unità.

L'impressione del senatore diessino è «che purtroppo quando si tratta di Israele ci si tiene a distanza, non si parla con nessuno, non si valutano le ragioni, né le strategie militari. Ma come si fa a trattare gli israeliani come se fossero un manipolo di delinquenti? E poi, come possiamo condannare a priori gli attacchi del governo di Israele se non abbiamo fatto nulla per aiutarlo?». Un'analisi perfetta, direi, ma ancora: «Il dramma è che all'interno della sinistra nessuno ha fatto qualcosa per cancellare quel cliché antiisraeliano, quel retaggio della Guerra fredda a causa del quale molti continuano a guardare a Israele come al nemico imperialista da abbattere».

Tra i sottosegretari agli Esteri, solo Gianni Vernetti ha ribadito che «Israele ha il diritto di difendersi». In Consiglio dei ministri è emerso un asse filo-israeliano Rutelli-Bonino, che ha contestato la politica dell'«equivicinanza». La Stampa, oggi, titola: «D'Alema nella tenaglia Rutelli-Bonino». Il ministro radicale ha chiesto al governo di farsi carico di difendere le ragioni del paese aggredito e ha contestato la presa di posizione di D'Alema. Si legga l'intervista della Bonino, oggi su la Repubblica. E Pannella, poi, che ieri è intervenuto su Il Foglio contro «l'Europa vigliacca» e oggi, sul Corriere, ha rilanciato la proposta Israele nell'Ue annunciando una nuova campagna di adesioni.

La Rosa nel Pugno si è spaccata in due sulla linea D'Alema-Intini. Perfette le già citate dichiarazioni di Sergio D'Elia: «Non può esistere equivicinanza tra la democrazia israeliana e il governo di Hamas in Palestina piuttosto che gli Hezbollah del Libano». Capezzone ha parlato di «grave timidezza della sinistra nella difesa di Israele». Timidezza ben espressa dal segretario dei Ds, Fassino, filo-israeliano dalla voce flebile, al contrario di un altro diessino, Umberto Ranieri, che ha fatto sentire la sua voce.

Traducendo Zapatero. Attenzione, però, a non tirarsi per la giacchetta Zapatero. Verderami, ieri sul Corriere, ha colto radicali e socialisti «a contendersi l'interpretazione autentica del suo pensiero». Non va. Anche qui, in tempi non sospetti ho cercato di spiegare quanti fattori di ambiguità presentasse quel riferimento per i radicalsocialisti. Avere dei modelli va bene, ma senza prendere per oro colato qualsiasi cosa dicano. E, stavolta, se a una delle due linee Zapatero va attribuito non è certo quella radicale. Se, infatti, in un primo momento il premier spagnolo aveva sottolineato che «a Gerusalemme c'è una democrazia impegnata nella lotta contro il terrorismo», in una seconda dichiarazione, come ha fatto notare Intini, è stato tra i più critici, insieme a Chirac, della reazione «sproporzionata» dello stato ebraico.

Le parole di Blair, semmai, sono state le più distanti da Chirac. Dimostrano che il premier britannico è impegnato a svolgere un ruolo di rafforzamento dei "moderati", in Egitto, Libano, e nella stessa Arabia Saudita, che cominciano a temere seriamente i movimenti integralisti.

Comunque, quella di Zapatero non è certo una posizione filo-israeliana ed è molto lontana dalla proposta radicale di Israele nell'Ue, membership che darebbe un grande contributo alla sicurezza degli israeliani. A quel punto, chi volesse aggredire Israele, dovrebbe tenere in considerazione che così facendo porterebbe un'aggressione all'Unione europea. Non ci si può sorprendere della freddezza dei governi israeliani verso questa proposta, poiché è causata dagli atteggiamenti di aperta ostilità che provengono dalla maggior parte dei paesi europei riguardo la questione palestinese. Comprensibilmente, a Tel Aviv non sono disposti a mendicare un posto al sole pallido di Bruxelles.

Libano oggi. L'equivicinanza è un grande inganno, abbiamo scritto. Nasconde, in realtà, totale assenza di politica e una velleitaria, ma in fin dei conti controproducente, posizione anti-israeliana. Lo si vede soprattutto in crisi come queste. Il Governo libanese, prigioniero del suo sistema consociativo, che attribuisce un vero e proprio potere di ricatto a gruppi come Hezbollah, presenti in Parlamento, non è affatto sovrano. Ad oggi, purtroppo, dobbiamo pensare al Libano come a un grande accampamento, un campo base da cui partono attacchi contro Israele dietro ai quali ci sono Damasco e Teheran, che hanno trovato il modo per combattere una guerra sporca senza coinvolgere un solo centimetro del loro territorio e senza torcere un solo capello dei loro soldati.

In ultimo, vi segnalo la solita, grande analisi di Emanuele Ottolenghi, purtroppo non on line, di cui vi riporto alcuni passaggi iniziali:
«Meno di un anno dopo il ritiro da Gaza, sei anni dopo il ritiro dal Libano, l'esercito israeliano è rientrato nella Striscia e nel sud del Libano. Il fatto che i ritiri non abbiano portato alla pace su entrambi i fronti, sfociando invece nella situazione esplosiva di questi giorni, sembra indicare che la filosofia israeliana del ritiro unilaterale è fallita. Anche se i due ritiri - quello dal Libano nel maggio 2000 e quello da Gaza nell’agosto 2005 - avvengono in tempi e contesti geopolitici apparentemente diversi, i due fronti su cui Israele è oggi impegnato possono essere letti congiuntamente e servono a capire sia i correnti scenari conflittuali sia a valutare la strategia israeliana del ritiro unilaterale... All'interno della sinistra e della destra israeliana l'opposizione all'idea del disimpegno da Gaza derivava dal timore che il ritiro israeliano rafforzasse, invece che indebolire, quella parte della società e della leadership palestinese votate alla distruzione d'Israele.

... e che il ritiro israeliano senza contropartita venisse letto a Gaza e Ramallah come un segno dell'efficacia della lotta armata e del terrorismo contro Israele e imbaldanzisse quindi il partito della guerra di Hamas...»
La crisi libanese dimostra quindi il fallimento dei ritiri unilaterali israeliani intesi come atti che possano riaprire il negoziato e il processo di pace, ma non se intesi strategicamente, nella consapevolezza che «la guerra continua e che per vincere il round attuale Israele fa meglio a combatterla partendo da confini più accettabili per la comunità internazionale e più facilmente difendibili in un contesto conflittuale».

5 comments:

formamentis said...

Ma al di là di tutto, ma è giusto che ci vada sempre e comunque di mezzo il Libano? Non sono qui a difendere gli Hezbollah, ma nemmeno a dire che la soluzione è la reazione automatica di Israele, che alla fine lascia dietro di sé morti civili innocenti, proprio come quelli del terrorismo. Finché continuano a picchiarsi, e per giunta in casa d'altri, il gioco dell’azione e della reazione continuerà ad alimentarsi. Una soluzione seria, giunti a questo punto, bisognerà pur trovarla, non si può fare sempre e comunque al “Delenda Carthago” fine a se stesso, da una parte come dall’altra. E’ possibile cospargere il suolo di sale senza devastare il Libano o proprio non si può farne a meno? I libanesi sarebbero anche laicamente ben disposti ai loro commerci ma è difficile trovare una propria autonomia politica quando si è costantemente in prima linea, alla fine le bombe hanno un grandissimo impatto emotivo, di qualsiasi colore siano. Spero di essermi spiegato, che l’argomento è il più spinoso che ci sia in circolazione, e alla fine ci si sbaglia sempre.

Ottavio said...

E' giusto che ci vada di mezzo chi ha lanciato un attacco quindi il Libano, secondo me sarebbe giusto che ci andassero di mezzo pure i mandanti, cioè Siria ed Iran.

I libanesi civili ovviamente non c'entrano, ma nel governo libanese ci sono ministri di hezbollah, nel parlamento ci sono deputati di hezbollah, guarda caso chi ha attaccato sono state le milizie hetzbollah e dal territorio libanese. Fino a quel momento ad Israele del libano non fregava assolutamente nulla, militarmente parlando ovviamente.

Il libano dovrebbe prendersi le proprie responsabilità. Le richieste di Olmert per il cessate il fuoco sono chiare e niente affatto trascendentali: liberare i soldati sequestrati, smettere di bombardare Israele, disarmare le milizie hetzbollah.

E' così difficile metterle in atto? E' possibile che il governo libanese non si accorga di chi lancia dei missili su di una nazione confinante dal suo territorio? Israele, per il bene del popolo libanese dovrebbe chiudere un occhio e far finta di non aver subito attacchi? Far finta che nessuno abbia rapito dei suoi militari? Far finta che il governo libanese se ne frega della risoluzione onu sul disarmo di hetbollah?

Il governo libanese dopo l'attacco lanciato ai danni di Israele ha per caso conttattato questi ultimi per dissociarsi seriamente? Ha annunciato una repressione dura e decisa contro chi dal suo territorio si è permesso di attaccare un paese confinante? Ha mosso almeno un dito per dare l'impressione che i bombardamenti su Israele siano una cosa da loro osteggiata?

Solo in questi giorni sono partiti centinaia di missili dal Libano verso Israele, è stato il governo libanese a dare l'ordine di lanciarli come contrattacco all'azione militare israeliana oppure sono state milizie non governative hetbollah a lanciarli?

Una soluzione seria, almeno sul fronte libanese, non potrebbe essere quella di disarmare hetbollah così che nessuno minacci più Israele dai confini libanesi e di conseguenza non ci siano poi reazioni israeliane?
Ed il governo libanese non potrebbe impegnarsi a bloccare i carichi di missili provenienti dall'Iran e dalla Siria che regolarmente arrivano su aerei negli aeroporti libanesi?

Poi, per chi parla di reazione spropositata, quale sarebbe la reazione giusta?
Quale sarebbe la reazione italiana di fronte ad un bombardamento ingiustificato e continuo da parte di una nazione confinante? E di fronte al rapimento e all'uccisione di propri militari e civili?

Anch'io spero di essermi spiegato e spero di non sbagliarmi, per lo meno non esageratamente.

formamentis said...

"Una soluzione seria, almeno sul fronte libanese, non potrebbe essere quella di disarmare hetbollah così che nessuno minacci più Israele dai confini libanesi e di conseguenza non ci siano poi reazioni israeliane?"

Ma certo. Ma io penso ai libanesi, agli innocenti libanesi che ci vanno di mezzo, che vorrebbero laicamente dedicarsi ai loro commerci, non al governo libanese vessato dalle incrostazioni fondamentaliste. Ovvio che il problema per il Libano sia questo, ma poi il problema si riversa sempre sui civili. Occorre lavorare per un cessate il fuoco immediato e per rimuovere le cause del conflitto, su questo non ci piove, ma un conflitto prolungato rischia di incendiare di nuovo tutta la regione.

Marco said...

fino a quando nessuno prenderà a calci nel deretano l'idea che hezbollah o hamas godono di piena legittimità democratica per il semplice fatto di aver raccolto un consenso elettorale davvero avremo poco di cui stupirci.
che coloro che le fan proprie ci credano veramente o ne siano strumentalmente vessilliferi poco importa.
ho più titolo io a parlar di fisica dei quanti che questi figuri a sparlare di democrazia.

Esperimento said...

Si, però, di Colombo non mi fiderei troppo, visto come si è comportato in questi ultimi 16 anni (cambiando tre volte posizione)...