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Wednesday, July 19, 2006

Se la diplomazia divorzia dalla realtà

La sintonia di questo blog con Emanuele Ottolenghi è pressoché totale. Basta aver letto questi ultimi quattro post sulla crisi libanese per rendersi conto di quanto collimino con l'ultima analisi, in ordine di tempo, di Ottolenghi su il Riformista.

La proposta avanzata da Blair e Annan, di inviare una forza d'interposizione, dimostra in modo emblematico quale sia «la distanza tra la realtà dello scontro in corso tra Israele e Libano e la diplomazia». Una forza internazionale in Libano, «oggi come oggi, significa due cose: o un esercito che combatte contro Hezbollah, o una presenza internazionale che, come le forze Onu in passato, fa da scudo a Hezbollah». E inviare una forza di pace a far rispettare un cessate-il-fuoco dimostrerebbe il fallimento dell'Onu, incapace di far rispettare le sue risoluzioni, e l'influenza siriana sul Libano.

In realtà, Blair in queste ore ha leggermente corretto il tiro sulla missione che dovrebbe svolgere questa forza multinazionale: «... perché se gli israeliani avranno finito il lavoro le truppe Onu avranno solo il compito di costruire una zona cuscinetto, se invece gli Hezbollah saranno ancora lì bisognerà disarmarli», come prevede la risoluzione 1559 dell'Onu. Tuttavia, questa precisazione non fa che rendere meno probabile la missione, perché anche se dovessero essere tecnicamente i libanesi a raccogliere le armi, sarebbe ad altissimo rischio. Blair ed Annan concordano sul fatto che non potrà esservi missione Onu se la Siria non imporrà il disarmo agli Hezbollah. Cosa ancora più improbabile.

Di come rafforzare il controllo sul confine libanese si parla tra Washington, Tel Aviv e gli alleati arabi, indicano fonti americane. Israele si mostra «tiepido» di fronte all'ipotesi di una forza multinazionale, ma «disponibile» a valutare l'ipotesi se vi saranno truppe delle principali potenze e se avrà il compito di impedire ad Hezbollah di armarsi.

Sembra che Condoleezza Rice non inizierà da subito i suoi sforzi diplomatici, come invece pareva raccomandare Blair a Bush nella conversazione rubata tra i due al G-8. Gli Stati Uniti non hanno ancora chiesto alcun cessate-il-fuoco. E anche Blair, intervenendo oggi ai Comuni, si è rifiutato di chiederlo, spiegando che spetta a Hezbollah rilasciare i sue militari sequestrati e cessare il lancio di razzi su Haifa. Serviranno altri 10-14 giorni di operazioni in Libano per realizzare gli obiettivi dell'offensiva militare contro Hezbollah, rende noto il sito di Ha'aretz, citando lo Stato maggiore israeliano. Le forze israeliane puntano a distruggere i missili a lungo raggio e a colpire i vertici del gruppo. Bush sembra disposto a dare a Israele un'altra settimana.

Tornando a Ottolenghi, la realtà che la diplomazia dovrebbe riconoscere è un'altra, conclude: «La presenza di Hezbollah nel sud del Libano rappresenta un pericolo permanente alla stabilità della regione. Per sei anni ci si è illusi che dopo il ritiro israeliano dal Libano, Hezbollah avrebbe abbandonato la violenza. Ma non è stato così. «La crisi di oggi è figlia di quella miopia tutta occidentale che non riconosce il fanatismo anche quando se lo trova sotto il naso. Ora il danno va riparato con decisione. Se la comunità internazionale non intende intervenire direttamente a disarmare Hezbollah, farebbe bene almeno a lasciare a Israele il tempo di farlo a modo suo».

Dal suo articolo di oggi su il Riformista esce anche pesantemente ridicolizzato il tentativo di Prodi di attivare gli iraniani quali mediatori. Ma come? Questa è «una crisi manufatta dall'Iran... Chiedere all'Iran di mediare sarebbe come se nel 1938 si fosse chiesto a Hitler di mediare tra i tedeschi dei Sudeti e il governo cecoslovacco». Ecco i danni che si potrebbero provocare:
«Cercare una soluzione dando all'Iran il ruolo di mediatore è contro gli interessi dell'Europa e del mondo occidentale perché fa soltanto il gioco degli Ayatollah, indebolisce Israele, Stati Uniti e i loro alleati nella regione, condanna il Libano a non recuperare mai la sua piena sovranità, vanifica la sostanza della risoluzione Onu 1559, minando ulteriormente la credibilità dell'organizzazione, rafforza l'asse Damasco-Teheran nel suo gioco egemonico contro i paesi arabi moderati e nella sua partita a tavolino con la comunità occidentale sul loro programma nucleare. Questa non è l'ora del dialogo con Teheran, ma degli ultimatum».
Le domande da porsi sono altre da quelle che si stanno ponendo in queste ore le cancellerie europee. Le ha presenti Christian Rocca:
«Si può ottenere una tregua stabile in medio oriente senza pensare di cambiare il regime degli ayatollah iraniani o la dittatura baathista siriana? E' possibile pensare a un futuro di sicurezza e di relativa tranquillità per il popolo israeliano, e per l'occidente, se a Teheran continuerà a esserci un potere rivoluzionario deciso a esportare militarmente l'islamismo radicale e, quando sarà possibile, a farsi scudo dell'atomica per ottenere i suoi obiettivi? Finché l'anacronistica dittatura di Assad rimarrà il crocevia del terrorismo internazionale, sia verso l'Iraq sia verso Israele, vedremo mai la fine delle stragi e l'avvio di una seria e durevole ricostruzione pacifica e democratica nella regione?».
Evidentemente no, ed è un editoriale del Foglio stesso ha dare la risposta: «Non si ridisegna né una pace né una tregua né una mappa mediorientale accettabile sia per Israele sia per i palestinesi sia per la pace mondiale se non si risolve il problema di chi comanda a Teheran e a Damasco».

E si ritorna a Michael Ledeen: «Il solo modo di vincere questa guerra è tirare giù i regimi a Teheran e Damasco, e non cadranno come risultato dei combattimenti tra i loro agenti terroristi a Gaza e in Libano da una parte, e Israele dall'altra. Solo gli Stati Uniti possono riuscirci». Non saranno necessarie invasioni, ma un supporto esplicito e diretto alle opposizioni interne siriane ed iraniane, ma senza perdere altro tempo.

3 comments:

Chris said...

Sono d'accordo, però ricordiamoci che Israele tutte le ragioni , ma proprio tutte , non c'è le ha. Ohlmert è una vera tegola e Israele dovrebbe a sua volta essere meno pesante con i Palestinesi. Fuor di discussione che l'Iran sia il vero ago della bilancia e che in questo momento politicamente stia davvero sfruttando tutti, ed in maniera veramente becera, sia politicamente che economicamente.

aa said...

jim, quella non e' diplomazia, quella e' la concezione della sovranita' sovranazionale messa in pratica, ovvero quello che tu chiedi con la tua comunita' delle democrazia, con la CPI, e tutte quelle robe li'.

Hai sbagliato bersaglio, riprova, aa.

Anonymous said...

jim, sinceramente: ma Rocca ti convince ancora?

Nel suo articolo dice che Kristol e' un conservatore (ma non ci aveva detto che erano di sinsitra?) poi se la prende con la tesi della fine della storia (compensio logico alla democratic peace), con gli interventi militari di clinton (salvo chiederli in questo momento) e con l'assunto per cui il diritto internazionale e' una fonte superiore a quello statale (assunto alla base del concetto di ingerenza umanitaria e alla base della sua comunita' delle democrazie).

Infine condisce il tutto accusando gli USA di complicita' (questo si' e' molto di sinistra: ora puo' scirvere sul manifesto) salvo dimenticarsi che attualmente gli USA sostengono Pakistan, Arabia SAudita, Azerbaijan, Tajikistan e fino a ieri Uzbekistan e altri staterelli non proprio democratici.

Cioe'... e' un insulto alla tua intelligenza prenderlo in considerazione. ciao, aa.
Cioe', se rocca ha dimostrato qualcosa e' di essere il piu' sopravvalutato analista del momento: ma d'altronde quando non si hanno le basi e' quello che