Messa così ha ragione il ministro Brunetta nella sua intervista di oggi al Corriere: piuttosto che un sistema universale di sussidi di disoccupazione mal calibrato, meglio quello attuale. Perché la proposta di un assegno uguale per tutti non sia «astratta e ideologica», «facciamo un test», dice Brunetta sfidando Franceschini e il Pd: «A quale livello fissiamo l'importo dell'assegno? Alto, medio, minimo?». Su questa risposta ho l'impressione che cadrebbe l'asinello democratico. «Medio? Ma allora il lavoratore atipico troverà più conveniente smettere di lavorare e incassare l'assegno. Basso? Peggio ancora: si lamenterebbero i lavoratori in cassa integrazione, che oggi prendono di più. Alto? Scoppierebbe la rivoluzione: i disoccupati ci inseguirebbero con i forconi, gli altri sarebbero indotti a incassare e lavorare in nero».
Rimango a favore di un sistema universale di sussidi di disoccupazione, ma per parlarne in modo non ideologico riconosco che bisogna partire dal valore che si intende attribuire a questo assegno. Dal peso dell'assegno dipende tutto. E' ovvio che perché funzioni il livello dev'essere basso. Certo che i lavoratori in cassa integrazione «si lamenterebbero», ma proprio perché con il sussidio universale si esce dalla logica della cassa integrazione, che è conservare il posto nella stessa azienda, in attesa che il ciclo economico migliori.
Il sussidio, al contrario, in un'ottica non assistenzialista ma di "welfare to work", è un sostegno al lavoratore calibrato in modo da incentivarlo a trovare un altro lavoro prima possibile. Per questo l'entità dell'assegno non può assolutamente essere calcolata in percentuale rispetto all'ultimo stipendio. Chi perdesse un posto da 3 mila euro al mese e ricevesse il 60% se la prenderebbe con tutta calma. Il livello invece dovrebbe essere piuttosto basso: sui 500-800 euro massimo, per intenderci. Altrimenti si verificano gli effetti distorsivi di cui parlava Brunetta nell'intervista al Corriere e vere e proprie ingiustizie. «Non abbandonare chi perde il lavoro a se stesso; ma neppure dare troppe garanzie. Ammortizzatori sociali, non bancomat».
La domanda è: il Pd è pronto a sovvertire la logica della cassa integrazione? Non credo, ed è per questo che finisce per avere ragione Brunetta. L'ennesimo caso in cui il centrodestra può permettersi di dire di no a una proposta che sembra molto riformista ma in realtà è solo demagogica e assistenzialista.
Da qui a definire il nostro sistema di ammortizzatori sociali «mirabile, funzionale, efficiente, flessibile, reattivo, intelligente, e a modo suo equo», addirittura «il più efficace d'Europa», ce ne passa. Il problema sono proprio i «troppi privilegi» e i «figli e figliastri» di questo sistema. Ma è chiaro che un sussidio di disoccupazione universale mal calibrato potrebbe avere effetti peggiori. E bisogna distinguere sussidio di disoccupazione da reddito minimo garantito, che spesso vengono confusi. Chi proponesse un reddito minimo garantito non dovrebbe pensare solo a chi non ha lavoro, ma a tutta la popolazione. Garantire un vitalizio di 500 euro, per esempio, a chi non lavora, vorrebbe dire infatti che tutti gli altri lavorano inutilmente per i primi 500 euro guadagnati.
Mi piace Brunetta anche perché dimostra di non avere il tabù del sommerso. Il fatto che il più grande ammortizzatore sociale sono «i 3 milioni e mezzo del sommerso» significa che il mercato del lavoro è troppo rigido, le tasse sul lavoro e sui redditi sono troppo alte, e che intere aree del paese sono permanentemente depresse. In mancanza della volontà politica di liberalizzare il mercato del lavoro e abbassare le tasse, meglio tenersi il «sommerso» piuttosto che ingaggiare una battaglia poliziesca e trovarsi 3 milioni di nullafacenti mantenuti dallo stato.
L'intervista di Brunetta conferma ciò che scrivevo in un post di qualche giorno fa. Il governo Berlusconi pratica essenzialmente una politica economica socialdemocratica, moderatamente e cautamente riformista, fiscalmente responsabile; e al suo interno convivono un'anima più dirigista e moralista (quella di Tremonti) e una appena un po' più pragmatica e con qualche riflesso liberale (Brunetta che prende atto del sommerso, dice sì alla riforma delle pensioni ma non ora). Tremonti e Brunetta, lo si vede, sono due socialisti che in un paese con un asse della politica non terremotato, sarebbero due buoni e responsabili ministri di un governo di centrosinistra.
Saturday, March 07, 2009
Thursday, March 05, 2009
Cosa ce ne facciamo di una sentenza inapplicata?
Purtroppo si tratta di un altro caso in cui balzano agli occhi i limiti e le contraddizioni della Corte penale internazionale dell'Aja e in generale della nobile idea di una giurisdizione sovranazionale. Un potere giudiziario senza potere esecutivo e soprattutto senza una cittadinanza e un territorio di cui sia emanazione rischia di emettere petizioni di principio più che sentenze. I giudici della Cpi hanno accolto la richiesta dell'accusa ed emesso il mandato di arresto nei confronti del dittatore sudanese Omar al-Bashir, accusato di crimini di guerra e contro l'umanità (anche se ancora non di genocidio).Cina e Russia auspicano che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu chieda alla Corte internazionale di «sospendere il processo». Avvertono che il mandato d'arresto rischia di vanificare gli sforzi diplomatici, i negoziati per la pace in Darfur e nel Sudan. Motivazione curiosa, visto che soprattutto da parte di Pechino di sforzi in questo senso non se ne vede nemmeno l'ombra. Ma quali negoziati!? La loro reale preoccupazione è che si costituisca «un precedente pericoloso per il sistema delle relazioni internazionali», è l'attacco al principio della sovranità statuale, la legittimazione dell'ingerenza negli affari interni degli stati.
Anche se le loro obiezioni sono tutte strumentali e pretestuose, su una cosa non si può dar torto a Cina e Russia. Mentre in occidente gli attivisti per i diritti umani gonfiano il petto, in Darfur la situazione peggiora e a rimetterci sono le vittime. La prima reazione di al-Bashir è stata di bandire dal paese 10 ong. Per esempio, l'espulsione della sola sezione olandese di Medici Senza Frontiere «lascia oltre 200 mila pazienti privi di assistenza medica essenziale», fa sapere la stessa Msf. E vi pare che in 50 anni di repressioni in Tibet il governo cinese non meriterebbe di essere accusato degli stessi crimini per i quali si chiede l'arresto di al-Bashir?
Non fraintendetemi. Lo so, questi sono gli stessi argomenti di chi vuole che resti tutto com'è. Al contrario di costoro non voglio certo dire che non bisogna perseguire i dittatori sanguinari come al-Bashir per i loro crimini. Ma penso che di sentenze inefficaci e ineseguibili non sappiamo come farcene, com'è vero che di buone intenzioni sono lastricate le vie per l'inferno. Sono solo demagogiche e spesso controproducenti. Ritengo che semplicemente si debba avere il coraggio e prendersi la responsabilità politica di andare lì e togliere di mezzo al-Bashir con la forza.
Bisogna ammettere che nel mondo i diritti umani e la democrazia non si difendono a colpi di sentenze, ma con la politica, di cui l'uso della forza fa parte. Certo, poi c'è la cattiva politica, che chiude gli occhi di fronte ai massacri in Darfur e che pensa che i diritti umani e la democrazia non abbiano nulla a che fare con lo sviluppo pacifico o aggressivo della Cina; e c'è la buona politica, che li ritiene condizioni di stabilità e sicurezza da promuovere con i mezzi più adeguati a ciascun contesto particolare. Sta a noi scegliere, ma senza l'alibi di una corte senza poteri reali. Tra una settimana il clamore sarà scemato e in Darfur sarà di nuovo "massacre as usual".
Condivisibili le parole di Michael Walzer, un liberal con i piedi per terra, per il quale la decisione della Cpi è «un gesto molto simbolico, senza precedenti... Ma un gesto che potrebbe essere sbagliato perché diretto contro un leader in carica capace di crudeli ritorsioni contro le sue vittime... La Corte non ha i mezzi per imporre l'osservanza della sua decisione, e chi ci dice che Bashir non attuerà rappresaglie?» Un caso molto diverso da quello di Milosevic (e comunque anche in quel caso la "storia" si dimostrò riluttante a farsi processare): «La soluzione della crisi del Darfur non può essere giuridica... La sicurezza e i diritti civili del Darfur devono avere la precedenza su tutto per noi, e la decisione della Corte non facilita questo nostro compito, semmai lo ostacola».
Wednesday, March 04, 2009
Allarme europeizzazione in America
Se qualche conservatore come Christopher Buckley, figlio di William, e David Brooks, editorialista del NYT, si è già pentito di aver sostenuto Obama, figuriamoci i conservatori che l'hanno sempre temuto. I mercati hanno bocciato il piano anti-crisi di Obama e il dubbio che «serpeggia» - anche tra i commentatori e nelle redazioni di autorevoli organi di stampa, anche di preferenze politiche diverse, come Wall Street Journal e The Economist, è che il nuovo presidente possa rivelarsi non all'altezza.
Si teme addirittura che con l'enorme espansione della spesa pubblica e dei programmi federali previsti nella prima legge di bilancio di Obama gli Stati Uniti si stiano incamminando verso una strada che renderà il loro sistema economico-sociale più simile a quello europeo. Quello di Obama è «il più audace manifesto social-democratico mai intrapreso da un presidente americano», ha osservato Charles Krauthammer.
Obama ha chiarito che intende essere un «trasformatore quanto Reagan». Il suo obiettivo non è solo rilanciare l'economia, ma realizzare ambiziosi progetti come un sistema sanitario universale, un'istruzione universale, energia "verde" finanziata e regolata dal governo. E ha deciso di non aspettare la fine della crisi. Già, perché al contrario che in Italia, dove il governo si limita, sia pure in modo pragmatico, a gestire l'esistente e a controllare il deficit aspettando che la crisi passi, Obama vede nell'attuale crisi «un'opportunità». L'ha detto esplicitamente.
«Come la Grande Depressione negli anni '30 - ha spiegato Krauthammer - pose le condizioni politiche e psicologiche che permisero a Roosevelt di trasformare l'America dal laissez-faire delle origini al welfare state, l'attuale crisi apre ad Obama lo spazio politico per spingere l'ancora (relativamente) modesto welfare state americano verso una socialdemocrazia di tipo europeo». Nei paesi dell'Unione europea la spesa pubblica è scesa leggermente, dal 48 al 47% del PIL, negli ultimi 10 anni. Negli stessi anni negli Stati Uniti è salita dal 34 al 40%. La differenza tra Europa e America nella quota di PIL che dipende dal governo si è già ridotta dal 14 al 7%. «Due mandati di Obama e quella differenza sarà azzerata», è il timore di Krauthammer.
Obama sembra scommettere che il paese - spaventato dalla crisi economica e vedendo i fallimenti della presidenza Bush e dei repubblicani - sia ormai pronto per una sterzata a sinistra. Eppure, da una certa retorica "sulla difensiva" nei discorsi di Obama, sembra emergere al contrario la consapevolezza che gli americani restano per la maggior parte istintivamente conservatori e che i suoi piani rischiano di suscitare una crisi di rigetto. Ed è così che ripetutamente Obama si è difeso ponendo l'accento su cosa lui e i suoi programmi non sono. Mentre presentava un piano che prevede il più grande aumento di spesa pubblica dal secondo dopoguerra, giurava di non credere nel big government: «Non perché io creda nel big government – io non ci credo. Non perché non m'importi dell'enorme debito che abbiamo ereditato – mi importa», assicurava al Congresso.
In realtà, quello di Obama, denuncia il Wall Street Journal, «non è un tentativo congiunturale di sostenere l'economia» in una fase di crisi, ma un progetto che mira ad «espandere in modo permanente la spesa pubblica», ponendo lo Stato «in una posizione così dominante» nell'economia che difficilmente si potrà farlo retrocedere.
Lo dimostra la grandezza assoluta della spesa federale proposta, che si avvicinerà nel 2009 ai 4 mila miliardi di dollari, il 27,7% del PIL. La più alta dal 1945, quando il paese era ancora mobilitato per la Seconda Guerra mondiale. E anche quando l'economia ripartirà, si prevede nel 2010, la spesa rimarrà più alta del 22% per l'intero prossimo decennio. «Ci concentriamo sulla spesa, piuttosto che sul deficit - spiega il WSJ - perché Milton Friedman ci ha insegnato che rappresenta il reale carico futuro sui contribuenti». Ma «la più grande illusione» di questa legge di bilancio sta proprio nelle ottimistiche previsioni di crescita: dopo aver perso quest'anno "solo" l'1,2%, secondo Obama il prossimo anno l'economia crescerà del 3,2%. «La realtà - conclude il WSJ - è che i Democratici vogliono sbrigarsi a trasformare tutto questo in legge adesso che Obama è nella sua lune di miele con gli elettori e che possono accusare Bush della recessione».
Anche in casa democratica c'è preoccupazione. Il think tank clintoniano Brookings Institution ha pubblicato un allarmante studio dal quale emerge che anche secondo le previsioni più ottimistiche - se l'economia tornasse alla piena occupazione in due anni facendo decadere il pacchetto di stimolo - il deficit raggiungerà una media di almeno mille miliardi l'anno per i dieci anni successivi al 2009. Per l'economista Isabel Sawhill, è necessario riportare sotto controllo la spesa sanitaria. «Ma al momento nessuno sa come», ammette sollevando delle perplessità sul piano di Obama per l'assistenza sanitaria universale: «Tutti vorremmo offrire una copertura ai non assicurati, ma questo costerà di più, non di meno, del sistema attuale».
Anche negli Stati Uniti si pone il problema dell'aumento dell'età di pensionamento per la tenuta del sistema previdenziale. «La spesa in altri settori potrebbe essere ridotta, ma il vero problema sono le pensioni e la sanità». Se non si affrontano questi nodi, i tagli rischiano di far risparmiare spiccioli, non dollari. Nel frattempo - conclude Isabel Sawhill - stiamo lasciando un enorme debito sulle spalle delle prossime generazioni e incrociamo le dita che gli investitori stranieri continueranno a prestarci soldi a condizioni ragionevoli. Il problema non è la mancanza di risorse, ma di volontà politica».
Si teme addirittura che con l'enorme espansione della spesa pubblica e dei programmi federali previsti nella prima legge di bilancio di Obama gli Stati Uniti si stiano incamminando verso una strada che renderà il loro sistema economico-sociale più simile a quello europeo. Quello di Obama è «il più audace manifesto social-democratico mai intrapreso da un presidente americano», ha osservato Charles Krauthammer.
Obama ha chiarito che intende essere un «trasformatore quanto Reagan». Il suo obiettivo non è solo rilanciare l'economia, ma realizzare ambiziosi progetti come un sistema sanitario universale, un'istruzione universale, energia "verde" finanziata e regolata dal governo. E ha deciso di non aspettare la fine della crisi. Già, perché al contrario che in Italia, dove il governo si limita, sia pure in modo pragmatico, a gestire l'esistente e a controllare il deficit aspettando che la crisi passi, Obama vede nell'attuale crisi «un'opportunità». L'ha detto esplicitamente.
«Come la Grande Depressione negli anni '30 - ha spiegato Krauthammer - pose le condizioni politiche e psicologiche che permisero a Roosevelt di trasformare l'America dal laissez-faire delle origini al welfare state, l'attuale crisi apre ad Obama lo spazio politico per spingere l'ancora (relativamente) modesto welfare state americano verso una socialdemocrazia di tipo europeo». Nei paesi dell'Unione europea la spesa pubblica è scesa leggermente, dal 48 al 47% del PIL, negli ultimi 10 anni. Negli stessi anni negli Stati Uniti è salita dal 34 al 40%. La differenza tra Europa e America nella quota di PIL che dipende dal governo si è già ridotta dal 14 al 7%. «Due mandati di Obama e quella differenza sarà azzerata», è il timore di Krauthammer.
Obama sembra scommettere che il paese - spaventato dalla crisi economica e vedendo i fallimenti della presidenza Bush e dei repubblicani - sia ormai pronto per una sterzata a sinistra. Eppure, da una certa retorica "sulla difensiva" nei discorsi di Obama, sembra emergere al contrario la consapevolezza che gli americani restano per la maggior parte istintivamente conservatori e che i suoi piani rischiano di suscitare una crisi di rigetto. Ed è così che ripetutamente Obama si è difeso ponendo l'accento su cosa lui e i suoi programmi non sono. Mentre presentava un piano che prevede il più grande aumento di spesa pubblica dal secondo dopoguerra, giurava di non credere nel big government: «Non perché io creda nel big government – io non ci credo. Non perché non m'importi dell'enorme debito che abbiamo ereditato – mi importa», assicurava al Congresso.
In realtà, quello di Obama, denuncia il Wall Street Journal, «non è un tentativo congiunturale di sostenere l'economia» in una fase di crisi, ma un progetto che mira ad «espandere in modo permanente la spesa pubblica», ponendo lo Stato «in una posizione così dominante» nell'economia che difficilmente si potrà farlo retrocedere.
Lo dimostra la grandezza assoluta della spesa federale proposta, che si avvicinerà nel 2009 ai 4 mila miliardi di dollari, il 27,7% del PIL. La più alta dal 1945, quando il paese era ancora mobilitato per la Seconda Guerra mondiale. E anche quando l'economia ripartirà, si prevede nel 2010, la spesa rimarrà più alta del 22% per l'intero prossimo decennio. «Ci concentriamo sulla spesa, piuttosto che sul deficit - spiega il WSJ - perché Milton Friedman ci ha insegnato che rappresenta il reale carico futuro sui contribuenti». Ma «la più grande illusione» di questa legge di bilancio sta proprio nelle ottimistiche previsioni di crescita: dopo aver perso quest'anno "solo" l'1,2%, secondo Obama il prossimo anno l'economia crescerà del 3,2%. «La realtà - conclude il WSJ - è che i Democratici vogliono sbrigarsi a trasformare tutto questo in legge adesso che Obama è nella sua lune di miele con gli elettori e che possono accusare Bush della recessione».
Anche in casa democratica c'è preoccupazione. Il think tank clintoniano Brookings Institution ha pubblicato un allarmante studio dal quale emerge che anche secondo le previsioni più ottimistiche - se l'economia tornasse alla piena occupazione in due anni facendo decadere il pacchetto di stimolo - il deficit raggiungerà una media di almeno mille miliardi l'anno per i dieci anni successivi al 2009. Per l'economista Isabel Sawhill, è necessario riportare sotto controllo la spesa sanitaria. «Ma al momento nessuno sa come», ammette sollevando delle perplessità sul piano di Obama per l'assistenza sanitaria universale: «Tutti vorremmo offrire una copertura ai non assicurati, ma questo costerà di più, non di meno, del sistema attuale».
Anche negli Stati Uniti si pone il problema dell'aumento dell'età di pensionamento per la tenuta del sistema previdenziale. «La spesa in altri settori potrebbe essere ridotta, ma il vero problema sono le pensioni e la sanità». Se non si affrontano questi nodi, i tagli rischiano di far risparmiare spiccioli, non dollari. Nel frattempo - conclude Isabel Sawhill - stiamo lasciando un enorme debito sulle spalle delle prossime generazioni e incrociamo le dita che gli investitori stranieri continueranno a prestarci soldi a condizioni ragionevoli. Il problema non è la mancanza di risorse, ma di volontà politica».
Usa e Russia si parlano attraverso il NYT
Una lettera di Barack Obama consegnata a mano direttamente al presidente russo Medvedev. Nella quale il nuovo presidente americano avrebbe evocato l'idea di uno scambio molto semplice: gli Usa abbandonano il programma dello scudo spaziale in Europa dell'Est; i russi aiutano gli Usa a fermare gli sforzi dell'Iran per dotarsi di testate nucleari e missili balistici. Lo scoop è del New York Times, che però è stato prontamente smentito da fonti di entrambi i governi riportate dalla Cbs. La lettera esiste ma non vi sarebbe alcuna proposta di "scambio", solo indicazioni su come fare progressi nel dialogo tra le due superpotenze, tra le altre anche sulle questioni dello scudo antimissile e del programma nucleare iraniano. Nessun "do ut des".
Da Madrid, Medvedev, interpellato dai giornalisti, aveva sottolineato la «mancanza di collegamento» tra le due questioni, facendo pensare a un "no" alla lettera di Obama. Ma piuttosto che la lettera, Medvedev potrebbe aver avuto in mente proprio l'articolo del New York Times, nel quale si citano funzionari anonimi del governo Usa. E' possibile infatti che nella lettera si citassero separatamente i due argomenti, ma che dietro l'articolo del NYT ci fosse l'intenzione di sondare il terreno. Non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca si affida ad autorevoli organi stampa come canali non ufficiali di comunicazione con governi rivali. E mi pare che proprio il NYT (o forse era il Washington Post) fece da tramite in un illustre precedente.
Da Madrid, Medvedev, interpellato dai giornalisti, aveva sottolineato la «mancanza di collegamento» tra le due questioni, facendo pensare a un "no" alla lettera di Obama. Ma piuttosto che la lettera, Medvedev potrebbe aver avuto in mente proprio l'articolo del New York Times, nel quale si citano funzionari anonimi del governo Usa. E' possibile infatti che nella lettera si citassero separatamente i due argomenti, ma che dietro l'articolo del NYT ci fosse l'intenzione di sondare il terreno. Non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca si affida ad autorevoli organi stampa come canali non ufficiali di comunicazione con governi rivali. E mi pare che proprio il NYT (o forse era il Washington Post) fece da tramite in un illustre precedente.
Approfittare della crisi per fare le riforme
Quella dell'Ocse è un'ossessione per le riforme strutturali, ma non le si può dar torto. Solo in Italia pare che in questo momento di crisi bisogna accantonare tutte le riforme necessarie e urgenti per evitare di fare «recessione sociale» o «macelleria sociale». Eppure, sottolinea l'Ocse nel suo rapporto "Going for Growth 2009", proprio la crisi «offre ai governi l'opportunità di combinare azioni di emergenza con importanti riforme strutturali necessarie per garantire la crescita nel lungo termine».
In Italia, in particolare, servono sempre le stesse cose, da anni. Abbassare le tasse tagliando la spesa e recuperando l'evasione; continuare con le liberalizzazioni delle professioni e dei prezzi; ridurre la proprietà statale nei servizi di pubblica utilità. Tutte cose che ancora una volta dimostrano quanto il governo può fare, senza aggiungere un centesimo al deficit, se riconosce che c'è una crisi italiana precedente alla crisi che ci investe da fuori e solo da fuori può trovare soluzione.
In Italia, in particolare, servono sempre le stesse cose, da anni. Abbassare le tasse tagliando la spesa e recuperando l'evasione; continuare con le liberalizzazioni delle professioni e dei prezzi; ridurre la proprietà statale nei servizi di pubblica utilità. Tutte cose che ancora una volta dimostrano quanto il governo può fare, senza aggiungere un centesimo al deficit, se riconosce che c'è una crisi italiana precedente alla crisi che ci investe da fuori e solo da fuori può trovare soluzione.
Tuesday, March 03, 2009
Sì, è proprietà privata
Oggi su il Riformista:
Caro direttore, innanzitutto la ringrazio per la sua attenzione. Della quale mi permetto di approfittare per una controreplica alla sua risposta di sabato. Una proprietà o è privata o è statale. Ebbene sì, considero la vita una proprietà privata. Ma non perché mi ritenga padrone di farne ciò che voglio. Al contrario, proprio perché so bene che la proprietà privata non è affatto il regno dell'arbitrio. E' invece sottoposta per legge a mille vincoli, nella maggior parte dei casi sensati. A tal punto non sono un “assolutista libertario” che ritengo giusto che, esattamente come una proprietà privata, la mia vita sia sottoposta a vincoli. Ma mi sarei aspettato che fosse lei a paragonare la vita ad una proprietà privata per farmi notare tutti i vincoli cui è soggetta anche nel più liberale degli stati. Pur con tutti i vincoli, però, al proprietario non può essere negato di disfarsi della sua proprietà. Giuridicamente infatti è proprio la facoltà di disfarsene uno degli elementi costitutivi della proprietà privata. Il che non significa che non sia sottoposta a vincoli di altra natura per tutelare altri beni e interessi, individuali o collettivi. Se un giorno mi convincessi del fatto che il mio corpo, la mia vita, non sono di mia proprietà, diventerei il più massimalista dei comunisti. Se neanche della mia vita sono padrone, come posso giustificare la proprietà privata di un qualsiasi bene, che mi deriva in ragione di un rapporto di forza legittimato da una mera convenzione sociale? Quindi, affermare che la vita è un “bene collettivo” può significare solo che generalmente tutti teniamo ad essa e disponiamo che lo Stato la tuteli per quanto possibile. Ma non può significare che la vita sia una specie di bene demaniale. Se così fosse un potere pubblico ne potrebbe disporre come meglio ritiene. Il fatto che lo Stato spenda e investa nella mia salute e nella mia istruzione significa che c'è un interesse collettivo in esse, ma il punto è se la tutela di questo interesse si debba spingere fino al punto di obbligarmi a vegetare. Purtroppo ancora non scorgo le possibili “conseguenze collettive” della mia eventuale scelta di rifiutare le cure e lasciarmi morire.
Caro direttore, innanzitutto la ringrazio per la sua attenzione. Della quale mi permetto di approfittare per una controreplica alla sua risposta di sabato. Una proprietà o è privata o è statale. Ebbene sì, considero la vita una proprietà privata. Ma non perché mi ritenga padrone di farne ciò che voglio. Al contrario, proprio perché so bene che la proprietà privata non è affatto il regno dell'arbitrio. E' invece sottoposta per legge a mille vincoli, nella maggior parte dei casi sensati. A tal punto non sono un “assolutista libertario” che ritengo giusto che, esattamente come una proprietà privata, la mia vita sia sottoposta a vincoli. Ma mi sarei aspettato che fosse lei a paragonare la vita ad una proprietà privata per farmi notare tutti i vincoli cui è soggetta anche nel più liberale degli stati. Pur con tutti i vincoli, però, al proprietario non può essere negato di disfarsi della sua proprietà. Giuridicamente infatti è proprio la facoltà di disfarsene uno degli elementi costitutivi della proprietà privata. Il che non significa che non sia sottoposta a vincoli di altra natura per tutelare altri beni e interessi, individuali o collettivi. Se un giorno mi convincessi del fatto che il mio corpo, la mia vita, non sono di mia proprietà, diventerei il più massimalista dei comunisti. Se neanche della mia vita sono padrone, come posso giustificare la proprietà privata di un qualsiasi bene, che mi deriva in ragione di un rapporto di forza legittimato da una mera convenzione sociale? Quindi, affermare che la vita è un “bene collettivo” può significare solo che generalmente tutti teniamo ad essa e disponiamo che lo Stato la tuteli per quanto possibile. Ma non può significare che la vita sia una specie di bene demaniale. Se così fosse un potere pubblico ne potrebbe disporre come meglio ritiene. Il fatto che lo Stato spenda e investa nella mia salute e nella mia istruzione significa che c'è un interesse collettivo in esse, ma il punto è se la tutela di questo interesse si debba spingere fino al punto di obbligarmi a vegetare. Purtroppo ancora non scorgo le possibili “conseguenze collettive” della mia eventuale scelta di rifiutare le cure e lasciarmi morire.
Monday, March 02, 2009
Il vento che spira in America rischia di diventare una tempesta in Europa
Il dubbio che «serpeggia» nelle prime valutazioni del piano di Obama è che «il nuovo Presidente possa non rivelarsi all'altezza, che la Presidenza Obama possa un domani, quando verrà il momento dei bilanci, mostrare di avere qualcosa in comune con l'Amministrazione (repubblicana) di Herbert Hoover, la quale, con le sue scelte sbagliate, aggravò la crisi seguita al crollo di Wall Street del 1929».
La «dilatazione della spesa pubblica» che il presidente Obama sembra ben disposto a tollerare per realizzare i suoi ambiziosi progetti «implica un cambiamento epocale, il passaggio a una fase di forte presenza statale nella vita economica e sociale americana». Ma il pericolo maggiore è che i venti dello statalismo, del dirigismo e del protezionismo che spirano forti al di là dell'Atlantico possano diventare una tempesta irresistibile qui da noi, che abbiamo meno anticorpi degli americani per difenderci dall'invadenza del potere statale.
E' probabile che quando gli americani cominceranno a comprendere l'enormità delle ambizioni di Obama e quanto del loro reddito sarà necessario per realizzarle, quando vedranno il loro governo federale avvicinarsi spaventosamente alle dimensioni di una socialdemocrazia europea, avranno una crisi di rigetto. Ma noi? «Se anche l'America "sceglie" lo Stato, il massiccio intervento pubblico, cosa possono fare quelle società che hanno sempre avuto una fiducia assai minore nelle virtù dell'individualismo, nelle benefiche conseguenze collettive della valorizzazione della libertà individuale?» Condividiamo totalmente i timori espressi da Angelo Panebianco nel suo editoriale di sabato scorso sul Corriere.
La «dilatazione della spesa pubblica» che il presidente Obama sembra ben disposto a tollerare per realizzare i suoi ambiziosi progetti «implica un cambiamento epocale, il passaggio a una fase di forte presenza statale nella vita economica e sociale americana». Ma il pericolo maggiore è che i venti dello statalismo, del dirigismo e del protezionismo che spirano forti al di là dell'Atlantico possano diventare una tempesta irresistibile qui da noi, che abbiamo meno anticorpi degli americani per difenderci dall'invadenza del potere statale.
E' probabile che quando gli americani cominceranno a comprendere l'enormità delle ambizioni di Obama e quanto del loro reddito sarà necessario per realizzarle, quando vedranno il loro governo federale avvicinarsi spaventosamente alle dimensioni di una socialdemocrazia europea, avranno una crisi di rigetto. Ma noi? «Se anche l'America "sceglie" lo Stato, il massiccio intervento pubblico, cosa possono fare quelle società che hanno sempre avuto una fiducia assai minore nelle virtù dell'individualismo, nelle benefiche conseguenze collettive della valorizzazione della libertà individuale?» Condividiamo totalmente i timori espressi da Angelo Panebianco nel suo editoriale di sabato scorso sul Corriere.
«Nel momento in cui si radica l'idea secondo cui il mercato è il "Dio che ha fallito", si afferma per ciò stesso la pericolosa illusione che la salvezza possa venire solo dallo Stato. Si dimentica il fatto essenziale che tanto il mercato quanto lo Stato, in quanto istituzioni umane e per ciò imperfette, possono fallire ma che i fallimenti dello Stato sono in genere assai più catastrofici di quelli del mercato. Quando il mercato fallisce provoca grandi, ancorché temporanee, sofferenze (disoccupazione, drastica riduzione del tenore di vita delle persone, povertà). I fallimenti dello Stato, per contro, si chiamano compressione delle libertà (sempre), oppressione politica (spesso) e, nei casi estremi, tirannia e guerre».Insomma, tira proprio una brutta aria in Europa, e soprattutto in Italia. Si avverte voglia di rivincita negli occhi come ravvivati degli statalisti sulla riva sinistra ma anche sulla riva destra della politica. Finalmente lo «strapotere del mercato» è finito, li sentiamo ripetere come se si liberassero la coscienza da un peso. Il ritorno dello «strapotere dello Stato» è «un'idea attraente per coloro che detestano il mercato... Ma che succede se lo strapotere dello Stato impedisce di rilanciare la crescita, e ci fa precipitare in un mondo di conflitti neo-protezionisti?»
Il partito della polemica fine a se stessa
La proposta di Franceschini «contro la crisi», un assegno mensile di disoccupazione, è la dimostrazione di quanto giorni fa avevo scritto in questo post. Accompagnata da critiche a Berlusconi che già rivelavano un approccio ben poco costruttivo e bipartisan da parte dei suoi promotori, è subito sembrata poco più di una provocazione. Secondo il Pd il nuovo ammortizzatore sociale dovrebbe essere finanziato in defict e costerebbe tra l'1 e l'1,5% di PIL l'anno. Una spesa insostenibile per un paese che ha il debito pubblico che ha l'Italia. Ha fatto benissimo Berlusconi a liquidarla.
Tutt'altra cosa sarebbe stata se il Pd avesse proposto al governo un sistema universale di sussidi da finanziare con l'innalzamento graduale dell'età di pensionamento a 65 anni per tutti (uomini e donne). Sarebbe stata una riforma finanziariamente sostenibile e il Pd avrebbe lanciato al governo una sfida riformista invece che assistenziale, se non meramente polemica. Certo, in quel caso l'opposizione avrebbe dovuto responsabilmente condividere con il governo i costi politici dell'impopolarità dell'innalzamento dell'età pensionabile, rinunciando a farne l'ennesima occasione polemica sulla "macelleria sociale", ma soprattutto prendere le distanze dalle posizioni conservatrici e anacronistiche della Cgil.
Ma non è qualcosa che ci possiamo aspettare da questo Pd. Lungi dall'essere davvero intenzionato a dare il suo contributo per alleviare le sofferenze sociali della crisi, ancora una volta il Pd ha dimostrato di essere interessato solo a polemizzare con Berlusconi. Non proprio quella che si direbbe un'alternativa "di governo". La proposta di Franceschini, quindi, è solo irresponsabile e demagogica. Puramente «mediatica», come l'ha definita anche il senatore del Pd Nicola Rossi, intervistato oggi dal Corriere.
Tutt'altra cosa sarebbe stata se il Pd avesse proposto al governo un sistema universale di sussidi da finanziare con l'innalzamento graduale dell'età di pensionamento a 65 anni per tutti (uomini e donne). Sarebbe stata una riforma finanziariamente sostenibile e il Pd avrebbe lanciato al governo una sfida riformista invece che assistenziale, se non meramente polemica. Certo, in quel caso l'opposizione avrebbe dovuto responsabilmente condividere con il governo i costi politici dell'impopolarità dell'innalzamento dell'età pensionabile, rinunciando a farne l'ennesima occasione polemica sulla "macelleria sociale", ma soprattutto prendere le distanze dalle posizioni conservatrici e anacronistiche della Cgil.
Ma non è qualcosa che ci possiamo aspettare da questo Pd. Lungi dall'essere davvero intenzionato a dare il suo contributo per alleviare le sofferenze sociali della crisi, ancora una volta il Pd ha dimostrato di essere interessato solo a polemizzare con Berlusconi. Non proprio quella che si direbbe un'alternativa "di governo". La proposta di Franceschini, quindi, è solo irresponsabile e demagogica. Puramente «mediatica», come l'ha definita anche il senatore del Pd Nicola Rossi, intervistato oggi dal Corriere.
A pensar male ci si azzecca
Guardando e riguardando, ieri sera, l'azione del presunto fallo subito da Balotelli nell'area romanista, mi ero convinto che fosse davvero difficilissimo, per non dire impossibile, per l'arbitro, vedere che De Rossi aveva tirato indietro la sua gamba prima che toccasse quella dell'attaccante interista. Persino alla moviola è stato necessario rivedere più volte l'azione, da diverse inquadrature e ingrandendo i dettagli, per venire a capo della questione. Strumenti che certo l'arbitro non aveva a disposizione in campo. Dunque, questa volta, ero pronto ad accettare che si fosse trattato di un errore umanamente non evitabile da parte dell'arbitro.
Ma se fosse vero quanto ha dichiarato De Rossi a fine partita ai microfoni di Sky, e cioè che l'arbitro, dopo aver fischiato il rigore, gli ha detto di aver visto che la sua gamba non aveva toccato quella di Balotelli, ma che il fallo lo aveva invece commesso Motta con l'anca, questo dimostrebbe che il rigore è del tutto inventato. Motta infatti era in anticipo e si è limitato a coprire il pallone.
Ma se fosse vero quanto ha dichiarato De Rossi a fine partita ai microfoni di Sky, e cioè che l'arbitro, dopo aver fischiato il rigore, gli ha detto di aver visto che la sua gamba non aveva toccato quella di Balotelli, ma che il fallo lo aveva invece commesso Motta con l'anca, questo dimostrebbe che il rigore è del tutto inventato. Motta infatti era in anticipo e si è limitato a coprire il pallone.
Friday, February 27, 2009
Ma chi danneggio nel voler scegliere per me?
Oggi su il Riformista:
Caro direttore, mi perdoni la schiettezza, ma la sua "preoccupazione", di "scivolare dal testamento biologico all'eutanasia", anche se in astratto comprensibile, mi sembra davvero fuori luogo qui ed ora. Non siamo in Olanda. Qui, oggi, stiamo correndo il pericolo di una deriva di senso opposto. Sta per essere approvata una legge che costringerebbe un cittadino pienamente capace di intendere e di volere, quindi in grado di esprimere una volontà attuale e consapevole, ad essere alimentato e idratato artificialmente contro la sua volontà. E se alimentazione e idratazione artificiali non sono trattamenti medici, allora non c'è alcun bisogno che siano praticate da medici e in strutture sanitarie. Tra l'altro, se non ci si può rifiutare di essere alimentati e idratati, lo stato non dovrebbe mantenere a sue spese chiunque pur essendo in grado smettesse di procurarsi da sé acqua e cibo? Ma tornando alla sua preoccupazione. Mi permetta, ma né lei né Dahrendorf (dalle parole riportate) avete spiegato quali sarebbero le "conseguenze collettive" di una scelta individuale che riguardi solo se stessi. Nel caso dell'aborto, c'è comunque in gioco una vita nascente. Ma nel porre fine alla propria vita in uno stato terminale irreversibile o in uno stato vegetativo, non riesco a vedere pericoli né danni per gli altri. Ove ce ne fossero, i danneggiati ricorrano alla magistratura. E' così che funziona in uno stato liberale: se c'è un danno, ci dev'essere per forza un danneggiato. Senza danneggiato, non c'è danno. Anche se in talune particolari circostanze, la mia morte fosse una "scelta" e non un "evento", dove esattamente potrebbe entrare in conflitto con la libertà di tutti? Nel suo articolo non trovo la risposta. Grazie.
Caro direttore, mi perdoni la schiettezza, ma la sua "preoccupazione", di "scivolare dal testamento biologico all'eutanasia", anche se in astratto comprensibile, mi sembra davvero fuori luogo qui ed ora. Non siamo in Olanda. Qui, oggi, stiamo correndo il pericolo di una deriva di senso opposto. Sta per essere approvata una legge che costringerebbe un cittadino pienamente capace di intendere e di volere, quindi in grado di esprimere una volontà attuale e consapevole, ad essere alimentato e idratato artificialmente contro la sua volontà. E se alimentazione e idratazione artificiali non sono trattamenti medici, allora non c'è alcun bisogno che siano praticate da medici e in strutture sanitarie. Tra l'altro, se non ci si può rifiutare di essere alimentati e idratati, lo stato non dovrebbe mantenere a sue spese chiunque pur essendo in grado smettesse di procurarsi da sé acqua e cibo? Ma tornando alla sua preoccupazione. Mi permetta, ma né lei né Dahrendorf (dalle parole riportate) avete spiegato quali sarebbero le "conseguenze collettive" di una scelta individuale che riguardi solo se stessi. Nel caso dell'aborto, c'è comunque in gioco una vita nascente. Ma nel porre fine alla propria vita in uno stato terminale irreversibile o in uno stato vegetativo, non riesco a vedere pericoli né danni per gli altri. Ove ce ne fossero, i danneggiati ricorrano alla magistratura. E' così che funziona in uno stato liberale: se c'è un danno, ci dev'essere per forza un danneggiato. Senza danneggiato, non c'è danno. Anche se in talune particolari circostanze, la mia morte fosse una "scelta" e non un "evento", dove esattamente potrebbe entrare in conflitto con la libertà di tutti? Nel suo articolo non trovo la risposta. Grazie.
Nella morsa di due statalismi
Ho avuto la sfortuna di passare su Annozero proprio mentre Tremonti esibiva il suo campionario di enormità vetero-stataliste. Da moralizzatore, come un Travaglio della finanza. Mentre è proprio di questi tempi di crisi di cui l'Italia dovrebbe approfittare per fare quelle riforme strutturali di cui ha bisogno per afferrare con dinamismo la ripresa, Tremonti ha sostenuto invece che «se in un momento di incertezza e paura ti metti a fare le riforme a caso, non fai le riforme sociali, fai la recessione sociale». Sostituite il termine «recessione» con «macelleria», e vedrete che la retorica con cui Tremonti respinge l'ipotesi delle riforme non è così dissimile da quella che userebbe Bertinotti.
Tremonti saluta con entusiasmo il mondo che a suo avviso si aprirà all'indomani della crisi. Un mondo in cui le opere pubbliche, le opere di utilità collettiva, assumeranno la centralità che oggi hanno i beni di consumo. Basta con tutto questo consumismo frivolo! Basta televisori lcd, più case del popolo!
E' contrario a una riforma delle pensioni come patto intergenerazionale per finanziare un sistema di sussidi di disoccupazione universale. Nonostante la spesa previdenziale in Italia sia una delle più elevate in occidente e impedisca di destinare risorse adeguate ad altre spese sociali altrettanto importanti - come gli ammortizzatori sociali e una politica di sostegno al lavoro femminile - per Tremonti il nostro sistema è «uno dei più solidi, il migliore rispetto a tutti questi sistemi "americanoidi"... che ci hanno raccontato in giro». Cito a memoria, ma il senso è questo: «Per fortuna in Italia c'è ancora l'Inps. In America se Wall Street va male, vai a finire in una roulotte a mangiare KitKat».
Se le stesse cose avesse osato pronunciarle un ministro dell'economia di centrosinistra si sarebbe aperta una polemica politica lunga una settimana. Tremonti dice queste cose quasi tutti i giorni ma in pochi si scandalizzano. Ed è questa una delle ragioni per cui sebbene la sua politica economica sia ben poco market-oriented, gli elettori continuano a vedere in Berlusconi il male minore.
Nel centrodestra in pochi si scandalizzano, perché Tremonti è pur sempre un autorevole esponente della compagine governativa che sostengono. Per il Ministero dell'economia purtroppo non ha rivali interni. Per ora. Ma perché quelle cose non suscitano scandalo nel Pd e nei suoi referenti economico-finanziari, mediatici e intellettuali? Semplice. Perché in fondo condividono le cose che dice il ministro, il loro stomaco se ne è nutrito per decenni. Il massimo del sentimento che provano nel sentire Tremonti è invidia: "Perché noi, dicendo le stesse cose, perdiamo le elezioni?" Per necessità devono fingersi "libero-mercatisti", anche se non ne sono convinti e non ne sono nemmeno capaci. E gli elettori se ne sono accorti.
Dunque ecco la situazione in cui siamo. Immaginatevi uno spettro che va da un massimo di libero mercato (100%) ad un massimo di statalismo (0%). Se il Pd non sa andare oltre un 30%, a Berlusconi basta fermarsi ad un misero 40% per coprire tutto il mercato politico-elettorale. Avrà con sé i voti dei più liberisti, dei moderati, e grazie alle sparate di Tremonti anche dei nostalgici dello statalismo socialdemocratico. Non c'è competizione.
Diciamo che una differenza c'è tra l'approccio statalista di Tremonti e quello dei governi di centrosinistra. Diciamo che Tremonti è appena un po' più pragmatico. Un po' più attento a non aggredire il ceto medio e la piccola impresa; non abbassa le tasse ma nemmeno le alza; non taglia la spesa, ma la contiene. Quello dell'attuale governo è uno statalismo più rigoroso e decisionista, che interpreta in tre ambiti fondamentali dello stato le aspettative dei cittadini: basta opere pubbliche bloccate da veti ambientali e da interessi particolaristici; basta fannulloni nella pubblica amministrazione; basta cittadini ostaggi degli scioperi. E qualcosa di buono si vede: la riforma Brunetta; l'approccio della Gelmini sull'università; la regolamentazione degli scioperi; il nucleare comunque la si pensi.
Quello dei governi di centrosinistra invece si è rivelato finora uno statalismo lassista, rissoso e inconcludente. Sembra che il compito della politica sia spendere. Non importa come vengono utilizzati i soldi pubblici, o che i servizi funzionino, l'importante è poter dire di aver aumentato il budget a questo o a quel programma. Vivi e lascia vivere. A rimetterci siamo tutti, stretti nella morsa di due statalismi.
UPDATE: A proposito, da leggere questo magnifico articolo di Alberto Mingardi: «Sembrava essersi compiuta un'evoluzione, a sinistra: ora abbiamo davanti un'involuzione della destra».
Tremonti saluta con entusiasmo il mondo che a suo avviso si aprirà all'indomani della crisi. Un mondo in cui le opere pubbliche, le opere di utilità collettiva, assumeranno la centralità che oggi hanno i beni di consumo. Basta con tutto questo consumismo frivolo! Basta televisori lcd, più case del popolo!
E' contrario a una riforma delle pensioni come patto intergenerazionale per finanziare un sistema di sussidi di disoccupazione universale. Nonostante la spesa previdenziale in Italia sia una delle più elevate in occidente e impedisca di destinare risorse adeguate ad altre spese sociali altrettanto importanti - come gli ammortizzatori sociali e una politica di sostegno al lavoro femminile - per Tremonti il nostro sistema è «uno dei più solidi, il migliore rispetto a tutti questi sistemi "americanoidi"... che ci hanno raccontato in giro». Cito a memoria, ma il senso è questo: «Per fortuna in Italia c'è ancora l'Inps. In America se Wall Street va male, vai a finire in una roulotte a mangiare KitKat».
«Non dobbiamo ragionare stile Goldman Sachs, per cui la riforma la fai con i numeri. I numeri della matematica sono una cosa, quelli della vita sono diversi. Il sistema delle pensioni non lo cambi come i prodotti finanziari, come questi "schizzati" che ti dicono che si fa con i modelli matematici».Queste banalità dice Tremonti in tv, le stesse che ti direbbe un qualsiasi militante comunista parlando di modello americano al pub. E non ci si può aspettare nulla di diverso da chi è convinto che questo sia il momento della «verità», quindi non il momento «per leggere i libri d'economia, ma la Bibbia».
Se le stesse cose avesse osato pronunciarle un ministro dell'economia di centrosinistra si sarebbe aperta una polemica politica lunga una settimana. Tremonti dice queste cose quasi tutti i giorni ma in pochi si scandalizzano. Ed è questa una delle ragioni per cui sebbene la sua politica economica sia ben poco market-oriented, gli elettori continuano a vedere in Berlusconi il male minore.
Nel centrodestra in pochi si scandalizzano, perché Tremonti è pur sempre un autorevole esponente della compagine governativa che sostengono. Per il Ministero dell'economia purtroppo non ha rivali interni. Per ora. Ma perché quelle cose non suscitano scandalo nel Pd e nei suoi referenti economico-finanziari, mediatici e intellettuali? Semplice. Perché in fondo condividono le cose che dice il ministro, il loro stomaco se ne è nutrito per decenni. Il massimo del sentimento che provano nel sentire Tremonti è invidia: "Perché noi, dicendo le stesse cose, perdiamo le elezioni?" Per necessità devono fingersi "libero-mercatisti", anche se non ne sono convinti e non ne sono nemmeno capaci. E gli elettori se ne sono accorti.
Dunque ecco la situazione in cui siamo. Immaginatevi uno spettro che va da un massimo di libero mercato (100%) ad un massimo di statalismo (0%). Se il Pd non sa andare oltre un 30%, a Berlusconi basta fermarsi ad un misero 40% per coprire tutto il mercato politico-elettorale. Avrà con sé i voti dei più liberisti, dei moderati, e grazie alle sparate di Tremonti anche dei nostalgici dello statalismo socialdemocratico. Non c'è competizione.
Diciamo che una differenza c'è tra l'approccio statalista di Tremonti e quello dei governi di centrosinistra. Diciamo che Tremonti è appena un po' più pragmatico. Un po' più attento a non aggredire il ceto medio e la piccola impresa; non abbassa le tasse ma nemmeno le alza; non taglia la spesa, ma la contiene. Quello dell'attuale governo è uno statalismo più rigoroso e decisionista, che interpreta in tre ambiti fondamentali dello stato le aspettative dei cittadini: basta opere pubbliche bloccate da veti ambientali e da interessi particolaristici; basta fannulloni nella pubblica amministrazione; basta cittadini ostaggi degli scioperi. E qualcosa di buono si vede: la riforma Brunetta; l'approccio della Gelmini sull'università; la regolamentazione degli scioperi; il nucleare comunque la si pensi.
Quello dei governi di centrosinistra invece si è rivelato finora uno statalismo lassista, rissoso e inconcludente. Sembra che il compito della politica sia spendere. Non importa come vengono utilizzati i soldi pubblici, o che i servizi funzionino, l'importante è poter dire di aver aumentato il budget a questo o a quel programma. Vivi e lascia vivere. A rimetterci siamo tutti, stretti nella morsa di due statalismi.
UPDATE: A proposito, da leggere questo magnifico articolo di Alberto Mingardi: «Sembrava essersi compiuta un'evoluzione, a sinistra: ora abbiamo davanti un'involuzione della destra».
Quelli che volevano a tutti i costi una legge
Trovo francamente ridicolo che tra coloro che adesso chiedono una "moratoria" sul testamento biologico, una pausa di riflessione, proponendo di rinviare la discussione e il voto sul ddl a dopo le europee, ci sia chi negli ultimi anni e fino a ieri ha fatto di questa legge la priorità della sua azione politica e parlamentare, subordinando ad essa e ai temi della bioetica tutte le altre questioni. E a tratti persino in modo morboso, continuando ad alzare i toni dello scontro anche quando le sentenze riaffermavano un diritto già esistente e pienamente esercitabile al rifiuto delle cure.
"Volevamo una legge, è vero, ma non questa qui", risponderebbero i Marino del Pd e i radicali. Ma possibile che solo ora che la legge sta per essere approvata si siano accorti di non avere la maggioranza e che quindi, inevitabilmente, non verrebbe fuori la legge che piace a loro? E' davvero sconcertante, perché vuol dire che fino ad oggi sono andati avanti con gli occhi bendati, animati da furore ideologico - seppure volto alle migliori intenzioni - senza minimamente chiedersi quali sarebbero stati in questo contesto gli effetti concreti della loro cocciutaggine. Quest'ultima iniziativa denota tutta la loro confusione mentale e strategica.
E' triste, ma per far naufragare il ddl ormai non rimane che sperare nell'estremismo di Mantovano.
"Volevamo una legge, è vero, ma non questa qui", risponderebbero i Marino del Pd e i radicali. Ma possibile che solo ora che la legge sta per essere approvata si siano accorti di non avere la maggioranza e che quindi, inevitabilmente, non verrebbe fuori la legge che piace a loro? E' davvero sconcertante, perché vuol dire che fino ad oggi sono andati avanti con gli occhi bendati, animati da furore ideologico - seppure volto alle migliori intenzioni - senza minimamente chiedersi quali sarebbero stati in questo contesto gli effetti concreti della loro cocciutaggine. Quest'ultima iniziativa denota tutta la loro confusione mentale e strategica.
E' triste, ma per far naufragare il ddl ormai non rimane che sperare nell'estremismo di Mantovano.
Thursday, February 26, 2009
Un rapporto che non corregge la linea di H. Clinton
L'annuale rapporto sui diritti umani del Dipartimento di Stato Usa non «corregge» affatto, come titola qualche giornale, la linea adottata da H. Clinton nella sua visita in Cina. Il rapporto dice molto più della precedente amministrazione, essendo stato redatto ben prima dell'insediamento di Obama, che della nuova. E non ci si poteva nemmeno aspettare che la Clinton ammorbidisse o edulcorasse il rapporto sulla Cina. Il fatto che lo abbia firmato senza modificarlo non significa nulla. Un suo intervento a lavoro ormai chiuso avrebbe suscitato troppo clamore, sarebbe apparso censorio. E inutilmente, visto che il nuovo segretario potrà impostare come meglio crede i prossimi rapporti senza bruschi interventi ex post che per forza di cose danno troppo nell'occhio.
Anzi, non è da escludere che sia avvenuto il contrario. E cioè che da parte dello staff sia stato usato un tono più severo per creare un po' di imbarazzo alla nuova amministrazione. La sostanza comunque non cambia ed è quella che conosciamo tutti. «I diritti umani in Cina restano precari e in alcuni casi sono peggiorati», recita il rapporto. Repressioni in Tibet, detenzione di dissidenti, omicidi e torture, dentro il sistema giudiziario ma anche extra-legali. Il rapporto inoltre smentisce definitivamente l'idea che le Olimpiadi dell'estate scorsa abbiano contribuito a migliorare il record cinese sui diritti umani. Anzi, registra che il numero delle violazioni e degli abusi hanno conosciuto un'impennata proprio in concomitanza con i Giochi olimpici. «La promozione dei diritti umani è un passaggio essenziale della nostra politica estera... insisteremo per un rispetto maggiore dei diritti umani concentrandoci sulle altre nazioni del mondo», si legge nella prefazione al documento. Un'affermazione che si adatta a qualsiasi linea.
Vedremo nel prossimo futuro, quindi, quale sarà l'approccio dell'amministrazione Obama sui diritti umani. Certo, non aspettiamoci la retorica idealista ed enfatica di Bush. E soprattutto nel primo anno la crisi e la necessità di finanziare il debito condizionerà molto il rapporto con la Cina. Non è neanche corretto misurare solo con la retorica l'impegno sui diritti umani. Certo, anche solo la retorica serve, quanto meno per non scoraggiare i dissidenti, ma da questo punto di vista l'esperienza Bush insegna che spesso alle parole non corrispondono i fatti. Con la Cina, per esempio, rispetto alle parole conta molto più il sostegno concreto a Taiwan e la volontà del presidente Obama di affrontare e risolvere il problema del debito.
Da leggere questa interessante analisi di Asianews sul vescovo di Pechino, Giuseppe Li Shan, che dopo essere stato ordinato vescovo della capitale con l'approvazione del Vaticano, per la sua nota fedeltà a Roma, adesso sembra alleato, consenziente o succube, del regime comunista, e con la sua conversione a 180° sta creando non pochi imbarazzi alla Santa Sede.
Anzi, non è da escludere che sia avvenuto il contrario. E cioè che da parte dello staff sia stato usato un tono più severo per creare un po' di imbarazzo alla nuova amministrazione. La sostanza comunque non cambia ed è quella che conosciamo tutti. «I diritti umani in Cina restano precari e in alcuni casi sono peggiorati», recita il rapporto. Repressioni in Tibet, detenzione di dissidenti, omicidi e torture, dentro il sistema giudiziario ma anche extra-legali. Il rapporto inoltre smentisce definitivamente l'idea che le Olimpiadi dell'estate scorsa abbiano contribuito a migliorare il record cinese sui diritti umani. Anzi, registra che il numero delle violazioni e degli abusi hanno conosciuto un'impennata proprio in concomitanza con i Giochi olimpici. «La promozione dei diritti umani è un passaggio essenziale della nostra politica estera... insisteremo per un rispetto maggiore dei diritti umani concentrandoci sulle altre nazioni del mondo», si legge nella prefazione al documento. Un'affermazione che si adatta a qualsiasi linea.
Vedremo nel prossimo futuro, quindi, quale sarà l'approccio dell'amministrazione Obama sui diritti umani. Certo, non aspettiamoci la retorica idealista ed enfatica di Bush. E soprattutto nel primo anno la crisi e la necessità di finanziare il debito condizionerà molto il rapporto con la Cina. Non è neanche corretto misurare solo con la retorica l'impegno sui diritti umani. Certo, anche solo la retorica serve, quanto meno per non scoraggiare i dissidenti, ma da questo punto di vista l'esperienza Bush insegna che spesso alle parole non corrispondono i fatti. Con la Cina, per esempio, rispetto alle parole conta molto più il sostegno concreto a Taiwan e la volontà del presidente Obama di affrontare e risolvere il problema del debito.
Da leggere questa interessante analisi di Asianews sul vescovo di Pechino, Giuseppe Li Shan, che dopo essere stato ordinato vescovo della capitale con l'approvazione del Vaticano, per la sua nota fedeltà a Roma, adesso sembra alleato, consenziente o succube, del regime comunista, e con la sua conversione a 180° sta creando non pochi imbarazzi alla Santa Sede.
Wednesday, February 25, 2009
Meglio una legge incostituzionale che solo brutta
Qualcosa si sta muovendo nella maggioranza a proposito del ddl sul testamento biologico? Così farebbe pensare lo stop della Commissione Affari costituzionali del Senato, che avrebbe dovuto dare questo pomeriggio il proprio parere sul testo Calabrò, parere rinviato invece al pomeriggio di martedì prossimo. D'altra parte, l'incostituzionalità del ddl balza agli occhi e non pochi dubbi sarebbero stati sollevati in commissione non solo dall'opposizione ma anche da una parte della maggioranza. Il presidente della Commissione Igiene e Sanità, Tomassini, ha detto che comunque loro vanno avanti con l'esame degli emendamenti e che non si fermerebbero neanche di fronte a un eventuale parere negativo.
Ieri, parole di buon senso erano state pronunciate ai microfoni del Tg3 dal presidente della Commissione Antimafia, il democristiano doc Giuseppe Pisanu, che si rifiuta di votare una legge simile: «Con la pretesa di disciplinare per legge il fine vita, si afferma la forza dello Stato sul valore della persona umana. Ma questo è in contrasto con l'articolo 2 della Costituzione, che prevede il primato della persona sullo Stato... Secondo me non dovrebbe esserci alcuna legge. Ed in casi delicati, come quello di cui parliamo, dovrebbero essere affidati alla volontà del paziente, se è in grado di intendere e volere, oppure alla valutazione, in scienza e coscienza, dei parenti e del medico, come sempre è avvenuto».
Già, «come sempre è avvenuto», senza scandalo di nessuno finché la questione non è stata politicizzata. Anche Pisanu quindi si iscrive al partito "nessuna legge".
Ma non è il caso di illudersi troppo. Ormai il latte è versato. Hanno voluto così fortemente una legge entrambi i fronti che, come spesso accade, avremo comunque una cattiva legge, che limita drasticamente gli spazi di libertà che fino a ieri erano sicuramente esercitati e, dopo i casi Welby ed Englaro, anche garantiti.
A questo punto, meglio che la legge sia il più palesemente possibile incostituzionale. Il mio timore infatti è che qualche improvvido emendamento (come quelli davvero pessimi del Pd e di Rutelli) possa introdurre qualche eccezione o altra diavoleria che senza rendere la legge meno brutta, cattiva e illiberale di quella che è, la renda però passabile di fronte a un eventuale giudizio della Corte costituzionale. A proposito, mi sembra saggia la posizione di Beppino Englaro sul da farsi dopo l'approvazione della legge. Mi pare che sia stato lui il solo a suggerire di percorrere la via della Consulta prima di buttarsi sul referendum, che purtroppo è uno strumento reso inutilizzabile.
Ieri, parole di buon senso erano state pronunciate ai microfoni del Tg3 dal presidente della Commissione Antimafia, il democristiano doc Giuseppe Pisanu, che si rifiuta di votare una legge simile: «Con la pretesa di disciplinare per legge il fine vita, si afferma la forza dello Stato sul valore della persona umana. Ma questo è in contrasto con l'articolo 2 della Costituzione, che prevede il primato della persona sullo Stato... Secondo me non dovrebbe esserci alcuna legge. Ed in casi delicati, come quello di cui parliamo, dovrebbero essere affidati alla volontà del paziente, se è in grado di intendere e volere, oppure alla valutazione, in scienza e coscienza, dei parenti e del medico, come sempre è avvenuto».
Già, «come sempre è avvenuto», senza scandalo di nessuno finché la questione non è stata politicizzata. Anche Pisanu quindi si iscrive al partito "nessuna legge".
Ma non è il caso di illudersi troppo. Ormai il latte è versato. Hanno voluto così fortemente una legge entrambi i fronti che, come spesso accade, avremo comunque una cattiva legge, che limita drasticamente gli spazi di libertà che fino a ieri erano sicuramente esercitati e, dopo i casi Welby ed Englaro, anche garantiti.
A questo punto, meglio che la legge sia il più palesemente possibile incostituzionale. Il mio timore infatti è che qualche improvvido emendamento (come quelli davvero pessimi del Pd e di Rutelli) possa introdurre qualche eccezione o altra diavoleria che senza rendere la legge meno brutta, cattiva e illiberale di quella che è, la renda però passabile di fronte a un eventuale giudizio della Corte costituzionale. A proposito, mi sembra saggia la posizione di Beppino Englaro sul da farsi dopo l'approvazione della legge. Mi pare che sia stato lui il solo a suggerire di percorrere la via della Consulta prima di buttarsi sul referendum, che purtroppo è uno strumento reso inutilizzabile.
Monday, February 23, 2009
H. Clinton in Cina per estendere la "partnership strategica". A che prezzo?
Il segretario di Stato americano Hillary Clinton riprende i rapporti con la Cina laddove li aveva lasciati il marito Bill da presidente nel 1998. Se con la crisi è d'obbligo riallacciare la "partnership strategica" sulle questioni economiche, l'ambizioso obiettivo della nuova amministrazione sembra essere quello di estendere la cooperazione con Pechino anche alle questioni di sicurezza. Alla base di questa scelta la convinzione che la crescita, l'apertura e l'interdipendenza economica favoriscano anche la libertà politica e le riforme democratiche, e che inducano inevitabilmente la Cina a comportarsi da "attore responsabile" del sistema internazionale.Una tesi messa in dubbio però da eventi anche molto recenti: la repressione in Tibet; il manifesto dei dissidenti Charta '08; gli scandali sanitari e alimentari; la scarsa collaborazione di Pechino in crisi come quella birmana o del Darfur. Soprattutto, non è ancora chiaro in che direzione l'esperimento del Partito comunista cinese – capitalismo senza democrazia – condurrà la Cina. Ancora più oscuro l'obiettivo della forsennata modernizzazione delle forze armate su cui Pechino investe sempre più risorse.
L'idea della "partnership strategica" sembra la stessa, ma i tempi sono cambiati. Se negli anni '90 il presidente Bill Clinton poteva muovere ottimisticamente i primi passi di questa partnership su un piano di indiscussa supremazia americana, nel contesto di oggi si tratta di fare di necessità virtù. Insomma, si va verso una partnership Usa-Cina "alla pari". Non è certo una buona notizia per la democrazia e i diritti umani.
L'amministrazione Bush è senz'altro criticabile per aver sostenuto solo a parole, e molto meno nei fatti, la democrazia e i diritti umani in paesi come la Cina e la Russia, ma è probabile che dalla nuova amministrazione non sentiremo più neanche le parole. Da un'indagine condotta dal Chicago Council on Global Affairs risulta che dopo gli otto anni di presidenza Bush, diversamente da quanto si possa credere, la reputazione dell'America in Asia è migliorata, il "soft power" Usa si è rafforzato, e l'atteggiamento dei cinesi stessi è più favorevole.
La Clinton ha evitato di parlare di diritti umani nei suoi colloqui con i leader cinesi. Pochi mesi fa, da senatrice, chiedeva al presidente Bush di boicottare la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici in segno di protesta per la repressione in Tibet e la scelta di Pechino di non esercitare la sua influenza sul governo sudanese per fermare il genocidio in Darfur. Alla vigilia del suo arrivo in Cina, l'annunciato cambio di approccio: i diritti umani non possono essere un ostacolo al dialogo tra i due paesi. «Le amministrazioni Usa e i governi cinesi che si sono succeduti hanno fatto passi avanti e indietro su questi temi, e dobbiamo continuare a fare pressioni. Ma le nostre pressioni non possono interferire con la crisi economica globale, i cambiamenti climatici, e le questioni di sicurezza», elevate quindi dalla Clinton a priorità nel dialogo con Pechino.
Tuttavia, oggi, a coloro che hanno a cuore i diritti umani e la democrazia come fattori di sicurezza, è richiesto un po' di sano pragmatismo. Non si può infatti negare l'amara realtà: la nazione più di ogni altra paladina dei diritti umani e della democrazia è in difficoltà. A causa di scelte politiche sbagliate o imprudenti del passato dipende dai suoi creditori. La Banca centrale cinese è il primo detentore di titoli pubblici americani. A settembre, la Cina ha scalzato il Giappone come primo creditore di Washington. Parliamo di somme stratosferiche.
Inevitabile che la questione del rifinanziamento del debito pubblico Usa fosse al centro della missione della Clinton, che ha portato a Pechino un messaggio chiaro: «Apprezziamo molto la costante fiducia del governo cinese verso i titoli del Tesoro americano. Sono certa che sia una fiducia ben riposta. America e Cina si riprenderanno dalla crisi economica e insieme guideremo la crescita mondiale».
Certo, si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per i loro debiti come la Cina dipende dai mercati americani per le sue esportazioni. Ma una guerra commerciale che aggravasse la depressione non aiuterebbe il progresso dei diritti umani e delle riforme politiche in Cina. I cinesi temono che l'esplosione del debito pubblico Usa possa provocare una caduta del dollaro, che decurterebbe il valore delle loro riserve, ma se non comprano i Buoni del Tesoro Usa emessi per pagare il piano anti-crisi e i salvataggi bancari, il mercato americano, sbocco principale delle esportazioni cinesi, non sarà più in grado di sostenere l'economia del gigante asiatico. Insomma, Stati Uniti e Cina si sorreggono a vicenda.
Non rimane che sperare che gli Stati Uniti affrontino con urgenza il problema del debito pubblico, riducendo la loro dipendenza dai creditori (e rivali) esteri e recuperando spazi di manovra nella loro politica estera e di sicurezza.
Riguardo i temi della sicurezza, ai quali l'amministrazione Obama vorrebbe estendere la cooperazione con Pechino, la Cina non è la Russia. Da produttore di gas e petrolio quest'ultima ha interesse a svolgere un ruolo destabilizzante per tenere alti i prezzi delle sue risorse, mentre Pechino ha tutto l'interesse a lavorare per la stabilità, per tenere bassi i prezzi delle risorse energetiche necessarie alla sua crescita tumultuosa.
Ma quale sarà il prezzo politico che la Cina chiederà agli Usa? Continuare a sostenere il debito americano è essenziale anche per l'economia cinese, ma la sua collaborazione su dossier come Afghanistan, Corea del Nord, e soprattutto Iran, potrebbe richiedere non solo il silenzio sui diritti umani, ma anche il sacrificio di Taiwan, un altro dei temi che pare la Clinton abbia tralasciato nei suoi colloqui pechinesi. Gli Stati Uniti vorrebbero che Pechino riducesse i propri investimenti in gas e petrolio iraniano per stringere la morsa su Teheran e costringere gli ayatollah ad abbandonare il programma nucleare. Da sempre i cinesi vorrebbero che gli americani cessassero di vendere armi a Taiwan.
Ma la crescente asimmetria di forze tra Taipei e Pechino, ovviamente a favore di quest'ultima, preoccupa gli analisti di difesa. Il direttore della National Intelligence, Dennis Blair, ha recentemente assicurato che Washington continuerà a fornire a Taiwan le necessarie armi difensive, in linea con il Taiwan Relations Act, per bilanciare il continuo rafforzamento del potenziale bellico cinese. Ma è indubbio che in assenza di un impegno forte da parte degli Stati Uniti a sostenere la democrazia e la sicurezza di Taiwan, le relazioni tra Pechino e Taipei sono destinate a peggiorare. Se venisse meno o si indebolisse il ruolo americano di garanzia e riequilibrio delle forze nello stretto, la Cina sarebbe in grado di soggiogare il popolo taiwanese e piegarlo alle sue volontà. Benzina sul fuoco del nazionalismo cinese e pericolosissima luce verde alle ambizioni imperialiste. Una linea rossa da non oltrepassare.
Avanti con il "vice-disastro"
Triste e patetico Franceschini. Se la Costituzione potesse tutelare la sua immagine, gli avrebbe già fatto causa. Il giuramento sulla Costituzione, accanto all'anziano e commosso padre ex partigiano, è la rappresentazione mediatica della linea che il nuovo già vecchio segretario ha intenzione di intraprendere nei prossimi mesi: antiberlusconismo, Resistenza, antifascismo. Una linea che forse riporterà alle urne i militanti più scalmanati ma certo non convincerà gli stessi elettori di sinistra che nutrono sempre più perplessità su un Pd incapace di risintonizzarsi sulle frequenze della realtà.
La definizione più appropriata del nuovo segretario del Pd è opera di Matteo Renzi, presidente della provincia di Firenze e oggi, dopo il successo alle primarie, candidato a sindaco della città: «Se Veltroni è stato un disastro, non si elegge il vicedisastro per gestire la transizione».
Non si sono fatte le primarie, spiega Renzi a La Stampa, perché piacciono «finché le puoi gestire». Quando si scopre, come nel suo caso, che «non sempre vincono gli aficionados del gruppo dirigente, allora si comincia a dubitarne». In politica, aggiunge, «ci vuole coraggio. A me hanno detto "tu rifai il presidente della provincia", come a dire "ti piazziamo". Io ho deciso di giocare tutte le mie carte sul Comune dicendo che se perdo torno al mio lavoro, ma non mi faccio "piazzare" da nessuno. E' stato apprezzato». Oggi la cooptazione «non funziona più, i meccanismi sono cambiati. O prendiamo il vento nuovo o saremo spazzati via».
La definizione più appropriata del nuovo segretario del Pd è opera di Matteo Renzi, presidente della provincia di Firenze e oggi, dopo il successo alle primarie, candidato a sindaco della città: «Se Veltroni è stato un disastro, non si elegge il vicedisastro per gestire la transizione».
Non si sono fatte le primarie, spiega Renzi a La Stampa, perché piacciono «finché le puoi gestire». Quando si scopre, come nel suo caso, che «non sempre vincono gli aficionados del gruppo dirigente, allora si comincia a dubitarne». In politica, aggiunge, «ci vuole coraggio. A me hanno detto "tu rifai il presidente della provincia", come a dire "ti piazziamo". Io ho deciso di giocare tutte le mie carte sul Comune dicendo che se perdo torno al mio lavoro, ma non mi faccio "piazzare" da nessuno. E' stato apprezzato». Oggi la cooptazione «non funziona più, i meccanismi sono cambiati. O prendiamo il vento nuovo o saremo spazzati via».
L'Iran vicino alla bomba
Preoccupanti le recenti ammissioni dell'Aiea, che in un rapporto datato 19 febbraio sostiene che Teheran possiede ormai una quantità sufficiente di uranio arricchito per realizzare un ordigno atomico e potrebbero bastargli pochi mesi per diventare una potenza nucleare, raggiungendo quella soglia detta "nuclear breakout capability", la capacità potenziale di costruire un ordigno nucleare.
Valutazioni condivise da un esperto di lungo corso del programma nucleare iraniano, David Albright, presidente dell'Institute for Science and International Security. Intervistato da Bernard Gwertzman, del Council on Foreign Relations, ha confermato che il 2009 potrebbe essere l'anno decisivo per l'atomica iraniana. Entro quest'anno l'Iran accumulerà sufficiente uranio arricchito per raggiungere il primo livello di "breakout capability".
Paradossalmente - ha aggiunto - potrebbe non aver uranio sufficiente per il programma nucleare civile. Ma anche se rimanessero senza uranio, ne avrebbero comunque a sufficienza per produrre una decina di bombe. E' un problema - avverte - perché una volta che l'Iran raggiungesse la capacità potenziale di fabbricare un ordigno, potrebbe decidere di arrivare ad avere armi nucleari abbastanza velocemente. In qualche mese. E se ci riuscissero, non lo farebbero certo nella ben nota centrale di Natanz. Più probabilmente sposterebbero l'uranio arricchito in un impianto di cui non sapremmo nulla. E in questo impianto segreto, gli iraniani produrrebbero l'uranio a gradazione per le bombe. Quindi, se volessimo colpire militarmente, non sapremmo dove bombardare.
Dunque, il tema del 2009 sembra essere quando, e non se, l'Iran raggiungerà la soglia cosiddetta "breakout capability". Potrebbe essere molto presto. E ciò - conclude David Albright - dovrebbe spingere gli Stati Uniti a imporre sanzioni più dure, ma anche ad aprire con l'Iran negoziati diretti ad ampio spettro.
Valutazioni condivise da un esperto di lungo corso del programma nucleare iraniano, David Albright, presidente dell'Institute for Science and International Security. Intervistato da Bernard Gwertzman, del Council on Foreign Relations, ha confermato che il 2009 potrebbe essere l'anno decisivo per l'atomica iraniana. Entro quest'anno l'Iran accumulerà sufficiente uranio arricchito per raggiungere il primo livello di "breakout capability".
Paradossalmente - ha aggiunto - potrebbe non aver uranio sufficiente per il programma nucleare civile. Ma anche se rimanessero senza uranio, ne avrebbero comunque a sufficienza per produrre una decina di bombe. E' un problema - avverte - perché una volta che l'Iran raggiungesse la capacità potenziale di fabbricare un ordigno, potrebbe decidere di arrivare ad avere armi nucleari abbastanza velocemente. In qualche mese. E se ci riuscissero, non lo farebbero certo nella ben nota centrale di Natanz. Più probabilmente sposterebbero l'uranio arricchito in un impianto di cui non sapremmo nulla. E in questo impianto segreto, gli iraniani produrrebbero l'uranio a gradazione per le bombe. Quindi, se volessimo colpire militarmente, non sapremmo dove bombardare.
Dunque, il tema del 2009 sembra essere quando, e non se, l'Iran raggiungerà la soglia cosiddetta "breakout capability". Potrebbe essere molto presto. E ciò - conclude David Albright - dovrebbe spingere gli Stati Uniti a imporre sanzioni più dure, ma anche ad aprire con l'Iran negoziati diretti ad ampio spettro.
Israele alla ricerca di un governo di centro-destra
La Livni continua a resistere alle avances di Netanyahu, incaricato dal presidente Peres di formare un governo di larghe intese. Il partito centrista Kadima, infatti, è uscito vittorioso dalle elezioni politiche della scorsa settimana, ma per un solo seggio, e per la prima volta nella storia di Israele il primo ministro potrebbe non essere il leader del partito che ha più seggi alla Knesset, il Parlamento israeliano.
Bisognerà vedere se le resistenze della Livni sono finalizzate a far fallire il tentativo di Netanyahu e a convincere il presidente Peres a revocargli l'incarico, affidandolo alla stessa leader di Kadima, oppure fanno parte di un "balletto" per non perdere la faccia con i suoi elettori, e di un gioco delle parti per ottenere un compromesso più favorevole a Kadima negli equilibri del nuovo esecutivo.
Di sicuro la Livni è riuscita a far sopravvivere Kadima dopo i disastri di Olmert attingendo voti dai partiti alla sua sinistra, convincendo i loro elettori che i voti per lei erano voti contro Netanyahu, ma senza dubbio Hamas e la guerra del 2006 in Libano hanno spostato l'elettorato israeliano a destra. Visto con gli occhi degli israeliani, i ritiri unilaterali dal Sud del Libano e dalla Striscia di Gaza hanno prodotto più vulnerabilità e non la pace.
Secondo David Makovsky, del Washington Institute for Near East Policy, Netanyahu avrebbe in mente una "pace economica" con i palestinesi. I suoi consiglieri spiegano privatamente che le sue idee su come sviluppare le istituzioni palestinesi - senza istituzioni palestinesi forti e legittimate non può esservi una pace duratura - coincidono con quelle dell'inviato del Quartetto, Tony Blair. Un accordo di pace definitivo con i palestinesi rimane improbabile nei prossimi 5 anni, anche perché ci vorrà tempo per rafforzare le istituzioni palestinesi. Ma nel frattempo l'idea è di demarcare il confine tra Israele e la Cisgiordania. Anche se tutte le questioni non potranno essere risolte, una demarcazione dei confini porrebbe fine all'ambiguità sugli insediamenti, definendo quali territori faranno parte di Israele e quali di un futuro Stato palestinese.
Secondo Michael Oren, l'opinione pubblica israeliana è disillusa. Ha capito che il conflitto non riguarda più il 1967, ma piuttosto il 1948. In altre parole, il conflitto non è più per le terre, ma minaccia l'esistenza stessa di Israele. Il principio "terra in cambio di pace" è stato screditato quando il disimpegno di Israele dal Sud del Libano e da Gaza ha prodotto il lancio di razzi, non la pace. In questo momento Israele vuole evitare attriti con gli Stati Uniti per facilitare la cooperazione sul tema del nucleare iraniano. Sulla questione iraniana infatti i rapporti tra Stati Uniti e Israele potrebbero conoscere il momento di maggiore tensione della storia recente tra i due paesi. Obama è orientato a rilanciare i negoziati, forse diretti, con l'Iran, ma in Israele sono tutti altamente scettici. E questo scetticismo è una delle poche cose su cui concordano tutti i principali attori politici in Israele.
Bisognerà vedere se le resistenze della Livni sono finalizzate a far fallire il tentativo di Netanyahu e a convincere il presidente Peres a revocargli l'incarico, affidandolo alla stessa leader di Kadima, oppure fanno parte di un "balletto" per non perdere la faccia con i suoi elettori, e di un gioco delle parti per ottenere un compromesso più favorevole a Kadima negli equilibri del nuovo esecutivo.
Di sicuro la Livni è riuscita a far sopravvivere Kadima dopo i disastri di Olmert attingendo voti dai partiti alla sua sinistra, convincendo i loro elettori che i voti per lei erano voti contro Netanyahu, ma senza dubbio Hamas e la guerra del 2006 in Libano hanno spostato l'elettorato israeliano a destra. Visto con gli occhi degli israeliani, i ritiri unilaterali dal Sud del Libano e dalla Striscia di Gaza hanno prodotto più vulnerabilità e non la pace.
Secondo David Makovsky, del Washington Institute for Near East Policy, Netanyahu avrebbe in mente una "pace economica" con i palestinesi. I suoi consiglieri spiegano privatamente che le sue idee su come sviluppare le istituzioni palestinesi - senza istituzioni palestinesi forti e legittimate non può esservi una pace duratura - coincidono con quelle dell'inviato del Quartetto, Tony Blair. Un accordo di pace definitivo con i palestinesi rimane improbabile nei prossimi 5 anni, anche perché ci vorrà tempo per rafforzare le istituzioni palestinesi. Ma nel frattempo l'idea è di demarcare il confine tra Israele e la Cisgiordania. Anche se tutte le questioni non potranno essere risolte, una demarcazione dei confini porrebbe fine all'ambiguità sugli insediamenti, definendo quali territori faranno parte di Israele e quali di un futuro Stato palestinese.
Secondo Michael Oren, l'opinione pubblica israeliana è disillusa. Ha capito che il conflitto non riguarda più il 1967, ma piuttosto il 1948. In altre parole, il conflitto non è più per le terre, ma minaccia l'esistenza stessa di Israele. Il principio "terra in cambio di pace" è stato screditato quando il disimpegno di Israele dal Sud del Libano e da Gaza ha prodotto il lancio di razzi, non la pace. In questo momento Israele vuole evitare attriti con gli Stati Uniti per facilitare la cooperazione sul tema del nucleare iraniano. Sulla questione iraniana infatti i rapporti tra Stati Uniti e Israele potrebbero conoscere il momento di maggiore tensione della storia recente tra i due paesi. Obama è orientato a rilanciare i negoziati, forse diretti, con l'Iran, ma in Israele sono tutti altamente scettici. E questo scetticismo è una delle poche cose su cui concordano tutti i principali attori politici in Israele.
Thursday, February 19, 2009
Spiegateci com'è stato possibile
Il dibattito di questi giorni sulle ronde spontanee mi sembra davvero surreale. Se un gruppo di cittadini vuol farsi una passeggiata notturna portando con sé i cellulari, non ci vedo niente di male. Non violano alcuna legge, ma proprio per questo fa ridere anche che si vogliano prevedere queste "ronde" per decreto. Qual è in questo caso la necessità e l'urgenza di prevedere per decreto qualcosa che già si può fare, se non quella di un'assurda burocratizzazione delle passeggiate notturne?
Invece di sprecare tempo e sforzi in questi inutili dibattiti, bisognerebbe cercare di capire com'è possibile che non riusciamo ad espellere un immigrato nemmeno dopo una condanna per reati comuni. Il rumeno che ha confessato lo stupro della Caffarella aveva un curriculum criminale di un certo rilievo: due arresti per rapina con lesioni e furto aggravato; una denuncia per ricettazione; una condanna a cinque mesi di carcere, emessa l'8 febbraio 2008. Non secoli fa.
Eppure, un giudice onorario del tribunale civile di Bologna (ma scriviamo il nome del genio, che se lo merita: Mariangela Gentile) ha pensato bene di annullare il provvedimento di espulsione del prefetto di Roma, ritenendo che arresti, denuncia e condanna non fossero elementi sufficienti «a integrare l'ipotesi della minaccia concreta, effettiva e grave ai diritti fondamentali della persona ovvero all'incolumità pubblica, e tali da determinare l'ulteriore permanenza sul territorio incompatibile con la civile e sicura convivenza». Un anno dopo il soggetto stuprava una ragazzina di 14 anni, delitto che speriamo con tutto il cuore rimanga a vita sulla coscienza della signora Mariangela.
Spiegateci com'è stato possibile. Innanzitutto, è discutibile che a giudici non di carriera venga attribuito il potere di annullare provvedimenti che riguardano direttamente la sicurezza dei cittadini. Dovrebbero occuparsi solo di materia civile o, quanto meno, dovrebbero essere eletti dalle comunità locali.
Il quadro che ne esce in ogni caso è di una estrema farraginosità burocratica delle espulsioni dei criminali stranieri dal nostro territorio. Siamo ben oltre il tema dell'immigrazione clandestina, e forse non servono neanche nuove leggi o nuovi reati. Non m'importa come, ma servono sicuramente procedure meno confuse per cacciare a calci in culo e all'istante anche chi ruba solo una caramella. Basta fare i duri a parole.
Invece di sprecare tempo e sforzi in questi inutili dibattiti, bisognerebbe cercare di capire com'è possibile che non riusciamo ad espellere un immigrato nemmeno dopo una condanna per reati comuni. Il rumeno che ha confessato lo stupro della Caffarella aveva un curriculum criminale di un certo rilievo: due arresti per rapina con lesioni e furto aggravato; una denuncia per ricettazione; una condanna a cinque mesi di carcere, emessa l'8 febbraio 2008. Non secoli fa.
Eppure, un giudice onorario del tribunale civile di Bologna (ma scriviamo il nome del genio, che se lo merita: Mariangela Gentile) ha pensato bene di annullare il provvedimento di espulsione del prefetto di Roma, ritenendo che arresti, denuncia e condanna non fossero elementi sufficienti «a integrare l'ipotesi della minaccia concreta, effettiva e grave ai diritti fondamentali della persona ovvero all'incolumità pubblica, e tali da determinare l'ulteriore permanenza sul territorio incompatibile con la civile e sicura convivenza». Un anno dopo il soggetto stuprava una ragazzina di 14 anni, delitto che speriamo con tutto il cuore rimanga a vita sulla coscienza della signora Mariangela.
Spiegateci com'è stato possibile. Innanzitutto, è discutibile che a giudici non di carriera venga attribuito il potere di annullare provvedimenti che riguardano direttamente la sicurezza dei cittadini. Dovrebbero occuparsi solo di materia civile o, quanto meno, dovrebbero essere eletti dalle comunità locali.
Il quadro che ne esce in ogni caso è di una estrema farraginosità burocratica delle espulsioni dei criminali stranieri dal nostro territorio. Siamo ben oltre il tema dell'immigrazione clandestina, e forse non servono neanche nuove leggi o nuovi reati. Non m'importa come, ma servono sicuramente procedure meno confuse per cacciare a calci in culo e all'istante anche chi ruba solo una caramella. Basta fare i duri a parole.
Serve un bagno di realtà
Lasciarsi «assalire dalla realtà», scegliere «la realtà e non i sacerdoti di una "correttezza" politica sempre più vuota». E' il saggio consiglio che oggi, sul Corriere, Pierluigi Battista dà al Pd. Sapranno farne tesoro? Ne dubito fortemente.
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