Monday, July 31, 2006

La strage di Cana firmata Hezbollah

29 settembre 2004: 2 bambini uccisi e altre 12 israeliani feriti in un attacco di razzi Hezbollah sulla cittadina di Sederot (foto dal sito: www.inhonor.net)Hezbollah ottiene il primo successo militare e politico dall'inizio della crisi. Con la complicità di Beirut, degli europei, dell'Onu e dei media. Per Israele non è il momento di fermarsi (foto di vittime israeliane dal sito inhonor.net)

Non scopriamo oggi, dopo la strage di Cana, che la guerra è cosa orribile. Eppure sembrano scoprirlo oggi, non dopo anni di intifade, kamikaze, missili, incursioni e attacchi di Hezbollah, i molti Soloni - il governo libanese, gli europei, l'Onu di Kofi Annan, i media - che condannano Israele rendendosi strumenti, più o meno consapevoli, della strategia di Hezbollah. Le vittime civili fanno parte, purtroppo, di ogni guerra, per quanto "intelligenti" siano le bombe. Le città israeliane sono le prime a saperlo. Ma l'unica «sproporzione», di cui poco si parla, è tra chi, per propria ammissione, cerca la morte del numero maggiore possibile di civili e chi cerca di evitarla.

Hezbollah usa la popolazione civile come scudo umano. E' una tattica deliberata. I camion da cui partono i missili contro il territorio israeliano si nascondono nei garage di edifici civili. Le palazzine vengono adibite a veri e propri arsenali di missili e armi leggere, quando non a postazioni dei terroristi. Le famiglie che vi abitano sono costrette con la forza, comprate con il denaro, o convinte dalla causa di Nasrallah. Spesso sono costrette a rimanere nelle loro case anche quando l'esercito israeliano fa piovere i volantini con i quali avverte degli imminenti bombardamenti.

Libero pensiero riporta le parole di Paeta Hess-von Kruendener, uno degli osservatori Onu rimasti uccisi accidentalmente in un raid israeliano in Libano, che poco prima della sua morte aveva denunciato i terroristi Hezbollah che «si aggirano attorno alle nostre postazioni» usandole come «scudi», chiarendo che i colpi degli israeliani nelle vicinanze delle postazioni Onu «non sono deliberatamente mirati su di noi, bensì dovuti a necessità tecniche». Il sito dell'esercito israeliano e quello del Ministero degli Esteri hanno diffuso ricostruzioni e video nei quali si vedono gli Hezbollah sparare missili dal villaggio di Cana e usare abitazioni civili come scudi.

La morte di civili innocenti è responsabilità diretta di Hezbollah esattamente come i morti di Dresda furono responsabilità diretta del nazismo. Qual è il criterio morale che una nazione aggredita dovrebbe seguire per difendersi? Quello dell'auto-difesa, sostengono gli oggettivisti, non quello della "guerra giusta". L'auto-difesa, spiega Stefano Magni in un recente articolo su L'Opinione, «mira prima di tutto ad ottenere la sicurezza dei propri cittadini tramite una sconfitta decisiva dell'aggressore», minimizzando le propria perdite. Scrivono Brook ed Epstein: «Ripristinare completamente la protezione dei diritti individuali e dunque il ritorno a una vita normale in seguito alla completa eliminazione della minaccia esterna».
«Ayn Rand riteneva che la morte di civili innocenti fosse sempre responsabilità dell'aggressore: la morte di centinaia di migliaia di tedeschi sotto le bombe alleate non è imputabile tanto ai comandi alleati, quanto a Hitler, che li ha trascinati nel suo folle progetto di conquista. Ed anche ai civili tedeschi stessi, che invece di ribellarsi hanno preferito seguire acriticamente il loro capo. Questo discorso vale ancor di più nelle guerre mediorientali, dove gruppi di terroristi usano la popolazione (che in molti casi li osanna) come un vero e proprio scudo umano...».
E' una deliberata strategia che consiste nell'attirare Israele in trappole come quella di Cana. Per Hezbollah è il primo successo militare e politico dall'inizio della crisi. Massimizzando le perdite tra la popolazione libanese, Hezbollah fomenta l'odio contro Israele e suscita solidarietà nei confronti delle sue azioni. Sfruttando episodi del genere, scientemente organizzati, e il loro devastante impatto mediatico, ma confidando anche nell'ipocrisia, nel migliore dei casi, e nella malafede, nel peggiore, degli europei e delle organizzazioni internazionali, ha ottenuto il risultato politico dell'isolamento, seppure parziale e momentaneo, di Israele, e quello militare di una sensibile limitazione dei bombardamenti per 48 ore.

Dopo Cana, infatti, il premier libanese Siniora si è rifiutato di incontrare la Rice, ha chiesto la «fine immediata delle ostilità» ed ha addirittura ringraziato gli Hezbollah per la «difesa del territorio». Presa di posizione che mette in difficoltà Washington, che sin dall'inizio della crisi ha cercato una soluzione che puntasse sul rafforzamento del governo libanese, espressione e speranza di una fragile democrazia, e di quello israeliano.

Eppure, almeno le cancellerie europee dovrebbero sapere come stanno le cose, ma invece di denunciare al mondo il gioco sporco di Hezbollah, si uniscono al coro di condanne a Israele alimentando i peggiori "umori" anti-israeliani delle opinioni pubbliche occidentali.

A descrivere con esattezza la tattica di Hezbollah è Alan Dershowitz, oggi su La Stampa:
«Gli Hezbollah hanno imparato a usare le vittime civili come scudo e spada contro le democrazie. Vincono ogni volta che uccidono un civile israeliano... E vincono ogni volta che spingono Israele a sparare uccidendo civili libanesi. Questa cinica manipolazione delle vittime viene accettata dai media e dalle organizzazioni internazionali, che continuano a condannare Israele per l'uccisione di libanesi piazzati intenzionalmente sulla linea del fuoco dagli Hezbollah».
Entrambe le opzioni appaiono perdenti:
«Se la democrazia non fa nulla, i terroristi continuano a sparare impuniti. Se la democrazia reagisce e produce vittime civili, i terroristi ottengono una vittoria propagandistica concentrando l'attenzione del mondo su questi morti uccisi dal loro nemico».
Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, al termine di una lunga riunione convocata d'urgenza ieri sera, si è detto «estremamente colpito e scioccato» dalla strage di Cana, ma grazie all'opposizione degli Usa, pronti ad esercitare il diritto di veto, non l'ha condannata esplicitamente, né ha chiesto un cessate-il-fuoco «immediato», come volevano, su proposta francese, tutti i paesi membri. Il Consiglio di Sicurezza avrebbe dovuto riunirsi, certo, ma per dichiarare i terroristi di Hezbollah, e non Israele, criminali di guerra.
«Nessuna persona protetta [non combattente] potrà essere utilizzata per mettere, con la sua presenza, determinati punti o determinate regioni al sicuro dalle operazioni militari». (Geneva Convention Relative to the Protection of Civilian Persons in Time of War, August 12, 1949, 6 U.S.T. 3516, 75 U.N.T.S. 287, art. 28).
Invece, le condanne rivolte a Israele da quello strano e ambiguo Ente morale che è la comunità internazionale, dalle organizzazioni per i diritti umani e dai media, non fanno che legittimare la tattica degli Hezbollah e incoraggiarli a proseguire. Se si ritiene che Israele produca troppe vittime civili, allora sia la comunità internazionale a incaricarsi di disarmare gli Hezbollah e di far rispettare la risoluzione 1559 dell'Onu, con minor numero di vittime e maggiore «proporzionalità».

Ora è tregua dei bombardamenti aerei per 48 ore, ma fino a un certo punto. Quella di Israele è una tregua finta, poco più che simbolica. E' stata concessa un po' cedendo alle reazioni internazionali di condanna per la strage di Cana, e un po' anche per non lasciare che la Rice facesse ritorno a Washington a mani vuote. Tuttavia, la tregua non risparmia gli obiettivi considerati direttamente legati a Hezbollah in caso di pericolo imminente per Israele, come ha chiarito una fonte governativa citata dal quotidiano Ha'aretz: «L'aeronautica israeliana ha ricevuto l'ordine di continuare le azioni contro gli obiettivi che rappresentano una minaccia per Israele e il suo esercito, compresi i lanciarazzi, i veicoli che trasportano munizioni, i militanti di Hezbollah, i depositi di armi e le persone legate a Hezbollah». Con «persone legate a Hezbollah» si intendono tutti i combattenti del movimento che si riconoscono nella linea del loro leader. La tregua riguarda i raid «su edifici che non sono stati identificati» come posti dai quali possano partire «attacchi contro Israele o che nascondano munizioni, combattenti Hezbollah o loro comandanti».

«Israele non può e non deve accettare un cessate-il-fuoco immediato in Libano. Gli estremisti rialzerebbero la testa e tra pochi mesi saremo daccapo. L'offensiva di terra contro Hezbollah si espanderà, in misura tale che cambierà il volto dell'intera regione», ha spiegato il ministro della Difesa israeliano, Amir Peretz, alla Knesset.

«Quanto tempo ci vorrà ancora prima di convincerci che una pace durevole non sarà mai il prodotto di un negoziato regionale, che solo una vittoria politica, diplomatica e militare contro i regimi del terrore potrà sconfiggere l'offensiva islamista?», si chiede Giuliano Ferrara nell'editoriale di oggi.

Friday, July 28, 2006

All'Onu ricomincia il duello diplomatico Francia-Usa

Si sono incontrati oggi a Washington Bush e Blair per discutere della risoluzione che il Consiglio di Sicurezza dovrà approvare sulla crisi libanese. Domani la Rice sarà di nuovo in Medio Oriente, probabilmente per annunciare alle parti le soluzioni emerse nell'incontro di oggi. Ribaditi gli obiettivi: una forza di stabilizzazione che sotto mandato Onu si dispieghi nella zona cuscinetto che l'esercito israeliano sarà riuscito a creare al confine e aiuti l'esercito libanese a disarmare Hezbollah e a prendere il controllo del sud del Libano.

Il problema è che mentre Stati Uniti e Gran Bretagna pensano a un forza capace, se necessario, di combattere, come l'Isaf impegnata in Afghanistan, i francesi - che all'Onu si sono già mossi facendo circolare tra i membri permanenti una loro bozza di risoluzione - sebbene a parole condividano gli obiettivi del disarmo di Hezbollah e della piena sovranità del governo libanese sul suo territorio, pensano a una forza più di "osservatori" e garanti della tregua e vorrebbero che ci fosse «un accordo politico fra tutte le parti coinvolte» prima di inviare i soldati sul terreno, per evitare di «ripetere gli errori commessi in Iraq». Il problema è che per realizzarsi «un accordo politico fra tutte le parti coinvolte» Hezbollah dovrebbe essere favorevole al suo disarmo, e dovrebbero esserlo anche Iran e Siria, il che è altamente improbabile ed è difficile credere che a Parigi non se ne rendano conto.

Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, con il suo giro di valzer ieri al Senato - dove ha parlato di una forza multinazionale «non di osservatori», ma «di sicurezza», però «non una truppa combattente, perché non vogliamo andare a fare la guerra», ma che sia «consistente» - sembra condividere più l'idea francese rispetto ai compiti della forza internazionale.

Nel frattempo, in quel di Damasco, il responsabile per la sicurezza nazionale iraniana, Ali Larijani, ha incontrato oggi il capo di Hamas, Khaled Meshaal, che ha anche incontrato il vice presidente siriano Farouk al-Shara. Ieri, pare che gli stessi incontri li abbia avuti a Damasco il leader di Hezbollah, Nasrallah. Vertici di guerra, dunque, dell'Asse siro-iraniano con i suoi eserciti irregolari. Il messaggio partito da Bush e Blair a Siria e Iran è chiaro e suona come ultimativo: «Possono scegliere di essere membri responsabili della comunità internazionale oppure possono rischiare di accentuare il confronto».

Ieri, in un articolo su National Review, Emanuele Ottolenghi è tornato sulla necessità del disarmo di Hezbollah come unica soluzione alla crisi: «Una soluzione diplomatica che non includa il totale e completo disarmo di Hezbollah non sarebbe una soluzione». Dunque, il messaggio da lanciare alla leadership della milizia sciita e ai suoi sponsor a Teheran e Damasco, dovrebbe essere inequivoco: «Disarma o muori».
Both at home and abroad, history proves that engaging extremists doesn't pay, unless extremists give up their extreme goals first. Whenever radical political parties espousing extreme ideologies have been allowed to maintain a militia of their own, they have not used it for democratic and peaceful means. Instead they have challenged the state's central authority and pursued their own revolutionary agenda. Whenever extremists have been co-opted, they have brought their extremism into government and ended up hijacking the political process for their own nefarious ends. (...)
A diplomatic solution that does not include Hezbollah's full and final disarmament is no solution. There already exists a mechanism to pacify Lebanon, help its central government assert itself, and avoid future confrontation with Israel. That is U.N. Security Council resolution 1559, which demands that all militias in Lebanon be disarmed.

Anti-israeliana l'ultima cifra ideologica dello zapaterismo

E Daniel Pipes parla della "coalizione" araba anti-Hezbollah

Enzo Reale (1972) racconta su L'Opinione lo zapaterismo visto dalla Spagna:
«Dal ritiro delle truppe dall'Iraq alle amicizie pericolose con i caudillos sudamericani, dal negoziato con i terroristi di ETA al cedimento ai ricatti del nazionalismo, l'azione di governo socialista si è rivelata un rapido ed inesorabile allontanamento dai principi cardine della democrazia liberale».
La posizione anti-israeliana assunta dal governo spagnolo e dal partito socialista (PSOE) nella crisi libanese, di cui avevamo parlato nei giorni scorsi su Notizie Radicali, è «solo l'ultima dimostrazione della sostanza ideologica dello zapaterismo. (...) Una scelta di parte inequivocabile che allontana la Spagna non solo dalle posizioni di alleati storici di Israele come gli Usa, ma anche da quelle ambigue e tendenzialmente filo-arabe della diplomazia europea».

Nell'articolo di Reale c'è anche un interessante accenno, che speriamo vorrà approfondire in un prossimo intervento, al paradosso di un governo socialista che pratica una politica di apertura nei confronti dei nazionalismi, interni ed esterni.

Sempre L'Opinione di oggi ospita la traduzione di un articolo di Daniel Pipes per il Jerusalem Post, nel quale si spiega come importanti paesi arabi e sunniti temano «l'avanzata islamista» guidata da Teheran, sia come rischio di rovesciamento interno dei loro regimi, sia come aggressione diretta dall'esterno.
«Il ciclo di ostilità in corso tra Israele e i suoi nemici si differenzia dai precedenti conflitti giacché non si tratta di una guerra arabo-israeliana, bensì di ostilità che contrappongono l'Iran e i suoi emissari – Hamas e Hezbollah - ad Israele. Ciò denota, innanzitutto, un crescente potere dell'Islam radicale».
Questa minaccia «li induce a dover affrontare pressappoco gli stessi demoni che Israele si ritrova a dover fronteggiare. Pertanto, la loro ponderata reazione antisionista è tenuta a freno. Sarebbe nata ciò che Khaled Abu Toameh, sullo stesso Jerusalem Post, ha definito una «coalizione anti-Hezbollah tacitamente favorevole a Israele», di cui fanno parte Arabia Saudita, Egitto e Giordania, e gli altri più piccoli staterelli del Golfo.

Tuttavia, come avverte Michael Rubin, sul Wall Street Journal, l'indifferenza nei confronti di Hezbollah non implica l'accettazione di Israele: «Non ci sono ripensamenti a Riad, al Cairo o in Kuwait». I principi sauditi finanziano ancora il terrorismo islamista. «Il disconoscimento arabo di Hezbollah non rappresenta una piattaforma sulla quale edificare, ma è solo un gradito barlume di realismo in una epoca di irrazionalità».

Fai Notizia, giornalismo partecipativo

Radio Radicale punta sul concetto di giornalismo partecipativo e lancia l'iniziativa Fai Notizia, un portale in stile Web 2.0 che mira a diventare un punto di riferimento nell'Internet italiana... S'ispira direttamente a Newsvine.com, un aggregatore di contenuti prodotti da cosiddetti "reporter diffusi", sparsi per il pianeta... e cavalca l'onda del fenomeno partecipativo, seguendo l'ideale della rivoluzione informativa innescata da Internet: "La chiave di questa rivoluzione è la capacità della Rete di consentire la partecipazione attiva delle persone che eravamo abituati a indicare con la parola audience", riferisce il responsabile di RadioRadicale.it, Diego Galli.

Fonte: Punto Informatico

E' già possibile registrarsi per la versione beta di Fai Notizia

Thursday, July 27, 2006

D'Alema fa l'americano, ma è nato in Italì

Very confident. Massimo D'Alema con Condoleezza RiceL'Italia di Prodi partecipe del disegno americano per il Medio Oriente? Per ora, c'è la disponibilità a una missione militare di non minore importanza e minor rischi di quelle in Afghanistan e in Iraq

Insomma, ieri D'Alema avrebbe tratto in salvo Condoleezza Rice, assediata dagli altri ministri degli Esteri tutti favorevoli alla richiesta di un cessate-il-fuoco immediato, come richiesto dai francesi. E' forse una ricostruzione esagerata. Nessuno dubita che la Rice seppia ben difendersi e contrattaccare da sola. Ma certo non si può non riconoscere a D'Alema di essersi ben schierato, alla fine, lavorando a un testo finale del vertice pragmaticamente più vicino alle posizioni americane che a quelle francesi.

Le cronache dicono che D'Alema s'è disimpegnato alla grande, tra l'inglese e il francese, oscurando la figura di Prodi, come sempre piuttosto insonnolito. Il suo cinismo gli permette di passare per idolo della sinistra anti-americana, anti-israeliana, pacifista, e allo stesso tempo per interlocutore affidabile di Washington. E' indubbio per chi batta il cuore di D'Alema: non ama gli americani, disprezza gli anti-americani, gestisce il potere. Gli americani, che sono pragmatici, finiscono per considerarlo affidabile e questo è un bene per l'Italia, ma un male per la sinistra, che avrebbe bisogno di leader che si battano con convinzione per liberarla dagli umori forcaioli, pacifisti e anti-israeliani oggi largamente maggioritari.

Il feeling tra la Rice e D'Alema, fondato sul realismo, «ha portato qualcosa ad entrambi», scrive oggi Minzolini su La Stampa. A D'Alema «l'opportunità di organizzare un incontro importante, sotto i riflettori di tutto il mondo, soffiandolo ai francesi che sono furiosi». E la regia italiana del vertice ha soddisfatto Washington: accordo di fondo per una forza internazionale in Libano; pressing sulla Siria. E quando francesi e americani hanno discusso sul carattere da attribuire alla richiesta di una tregua (se immediata, o urgente), pare sia stato D'Alema a mettere d'accordo tutti: «Lavoriamo immediatamente per arrivare ad una tregua urgente».

L'Italia di D'Alema, nonostante la netta discontinuità dalla politica estera di Berlusconi, alleato degli Usa in modo più profondo e ideologico, sembra comunque poter essere partecipe, seppure in modo più realista, del tentativo americano di costruzione di un «nuovo Medio Oriente».

Il Governo, nei giorni scorsi, aveva frettolosamente offerto la propria disponibilità, ansioso di fare bella figura, a partecipare a una forza multinazionale in Libano. Nonostante siano via via emerse la complessità e i potenziali rischi dell'impegno, considerando anche l'instabilità interna del governo Prodi, che non ha una maggioranza in politica estera, D'Alema ha ribadito la disponibilità dell'Italia a far parte della forza internazionale. E se dovesse effettivamente essere dispiegata, non sarà una missione di minore importanza e con minor rischi di quelle in Afghanistan e in Iraq.

Già più ambigue le parole pronunciate oggi da D'Alema al Senato: una forza multinazionale «non di osservatori», ma «di sicurezza», però «non una truppa combattente, perché non vogliamo andare a fare la guerra», ma che sia «consistente». Evvai con le danze...

Tra i commenti di oggi sull'esito della Conferenza di Roma, Stefano Folli, su Il Sole24Ore, mi pare l'unico che abbia visto «nel braccio di ferro» fra americani e francesi «lo snodo cruciale della conferenza», esattamente nei termini da me indicati nel post di commento "a caldo". Folli ha riconosciuto a D'Alema, che ha avuto un ruolo attivo nei lavori, il merito di aver «contribuito a mettere a punto la dichiarazione finale, il cui tono è in sintonia con il punto di vista degli Stati Uniti anziché con quello della Francia».

La differenza tra il ministro degli Esteri di Parigi, che insisteva sulla formula del cessate-il-fuoco «immediato», e il Segretario di Stato americano, per promuovere «con urgenza» le condizioni in grado di consentire una tregua duratura, «non era questione di sfumature ma di sostanza». La prima formula, quella francese, assecondava la posizione dei Paesi arabi, compresi gli assenti Siria e Iran, ed era volta a mettere Israele «con le spalle al muro». Un'«immediata» fine dell'offensiva contro Hezbollah significherebbe una sconfitta per Israele, su cui penderebbe di nuovo una minaccia elevata come all'inizio della crisi. La seconda formula invece, quella americana, era volta a dare a Israele il tempo necessario per consegire almeno in parte obiettivi militari che faciliterebbero anche la missione internazionale.

Invece che cercare di sfruttare il ritorno d'immagine di una richiesta - retorica e inutile - di una tregua «immediata», in funzione anti-israeliana, D'Alema ha scelto di «assecondare con discrezione e senso della misura la linea della Rice». E ha fatto bene, è stato serio, e non era scontato.

Quando si discuterà in concreto del mandato e della composizione della forza internazionale, allora si scopriranno le carte. Il sospetto è che dietro quelle sfumature terminologiche vi siano due volontà diverse, anche se a parole sembrano convergere. Da una parte, sembra che il presidente francese Chirac voglia un contingente che si limiti a controllare il rispetto della tregua, invocando a parole il rispetto della risoluzione 1559 dell'Onu. Dall'altra, che gli americani intendano invece una forza in grado di contribuire al disarmo di Hezbollah, avviato da Israele, e quindi di combattere.

Si tratta di fare i «poliziotti di Israele»? Dalla sinistra estremista, pur non volendo, il termine corretto. Non l'odiata «guerra», in questo caso, ma un'operazione di polizia internazionale per l'applicazione di una risoluzione dell'Onu.

Israele come la Spagna nel 1936? Di Bernard-Henri Lévy è uno splendido reportage, sul Corriere della Sera di oggi, della vita in Israele sotto attacco.
Oggi, 17 luglio, è l'anniversario dello scoppio della guerra di Spagna. Sono passati settant'anni dal putsch dei generali che diede l'avvio alla guerra civile, ideologica e internazionale voluta dal fascismo dell'epoca. E non posso non pensarci, non posso non fare l'accostamento mentre atterro a Tel Aviv. La Siria dietro le quinte... L'Iran di Ahmadinejad pronto all'azione. L'Hezbollah di cui tutti sanno che è un piccolo Iran, o un piccolo tiranno, che non ha esitato a prendere in ostaggio il Libano. E come sfondo, il fascismo con il volto dell'integralismo islamico, quel terzo fascismo che, come tutto indica, sta alla nostra generazione come l'altro fascismo, poi il totalitarismo comunista, stavano a quella dei nostri padri.

Perché indulto-amnistia prima, riforme poi, e non viceversa

Comprendo bene che sembri più ragionevole che indulto e amnistia coronassero riforme strutturali della giustizia e dell'organizzazione penitenziaria e non le anticipassero. Comprendo chi, a sentire di questo o quel reato che dovrebbe essere amnistiato, o dei 3 anni di pena che dovrebbero essere abbonati, non crede che i detenuti che ne usufruiranno fossero dei sant'uomini. Tuttavia, a costoro chiedo di guardare la faccenda da un altro punto di vista. E' tollerabile - da loro stessi - che lo Stato in cui vivono sia da anni letteralmente fuori-legge? Che violi le leggi di cui pretende il rispetto dai suoi cittadini?

Attualmente il numero di detenuti eccede di 20 mila unità la capienza delle carceri, e ciò aggiunge una pena ulteriore illegittima. Oggi milioni di cittadini sono sequestrati per anni, in attesa di giudizio, da altrettanti processi, vedendo rovinati lavoro, affetti, vite intere. Il principio della giusta durata del processo, ritenuto fondamentale per il rispetto dei diritti dei cittadini, è costantemente violato dall'Italia, che subisce decine di condanne dalla Corte europea. L'incapacità di amministrare la giustizia mina alle fondamenta la legittimità propria del potere statale.

L'indulto e l'amnistia hanno il pregio di essere soluzioni immediate a questi due problemi. Certo, non strutturali: "Non cambierà nulla", si obietta. Intanto avremo fermato una flagranza di reato da parte dello Stato. Vi pare poco? Poi, occorrerà lottare non per nuovi progetti di edilizia carceraria, ma per riforme vere: studiare pene alternative; depenalizzare l'uso e il commercio delle droghe e l'immigrazione; ma soprattutto ridurre drasticamente i tempi di carcerazione preventiva, in confronto ai quali le misure antiterrorismo di Bush e Blair sono ipergarantiste; infine, riformare il processo, per rendere difesa e accusa uguali davanti al giudice e i suoi tempi certi.

Wednesday, July 26, 2006

Conferenza sul Libano. Strada in salita per una forza internazionale

Da destra: D'Alema, Prodi, Annan, RiceNon c'è accordo sulla richiesta di una tregua «immediata», ma solo «urgente», perché Israele abbia "mani libere" almeno fino a sabato. Accordo - più apparente che sostanziale - sulla forza multinazionale

E' il nodo centrale del vertice di oggi e degli sforzi diplomatici dei prossimi giorni. Un piano di "pace" per il Libano c'è già e tutti concordano - Stati Uniti, Europa, Onu, paesi arabi presenti alla conferenza di Roma - che non occorre inventarsene di nuovi: è la risoluzione 1559. Da cosa dipendeva allora il successo o il fallimento di questo vertice? Si tratta di come farla applicare, se non si vuole che la faccia applicare Israele a forza di bombardamenti, e di assicurarsi che i piani siriani e iraniani di controllo del Libano falliscano.

Chi si aspettava che dalla conferenza di Roma sul Libano uscisse la richiesta, ultimativa per Israele, di un «immediato» cessate-il-fuoco - noi non siamo tra questi - è rimasto deluso. Certo, singolarmente presi i partecipanti hanno auspicato una rapida cessazione delle ostilità, ma la dichiarazione finale sottoscritta dai presenti parla di «determinazione a lavorare immediatamente per raggiungere con la massima urgenza un cessate-il-fuoco che metta fine alle attuali violenze e ostilità». Urgenza quindi, è il termine che ha avuto l'ok del Segretario di stato Usa, e non immediato, come volevano i francesi e la maggior parte dei paesi arabi ed europei. La differenza che passa tra il chiedere una tregua immediata e una tregua con urgenza rappresenta la distanza tra chi cerca solo di contrastare la «sproporzione» della reazione di Israele (la Francia) e chi invece ha come obiettivo disarmare Hezbollah e il rispetto della risoluzione 1559 (Stati Uniti e Gran Bretagna).

Anche perché, com'è noto, Bush e Blair hanno concesso ancora tutta questa settimana a Israele per terminare il lavoro "sporco" contro Hezbollah: "disinfestare" i confini; distruggere arsenali e postazioni; con un pizzico di fortuna, decapitare i vertici; prendere il controllo di una zona cuscinetto in attesa di una forza multinazionale.

E' sulla forza multinazionale che si è registrato un consenso diplomatico di fondo. «Dev'essere con urgenza autorizzata sotto mandato Onu per sostenere le forze armate libanesi nel garantire un contesto di sicurezza». Per un «Libano libero, indipendente, e democratico, che eserciti un effettivo controllo su tutto il suo territorio». A prima vista, quindi, consenso sugli obiettivi della forza multinazionale, ma solo a parole. Costa poco infatti, dichiararsi d'accordo per una forza multinazionale che assicuri l'applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu sul Libano, la 1559 e la 1680, se poi c'è il serio rischio che nessun paese offra la propria disponibilità a parteciparvi.

L'obiettivo finale è un «cessate-il-fuoco duraturo, permanente e sostenibile». La «condizione fondamentale per una sicurezza duratura in Libano è la piena capacità del governo di esercitare la sua autorità su tutto il suo territorio». «Duraturo», nel linguaggio diplomatico della Rice, vuol dire che non è possibile tornare allo «status quo ante». La crisi libanese deve essere l'occasione per far nascere un «nuovo Medio Oriente».

«Una forza di sicurezza è fondamentale per non tornare allo status quo ante», ha dichiarato la Rice nella conferenza stampa conclusiva del vertice (il video): «Abbiamo convenuto che deve esserci un'autorità che coordini la forza militare. Il mandato per la forza di sicurezza sarà discusso nei prossimi giorni», ha fatto sapere la Rice, che ha aggiunto: «Vogliamo avere un Libano stabilizzato e democratico. E' giunto il momento che tutti facciano una scelta».

Venerdì il primo ministro britannico Tony Blair sarà a Washington ed è probabile che il giorno stesso il Consiglio di Sicurezza si riunirà per discutere del mandato della forza multinazionale. La forza multinazionale sarà anche al centro dei colloqui di martedì prossimo al Consiglio dei ministri degli Esteri Ue. Brutto segnale dal portavoce Nato a Bruxelles, secondo cui i Paesi dell'Alleanza «non hanno una posizione comune» sulla forza che potrebbe essere dispiegata in Libano. Buon segnale, invece, le parole di Kofi Annan: se «a breve termine potrebbe aiutare nelle operazioni umanitarie... a lungo termine potrà aiutare il governo libanese nell'applicazione degli accordi di Taef, delle risoluzioni 1559 e 1680 del Consiglio di Sicurezza» e, in modo particolare, «aiutare il governo libanese nell'estendere la sua sovranità su tutto il territorio», a riprendere il «monopolio dell'uso della forza». Potrà «aiutare a rafforzare l'esercito libanese e a disarmare tutte le milizie libanesi e non libanesi».

L'organizzazione di una forza multinazionale da mandare in Libano sta quindi trovando diversi ostacoli, primi fra tutti la difficoltà di definirne la missione e di trovare paesi disponibili ad inviare truppe, come confermava il Los Angeles Times stamattina, anticipando che proprio la consistenza e i compiti di questa forza sarebbero stati tra i principali temi trattati alla conferenza di Roma. Fonti americane hanno spiegato al quotidiano californiano che si discute di quanto ampia dovrebbe essere la forza internazionale, di quali regole dovrebbe seguire nei conflitti a fuoco, e se dovrà operare solo nel sud del Libano o in tutto il paese. Più incisivo il ruolo, maggiori (evidentemente) i problemi nel trovare paesi disposti a impegnare le proprie truppe.

«Se Hezbollah non sarà disarmato o respingerà un accordo per il cessate-il-fuoco, chi verrà? Nessuno», avverte Robert Hunter, ex ambasciatore americano alla Nato. Quindi non è sufficiente trovare un consenso diplomatico di fondo - obiettivo già di per sé difficile - per il tipo di forza aggressiva che secondo l'amministrazione Bush è necessaria per stabilizzare il Libano, ma poi occorrerà convincere alcuni importanti paesi a parteciparvi nonostante i rischi.

La Turchia, per esempio, uno dei paesi candidati addirittura a guidare questa forza multinazionale, fa già sapere di essere disponibile, ma solo se Israele ed Hezbollah concorderanno un cessate-il-fuoco. Anche l'Italia, che frettolosamente aveva offerto la propria disponibilità, ansiosa di fare bella figura, ora si sta rendendo conto della complessità dell'impegno, soprattutto considerando l'instabilità interna del governo Prodi, che non ha una maggioranza in politica estera.

Gli Stati Uniti hanno già anticipato di non voler prendere parte alla forza internazionale, Londra afferma di aver già troppi soldati impegnati all'estero, la Francia considera addirittura «prematuro» parlarne, mentre la Germania non vuole mandare soldati al confine con Israele - preoccupata, ma suona come una scusa, dell'impatto della Wehrmacht sugli umori della popolazione ebraica.

Per il Libano passa il futuro del Medio Oriente

«E' tempo per un nuovo Medio Oriente», aveva detto ieri Condoleezza Rice a Gerusalemme. Nell'attuale crisi il segretario di Stato americano vede un'opportunità per l'insieme del Medio Oriente. Sulla sovranità del Libano si gioca «una battaglia "esistenziale" tra le forze pro e contro la democrazia nella regione», scrive il Washington Post, citando i diplomatici americani che accompagnano la Rice nella sua missione in Medio Oriente. «Se il Libano emergerà più forte da questa crisi, allora i nemici della pace e della stabilità nell'area subiranno una grave sconfitta», ha spiegato David Welch, assistente del segretario di Stato per il Medio Oriente.
«Il nuovo Medio Oriente non si costruisce in un giorno solo con una grande vittoria in un posto o in un altro. Serve uno sforzo deciso. Ora vi è un'opportunità in questa crisi di veder rafforzata la libertà in Libano... Vi sono anche altre misure che potrebbero essere prese per trattare con quei paesi che non hanno lo stesso senso di responsabilità sul futuro del Libano».
Segnalo, infine, il solito imperdibile Max Boot, sul Los Angeles Times, con il taglio sarcastico del suo incipit: «Remember how idyllic the Middle East was before that crazy cowboy moved into the White House?».
Critics are right that Bush hasn't transformed the Middle East into a bastion of peace, love and harmony. But he never promised to work miracles; he has consistently spoken of our current struggle as a generational challenge — the Long War. Sure, he could have done more to help win the war. But there is no reason to think that the critics' preferred approach — more diplomatic blather, more international confabs, more concessions to the terror-mongers — would have produced any better results.

Un summit per arruolare i volenterosi

Cosa aspettarsi dal vertice di Roma? Oggi su L'Opinione un mio lungo articolo con elementi utili per farsi un'idea dell'andamento del vertice sul Libano in corso alla Farnesina:
Lo scopo della missione del Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice in Medio Oriente e, quindi, anche del vertice internazionale che si svolgerà oggi a Roma, è schierare gli stati arabi ed europei presenti, quanto più attivamente possibile, per il disarmo di Hezbollah e la fine del potere siriano e iraniano in Libano, in attuazione della risoluzione 1559 dell'Onu. Quella che si presenta è un'occasione unica, perché per la prima volta importanti paesi arabi, come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita, hanno apertamente condannato le azioni di Hezbollah, negandogli la solidarietà araba fino ad oggi scontata per chiunque si trovasse in conflitto con Israele.
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Da cosa dipende il successo o il fallimento della conferenza di oggi alla Farnesina? Il risultato minimo è un consenso di fondo tra i paesi partecipanti per una forza multinazionale dotata dei poteri necessari a garantire il disarmo di Hezbollah e la fine del prepotere siriano e iraniano in Libano. Non una forza "neutrale", ma autorizzata a intervenire e capace, se necessario, di combattere per disarmare Hezbollah. Solo con queste caratteristiche avrebbe senso una forza d'interposizione. Sarebbe l'unico modo per garantire che i piani siriani e iraniani di controllo del Libano falliscano.

Tuesday, July 25, 2006

Da cosa dipende il successo della conferenza di Roma

Dovrà gettare le basi per una forza multinazionale dotata dei poteri necessari a garantire il disarmo di Hezbollah e la fine del prepotere siriano e iraniano sul Libano

Molto, molto lucida e precisa, l'analisi di Lucio Caracciolo sulla crisi libanese, oggi su la Repubblica. Tutta in chiave descrittiva, mi conforta anche su molte delle mie considerazioni di questi giorni.
«Sul piano tattico, la posta in gioco è stabilire se Israele resterà esposto a tempo indeterminato alla minaccia dei razzi di Hezbollah, o se saprà neutralizzarla. Su scala strategica, la partita coinvolge il grande sponsor dei guerriglieri libanesi, l'Iran. Dall'esito della campagna libanese potremo trarre una risposta provvisoria alla questione decisiva: riuscirà Teheran ad affermarsi come grande potenza regionale, poggiando sulle sue ricchezze energetiche, sul deterrente nucleare in via di allestimento e sul richiamo del radicalismo sciita enfatizzato dall'intransigente contrapposizione al "nemico sionista"? E' soprattutto per scongiurare questo scenario che Israele oggi combatte».

Per «sventare questo disegno Israele sa di poter contare sull'appoggio esplicito degli Stati Uniti» e su quello, ovviamente meno esplicito, ma significativo, di importanti paesi arabi e sunniti che hanno compreso e temono le ambizioni egemoniche di Teheran sulla regione. Le dichiarazioni di oggi di Egitto, Giordania e Arabia Saudita, tutti paesi che saranno presenti al vertice di domani alla Farnesina, confermano la linea comune: un Libano democratico e pienamente sovrano, libero cioè da influenze siriane e iraniane. Questa crisi libanese quindi non rientra «nel vasto catalogo» delle guerre arabo-israeliane. E' invece «un capitolo del confronto Israele-Iran. Quasi certamente non l'ultimo e nemmeno il più cruento», azzarda Caracciolo.

Condoleezza Rice si sforza di ripetere che il cessate-il-fuoco non può significare un ritorno allo status quo ante. E' qui che dovrebbe entrare in scena la forza multinazionale, per consolidare il vantaggio tattico che Israele avrà saputo conquistare sul campo: il fatale indebolimento di Hezbollah e quindi dei suoi sponsor a Damasco e Teheran.

L'interrogativo centrale, dunque, è se la forza internazionale d'interposizione riuscirà a mantenere le posizioni conquistate da Tsahal, una volta che le truppe israeliane avranno cessato le operazioni oltre confine. Sarà una forza armata neutrale, o sarà chiamata prima o poi a combattere al posto di Israele contro Hezbollah per disarmare la milizia sciita? Sarebbe quest'ultimo l'unico modo per garantire che i piani siriani e iraniani di controllo del Libano falliscano. Ma se, com'è probabile, i paesi europei, a cominciare dall'Italia, non fossero disposti a tanto, allora la partita fra Israele e Hezbollah si riaprirebbe.

Tutto dipenderà dai compiti e dalle regole d'ingaggio fissati per la missione della forza multinazionale. Si accorderanno Stati Uniti, Unione europea, Onu e paesi arabi. La conferenza di domani è di fondamentale importanza per capire se c'è un sufficiente consenso politico per una forza multinazionale che sappia svolgere il lavoro necessario.

Sul Riformista, il solito Emanuele Ottolenghi ricostruisce preparativi e aspettative della crisi innescata il 12 luglio con gli attacchi Hezbollah in territorio israeliano. I piani studiati fra Teheran e Damasco sono stati mandati all'aria dall'inaspettata reazione israeliana: «L'errore di calcolo fatale a Hezbollah».
«Invece che calibrare la risposta militare, appellarsi alla comunità internazionale o accettare di dover negoziare con Hezbollah, Israele ha rifiutato ogni ipotesi di negoziato, lanciando un attacco militare su larga scala contro Hezbollah e contro l'infrastruttura libanese da cui Hezbollah dipende per mantenere la propria forza militare e quindi la propria influenza politica».
Ottolenghi ricorda come il 6 giugno scorso "i cinque" più gli Stati Uniti abbiano avanzato a Teheran un'offerta irrinunciabile, con un'apertura americana senza precedenti.
«Dall'accordo l'Iran avrebbe potuto estrarre la fine delle sanzioni americane, l'apertura di relazioni commerciali, l'accesso ai suoi beni finanziari congelati dagli Stati Uniti dopo la caduta dello Shah nel 1979. E tutto questo, mantenendo un programma nucleare civile, mantenendo il dispiegamento in Libano di più di 10 mila missili a media gittata puntati contro Israele e conservando la sua ipoteca militare e diplomatica sull'intera regione. Tutto questo senza dover rinunciare ai suoi legami con Siria e Hezbollah, al suo ruolo nel contesto del conflitto israelo-palestinese, alle sue mire egemoniche nel Golfo Persico».
La risposta iraniana è stata una non-risposta, mentre "i sei", e soprattutto gli Stati Uniti, avevano avvertito che non avrebbero aspettato oltre un mese. Anche per distogliere l'attenzione della comunità internazionale dalla sua non-risposta all'offerta, l'Iran ha giocato la carta Hezbollah. Con l'offerta del 6 giugno l'Occidente rinunciava di fatto a far pesare sul tavolo negoziale il sostegno iraniano al terrorismo e il suo ruolo destabilizzante in Medio Oriente. Ma «tutto questo è rimesso in discussione dalla guerra in corso nel Sud del Libano, scatenata da Hezbollah per conto dell'Iran e con la benedizione, il tifo e l'appoggio logistico siriano. Quella che doveva essere una mossa mirata a mettere in scacco Israele e rafforzare Hezbollah e i suoi alleati potrebbe finire coll'essere uno scacco matto alla milizia e un duro colpo al prestigio e all'influenza iraniana».

Bobo Craxi si dimetta

Il sottosegretario che parla a vanvera

Roberto Punzo, il capitano dell'Esercito italiano ferito gravemente nel sud del Libano, non è stato colpito soltanto dalle schegge di una granata, ma anche da «un colpo di arma portatile proveniente dalla parte di Hezbollah», come ha riferito lui stesso a chi ha avuto modo di parlargli dopo l'incidente, avvenuto domenica, e l'operazione a cui è stato sottoposto ad Haifa.

Definitivamente smentite, dunque, le affrettate conclusioni cui era giunto il sottosegretario agli Esteri Bobo Craxi, che, attribuendo già nelle prime ore la responsabilità dell'episodio all'esercito israeliano, aveva fatto infuriare l'ambasciatore israeliano in Italia, Ehud Gol, il quale aveva definito «totalmente sbagliate» le dichiarazioni del sottosegretario, aggiungendo che prima di parlare «avrebbe fatto meglio a verificare direttamente con l'Unifil come sono andati i fatti». In effetti, già poco dopo il ferimento, il portavoce della missione Onu per la quale lavorava Punzo, Milos Strupar, attribuiva la responsabilità a colpi provenienti dalla parte di Hezbollah.

Per questo le dichiarazioni di Craxi sono sembrate un maldestro e patetico tentativo quanto meno di confondere le responsabilità dell'accaduto. Dopo la reazione di Gol si è giustificato facendo appello al «contesto in cui è avvenuto l'episodio, nel cuore di una battaglia dove si spara da una parte e dall'altra» e quindi «non sempre è possibile capire da dove arriva un colpo». Ad ogni modo, così si disimpegnava Craxi, siano stati gli uni o gli altri, «è chiaro che non volevano colpire l'osservatore dell'Onu, è stato un incidente, e per fortuna senza conseguenze gravi».

I conti in tasca al Vaticano

Li fa oggi Giacomo Galeazzi, su La Stampa. Veniamo quindi a sapere che se il bilancio del Vaticano è in sorprendente attivo lo si deve all'abilità dei suoi amministratori nel giocare in Borsa, soprattutto speculando sulle valute estere. Ci ricordiamo che «nel resoconto delle attività economico-finanziarie del Vaticano manca del tutto il capitolo Ior». Già, perché il bilancio della Banca vaticana (che ha un patrimonio da 5 miliardi di euro) non è mai stato reso pubblico. Crescono, in ciò imitando le pessime abitudini dei governi italiani sull'altra sponda del Tevere, le spese della Curia, che le offerte raccolte dalle Diocesi di tutto il mondo non riescono a compensare.

Rigurgiti giustizialisti

Appena si riparla di indulto e amnistia - misure necessarie non tanto e non solo come atti di clemenza, ma innanzitutto per ristabilire la legalità violata da uno Stato incurante di perdere la propria legittimità - ecco che si riaffaccia il giustizialismo di tutti i colori. Di destra e di sinistra. Il partito dei pm, le toghe rosse, che trovano in editoriali scalfariani, come quello di oggi di Carlo Federico Grosso un velo, in verità fin troppo sottile, di rispettabilità "giuridica". E ricordiamo che al parere di Grosso, contrario alla legge Pecorella, avevamo tempo fa dedicato un editoriale su Notizie Radicali e L'Opinione.

Perché l'amnistia. L'attuale numero milionario dei processi in corso (8-9 milioni) rende letteralmente fuori-legge lo Stato italiano, chiamato, come tutti i cittadini, al rispetto delle sue leggi. Milioni di cittadini sono sequestrati per anni nell'attesa di un giudizio, vedendo rovinati lavoro, affetti, vite intere. La durata del processo è riconosciuto essere un fondamentale parametro del rispetto dei diritti dei cittadini. Proprio su questo l'Italia subisce un numero praticamente infinito, e in crescita esponenziale, di condanne dalla Corte europea di Strasburgo.

L'incapacità di amministrare efficacemente la giustizia mina alle fondamenta la legittimità propria del potere statale. Si riformi il sistema, viene obiettato. Certo, ma prima occorre, subito, fermare la flagranza di reato da parte dello Stato, come premessa necessaria per qualsiasi riforma della giustizia.

L'obiettivo del vertice di Roma non è l'equivicinanza

Sul Riformista di oggi:
Caro direttore, Intini non si è ancora reso conto che in questa crisi le ragioni dei palestinesi sono lontanissime, come d'altronde lo furono dalle quattro guerre arabo-israeliane. Oggi Israele combatte contro l'Iran, che ha trovato il modo di condurre una guerra «per procura», senza coinvolgimento formale - fornendo armi, soldi, ordini e coperture, usando il Libano come un grande campo base, dove ammassare truppe senza divisa e da dove lanciare gli attacchi. E' ormai acquisito che «la madre di tutte le crisi mediorientali» non è «la irrisolta crisi palestinese». Non ci sono più terre o ricchezze da spartire, ritiri e condizioni da negoziare, lo scontro è puramente ideologico. Non vi saranno pace, tregue, né road map buone per israeliani e palestinesi, finché a Teheran e Damasco esisteranno regimi che perseguono la distruzione di Israele.

Occorre avvertire Intini: Siria e Iran non saranno mercoledì a Roma, perché la «soluzione duratura» a cui si lavorerà, neanche citata nell'articolo del viceministro, è il disarmo di Hezbollah e la fine del prepotere siriano e iraniano in Libano, come prevede la risoluzione 1559 dell'Onu. L'idea della Rice è proprio quella di neutralizzare Hezbollah e isolare Teheran, recuperando, se possibile, Damasco. E il fatto senza precedenti è che importanti paesi arabi, come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita, hanno apertamente condannato la parte in conflitto con Israele, perché hanno compreso le ambizioni egemoniche iraniane e temono l'esportazione dell'islamismo radicale, di cui Hezbollah e Hamas sono strumento. Lascia sconcertati, poi, vedere che la storia di Arafat e dell'Olp rendono Intini ottimista. E' per il tragico inganno di quelle storie che siamo ancora qui. Speriamo che non si ripetano.

Monday, July 24, 2006

Il sogno di Shimon Peres

Una vera pace, e stabilizzarla con lo sviluppo. Spiega cos'ha in mente al Corriere della Sera.
«Un mercato libero, come l'Unione Europea, di palestinesi, giordani e israeliani. Già adesso la valle elettronica con la Giordania impiega 35.000 persone e fattura un miliardo e mezzo di dollari. Vedo nel futuro questa ricchezza che radica la pace. Nel passato abbiamo parlato troppo di politica e diplomazia e guerra, dimenticandoci che poi a governare davvero la vita delle persone è l'economia. Ecco, ci dobbiamo adesso concentrare su questo sviluppo, il Mar Morto cala, c'è un problema idrico, e il livello del mare non è politica...».

Somiglia maledettamente alla via che da anni suggeriscono Pannella e i radicali. Il problema non è assicurare una patria ai palestinesi, ma superare l'assolutezza delle sovranità nazionali. Per questo la proposta Israele nell'Ue e quella, parallela di un processo d'integrazione regionale, federale, che riunisca almeno palestinesi, giordani e israeliani, ma anche, perché no, libanesi ed egiziani.

Sunday, July 23, 2006

Verso una nuova Coalition of the Willing

Rappresenta un indubbio successo del governo italiano il fatto che la conferenza internazionale sulla crisi libanese si tenga nel nostro Paese. Probabilmente, un'apertura di credito e una dimostrazione di buona volontà da parte del Dipartimento di Stato Usa nei confronti della politica estera fin qui deludente del Governo Prodi-D'Alema, che si ritrova quindi investito di responsabilità ancora maggiori. Un'occasione da non perdere e aspettative da non deludere. Leggi: ultima chance.

Mancheranno sicuramente sia gli aggressori, Siria e Iran, i mandanti degli atti di guerra di Hezbollah, sia probabilmente il paese aggredito, Israele. Dunque, non una «conferenza di pace», come con ridicola enfasi è stata definita da alcuni giornali, ma un vertice di crisi da cui, se andrà bene, uscirà una sorta di nuova Coalition of the Willing che avrà gli obiettivi, a breve termine, di stabilizzare il Libano e far procedere la sua evoluzione democratica, e a medio-lungo termine di riavviare il processo di pace tra israeliani e palestinesi (facendo capire ad Hamas che continuare con i suoi rapporti con Teheran le farebbe fare la fine di Hezbollah), e confrontarsi con Siria e Iran.

Israele non riuscirà a distruggere completamente Hezbollah, ma a ridurne talmente le capacità offensive da rendere sicuri i suoi confini per un certo periodo di tempo si spera sì. Non credo che i generali israeliani si facciano illusioni. Disinfestare i confini, distruggere postazioni e arsenale missilistico e, con un pizzico di fortuna, decapitare i vertici, primo fra tutti Nasrallah. Questi gli obiettivi militari.

Dalla conferenza di Roma non uscirà alcun cessate-il-fuoco, visto che Stati Uniti e Gran Bretagna sono intenzionati a concedere a Olmert un'altra settimana di operazioni, bensì un piano per il dopo. Una forza multinazionale autorizzata dalle Nazioni Unite - non i caschi blu, e forse la Nato, che andrebbe bene a Israele - prenderà il controllo dei confini tra Israele e Libano e tra Libano e Siria, così da evitare che Hezbollah ritorni a installare le sue postazioni e a ricevere rifornimenti via Damasco.

Altro obiettivo che dovrebbe uscire dalla conferenza dovrebbe essere quello dell'applicazione piena della risoluzione dell'Onu 1559, cioè il disarmo completo di Hezbollah, di cui dovrebbero essere incaricate le forze armate libanesi. I compiti che avrà la forza multinazionale sono cruciali per la riuscita del disarmo. Più ampie saranno le regole d'ingaggio, più efficace sarà la sua azione. Meglio se potrà affiancare l'esercito libanese nelle operazioni di disarmo.

L'obiettivo di Condoleezza Rice sembra essere quello di schierare gli stati arabi ed europei invitati alla conferenza quanto più attivamente possibile per questi obiettivi. Come ha sussurrato Blair nelle orecchie di Bush, nella conversazione privata registrata grazie ai microfoni rimasti aperti al G-8, il peggior incubo di Assad (e dell'Iran) è vedere le cose volgere al meglio in Libano, migliorare quindi anche tra israeliani e palestinesi, e l'Iraq incamminarsi nella giusta direzione. Per far ciò occorre disarmare Hezbollah e mandare un messaggio chiaro ad Hamas, isolando sempre più Damasco e Teheran.

D'altra parte, importanti paesi arabi come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita, temono abbastanza la minaccia iraniana da accettare di muoversi in prima persona contro Hezbollah. Hezbollah e Hamas sono gli strumenti per le ambizioni egemoniche iraniane e i principali esportatori della rivoluzione islamista.

L'Iran, com'era da aspettarsi dopo l'uscita di scena di Saddam Hussein, sta combattendo per l'egemonia regionale, minacciando gli Stati Uniti e i loro "amici" in Medio Oriente. L'escalation di Hezbollah ha smascherato le intenzioni iraniane e i leader arabi sembrano averlo capito. Questa consapevolezza rappresenta un'autentica opportunità da cogliere, da parte americana e occidentale, per acquisire maggior forza nella guerra al jihadismo e nel confronto con l'Iran.

Secondo il New York Times, la Rice intende inserire «un cuneo tra Siria e Iran», per isolare quest'ultimo, ma ci auguriamo che l'intenzione sia di frapporre prima questo cuneo, così da isolare con Teheran anche Damasco.

La magistratura lascia il compito alla Difesa

Bin Laden tra i suoi uominiUn giudice di Bologna, Liviana Gobbi, con ordinanza del 27 giugno 2006 ha respinto la richiesta di custodia in carcere nei confronti di 18 sospetti terroristi islamici, affermando il principio che «restano esclusi dall'ambito della definizione di terrorismo gli atti di violenza, da chiunque compiuti, contro militari impegnati in un conflitto armato, salvo la illiceità di tali atti sotto altri profili del diritto internazionale umanitario (crimini di guerra o contro l'umanità)». Lo denuncia, oggi sul Corriere, Magdi Allam.

La sentenza mi sembra meno grave di quella di Milano che definì «resistenza» tali atti. Questa, piuttosto, rivela la drammatica carenza di una definizione giuridica di «terrorismo».

Ma rivela molto di più di quanto sia apparso a Magdi Allam. La foga ideologica, infatti, non risparmia alla magistratura italiana di cadere nell'ambiguità giuridica degli enemy combatant, attualissima e controversa questione di diritto conosciuta alle cronache per le detenzioni di Guantanamo.

Di che si lamenta Allam? Non l'abbiamo letta tutta, e quindi ci rifacciamo ai passaggi riportati dall'editorialista del Corriere, ma questa sentenza pare stabilire che quei 18 sospetti non siano terroristi, bensì combattenti nemici, per altro nella "aggravata" posizione di essere sospettati di crimini di guerra e contro l'umanità. «Né pare condizione sufficiente a caratterizzare come "terroristica" la partecipazione a un conflitto bellico da parte di persone non appartenenti ai Paesi in conflitto, dovendo ricondursi alla nozione di forze armate sia l'esercito regolare di uno Stato sia ogni organizzazione armata che partecipi al conflitto, purché posta sotto un comando responsabile che garantisca la disciplina tra i subordinati ed il rispetto del diritto internazionale umanitario».

La sentenza non «legittima il terrorismo», come lamenta Magdi Allam, ma descrive una situazione, pur condendola di valutazioni ideologiche, semplicemente arrivando alla conclusione che non si tratti di terrorismo, bensì di guerra. Che la Corte giudichi queste milizie al fianco o non al fianco delle popolazioni, lodevoli o meno i loro atti violenti, non ci interessa. Ai nostri giudici «appare altamente probabile che egli [si parla, nella fattispecie, di Ben Ali Lotfi] facesse parte di una milizia combattente contro le forze della coalizione nell'ambito di un conflitto, probabilmente quello afghano... Dai contenuti delle conversazioni si può cogliere come egli fosse impegnato in attività di combattimento».

I 18 che Allam vorrebbe definiti «terroristi» e affidati alla giustizia italiana, la giustizia italiana li ritiene «impegnati in attività di combattimento» contro una Coalizione legittimata dalle Nazioni Unite e la cui partecipazione dell'Italia è stata deliberata in modo legittimo e democratico. Dunque, vi sono qui tutti gli elementi perché sia non la magistratura ad occuparsene, ma il Ministero della Difesa (insomma: le nostre Forze Armate).

La sentenza, volendo probabilmenete alleggerire la posizione degli indagati, a ben vedere la aggrava, negando a tal Ben Ali Lotfi e ai suoi commilitoni le garanzie di un processo civile. Sono, a tutti gli effetti, soldati nemici di cui le nostre Forze Armate dovrebbero farsi carico, impedendogli di ritornare a combattere prima della fine delle ostilità, nel rispetto, s'intende, della Convenzione di Ginevra. E ciò aprirebbe la fatidica domanda: dove tenere in custodia i prigionieri nemici?

Ci vorrebbe qualcuno, ai massimi livelli politici e di governo, che ne prendesse atto. Altre iniziative della magistratura, invece, come quelle di Milano contro la Cia e il Sismi per via della cattura di Abu Omar, sembrano capovolgere l'approccio della sentenza di Bologna. Il Sismi e la Difesa non sono legittimati a intervenire, ma devono percorrere la via della giustizia ordinaria.

Friday, July 21, 2006

Appello per i soldati israeliani sequestrati da Hezbollah

Stamani il Riformista ha lanciato in prima pagina l'appello di Emanuele Ottolenghi per i soldati israeliani sequestrati dalle milizie iraniane.
Caro Direttore, il diritto internazionale non può essere invocato soltanto quando fa comodo. L'attuale crisi in corso tra Israele e Hezbullah è iniziata con un atto di aggressione da parte della milizia filo-iraniana contro Israele... In Europa e in Italia si è chiesto con insistenza a Israele di applicare il principio di proporzionalità nella sua reazione militare. In quanto prigionieri di guerra, i due soldati israeliani catturati da Hezbullah hanno diritto della piena protezione della Terza Convenzione di Ginevra.
(...)
Secondo la medesima convenzione, di cui Libano e Israele sono contraenti, la Croce Rossa internazionale si può attivare (art. 9) per garantire la protezione dei prigionieri di guerra. In nome del diritto e dei principi umanitari di cui sopra, ci appelliamo al governo italiano affinché solleciti la Croce Rossa a intercedere presso il governo libanese, di cui Hizbullah è parte integrante, perché i suoi rappresentanti ottengano accesso ai prigionieri per verificarne lo stato di salute e il rispetto dei loro diritti summenzionati.
Invitiamo tutte le forze politiche italiane, di destra e di sinistra, cattoliche e laiche, a esigere che la Terza Convenzione di Ginevra sia dunque immediatamente applicata ai due prigionieri israeliani.
Chiediamo al governo italiano di farsi portatore di questa richiesta presso il governo libanese e nelle altre sedi internazionali competenti.
Naturalmente JimMomo aderisce all'appello di Ottolenghi e del Riformista. Mentre si disquisisce sulla proporzionalità della reazione israeliana, si tace di una guerra che Siria e Iran conducono al di fuori della legalità internazionale. E non solo per il trattamento dei prigionieri, o per l'uso di interi quartieri civili come depositi di armi e nascondigli per i guerriglieri. Usano il Libano come un grande campo base, dove ammassano truppe di un esercito senza divisa e da dove partono attacchi contro Israele. Hanno così trovato il modo di combattere una guerra «per procura», senza venire coinvolti formalmente, fornendo armi, finanziamenti, ordini e copertura. Diffido di chi si precipita, oggi, a offrire il proprio contributo con il nobile scopo di fermare la «guerra».

In questi sei anni in cui, nonostante il ritiro completo di Israele dal Libano, riconosciuto ufficialmente dall'Onu, Hezbollah ha continuato ad attaccare il territorio israeliano con incursioni e missili, nessuno si è mai chiesto se ci fosse una «guerra». Siamo quindi al paradosso che la guerra sporca, illegale, terroristica, di Siria e Iran contro Israele non è considerata tale ed è tollerata, mentre la guerra c'è, e bisogna fermarla, appena Israele reagisce, legittimamente secondo il principio di autodifesa della carta dell'Onu.


Infine, vi segnalo la splendida, come sempre, colonna di Capuozzo su Il Foglio.

Questione di legalità è questione sociale

Un paese a «sovranità limitata» il nostro, secondo Pietro Ichino. Ogni riforma viene bloccata dalla piazza. Non importa se i manifestanti siano mezzo milione o mezzo migliaio: «Sembra essersi diffusa l'idea secondo cui, quando una vertenza collettiva non si sblocca con le buone, è inevitabile fare ricorso alle maniere forti: dalla violazione della legge sugli scioperi nei servizi pubblici ai blocchi stradali e ferroviari, fino alla violenza fisica sulle persone e sulle cose... alla Repubblica Italiana oggi è inibito di scegliere sovranamente la soluzione più ragionevole di questo conflitto di interessi, per ragioni di ordine pubblico».

Questo conferma che il ripristino della legalità in Italia è condizione essenziale anche per qualsiasi riforma economica si volesse introdurre. La questione legalità è questione sociale.

Il compromesso sugli embrioni soprannumerari

L'errore del Foglio di oggi è a pagina due, dove si dice che la legge 40 «vieta ogni sperimentazione sull'embrione». Falso: la legge 40 non vieta la sperimentazione su linee cellulari staminali embrionali già esistenti. Dunque, anche gli scienziati italiani potranno avvalersi dei finanziamenti europei destinati a questo tipo di sperimentazione. L'importante è che si procurino all'estero le linee cellulari. Ciò chiaramente ha comunque degli effetti negativi sulla nostra ricerca, in quanto dei fondi vanno destinati all'acquisto di queste linee cellulari, che da noi non si possono estrarre dagli embrioni soprannumerari.

La mozione dell'Unione approvata di stretta misura al Senato (due soli voti di differenza) non ribalta affatto il non-esito del referendum, ma conferma proprio quanto stabilito dalla legge 40, anche se il Parlamento sarebbe nel pieno diritto di modificarla o cancellarla, visto che il referendum è nullo.

Il compromesso, davvero bizantino, conferma – per l'Italia e per l'Europa - la finanziabilità della ricerca su tutte le cellule staminali, adulte ed embrionali. Tuttavia, dicendo sì al «sostengo finanziario alle ricerche che non implicano la distruzione di embrioni», ma anche alla promozione «della ricerca avanzata tesa a verificare la possibilità di ricerca sugli embrioni sovrannumerari», il Parlamento dà mandato al ministro Mussi di negoziare - in seno al Consiglio europeo del 24 luglio a Bruxelles - una posizione simile a quella espressa dal Parlamento europeo e dalla Commissione, aperta al finanziamento della ricerca anche sugli embrioni soprannumerari altrimenti destinati alla spazzatura.

Ci sono embrioni non più vitali, perché hanno perso per sempre la capacità di svilupparsi, e, dunque, non più impiantabili per fini riproduttivi nell'utero materno, da cui si potrebbero estrarre cellule staminali embrionali senza urtare la sensibilità di alcuno.

Sotto l'attacco dell'«Asse del male»

Al direttore - L'altro giorno, alla Camera, il nostro ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, confessava che «l'ipotesi di un coinvolgimento dell'Iran e della Siria è per noi difficile da verificare». L'ha verificata l'inviato del Corriere, Cremonesi, ma non attingendo a chissà quale fonte riservata, bensì intervistando direttamente il premier libanese Fuad Siniora: «Il Partito di Dio è un problema gravissimo: le sue azioni sono guidate da Teheran e Damasco». Crede che possa bastare a D'Alema come verifica?
Il Foglio (21 luglio)

L'intervista non è priva di una forte denuncia dei bombardamenti «criminali» di Israele, ma tutt'altra cosa rispetto ai toni del presidente, filo-siriano, Lahoud. C'è un grido d'allarme vero che dovrebbe essere raccolto dai paesi europei: «Il mondo intero deve aiutarci a disarmare l'Hezbollah», che è «diventato uno Stato nello Stato». Lo sa bene Siniora, che è «un problema gravissimo» e «non è un mistero per nessuno che l'Hezbollah risponde alle agende politiche di Teheran e Damasco. Noi non siamo un Paese in ostaggio della Siria. La nostra è una democrazia viva, con un'opinione pubblica libera, pluralista. Siamo un gioiello unico in Medio Oriente. Ma i siriani sono dentro casa nostra e noi siamo ancora troppo deboli per difenderci».

Non bisogna essere analisti militari, o diplomatici, o ministri degli Esteri di lungo corso, per capire come stanno le cose: Bernard-Henry Levy, sul Corriere di oggi, spiega con una illuminante similitudine cosa sta accadendo. Un conflitto che ormai ha «un rapporto lontanissimo» con la causa palestinese. Hamas e Hezbollah sono i «due pilastri di un fascislamismo» i cui «burattinai» si trovano a Damasco e soprattutto a Teheran e «i cui responsabili sul campo sono palesemente pronti, se la vittoria finale è a questo prezzo, a battersi fino all'ultimo libanese, palestinese e, certo, fino all'ultimo ebreo».

Persino l'ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer è critico con la sinistra europea e ribadisce che Israele non è l'aggressore, ma l'aggredito. Questa è una «guerra per procura», dietro ci sono Siria e Iran.

Il guaio vero è che Fischer crede di poter «addomesticare» l'Iran scambiando «il progetto di arricchimento dell'uranio con tecnologia e commercio. Dico sempre agli iraniani: guardate la Germania di inizio secolo scorso [!], avrebbe potuto essere il secolo tedesco, ma è stata un'occasione persa tragicamente». Fischer non poteva scegliere esempio più illuminante. Penso che gli iraniani stiano guardando alla Germania «di inizio secolo scorso», ma esattamente nel senso più tragico. Da raccogliere, invece, il suo accenno alla Turchia come modello di modernizzazione.

C'è un altro passaggio, dell'intervista a Fischer, da analizzare attentamente. Quando dice: «L'Iran, avevamo avvertito allora, potrebbe essere il grande vincitore della guerra in Iraq e lo è diventato veramente: il primo nemico dell'Iran, Saddam Hussein, è stato eliminato dall'America, il secondo nemico, i taliban in Afganistan, pure, la democratizzazione dell'Iraq ha reso più potenti gli sciiti e con questo anche l'Iran».
Tutto questo è vero, ma qual era la soluzione? Continuare a servirsi dei peggiori dittatori del Medio Oriente, e persino dei talebani, per sperare di contenere gli ayatollah? Non è forse questa la politica che ci ha portati dritti all'11 settembre? Forse la soluzione adesso è obbligata: il regime change in Iran. Solo con un processo democratico anche in Iran la sua influenza sul resto della regione non costituirebbe una minaccia per i paesi confinanti, per Israele e l'Occidente.

Michael Ledeen consiglia di cogliere questa «finestra di opportunità» aperta dai «nostri nemici». Secondo Ledeen, infatti, l'Iran avrebbe fatto male i suoi calcoli, contando sulla debolezza israeliana e occidentale. Rischia la distruzione di Hezbollah, di perdere l'alleanza con la Siria e l'isolamento.

Stranamente, all'interno dell'amministrazione Usa c'è chi spinge per «preservare» i regimi di Teheran e Damasco, per «preservare la stabilità», focalizzandosi sul problema più vicino, Hezbollah, e sull'improbabile "redenzione" del regime siriano del giovane Assad. Ledeen si augura invece che il presidente Bush non ascolti queste voci e si ricordi delle parole pronunciate dopo l'11 settembre. «La battaglia contro Hezbollah è parte di una guerra più ampia... Israele ora sta conducendo quella battaglia; sta a noi proseguire il resto della guerra». Considerare obiettivi legittimi le basi terroristiche in Siria e Iran, tirare fuori le prove della pesante ingerenza iraniana in Iraq, saranno solo i segnali d'inizio dello «stadio successivo della guerra contro i "Signori del terrore", che consiste nel vigoroso sostegno delle forze democratiche in in Siria e Iran».

Thursday, July 20, 2006

Quale volto per An?

Due interventi, su il Giornale di oggi, mi pare illustrino esaurientamente i possibili volti che An, nel cammino indicato da Fini, potrà assumere.

L'ex presidente del Senato Marcello Pera parla di «liberalismo sociale» in economia e «conservatorismo morale» nei valori. Quindi, non solo non-liberali sui temi etici, ma neanche su quelli economici, dove il liberalismo dev'essere, suggerisce Pera, «sociale», senza specificare cosa voglia dire.

«Conservatore sui valori da cui dipende la nostra tradizione, quella giudaico-cristiana, e liberale sulle politiche delle riforme economiche. Conservatore sui valori da cui dipende la nostra identità, liberale quanto a tutte le libertà compatibili con questi valori». Ancora poco chiaro. Ne avevamo già scritto. In cosa consiste questa Tradizione? Chi ne è il custode? Chi è investito del compito di decidere quale sia la libertà compatibile con la Tradizione? Temo che ne rimangano ben poche. Siamo alla libertà vigilata.

Della coerenza con le singole posizioni dell'ex presidente del Senato con le politiche dei personaggi da lui citati (Thatcher, Blair, Bush, Reagan, Aznar, Koizumi) si potrebbe discutere a lungo. Comunque, viene da chiedersi: una volta stabilito che seguire la tradizione, darle la precedenza sulla libertà, è così vitale per la nostra identità, perché mai ciò dovrebbe valere solo sulla morale, e non anche in economia. Molto riduttivo e superficiale ritenere che una tradizione esista e sia valida solo per quanto riguarda la vita sociale. E' qui la maggiore contraddizione: un partito che vorrà essere tradizionalista sui temi etici, le politiche sociali, il costume, sarà inevitabilmente corporativista in economia.

Perché? Semplice, la fiducia nel libero mercato è prima di tutto la fiducia nel libero mercato delle idee, dei valori, dei progetti di vita. Difficile affidarsi al libero mercato dei beni e delle merci, se nel contempo si crede che lasciare libero sviluppo nella società a idee, valori, stili di vita diversi dai propri e, inevitabilmente, diversi da quelli tradizionali, danneggi la nostra identità e addirittura ci avvicini al tramonto dell'Occidente.

Giordano Bruno Guerri ha invece un'altra idea di An. Non quella periana, che s'incammina verso Dio-Patria-Famiglia, ma quella di una destra «davvero liberale, liberista, e anche libertaria, per distinguersi da quella conservatrice e tradizionalista». La vedo difficile, vista l'aria che tira, e Guerri usa toni troppo morbidi.

Il primo consiglio che lo storico dà a Fini è significativo: sostituire il termine persona, «logoro e indistinto», con quello «ben più forte e preciso» di individuo. Secondo consiglio: abbandonare ogni residuo di antiamericanismo; terzo: rivedere le proprie posizioni sulla legge 40 e sulle droghe. Facciamo il tifo per l'An di Bruno Guerri, senza molte speranze.

Liberalizzazioni. Uscire dal fortino

«Alzare la posta, non le mani»

Al trapattoniano ministro Bersani, e al Governo prodi, lancia un messaggio chiaro l'ex commissario europeo Mario Monti, sul Corriere: «Nel salutare il decreto Bersani sulle liberalizzazioni, avevamo invitato il governo ad «alzare la posta. Non ad alzare le mani. Sulla questione dei taxi, invece, questo è avvenuto: in qualche misura nella realtà, in grande misura nella percezione dei media, dei consumatori e perfino di esponenti del governo». Un precedente infausto, se pensiamo che sono ora sul piede di guerra farmacisti, avvocati e notai.

Il presidente della Commissione Attività produttive della Camera, Capezzone, suggerisce una sorta di "battaglia culturale". «Outsider contro corporazioni. Non garantiti contro privilegiati. Lobby prepotenti contro cittadini e consumatori». Se non ci si rifà a Blair, aprendo cioè «grandi campagne di comunicazione, per raggiungere il 100% dell'opinione pubblica, e motivare le scelte che di volta in volta si tentano», allora la battaglia per le liberalizzazioni è persa in partenza, sotto i colpi delle categorie, che esercitano le loro pressioni nell'ignoranza di milioni di cittadini su cosa ci sia in gioco.

Apartheid in Cina

La Cina «confina» i contadini. Classi separate per i loro figli. I contadini sono «compagni» di serie B. Ma nella Cina comunista non sempre è stato così.

Fonte: Corriere.it

Zapatero come un Diliberto qualsiasi

Il premier spagnolo Zapatero indossa la kefiah palestineseZapaterando zapaterando si finisce schiacciati sotto le ambiguità di questo giovane e ancora immaturo lìder. Scopriamo così che a una manifestazione di Giovani Socialisti spagnoli si lascia fotografare, come un Diliberto qualsiasi, con al collo i simboli della lotta palestinese. Quanto meno inopportuno, nel bel mezzo di una guerra tra Israele e Iran, che ha come teatro di scontro il Libano e come pretesto sempre più sullo sfondo la causa palestinese, ma come obiettivo reale la distruzione di Israele.

E' semplicemente inopportuno indossare una kefiah da parte di un capo di governo europeo, ma non certo segno di antisemitismo. Ben più grave definire «abusiva» la reazione israeliana in Libano e, come ha fatto il ministro degli Esteri Moratinos, «vergognose» le azioni del governo israeliano. Le relazioni con la Spagna non attraversano il loro miglior momento, ha osservato l'ambasciatore israeliano a Madrid.

E questa foto manda a carte quarantotto la contesa dei giorni scorsi fra radicali e socialisti sull'interpretazione autentica del pensiero di Zapatero sulla crisi libanese. In tempi non sospetti avevo cercato di spiegare, quel triangolo che non si chiude, quanti fattori di ambiguità presentasse il riferimento a Zapatero per i radicalsocialisti. Avere dei modelli va bene, ma senza prendere per oro colato qualsiasi cosa dicano. E, stavolta, se a una delle due linee Zapatero va attribuito, non è certo quella radicale. Si possono convincere Intini e Villetti per "Israele nell'Ue", ma Zapatero la vedo difficile. Altra carne al fuoco, se mai sarà convocata, per quella "Fiuggi due" in cui si dovrebbero discutere le ragioni ideali e le basi programmatiche del liberalsocialismo.

Al di là dei modelli - il modello Blair, più consolidato e definito, continua a convincermi più degli altri - in quella sede sarà importante richiamarsi a delle esperienze del passato, italiane, europee e anche americane, ma dovranno essere definiti i caratteri di una sinistra liberaldemocratica che dovrà agire qui e ora.

Sappiamo che Pannella, pur non condividendo il ritiro immediato dall'Iraq, ha apprezzato il fatto che Zapatero avesse mantenuto una promessa fatta in campagna elettorale. In politica la coerenza non è mai un valore superiore alla responsabilità. Ma ammesso e non concesso che la coerenza sia un valore anche quando si tratta di mantenere una promessa demagogica che una volta al governo si rivelasse una cattiva azione di governo, siamo sicuri che Zapatero promise proprio il "ritiro subito"? In realtà, il premier spagnolo, in campagna elettorale, promise il "ritiro subito" a meno che entro il giugno di quell'anno (2004) fosse stata approvata una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che mettesse la presenza militare internazionale sotto l'egida dell'Onu.

Una volta eletto, invece, decise frettolosamente per il ritiro, spiegando che il Consiglio di Sicurezza, di cui la Spagna era anche membro, non ce l'avrebbe mai fatta ad approvare una nuova risoluzione. Ebbene, invece la risoluzione arrivò l'8 giugno (ben prima del 30), a truppe spagnole ritirate e con voto all'unanimità, favorevole anche la Spagna.

Wednesday, July 19, 2006

Se la diplomazia divorzia dalla realtà

La sintonia di questo blog con Emanuele Ottolenghi è pressoché totale. Basta aver letto questi ultimi quattro post sulla crisi libanese per rendersi conto di quanto collimino con l'ultima analisi, in ordine di tempo, di Ottolenghi su il Riformista.

La proposta avanzata da Blair e Annan, di inviare una forza d'interposizione, dimostra in modo emblematico quale sia «la distanza tra la realtà dello scontro in corso tra Israele e Libano e la diplomazia». Una forza internazionale in Libano, «oggi come oggi, significa due cose: o un esercito che combatte contro Hezbollah, o una presenza internazionale che, come le forze Onu in passato, fa da scudo a Hezbollah». E inviare una forza di pace a far rispettare un cessate-il-fuoco dimostrerebbe il fallimento dell'Onu, incapace di far rispettare le sue risoluzioni, e l'influenza siriana sul Libano.

In realtà, Blair in queste ore ha leggermente corretto il tiro sulla missione che dovrebbe svolgere questa forza multinazionale: «... perché se gli israeliani avranno finito il lavoro le truppe Onu avranno solo il compito di costruire una zona cuscinetto, se invece gli Hezbollah saranno ancora lì bisognerà disarmarli», come prevede la risoluzione 1559 dell'Onu. Tuttavia, questa precisazione non fa che rendere meno probabile la missione, perché anche se dovessero essere tecnicamente i libanesi a raccogliere le armi, sarebbe ad altissimo rischio. Blair ed Annan concordano sul fatto che non potrà esservi missione Onu se la Siria non imporrà il disarmo agli Hezbollah. Cosa ancora più improbabile.

Di come rafforzare il controllo sul confine libanese si parla tra Washington, Tel Aviv e gli alleati arabi, indicano fonti americane. Israele si mostra «tiepido» di fronte all'ipotesi di una forza multinazionale, ma «disponibile» a valutare l'ipotesi se vi saranno truppe delle principali potenze e se avrà il compito di impedire ad Hezbollah di armarsi.

Sembra che Condoleezza Rice non inizierà da subito i suoi sforzi diplomatici, come invece pareva raccomandare Blair a Bush nella conversazione rubata tra i due al G-8. Gli Stati Uniti non hanno ancora chiesto alcun cessate-il-fuoco. E anche Blair, intervenendo oggi ai Comuni, si è rifiutato di chiederlo, spiegando che spetta a Hezbollah rilasciare i sue militari sequestrati e cessare il lancio di razzi su Haifa. Serviranno altri 10-14 giorni di operazioni in Libano per realizzare gli obiettivi dell'offensiva militare contro Hezbollah, rende noto il sito di Ha'aretz, citando lo Stato maggiore israeliano. Le forze israeliane puntano a distruggere i missili a lungo raggio e a colpire i vertici del gruppo. Bush sembra disposto a dare a Israele un'altra settimana.

Tornando a Ottolenghi, la realtà che la diplomazia dovrebbe riconoscere è un'altra, conclude: «La presenza di Hezbollah nel sud del Libano rappresenta un pericolo permanente alla stabilità della regione. Per sei anni ci si è illusi che dopo il ritiro israeliano dal Libano, Hezbollah avrebbe abbandonato la violenza. Ma non è stato così. «La crisi di oggi è figlia di quella miopia tutta occidentale che non riconosce il fanatismo anche quando se lo trova sotto il naso. Ora il danno va riparato con decisione. Se la comunità internazionale non intende intervenire direttamente a disarmare Hezbollah, farebbe bene almeno a lasciare a Israele il tempo di farlo a modo suo».

Dal suo articolo di oggi su il Riformista esce anche pesantemente ridicolizzato il tentativo di Prodi di attivare gli iraniani quali mediatori. Ma come? Questa è «una crisi manufatta dall'Iran... Chiedere all'Iran di mediare sarebbe come se nel 1938 si fosse chiesto a Hitler di mediare tra i tedeschi dei Sudeti e il governo cecoslovacco». Ecco i danni che si potrebbero provocare:
«Cercare una soluzione dando all'Iran il ruolo di mediatore è contro gli interessi dell'Europa e del mondo occidentale perché fa soltanto il gioco degli Ayatollah, indebolisce Israele, Stati Uniti e i loro alleati nella regione, condanna il Libano a non recuperare mai la sua piena sovranità, vanifica la sostanza della risoluzione Onu 1559, minando ulteriormente la credibilità dell'organizzazione, rafforza l'asse Damasco-Teheran nel suo gioco egemonico contro i paesi arabi moderati e nella sua partita a tavolino con la comunità occidentale sul loro programma nucleare. Questa non è l'ora del dialogo con Teheran, ma degli ultimatum».
Le domande da porsi sono altre da quelle che si stanno ponendo in queste ore le cancellerie europee. Le ha presenti Christian Rocca:
«Si può ottenere una tregua stabile in medio oriente senza pensare di cambiare il regime degli ayatollah iraniani o la dittatura baathista siriana? E' possibile pensare a un futuro di sicurezza e di relativa tranquillità per il popolo israeliano, e per l'occidente, se a Teheran continuerà a esserci un potere rivoluzionario deciso a esportare militarmente l'islamismo radicale e, quando sarà possibile, a farsi scudo dell'atomica per ottenere i suoi obiettivi? Finché l'anacronistica dittatura di Assad rimarrà il crocevia del terrorismo internazionale, sia verso l'Iraq sia verso Israele, vedremo mai la fine delle stragi e l'avvio di una seria e durevole ricostruzione pacifica e democratica nella regione?».
Evidentemente no, ed è un editoriale del Foglio stesso ha dare la risposta: «Non si ridisegna né una pace né una tregua né una mappa mediorientale accettabile sia per Israele sia per i palestinesi sia per la pace mondiale se non si risolve il problema di chi comanda a Teheran e a Damasco».

E si ritorna a Michael Ledeen: «Il solo modo di vincere questa guerra è tirare giù i regimi a Teheran e Damasco, e non cadranno come risultato dei combattimenti tra i loro agenti terroristi a Gaza e in Libano da una parte, e Israele dall'altra. Solo gli Stati Uniti possono riuscirci». Non saranno necessarie invasioni, ma un supporto esplicito e diretto alle opposizioni interne siriane ed iraniane, ma senza perdere altro tempo.

Il ministro del «se arretro, seguitemi!»

No, proprio non va. Quando il retroterra culturale è di un certo tipo i riflessi sbagliati rischiano di avere la meglio sulle buone intenzioni. Avevamo scritto, tempo fa, all'indomani dell'annuncio del decreto sulle liberalizzazioni, che ci sarebbe voluta una fermezza thatcheriana nel difenderle. Volendo con ciò dire non che le misure nel merito fossero, o dovessero essere, thatcheriane, me che serviva mostrarsi di ferro di fronte alla prevedibile controffensiva delle categorie.

Altro che «pareggio», l'esito della trattativa di Bersani con i tassisti è una sonora sconfitta. Lui forse non se n'è accorto, ma noi sì, al di là del merito, leggendo stamani l'intervista che il ministro ha rilasciato a la Repubblica: «L'unica novità è che i tassisti non devono aspettarsi l'ingresso nel loro mercato di grandi società di tipo capitalista». Ironizza il giornalista, cogliendo lo scivolone anti-capitalista del ministro: «E di chi? Di società di tipo collettivista?». Però Bersani ci casca in pieno e aderisce, anche lui, alle paure dei tassisti, che emblematicamente hanno fatto di New York un modello negativo, lasciandosi andare ad accenti razzisti: «No, non finirà come è finita a New York, dove alla guida dei taxi grandi società capitaliste hanno messo dei poveracci, dei paria asiatici...».

Dunque, per carità, proprio quello che ci servirebbe, il modello New York, è scampato, ma Bersani più che battuto sembra addirittura essersi convinto delle ragioni dei tassisti. E' Lanfranco Turci a spiegare ciò che serviva: «Il divieto del cumulo delle licenze avrebbe introdotto finalmente un'industrializzazione del servizio dei taxi», mentre con l'accordo «è come se si fosse bloccato anni fa l'arrivo degli ipermercati e si fosse concesso agli alimentari di ampliare i negozi».

«La rivoluzione liberale non si fa con i pareggi», è il titolo dell'editoriale zemaniano del Riformista, critico nel merito, un provvedimento già annunciato come blando la cui portata viene ulteriormente affievolita, e di metodo, il cedimento a proteste violente e illegali. Liberalizzazioni e concorrenza nei mercati dei servizi e dei beni è la ricetta fortemente indicata non solo da Giavazzi, ma anche da Alberto Alesina.

Comunque, Prodi e Rutelli non sono affatto contenti. Figuriamoci Nicola Rossi, Polito e Capezzone. La fregatura sarebbe stata la mediazione di Veltroni, chiamato a mediare guarda caso proprio dai tassisti. Adesso non rimane che dare forza alla proposta dell'Istituto Bruno Leoni, sostenuta da Capezzone e tradotta in emendamento al decreto.

Di positivo c'è che forse l'emendamento «Nutella» confermerà l'Iva al 10% su cioccolatini e dolciumi. La potente lobby dei ghiottoni all'opera...

Una sottile linea rossa...

E' quella che separa il Governo Prodi da una grave crisi nei rapporti con Washington. C'è tensione: per la telenovela sulla missione in Afghanistan, salvata (così pare) per il rotto della cuffia, ma senza l'aumento di truppe e la disponibilità degli aerei promessi dal governo precedente; per l'«equivicinanza» nella nuova crisi mediorientale; per il "caso" Abu Amar, che rischia di trasformarsi in una nuova Sigonella.

Gli Stati Uniti, rivela il retroscena di Minzolini oggi su La Stampa, hanno bisogno di un governo forte, con una maggioranza più compatta sulla politica internazionale. L'attuale quadro politico non piace Washington, che in queste ore sta tentando «di sensibilizzare, per quel che può, gli amici che ha nella politica italiana». Cossiga primo fra tutti. Qualcuno dice che «da qui a sei mesi qualcosa cambierà. E non si andrà alle elezioni. E' già tutto pronto. D'Alema arriverà al posto di Prodi e la maggioranza si allargherà. Anche Berlusconi è d'accordo. Accetto scommesse. E manderemo via Rifondazione e quelli del Pdci che hanno un nome complicato». D'Alema e Berlusconi, dunque, a lavorare a un nuovo compromesso fra i loro interessi.

Prodi però sarebbe pronto a vendersi l'anima al diavolo per diventare buon interlocutore degli Usa. Quindi pare che stavolta, al contrario che nel '98, se allargamenti, cambi, ristrutturazioni di maggioranza hanno da essere, non starà a guardare, se ne farà carico in prima persona per condurre ancora il gioco.

Cosa si sono detti Bush e Blair

Yo! Bush e Blair durante la conversazione privata ripresa dai microfoni rimasti apertiVarie versioni del breve dialogo tra Bush e Blair intercettato al G-8 grazie ai microfoni lasciati inavvertitamente aperti. C'è la trascrizione della Cnn, quelle dell'Indipendent (gustosa, con le feroci frecciatine nei confronti di Blair) e dell'International Herald Tribune. Tra tutte, mi hanno convinto quelle della Bbc e di Slate, dalle quali, riascoltando l'audio, ho cercato di trarre qualche interpretazione:

Bush: Yo, Blair. How are you doing? [La stampa britannica sfotte Blair per questo "Yo" con cui lo apostrofa Bush]
Blair: I'm just...
Bush: You're leaving?
Blair: No, no, no not yet. On this trade thingy... [da qui inizia un passaggio su un problema riguardante il commercio internazionale]
Bush: Yeah, I told that to the man.
Blair: Are you planning to say that here or not?
Bush: If you want me to.
Blair: Well, it's just that if the discussion arises...
Bush: I just want some movement.
Blair: Yeah.
Bush: Yesterday we didn't see much movement.
Blair: No, no, it may be that it's not, it may be that it's impossible.
Bush: I am prepared to say it.
Blair: But it's just I think what we need to be an opposition...
Bush: Who is introducing the trade?
Blair: Angela.
Bush: Tell her to call 'em.
Blair: Yes.
Bush: Tell her to put him on, them on the spot. And thanks for the sweater it's awfully thoughtful of you. [regalo ben poco estivo]
Blair: It's a pleasure.
Bush: I know you picked 'em out yourself...
Blair: Oh, yes absolutely - in fact I knitted it!!!
(laughter)

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Bush: What about Kofi Annan? He seems all right. I don't like his ceasefire plan. His attitude is basically ceasefire and everything sort out... but I think... [l'argomento cambia, si parla della crisi libanese]

Blair: Yeah, no I think the thing is really difficult. We can't stop this without getting international presence agreed [la forza d'interposizione proposta da Blair e Annan. Bush sembra scettico sia perché potrebbe rivelarsi solo d'ostacolo per Israele, sia perché gli potrebbe venire richiesto di impiegare nuove truppe]. I think what you guys have talked about which is the criticism of the [UNIFIL]. I am perfectly happy to try and see what the lie of the land is [Blair si offre di aprire le consultazioni per capire chi sarebbe disposto a partecipare], but you need that done quickly because otherwise it will spiral [Blair sembra molto più preoccupato di Bush per la situazione].

Bush: Yeah, I think Condi's gonna go pretty soon.

Blair: Well that's, that's all that matters. But if you... You see it gets it going. [Sembra un'affermazione umiliante quella di Blair. Un'ammissione d'impotenza: "Ciò che importa è che ci pensiate voi"]

Bush: I agree, it's a process... I told her your offer too. [Bush si tiene sul vago. Un "processo", come dire "vedremo..."]

Blair: Well it's only... if she needs the ground prepared as it were. Obviously if she goes out she has to succeed, if it were, whereas i can just go out and talk. [Una cosa ovvia se ci pensate, ma un'ammissione così limpida deve aver ferito l'orgoglio britannico. I giornali inglesi hanno molto maltrattato Blair per come esce da questo stralcio di dialogo]

Bush: See the irony is what they need to do is get Syria to get Hezbollah to stop doing this shit and it's all over... [Qui probabilmente Bush ce l'ha con l'Onu, o forse con il Governo libanese]

Blair: Dunno... Syria...

Bush: Why?

Blair: Because I think this is all part of the same thing...

Bush: [con il boccone in bocca] Yeah [un "sì" non molto convinto]

Blair: Look - What does he think? He thinks if Lebanon turns out fine, if you get a solution in Israel and Palestine. Iraq goes in the right way. [Chi è questo lui? E' la chiave del significato politico di tutta la discussione. Potrebbe essere Annan, ma potrebbe anche essere Assad, il dittatore siriano. Cioè, Blair che immagina il peggior incubo di Assad. Calma in Libano, il processo di pace che riprende tra israeliani e palestinesi e le cose in Iraq che volgono al meglio. Assad teme che queste cose accadano e quindi fomenta Hezbollah]

Bush: Yeah - He's sweet. ["è dolce", sarcastico Bush, una conferma che si potrebbe trattare di Assad e che Bush è abbastanza sicuro del fatto che gli esiti temuti da Assad siano talmente realistici da renderlo così disperato e, tutto sommato, innocuo]

Blair: Yeah... He's had it. And that's what the whole thing is about. It's the same with Iran. [Blair cerca di andare avanti col discorso. Se tutte quelle cose si verificano Assad è perduto. Anche l'Iran è perduto. Così, non bisogna aspettarsi collaborazione da loro. Possibile sia Blair il più neocon?]

Bush: I fell like telling Kofi to call, to get on the phone to Assad and make something happen.

Blair: Yeah.

Bush: We're not blaming Israel... and we're not blaming the Lebanese Government. [Bush non ha nessuna intenzione di fare pressioni su Israele per un cessate-il-fuoco, piuttosto sembra orientato a far terminare a Israele il lavoro sporco - pronto poi, a qualsiasi soluzione diplomatica]

Tuesday, July 18, 2006

Interposizione fa rima con equivicinanza

Una ragazza scrive con un pennarello su un proiettileNoi due, la solidarietà ad Antonio Polito, ieri, l'abbiamo offerta di persona, sapendo bene cosa significhi l'essere cestinati. Il suo articolo, comunque, è stato pubblicato da Il Foglio. Di là, su il Riformista, denunciano il feeling anti-israeliano tra Romano, Massimo e Sodano.

Oggi, Massimo D'Alema, parlando alla Camera, ha reiterato tutte le accuse sulla reazione militare di Israele agli attacchi di Hezbollah. ha riconosciuto che «è stata innescata da forze estremiste, Hamas e Hezbollah», e quindi la sua legittimità, in base al principio di autodifesa della carta dell'Onu, ma «è andata al di là di ogni ragionevole proporzione».

La soluzione, secondo il ministro degli Esteri, non può che essere una sola: cessate-il-fuoco, negoziato, caschi blu dell'Onu. C'entra anche la guerra in Iraq, naturalmente, che «ha alimentato il terrorismo e il fondamentalismo che ora sono più forti rispetto al passato». Dunque, il luogo comune della guerra in Iraq come madre di tutte le tragedie, anche se non è la prima volta che Israele si trova dinanzi a una minaccia esistenziale.

E' preoccupante, piuttosto, che il nostro ministro degli Esteri confessi che «l'ipotesi di un coinvolgimento dell'Iran e della Siria è per noi difficile da verificare». Da verificare? Ignoranza o malafede?

Intanto, dopo il premier israeliano Olmert, anche il vicepremier, laburista, Shimon Peres, respinge l'idea di una forza d'interposizione: «L'esercito libanese ha 70 mila soldati. Non ha bisogno di forze internazionali per garantire la sicurezza al confine. Semplicemente non vogliono combattere. Hezbollah ignora il governo libanese e le
Nazioni Unite. La nostra esperienza con Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon, la missione Onu nel Libano del Sud che conta 2 mila caschi blu, ndr) - ha aggiunto - ci insegna che non ha potuto fermare questa organizzazione. Dobbiamo chiedere se c'è davvero una forza internazionale preparata ad usare le armi per fermare il lancio di 1500 missili in 5 giorni».

1500 missili in 5 giorni... Scopo di tale forza multinazionale non dovrebbe essere l'interposizione, che richiama alla mente il concetto di equivicinanza, ma il peace-enforcing, cioè il disarmo forzato e lo scioglimento di Hezbollah. E ciò significa, nei fatti, che una forza militare multinazionale dovrebbe condurre al posto di Israele combattimenti contro Hezbollah, usando però una forza «proporzionata». Ma che ci sia questa volontà, da parte europea e dell'Onu, mi pare davvero improbabile. Eppure, si tratterebbe di una svolta: l'Onu che fa rispettare con la forza una sua risoluzione disapplicata, la 1559.

Se fosse qualcosa di diverso, se avesse cioè lo scopo di impedire le azioni militari di Israele, sarebbe come legare le mani di uno solo dei due contendenti e, nella fattispecie, dell'aggredito. E' questo il problema. Quando si tratta di fermare gli attacchi di Israele ci si precipita a offrire il proprio contributo. Con il nobile scopo di fermare la «guerra». A quanto pare in questi sei anni in cui, nonostante il ritiro completo di Israele dal Libano, riconosciuto ufficialmente dall'Onu, Hezbollah ha continuato, con incursioni e lanci di missili, ad attaccare il territorio israeliano, nessuno si è accorto che ci fosse una «guerra». Si giunge quindi al paradosso che la guerra sporca, illegale, terroristica, di Siria e Iran contro Israele non è considerata tale ed è, anzi, tollerata, mentre la reazione di Israele, legittima secondo il principio di autodifesa della carta dell'Onu, va fermata.

Contro «il riflesso anti-israeliano che lambisce, attraversa e caratterizza la sinistra italiana» è intervenuto oggi alla Camera Daniele Capezzone, spiegando che non ci sono più di fronte israeliani e palestinesi, a giustificare un atteggiamento di equivicinanza, ma c'è il tentativo di cancellazione di Israele, ad opera del «quadrilatero Hamas-Hezbollah, Iran-Siria».

L'Iran, ha sottolineato Capezzone, «non è parte della soluzione, ma parte del problema, ed è assurdo pensare a "mediazioni" di Teheran». L'Italia e l'Europa, semmai, diano forza alla proposta dei radicali e di Pannella per "Israele nell'Unione europea". «Che sinistra siamo se non abbiamo al centro la lotta alle tirannie. Che sinistra siamo se non esprimiamo sostegno a quelli che a Damasco e a Teheran cercano la loro stada per la libertà e la democrazia?». Serve una «strategy» e Capezzone ha indicato tre vie: "Basta soldi ai dittatori"; le nuove "Radio Londra", via etere e via internet; far lavorare la Comunità delle Democrazie.