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Friday, September 14, 2012

Non chiamateli terroristi: i nuovi "compagni che sbagliano"

Anche su L'Opinione

Se qualcuno vi dicesse che il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, l’assassinio di D’Antona e di Biagi, per citare crimini più recenti, non furono atti di terrorismo, ma solo "sovversivi", probabilmente gli dareste del pazzo delirante. Eppure, è ciò che in pratica hanno sancito la Corte di Cassazione e la Corte d’assise d’appello di Milano nelle sentenze di condanna che riconoscono gli imputati, appartenenti alle «nuove Brigate rosse-Partito comunista politico militare» (Pcpm), colpevoli sì di associazione sovversiva (articolo 270 del codice penale), ma non di terrorismo (articolo 270-bis). Non si tratta di una questione solo nominalistica, tra le due fattispecie di reato ballano parecchi anni di pena. Ma l’organizzazione neobrigatista non può essere considerata terroristica, sostengono i giudici, perché non si ravvisano in essa «il proposito di intimidire indiscriminatamente la popolazione, l’intenzione di esercitare costrizione sui pubblici poteri», né «la volontà di destabilizzare» o «distruggere gli assetti istituzionali del Paese». I "sovversivi" si sono limitati ad incendiare le sedi di Forza Italia a Milano e di Forza Nuova a Padova, e a progettare attentati contro la sede del quotidiano Libero, un manager della Breda e il giuslavorista e senatore Pietro Ichino.

Gli imputati avevano sì in testa un «disegno eversivo», «sovversivo», e stavano progettando una serie di azioni, ma la loro – scrivono i giudici d’appello nelle motivazioni – era una «violenza generica e non terroristica». Portatori di una «aberrante visione ideologica», non disdegnano «affatto la violenza della guerra», che anzi rappresenta per loro «il momento finale dello scontro di classe». Volevano fare «proseliti» attraverso la «propaganda armata», per questo stavano preparando «plurimi attentati» e Ichino era uno dei loro «obiettivi politici». Tuttavia, non hanno agito con «modalità terroristiche» – e qui l’argomentazione si rende ridicola – perché i loro bersagli erano mirati, scelti e individuati con precisione, e si ponevano «il problema di evitare gli "effetti collaterali" della loro azione eversiva e violenta», poiché non era loro intenzione «generare panico o terrore». Ammesso e non concesso che l’assassinio dell’ennesimo giuslavorista non intimidisca la popolazione, ma progettare un attentato ad un senatore della Repubblica non esprime forse «la volontà di destabilizzare gli assetti istituzionali»?

In questo modo i giudici rischiano di legittimare implicitamente la logica e i criteri dei brigatisti nell’individuare le loro vittime. La sentenza di fatto attribuisce, unicamente sulla base dei loro disegni criminali, il carattere di "non indiscriminate" ad aggressioni che in effetti appaiono proprio indiscriminate, dal momento che solo nella mente dei brigatisti – speriamo non anche dei giudici – la vittima viene assunta con motivo e non indiscriminatamente a simbolo e rappresentante del "sistema" da abbattere. E il discrimine può essere semplicemente di ordine pratico: tra i potenziali bersagli colpire il meno protetto.

L’aggravante delle finalità terroristiche, osserva Ichino, è stata introdotta nel codice proprio per combattere la lotta politica armata, ma da oggi è di fatto inservibile. A ben vedere, infatti, storicamente il terrorismo rosso non ha mai agito così indiscriminatamente come pretendono i giudici oggi perché si configuri la matrice terroristica. Negli anni ‘70 iniziarono individuando i loro bersagli prima nelle fabbriche, tra gli industriali e tra i sindacalisti, poi tra i magistrati che li perseguivano, per arrivare ai giornalisti, ai politici e agli statisti come Moro. Questa sentenza assolve dall’accusa di terrorismo anche le vecchie brigate rosse.

Il bersaglio in realtà è indiscriminato perché non è la persona Ichino che si vuole colpire, ma lui in quanto simbolo della categoria a cui appartiene o delle idee che esprime. Tutti coloro che fanno parte della categoria di Ichino, gli studiosi di diritto del lavoro impegnati in politica, o di altre, come manager di aziende, giornalisti, politici, uomini delle istituzioni, e tutti coloro bollati per le loro idee come nemici di classe, sono potenziali bersagli. E’ evidente per ciò come l’obiettivo non sia colpire una singola persona, ma terrorizzare un’intera categoria e corrente di pensiero politico. Certo, il "sovversivo" dirà che chi non è nemico di classe, chi non sostiene il "sistema", non ha nulla da temere. Lo stesso leader delle nuove Br, Alfredo Davanzo, ha fornito la prova del carattere indiscriminato delle loro intenzioni, quindi terroristiche, quando rispondendo a Ichino ha detto: «Questo signore rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema». In queste parole, pronunciate in udienza, davanti ai giudici, c’è sia l’ammissione di voler colpire gli «esecutori di questo sistema», un bersaglio direi sufficientemente indiscriminato, sia di voler destabilizzare» o «distruggere gli assetti istituzionali» (il sistema).

Sembra che agli occhi dei giudici per «intimidire indiscriminatamente la popolazione» ci voglia un attentato che possa coinvolgere potenzialmente chiunque tra 60 milioni di persone. Non basta forse, per essere "indiscriminato" e per "intimidire", che possa colpire nel mucchio un’ampia categoria di persone, addirittura tutti gli «esecutori di questo sistema», quindi in teoria non solo i milioni di persone (tra cui magistrati e uomini delle forze dell’ordine) che servono lo stato?

Queste sentenze rischiano di rappresentare molto più che un semplice "abbassare la guardia" rispetto al fenomeno neobrigatista e anarchico-insurrezionalista. Rischia di passare il messaggio che entrare nella lotta armata, concepire la guerra contro il "sistema" e i suoi uomini come uno strumento di lotta politica, non è terrorismo, a patto di selezionare con cura i propri bersagli, preoccupandosi di evitare vittime "collaterali". Basta essere accurati, insomma, per sfuggire all’accusa di terrorismo e farsi molti meno anni di carcere?

Thursday, September 13, 2012

Basta scuse, su la testa

L'amministrazione Obama sta davvero scadendo nel grottesco. Il segretario di Stato Hillary Clinton continua a dissociarsi da un video amatoriale che nessuno ha visto, nessuno è davvero in grado di dire chi lo abbia prodotto e di che nazionalità sia (il mistero è fitto), né se la traduzione in arabo nel trailer è corretta. Insomma, c'è puzza di montatura lontano un miglio, tanto che il video sarebbe comparso su internet a luglio ma guarda caso solo alla vigilia dell'11 settembre qualcuno s'è preso la briga di tagliare un trailer e tradurlo in arabo.

Ebbene, la Clinton continua a condannare questo ridicolo video amatoriale, quando ormai è appurato che l'attacco al consolato di Bengasi non c'entra nulla (si è trattato di un assalto militare pianificato da tempo come rappresaglia alle operazioni Usa contro gli estremisti in Libia), mentre dovrebbe rivendicare la piena libertà d'espressione garantita in America (si brucia la bandiera nazionale, non si può girare un video su Maometto?) e piuttosto chiedere conto dei cristiani quotidianamente trucidati e perseguitati nei Paesi musulmani.

A leggere l'analisi di Maurizio Molinari sulla «pista che porta ad al Qaeda», su La Stampa, e la ricostruzione di Daniele Raineri, su Il Foglio, sembra emergere una grave sottovalutazione da parte delle autorità americane della possibilità di attacchi, soprattutto in Libia. Da maggio-giugno i droni americani stanno bombardando gli estremisti islamici nell'area di Bengasi. Da uno di questi attacchi, nel giugno scorso, è stato ucciso Abu Yahia al Libi, influente capo di al Qaeda. Sempre a giugno un primo attacco al consolato americano e un attentato con lanciarazzi all'ambasciatore britannico. Insomma, i rischi di ritorsione, di rappresaglia, erano elevatissimi (in particolare in concomitanza con l'anniversario dell'11 settembre), eppure uno degli obiettivi più sensibili era praticamente indifeso. Per tentare di salvare i funzionari del consolato sono dovuti partire in aereo da Tripoli, dopo l'attacco, 8 militari, i quali senza l'aiuto dei poliziotti libici avrebbero potuto ben poco e i morti ora sarebbero 25.

Liz Cheney, oggi sul Wall Street Journal, indica con precisione chirurgica il problema di fondo: con la politica estera di Obama in troppe parti del mondo gli Stati Uniti non sono più sufficientemente affidabili per gli alleati, né sufficientemente temibili per i nemici. Ed elenca tutti i messaggi sbagliati partiti dalla Casa Bianca e gli atti che hanno indebolito l'America:
«Apologizing for America, appeasing our enemies, abandoning our allies and slashing our military are the hallmarks of Mr. Obama's foreign policy».
Certo, tra un mese e mezzo ci sono le presidenziali, ora un colpo Obama è costretto a spararlo per non mostrarsi debole. Ma dove? Verso chi?

E questo film ridicolo, che potrebbe anche essere tutta una montatura, lo continuiamo ad offrire come pretesto agli integralisti islamici, in una rincorsa folle e senza fine alle loro paranoie e alla loro malafede. Non solo l'America, tutto l'Occidente ha un grosso problema di mancanza di autostima, roba da psicoanalisi di massa.

Wednesday, September 12, 2012

Il 12 settembre di Obama: la resa ideologica

Ciò che è accaduto ieri al Cairo e a Bengasi, e stamattina a Washington, è emblematico. Nulla avrebbe potuto spiegare meglio il significato del mio post di ieri sulla sensazione di un disarmo ideologico dell'Occidente di fronte alla minaccia terrorista islamica.

In mattinata viene diffusa dalle tv arabe la notizia (e subito dopo le drammatiche immagini) dell'uccisione dell'ambasciatore americano in Libia, di un altro funzionario e due marine, nell'attacco della notte al consolato Usa di Bengasi. Già ieri l'ambasciata Usa al Cairo era stata oggetto di una violenta manifestazione di protesta a causa di un film anti-islamico amatoriale, prodotto da cristiani copti espatriati in America. Bandiera strappata, violazione dell'ambasciata, qualche colpo in aria. Ma a Bengasi si è trattato di qualcosa di diverso dalla sassaiola di una folla spontanea: un assalto militare in piena regola, con armi pesanti, evidentemente pianificato (forse in coincidenza con l'11 settembre). Il consolato è dato alle fiamme, c'è almeno una vittima.

Poi si verrà a sapere che le vittime sono quattro, incluso l'ambasciatore. Ciò che più sconcerta - oltre alla sensazione che l'attacco sia stato sottovalutato e il consolato letteralmente abbandonato al suo destino da parte di Washington - è la reazione timida, cerchiobottista, di vera e propria sudditanza e resa ideologica da parte dell'amministrazione Obama.

Innanzitutto, il delirante comunicato e i tweet in cui l'ambasciata al Cairo chiede praticamente scusa per il film anti-islamico. Che sia stato diffuso prima o dopo i fatti di Bengasi poco importa a questo punto, conta il contenuto: si condannano «i continui sforzi da parte di individui fuorviati di ferire i sentimenti religiosi dei musulmani» e si rigettano «con forza gli abusi del diritto universale alla libertà d'espressione per offendere il credo religioso altrui». In pratica ci si scusa per i propri principi, e per un'offesa di cui gli Stati Uniti non hanno colpa, e che in ogni caso non avrebbe mai potuto giustificare la violenza. Un comunicato da cui solo sei ore più tardi la Casa Bianca si sarebbe dissociata («non l'abbiamo approvato»).

Poi nella notte viene ammazzato un ambasciatore statunitense e per ore la Casa Bianca tace. Sembra di rivedere lo sketch di Clint Eastwood che alla convention repubblicana parla con una sedia vuota dove dovrebbe essere seduto Obama. Un presidente assente, o dormiente. Arriverà presto un comunicato di scuse per il disagio causato ai musulmani?

Inizia a serpeggiare l'idea che Bengasi 2012 possa trasformarsi per Obama in ciò che rappresentò Teheran 1979 per Carter. Qualcuno comincia a rimpiangere Gheddafi e Mubarak. No, qui bisogna rimpiangere l'America, quella che non sapeva nemmeno cosa volesse dire abdicare ai suoi principi.

Finalmente, dopo ore, arriva una nota scritta del presidente Obama, nella quale «condanna fermamente l'ignobile attacco», ma in cui di nuovo traspare questa preoccupazione di scusarsi con i musulmani per le offese del film. Hanno appena ucciso un suo ambasciatore, ma Obama riesce a ricordare che gli Usa «respingono i tentativi di denigrare le religioni altrui», nella stessa frase in cui dichiara di «opporsi inequivocabilmente alla violenza senza senso». Il link è fatto, in qualche modo i due eventi - film offensivo e attacco - vengono accostati. Una condanna con "ma anche": Obama si oppone alla «violenza senza senso» dell'attacco, ma anche ai «tentativi di denigrare le religioni altrui».

Più convincente e presidenziale nel tono la dichiarazione successiva di Hillary Clinton rispetto a quella di Obama il patetico. Tanto che si rende necessaria una comparsata del presidente (con Hillary al suo fianco) per rafforzare il fiacco e cerchiobottista comunicato scritto qualche ora prima. Una dichiarazione di cinque minuti ben più tosta nella quale, senza rispondere a domande, il presidente ripete più volte che non può esservi alcuna giustificazione alla violenza, e promette che «sarà fatta giustizia», che «le autorità americane e quelle libiche lavoreranno per individuare e assicurare alla giustizia gli assassini».

Quello che più ripugna di questa triste storia è che molti, anche ai vertici dell'amministrazione Usa, si bevono ancora la cazzata che queste cose nascono da un film o da qualche vignetta offensiva. Certo, qualche fanatico che riesce ad aizzare una folla di suoi simili può esserci. Ma a Bengasi è accaduto qualcosa di diverso: un attacco militare, non una protesta. Secondo quanto riporta su twitter Daniele Raineri, inviato del Foglio, «c'è stata un'operazione militare di 'rescue' andata male, un aereo americano è arrivato ieri notte a Bengasi per salvare lo staff. Gli americani si erano rifugiati in una 'safe house' segreta, ma gli aggressori sapevano dov'era. E' seguito un conflitto a fuoco: due americani sono morti in questo secondo scontro, dopo la morte dell'ambasciatore». Una versione confermata da fonti Usa alla Cnn. Dunque, «un'operazione di 'rescue' andata male, spiega il ritardo nelle notizie e forse cambia anche il significato politico della storia».

Già, lo aggrava per Obama, diventa più simile a Teheran 1979: e se si è trattato di un puro e semplice attentato, e la protesta per il film amatoriale su Maometto era solo un diversivo, perché parlare ancora dei «tentativi di denigrare le religioni altrui»? Non è un problema di libertà d'espressione che ferisce i sentimenti dei musulmani, ma di terrorismo da una parte e mancanza di leadership dall'altra.

Il governo Usa conta come il due di picche al Cairo e a Tripoli (il presidente egiziano non ha ancora espresso una condanna per la violazione dell'ambasciata americana). Obama non ha affatto «guidato da dietro le quinte» le transizioni della primavera araba, le ha subite da sotto il tavolo. Leading from behind è stato solo uno slogan efficace per nascondere i suoi ritardi nella comprensione degli eventi e il suo vacillare nelle decisioni strategiche. In Libia è intervenuto per fare bella figura, perché si trattava di cacciare col minimo sforzo un pagliaccio, geopoliticamente ormai innocuo e indifeso, mentre con Assad, che ha dietro Iran e Russia, se la fa sotto, assiste immobile ad un massacro anche peggiore e al riarmo iraniano.

Monti tra verità e contraddizioni

Bisogna dare atto al premier Mario Monti di non essersi nascosto dietro un dito: «In parte le nostre decisioni hanno contribuito ad aggravare» la crisi. Quale capo di governo, quale politico, avrebbe avuto l'onestà intellettuale di una simile ammissione? Negare, negare anche l'evidenza, è la parola d'ordine dei politici (e non solo). Monti ha dunque parlato con il linguaggio della verità, e va apprezzato per questo, ma la sua autostima gli ha impedito di evitare di giustificarsi dicendo che si è trattato di scelte inevitabili.

«Solo uno stolto può pensare di incidere su elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare almeno nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda». Vero anche questo. Il rapido aggiustamento fiscale che la situazione richiedeva avrebbe portato comunque ad un calo della domanda, e quindi ad una recessione. Cure indolori non ce n'erano e non ce ne sono. Tuttavia, c'è recessione e recessione. Tagli alla spesa pubblica piuttosto che aumenti di tasse causano di solito recessioni più brevi e meno acute, perché nel primo caso si tratta di trovarsi un altro cliente, nel secondo produttori e consumatori devono far fronte tutti ad una diminuzione di capacità d'acquisto e di investimento.

E' vero che in un Paese come l'Italia, dove ormai oltre metà dell'economia dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica (abbiamo forse superato il punto di non ritorno?), lo shock sarebbe stato comunque forte, ma d'altra parte anche la pressione fiscale era già a livelli insopportabili. Ma come ha ricordato anche il governatore Draghi, nell'inevitabilità e nell'urgenza dell'aggiustamento fiscale il governo un paio di opzioni le aveva di fronte a sé: agire più sul lato della spesa o più sul lato delle tasse. Ha scelto la seconda, la peggiore. Ma la correzione era inevitabile, non la strada per conseguirla.

Possiamo anche riconoscere che a novembre, appena entrato in carica, non c'era forse altro modo che aumentare le tasse. Ma da gennaio ad oggi il governo ha avuto 9 mesi per invertire il trend, invece ha perso tempo e quando finalmente sono arrivati i primi tagli alla spesa ha partorito un topolino.

Emblematico dei risultati deludenti e autolesionistici di questa politica, anche sul piano del bilancio, è il gettito della tassa sulle barche di lusso: 23 milioni di euro rispetto ai 155 attesi. E questo a fronte di una riduzione dei consumi nei porti e nelle località marittime, anche a causa del clima da caccia all'evasore, stimata in 700 milioni. Quindi ulteriore gettito perso.

Nell'intervista rilasciata da Monti a Cnbc e pubblicata da MilanoFinanza il premier pone solo al terzo posto le riforme strutturali come «volano della crescita»: al primo il calo dei rendimenti dei titoli di Stato, al secondo la ripresa dell'economia internazionale. Ebbene, ma come la mettiamo se gli investitori aspettano di vedere riforme e segnali di ripresa prima di tornare a comprare i nostri titoli? Rischia di essere un cane che si morde la coda: Monti in pratica si affida a loro per la crescita, ma quelli non investono in attesa di riforme e crescita.

Infine, l'aumento di produttività, che per Monti sembra possa arrivare solo dalle parti sociali. Tradotto: lavorare di più all'incirca allo stesso salario. Bene incalzare imprese e sindacati sulla contrattazione aziendale, ma perché invece di tagliare di fatto le retribuzioni non tagliare il pizzo esorbitante, criminale, che si prende lo Stato sul lavoro? Il governo deve fare la sua parte: deve agire per legge sulla contrattazione, se Confindustria e sindacati si dimostrano inconcludenti, e deve abbattere il cuneo fiscale. Si possono reperire le risorse tagliando i sussidi alle imprese, rivedendo le esenzioni fiscali, per non parlare della spesa pubblica.

Istruzione: il guaio è che spendiamo male

Anche quest'anno il rapporto Ocse Education at Glance (su dati 2009) suggerisce che il problema del sistema educativo italiano non è legato tanto alla quantità della spesa, quanto alla sua qualità ed efficienza, smentendo così i soliti luoghi comuni statalisti. La nostra spesa è troppo squilibrata, da un lato a favore di scuole primarie e secondarie inferiori, mentre soffrono licei e università, dall'altro sulla spesa corrente (salari) a danno degli investimenti (edilizia e strumenti). In Italia gli insegnanti vengono pagati molto meno dei loro colleghi ma sono uno ogni 11,3 alunni nella scuola primaria (media Ocse 15,8, Francia 18,7 e Germania 16,7) e uno ogni 12 nelle secondarie (media Ocse 13,8, Francia 12,3 e Germania 14,4). Le famiglie fanno la loro parte, semmai è quasi trascurabile il contributo di enti privati, che non sono incentivati ad investire nell'istruzione né da vantaggi fiscali né da una governance aperta e trasparente. E a fronte di una spesa che rispetto al Pil pro-capite è in linea con le medie Ocse e Ue, e con quella dei paesi europei più simili al nostro, sforniamo pochi laureati e i nostri studenti sono mediamente meno preparati. Ma scendiamo nel dettaglio.
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Tuesday, September 11, 2012

L'11 settembre e il nostro disarmo ideologico

Sono tra quelli che l'11 settembre non sarà mai più un giorno come un altro. Un giorno in cui si spende almeno qualche minuto in ricordo delle vittime e una riflessione sulla violenza dei terroristi islamici. E' in voga sui social network quella specie di "turismo", o esibizionismo, per cui ciascuno ricorda dov'era e con chi era al momento della strage. Però in pochi sembrano interessati a ricordare il target ideologico di quell'aggressione, l'insieme di valori che qualcuno voleva abbattere e sotterrare con le due torri. Gli edifici crollano e si ricostruiscono, i morti si piangono, si onorano, ma sono il passato. Quei valori sotto attacco ci servono per continuare a vivere, ma li stiamo difendendo? Poniamocela questa domanda, almeno l'11 settembre, perché la risposta purtroppo non è scontata.

Almeno una volta l'anno, in questo giorno, non lasciamoci ingannare dalla falsa razionalità con cui il tempo ci fa riflettere sull'11 settembre e sforziamoci di ri-cogliere il significato profondo che percepimmo allora.
«In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».
Tony Blair
Mai un evento era stato così "globale", nel senso di partecipato, seppure con emozioni molto diverse tra di loro, anche opposte, in tutte le parti del mondo contemporaneamente. Resterà scolpito nelle coscienze, collettive e individuali. Grazie alla risposta americana e di pochi altri alleati i nemici sono quasi tutti sotto terra, o comunque non se la passano bene, ma l'Occidente non è ancora guarito dai propri fantasmi interiori.

Come scrivevo l'anno scorso, è ancora in uno stato di torpore e sfiducia in se stesso, sembra non credere più nei valori che lo hanno reso grande e che sono alla base dell'odio dei nostri nemici. Non saprei dire se il disarmo è «morale», come l'ha definito in una interessante analisi Stefano Magni, o più intellettuale, politico, ideologico. Di sicuro è un disarmo. Che mette in pericolo le nostre società, il nostro modello di vita, il nostro futuro, e che oltraggia la memoria delle vittime di 11 anni fa. Nemmeno il loro sacrificio ci ha svegliati. Non basta ricordare dove eravamo per fare i conti con le sfide che quell'evento ci ha posto.

Monday, September 10, 2012

Il Monti-bis e i partiti alle misere manovre

Gli ultimi dati Istat indicano che il nostro Pil quest'anno sta precipitando verso un rovinoso -3%. Il calo nel II trimestre è stato dello 0,8%, -2,6% se confrontato con il II trimestre 2011. Nel 2012 abbiamo già acquisito una perdita del 2,1%. Per mantenerci entro il -2,5% la caduta dovrebbe quasi arrestarsi nei prossimi due semestri, ma nulla fa pensare che sarà così. I dati dei consumi parlano chiaro: la spesa delle famiglie italiane nel II trimestre è scesa del 3,5% (-10,1% gli acquisti di beni durevoli, -3,5% i non durevoli, -1,1% i servizi). Solo cinque mesi fa il governo stimava un calo del Pil annuo dell'1,2%. Delle due l'una: o ha colpevolmente sottovalutato gli effetti depressivi delle sue politiche, oppure ha consapevolmente tentato di nascondere la realtà.

Sia come sia, questi dati confermano che lo scudo anti-spread messo a punto da Draghi non risolve da solo i problemi dell'Italia. La sfida resta quella di trovare una politica credibile per abbattere il debito senza deprimere l'economia, risultato a cui invece ci sta portando la ricetta Monti. Su questo dovrebbe vertere la campagna elettorale alle porte, ma i partiti sembrano piuttosto concentrati sulle alchimie politiche. Il Pdl in queste prime fasi risulta non pervenuto, incapace di iniziativa politica, paralizzato in attesa della decisione di Berlusconi sulla sua ricandidatura. A onor del vero, una proposta concreta per abbattere il debito l'ha elaborata, ma leadership e personale politico non rinnovati non la rendono credibile.

Per il Pd il governo tecnico è servito a "cacciare" Berlusconi e a varare decisioni impopolari, un intermezzo necessario a preparare la presa del potere. Bersani scalpita, vede Palazzo Chigi a portata di mano e scalda i motori della sua gioiosa macchina da guerra 2.0, che lo fa assomigliare a Occhetto nonostante lui si creda Hollande. Si dice pronto, davanti all'Italia e al mondo, ad assumersi la responsabilità di governare, ma per ora si barcamena, cercando di scacciare i fantasmi di Monti e Renzi. La campagna del giovane sindaco di Firenze è per lo più rivolta al rinnovamento interno, non si capisce ancora in che direzione guiderebbe il Paese. Ma dal Pd non servono tante parole, sappiamo cosa aspettarci: rigore a base di tasse, quindi depressivo, e tentativo di rilancio con investimenti pubblici nelle ristrette pieghe del bilancio. Il piano l'ha svelato D'Alema qualche giorno fa: arrivare primi e convincere Casini a governare con Vendola.

Casini spera invece di convincere il Pd a sostenere un Monti-bis. E' più interessato alle formule, a rafforzare la sua rendita di posizione, sperando in un risultato elettorale incerto che disponga i due poli a farsi guidare verso il centro. Crede che come programma basti una generica evocazione dell'"agenda Monti" e come rinnovamento una sorta di Udc allargata a qualche esponente della società civile (Marcegaglia, Bonanni) e a qualche ministro "tecnico" (Passera, Riccardi). Ma che credibilità avrebbero personaggi che accettassero di "intrupparsi" senza chiari impegni al cambiamento, né programmatico né di apparato? «La pesca a strascico di Casini e i docili tonni della società civile», è il duro attacco di Montezemolo via Italia Futura.

Prende le distanze dall'Udc anche Fermareildeclino, le cui proposte sono tra le più chiare e condivisibili. Ma restano l'incertezza su leadership e personale politico (come per Italia Futura) e il rischio che un certo antiberlusconismo viscerale che contraddistingue Giannino & Co possa apparire troppo colpevolizzante per gli elettori che in Berlusconi hanno creduto e che FilD con la sua agenda mira a conquistare.

Quanto a Monti, il premier ha osservato nei giorni scorsi che «l'Italia ha bisogno di un governo politico», ma in un modo che non sembra escludere una continuazione della sua esperienza, a suo giudizio tutt'altro che "tecnica". Il professore però continua a giocare da riserva della Repubblica: disponibile a tornare a guidare il Paese "su richiesta" dopo il voto, se i partiti lo chiameranno di nuovo, o per l'impossibilità di formare una maggioranza o per il peggioramento del quadro economico. Rispetto ad un governo Bersani-Vendola, l'ipotesi Monti-bis è senz'altro il male minore. Ma se spuntasse come opzione residuale per superare uno stallo post-elettorale rischierebbe di fungere da zattera di salvataggio dei vecchi partiti, senza un mandato forte per le riforme necessarie. Un conto è un premier calato dall'empireo per uno scorcio di legislatura; tutt'altro all'inizio di una nuova, sostenuto tra i mal di pancia di chi si sente scippato della vittoria elettorale e di chi è tentato di svolgere fino in fondo il ruolo dell'opposizione per recuperare i consensi perduti. Se Monti dev'essere, che gli italiani trovino il suo nome sulla scheda e che le forze politiche si riposizionino di conseguenza.

Friday, September 07, 2012

Ma il problema del moral hazard resta

Come prevedibile la stampa nazionale e la politica italiane (nonché i mercati) hanno celebrato enfaticamente il piano Draghi, mentre in Germania sono molto meno contenti. Le polemiche aizzate dalla Bundesbank e da alcune testate sono talmente chiassose e sopra le righe, a tal punto da ignorare gli aspetti del piano che obiettivamente vanno incontro alle preoccupazioni tedesche, da dare l'idea di una vera e propria sollevazione anti-Bce, che a ben vedere non c'è stata. Se il silenzio-assenso da parte del governo Merkel viene criticato dai falchi all'interno della stessa maggioranza, anche il mondo produttivo e la comunità degli economisti sono divisi tra falchi e colombe. Ma non siamo certo noi, con la nostra stampa che titola "IV Reich" o peggio, a poter dare lezioni di sobrietà alla stampa tedesca che parla alla pancia dei suoi lettori.

Draghi ha senz'altro mantenuto fede alle promesse di luglio («faremo tutto quanto necessario per difendere l'euro e, credetemi, sarà abbastanza»). I mercati festeggiano perché forse per la prima volta dall'inizio della crisi si è avuta la dimostrazione concreta della volontà delle istituzioni europee di difendere l'integrità dell'Eurozona. Il combinato disposto di ESM e OTM rappresenta un firewall che quanto meno promette di scongiurare in futuro il caos gestionale della crisi greca. Se altri Paesi entreranno in crisi, da oggi c'è una strada tracciata, una via al commissariamento - più rigido o soft a seconda dei casi, dipenderà dal negoziato politico - che allontana le prospettive di fallimenti traumatici e riduce i rischi di rottura dell'euro.

Ma se è fuori luogo strapparsi i capelli in Germania, lo è altrettanto brindare e darsi ai festeggiamenti in Italia e Spagna, fingendo di ignorare il nodo delle "condizionalità". L'attivazione del programma prevede comunque una forma di commissariamento, anche se soft. Perché il meccanismo messo in piedi da Draghi non regala nulla. Monti ha invocato più volte opportuni «riconoscimenti», in termini di interventi per "calmierare" i rendimenti, dei progressi compiuti nella politica di bilancio e nelle riforme. Ecco, lo scudo Draghi non è nulla di simile. Non è una ricompensa per i "compiti a casa" fatti, né formalmente un aiuto a fronte di condizioni, bensì uno strumento per depurare dallo spread i fattori di rischio estranei alla situazione macroeconomica del singolo Paese. Semplificando si potrebbe dire che lo scudo Draghi è concepito per far rientrare le paure di reversibilità dell'euro piuttosto che per "salvare" Spagna o Italia.

Limitare gli acquisti ai titoli a scadenza da 1 a 3 anni significa monetizzare il meno possibile il debito; evitare di quantificare ex ante i titoli da acquistare e di fissare tetti ai rendimenti vuol dire sì non dare riferimenti agli speculatori, ma anche porre un freno al moral hazard degli Stati. Così come la trasparenza sugli acquisti servirà a mantenere alta la pressione politica su di essi. La «piena sterilizzazione» svuota le critiche tedesche sul rischio inflazione, mentre lo status paritario della Bce nei confronti degli altri creditori rassicura i mercati ma rappresenta dei rischi, che in ultima analisi gravano sulle spalle dei contribuenti europei.

A voler essere onesti, l'accusa alla Bce di mettere i piedi nella politica fiscale non è del tutto infondata, ma lo era di più con il vecchio programma, l'SMP (infatti stoppato dagli euromembri più rigorosi), che con l'OMT. Non solo i tedeschi, anche il Wall Street Journal parla di «giant step into fiscal policy», che «costerà caro all'indipendenza politica della Bce». Diciamo che siamo al limite, a cavallo di un confine molto labile. Se è vera l'interpretazione secondo cui gli spread elevati incorporano distorsioni ormai non tutte dipendenti dalla situazione macroeconomica dei Paesi in difficoltà, allora si pone un problema di efficacia della politica monetaria, che va curato. Oggi sappiamo che in parte è così, ma un domani potremo esserne ugualmente certi?

Di buono c'è che a questo punto la politica non ha più alibi. Il nuovo firewall, se attivato, consentirà ai Paesi in difficoltà di guadagnare tempo per aggiustare il bilancio e approvare le riforme, ma gli acquisti di bond non potranno durare a lungo, perché sarebbe insostenibile politicamente. Ma c'è anche il rischio che, come in passato, il significato dello scudo venga equivocato dalle classi politiche e percepito come una rete di salvataggio pronta a "coprire" il loro moral hazard. La sola prospettiva degli acquisti "calmieranti" potrebbe far calare lo spread "gratuitamente", come in questi due giorni, e allentare quindi la pressione per le riforme e la disciplina di bilancio. In questo caso, i problemi di scarsa crescita e divario di competitività dei Paesi eurodeboli non verrebbero risolti e la rottura dell'euro sarebbe solo rinviata.

Dunque, tornare al business as usual perché tanto la Bce è pronta a soccorrerci sarebbe da pazzi e in caso di richiesta di intervento, che nei prossimi mesi, o settimane, il governo dovrà valutare attentamente, l'ipotesi Monti-bis diventerebbe più che probabile.

Lo scudo Draghi c'è. Ma la palla passa ai governi

Lo scudo anti-spread c'è, Draghi ha impugnato il "bazooka" che in tanti invocavano, ma il succo è che come previsto non si attiverà in automatico e "gratis", come ricompensa per i progressi compiuti nella politica di bilancio dagli stati in difficoltà, bensì su richiesta formale di questi ultimi e a «severe condizioni». I governi interessati dovranno prima chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm (quest'ultimo non ancora operativo, in attesa della decisione della Corte costituzionale tedesca), che a sua volta è condizionato alla sottoscrizione di un memorandum di impegni secondo linee guida già previste.
(...)
La contrarietà del presidente della Bundesbank non implica anche quella del governo tedesco, la cui posizione coincide invece con il voto favorevole di un altro membro del direttivo, Joerg Asmussen. «La Bce agisce in modo indipendente, nel quadro del suo mandato», ha dichiarato la cancelliera Merkel apprese le decisioni, pur avvertendo che «tutte le misure necessarie per la stabilità monetaria, come quelle della Bce, non possono sostituire le azioni politiche». Un concetto più volte espresso dallo stesso governatore Draghi: la Bce non può sostituirsi ai governi. Sbagliate, quindi, tutte le ricostruzioni che leggerete e ascolterete sulla Germania «isolata», addirittura umiliata da Draghi. In realtà, il compromesso è il frutto della sintonia e dell'azione combinata di Mario e Angela. Senza la disponibilità alla mediazione di quest'ultima, Draghi avrebbe potuto ben poco.

Dalle modalità operative del programma Omts si deduce che in ultima analisi le «severe condizioni» di cui ha parlato Draghi verranno poste agli stati in sede di attivazione dei fondi Efsf/Esm, quindi in sede politica, dall'Eurogruppo. Se nei memorandum verranno previsti gli impegni già esistenti o condizioni aggiuntive, e se queste saranno severe o morbide, verrà deciso caso per caso. E ovviamente un paese che sta compiendo progressi nel consolidamento fiscale, che sta facendo i suoi "compiti a casa", è ragionevole ritenere che possa strappare condizioni non troppo gravose. Aggiustamento fiscale, riforme e controlli serrati, dunque uno schema non troppo diverso dai piani imposti a Grecia, Portogallo e Irlanda, solo più flessibile. Il nodo delle condizioni verrà sciolto dal negoziato politico, è questa la vera polizza di assicurazione dei tedeschi, e allo stesso tempo il piccolo margine di tolleranza concesso a Spagna e Italia.

Ed ecco perché ora la palla passa ai governi, in primis di Madrid e Roma. Per una duplice ragione. Primo, perché saranno loro a dover decidere se, e quando, chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm, il solo modo per attivare anche gli acquisti "calmieranti" da parte della Bce; secondo, perché il "bazooka", la cui attivazione è comunque politicamente costosa, resta una toppa, un modo per guadagnare tempo, ma da solo non può risolvere tutti i problemi. Restano essenziali l'attuazione del fiscal compact e le riforme strutturali per migliorare la competitività e rilanciare la crescita.
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Thursday, September 06, 2012

Basta tavoli e appelli. Decisioni e meno tasse

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L'appello di Monti alle parti socali elude il tema del cuneo fiscale

L'economia italiana ha bisogno dell'esatto opposto di una «politica industriale», di aiuti pubblici più o meno camuffati da incentivi, elargiti agli imprenditori amici o in modo dirigistico, pretendendo di intuire i settori strategici. Ha bisogno di meno Stato: meno tasse, meno oneri burocratici, meno sussidi distorsivi. Dubitiamo quindi che lo stanco rito della concertazione, o delle "consultazioni", tra governo e parti sociali, che il premier Monti ha voluto riprendere in questo inizio settembre, incontrando ieri le associazioni delle imprese, la prossima settimana i sindacati, possa produrre benefici.

All'Italia di oggi non servono tavoli né appelli, bensì decisioni e riforme nette, radicali. Quasi mai nel nostro paese le parti sociali hanno giocato un ruolo di spinta all'innovazione economico-sociale. Quasi sempre, al contrario, si sono dimostrate potenti agenti di conservatorismo corporativo. E se guardiamo all'esempio più recente, che ha partorito la peggiore riforma di questo governo, quella sul mercato del lavoro, c'è persino da temere un nuovo "patto" per la produttività. Se le sorti del paese sono nelle mani delle parti sociali, allora siamo proprio messi male.

Di ieri l'allarme lanciato da Italia Oggi sugli effetti nocivi, da molti paventati, della riforma del lavoro. Dalle rilevazioni della Fondazione dei consulenti del lavoro emerge, infatti, che ad un mese dalla sua entrata in vigore ha praticamente bloccato l'avvio di contratti a progetto. Per il 93% del campione dei consulenti intervistati la riforma ha bloccato fino a 50 contratti; per il 3% da 50 a 200 e per il 4% addirittura oltre 200. Il 54% dichiara che al termine del regime transitorio per i contratti di lavoro intermittente le aziende hanno già deciso di risolvere il rapporto e solo il 3% di convertirlo a tempo indeterminato. Certo, pesa la crisi, ma se qualche imprenditore era indeciso, la riforma sembra aver tagliato la testa al toro (o al precario).

All'uscita dall'incontro con Monti il numero uno di Confindustria Squinzi ha parlato di «clima costruttivo», augurandosi «un autunno un pò meno bollente». I «fattori di contesto» (infrastrutture, agenda digitale, semplificazioni e giustizia), su cui il governo in una nota si impegna a continuare ad intervenire, sono importanti per la produttività e la competitività delle imprese, ma non decisivi. Monti si appella alle parti sociali affinché giochino un «ruolo da protagonisti» sulla «produttività del lavoro». Bene il pressing su imprenditori e sindacati per «l'attuazione e ulteriore rafforzamento della contrattazione di secondo livello e del legame tra salari e produttività», in particolare attuando l'accordo del 28 giugno 2011, ma pensare che crescita e occupazione si rilancino con l'apprendistato e i «contratti di solidarietà espansiva» è francamente risibile. E con un tax rate al 68% il governo non può più eludere ciò che è di sua competenza, cioè il cuneo fiscale e l'inefficienza degli apparati pubblici.

Non servono miliardi in infrastrutture, né briciole di incentivi o chissà quali effetti speciali. Non c'è "Agenda per la crescita" credibile senza abbattimento del cuneo fiscale, tagliando la spesa e i sussidi a imprese e sindacati. La cartina di tornasole è il rapporto Giavazzi, che fino ad oggi il ministro Passera e Confindustria sono riusciti a tenere nel cassetto. Dai tagli agli incentivi – molti dei quali premiano canali clientelari – si potrebbero risparmiare 10 miliardi da utilizzare per una riduzione del cuneo fiscale. Confindustria chi vuole rappresentare, le imprese che vivono di sussidi pubblici o quelle che invocano meno tasse per tutte?

Wednesday, September 05, 2012

Si tratta ancora sullo scudo anti-spread: il nodo delle condizioni

L'intervento congiunto Esm-Bce dev'essere sollecitato dagli stati in difficoltà e subordinato all'accettazione di severe condizioni, come delineato nelle scorse settimane da Mario Draghi e come si aspetta la cancelliera Merkel, o deve scattare con un certo automatismo sulla base delle autonome valutazioni dell'istituzione di Francoforte? E le eventuali condizioni verrebbero poste dall'Eurogruppo o dalla Bce? Nella conferenza stampa di ieri al termine del loro incontro a Villa Madama il presidente francese Hollande e il premier Mario Monti sono stati piuttosto vaghi su questo punto, lasciando intendere di voler restare fedeli a quanto deciso al Consiglio europeo del 28-29 giugno, nelle cui conclusioni si parlava di memorandum d'intesa ma non di condizioni aggiuntive rispetto agli impegni di bilancio già assunti dai singoli paesi in sede Ue e rispetto alle riforme/manovre in via di attuazione.
(...)
L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
(...)
«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
(...)
Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
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Tuesday, September 04, 2012

Alternative a Bersani-Vendola cercasi. Fate presto

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D'accordo, abbiamo passato un agosto relativamente tranquillo. Lo spread non ha fatto troppo le bizze e la Borsa ha chiuso il mese sopra i 15 mila punti. Niente tempesta di Ferragosto, anche gli speculatori sono andati in vacanza. Ma la crisi non è finita. Ce lo ricordano i dati Istat sull'occupazione, ancora in calo, quelli sul mercato dell'auto (negativi non solo in Italia) e le stime di Confcommercio sui consumi, nel 2012 calo del 3,3% con possibile chiusura di 150 mila attività commerciali. A settembre, dunque, si torna a fare sul serio ed è l'ora delle decisioni. I mercati sono in attesa di verificare i meccanismi di stabilità finanziaria che l'Europa si è impegnata a mettere in campo. Per quanto riguarda l'Italia, il governo è chiamato a fissare l'agenda per mettere a frutto i suoi ultimi mesi e a decidere sulla richiesta di aiuti Ue, mentre in vista delle elezioni del 2013 il mondo politico deve cominciare a dare risposte credibili per il dopo-Monti.

In particolare, chi è interessato a evitare un governo Bersani-Fassina-Vendola deve darsi una mossa, mettere da parte ambizioni, o piuttosto velleità personali, per offrire al paese un'alternativa credibile. La situazione appare molto simile a quella del '93-'94: c'è una gioiosa macchina da guerra che non vede l'ora di mettere le mani sull'intero bottino (forte è la tentazione di scaricare sul Pdl le colpe di un mancato accordo di riforma della legge elettorale e tornare al voto con il "porcellum"); gli italiani provano nausea per i vecchi partiti e non si fidano di Bersani, l'Occhetto dei nostri giorni; il 40% circa dell'elettorato si dichiara indeciso e una grossa fetta è in attesa di un'offerta politica nuova. Solo che non si profila all'orizzonte un leader con una sufficiente capacità d'aggregazione, come fu Berlusconi nel '94.

Il Pdl non è riuscito a rilanciarsi e il tempo sta scadendo, o è già scaduto. Qualche timido passo l'ha mosso nelle settimane scorse, ma troppo poco. È immobile e continuamente risucchiato nell'eterno tramonto del suo leader, caratterizzato dall'indecisionismo su tutto: candidatura, sostegno a un Monti-bis, legge elettorale, linea economica, politica europea. Casini ha già avuto dimostrazione alle amministrative che i voti in uscita dal Pdl difficilmente prendono la strada dell'Udc. Il suo piano di sostituirsi a Berlusconi come federatore di una rinnovata area moderata e di centro non sembra avere molte chance. Rischia di restare appeso ad un 6-7%, lusinghiero e sufficiente per mantenere la sua rendita di posizione ma non per determinare rivoluzioni nel campo moderato. Poi ci sono i "nuovi" - Grillo, Italia Futura e i liberisti di "Fermare il declino" - che giustamente rifiutano di accompagnarsi ai "vecchi" e puntano non all'ennesimo partitino, ma a rappresentare un'offerta politica maggioritaria, almeno nel loro campo. Tradotto in voti: almeno un 20%. Pdl, Udc, Italia Futura e anti-declinisti sono tutti in corsa per lo stesso settore dell'elettorato: quello deluso dal centrodestra berlusconiano ma che rifiuta di "buttarsi" tra le braccia della sinistra-sinistra di Bersani. Tutti rischiano di fallire: i primi due perché percepiti come "vecchi", i "nuovi" perché nonostante gli ottimi propositi potrebbero apparire movimenti troppo elitari, intellettuali.

Da una parte è comprensibile, e positivo, che ciascuno voglia giocare la sua partita; dall'altra il rischio è che nessuna di queste offerte ottenga il consenso necessario a imporsi come forza egemone. Il liquefarsi, o l'eccessiva frammentazione dell'offerta politica nel campo del centrodestra rischia di spianare la strada all'esito che davvero in pochi nel paese si augurano - praticamente il solo Bersani, che si crede l'Hollande italiano. Uniti o divisi questi soggetti dovranno saper mobilitare il blocco elettorale dell'ex centrodestra, per determinare almeno le condizioni per un Monti-bis che ci salvi da una deriva greca.

Friday, August 31, 2012

Go ahead, make my day!

Cos'altro ci si poteva aspettare da Clint Eastwood - regista, attore, uomo di spettacolo - se non un mini-show sul filo dell'ironia? Così è stato il suo intervento (qui il video) alla convention repubblicana che ha incoronato Romney. Può aver fatto centro o meno sul pubblico, la sua performance può essere stata più o meno "appropriata" alla serata, ma l'ondata di critiche e malignità che sono piovute dai blog liberal e sui social network suonano pregiudiziali e pretestuose. Possibile sia così insopportabile l'idea che uno solo dei big di Hollywood abbia osato schierarsi apertamente per i Repubblicani? E addirittura contro Obama?

Nel merito, Clint non ha certo speso troppe parole per lodare Romney. Anzi, il cuore politico del suo messaggio mi è sembrato piuttosto elementare: «You, we own this country... And when somebody does not do the job, we got to let them go». Il Paese ci appartiene, i politici sono al nostro servizio e quando non fanno il loro lavoro, mandiamoli a casa. Tutto qui. Come dire: mi schiero con Romney per mandare via Obama.

Resta in ogni caso la toppa clamorosa di quanti avevano letto lo spot Chrysler interpretato da Eastwood nell'intervallo del Superbowl come un endorsement a Obama. Coraggio America, «siamo solo a metà partita». Lo ricordate? Già, peccato che per il vecchio Clint il secondo tempo dovrebbe giocarlo Romney al posto di Obama.

Thursday, August 30, 2012

La peste delle intercettazioni e le colpe del Colle

A questo punto tanto vale pubblicarle, tutte, maledette e subito. Anzi, le stampi direttamente la procura di Palermo le intercettazioni che riguardano il Capo dello stato. Di abuso in abuso, siamo giunti al culmine di questo vero e proprio bubbone che infetta le istituzioni e la politica. E accanto a pezzi di magistratura che agiscono come "servizi deviati", cioè deviando e sconfinando dai limiti che la Costituzione assegna al proprio ufficio per giocare un ruolo politico, si aggiunge una casta giornalistica che trasuda ipocrisia da tutti i pori (o quasi).

Oltre al danno dell'abuso, la beffa: è evidente, infatti, che queste intercettazioni girano, sono di dominio pubblico nelle redazioni dei più "autorevoli" quotidiani, nei cosiddetti ambienti "bene informati". Le conversazioni del presidente non dovevano essere ascoltate. E se ascoltate casualmente, non dovevano essere conservate, ma immediatamente distrutte. Questo sarà la Consulta a stabilirlo. Appurato che esistono, il latte è versato, ma è ancora peggio che da mesi se ne parli, che ci vengano costruite sopra campagne di stampa e difese d'ufficio, e che un centinaio di privilegiati – i quali evidentemente ne conoscono il contenuto – ne facciano l'uso che fa loro comodo, mentre gli italiani sono costretti a brancolare tra i sospetti incrociati. Anche nel dubbio che siano state acquisite, conservate e diffuse illegalmente, ci sarebbe qualcosa di nobile per un giornale nel pubblicarle integralmente, per mettere al corrente i suoi lettori e tutta l'opinione pubblica. Ma evocarle strumentalmente, usare ciò che si conosce non per informare, bensì per alimentare allusioni, sospetti, veleni, non si addice alla professione giornalistica. E' sciacallaggio sulla pelle delle istituzioni e alle spalle degli italiani.
(...)
Ha avuto ragione il presidente Napolitano ad investire del problema la Consulta, ma il suo intervento è tardivo rispetto alla gravità delle anomalie e limitato alla difesa delle prerogative della sua carica, mentre in questi anni altre istituzioni – Parlamento e governo – avrebbero meritato maggiore tutela dagli attacchi, spesso impropri e con mezzi illegittimi, da parte di alcune procure. Si può rimproverare a Napolitano di aver deliberatamente contribuito ad affossare un disegno di legge sulle intercettazioni e di non aver intrapreso – pur essendo al vertice dell'ordinamento giudiziario, come presidente del Csm – iniziative ben più incisive per vigilare sulla corretta applicazione della legge e sul corretto svolgimento delle loro funzioni da parte di alcuni settori della magistratura. Insomma, è spiacevole la sensazione che Napolitano si sia svegliato solo quando si è trovato lui stesso coinvolto nel circolo mediatico-giudiziario.

E ancor più grave sarebbe scoprire che confidava agli amici, in privato, di essere consapevole del ruolo indebitamente politico svolto da alcune procure e pm, senza però fare nulla, nell'ambito dei suoi poteri naturalmente, per porre fine a tali anomalie. È arrivato il momento per il presidente Napolitano di fare il presidente del Csm e di dar seguito con atti pubblici, formali, alle convinzioni espresse in privato.

La condizione di "ricatto" in cui si trova, d'altra parte, è nei fatti. Non una "ricattabilità" in senso stretto, ovviamente, ma certo l'esistenza stessa delle intercettazioni, e il fatto ormai appurato che in decine, se non in centinaia, ne conoscono seppure sommariamente il contenuto, espongono l'istituzione al rischio destabilizzazione e obiettivamente tolgono al presidente margini di manovra e serenità, dunque piena libertà, nell'esercizio delle sue funzioni. Si potrebbe pensare, per esempio, che non agisca – per quanto è nei suoi poteri – nei confronti delle anomalie che egli stesso vede nell'operato di parte della magistratura, per timore di subire altri attacchi. Va tenuto presente, comunque, che il problema delle intercettazioni non è solo legislativo, ma soprattutto disciplinare e di politica giudiziaria. Può essere in vigore la migliore legge, ma se non c'è alcun contrappeso istituzionale all'arbitrio dei magistrati nell'interpretarla a loro comodo, non servirà a nulla.
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Tuesday, August 28, 2012

Tasse da Stato (pat)etico per fare cassa

«Bevi la coca cola che ti fa bene / bevi la coca cola che ti fa digerire / con tutte quelle, tutte quelle bollicine...». Le tasse salutiste annunciate dal ministro Renato Balduzzi ci renderanno più cari i versi di questa provocatoria canzone di Vasco Rossi. L'iniziativa del ministro rivela una concezione dello stato, della fiscalità, profondamente illiberale e anti-economica, ma con le aggravanti dell'inutilità, dell'ipocrisia e della banalità. Oltre al danno di essere governati da statalisti, la beffa (o forse la fortuna?): questi signori non mostrano la minima coerenza per esserlo fino in fondo, né il coraggio di sopportare le conseguenze del loro dirigismo.

C'è qualcuno che davvero ritiene che «un aumento di tre centesimi a bottiglietta» - questo l'aggravio quantificato ieri dal ministro - possa aiutare a «far riflettere - questo lo scopo proclamato - sulla necessità di abitudini alimentari migliori, specialmente per i più giovani»? Non solo l'aggravio è contenuto nell'entità, ma anche circoscritto nei prodotti che colpisce. Perché è stata esclusa una moltitudine di cibi e bevande - anche della nostra tradizione gastronomica - senz'altro nocivi e di cui spesso abusiamo? (...) Per cambiare davvero, in senso "salutista", i consumi alimentari degli italiani sarebbe servito un aggravio molto più pesante, e anche sui prodotti nostrani, ma avrebbe causato danni enormi all'economia e sollevato resistenze ancora più forti.

Eppure, per quanto sia "mini", questo nuovo balzello su bibite analcoliche gassate e superalcolici con zuccheri aggiunti, in ragione della loro diffusione tra i ceti popolari garantirà alle casse dello stato un gettito nient'affatto trascurabile di circa 250 milioni di euro l’anno. La nuova tassa, dunque, è inutile sul piano delle abitudini alimentari e ipocrita, perché lo scopo apparentemente nobile - la salute dei cittadini - serve a dissimulare il vero obiettivo: fare cassa. Appare talmente inappropriata allo scopo dichiarato che chiamare in causa lo stato etico o il paternalismo di stato è persino troppo lusinghiero per Balduzzi.
(...)
La tutela della salute rientra invece nelle funzioni dello stato, ma la sua accezione si sta estendendo fino a minacciare le libertà individuali. Oggi il governo pretende di esercitare la sua tutela non solo nei confronti di possibili danni arrecati da terzi, ma anche di quelli che l’individuo adulto e nel pieno delle sue facoltà può autoinfliggersi. Il diritto alla salute può diventare un dovere alla salute senza ledere la libertà individuale?

Se l'obiettivo non è "etico", ma è contrastare l’aumento dei costi per il servizio sanitario nazionale legati ai comportamenti dannosi per la salute, allora forse si dovrebbe mettere in discussione il modello di sanità pubblica: invece di tassare anche chi non abusa di cibi e bevande, far pagare ai singoli i costi sanitari dei loro stili di vita dissennati.
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Saturday, August 11, 2012

A settembre ultima chiamata per l'Italia

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Scampata – almeno così sembra al momento, perché con i mercati non si può mai stare tranquilli – la tempesta d'agosto, grazie soprattutto alle rassicuranti prese di posizione del presidente della Bce Mario Draghi, sarà settembre il mese delle decisioni irrevocabili. La Corte costituzionale tedesca dovrà esprimersi sul meccanismo di stabilità europeo (ESM), ma soprattutto l'Italia dovrà decidere se formalizzare una richiesta d'aiuto o se continuare a tentare di farcela da sola. Nel primo caso, almeno nelle intenzioni del governo, non si tratterebbe di chiedere un "salvataggio" vero e proprio, ma un intervento per calmierare lo spread e i tassi d'interesse sui nostri titoli di stato, così da rifiatare in attesa che le riforme introdotte producano i loro benefici.

Sia attraverso il bollettino mensile di agosto della Bce, che nella sua ultima conferenza stampa, Draghi ha raccomandato ai governi in difficoltà (Spagna e Italia) di tenersi pronti ad inoltrare le richieste d'aiuto ai fondi salva-stati. Solo una volta chiamato il soccorso, e firmato il relativo memorandum di impegni, infatti, la Bce può a sua volta attivare il proprio piano di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario. Ma oltre alla perdita di sovranità fiscale, il problema è che chiedere aiuto prima ancora di aver perso l'accesso ai mercati, solo per ottenere un intervento calmierante, verrebbe interpretato dagli investitori come un segno di debolezza, rischiando quindi di scatenare il panico e determinare uno shock ulteriore sui tassi. Avendo chiesto "solo" l'attivazione del cosiddetto scudo anti-spread, ci ritroveremmo, di fatto, in pieno "salvataggio", con tutto ciò che ne consegue.

Dunque, la domanda alla quale a settembre dovremo rispondere è: possiamo ancora farcela da soli, senza aiuti? Forse sì, una via – seppure molto stretta – ancora c'è, ma occorre imboccarla di corsa e con la massima determinazione. Il governo Monti, proprio per la sua natura "tecnica" ed "emergenziale", l'avrebbe dovuta intraprendere da subito, appena insediato. E' quella di un corposo abbattimento dello stock di debito pubblico, in tempi rapidi e con modalità trasparenti. Escludendo il ricorso ad una tassa patrimoniale straordinaria – di dubbia efficacia, dall'effetto troppo depressivo sull'economia e discutibile sotto il profilo etico (i cittadini hanno già dato!) – si tratta di impegnare il patrimonio pubblico. Gli strumenti tecnici ci sono e gli esperti ne hanno già indicati alcuni.

Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio bivio politico: o si aggredisce il debito accumulato con una sostanziosa sforbiciata nel breve-medio periodo, o si continua con una politica di rientro graduale, di lungo-lunghissimo periodo, realizzando avanzi primari pluriennali. Quest'ultima è la via tentata in passato, e fallita, perché corrisponde ad una sorta di cappio, o ergastolo fiscale: richiede infatti una crescita sostenuta, continua e per un lungo periodo, che nello stato attuale non è credibile, e che in ogni caso i mercati non sembrano disposti ad aspettare; oppure continue strette fiscali, che innescano, o aggravano, una spirale recessiva, aggiungendo al problema del debito quello della caduta del Pil o dell'assenza di crescita, che non fa che aumentare la sfiducia dei mercati nella nostra capacità sia di mantenere il pareggio di bilancio sia di ripagare il debito.

Abbattere il debito tramite cessioni di patrimonio pubblico, invece, ha molteplici vantaggi: una prospettiva credibile di forte riduzione dello stock in tempi relativamente brevi (cinque anni) riduce di per sé il rischio e incoraggia i mercati ad avere fiducia; si può evitare di ricorrere a nuove emissioni di titoli, o limitarle sensibilmente, in un periodo di tassi troppo penalizzanti; si possono ottenere risparmi rilevanti nella spesa per interessi, liberando risorse per una politica fiscale pro-crescita (ridurre le tasse, non aumentare la spesa!).

Purtroppo il governo Monti ha intrapreso la via degli avanzi primari, aumentando la pressione fiscale e sperando nella ripresa. Ma ultimamente è sembrato più incline a cambiare rotta e a prendere in esame iniziative più incisive per ridurre il debito. Le proposte, da parte di centri studi, singoli economisti, appelli come fermareildeclino, ma anche da parte del Pdl (l'unico partito ad averne avanzata una), non mancano. Settembre quindi si annuncia come il mese decisivo: insieme al terzo round di spending review – il rapporto Giavazzi (dieci miliardi in meno di sussidi alle imprese da tradurre in minori imposte), il rapporto Amato (tagli ai finanziamenti a partiti e sindacati) e il piano Vieri Ceriani (sfoltimento delle agevolazioni fiscali) – il governo dovrebbe cominciare ad attuare il suo piano anti-debito.

Quello del ministro Grilli però è ancora modesto nelle dimensioni (15-20 miliardi l'anno per cinque anni) e discutibile nel metodo, il ricorso alla Cassa depositi e prestiti (al 70% di proprietà del Tesoro ) per i tre fondi in cui dovrebbero confluire gli asset da dismettere (uno per le società municipalizzate, uno per i beni demaniali assegnati agli enti locali con il federalismo e uno per i 350 immobili di pregio già individuati). L'operazione dev'essere più ambiziosa. Ecco il merito della proposta del Pdl, che punta a 400 miliardi in cinque anni: al di là delle tecnicalità, e della "verginità" politica da tempo persa dai promotori, indica la strada giusta – abbattere subito il debito – e obbliga gli altri soggetti politici, nonché il governo Monti, a posizionarsi rispetto a questa fondamentale scelta politica.

Thursday, August 09, 2012

Partiti alle grandi manovre: il Pd rinnega l'agenda Monti, il Pdl vuole integrarla

Mentre il governo si prepara per gli esami di riparazione a settembre, studiando nuovi "compiti a casa" che avrebbe dovuto per lo meno iniziare a svolgere nove mesi fa, i partiti scaldano i motori per la competizione elettorale del 2013 e le loro strade, confluite temporaneamente nel sostegno a Monti, iniziano a divergere con sempre maggiore evidenza. Con la carta d'intenti di alcuni giorni fa, e con le interviste di ieri di Bersani e Fassina, il Pd si allontana sempre di più dalla cosiddetta "agenda Monti", mentre con la proposta per l'abbattimento del debito il Pdl si mostra più intento ad integrarla, forse nel tentativo di "agganciarsi" al professore per riguadagnare la credibilità perduta negli anni di governo. Il sogno di Casini, invece, è dar vita ad una sorta di "lista Monti" e di sostituirsi definitivamente al Pdl nel ruolo di rappresentante dei "moderati".

Al Sole 24 Ore il segretario del Pd ha giurato «lealtà al governo Monti», «lealtà verso il grande obiettivo europeo» e responsabilità sui conti pubblici. Quanto all'"agenda Monti", cioè a quell'insieme di riforme strutturali in parte avviate in parte da avviare, il discorso è ben diverso. Per Bersani la continuità con Monti sta nel fine – l'Europa e l'euro – non nei mezzi, nelle politiche per raggiungerlo. I patti e gli impegni assunti vanno certamente rispettati, «finché non si cambiano e migliorano». Un modo per dire che il Pd si impegnerebbe innanzitutto per ricontrattare i patti esistenti come il fiscal compact.

Mentre il governo Monti sembra deciso ad imboccare, alla ripresa di settembre, la strada dell'abbattimento del debito e di ulteriori tagli alla spesa pubblica, per il Pd si è già tagliato abbastanza e la priorità è la crescita, da rilanciare attraverso due vie: investimenti pubblici, a livello comunitario e nazionale, cioè ulteriore spesa che ammorbidendo i vincoli europei di bilancio non andrebbe conteggiata nel rapporto deficit/Pil; e redistribuzione, una tassa patrimoniale il cui gettito verrebbe "redistribuito", in termini di minori imposte, a imprese e lavoratori. Voglia di retromarcia, invece, almeno parziale, in due dei capitoli già affrontati dal governo Monti: pensioni e lavoro. Il grande pallino di Bersani, poi, è la «politica industriale».
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Saturday, August 04, 2012

Il "Lodo" Draghi mette in fuori gioco il Pds Bersani-Vendola

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Bazooka sì, quindi, ma nessuna scappatoia per Spagna e Italia: dovranno chiedere gli aiuti e fare le riforme. Sarebbe impensabile, infatti, far digerire ai tedeschi l'acquisto di bond da parte della Bce senza allinearsi alla loro politica di stringenti condizionalità. Condizionando il proprio intervento alla richiesta di soccorso ai fondi salva-stati, quindi all'iniziativa dei leader politici dei paesi interessati, la Bce mantiene le mani libere: nessun acquisto sarà automatico o "dovuto". Un margine di incertezza che responsabilizza sia i mercati sia i politici, e che soprattutto preserva la funzione di stimolo, di pressione sui governi, esercitata dai mercati attraverso lo spread (nella cui efficacia Berlino crede fermamente).

Le condizioni che si vanno delineando per l'attivazione dello scudo anti-spread – richiesta formale e firma del memorandum – sembrano mettere in fuori gioco l'alleanza elettorale Pd-Sel, il nuovo Pds ("Polo della speranza"), a cui sta faticosamente lavorando Pierluigi Bersani. La "Carta d'intenti" del Pd (un'analisi approfondita è uscita su queste pagine due giorni fa), che getta le basi per l'intesa programmatica tra i due partiti, è un manifesto di discontinuità, nemmeno troppo sfumata, rispetto all'"agenda Monti". Certo, l'Europa è il «nostro posto», non c'è alcuna strizzata d'occhio alle pulsioni antieuro, ma Bersani è convinto di poter restare ancorato alla visione di un'Italia saldamente nell'euro, con un ruolo da protagonista nell'Ue, attuando politiche da sinistra novecentesca. Gli "intenti" del Pd, sommati a quelli ancor più esplicitamente anti-montiani enunciati da Vendola, delineano un'alleanza che esprime una politica di sinistra "identitaria" per fare il pieno di voti a sinistra, pronta eventualmente a contaminarsi con le istanze montiane dell'Udc dopo il voto, se necessario per formare una maggioranza parlamentare. Ma in questo modo rischiando una riedizione dei conflitti interni all'Unione prodiana.

Un'alleanza siffatta sarebbe "unfit" a rispettare gli impegni eventualmente assunti dall'Italia con Ue e Bce a seguito della richiesta di attivazione dello scudo, che potrebbe essere avanzata già a settembre. Ecco perché il "lodo" Draghi (bazooka della Bce sì, ma a condizioni "tedesche") mette in fuori gioco la coppia Bersani-Vendola e aumenta invece le chance di un Monti-bis dopo il voto, l'unica prospettiva, al momento, che renderebbe credibile il rispetto degli impegni da parte del nostro paese.

Se dopo le parole di Draghi possiamo essere ragionevolmente ottimisti sullo scudo europeo, ora serve immediatamente uno scudo anti-spread italiano: un programma credibile e concreto per l'abbattimento, in tempi ragionevoli, dello stock di debito pubblico e una riduzione della spesa pubblica tale da permettere di ridurre gradualmente ma sensibilmente la pressione fiscale. Una proposta di abbattimento del debito è giunta nei giorni scorsi dal Pdl e finirà sul tavolo di Monti: un piano da 400 miliardi, il quadruplo di quello di Grilli (15-20 miliardi l'anno per 5 anni), per riportare il debito sotto il 100%.

Ma c'è uno strano spread tra Pdl e Pd: il Pdl soffre di scarsa credibilità, paradossalmente il Pd di troppa credibilità. Nel senso che il Pdl, pur avendo di recente formulato una proposta articolata e interessante per l'abbattimento del debito e la riduzione delle tasse, ha dimostrato al governo di non saper mantenere le proprie promesse e, anzi, di fare l'esatto contrario. Il Pd, al contrario, quando minaccia la patrimoniale, quando promette investimenti e dirigismo (quindi più spesa), quando parla di "redistribuzione" e di gestione pubblica dei "beni comuni", può essere creduto sulla parola, ma se lasciato fare ci porterebbe dritti in Grecia.
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Friday, August 03, 2012

Il bazooka c'è, ma non gratis: su richiesta e condizionato

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Nessun automatismo nell'attivazione dello scudo anti-spread, che dipende, invece, dalla richiesta degli stati interessati con tutte le condizionalità previste. E' questo il nodo politico: lo scudo come meccanismo di stabilità che scatta in modo autonomo, o come forma di "salvataggio", quindi su richiesta e condizionato? Le aspettative innescate dal discorso di Draghi del 26 luglio a Londra - che forse perché inaspettato, o perché così volitivo («la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l'euro e, credetemi, sarà abbastanza»), aveva rassicurato i mercati e allentato le tensioni sui titoli di stato - si sono infrante ieri sulle sue parole al termine del direttorio della Bce, provocando il nuovo tonfo in Borsa (-4,6%) e il rialzo dello spread (511). «Nessuna retromarcia», assicura Draghi. Solo che i mercati avevano interpretato le sue parole di una settimana fa come il segnale di un prossimo intervento della Bce sui mercati obbligazionari di Spagna e Italia, ma in realtà, fa notare, non c’era alcun riferimento esplicito ad una ripresa degli acquisti di bond.

Consapevole che gli spread sono «eccezionalmente alti», a livelli «inaccettabili», a causa delle paure di reversibilità dell'euro, Draghi ha ribadito che la moneta unica è «irreversibile» e che l'intenzione di «fare di tutto» per preservarla c'è ed è «unanime». Questo solenne impegno dovrà bastare a dissuadere gli speculatori nel mese di agosto, perché la «decisione finale» sugli interventi della Bce sarà presa solo «nelle prossime settimane» (a settembre). L'accordo con i tedeschi sulle modalità ancora non c'è. Draghi ha ripetuto che la Bce «nell'ambito del suo mandato per mantenere la stabilità dei prezzi nel medio termine e in osservanza della sua indipendenza nel determinare la politica monetaria, può eseguire operazioni di mercato di una dimensione adeguata a raggiungere il suo obiettivo». Ma sugli acquisti di bond, ha avvertito, restano le note «riserve» della Bundesbank, forse un vero e proprio veto. Quindi i negoziati continuano. Al momento, la situazione è che prima deve arrivare la richiesta formale di assistenza da parte di Spagna e Italia, e solo dopo la Bce si affiancherebbe al fondo salva-Stati (Efsf o Esm) con gli acquisti di bond sul mercato secondario, i quali sarebbero concentrati sui titoli a breve scadenza e non sui decennali. Da qui la raccomandazione ai governi di «tenersi pronti» a inoltrare la richiesta.

Come riferito dalla "Sueddeutsche Zeitung", Draghi pensa ad una «doppia strategia», «un'azione concertata» tra Bce e fondo salva-stati. Quest'ultimo acquisterebbe i titoli direttamente dai governi, alle aste, mentre la Bce sul mercato secondario. Dalle parole di Monti pare di capire che il nostro governo spera nella seconda opzione, senza passare per una richiesta esplicita, ma il premier, alla vigilia del vertice del 29 giugno, e da allora in altre occasioni, non ha nemmeno escluso la richiesta d'aiuto. L'Italia, ha detto ieri da Madrid, «non ha bisogno di alcun salvataggio», ha i conti a posto, e al momento «non c'è alcuna intenzione» di chiedere l'attivazione dello scudo, ma «ci riserviamo di valutare azioni di accompagnamento» per far calare gli spread.

Ricapitolando: Monti distingue tra salvataggio, di cui l'Italia non ha bisogno, e strumento per raffreddare lo spread, per la stabilità dell'Eurozona. Per i tedeschi invece è la stessa cosa, da attivare previa richiesta formale di aiuto e firma del memorandum d'intesa, che porta al monitoraggio Commissione Ue-Bce. La posizione di Monti - compiti a casa da una parte, «soluzione europea» per calmierare lo spread dall'altra, per dare tempo alle riforme di produrre i loro effetti - sembra ragionevole. Il problema è che non abbiamo ancora compreso che i soldi della Bce non sono la soluzione alla crisi, ma solo uno strumento per guadagnare tempo. Strumento che non può durare all'infinito. Fino ad oggi, purtroppo, ad ogni calo dello spread si è puntualmente registrato un rallentamento, o annacquamento, delle riforme, a conferma dei pregiudizi tedeschi.

Thursday, August 02, 2012

Il difficile equilibrio dello spread

Non ha tutti i torti Mario Monti quando, da Helsinki, avverte che se lo spread dovesse rimanere a questo livello per qualche tempo, rischieremmo di vedere al potere in Italia un governo euroscettico e non orientato alla disciplina di bilancio. Il discorso ha senso economicamente, perché tassi troppo alti rischiano di vanificare l'effetto positivo delle riforme, e politicamente, perché se i cittadini non toccano con mano i frutti dei loro sacrifici, c'è il rischio di una crisi di rigetto della terapia. Però è innegabile l'esistenza di un'altra faccia della medaglia, come ammette lo stesso Monti: solo i tassi di interesse alti, quindi sotto la costante minaccia del default/commissariamento, sembrano costringere i governi a fare le riforme e le opinioni pubbliche ad accettarle. E non è, purtroppo, una storia del passato, come vorrebbe far credere il nostro premier. E' accaduto fino allo scorso marzo. Appena lo spread è calato di un centinaio di punti (per effetto dei presiti della Bce e non delle riforme), rimanendo comunque a livelli tali da non permettere una ripresa dell'economia e quindi l'uscita dalla crisi, il governo e i partiti si sono "rilassati". Da qui, in particolare, il cedimento ai sindacati e al Pd sulla cruciale riforma del mercato del lavoro, pesantemente sanzionato dai mercati e dai media della finanza internazionale.

La tesi secondo cui non è l'Italia, che sta facendo bene i suoi "compiti a casa", ad aver bisogno di aiuto, ma sono i mercati a non funzionare al meglio perché non riconoscono i progressi compiuti, è molto pericolosa. Perché di solito sono i politici a sovrastimare il loro operato e a identificare al di fuori del governo le cause del problema. La Commissione Ue può anche promuovere a pieni voti le politiche di un Paese, ma a rifinanziare il debito di quel Paese sono i mercati, non Bruxelles.

La strategia definita nell'incontro con il premier finlandese Katainen del «doppio binario» - da una parte «sforzi indefessi nel fare i compiti a casa nel proprio Paese», dall'altra, allo stesso tempo, una «soluzione europea» per calmierare lo spread, in modo da dare tempo alle riforme di produrre i loro effetti - sembra ragionevole ed equilibrata. Il punto, però, è che i politici, e le opinioni pubbliche, dei Paesi interessati - Spagna e Italia - devono aver ben chiaro che i soldi della Bce non sono la soluzione alla crisi, ma solo uno strumento per guadagnare tempo. Strumento che non può durare all'infinito. Fino ad oggi, purtroppo, sembrano non averlo ancora compreso e ad ogni calo dello spread si è puntualmente registrato un rallentamento, o annacquamento, delle riforme, a conferma dei pregiudizi tedeschi.

La carta degli stenti e il ritorno del Pds

A leggere con attenzione la "Carta d'intenti" del Pd, presentata martedì scorso da Pierluigi Bersani, viene da augurarsi che non si trasformi in una realtà di "stenti" per gli italiani. Di concreto s'intravede solo la patrimoniale («non si esce dalla crisi se chi ha di più non è chiamato a dare di più»), quindi più tasse, sullo sfondo della solita paccottiglia ideologica di paroloni "de sinistra" (uguaglianza, diritti, cittadinanza, partecipazione, pace, cooperazione, accoglienza).

Bisogna riconoscere però che il segretario del Pd si sta muovendo bene sul piano delle alleanze, preparando il suo partito a giocare in una posizione di perno centrale in una coalizione di sinistra-centro. Al netto dei balletti – Vendola scarica Di Pietro, ma anche no; apre all'Udc, ma anche no – la foto di Vasto si conferma l'alleanza elettorale a cui punta il Pd. Bersani ha incassato l'ok di Vendola alla sua carta d’intenti, quello a Di Pietro sembra un ultimo avvertimento (cambi i suoi toni o è fuori) e il veto di Nichi a guardare al centro sembra caduto. No alle politiche liberiste, difesa dell’articolo 18 e riconoscimento delle coppie gay le condizioni poste per un’intesa con Casini. Vendola auspica un "Polo della speranza". Speranza per chi non è chiaro, se per gli italiani, o se la loro di andare a Palazzo Chigi, ma di certo come acronimo è indicativo: Pds.

In particolare alcuni capitoli del "manifesto" sono emblematici dell'arretratezza ideologica a cui la linea Bersani condanna il Pd. La stessa lettura della crisi, colpa di un populismo «alimentato da un liberismo finanziario che ha lasciato i ceti meno abbienti in balia di un mercato senza regole», rende bene l'idea di quale sia il distacco dalla realtà degli autori. Si enunciano generici "intenti", come il lavoro «parametro di tutte le politiche», la «dignità del lavoratore da rimettere al centro», il «tasso di occupazione femminile e giovanile il misuratore primo dell’efficacia di tutte le nostre strategie». Per poi passare al concreto: si propone di «alleggerire» il peso fiscale sul lavoro e sull'impresa. Giustissimo, ma le risorse necessarie non si ottengono tagliando la spesa pubblica, riducendo il perimetro dello stato e delle sue articolazioni territoriali, il Pd vuole attingerle «alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari». Viene teorizzato un nuovo conflitto sociale: tra produttori e rendita finanziaria. Si troverebbero tutti dalla stessa parte, tra i produttori, «il lavoratore precario e l’operaio sindacalizzato, il piccolo imprenditore e l'impiegato pubblico, il giovane professionista e l'insegnante». Ma di tutta evidenza difficilmente queste categorie di lavoratori potrebbero sentirsi tutelate da una stessa, univoca politica economica. Contrastare la precarietà è uno degli obiettivi, da centrare «rovesciando le scelte della destra nell'ultimo decennio». In concreto, quindi, maggiore rigidità del mercato del lavoro, senza superare il dualismo tra outsider e iperprotetti, secondo lo schema Ichino.

Il problema delle diseguaglianze, che pure esistono nella nostra società, va risolto secondo il Pd nell’ottica di una mera «redistribuzione» della ricchezza. Si conferma, dunque, in antitesi con quella che è ormai la visione delle sinistre europee più moderne e liberali, un concetto di uguaglianza sorpassato, ma duro a morire nella sinistra italiana, secondo cui la vera uguaglianza è quella delle posizioni di arrivo, non di partenza: risuona forte la condanna, morale e politica, per «ricchezze e proprietà smodate che si sottraggono a qualunque vincolo di solidarietà». Così come si coltiva ancora l'illusione che si possa «redistribuire» ancor prima di aver creato ricchezza: «La giustizia sociale non è pensabile come derivata della crescita economica, ma ne fonda il presupposto».

Si scrive «sviluppo sostenibile» ma si legge dirigismo... la proposta è «una politica industriale "integralmente ecologica"». Poco più avanti ecco spiegato cosa si intende per «politica industriale»: è il governo che individua «grandi aree d'investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese». Resta da capire come sia conciliabile, dal punto di vista logico prima che politico, ritenere che l’economia abbia bisogno di essere "orientata" e allo stesso tempo che occorre puntare su qualità spiccatamente italiane come «il gusto, la duttilità, la tecnica e la creatività», che hanno invece bisogno del massimo della libertà per esprimersi.

Il capitolo sui cosiddetti «beni comuni» non lascia dubbi: nel Pd il mercato viene ancora vissuto come un intruso molesto. Sanità, istruzione, sicurezza e ambiente sono «beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti». In questi ambiti, pare di capire, non c'è spazio per operatori privati. Maggiore tolleranza per l’iniziativa imprenditoriale in altri settori, ma sempre sotto il rigido e occhiuto controllo statale: «L’energia, l’acqua, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo». E non manca, ovviamente, il richiamo ai «referendum della primavera del 2011» (nucleare e acqua). Per il resto, si parla genericamente di «agganciare la crescita in un quadro di equità», si proclama che «il nostro posto è in Europa». Ma nessun impegno sull'"agenda Monti", che viene brevemente citato per aver avuto «l'autorevolezza di riportarci in Europa».
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Wednesday, August 01, 2012

Arriva la Bce e Monti torna ottimista, ma lo scudo non risolve la crisi

«La fine del tunnel sta cominciando a illuminarsi». Queste le parole del premier Mario Monti ieri mattina a Radio Anch'io. Speriamo solo che quella luce in fondo al tunnel non sia di un treno che ci viene addosso. Rinfrancato dall'intervento volitivo di Mario Draghi, le cui parole («la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l'euro e, credetemi, sarà abbastanza») hanno rassicurato i mercati e allentato le tensioni sui nostri titoli di Stato, il premier è tornato a diffondere ottimismo. E ci risiamo. Anche nel marzo scorso, infatti, Monti aveva parlato con troppa disinvoltura di crisi «quasi finita» e del peggio ormai alle nostre spalle. Allora furono le due operazioni di prestiti della Bce alle banche a far calare indirettamente lo spread, ma si trattò di un'aspirina, tanto che la "febbre" tornò ben presto a salire fino al picco dei 540 punti dei giorni scorsi.

Oggi come allora gli acquisti di bond da parte della Bce, o dei fondi salva-stati Efsf/Esm, servirebbero solo a guadagnare tempo, ma non a risolvere la crisi.
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Mentre anche Monti e Hollande siglano un patto per l'integrità della zona euro e chiedono che siano subito attuate le decisioni dell'ultimo vertice Ue, il problema è che appena cala lo spread, anche di poco, ci rilassiamo e si allenta la determinazione nell'attuare le riforme necessarie. E' capitato persino a Monti, proprio nel marzo scorso, quando in un periodo di relativo "rientro" dello spread ha ceduto ai sindacati e al Pd sulla riforma del mercato del lavoro.

Dunque, se da una parte, come hanno ripetuto Monti e Hollande dopo il loro incontro di ieri, è vero che «diversi paesi dell'Eurozona devono oggi rifinanziarsi a tassi di interesse troppo elevati, malgrado stiano portando avanti le difficili ma necessarie riforme economiche», e quindi meritano in un certo senso la fiducia degli altri partner Ue e il sostegno della Bce, è anche vero tuttavia che proprio quel sostegno rischia di provocare un rilassamento dei governi e delle classi politiche. Un film già visto che non fa che confermare i pregiudizi tedeschi: solo sotto la costante minaccia di spread elevati si può sperare che i paesi eurodeboli, Italia in testa, imbocchino la via del risanamento e delle riforme strutturali. A complicare la situazione ci sono i partiti, impegnati nei loro esasperati tatticismi sulla legge elettorale.
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Insomma, potremmo essere alla vigilia di una tregua della crisi, ma i "compiti a casa" dovremo continuare a farli e spargere ottimismo non aiuta a tenere alta la concentrazione né del governo né dei partiti.
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