Tuesday, November 30, 2004

Su Gorbaciov la patina del politically correct da talk show

Due segnalazioni, fonte CeceniaSos.
Anche in Russia si nutrono speranze nella "rivoluzione arancione", l'errore strategico di Putin con le ex repubbliche sovietiche. Su Le Monde l'intervista di Natalie Nougayrède all'ex vicepremier di Eltsin.

Da Michael Gorbaciov, che si irrita quando interrogato su Antonio Russo e ribadisce i diritti russi sulla Cecenia, non ci si può aspettare dell'altro. E' l'uomo che chiunque vorrebbe avere al proprio convegno o al proprio talk show coi "gggiovani", ma aver vinto il premio nobel per la pace non fa di lui qualcosa di diverso. I politically correct pretendono di spacciare all'opinione pubblica l'immagine dell'uomo dei bei vecchi tempi andati, quando "lui si che seppe far trionfare la pace con quel cattivone yankee di Reagan". E' stato l'uomo più potente dell'Unione sovietica, non so se mi spiego, credo che sinceramente non condivida le politiche di Eltsin e Putin in Cecenia, ma è sovietico fino al midollo, non un uomo di diritto, né di pace. La storia gli ha assegnato un compito: non la pace, ma una capitolazione onorevole per l'Unione sovietica. Fatto quello, rimane il sovietico.

Per rendere credibile e seria la riforma delle aliquote

Il partito della spesa pubblica è immenso e porta al pauperismo
Occorre sconfiggere «l'egemonia confindustrial-sindacale in materia di spesa pubblica e microvantaggi privati». E' moralmente inaccettabile la politica di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite per la quale finora si incentivano le imprese e poi se le cose si mettono male i danni tanto li ripaga lo Stato e i cocci sono nostri. E' moralmente inaccettabile che le nuove generazioni continuino a portare il fardello dei privilegi dei padri e dei nonni.

Quello di Berlusconi è un taglio ancora piccolo, 6 miliardi di euro, ed è lecito attendersi che sia reso vano dalla scarsa incisività della riforma della spesa e dalle pressioni corporative che giungono anche dalla maggioranza. A questo punto però, come osservava Marco Pannella domenica sera, non basta avvertire che è "troppo tardi, che si è fatto male e troppo poco", ma bisogna avanzare proposte, spingere in avanti, per far sì che il processo iniziato sia tale e non torni ad arenarsi nelle concertazioni corporative che sequestrano ricchezza ai cittadini.

Ci prova Il Foglio a dire cosa fare: 1) annunciare tagli nel 2006 per nove miliardi di euro (in totale due punti percentuali di Pil che garantirebbero una crescita di almeno mezzo punto); 2) orientare la prossima riduzione in modo da riequilibrare il rapporto tra le riduzioni a favore della domanda (le famiglie) e dell'offerta (le imprese), agendo sull'Irap, l'incredibile e odiosa tassa "di destra" che il centrosinistra inventò proprio sul lavoro; 3) attaccare la spesa pubblica introducendo criteri di trasparenza, flessibilità e merito.

Lo scandalo italiano è l'omertà, non il crimine

Il Foglio suggerisce di andare oltre a «quel tribalismo, stonato e grossolano, che i leghisti tradiscono quando dicono che "nessuno può toccare un padano". Quasi la giustizia fosse affare di etnia e non di civiltà»; e «se proprio alla civiltà si intende fare appello, non è solo dalle istituzioni che bisogna aspettarsela. E invocare o disporre pubblicamente una taglia non significa per forza delegittimare l'intervento dello Stato. Non significa invitare alla giustizia "fai da te"», come credono fingendo spavento i politically correct da cui ci facciamo annebbiare il buon senso.

E' anzi auspicabile una forma di richiesta di collaborazione, quando sappiamo che il nostro problema non è la delazione, ma l'omertà. Allora «in quella taglia può essere invece percepito il richiamo alla vigilanza rivolto a una comunità offesa, l'appello a saldare l'azione dello Stato con l'iniziativa spontanea – e collettivamente incentivata – della società che si vorrebbe, appunto, civile». Ma civili non ci possiamo definire se la cittadinanza appare «rinunciataria o indifferente o rassegnata». Se a Napoli esistesse uno straccio di sindaco degno di questo nome agirebbe forse per risvegliare la coscienza civile, con uno sdegno che significhi azione, e non rassegnazione.

Niente da ridire quando una taglia la mette un sindaco bello e piacione de' sinistra, e non un rozzo e brutto lumbard de' destra. Gli «sciacalli» che «non devono farla franca» avevano incendiato mezza pineta ad Ostia. Vuoi mettere con l'assassinio di un benzinaio, a Lecco? E poi i soldi del Comune sono "puliti", non quelli "sporchi" di una libera associazione. Quando è lecito, Vostre Grazie Moralmente Superiori, mettere taglie?
Grazie mille a Rolli per la segnalazione

Monday, November 29, 2004

Quale Europa, quale informazione

L'unica «speranza» dell'Europa risiede proprio «in chi vuole divenire Europa»
In queste ore l'Europa (per merito della "Nuova Europa") sembra lentamente risvegliarsi da un letargo che le ha impedito finora un genuino impegno per la democrazia e lo stato di diritto, non dico nel mondo, ma persino ai suoi confini. Più allarmanti delle nostre classi dirigenti sembrano però gli operatori dei media televisivi, che in questa settimana (con l'eccezione guarda caso del solito Toni Capuozzo) hanno concesso scarsissima attenzione allo straordinario movimento popolare che in modo nonviolento - per ora - cerca di strappare il diritto alla democrazia in Ucraina.

Antropologicamente e culturalmente tarati, questi nostri giornalisti sposano l'ideologia dell'indifferenza e della convenienza, quando si tratta di accadimenti che esulano dagli interessi della propria fazione corporativa e dei propri mentori politici. Cala il silenzio su quegli eventi che contraddicono, o che non servono il loro pregiudizio culturale, i loro schemi mentali, la loro weltanschauung antiamericana. Per questo, a tutti è oggi difficile esclamare «Siamo tutti ucraini!»

Scrive Radek Sikorski, presente a un dibattito all'American Enteprise Institute:
«Some people have become so blinded by anti-Americanism that they assume that whatever Uncle Sam backs must be a bad thing. In this twisted logic, if the U.S. Congress passes a "Belorus Democracy Act" or helps the struggling Ukrainian independent media, that is interference, but when Russia pulls out the stops for Yanukovych, that's just good old Slavic solidarity».
«In cosa consistono queste decantate radici» dell'Europa? si chiede quindi Oscar Giannino sul Riformista:
«Nessuna diretta televisiva e radiofonica, nella pigra e distratta Europa, per documentare le centinaia di migliaia di ucraini in piazza davanti alla Rada... Nessun resoconto ora per ora, degli appelli di migliaia di cittadini, intellettuali, e politici dell'opposizione... Nemmeno i provvedimenti di sicurezza assunti a Kiev... hanno spinto qualcuno in Europa a mobilitare in poche ore il primo pilastro di una società libera e democratica, appunto l'informazione. (...) Eppure dovremmo saperlo che è la carica esplosiva delle immagini video ciò che spaccò il mondo nel '68 a Praga come nel tentato golpe al parlamento russo di cui Eltsin ebbe ragione su un tank lealista.

Se nemmeno di fronte alla plateale violazione di un principio basilare della libertà come il voto senza frode l'Europa sentisse il dovere di un'iniziativa straordinaria - politica e diplomatica, ma fatta anche di immediate pressioni economiche e persino, sì, di pressione militare - in che cosa consistono le sue tanto decantate radici? Qual è la superiore missione civilizzatrice di un'Europa che si schifa dell'esportazione della democrazia sulla punta delle baionette - e passi - ma volge il capo anche di fronte alla morte della democrazia nell'urna truffata?».
La crisi politica in Ucraina potrebbe concludersi con una vittoria della democrazia. In questi anni assistiamo, nel mondo, alla crescita delle «possibilità storiche di liberazioni nonviolente» dalle dittature, commentava Marco Pannella nella conversazione settimanale di ieri. Le armi di attrazione di massa rappresentano un'opzione sempre più realisticamente praticabile. La scelta della nonviolenza si dimostra sempre più produttiva e viene sempre più spesso fatta propria dai movimenti democratici. Classi dirigenti e attenzione internazionale adeguate a gestire i passaggi alla democrazia la rendono possibile. Riconoscere l'efficacia, e quindi l'utilizzo divenuto "realistico" di queste armi non può però ridurci all'angolo dell'utopismo. L'uso della forza militare non potrà mai essere escluso e, come in Iraq, occorre comprenderne le ragioni partendo innanzitutto dal nemico cui ci troviamo di fronte.

Se l'Unione europea nasce su «fondamenta democratiche e laiche», e non su nozioni geografiche, allora vedremo nell'Europa un «nuovo centro storico della espansione e radicamento della tecnologia democratica». La «speranza» dell'Europa risiede proprio «in chi vuole divenire Europa». Oggi nell'Ucraina, nella Turchia, in Israele. Ma la politica europea ha un male oscuro di cui ancora c'è scarsa consapevolezza.

Regolamentare è meglio che proibire

«Ricerca sì, ma con legislazione e direttive chiare»
Dopo la California, anche la Svizzera apre definitivamente alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. A larga maggioranza, il 66 per cento, gli svizzeri hanno votato a favore di un referendum che ha dato il via libera alla legge che autorizza la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Approvata dal governo e dalla maggioranza del Parlamento nel 2003 per disciplinare le condizioni per la produzione e la ricerca relative alle cellule staminali umane a partire da embrioni soprannumerari, era stata contestata da vari comitati che hanno promosso il referendum. Il dialogo possibile della scienza nella società, tra scienza e politica, tra scienza e chiese.
Ne parlano a Radio Radicale Marco Pannella e Marisa Iaconi, biologa cellulare Università di Ginevra, del Comitato promotore del Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica.

Friday, November 26, 2004

Putin è debole, può crollare in Ucraina

E' "realismo" pensare che possa perdere Kiev. L'Ucraina in bilico: nuova Jugoslavia o primavera democratica. In gioco anche il destino di Mosca. Stranezze del Foglio! Neocon in Medio Oriente, "realista" in Ucraina. Ma, caro Giuliano Ferrara, come i neocon insegnano, il miglior "realismo" è la democrazia, non la stabilità. Se la "Vecchia Europa" (Parigi e Berlino) si facesse coinvolgere in Iraq, Putin avrebbe, in queste ore, un'arma di pressione in meno su Washington

Stamani sul Foglio c'è l'analisi di Federigo Argentieri, secondo il quale il presidente russo ha fatto male i suoi «calcoli». Mira a ridare lustro all'imperialismo russo (gli antimperialisti nostrani ovviamente non se ne accorgono), costituendo un Superstato con Bielorussia e Ucraina come marche occidentali. Ma ha fatto i conti senza quel «dato più rilevante, che potrebbe rivelarsi più potente di tutte le considerazioni geopolitiche: che un'antica nazione europea si è risvegliata e reclama il posto che le spetta nel consesso continentale. Se e quando la rivoluzione "orange" trionfasse, gli effetti non potrebbero che essere benefici sulla stessa Russia».

Putin sull'Ucraina si gioca tutto, ma resta debole. Europa e Stati Uniti hanno il dovere di accorgersene. La comunità internazionale ha reagito, almeno a parole - ma è già tanto - compatta. Capi di governo, rappresentanti di Bruxelles, figure carismatiche si stanno recando in Ucraina dando implicitamente credito e forza alla piazza. Le notizie che giungono da Kiev parlano di uno Yushchenko dalla "capa tosta", appoggiato da una piazza che non demorde, e i primi spazi di informazione si aprono anche sui canali più governativi. Insomma, Putin questa battaglia può perderla davvero, è "realistico" pensare che possa perderla e impegnarsi affinché sia la democrazia a spuntarla.

Europa e Stati Uniti che fanno?. «Le prime reazioni sembrano rassicuranti, nel senso che tutti sono unanimi» nel rifiutare l'esito dei brogli elettorali. Ma dietro la fermezza della presidenza di turno dell'Ue mostrata da Balkenende si nasconde un'impotenza europea che ha radici lontane e viene irradiata da alcune cancellerie (Parigi, Berlino, Roma) che tentennano sul da farsi, nel timore di consumare rotture troppo profonde con il "vicino" Putin. Ma Vladimir non è la Russia, legarsi al suo destino e alla sua politica è miope.

Anche gli Stati Uniti mostrano fermezza, a parole. L'amministrazione Bush è tentata di accettare il ricatto di Putin. "Comprare" un più attivo coinvolgimento russo nel dopoguerra iracheno "pagandolo" con l'accettazione dell'influenza russa a Kiev. Signori, gli ucraini non ci stanno, non siamo nel 1946, prendiamo atto di questa "realtà" e facciamocene forza. Tra Washington e Mosca si tratta, in queste ore, proprio in questi termini. Se la "Vecchia Europa" (Parigi e Berlino in testa) si facesse coinvolgere in Iraq e desse garanzie concrete di condividere la "guerra" (non la "lotta") al terrorismo, Putin avrebbe un'arma di pressione in meno, e Bush una forza in più per liberare gli ucraini. L'America è interessata alle percentuali di debito iracheno che i paesi contrari alla campagna militare contro Saddam sono disposti a cancellare. Si facciano avanti Parigi e Berlino, per rendere meno rilevante il credito vantato da Mosca.

Il Foglio. Da ultimo c'è da segnalare la posizione del quotidiano di Giuliano Ferrara. Davvero una stranezza. Neocon in Medio Oriente, "realista" in Ucraina. Qui e qui gli articoli di oggi che testimoniano questa singolare posizione, già espressa nei giorni scorsi. Eppure, anche in questo caso, il maggior "realismo" è la democrazia, e non una qualsiasi stabilità che possa derivare dal negoziato con gli interessi di Mosca.

Ciò che sta accadendo, qualunque sia l'esito finale, sarà materia di studio sulla forza e i limiti del soft power e del potere di attrazione che i sistemi politici liberi esercitano, sul peso dei comportamenti e delle responsabilità delle cancellerie occidentali, sul modo di agire delle piazze.
«Per gli ucraini che hanno trascorso quattro notti al gelo nelle strade di Kiev la lotta non riguarda un orientamento geopolitico - preferiscono strette relazioni con Mosca - ma se il loro sarà o meno un paese libero, con una stampa e una giustizia indipendenti e leader scelti con un voto veramente democratico. Mr. Putin, che ha finanziato con centinaia di migliaia di dollari la cmpagna del primo ministro, sta sostenendo l'imposizione di un regime autoritario con le caratteristiche di quello che sta creando in Russia - propaganda, controllo dei media, persecuzione del dissenso, mondo degli affari guidato dallo Stato, elezioni né libere né corrette. Denunciando le frodi in Ucraina, gli Stati Uniti e l'Unione europea stanno cercando non di acquisire un nuovo cliente occidentale, ma di difendere la democrazia e l'indipendenza che la maggior parte degli ucraini vogliono».
Washington Post

Thursday, November 25, 2004

The New Iron Curtain

YushchenkoE' il Washington Post ad avvertire il pericolo di una «nuova cortina di ferro» che potrebbe calare sull'Europa. Certo questa volta, a differenza che nel 1946, possiamo vantarci di aver guadagnato alla democrazia nuovi territori e nuove popolazioni, i nuovi muri potrebbero essere eretti lungo il confine orientale polacco. Ma con le medesime «tecniche» di sessant'anni fa, oggi in Ucraina, come allora nei Paesi dell'Est, i poteri filo-russi e il Cremlino falsificano il voto del ballottaggio per le presidenziali.

Questa volta però può essere fatto molto per impedire che ciò accada e grande sarà la responsabilità di chi in Occidente mancherà di agire con decisione. Stati Uniti, ieri, ed Europa oggi hanno dichiarato di non accettare il risultato delle presidenziali ucraine, viziato da comprovati brogli. Ma l'impressione è che sia americani che europei non abbiano intenzione di consumare rotture con Putin. Sarebbe un errore, ma è ancora troppo presto per fasciarsi la testa, e Yushchenko pare tipo tosto.

«A ovest, le democrazie dell'Europa centrale e occidentale rimarranno membri più o meno stabili dell'Unione europea e della Nato. A est, la Russia controllerà le "democrazie gestite" dell'ex Unione sovietica, mantenendo imbavagliati i media, controllate le elezioni, e le economie nelle mani di una manciata di miliardari per la maggior parte russi. (...) Usando principalmente strumenti economici, il controllo sugli oleodotti, fondi di investimento corrotti, compagnie fumose, i russi potrebbero anche, come i loro predecessori sovietici, iniziare a lavorare all'indebolimento della stabilità occidentale».
«Non è uno scenario inevitabile», conclude Anne Applebaum:
«La Russia non è l'Unione sovietica, (...) l'Ucraina non è così tagliata fuori dal mondo come lo erano nel 1946 i Paesi dell'Est. (...) I 200 mila manifestanti non hanno vissuto la paura e le intimidazioni dei loro padri e dei loro nonni. Molti hanno accesso a mezzi di comunicazione e informazione - internet, televisione satellitare, telefoni. L'occidente, e in particolare l'Europa, devono e possono sostenerli. Non è difficile, ma è necessario capire cosa sta acadendo, chiamare le cose con il loro nome, e abbandonare ogni illusione rimasta sulle intenzioni di Putin riguardo ai territori ex sovietici».

Wednesday, November 24, 2004

Russia-Bielorussia-Ucraina, una nuova minaccia da evitare

A Kiev decideranno la piazza, o le telefonate est-ovest?
L'Europa, che raffredda i suoi rapporti con Putin, non si faccia intimorire proprio adesso. Il pericolo Putin è ai suoi confini.

Stavolta sono gli Stati Uniti che, in nome della lotta al terrorismo, conservano con il nuovo zar un atteggiamento fin troppo «pragmatico». Ma la Russia sta alzando troppo il prezzo della cooperazione, fino a farvi includere oggi l'Ucraina, domani chissà cosa. E' una trappola, Washington punti i piedi.
L'analisi del Foglio

Ore 19,02 - L'America ha risposto presente.

In un'intervista a La Stampa, Zbignew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza nazionale sotto la presidenza Carter, spiega che il futuro della Russia è strettamente legato alla sorte della democrazia in Ucraina:
«E' nella volontà delle ex élite politiche locali e della leadership del Cremlino di impedire all'Ucraina di avvicinarsi all'Unione europea con il fine di mantenerla vicina a Mosca, stretta alla Russia. L'obiettivo strategico che si cela dietro questo disegno politico, è di fare dell'Ucraina una nuova Bielorussia. (...) Sognano di realizzare nel prossimo futuro una nuova versione dell'Unione Sovietica, creata attorno a un'unione di popolo slavi, partendo da Bielorussia e Ucraina».

Per questo l'amministrazione Bush «dovrebbe essere seriamente preoccupata per la sorte della democrazia e dell'Ucraina. Una vittoria della democrazia a Kiev, rafforzerebbe chi a Mosca si batte e vuole la democrazia. Una sconfitta della democrazia a Kiev, invece, darebbe forza a chi a Mosca persegue disegni nostalgici ed è animato da propositi illiberali e dispotici».

«L'Unione europea e gli Stati Uniti - conclude - dovrebbero agire insieme e in tempi molto ravvicinati per chiedere formalmente all'ex presidente Leonid Kuchma o alla Rada Suprema, il Parlamento ucraino, di indire al più presto nuove elezioni politiche».

Saturday, November 20, 2004

Perché è nell'interesse dell'Italia lavorare all'Alleanza delle Democrazie

Franco Venturini, oggi sul Corriere, mette in guardia il nuovo ministro degli Esteri Fini: l'ipotesi più accreditata di riforma del Consiglio di Sicurezza dell'Onu (fra dieci giorni il comitato dei saggi presenterà la sua bozza) rischia di declassare il ruolo internazionale dell'Italia. Con il ventilato ingresso di Germania, Giappone, India e Brasile tra i membri permanenti, verrebbe «svuotato» di significato il G8 di cui facciamo parte (solo Italia e Canada non avrebbero la doppia presenza Onu-G8) e con l'ingresso della Germania saremmo l'unico dei «quattro grandi» europei a restare escluso dai seggi permanenti del Consiglio.

La Farnesina, ma anche la presidenza del Consiglio e della Repubblica, farebbero bene a preoccuparsi e dovrebbero senz'altro impedire un tale inaccettabile smacco all'Onu. Evitando tuttavia di concentrare tutta la loro azione e peso diplomatico sul fronte della riforma. Sarebbe un grave errore di miopia politica infatti non capire che l'Onu è sempre più un'istituzione in declino, a prescindere dagli indirizzi prevalenti alla Casa Bianca, e che in un futuro non troppo prossimo il ruolo di istituzione guida planetaria potrebbe approdare su altri lidi. Dalle elezioni del 2 novembre, è emerso ciò che anche autorevoli ricerche hanno confermato: gli americani sono disposti a farsi coinvolgere solo in istituzioni internazionali che si dimostrino legittime - che incarnino cioè i valori democratici - ed efficaci nel garantire la sicurezza. L'idea dell'inadeguatezza delle due più importanti istituzioni multilaterali della nostra epoca, l'Onu e la Nato, si rafforza in importanti settori di area democratica.

Dunque, nei prossimi mesi, possiamo ragionevolmente attenderci da questa amministrazione un deciso impegno nell'elaborazione di un nuovo assetto multilaterale del mondo libero, con il lancio di una nuova organizzazione internazionale, più adatta dell'Onu e della Nato ad affrontare le nuove sfide del XXI secolo. Un'impresa per la quale l'America si muoverà unita. Da parte democratica, l'area clintoniana parla esplicitamente di «Alleanza delle Democrazie», e il dialogo con l'amministrazione Bush su questo fronte, nonché il sostegno, non verrebbero a mancare.

Cosa può fare l'Italia. Dovrà farsi trovare pronta, dal punto di vista ideale e operativo, essere tra i fondatori, svolgere un ruolo attivo e di primo piano nella costruzione di tale nuova istituzione. Per questo, fin da ora, il ministero degli Esteri dovrebbe coinvolgere - con spirito bipartisan - personalità politiche prestigiose, autorevoli e popolari in progetti e iniziative diplomatiche concreti. Solo così, non giocando le nostre carte spericolatamente su un improbabile miracolo all'Onu, l'Italia potrà preparare il suo rilancio sullo scena internazionale. Il rischio è che per pigrizia intellettuale si continui a vedere nell'Onu un pulpito morale il cui ruolo preminente non debba mai essere messo in discussione. Non solo invece la sua crisi è soprattutto una crisi di legittimità morale, ma l'Italia dovrebbe guardare alla realtà di un'istituzione che continua a nutrire una pericolosa illusione multiculturalista, in salsa pacifista e terzomondista, e che offre spazi sempre più stretti dove tutelare i propri interessi di democrazia. E ciò probabilmente sarà ancor più vero dopo la riforma del Consiglio di Sicurezza.

Filosofia della spesa pubblica

«Lo Stato moderno è la grande finzione attraverso la quale ciascuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri» (Frédéric Bastiat).
Da questa citazione parte il ragionamento di Piero Ostellino sul Corriere di oggi.
«I diritti costano, tanto quelli sociali, quanto quelli di proprietà. Per godere di un diritto, occorre rinunciare a qualcos'altro. Tagliare le spese, per abbassare le tasse, comporta la riduzione di alcuni diritti. (...) I diritti di proprietà - producendo ricchezza tassabile - si autofinanziano, cioè coprono i costi che lo Stato sostiene per difenderli (ad esempio, dalla criminalità). I diritti sociali del welfare non sono - a differenza di quelli di proprietà - un diritto naturale, bensì una garanzia "aperta", collegata al livello di tassazione e, quindi, alla varietà (e variabilità) delle scelte politiche».
Sui costi dei diritti sociali la sinistra «chiude gli occhi», la destra si chiede se ne «valga la pena», ma la vera questione è «quanto» e «come». Lezione di filosofia economica e politica:
«Il comunismo, che si proponeva di neutralizzare l'influenza che la disparità di condizioni economiche ha sulla allocazione dei diritti, ha prodotto storicamente un potere dello Stato così grande e arbitrario da rappresentare un rimedio peggiore delle disuguaglianze che avrebbe dovuto eliminare. L'accumulazione asimmetrica della ricchezza è giustificabile e giustificata dai princìpi della democrazia liberale perché, in un sistema capitalistico e di libero mercato, essa genera un vantaggio per l'intera collettività (sviluppo economico, creazione di nuovi posti di lavoro, miglioramenti salariali, eccetera). Perciò, un governo saggio non concepisce il fisco né come "confisca", né come "redistribuzione" della ricchezza, bensì come un costo flessibile e negoziabile».
Infine Ostellino indica le cause delle difficoltà di Berlusconi:
«Non aver saputo divulgare pubblicamente questi semplici concetti; non aver saputo spiegare che le spese che si volevano ridurre non erano tanto quelle sociali, quanto quelle che producono privilegi ai gruppi sociali meglio organizzati; aver sacrificato la capacità di governare alla stabilità e alla conservazione degli equilibri fra i diritti esistenti».
Ma la «cultura di sinistra» non ha ancora capito, anzi accettato, la realtà che:
«Compito di un welfare davvero efficace dovrebbe essere di aiutare i meno fortunati ad accrescere la propria capacità di iniziativa individuale, evitando di relegarli in una sorta di permanente "dipendenza" dalla collettività. (...) Così che i diritti sociali assomiglino sempre più ai diritti di proprietà, cioè diventino un vero strumento di libertà».

Friday, November 19, 2004

In America convergenza bipartisan per un'Alleanza delle Democrazie

Bush e ClintonBush ha intenzione di «far entrare nella storia il suo secondo mandato» e pensa ad una nuova organizzazione internazionale per le sfide del XXI secolo. Lindsay e Daalder - clintoniani - avanzano il progetto di una «formale» Alleanza delle Democrazie, mettendo in soffitta il principio inviolabile della sovranità statuale. Esiste il diritto/dovere di ingerenza democratica

Ieri l'attento Maurizio Molinari, su La Stampa, ci ha portati all'interno di un dibattito in corso a Washington su quale debba essere il nuovo assetto multilaterale del mondo libero. Il presidente George W. Bush sarebbe fermamente intenzionato a «far entrare nella storia il suo secondo mandato». Lanciando l'idea di una nuova organizzazione internazionale più adatta dell'Onu e della Nato ad affrontare le nuove sfide del XXI secolo. Su questa ipotesi sarebbe già al lavoro con il futuro segretario di Stato, Condoleezza Rice, per stabilire un elenco di priorità condivise che possano far compiere il «primo passo verso un Alleanza del XXI secolo che unisca le nazioni accomunate dal rifiuto del terrorismo e della proliferazione nucleare così come dalla volontà di promuovere gli scambi commerciali e di combattere povertà, malattie endemiche e sottosviluppo».
Queste voci riferiscono di
«un presidente in arrivo a febbraio in Europa portatore di un ambizioso progetto multilateralista destinato a modificare radicalmente l'architettura degli accordi internazionali che oggi regolano le relazioni fra nazioni sovrane ma che risalgono alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Trattandosi della genesi di un'idea, che potrebbe affermarsi come affondare, a Washington se ne discute ogni possibile variazione».
Si discute su varie ipotesi:
«Includere solo gli europei restando nel quadro transatlantico, anche la Russia ovvero l'intero emisfero settentrionale, oppure estendere il raggio a Giappone, Terzo Mondo e Paesi arabi mirando a una dimensione planetaria; mettere l'accento su ciò che unisce, puntando a un patto fra le democrazie del pianeta, oppure sulla definizione del nemico ovvero la lotta al terrore; limitarsi a un'agenda di politica e sicurezza come avviene nel caso della Nato oppure includere promozione di commercio e sviluppo sociale come fa il testo del piano sulle riforme nel Grande Medio Oriente approvato dal G-8 di Savannah». Leggi tutto
I Dem. clintoniani
Della necessità di una nuova organizzazione internazionale più legittimata ed efficace di quelle esistenti nell'affrontare le sfide globali di questo secolo sono convinti anche James M. Lindsay e Ivo H. Daalder, entrambi esponenti di punta della Brookings Institution, think tank di area democratica clintoniana. Entrambi sono stati membri del National Security Council tra il '95 e il '97, Lindsay è ora passato al Council on Foreign Relations. L'articolo pubblicato su Financial Times il 5 novembre, «Our Way or the Highway», è esplicito e indica problemi e soluzioni.

Sia Kerry, nel sottolineare come la cooperazione sia più efficace se gli stati lavorano all'interno di istituzioni internazionali come Onu e Nato, sia Bush, con il suo profondo scetticismo nell'efficacia e nella legittimità di queste istituzioni, hanno la loro parte di ragioni. I due think tankers democratici riconoscono che:
«le istituzioni esistenti hanno fallito nell'affrontare con efficacia le principali sfide di oggi. Il tema unilateralismo vs. multilateralismo, che ha dominato il dibattito transatlantico negli anni recenti, non centra il dilemma essenziale. (...) Serve un rinnovato consenso in America e oltreatlantico sul fatto che i nostri interessi sono tutelati al meglio da un'istituzione internazionale che incoraggi la cooperazione in modi che siano sia efficaci sia legittimi. Un'Alleanza delle Democrazie è proprio tale istituzione».
Occorre prendere atto che le istituzioni attuali - Onu e Nato - sono inadeguate
L'Onu può contare su «qualche rilevante successo», ma si è dimostrata incapace di «portare la pace dove non esiste», è «impotente» di fronte a regimi che opprimono le loro popolazioni. I 12 anni di risoluzioni sull'Iraq dimostrano l'incapacità del Consiglio di Sicurezza ad imporre la «volontà dell'Onu». Non è un problema di riforma del Consiglio, di addestramento di forze di peacekeeping, o di fondi. Il problema vero è che «i suoi principi fondanti sono obsoleti».
Va superato il principio della pari sovranità dei suoi membri, senza riguardo per la forma dei loro governi. Così, Lindsay e Daalder teorizzano il diritto/dovere all'ingerenza, all'interventismo democratico, al quale in Italia fanno riferimento solo i radicali di Emma Bonino e Marco Pannella.
«Le principali minacce alla sicurezza nel mondo di oggi giungono dagli sviluppi interni agli Stati. (...) In due dei tre ultimi casi (Serbia, Afghanistan, Iraq) il Consiglio di Sicurezza ha mancato di autorizzare esplicitamente l'uso della forza, nell'altro lo ha fatto solo implicitamente. (...) Oggi, il rispetto per la sovranità dello stato deve essere condizionata a come gli stati si comportano al loro interno, non soo all'esterno. La sovranità porta con sé una responsabilità a proteggere i cittadini contro la violenza di massa e un dovere a prevenire gli sviluppi interni che minaccino gli altri. I regimi che falliscono nell'adempiere a questi doveri e responsabilità dovrebbero perdere il loro sovrano diritto alla non-interferenza negli affari interni».
Alla Nato va riconosciuto il suo successo strategico: «L'Europa oggi è più pacifica, più unita, e più democratica che in ogni altra epoca nella storia». Ma oggi non risponde più alle esigenze strategiche sia degli europei, che guardano sempre più all'Ue come guida delle loro politiche estere e di sicurezza, sia degli americani, che fiduciosi nella loro potenza, la usano all'occorrenza.

Una «formale» Alleanza delle Democrazie
Questa la soluzione istituzionale individuata da Lindsay e Daalder, per vita e forma ad un nuovo patto strategico di politica estera e di difesa per il XXI secolo. Per risolvere il problema di legittimità globale del potere americano, e per offrire agli altri membri dell'alleanza la possibilità di influire nelle scelte. A differenza della Comunità delle democrazie lanciata a Varsavia nel 2000 (progetto Albright), «la membership dell'Alleanza delle Democrazie deve essere limitata ai paesi dove la democrazia è così radicata da ritenere impensabili processi regressivi verso forme autocratiche di potere». Una vera «istituzione globale», con circa 60 paesi che coprirebbero tutti i continenti.

Lo scopo: «Unire le democrazie per affrontare le loro comuni sfide di sicurezza». Un «ampio mandato», con «reali responsabilità». I compiti: combattere il terrorismo, fermare la proliferazione di armi di distruzione di massa e l'espansione delle malattie infettive, occuparsi dei guai del clima terrestre. Ma soprattutto far avanzare nel mondo i valori fondamentali alla loro sicurezza: governi democratici, rispetto dei diritti umani, economia di mercato. L'Alleanza dovrebbe avere tra i suoi obiettivi quello di espandere la propria membership, così da creare incentivi alla democratizzazione. Sul fronte politico, l'Alleanza rappresenterebbe un potente caucus sia all'interno dell'Onu sia all'interno del WTO, sul fronte militare dovrebbe emulare la Nato, nel coprire sia scenari di guerra ad alta intensità che operazioni di peacekeeping. La cooperazione tra i paesi membri potrebbe estendersi anche alle sfide economiche: eliminando le barriere doganali, elaborando strategie di assistenza finanziaria e nuove politiche energetiche.

Americani ed europei dovrebbero farsi promotori della costruzione di tale istituzione. Servirebbe a «promuovere i valori dell'America tutelando i suoi interessi», ad incoraggiare gli europei ad «assumersi più ampie responsabilità», trovando anche il modo di coinvolgere gli Usa in un «multilateralismo formale». D'altra parte, concludono gli autori, le ricerche dimostrano che «gli americani considereranno legittime le istituzioni internazionali solo se incarnano i valori democratici che hanno a cuore».

Puntate precedenti. Nel corso dell'ultima sessione dell'Assemblea generale dell'Onu, Kim R. Holmes, sottosegretario di Stato per le Organizzazioni internazionali, rese noto l'intenzione dell'amministrazione Usa di lavorare ad un caucus delle democrazie, una rete che unisca e coordini i paesi democratici all'interno delle Nazioni Unite, per un'azione comune soprattutto sul fronte della difesa dei diritti umani e delle libertà individuali. Holmes parlò esplicitamente di «Comunità delle democrazie», che dovrebbe essere costituita da quei paesi che rispondono agli standard democratici indicati dalla Dichiarazione di Varsavia del 2000 (secondo una stima americana, un centinaio tra i 191 paesi membri dell'Onu). Una comunità da affiancare a quel «fondo per la democrazia» proposto all'Onu dal presidente Bush stesso. segue »
Sempre Holmes è stato autore il 3 settembre di un lungo articolo pubblicato negli Stati Uniti su The National Interest e in Italia su Aspenia: «Values and Principles in UN Reform».

Thursday, November 18, 2004

21,3 miliardi di ragioni per opporsi alla guerra contro Saddam

Il Congresso degli Stati Uniti sfida Kofi Annan sullo scandalo dei fondi sottratti illegalmente da Saddam Hussein alle Nazioni Unite con il programma «Oil for Food». Il denaro - 21,3 miliardi di dollari su un totale di 64 miliardi - veniva usato per «comprare» politici, uomini di cultura e imprenditori stranieri favorevoli ad abolire o aggirare il regime delle sanzioni e per premiare le famiglie dei kamikaze palestinesi, cioè per sostenere il terrorismo. Il repubblicano Norman Coleman e il democratico Cari Levin, che presiedono la commissione d'inchiesta al Senato Usa, hanno presentato a Kofi la richiesta scritta di declassificare 55 memorandum interni e di ascoltare funzionari del Palazzo di Vetro responsabili della corretta applicazione del programma. Gli inquirenti sospettano che a coprire il giro di tangenti irachene sia stata la banca francese Bnp, a cui era assegnata la gestione del transito di tutti i fondi.

Guarda caso, la maggior parte dei voucher iracheni finirono a personaggi ed aziende di Russia, Cina e Francia, tre Paesi che si opposero fino alla fine all'attacco militare a Saddam Hussein. «La verità sull'opposizione dei Paesi ostili all'intervento in Iraq - disse George Bush padre in un'intervista pubblicata alla vigilia dell'attacco - verrà alla luce solo a guerra finita».

Fonte: La Stampa

Il Governo non fa il lavoro per cui è stato eletto

Francesco Giavazzi, Corriere della Sera. Da sottoscrivere.
Tesi:
«Incapace da mesi di compiere delle scelte in materia di tasse e di spesa, il governo cerca di convincerci che la colpa è dell'Europa e dei mercati, che avrebbero sottratto al Parlamento il suo potere più incisivo, tassare i cittadini e spendere il denaro pubblico».
Dimostrazione:
«Metà dei nostri titoli pubblici è detenuta all'estero. La capacità del Tesoro di rifinanziare, mese dopo mese, una quantità di debito che è superiore al reddito nazionale dipende dalla percezione che dell'italia hanno i grandi investitori internazionali, i quali non sono gnomi cattivi, ma persone pagate per proteggere i risparmi delle famiglie. Dove sarebbero i nostri tassi di interesse se quegli investitori scomparissero? (...) Non è vero che i vincoli europei abbiano sottratto al Parlamento il suo potere maggiore, il controllo della politica fiscale. L'euro non ha ridotto la discrezionalità della politica sull'allocazione del bilancio pubblico. (...) Oggi gli interessi sul debito pubblico assorbono il 5 per cento del reddito del Paese: fuori dall'euro ed esclusi dai mercati internazionali, quella cifra sarebbe molto più elevata, e di altrettanto si ridurrebbero le risorse disponibili per investire».
Conclusione: in verità la discrezionalità del Governo è «ampia», il problema è che chi è stato eletto non fa il suo lavoro: non sceglie, non governa.
«Si può approvare una legge finanziaria sostanzialmente neutrale, che si limita a contenere la crescita delle spese entro limiti coerenti con la crescita dell'economia. Oppure si può essere più ambiziosi e puntare ad una riduzione della pressione fiscale. In questo caso si possono percorrere due vie: compensare il minor gettito riducendo alcune spese, oppure modificare l'allocazione del prelievo fiscale, tassando dimeno i redditi da lavoro e di piu le rendite finanziarie e immobiliari. Si tratta, evidentemente, di scelte che competono alla politica perché favoriscono alcuni a scapito di altri e interessi diversi hanno diverse rappresentanze politiche. La verita è che il governo è ricorso all'alibi dei "tecnici ottusi" non perché stretto entro vincoli impossibili, ma semplicemente perché non ha il coraggio di compiere le scelte per le quali è stato eletto».
Giuliano Ferrara è ancor più esplicito nel suo «Gli scorpioni e la garrota» di oggi.

In Gran Bretagna sì alle unioni civili gay

Sono avanti
Le coppie omosessuali britanniche avranno gli stessi diritti delle coppie sposate. La Camera dei Lords ha chiuso l'iter parlamentare della legge per il riconoscimento delle unioni civili, che consente alle coppie gay di avere pari diritti in termini di reversibilità delle pensioni, eredità e condivisione dei beni, ma che non introduce il diritto al matrimonio. L'unione verrà sancita con un atto scritto negli appositi uffici pubblici, non nei luoghi di culto religioso, e le coppie gay non potranno divorziare, ma solo registrare la fine della loro unione civile. L'adulterio non potrà essere un motivo per il dissolvimento dell'unione. La registrazione potrà avvenire anche nei consolati e nelle ambasciate britanniche.

In Europa, leggi sulle unioni civili esistono anche in Belgio, Danimarca, Finlandia e Francia.

Teheran si arma

Il segretario di Stato Usa Colin Powell ha svelato informazioni di intelligence Usa secondo le quali l'Iran starebbe lavorando a una tecnologia capace di armare un missile con testata nucleare.
«Ho informazioni che suggeriscono che stanno lavorando attivamente sui sistemi di lancio. Non solo hanno i missili, ma cercano anche di mettere insieme missili e testate nucleari».
Powell sta lavorando per deferire l'Iran al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, mentre Gran Bretagna, Francia e Germania stanno tentando le ultime vie diplomatiche per un accordo sulla sospensione dei programmi nucleari iraniani, ma finora hanno ricevuto solo un gioco delle tre carte tra governo e Parlamento della Repubblica islamica.

The Case for Democracy. L'ultima lettura di Bush è "radicale"

Bush che leggeL'autore è Natan Sharansky, ex dissidente sovietico. Leggo sul Foglio, dall'inviato Christian Rocca:
«Nel libro è delineata una strategia politica per promuovere la pace attraverso la rimozione degli ostacoli che impediscono lo sviluppo di una società libera e democratica. L'idea di Sharansky, non lontana da quella dei neoconservatori americani, si basa sull'esperienza di dissidente nell'Impero del Male, sulle aspettative che da carcerato sovietico riponeva nell'azione del mondo libero, e sul fatto che fu liberato, lui e il suo paese, soltanto quando gli Stati Uniti decisero di vincolare i rapporti commerciali e politici con Mosca al rispetto dei diritti umani».
Un vincolo ottenuto dal senatore del partito democratico, ma neocon, Henry "Scoop" Jackson, contro il volere del segretario di Stato Henry Kissinger.

Interessa? Credo soprattutto che se l'idea dell'autore non è lontana da quella dei neocons, non lo è neanche dall'idea che i radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino hanno della promozione della democrazia. La rimozione degli ostacoli, il potere di attrazione dei diritti e delle libertà, l'esempio dell'uso di queste armi nei confronti dei Paesi dell'Est europeo, a cui Sharansky, a voler guardare solo la sua storia personale, ci riporta.

Sharansky è stato ospite di un incontro sul suo libro che si è svolto lo scorso 10 novembre all'American Enterprise Institute:
«Siamo nel mezzo della prima guerra mondiale del ventunesimo secolo, combattuta tra il mondo del terrore e il mondo della democrazia, tra una civiltà nella quale la vita umana è considerata il valore più alto e una per la quale la vita umana è meramente uno strumento per raggiungere determinati obiettivi politici. Il mondo della democrazia vincerà questa lotta. Ma è fondamentale espandere il mondo che i nostri nemici vogliono distruggere, esportare la democrazia».
C'era anche Charles Krauthammer, teorico del realismo democratico.

Wednesday, November 17, 2004

Pionieri. Schwarzenegger nella west coast, Blair in Europa

Non solo garantire la libertà di ricerca scientifica. L'obiettivo del premier britannico Tony Blair è quello di far primeggiare la Gran Bretagna. Lanciando oggi un piano quinquennale su commercio e industria, ha detto che il Regno Unito deve diventare «la capitale scientifica» del pianeta, e in particolare il centro mondiale delle ricerche sulle cellule staminali. Blair ha chiarito che, controversie o no, le cellule staminali promettono grandi progressi medici e anche la creazione di migliaia di posti di lavoro nell'industria britannica:
«Una ricerca adeguatamente regolata potrebbe cambiare le speranze di vita di persone che soffrono del morbo di Parkinson, di quello di Alzheimer, di diabete, o delle vittime di ictus. Noi non bloccheremo questa ricerca. I benefici potenziali sono enormi. Non è giusto negare la speranza di una cura alle persone che soffrono di queste malattie... Oggi vogliamo dare un segnale, e dire che la Gran Bretagna è il posto dove fare le ricerche sulle staminali». segue »
Blair è uno avanti, come il repubblicano Schwarzenegger.

Quale, e di chi, la politica estera

Mentre Powell, e Ashcroft alla Giustizia, si sono dimostrati personaggi portatori di una visione politica dai contorni ben definiti, con la quale hanno saputo influenzare le politiche dell'amministrazione, e sono stati in grado di condurre i loro dipartimenti con una considerevole dose di caratterizzazione personale, la Rice, e Gonzales, pur essendo due pesi massimi ciascuno nella sua materia, rappresentano due scelte di «rigida lealtà» nei confronti del presidente. Fedeli e competenti servitori che offriranno a Bush politiche in linea con la sua visione.

Con l'uscita e la sostituzione di Powell, cade, anche tra gli opinionisti liberal, il mito di una politica estera dirottata dalla setta neocon, o egemonizzata dal "falco" Rumsfeld (che tra l'altro potrebbe lasciare a sua volta, tra pochi mesi, sostituito - sono solo voci - dal democratico Lieberman). Ora il neocon è Bush, come ha dimostrato egli stesso nei suoi più recenti discorsi sull'esportazione della democrazia in Medio Oriente come strategia fondamentale della guerra al terrorismo. Non è né ingannato, né manipolato, ma «genuinamente convinto» della sua visione. Sul giornale liberal New Republic, Lawrence F. Kaplan se ne è reso conto:
«Quando si viene alle questioni di politica estera Bush non ha più bisogno di consiglieri che gli suggeriscano cosa pensare. Ma di tradurre il suo pensiero in politiche. (...) Con Condoleezza Rice al timone - e con tutta probabilità con sottosegretario di Stato John Bolton come suo vice - il Dipartimento di Stato sarà ora guidato da un team noto per la sua ferma lealtà al presidente. Essi, più di ogni altro funzionario dell'amministrazione, rappresentano le autentiche espressioni della politica estera di Bush - più realisti rispetto ai neoconservatori, ma molto più aggressivi rispetto ai "realisti"». Leggi tutto

Con forza, grazia e cortesia

«Tutto tranne che una neoconservatrice», a giudicare da suoi mentori di politica estera (Korbel, Scowcroft, e lo stesso Powell), scrive oggi giustamente Il Foglio per descrivere sommariamente gli istinti di Condi:
«Questo non vuol dire che il nuovo segretario di Stato sia contraria alla politica di promozione della democrazia in medio oriente. Tutt'altro. E', anzi, una convinta sostenitrice dell'azione del presidente, e per questo è stata scelta. Rice non ha rinnegato il suo pensiero, ha semplicemente compreso che dopo l'11 settembre la strategia più realista è proprio quella che viene definita "ideologica". L'idea realista di sostenere Stati di polizia e del terrore per tenere a bada l'islamismo e l'arabismo radicale, è fallita. Perseverare è un errore che una pragmatica vera come Condi Rice non farà». Leggi tutto
E' Andrew Sullivan a sottolineare l'aspetto "interno" di questa nomina. Dopo l'ispanico Alberto Gonzales al posto del fervente evangelico Ashcroft al ministero della Giustizia, la Rice sarà la prima donna nera al Dip. di Stato, e tutto indica che, a breve, sarà il giudice nero Clarence Thomas a guidare la Corte suprema. Le due maggiori minoranze presenti negli Stati Uniti rappresentate al top dell'ammnistrazione federale. Le parole del presidente Bush:
«Above all, Dr. Rice has a deep, abiding belief in the value and power of liberty, because she has seen freedom denied and freedom reborn.
As a girl in the segregated South, Dr. Rice saw the promise of America violated by racial discrimination and by the violence that comes from hate. But she was taught by her mother, Angelina, and her father, the Reverend John Rice, that human dignity is the gift of God, and that the ideals of America would overcome oppression. That early wisdom has guided her through life, and that truth has guided our nation to a better day».

«Il folklore sulle elezioni 2004»

Da Time Magazine:
  • Quest'anno la percentuale dei churchgoers (a messa 1 volta la settimana) è stata esattamente la stessa del 2000;
  • Bush ha preso il 58 per cento dei loro voti. Il resto, non proprio un'inezia, è andato a Kerry;
  • Nel 2000 Bush prese solo un punto in meno;
  • La più grande crescita di Bush è nella categoria di chi va in chiesa meno spesso;
  • Bush ha guadagnato 4 punti tra chi non va mai in chiesa;
  • La percentuale di chi ha citato "valori morali" come motivazione di voto (il 22%) sta sotto sia terrorismo e guerra (34%), sia sotto economia e tasse (24%). Time non lo scrive ma i valori nel 2000 furono scelti dal 50 per cento degli elettori, stessa percentuale nel 1996 (vincitore Clinton);
  • Un nuovo sondaggio di un think tank di sinistra svela che per il 42% degli elettori il "valore morale" più importante è "la guerra in Iraq". Aborto solo 13 per cento e matrimonio gay meno del 10 per cento;
  • Non è vero che il paese s'è spostato a destra: Il 69% degli elettori è a favore della ricerca sugli embrioni, mentre solo il 9 per cento è contrario in ogni caso all'aborto e il 60 per cento è favorevole a un riconoscimento delle unioni civili tra gay (mentre il 58 per cento è contrario al matrimonio);
  • I 2/3 degli elettori di Bush non sono evangelici, 1/5 degli elettori gay ha votato per Bush, il presidente uscente ha registrato forti guadagni di voti a New York City;

  • Ripreso da Camillo

    Monday, November 15, 2004

    Media. Dura lectio sed lectio

    Chicco Mentana, ospite stasera di 8 e mezzo, chiarisce senza mezzi termini («ci vorrebbe più trasparenza a Mediaset»), ma senza scandalizzarsi («rientra nei normali rapporti con l'editore la possibilità che un direttore venga cambiato») che la sua sostituzione con Rossella alla direzione del TG5 è «una scelta che rientra nella logica di fare un Tg più filogovernativo o anche più attento alle ragioni della politica». Non ci sta a fare «la vittima» o «il trombone» e resta convinto che nel mondo dell'informazione in Italia ci sia libertà. Ed è convinto soprattutto - questa è la lectio che intendo sottolineare - che la tv non sia così determinante nell'orientare i flussi elettorali: «La televisione asseconda i fenomeni, non li crea».

    Arafat ha compromesso la pace per gli anni a venire

    Niente di buono, neanche dalla sua morte.

    Sul Washington Post, l'editorialista neocons Charles Krauthammer offre una descrizione impeccabile della figura di Yasser Arafat. Spiega come mai nei giorni della sua morte viene rimpianto come un grande leader e i palestinesi si disperano, mentre allo stesso tempo, con la sua scomparsa viene annunciata una grande opportunità per la pace. Per i suoi difensori, Arafat ha peccato in «debolezza», «ambiguità», «indecisione». Invece, per Krauthammer è esattamente il contrario:
    «Era assolutamente risoluto e dotato di mentalità univoca. Non era complesso, riguardo il destino di Israele, mai combattuto. In realtà la ragione del suo successo (...) fu precisamente la sua univocità di vedute. Non riguardo lo Stato palestinese - se quello era il suo obiettivo, avrebbe potuto ottenere il suo Stato anni fa - ma riguardo l'eliminazione dello Stato ebraico. (...) E' vero, firmò gli accordi di Oslo per mettere piede in Palestina. Ma lo fece sempre con l'obiettivo di continuare la lotta da una posizione strategica migliore. (...) Il suo progetto in definitiva, fino al giorno della sua morte, fu uno Stato palestinese costruito sulle rovine di uno sradicato Israele».
    Sta qui la sua fortuna tra i palestinesi: mosse e contromosse tattiche mantenendosi fedele ad un obiettivo fermo: «Rivoluzione fino alla vittoria». Totale. Senza compromessi. E dopo la sua morte, la "rivoluzione" continua:
    «Arafat ha fatto in modo che essa gli sopravvivesse. Ha creato un nazionalismo palestinese e gli ha dato una forma rivoluzionaria che ci vorranno anni, forse decadi, per disfare».
    Il suo è un «retaggio» che comprende due parti: mezzi e fini. I mezzi: la violenza.
    «Sviluppando ogni strumento di propaganda - televisione, radio, giornali, ma soprattutto scuole e campi estivi per ragazzi - la sua Autorità palestinese ha nutrito la sua gente di un tale virulento antisemitismo e diniego del legame tra gli ebrei e la terra che nessun successore potrà neppure pensare di rompere il precedente del negazionismo arafattiano. Il retaggio di Arafat - la romanticizzazione della violenza, la negazione di Israele, l'indottrinamento di una nuova generazione all'intolleranza e all'odio - richiederà un lungo tempo per essere superato. Richiederà anni, forse anche generazioni. Richiederà nuovi leader palestinesi coraggiosi che siano in notevole antitesi con Arafat».

    Friday, November 12, 2004

    Il politically correct ci impedisce di riconoscere il nemico?

    Riflessioni aperte sull'articolo di oggi di Michael Ledeen sul Foglio: l'assassinio del regista Van Gogh in Olanda segna la crisi del sogno multiculturalista e relativista europeo, scrive il neoconservatore.
    La prima riflessione viene da Marco Pannella, stamani:
    «Se multiculturalismo significa creare situazioni concordatarie con organismi detti rappresentativi di ambienti religiosi o altro, sono contrario. Il pluralismo è un valore che non ritengo tale, sono sulle posizioni di Martin Luther King: gli individui vanno tutelati nei loro diritti e quanto più sono negati, tanto più è un problema generale di tutti gli individui».

    Il tramonto del berlusconismo. Il Cav. serra i ranghi, ma gli servirà?

    Persa la battaglia sul taglio delle tasse, «senza mai davvero combatterla», Berlusconi serra i ranghi, con alle porte due campagne elettorali consecutive e decisive che vedranno l'operato del suo governo facilmente attaccabile proprio su un tema cruciale per gli elettori. Serra i ranghi innanzitutto con la virata al TG5: via il neutrista Mentana, dentro il più lealista Rossella. Ma ce la faranno i telespettatori a sopportare un nuovo bombardamento dell'ammiraglia Mediaset. La mia sensazione è che se ci sarà davvero uno spostamento anche millimetrico della linea editoriale, gli spettatori lo percepiranno e sarà un danno sia per l'azienda che per la cmpagna elettorale del Cav.

    Nell'analisi del Foglio, Berlusconi che «immalinconisce» nell'ammettere di non aver potuto attuare la riforma fiscale che aveva promesso agli italiani («Avrei osato di più, ma non ho il 51 per cento dei consensi, e queste sono le mie truppe», e la decisione maturata mercoledì:
    «... la fine di una stagione: riduzione delle tasse sui redditi rinviate al 2006 (a tempo scaduto, ne sentiremo gli effetti sulla denuncia dei redditi 2007); in cambio via libera alle richieste concertative dei tre sindacati degli imprenditori – guidati dalla zazzeruta Confindustria di Luca di Montezemolo – e alle rivendicazioni postdemocristiane degli onorevoli Gianni Alemanno e Marco Follini. Qualcuno dice che era inevitabile. Ecco Tito Boeri, professore di economia alla Bocconi, animatore del sito lavoce.info: "Era una decisione obbligata. Con quella situazione finanziaria, non si poteva fare altrimenti. E' stata una scelta di realismo".
    Ma non era il realismo la posta iniziale con cui il Cav. si era seduto al tavolo della politica dieci anni fa. Berlusconi aveva vinto le elezioni del 1994 e poi quelle del 2001 con una carica eversiva di liberismo temperato da padano buonsenso. E oggi sono proprio i liberisti i più immalinconiti. Dice Alberto Mingardi, direttore della Fondazione Bruno Leoni: "La fine del berlusconismo era già avvenuta. Mercoledì, però, abbiamo assistito al funerale solenne. E' vero che il programma di governo del centrodestra era articolato su cinque punti, ma la riduzione della pressione fiscale era la cosa più importante, quella su cui Berlusconi aveva costruito il suo consenso"».
    Come predisse Marco Pannella, è ormai chiaro a tutti che Berlusconi è solo l'ultimo in ordine di tempo, il "salvatore", del regime:
    «Nell'assestamento dei rapporti di forza nel sistema politico, finanziario e industriale, è sembrato abdicare al suo ruolo di outsider preferendo una specie di integrazione che molti suoi sostenitori vorrebbero scoraggiare: pensano che oggi Berlusconi faccia parte del sistema. Dice Mingardi: "E' facile individuare il primo errore. Ha vanificato il suo momento d'oro nei primi cento giorni. Era allora che poteva fare tutto. Invece è sembrato concentrarsi su una scaletta il cui ordine di priorità non era l'economia, ma quelle difficoltà personali che riteneva gli fossero d'ostacolo per ben governare. Ma è da lì che è cominciata la lenta agonia del suo governo».
    Giuliano Ferrara chiama Berlusconi, e quei «guerrieri» che nel '94 «riaprirono in Italia la questione delle libertà, per poi dimenticarsela» al «grande discorso pubblico», ad intraprendere una «guerra culturale». Per ora però, deve ammettere ciò che nel 2006 si potrà facilmente constatare:
    «L'Italia è sempre più la stessa, le corporazioni trionfano nella concertazione e nel mediocre scambio di interessi contingenti, nessuna radicale misura di taglio della spesa pubblica improduttiva è stata varata, nessun serio ridimensionamento della pressione fiscale su imprese e redditi ha visto la luce, la giustizia è sempre immersa nel suo degrado borbonico così lontano dal modello anglosassone, dodici anni dopo l'entrata in politica del Cav. stenta a farsi largo, a parte qualche segnale sporadico, una vera e solida nuova classe dirigente, sia a destra sia a sinistra (sono più attrezzati, a sinistra, ma privi di idee e qualche volta un po' loschi)».

    Radicalia. Fatali distrazioni

    1) Sul caso Mattiello, Pannella chiude gli occhi: "Non si usa il computer privatisticamente". Stamani sul Foglio potete infatti leggere le spiegazioni addotte dal vicepresidente del Senato, Domenico Fisichella per giustificare il licenziamento del suo capo segreteria: usava il pc dell'ufficio in modo esclusivo, con «ricorrenti collegamenti a siti del tutto estranei agli interessi di un ufficio pubblico, e in particolare, di un organo costituzionale». Diego Mattiello si difende ribadendo la tesi della discriminazione, scattata in seguito alla pubblicazione su Panorama di una foto che lo ritrare ad una festa gay. Ebbene, se Fisichella ha convinto Pannella - afflitto ancora dal "non-caso Buttiglione" - sicuramente non ha convinto me. Solo con lo spamming e i pop-up che girano in rete, è molto facile incastrare chiunque lavori su internet con questa storia dei siti "inopportuni". Siamo tutti a rischio. Qualcuno dovrebbe spiegare a Pannella - in queste settimane così sensibile ai richiami moralistico-giudiziari - la gravità del caso e la sua potenziale ricaduta sui lavoratori e sulla fruizione di internet.

    2) Della tentazione di molti radicali di mettere all'indice l'America di Bush come fondamentalista, ho già scritto qui.

    3) Da aprire un nuovo fronte per la libertà di ricerca scientifica, che stavolta riguarda anche l'innovazione e lo sviluppo economico del nostro paese e le economie dei paesi in via di sviluppo. E' partita l'iniziativa Opponiti al decreto Alemanno, in seguito al decreto varato ieri sugli Ogm dal ministro dell'Agricoltura. Tra i firmatari dell'appello rivolto a Berlusconi, figurano Cecchi Paone, Giuliano Ferrara, Poli, Battaglia e Umberto Veronesi, che denunciano «una proposta antiscientifica, illiberale e nociva per l'economia italiana».
    Il decreto «vorrebbe impedire la semina di Ogm e consentirebbe solo alcune attività di ricerca, peraltro destinate alla sola tracciabilità e valutazione e non allo sviluppo di nuovi Ogm di interesse anche nazionale». Ma «l'avversione nei riguardi degli Ogm non ha base scientifica», danneggia sia i produttori che i consumatori, e persino la Chiesa «le opportunità offerte dagli OGM in termini di miglioramento della condizione umana». Tutto l'appello

    12 novembre 2003

    Manifesto eroi

    Thursday, November 11, 2004

    Crolla il teorema dei superiori moralmente

    E' un errore far passare l'America di Bush per fondamentalista. Così in Italia rischiamo di trasformare il 2005-2006 nel biennio clericale

    Oggi si sono riuniti i clintoniani del Democratic Leadership Council per analizzare più lucidamente la sconfitta elettorale. E l'analisi (resoconto + video) non combacia affatto con il teorema degli evangelisti omofobi alla carica. Ecco alcune delle conclusioni a cui sono giunti:

  • Accettare il fatto che i repubblicani hanno ottenuto la maggioranza, seppure stretta;
  • Lavorare alla rinascita democratica negli "Stati rossi";
  • Affrontare tre gap di credibilità che sono di ostacolo al consenso per i candidati democratici: un primo gap sulla sicurezza nazionale, un secondo "culturale", un terzo sulle riforme;
  • Costruendo un agenda e un'immagine per il futuro, ricordarsi che "gli ideali contano";
  • Non scoraggiarsi: i problemi di oggi non sono peggiori di quelli dell'inizio degli anni '90, prima delle fortune di Clinton.
  • Consigli concreti:

  • Fidarsi degli elettori per capire i problemi che più li affliggono, invece di provare a dir loro di cosa si dovrebbero preoccupare;
  • Liberarsi dei tabù sui temi interni, e non difendere più i programmi federali sempre e comunque;
  • Essere a proprio agio nel parlare della propria fede, come via per indurre fiducia sui valori degli eletti democratici;


  • Ma torniamo in Italia. Non c'è rischio che qualche americano - o peggio, qualche italiano - si convinca che Buttiglione è il Bush italiano con il quale si possono vincere le elezioni? Accreditare l'esistenza di una convergenza di culture e di politiche tra Buttiglione e Bush, cosa che non esiste, rischia solo di rafforzare le posizioni clericali qui in Italia. Per ora la Chiesa non intende certo mettere in gioco la sua "roba" per Buttiglione e per sostenere crociate culturali anche nobili, ma poco redditizie. Ma se convinciamo i clericali che Bush è stato rieletto facendo proprio questo, allora rischiamo di trasformare il 2005-2006 nel biennio clericale, mentre gli americani si godono il principio di separazione tra Stato e Chiesa. E ahimé, persino tra i radicali sono tanti coloro che cadono nel teorema dell'America di Bush fondamentalista.

    E' di oggi la notizia che per ringraziare sommamente quegli integralisti evangelici che hanno sostenuto la sua rielezione, il presidente Bush ha nominato segretario alla Giustizia, al posto dell'integralista Ashcroft, il "moderato" Gonzales. Per il Washington Post, è stato nominato per essere fedele a Bush e non necessariamente all'ideologia conservatrice:

    «In background and temperament, Alberto R. Gonzales, President Bush's choice to be attorney general, could hardly be more different from John D. Ashcroft».
    «E' moderato, nondogmatico, e visto con sospetto dai conservatori». Al contrario di Ashcroft «è noto più per la sua lealtà a Bush che per la sua ideologia».
    I conservatori sono stati a lungo cauti su Gonzales. Il giornale Human Events lo ha paragonato a Mario Cuomo. Il National Review invece ad un giudice nominato da Bush padre alla Corte Suprema, ma poi approdato all'ala liberale della Corte. Si è scontrato con i conservatori e con Ashcroft stesso sia sulle affirmative action che sul peso del secondo emendamento che sancisce il diritto al possesso di armi da fuoco.

    Nuovo mito pronto per l'antisemitismo arabo

    Arricchita di un nuovo capitolo la letteratura del genere "Misteriose e melodrammatiche dipartite di tiranni per poterne cantare le gesta mitiche". Come il nascente mito dell'assassinio di Arafat per mano di Israele graverà sulle future generazioni arabe

    Ambiguo e imperscrutabile anche nell'ora della morte, Yasser Arafat lascia questo mondo a suo modo. In queste ore i leader delle nazioni del mondo sono impegnati in pianti, più o meno sinceri, e in rimpianti, pochissimi. Per 13 giorni si sono rincorse voci e smentite sulla sua morte. All'opinione pubbica mondiale il presidente francese Jacques Chirac non ha concesso di sapere. Arafat per poter morire in pace ha dovuto aspettare che tutti, ma proprio tutti, fossero pronti. E di questo nessuno ne parla, per tutti è normale.

    Tutti ci siamo resi conto dell'esigenza di organizzare la successione, soprattutto per evitare situazioni incontrollabili all'interno del movimento palestinese, dilaniato da numerose faide intestine. Quindi, un po' come accadeva per le delicate successioni sovietiche, dove la morte del presidente di turno era dapprima un raffreddore e veniva annunciata solo dopo un paio di giorni dall'avvenuto decesso, Arafat non poteva andarsene prima che fosse concordata la transizione. Ma neanche prima che fosse raggiunto l'accordo sui luoghi dove celebrare la funzione funebre e la sepoltura, disputa che avrebbe potuto provocare tumulti fin nel cuore più sacro di Gerusalemme. Per timore di disordini e attacchi anche Israele ha evitato di rendere nota, pur conoscendone i dettagli, l'inesorabile sorte che attendeva il leader palestinese, accettando di abituare lentamente i palestinesi all'idea della fine. E le preoccupazioni del Mossad sono ora rivolte ai tentativi di scalata al potere da parte dei gruppi più radicali.

    Ma c'è qualcosa di più torbido e pericoloso, che va oltre questi "buoni motivi". Nulla infatti si è saputo, si sa, e si saprà, della malattia incurabile (forse leucemia acuta) che, secondo le informazioni riservate dell'intelligence americana, dava al massimo un mese di vita all'anziano leader (per questo Israele lo aveva fatto partire per Parigi). Resterà un segreto medico. Lo ha annunciato il portavoce dell'ospedale militare Percy, il generale francese Christian Estripeau, che prende ordini dal suo presidente: «Il segreto medico fa parte della legge francese e noi rispetteremo il segreto medico. Non daremo alcuna informazione medica». Il ruolo di Chirac non è affatto secondario in questa vicenda, ma stupisce che Stati Uniti ed Israele non abbiano fatto nulla per stroncare sul nascere ogni ipotesi complottistica, né preteso maggiore trasparenza da Parigi stessa.

    Si è permesso quindi che per 13 giorni la iper-sospettosa e già complessata opinione pubblica arabo-islamica avesse tutti i motivi e gli strumenti per costruire il mito dell'assassinio di Arafat per mano di Israele, arricchendo così la favolistica del complotto sionista e alimentando il sentimento di rivalsa antisemita. Il terrorismo jihadista di ogni matrice, e qualche fazione palestinese, ringraziano. Il popolo palestinese, così come l'intera umma musulmana, continueranno così ad alimentarsi di quella propaganda fondamentalista e nazionalista che li condanna all'oppressione e al sottosviluppo.

    Ma in ogni favola che si rispetti c'è un tesoro misterioso. Non poteva mancare l'intrigo che riguarda quello di Arafat, stimato in circa 4 miliardi di dollari. Prima di staccare la spina e consentire la dipartita dell'anziano leader, la vedova Suha si sarebbe assicurata una rendita di 22 milioni di dollari all'anno, termini di un accordo raggiunto in extremis con il segretario generale dell'Olp Abu Mazen.

    Wednesday, November 10, 2004

    Le bugie di Buttiglione sbarcano in America. Reagire

    Rocco Buttiglione cerca di esportare in America la tesi del pregiudizio anti-cristiano che sarebbe alla base della sua bocciatura europea. In un temerario articolo sul Wall Street Journal, l'amico del Papa racconta cose inaudite. Sostiene di essere stato escluso dalla Commissione a causa della sua fede religiosa, anzi, che in Europa non si può neanche parlare di religione. Cita Hamilton, contrapponendolo a Rousseau, in uno smaccato slancio di ruffianeria. Soprattutto, come ha fatto ieri sera alla puntata di Porta a Porta dedicata al suo presunto "caso", cerca di strumentalizzare la sua esclusione e passare per martire dell'intolleranza laicista. Cerca di accreditarsi come il prototipo di cristiano impegnato in politica ma rispettoso del principio di separatezza tra Stato e Chiesa, tra morale e legge. Invece, non le sue parole, ma il suo curriculum politico-istituzionale sta a dimostrare come egli rappresenti proprio il più classico esempio di legislatore cattolico che confonde peccato e reato, che cerca di proibire per legge a tutta la comunità ciò che la sua fede considera errori.

    Di più, e più grave. Buttiglione cerca di dimostrare la sua sintonia con quella parte di America che ha sostenuto la rielezione di Bush, e con il presidente stesso. Nulla di più falso e pericoloso per le sorti della laicità. E' saldo negli Stati Uniti, anche in questo presidente e nella base che lo appoggia, quel principio di separatezza che Buttiglione e il suo partito, con le loro iniziative legislative, hanno invece calpestato in modo clamoroso, in Italia e in Europa. A noi laici tocca riportare le cose al loro posto, da una parte smascherando l'opera di mistificazione e i pregiudizi che colpiscono Bush e il movimento conservatore americano, dall'altra denunciando le "bugie" di Buttiglione e gli spericolati disegni di Giuliano Ferrara, il quale, convinto di aver trovato un "Bush italiano" che ha a cuore i valori della nonna, sembra non voler accorgersi che così facendo ci tira invece verso il capo opposto a quei valori - americani ed occidentali - che dice di voler difendere dal jihad islamico.

    Come ricordava per l'ennesima volta Marco Pannella, eurodeputato membro della Commissione Libertà civili, il "caso Buttiglione" non è mai esistito. Lo testimoniano i fatti: la bizzarra strategia parlamentare del gruppo del PPE in Commissione, i cui voti - né quei pochi "No" della sinistra, né quelli tra i liberali - hanno freddato la candidatura Buttiglione. La bocciatura da parte di Pannella e Bonino si fondava su ragioni di "opportunità". Non sull'audizione dell'esaminando commissario, definita subito da Pannella «ineccepibile», piuttosto su un record, un curriculum politico-istituzionale di Buttiglione, legittimo e rispettabile, ma opposto all'orientamento espresso in materia di Libertà civili da 19 Stati su 25 dell'Unione. Insomma, come nominare un no global al commercio, o Cossutta al Tesoro?

    Altro che Bush fondamentalista, guardiamo a casa nostra

    Lucidissima analisi elettorale di Christian Rocca (Il Foglio) su che cosa sia andato storto per i democratici, su quanto siano campate in aria le analisi sul neofondamentalismo religioso degli americani e sul paese diviso perfettamente a metà.
    I democratici hanno perso il contatto con l'America:
    «Gli Stati Uniti sono un paese in continua crescita e con un popolo in perenne movimento. La gente lascia le città e si trasferisce a ritmi impressionanti alla ricerca di migliori condizioni di vita, di lavoro, di spazio. Nascono nuove comunità, nuove città e i quartieri suburbani delle metropoli sono circondati da un'ulteriore cintura residenziale. (...) David Brooks ieri sul New York Times ha scritto che quando i democratici ne parlano usano tutti gli stereotipi possibili, descrivono una vita materialista, vuota e conformista. Secondo Brooks, invece si tratta della parte più vitale della società americana, gente che lascia mutui, pendolarismo, difficoltà e strutture sociali stressate per andare in posti con ampi spazi, magari facendo un salto nell'ignoto, in città che ancora non sono state costruite, ma che promettono una prospettiva, un futuro, tasse basse e lavori pionieristici nel campo della bio e della nanotecnologia: "I repubblicani hanno vinto anche perché Bush e Rove hanno capito questa cultura". E' la conquista del West che non s'è mai fermata, è la conferma che lo spirito della frontiera non ha mai abbandonato gli americani.

    Eppure è come se i democratici non vedessero questo dinamismo, non parlassero a questa gente, come se disprezzassero chi insegue il sogno di una vita tranquilla e a misura familiare. Come sia possibile che i democratici abbiano perso il contatto con l'America e siano rimasti confinati nelle riserve metropolitane è l'argomento di dibattito di questi giorni. (...) Con la medesima mancanza di contatto con la realtà americana che hanno dimostrato il 2 novembre ora tendono a semplificare le ragioni della sconfitta. (...) Finché non capiranno in pieno che cosa è successo il 2 novembre (e l'11 settembre) sarà difficile che riescano a elaborare una strategia per uscire dall'isolamento».
    L'America non è diventata una nazione di fondamentalisti religiosi in preda alla paura. E' solo il nuovo trip intellettuale di chi si sente superiore antropologicamente:
    Il 60% degli elettori è favorevole a qualche forma di riconoscimento legale per le coppie omosessuali, con il 25% favorevole ai diritti matrimoniali e il 35% alle unioni civili. Se la percentuale di elettori che quest'anno ha detto di aver votato per i "valori morali" è davvero del 22%, quattro anni fa fu del 49%, come anche nel 1996, quando fu eletto Clinton.
    «Bush ha aumentato i consensi rispetto a qualsiasi categoria di elettori. (...) Insomma dire che la coalizione bushiana sia dominata dai fondamentalisti della Bibbia è una stupidaggine autoassolutoria, oltre che una palese dimostrazione di scarsa conoscenza del pluralismo religioso e dello spirito individualista del cristianesimo americano. (...) Anche Bush, come i democratici, dovrà stare attento a leggere bene i dati, perché se dovesse governare abbracciando l'agenda politica della coalizione cristiana rischia di sfaldare la maggioranza repubblicana, che "è moderata, non morale" come ha scritto ieri sul Washington Post, E. J. Dionne jr».
    Quali rimedi? I clintoniani provano ad indicare la strada:
    «Il Democratic Leadership Council ha diffuso un'analisi del voto straordinaria quanto a schiettezza e acutezza. Non ha perso tempo ad accusare il candidato Kerry, né a demonizzare il presidente né a insultare gli elettori. Su questa stessa linea c'è anche la stella nascente del partito, il neosenatore nero dell'Illinois, Barack Obama, il quale domenica a Meet The Press ha detto che Kerry ha perso contro "un presidente di guerra molto popolare" e che i repubblicani avevano "una delle migliori squadre politiche che si siano mai viste in America". Il documento dei clintoniani si chiede "che cosa sia accaduto" e dice subito che i democratici non hanno scuse facili per questa sconfitta: "Avevamo un forte e intelligente candidato, migliori candidati in giro per il paese, eravamo pieni di soldi, con la migliore organizzazione di tutta la nostra vita, un entusiasmo straordinario e la più grande unità nel partito che si ricordi a memoria d'uomo. Abbiamo affrontato un presidente vulnerabile, con un cattivo record... con tanti fallimenti a carico... E con Ralph Nader elettoralmente nullo". Il risultato, riconoscono, è stata un'enorme vittoria per i repubblicani e la conferma della lenta ma significativa erosione dei democratici. Per uscirne, scrivono i clintoniani, "non basta spostarsi meccanicamente a sinistra o a destra, né raccogliere più soldi né mobilitare i militanti né cambiare i vertici del partito né trovare magicamente candidati carismatici. Iniziare una battaglia per l'anima del partito o accusare qualcuno sarebbe una assoluta perdita di tempo"».
    I clintoniani individuano tre deficit di credibilità: sicurezza nazionale; programma di riforme; valori e cultura:
    «I democratici, scrivono i clintoniani, "hanno bisogno di una strategia che raggiunga il cuore dell'America con un messaggio positivo che scaldi sia i cuori sia i portafogli"».
    E oggi Christopher Hitchens su Slate offre un'intelligente provocazione. Bush, più dei democratici, si batte per la laicità nel mondo:
    «George Bush may subjectively be a Christian, but he—and the U.S. armed forces—have objectively done more for secularism than the whole of the American agnostic community combined and doubled. The demolition of the Taliban, the huge damage inflicted on the al-Qaida network, and the confrontation with theocratic saboteurs in Iraq represent huge advances for the non-fundamentalist forces in many countries». Leggi tutto

    Tuesday, November 09, 2004

    Ferrara-Pannella: il duello finì in balletto

    Ferrara e PannellaCon la riconciliazione di ieri sera non hanno voluto chiudere il dibattito, quanto semmai un episodio; consapevoli che per entrambi, nei prossimi mesi, imporre al paese un dibattito franco e acceso sui temi della scienza, dell'etica, della religione, della laicità, dell'identità, rappresenta un obiettivo condiviso per il quale l'uno è utile all'altro

    Il duello Ferrara-Pannella si è concluso prima di iniziare (L'audiovideo e gli speciali di RadioRadicale.it). Entrambi i duellanti impugnavano ramoscelli d'ulivo anziché spade affilate. Un Pannella ansioso di staccarsi di dosso l'etichetta di "anti-religioso" ha ricostruito in prima persona, da membro della Commissione Libertà civili, la vicenda Buttiglione. Il "caso" non è mai esistito. Lo testimoniano i fatti: la bizzarra strategia parlamentare del gruppo del PPE in Commissione, i cui voti - né quei pochi "No" della sinistra, né quelli tra i liberali - hanno freddato la candidatura Buttiglione. La bocciatura da parte di Pannella e Bonino si fondava su ragioni di "opportunità". Non sull'audizione dell'esaminando commissario, definita subito da Pannella «ineccepibile», piuttosto su un record, un curriculum politico-istituzionale di Buttiglione, legittimo e rispettabile, ma opposto all'orientamento espresso in materia di Libertà civili da 19 Stati su 25 dell'Unione. Insomma, come nominare un no global al commercio, o Cossutta al Tesoro?

    Ferrara anche si è presentato avendo già sotterrato l'ascia di guerra. E puntualizza: nessuno vede un'ondata anti-cristiana. Da liberale «sempre al di sotto di ogni sospetto», quello che sta cercando di fare è «in connessione con ciò che voi (i radicali di Pannella, n.d.r.) rappresentate». Dunque, se è così, crediamo di intuire che la difesa a oltranza di Buttiglione è tappa "strumentale" di una guerra culturale che da giornalista, non da politico, Ferrara vuole condurre per portare al centro del dibattito pubblico una politica "alta", fatta di temi e dilemmi anche etici, religiosi, civili, squarciando quel pericoloso velo di politically correct e conformismo che è la regola su questi argomenti.

    La riconciliazione tra Ferrara e Pannella va letta a mio avviso in questi termini. Non hanno voluto chiudere un dibattito, quanto semmai un episodio; consapevoli che per entrambi, nei prossimi mesi, imporre al paese un dibattito franco e acceso sui temi della scienza, dell'etica, della religione, della laicità, dell'identità, rappresenta un obiettivo condiviso per il quale l'uno è utile all'altro.
  • Il resoconto di Luca Telese
    (Il Giornale)

  • Il presidente-Sole demiurgo del post-Arafat. L'unilateralismo che non fa notizia

    Le innumerevoli mosse unilaterali del presidente francese Jacques Chirac, il presidente-Sole. L'ultima in ordine di tempo è in Costa d'Avorio.
    «Una potenza occidentale manda truppe in un paese del terzo mondo con il beneplacito delle Nazioni Unite e l'autorizzazione del Consiglio di sicurezza a intervenire per proteggere i civili e mantenere la sicurezza. Nove dei suoi soldati rimangono uccisi e la potenza occidentale, in risposta, bombarda l'aeroporto e distrugge l'aviazione militare governativa: una reazione non proprio proporzionata all'offesa, né prevista dal mandato Onu. Ancora l'America di Bush? No, è la Francia di Jacques Chirac. Il teatro di questi eventi è la Costa d'Avorio (...)».
    Il Foglio
    «Ora attendiamo che la potenza mediatica e il supremo organo della virtù mondiale, l'Onu, sappiano controbilanciare, smussare, moderare l'unilateralismo, anche se francese, o vogliano riconoscere meriti all'unilateralismo, anche se americano».
    Il Foglio
    Demiurgo del post-Arafat. Ma Chirac gioca sporco anche sul "cadavere" di Arafat, per ritagliarsi - in modo cinico, solitario e unilaterale rispetto a quell'Unione europea che fa parte del Quartetto - una nuova influenza francese in quel Medio Oriente dove la Francia risulta ormai estromessa e isolata. Oggi Chirac incoronerà a Parigi la troika che succede ad Arafat. Per il Riformista mira a fare il patron dei nuovi vertici palestinesi. Un nuovo ruolo per ricavarsi con furbizia - a dispetto di quella famosa politica estera e di difesa comune dell'Ue - uno spazio autonomo di futuro negoziatore tra palestinesi e israeliani. Eppoi... vogliamo chiederlo? Che ne sarà di quel miliardo di dollari e oltre che Arafat conserva tra Francia e Svizzera?

    Disonore sul Senato. Fisichella indegno del suo ruolo

    Fisichella e Fini"Macchia nera" sul Senato. Il vicepresidente Fisichella disonora l'istituzione violando i diritti costituzionali. Ma quando costa politicamente, quando le cose si fanno serie, i campioni del politically correct si tirano indietro, escono di scena, tacciono.

    Capo della segreteria del vicepresidente del Senato Domenico Fisichella (An) per otto anni. Quest'estate viene fortuitamente fotografato mentre passa una serata al Gay Village di Testaccio, a Roma.
    «Non stava limonando, non era neanche a torso nudo con catene al collo. Passava di lì, era con degli amici, con la sorella, cavoli suoi. Però la foto è stata pubblicata su Panorama, a corredo di un servizio sull'estate romana, qualcuno ha riconosciuto Dario Mattiello in mezzo al gruppo sudaticcio e l'ha fatto vedere, magari per ridere magari non per ridere, al vicepresidente del Senato, cioè al suo capo».
    Risultato: Dario Mattiello viene prima sospeso ("mi prepari una relazione"), poi esonerato dal suo incarico.

    Un caso patente di discriminazione sul luogo di lavoro. Non un luogo di lavoro qualsiasi, dove magari c'è un principale un po' coatto. No, accade in una delle più alte istituzioni della Repubblica: il Senato. E non riguarda un senatore, ma il vicepresidente dell'aula, che si permette di tradire in modo inaccettabile e detestabile i principi costituzionali che è invece chiamato ad onorare. Altro che il «culattoni» pronunciato dal ministro Mirko Tremaglia, altro che la sventurata audizione di Rocco Buttglione. Eppure, quando costa politicamente, quando le cose si fanno serie, i campioni del politically correct si tirano indietro, escono di scena, tacciono. Tace la sinistra, tace la stampa (tranne Il Foglio che ha diffuso la notizia). Censura, invece di uno scandalo che dovrebbe scuotere il Senato e la sua presidenza fin dalle fondamenta.
    E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che sì, il problema è laggiù in America, è l'America di Bush, dove un fatto del genere è, ed è destinato a rimanere inimmaginabile. Un caso che avrebbe fatto venir giù il Congresso, qui da noi è silenziato, gli si preferisce la polemicuccia sul "culattoni" e sul "peccato".

    Monday, November 08, 2004

    Terzismo giornalistico di Wittgenstein

    «Il problema è che la semplificazione giornalistica e il bipolarismo politico e culturale stanno devastando la nostra capacità di comprensione delle cose e la nostra disposizione a ritenerle complesse, poco chiare, con diversi significati. Le vogliamo assolute, definitive, facili e pronte per il titolo, o lo slogan. Le vogliamo maggioritarie».
    Il maggioritario del pensiero porta i cervelli all'ammasso. Siamo d'accordo con Wittgenstein, disgustato dai commenti sulle elezioni americane. Sono d'accordo solo se intende ricordare a tutti i faziosi che la realtà è più complessa di quanto tutti gli editoriali di questo mondo possano mai spiegare. Attenzione però. Portando all'estremo la sua logica non dovrebbero esistere che enciclopedie, né bisognerebbe perder tempo a scrivere articoli. Quando si cerca di intrepretare un risultato elettorale si effettua una scelta - con tutti i limiti che ciò comporta: fra tutti i fattori complessi e intrecciati che contribuiscono ad un esito (ma questo è scontato) l'autore sceglie di evidenziarne uno, o alcuni. Potrebbe rivelarsi una scelta acuta... o ottusa. Di "anche.. anche.. anche.." ne possiamo aggiungere all'infinito, ma il valore dell'analisi alla fine è la selezione. E ce ne sono di più vicine e di più lontane alla realtà. Io scelgo di condividere o meno delle analisi, consapevole che non esauriscono la complessità del reale, ma scelgo.
    Altrimenti si rischia il relativismo, o l'eterno "terzismo" giornalistico.

    Non è il momento di piangere...

    ... ma di rimboccarsi le maniche. L'ex presidente Bill Clinton commenta la vittoria di Bush. E' lucido e consapevole, sembra quasi che vi fosse preparato da tempo. Non c'è da disperarsi, ma da lavorare, quello sì. Clinton sa che non esistono due Americhe, che esistono delle divisioni anche nette - e se non ci fossero in democrazia ci sarebbe da preoccuparsi - sull'Iraq come sulle moral issues, per citare solo un paio di esempi, ma sa che, quando si tratta della sicurezza e del potere americano, l'America è una.
    «Eravamo il partito di Franklin D. Roosevelt, siamo diventati il partito del regista Michael Moore», ha osservato con amarezza l'ex-capo dello staff alla Casa Bianca Leon Panetta. Ecco, diciamo che i Dem. si sono illusi che potesse esistere un'America alla Michael Moore.

    Attrezzarsi ideologicamente. Kerry ha dato l'impressione che come presidente avrebbe sì liberato gli americani dal peso della dottrina Bush, ma senza sostituirla con un'altra che non si limitasse a promettere un impegno generico nella protezione della sicurezza e degli interessi americani. Ma l'America è in guerra e questo lo percepiscono tutti gli americani. Chiedono quindi una leadership portatrice di una visione "morale" salda, e ritengono insufficiente affidarsi al pragmatismo caso per caso per combattere un nemico così attrezzato ideologicamente. Questa visione "morale" comprende il fattore religioso, ma non si esaurisce in esso. Vi rientrano la guerra al terrorismo e quelle motivazioni, che non possono non essere "morali", di cui gli americani sentono il bisogno di ri-attrezzarsi per poter affrontare un nuovo scontro ideologico.

    Clinton stesso riconosce quindi che i democratici hanno mancato nell'offrire tale visione, distanziandosi, agli occhi degli elettori, da valori di fondo e sentimenti contingenti di ogni americano. Non è un dramma, spiega l'ex presidente parlando allo Urban Land Institute di New York:
    «Coraggio, non va così male, abbiamo solo bisogno di migliorare la nostra immagine (...) Se permettiamo ai conservatori di far credere alla gente che il nostro partito non crede nei valori della famiglia e della fede, nel lavoro e nella libertà, la colpa è solo nostra. (...) I democratici devono avere un messaggio chiaro: in questo modo renderemo difficile ai nostri avversari dipingere i nostri candidati come la personificazione del male. (...) Bisogna ammetterlo, quest'anno i repubblicani sono riusciti a trovare un messaggio chiaro, un bravo comunicatore, una grande organizzazione e una strategia efficace. La loro forza è stata quella di spingere al voto quegli elettori registrati che prima disertavano le urne».
    Tuttavia, osserva Clinton, la rielezione di Bush «offre grandi opportunità sia allo stesso Bush sia al partito democratico. E le due cose non sono necessariamente in contraddizione». Tra le speranze espresse da Clinton, c'è quella che Bush si sforzi, durante il suo secondo mandato, di rendere l'economia americana meno dipendente dal petrolio straniero e si adoperi per aiutare israeliani e palestinesi a trovare un accordo di pace. Compito che potrebbe essere agevolato dall'uscita di scena di Yasser Arafat. Così due delle migliori frecce nell'arco dei fondamentalisti islamici risulterebbero spuntate.

    Friday, November 05, 2004

    Quante amenità e assurdità su Arafat

    Per fortuna c'è Foreign Affairs che ha selezionato dal suo archivio un'interessante serie di articoli dal 1975 ad oggi sull'anziano leader palestinese, ripercorrendo nelle analisi dell'epoca le tappe della sua parabola politica. In mano a chi, ci chiediamo sommessamente, andrà a finire il suo tesoro personale?

    Articoli che ovviamente stridono con alcune imprudenti e oscene dichiarazioni che si susseguono in questi giorni. Da sinistra a destra si canta la sua grandezza. Il Giuseppe Mazzini dei palestinesi (Marco Follini); un «capo partigiano» (Giulio Andreotti); «combattente e uomo di Stato che avuto anche il coraggio di impostare il tema della pace» (Massimo D'Alema); «i passati da terrorista non contano. Dietro il Risorgimento italiano c'è stato il terrorismo» (Francesco Cossiga); «ora portare a compimento il suo sogno», «anche un personaggio complesso e controverso che ultimamente ha mostrato alcune ambiguità nei confronti del terrorismo» (Gianfranco Fini, nostro futuro ministro degli Esteri); «un grande uomo di pace» (Mario Scialoja); «una figura di grande prestigio, un riferimento per generazioni di palestinesi che hanno lottato per la loro patria» (Paolo Cento); «un amico storico dei socialisti italiani, il grande errore di una parte del sistema politico israeliano e occidentale è stato quello di credere che la pace fosse più facile contro di lui anziché con lui». (Ugo Intini). Per ora ci fermiamo qui, ma prepariamoci al peggio.

    Presidenziali Usa 2004. Le analisi

  • Bush pronto a governare «in his own style»
    Ha un capitale politico da spendere, e lo spenderà secondo il suo stile, secondo quanto promesso, secondo il suo motto: "Intendo dire davvero ciò che dico"

  • «The End of the Sixties»
    Sepolti i retaggi di quegli anni: il radicalismo liberal e il pregiudizio nei confronti dell'uso del potere americano. Il Partito democratico deve tornare a guardare a Roosvelt e Truman.

  • I "buoni" e i "Bush haters" hanno avuto torto
    Smacco per la pretesa «superiorità morale e intellettuale» e per l'intolleranza di chi, in patria e all'estero, ha sottovalutato Bush, la sua visione e la sua profonda sintonia con la nazione.

  • I Dem. lontani dalla nazione; che è una. E pluribus unum
    Cosa si intende veramente quando si dice che l'America è una e che non esiste una seconda America, quella immaginaria, quella "migliore" e dei buoni.

  • «Two Nations Under God»
    Thomas Friedman turbato dal fondamentalismo cristiano.

  • Vince il presidente dell'11 settembre
    Lo schema adottato alla vigilia del voto si è rivelato falso, viziato dall'ideologia e dal pregiudizio.

  • Lezioni americane
    I discorsi "del giorno dopo" di Bush e Kerry.

  • George W. Four More Years. Una vittoria americana
    L'America non è in crisi come sistema democratico, non va riformata, non è fondamentalista, i cittadini sono lontani dagli stereotipi che girano qui in Europa, sono liberi, "conoscono e deliberano".

  • Bush o Kerry for president?
    Il mio personalissimo endorsement della vigilia.
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