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Thursday, December 22, 2005

Venghino siori, Venghino...

Marcia di Natale per l'amnistia, la giustizia e la libertàUna marcia con tutti i crismi

Con l'adesione di Walter Veltroni, il Caro Sindaco, e l'articolo di oggi di Barbara Palombelli su Corriere Magazine - l'amnistia per dare un «senso» al Natale - si è chiuso il cerchio. La marcia di Natale per l'amnistia ha tutti i crismi dell'evento. E con la benedizione del Sindaco Buono anche quelli del buonismo d'establishment. E' indubbiamente un grande successo per Pannella aver costretto i professionisti del buonismo, i tromboni della Repubblica, e le penne più snob del nostro giornalismo, da Carlo Rossella ad Antonio Padellaro, a pagare dazio su un'iniziativa da lui promossa.

C'è ancora posto per gli ultimi arrivati, gli ultimi confaloni, gli ultimi presidenti di regione, da Formigoni e Marrazzo, le ultime delegazioni, nessuno vuol far mancare la sua firma in calce, il suo volto in posa, e nelle ultime ore piovono adesioni, tra foto opportunity e presenzialismo buonista. La corsa alle adesioni dell'ultima ora sembra la corsa agli ultimi acquisti natalizi. Ché tanto si sa, "finita la festa, gabbato lo santo".

In realtà, tutte le personalità che hanno aderito lo hanno fatto a titolo personale, mentre nessun grande partito o sindacato, come chiedeva Pannella, si è offerto di mettere in moto la grande macchina organizzativa delle adunate di massa a cui vengono chiamati a raccolta gli adepti per difendere i privilegi acquisiti. Fuggi-fuggi generale davanti a Giachetti e Cappato che raccolgono le firme alla Camera per convocare una seduta straordinaria. Sì, sì, d'accordo l'amnistia, ma il viaggio prenotato, il panettone caldo-caldo. Né alcun leader ha di fatto preso impegni. Pannella è ben consapevole degli atteggiamenti dei leader della sinistra: «Chiamala ripulsa, non diffidenza. I Ds non ci trattano da compagni, ma ci guardano come fossimo una tempesta che si avvicina. Ma stai tranquillo, la base dei Ds sorride quando ci incrocia».

Ci sono molte ragioni per sostenere l'amnistia, ma quella della «giustizia di classe» proprio non regge. «Non è uno stato di diritto». E fin qui nulla da obiettare. «E' uno stato classista. Non vuole l'amnistia ma accetta la prescrizione. Che è un'amnistia di classe... perché senza pagare dei buoni avvocati non si arriva alla prescrizione». Embè, scopriamo ora che la nostra società è di classe? C'è la sanità di classe perché non tutti possono pagarsi le cure migliori, c'è la ristorazione di classe perché non tutti possono pagarsi i ristoranti più cari, c'è l'automobilismo di classe perché non tutti possono avere auto potenti, e la casa di classe perché non tutti possono permettersi lussuosi appartamenti. Che fare?

Criminalizziamo la prescrizione, un fondamentale istituto di garanzia dei cittadini, che prima di essere merito di bravi avvocati è responsabilità di magistrati inefficienti e incompetenti, solo perché non riusciamo ad assicurare una giustizia di qualità? E quale sarebbe il rimedio a questo classismo? Quando si entra nella logica che questo o quello sono «di classe» non se ne esce facilmente. E' così che si arrivano a ipotizzare redditi di reinserimento ai detenuti.

Certo, è ragionevole, per quello che alla comunità costa al giorno mantenere un detenuto, tanto vale dargli uno stipendio e via, non c'è più ragione per delinquere. Ma quale sarebbe l'effetto di una misura simile? Delinquere diventerebbe a tutti gli effetti un lavoro, almeno il primo lavoro, finché non ti beccano. E viste le statistiche dei reati di cui si trovano i colpevoli significa mettere prima da parte un bel gruzzoletto con 8/10 scippi, poi starsene un po' dentro in attesa della pensione di reinserimento. Decarcerizzazione? Sì, volentieri. Ma piuttosto che i sussidi, le pene alternative, programmi di lavoro e di formazione, la depenalizzazione dei molti reati dove non c'è una vittima, e soprattutto il grande scandalo della carcerazione preventiva, se le statistiche ci dicono che sono riconosciuti innocenti il 40 per cento delle migliaia di detenuti in attesa di giudizio.

L'impatto sociale ed economico di redditi di reinserimento ai detenuti, sussidi di disoccupazione troppo generosi, pensioni d'invalidità elargite come sappiamo, pensioni d'anzianità e quant'altro assistenzialismo ce l'abbiamo sotto gli occhi: il declino. La sfida invece è più libertà per creare maggiore ricchezza. E una volta creata, lasciarla in mano all'individuo che sa disporne per il proprio benessere meglio di qualunque burocrazia.

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