Thursday, March 31, 2005

RIP Terri

Giudici non giudicabili (Le Guerre Civili), morire così (milton), che riporta l'articolo di Nat Hentoff sul Village Voice, "Terry Schiavo: Judicial Murder", definito «durissimo, lucidissimo e condivisibile».

Oggi Christian Rocca su Il Foglio precisa meglio i termini del dibattito negli Usa, rappresentato in modo, come sempre, un po' troppo semplicistico, se non mistificatorio, dai media italiani, che inciampano sulla religione e il «falso mito delle due Americhe».

In questo post le riflessioni imprescindibili di 1972, Massimo Adinolfi, e Far finta di essere sani, di cui però vorrei riprendere un passaggio:
«... in una società dove convivono opinioni diverse e persino antitetiche a proposito del tema dell'eutanasia, è necessario trovare laicamente (e come altrimenti?) una prospettiva comune per determinare una legislazione in proposito. È a questo punto che Terri Schiavo (pace all'anima sua) diventa inutilizzabile da qualsiasi parte la si voglia tirare...» >> Segue
Poi c'è il dibattito tra gli stessi conservatori sugli interventi tentati dal Congresso e dal presidente Bush.

La peggiore punizione per Kofi Annan

Un'assoluzione sul piano "giuridico", ma una definitiva condanna politica. Potrebbe passare alla storia come il segratario generale che ha affossato la credibilità l'Onu.

Il secondo rapporto provvisorio Volcker (C-Span) ha effettivamente scagionato Kofi Annan perché non ci sono prove, «gli indizi non sono ragionevolmente sufficienti», che fosse a conoscenza del fatto che suo figlio, Kojo, lavorasse per la società svizzera a cui le Nazioni Unite affidarono per 10 milioni di dollari l'anno il compito di monitorare il programma Oil for Food. Un programma da 64 miliardi di dollari gestito dall'Onu per consentire a Saddam Hussein di vendere petrolio in cambio di cibo e altri generi di prima necessità, unica deroga alle sanzioni imposte dall'Onu dopo l'invasione del Kuwait nel 1990.

Tuttavia, in questo suo secondo rapporto preliminare la commissione d'inchiesta è stata molto critica sull'operato di Annan nella vicenda. Baghdad avrebbe fornito a numerosi intermediari - fra cui anche funzionari dell'Onu - degli speciali "buoni petrolio" equivalenti a delle tangenti. Loschi e pericolosi gli obiettivi di Saddam. Ad Annan viene contestato il fatto di aver operato con negligenza, incompetenza e in conflitto di interessi. Addirittura, il giorno dopo l'istituzione della Commissione, il capo dello staff di Annan, Iqbal Riza, ha distrutto (impiegando sette mesi) i documenti del programma relativi agli anni 1997, '98 e '99. Per queste e altre brutte faccende, tutti gli uomini del segretario sono stati costretti alle dimissioni: Sevan, Riza, Bertini, Halbwachs, Hansen, Roed-Larsen e Lubbers.

Il paradosso è che l'acerrimo oppositore della politica degli Stati Uniti all'Onu, in particolare della guerra in Iraq, in questi tempi duri è difeso proprio da Washington, che lo ha letteralmente in pugno. Pena peggiore è difficile da immaginare. Dalla Casa Bianca fanno sapere che l'intenzione è di «continuare a lavorare» con Annan. Già, ormai a cosa potrebbe opporsi? Certamente non dovrebbe - scrive Dimitri Buffa oggi su L'opinione - opporsi alla nomina di Emma Bonino alla Commissione Onu per i Rifugiati.
«Il presidente americano sa benissimo che l'americanismo dei Radicali italiani è qualcosa di ben più serio degli atteggiamenti alla moda degli ultimi anni, in cui si sono creati schieramenti di tifosi, da una parte e dall'altra, ma senza solide basi esistenziali... una come la Bonino in quel posto lì, l'Unchr, un'agenzia che negli ultimi anni è stata anche infiltrata dai terroristi nel Medio Oriente... potrebbe rappresentare quel punto di svolta delle Nazioni Unite propedeutico all'Organizzazione mondiale delle democrazie. Cioè un'Onu di democrazie, la cui idea fondante, guarda caso, furono proprio i radicali...»
«Pieno sostegno» da Parigi, mentre dagli Usa monta un'ondata di sdegno che non travolge Annan solo per la contingente convenienza dell'amministrazione a dialogare con un segretario che non è in condizioni di alzare troppo la cresta. Il senatore Norm Coleman torna a chiedere le sue dimissioni e il Wall Street Journal continua a ripetere che Annan è unfit a guidare l'Onu. Solo il New York Times è ancora decisamente troppo cauto, osservando che il segretario generale «deve dimostrare che ha imparato dagli errori del passato e può ancora essere il leader forte ed efficiente di cui l'Onu ha un disperato bisogno in questo momento».

Richard Gere all'Europa: non abbandonate il Tibet

Sul Wall Street Journal è comparso oggi l'appello dell'attore impegnato in difesa della cultura tibetana. I negoziati con Pechino per l'autonomia del Tibet stanno diventando una cosa seria. L'Europa, e gli Usa, non dovrebbero allentare la pressione sulla Cina, ricominciando, per esempio, a vendere armi.
«So now, more than ever, Beijing needs to feel outside pressure if we are to ensure that talks continue. Europe and Washington's most substantial means for pressure is certainly the weapons embargo, which they imposed on China after the Tiananmen Square demonstrations in 1989. Yet the EU is now seriously considering lifting the embargo - it should not... European governments, in concert with the U.S., are in a position to encourage China to begin substantive discussions with the Dalai Lama on Tibet».

Liberalismo vs. relativismo

Marco Taradash, su la Repubblica, sintetizza in poche righe: che il relativismo esiste, che la Chiesa cattolica non dovrebbe combatterlo combattendo il liberalismo, perché il liberalismo combatte sia l'assolutismo sia il relativismo. Da leggere.
«La Chiesa di Roma non ce la fa ad accettare il liberalismo. Il cardinal Ruini, nell'intervista a "Repubblica", imputa alla filosofia politica di John Locke l'affermarsi del relativismo culturale e si compiace del fatto che oggi il "relativismo è diventato un termine negativo, tutti ne prendono le distanze". Questa riflessione ha poco fondamento: il liberalismo non sostiene che tutti i valori sono uguali, ma che tutti i valori sono diversi. E se oggi il cristianesimo ha ripreso vitalità anche fuori dai confini delle chiese, lo di si deve a quei filosofi cattolici e liberali che hanno affermato la distinzione fra i valori della fede e la ricerca della verità in ogni campo della vita umana, ispirandosi al liberalismo di Karl Popper o Friedrich von Hayek. I quali ci hanno insegnato contro il nichilismo e il relativismo culturale, che la verità esiste, che abbiamo il dovere di cercarla e di smascherare il falso e la menzogna. Ma che, allo stesso tempo, la verità non deve diventare potere, perché ogni verità acquisita è una "verità penultima", che domani potrebbe essere riconosciuta a sua volta falsa. Fra il relativismo degli schiavi e l'assolutismo dei tiranni c'è di mezzo il liberalismo, la libera discussione, la democrazia e la moderna civiltà. Peccato che la Chiesa sia ancora alla ricerca di rivincite politiche e non d’una presenza forte nella società italiana».

Wednesday, March 30, 2005

Terri Schiavo: caso e necessità

Si può essere a favore dell'eutanasia, rispettosi della certezza del diritto e del rispetto delle leggi e costituzioni vigenti, e allo stesso tempo considerare moralmente intollerabile la morte per fame di Terri Schiavo? Cerca di dare una risposta Enzo Reale (1972), in questo articolo pubblicato su Ideazione.com. Una riflessione, forse conclusiva su questo caso, seria e ben argomentata, che cerca delle risposte senza adesioni ideologiche e pregiudiziali. 1972 riconosce che «la rule of law è stata perfettamente rispettata», che la condizione di Terri, sebbene non corrisponda esattamente a quella descrittaci dagli old media americani, perché più simile a una portatrice di handicap che a una malata terminale («non è una malata terminale che sta trascorrendo i suoi ultimi giorni tra indicibili sofferenze»), convince probabilmente molti di noi che la sua vita sia «indegna di essere vissuta», ma sente quanto «la fine decretata per questa donna dai tribunali sia profondamente ingiusta».
«Per rendersi conto che nel caso Schiavo si è saltato almeno un passaggio: se è quantomeno discutibile che la vita vada difesa ad ogni costo e contro ogni evidenza è a maggior ragione opinabile che della vita di un soggetto terzo si possa disporre in base a mere considerazioni di carattere qualitativo.
(...)
la sua vicenda assume ogni giorno di più i tratti di una macabra riedizione della scommessa pascaliana: puntare sull'esistenza di Dio o sulla non-esistenza? Stavolta non è necessario scomodare il Padre Eterno (per chi ci crede) per rendersi conto che nella scelta tra la vita e la morte si è scommesso sulla seconda». Da leggere tutto
Altri post che segnalo qui sotto dimostrano l'alto livello della riflessione sul caso di Terri Schiavo raggiunto dai blog italiani.
«Sembra che vi siano tutti gli elementi di una "tragedia classica", come ha scritto sabato il Foglio, tirando frettolosamente in ballo Antigone. Invece manca l'essenziale. Manca all'intera vicenda, e manca all'uomo contemporaneo, quel senso del destino che permetteva di ammutolire ammirati e atterriti dinanzi alla scelta dell'eroe di infrangersi contro il fato. Per noi, la tragedia non consiste affatto nell'irrevocabilità del destino, ma tutt'al contrario nella nostra possibilità di deciderlo. Il nostro sapere ammutolisce non dinanzi al destino, ma dinanzi a noi stessi: e noi non siamo più grandi nella sconfitta contro gli dei o il fato, come l'eroe tragico, ma piccoli nella vittoria che la tecnica ogni giorno riporta sulla natura.

In fondo, la linea del conflitto di principio che si scatena in tema di eutanasia si può tracciare con facilità: in una prospettiva laica, non vi è alcuna autorità superiore all'individuo che possa decidere nelle questioni che riguardano la sua vita e la sua salute. In una prospettiva religiosa (e in specie cristiana), la vita e la salute di ciascun individuo non sono nella sua intera disponibilità. Questo conflitto non è risolubile, e si può solo sperare che chi difende una prospettiva religiosa accetti che uno Stato laico non la assuma tal quale e non la traduca in principi normativi. Ma quel che vicende come questa di Terri Schiavo insegnano, è che non c'è più un sapere adeguato alla nostra esperienza del morire. Rileggete Montaigne: non è più vero che il morire sia la più autentica e decisiva delle esperienze, e che ci si possa e ci si debba rapportare alla nostra morte tra le mura del nostro castello interiore; ma non è vero neppure che la natura ci istruirà sul campo, così che non dobbiamo darcene pensiero. Non c'è più una verità del morire: non ci sono più istruzioni, e non c'è più un destino. E così, non solo non sappiamo quando Terri Schiavo morirà, ma non sappiamo neppure quando sapremo di nuovo morire».
Massimo Adinolfi
«... in una società dove convivono opinioni diverse e persino antitetiche a proposito del tema dell'eutanasia, è necessario trovare laicamente (e come altrimenti?) una prospettiva comune per determinare una legislazione in proposito. È a questo punto che Terri Schiavo (pace all'anima sua) diventa inutilizzabile da qualsiasi parte la si voglia tirare: là tutta la questione, in presenza di leggi che autorizzano il diritto dei singoli a non essere rianimati, si riduce a un conflitto di competenze tra familiari e alla natura specifica delle condizioni cliniche della donna; qui da noi il punto non può essere tifare per la morte della Schiavo (il problema, etico, se lo porranno semmai il marito, i genitori e i giudici chiamati a deliberare in proposito e se la vedranno con la loro coscienza) o per il fatto che possa sopravvivere alla settimana (e poi?), ma semmai provare a trovare un punto d'equilibrio passabilmente condivisibile per dirimere questioni analoghe che potessero sorgere, e già sorgono.
Far finta di essere sani
«Se proprio vogliamo stare all'etimo della parola, eutanasia significa buona morte (o morir bene). Una buona morte non è necessariamente una morte volontaria, né una morte volontaria (un suicidio, ad esempio, o anche un suicidio assistito) è necessariamente un caso di buona morte. Non credo, ad ogni modo, che convenga far passare per una decisione sul significato della parola vicende come quella di Terri Schiavo, discutendo se sia o non sia eutanasia. Posso concedere che, dato un significato di eutanasia ristretto in un certo modo, non si tratta di eutanasia nel caso di Terri. Ma ciò non toglie che l'oggetto della discussione è se sia legittimo o meno sospendere l'alimentazione e l'idratazione in casi come quello di Terri. Insomma: (1) c'è chi ritiene che la "buona morte" non è mai legittima, che si sia manifestata o meno la volontà dell'individuo; (2) c'è chi ritiene che sia sempre legittima, quando la volontà dell'individuo si è manifestata in tal senso; (3) c'è chi ritiene che sia legittimo, quando la volontà si sia manifestata e sussistano determinate condizioni di vita e di salute; (4) c'è infine chi ritiene che sia legittimo, quando sussistano determinate condizioni di vita e di salute, che la volontà si sia manifestata o meno. Chiamateli i casi 1 2 3 e 4, invece che eutanasia, e discutete. (Il caso Terri impegna 1 e 4)».
Azione Parallela

Parte "Notizie Radicali"

Parte la nuova newsletter di Radicali Italiani. Un giornale telematico "Notizie Radicali", diretto da Valter Vecellio e spedito a 30 mila indirizzi per 5 giorni a settimana, dal lunedì al venerdì. Oggi con il primo numero un mio articolo: Quei cattolici "antiamericani" che non sanno cosa sia la religione in America.
«I cattolici integralisti italiani fanno davvero parte con comunisti e fascisti di una trinità antiamericana e antiliberale evocata dal prof. Massimo Teodori? ... nel loro essere clericali, nello sfidare la separazione tra Chiesa e Stato, nel voler trasformare ciò che la loro fede personale ritiene "peccati" in "reati" – i cattolici integralisti e le gerarchie ecclesiastiche possono essere definite antiamericane e antiliberali.
(...)
I buttigliones... cercano di dimostrare la loro sintonia con quella parte di America che ha sostenuto la rielezione di Bush allo scopo di accreditare come vincenti nelle urne le proprie posizioni in materia di bioetica e diritti civili. E' saldo negli Stati Uniti, persino in questo presidente e nella base che lo appoggia, quel principio di separazione tra Stato e Chiesa che i buttigliones italiani, con le loro iniziative legislative e campagne, e le gerarchie vaticane con le loro ingerenze, hanno invece calpestato in Italia e in Europa.
(...)
Il pluralismo religioso e lo spirito individualista, democratico e repubblicano, del cristianesimo americano, come la composizione multiforme del movimento conservatore, rendono sconsigliabile anche a Bush governare abbracciando l'agenda politica della coalizione cristiana, rischiando così di sfaldare la sua maggioranza».
Negli Stati Uniti è ancora viva la realtà descritta da Alexis de Tocqueville, lezioni mai apprese in Italia.

Fin dalle origini, ci fa sapere l'America fu popolata in gran parte da uomini che, sfuggiti all'autorità del Papa o ad altre persecuzioni religiose, non si sono sottomessi ad alcuna «supremazia religiosa». Ecco le radici di un cristianesimo «democratico e repubblicano». Fin dalle origini, in America, politica e religione «furono d'accordo, e non cessano di esserlo, sulla separazione delle rispettive autorità». Così non avvenne in Europa, dove la lotta per il potere tra Papa e Imperatore fu secolare. Per Tocqueville, il cattolicesimo «dispone al meglio i propri fedeli alla democrazia e all'eguaglianza, a patto che il clero, come in America, si ponga al di fuori del governo». Negli Stati Uniti non vi fu all'inizio, e non vi è ora, alcuna fede religiosa contraria alle istituzioni democratiche, mentre a lungo in Europa vi fu l'opposizione cattolica nei confronti delle teorie liberali e democratiche. Mentre in Europa «lo spirito di religione e lo spirito di libertà» procedevano «in senso contrario», negli Stati Uniti «regnavano intimamente uniti». Se la religione ha «una così grande importanza in America, ed è professata spesso con tale ardore, lo si deve proprio alla completa separazione tra Chiesa e Stato», sostiene Tocqueville.

I valori morali hanno negli Stati Uniti un gran peso nelle opinioni politiche dei cittadini e i toni forti, l'intensa religiosità americana, spaventano noi europei laici, abituati a combattere con un potere religioso che soprattutto in Italia non intende smettere i panni di potere mondano e di guida politico-sociale. Tocqueville era convinto che «lo stato naturale degli uomini in materia di religione» fosse quello di credere. Dove questo "stato di natura" si affievolisce o viene perduto, è a causa della «intima unione della politica con la religione». I laicisti, che sono molti in Europa, e di cui si sentono vittime i buttigliones, non sono che gli eredi di coloro che nell'800 il magistrato francese chiamava «gli increduli d'Europa». Essi «combattono i cristiani più come nemici politici che come avversari religiosi: essi odiano la fede più come l'opinione di un partito che come una erronea credenza; e nel sacerdote combattono assai più l'amico del potere che non il rappresentante di Dio. In Europa il cristianesimo ha permesso che lo si unisse intimamente alle potenze terrene». Inoltre, «l'indebolimento del sentimento religioso prepara i cittadini alla servitù… In assenza di un’autorità religiosa credibile e non compromessa con i poteri terreni, sono pronti a sottomettersi ad un padrone che assicuri loro almeno l'ordine materiale».

«Una religione che si prende cura dell'anima degli uomini può conquistare i loro cuori, quella che urta le idee generalmente condivise e gli interesse permanenti nella massa si farà molti nemici».

Regionali 2005. Un gigantesco voto di scambio a cielo aperto

Marrazzo vs. Storace, la farsaStorace presidente con Marrazzo vice, o viceversa. Due sinistre intercambiabili e l'assenza di ogni vagito liberale

Stiamo assistendo alla campagna elettorale più misera, accattona e patetica degli ultimi anni. Qui a Roma, dove le strade sono inondate di manifesti e vecchie golf sostano in doppia fila piene di colla e pennelli, tra Storace e Marrazzo è una corsa su uno stesso binario: statalismo e assistenzialismo sono le uniche bandiere sventolate con isteria da entrambi i candidati. Nessuno spazio per idee e politiche pur vagamente liberali. A contendersi il Consiglio regionale del Lazio sono due sinistre che garantiscono un solo esito: più spesa pubblica, più sprechi, più favori generalizzati.

E' un gigantesco voto di scambio. I candidati e le forze politiche non offrono agli elettori politiche da mettere a confronto, per il rilancio delle economie regionali o per l'efficienza dei servizi. Offrono soldi, sì semplicemente soldi, in cambio dei quali i cittadini dovrebbero votarli. E' il favore, la prebenda, il voto di scambio che si fa collettivo e cumulativo. Se nell'immaginario nazional-popolare conoscere l'assessore o il consigliere può significare sbloccare quella pratica per il negozio, ricevere quell'"aiutino" per il concorso, la raccomandazione che ti sistema, i candidati non si sottraggono dal puntare sull'antropologia italica del cittadino-somaro e dello Stato-padrone. Ti promettono che avranno un occhio di riguardo anche per te che non li conosci, che non ti faranno pagare il ticket o fare "mai più file", che sono "uno di noi", come recita l'ammiccante manifesto. A quegli elettori che martedì dopo Pasqua erano ancora in ferie e che per due giorni consecutivi (Pasqua e Pasquetta) hanno affollato i ristoranti di tutte le province alla faccia dell'impoverimento offrono le loro "balle di fieno": sanità gratis, non importa quanto degradata, "aiutini" di qua e di là come un Gerri Scotti qualsiasi. "Nel Lazio crescono gli aiuti alle famiglie" (Testa, Storace), "Nel Lazio crescono gli aiuti agli anziani" (Francalancia, Storace).

Basta farsi un giro. Il metodo è chiaro: scegliere tre sostantivi che richiamano altrettanti concetti banali, aggiungere articoli e preposizioni quanto basta, frullare bene, ed ecco lo slogan dal senso incompiuto che ti fa cadere le braccia, che ti rammenta la profondità di una Maria De Filippi o di un Maurizio Costanzo. L'assenza di campagna in tv e la poca dimistichezza con internet ci hanno condannati a tappeti di manifesti sulle strade. "La tua fiducia al centro del mio impegno" (Maselli, Udc), "Più forza ai valori. Più fiducia. Più futuro" (Costa, Uniti nell'Ulivo), "Dentro i sentimenti popolari" (Dalia, Uniti nell'Ulito), "Al centro della regione", "No al ticket. No alle liste d'attesa" (Astorre, Uniti nell'Ulivo). Si sprecano gli "Uno di noi", "Uno di voi", "Alla regione eleggi te stesso". "L'esigenza dei principi" (forse voleva dire princìpi), non ricordo più di chi. Si può continuare all'infinito: "Andiamo anche noi alla regione" (Paris, Storace), "Per crescere insieme" (Valeriani, Storace), "Per continuare nei valori del cuore" (Poselli, Storace), "Con le donne nel cuore" (Golfo, Storace), "Da sempre con la gente" (De Stefano, Marrazzo). Persino il più originale, quel Gerri (per Storace) che posa di spalle per il suo manifesto ("Non facce di bronzo, ma una testa di ferro") nasconde un obiettivo inquietante: mutuo sociale.

L'impressione è che i partiti abbiano raschiato il fondo dei loro barili, tirando fuori facce più goffe che mai, con toni epici per significati banali e aziende municipalizzate da riempire. Dice bene oggi Giuliano Ferrara su Il Foglio: le regioni non sono che «accrocchi non di primissima scelta» e «nessuno saprebbe descrivere con parole sue, non imprestate dal gergo povero del cabotaggio regionalistico, la differenza di programma, di stile e di scelte concrete fra un qualunque governatore e il qualunque suo avversario o sfidante».

E poi c'è sempre l'asso nella manica che viene giocato a livello nazionale. Approfondito dibattito all'ultimo cent sul rinnovo del contratto del pubblico impiego. Si fa a pugni per accaparrarsi il voto degli impiegati pubblici (oltre 800 mila solo tra Lazio e Lombardia). Fini e Follini hanno cercato di buttarcisi a capofitto, ergendosi a paladini di quegli inefficienti e stantii lavoratori pubblici che ingolfano l'amministrazione del Paese, promettendo più di quelle 95 euro di aumento sulle quali Berlusconi ha tracciato la soglia massima dell'offerta dal governo. E se la promessa non sarà mantenuta, o viene subito smentita, pazienza... la colpa è di Berlusconi. Non è altro che voto di scambio: scambiare consenso contro un aumento di retribuzione.

«Se gli aumenti contrattuali verranno distribuiti a pioggia, è meglio non darli. Gli aumenti dovrebbero premiare la produttività, che è in calo», scriveva solo ieri Sabino Cassese, che poi concludeva così il suo rassegnato editoriale sul Corriere della Sera contro «la politica neomalthusiana» del pubblico impiego:
«Da questo presidente del Consiglio dei ministri, che non perde occasione per vantare la sua provenienza manageriale e criticare la burocrazia, ci si poteva aspettare una "cura alla Thatcher". Perché non cerca almeno di dare gli aumenti a chi lavora di più e di riservare una parte dei fondi per bandire qualche concorso dove ce n'è più bisogno?».

Tuesday, March 29, 2005

Endorsement Tocqueville

Come noto JimMomo aderisce a questo progetto di piattaforma di blog liberali e amerikani sulla quale è a lavoro Ideazione. Oggi e domani sono aperte le votazioni per scegliere il nome (e il sottotitolo) dell'aggregator. Possono votare soltanto gli iscritti allo Yahoo Group, ma chiunque potrà aderire all'iniziativa anche in futuro. Qui trovate la lunga "campagna elettorale" sul nome. JimMomo invita tutti a votare l'accoppiata TocqueVille - La città dei liberi.

TocqueVille è in grossa difficoltà, ma sarebbe un peccato perdere un nome così ricco di evocazioni: dall'idea di una città/cittadinanza liberale al richiamo di un liberalismo classico, di un pensatore attento ai fatti senza pregiudizi ideologici, uno dei padri intellettuali dei neocon, ideale - con le sue riflessioni sulla religione in America - per mettere d'accordo laici e credenti e per rappresentare al meglio l'approccio "fusionista".

Se a prevalere sarà Right Nation prevarranno i soliti istinti "identitari" e il progetto perderà iscrizioni/lettori che sarà difficile poi recuperare. "Right", eliminando quelle zone d'ombra necessarie a conferire autorevolezza e originalità, restringe inevitabilmente l'approccio "fusionista" con il quale si è cercato fin da subito di connotare il progetto. L'aggregator ha una vitale necessità di darsi un nome che abbia un aggancio forte con i principi del liberalismo classico e con l'America, e non con un'area politica. Bisogna fare di tutto per porre dei problemi ai tanti che, da una parte e dall'altra, hanno interesse a etichettare e liquidare l'iniziativa.

E' quindi necessario: iscriversi allo Yahoo Group degli Ideazionebloggers se non si è ancora fatto, aggiungersi al database dei blog liberali, votare e far votare (nel settore polls)... TocqueVille - La città dei liberi. Se volete avere maggiori dettagli sull'iniziativa, leggetevi gli articoli di questo speciale. Particolarmente interessante l'ultimo, "Il West Village dei liberali italiani", di Vittorio Macioce (Mab). E ora, di seguito, gli endorsement per TocqueVille:

L'intenzione originaria, quella che ci ha affascinato - se non mi sbaglio - era di costruire lo spazio dei blog per la libertà. Ebbene, un luogo siffatto è qualcosa di nuovo. E deve essere qualcosa di dinamico, di non schematizzabile secondo parole e concetti che, in Italia e nel nostro dibattito politico, hanno subito e subiranno strumentalizzazioni.

E' anche per questo che "Right" non va bene. Quanto passerebbe prima che qualche impresentabile illiberale destrosociale tentasse una qualche appropriazione? E vogliamo dare la soddisfazione ai blogger "antropologicamente superiori" di strumentalizzare il Right sia nel senso di destra (ovviamente fascista! L'hanno già fatto) sia in quello di "giusto", come se noi con "right" intendessimo dire di noi stessi che siamo 'migliori' nello stesso senso inteso da loro?

Forse non tutti conoscono il grande liberale cui vorremmo in qualche misura dedicare la nostra aggregazione. Tocqueville è stato ed è un maestro di libertà paragonabile a pochi altri. E' una figura di intellettuale stimato e ammirato ovunque. Richiamarci a lui significherebbe dire con fermezza che non abbiamo nessuna necessità di arroccarci in un fortino, che nessuno avrà la possibilità di ghettizzarci utilizzando scorrettamente il termine "destra", termine che nessuno di noi invece teme e che potrà essere utilizzato da chiunque lo vorrà.

Ci pensino soprattutto i più giovani. Io non ho mai temuto di dichiarami di destra, quand'era il caso.
Ma ci sono molti modi di amare la libertà e vale la pena confrontarsi con tutti, perché aiuta a scoprire chi invece mente. E se vogliamo dare spazio a tutti i modi autentici e onesti di amare la libertà, non dobbiamo alzare barriere artificiose, come purtroppo rischierebbe di accadere con il termine Right.

Insomma, vorrei chiedere a chi ha votato per la denominazione "The Right Nation" di ripensarci, e di votare per Tocque Ville, la città dei liberi oppure l'arcipelago della libertà. Se siamo davvero la parte giusta della nazione dobbiamo dimostrarlo con i fatti e con le idee, non con le etichette alla moda.
Friedrich/1
Tocque Ville ha numerosi quartieri e suggerisce l'immagine di antenne ruotanti in molteplici direzioni... Insomma continuo a pensare che Tocque Ville, la città dei liberi, evochi l'idea di relazione e di uno spazio animato.

Tocque Ville emerge finora come il nome più fresco, inclusivo e significativo per "battezzare" un bellissimo arcipelago che altrimenti forse apparirebbe privo di ponti o troppo unilateralmente orientato... Tocque Ville, invisibile tra noi, non è per fortuna la perfezione, la città dell'Armonia come si legge nei racconti di fate, ma dà luogo a significative assonanze ( letterarie, storiche, filosofiche) e comprende anche linee di fuga che, nel bene e nel male, la rendono ancora più viva, consapevole e responsabile.
Tocque Ville, la vivace città dei liberi, potrebbe configurarsi – dati i tempi di civiltà "e" di barbarie in ascesa sfolgorante in cui viviamo all'ombra di una possibile sciagura generale - come uno spazio morale per una generazione d'emergenza: uno spazio che affiora nell'area di una nuova sensibilità democratica, liberale, libertaria e – perchè no ? - austeramente libertina e ironica, nonostante tutto – o meglio: nonostante il post-moderno, il post-mortem e il post-tutto... Per non dire della solita "dèrive", questa idiozia!

Finalement (oops, pardonnez-moi ... le Français!) Tocque Ville, la vivificante città dei liberi, emerge all'Ovest come all'Est, al Nord come al Sud, a partire dall'Italia e non solo in Italia.
Gianni de Martino
Un Europeo (come siamo noi) che ammirava gli USA (come noi) e, proprio grazie a questo amore, ne vedeva anche i difetti (come noi) e ragionava sui pregi e sulla possibilità di importarli nella arretrata realtà europea. Un politico che aveva tutte le possibilità di diventare un componente forte dell'establishment e che invece ha scelto di sacrificare buona parte della carriera e degli onori che avrebbe potuto avere per sostenere liberamente le sue idee.

Un pensatore scomodo che non si è mai riconosciuto pienamente in alcuno schieramento preconfezionato. Un non credente che aveva il massimo rispetto per la religione. Un uomo di diritto che non ha mai considerato la Legge e il lume della ragione gli strumenti onnipotenti con cui rimediare ai mali del mondo. Un uomo che poteva scrivere di sè stesso, senza vergogna e senza tema di smentita, "Tengo alla libertà con la stessa tenacia con cui tengo alla moralità" e "chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire".

Nessuno meglio di lui ci può rappresentare. E sono vani gli sforzi di chiunque di estrapolare brani dagli scritti di Tocqueville che possano apparire contraddittori con il "nostro" liberalismo. E ciò nel nome di Tocqueville, espressione del meglio che il liberalismo europeo ha prodotto. Noi non possiamo aspirare a niente di più nobile che essere eredi (in umiltà) di quel "meglio". I vari West ("wing" [c'è già Left Wing con bloggers italiani], "point" [che siamo, i cadetti del liberalismo?], "side" [e la "story" chi la racconta?] etc.) rischiano fortemente di apparire ...cinematografiche imitazioni degne del miglior Sordi "americano".
Suvvia, se Tocque Ville sarà la nostra scelta costruiremo davvero la città dei liberi!.
Friedrich/2

Saturday, March 26, 2005

Il destino di Terri Schiavo. Un passo falso per Bush

L'America boccia l'intervento del Congresso e di Bush, in «flagrante violazione del federalismo e della separazione dei poteri». Crepe nel variegato movimento conservatore, per i repubblicani un «prezzo politico da pagare»? Il caso Schiavo rimane controverso e gli old media lo raccontano male: sondaggi condizionati, secondo autorevoli blogger

Nella vicenda Terri Schiavo ciò che stupisce è la nettezza con la quale si starebbe esprimendo l'opinione pubblica americana. Un po' di dati dai sondaggi più autorevoli: prima il nodo politico. Tra il 70 e l'80% disapprova l'intervento del Congresso e del presidente Bush, non più di 2 americani su 10 lo approvano. Un giudizio che accomuna americani di diversi orientamenti politici: democratici (quasi il 90%), liberali (oltre l'80%), repubblicani e conservatori (circa il 70%), persino gli evangelici (circa il 60%). Per il 75% degli americani mai il Governo, a livello statale o federale, dovrebbe intervenire in casi come questi. Come conseguenza del suo comportamento nella vicenda, la popolarità dell'operato del presidente Bush è crollata al punto più basso di sempre: il 45%. Un quadro che presenta un'America diversa da quella che viene descritta qui in Italia in mano alla destra religiosa.

Alla luce di questi dati resta da capire come mai il presidente Bush e la maggioranza repubblicana del Congresso abbiano cercato in tutti i modi di intervenire per mantenere in vita Terri. Il presidente è stato molto chiaro fin dal principio: non si può sapere che cosa realmente desideri Terri, dunque, se si deve sbagliare, «che si sbagli stando dalla parte della vita». Difficile sostenere che abbiano cercato di intercettare e cavalcare un sentimento popolare. Al contrario, hanno difeso una posizione già impopolare con strumenti che hanno trovato la disapprovazione di quasi tutti gli americani.

Un pericoloso scivolone, un errore, il tentativo di intervenire come potere esecutivo e legislativo. Per la prima volta le scelte del presidente e del Congresso a maggioranza repubblicana hanno scosso nel profondo il vasto e variegato movimento conservatore che li sostiene, provocando fratture e divisioni. Se conservatori sociali, evangelici e cattolici possono aver apprezzato il tentativo di intervento, la base tradizionale e moderata del partito repubblicano rimane gelosamente legata alle prerogative dei singoli Stati contro le ingerenze federali e alla separazione dei poteri come garanzie contro la minaccia alla libertà individuale rappresentata dall'espansione del governo federale. Tendenza che fino a oggi è stata connotato delle politiche liberal, per questo tenacemente combattute.

Il neocon Charles Krauthammer, che ha espresso un punto di vista problematico sulla vicenda Schiavo, sostenendo infine di non vedere ragioni per non affidare Terri ai genitori che dichiarano di volersene prendere cura, sul Washington Post ha però definito l'intervento del Congresso e del Presidente «parodia legale» e «flagrante violazione del federalismo e della separazione dei poteri»:
«For Congress and the president to then step in and try to override that by shifting the venue to a federal court was a legal travesty, a flagrant violation of federalism and the separation of powers. The federal judge who refused to reverse the Florida court was certainly true to the law. But the law, while scrupulous, has been merciless, and its conclusion very troubling morally. We ended up having to choose between a legal travesty on the one hand and human tragedy on the other».
Anche Neal Boortz, famoso anchorman radiofonico di destra, avverte i repubblicani che c'è un «prezzo politico da pagare, non perché non hanno fatto abbastanza per prolungare la tortura di Terri Schiavo, ma perché hanno fatto troppo» e non sono stati eletti per impicciarsi di queste cose.
«They were elected to reduce the size and intrusiveness of the Imperial Federal Government of the United States. They were elected to reduce our tax burden and lower government spending. They were elected to defend us against threats from abroad, specifically the threat of Islamic terrorism... and to do so with preemptive action if necessary. In spite of the delusions of grandeur of the abortocentrist crowd and religious extremists, George Bush was not elected to facilitate a government takeover of the ovaries of every fertile American woman, nor was he elected to establish a theocracy».
Andrew Sullivan vede nell'attivismo della destra religiosa, che è riuscita a ottenere la mobilitazione di Congresso e presidente repubblicani, una vera e propria «battaglia per conquistare l'anima del conservatorismo»: «The Republican party is engaged in a fascinating debate about what it is about, what it believes, what it is».
«The idea that the government should have the final say, and that the government could be swayed by powerful political lobbies trying to make headway in the culture wars, strikes me as grossly inappropriate. If limited government means anything, it means leaving decisions like this as close to the person as possible. And if the American principle of federalism means anything, it means that the local state's courts are the only relevant instruments to deal with such a tragedy.
(...)
The survival of what is left of Terri Schiavo is for some people a genuine matter of moral principle. That position should be respected. But it should also be subject to the rule of law.
(...)
For others, the Schiavo case is a first battle to win over the religious right primary voters who will determine the next Republican nominee. The Republican leadership is gambling that the intensity of their religious base will outweigh the more general public's disdain for this exercise in government over-reach. The broader public, they calculate, will forget. The zealots will always remember. And if Schiavo dies, they will have a martyr as well. And they will figuratively prop her up as a symbol in the campaigns to come».
Può darsi che la destra religiosa vinca questa battaglia, ma certo l'espansione degli interventi del Governo centrale infastidisce l'elettorato tradizionale repubblicano e finirebbe per sfaldare la variegata coalizione conservatrice cui va il merito delle recenti vittorie repubblicane, decretando il tramonto dell'approccio fusionista che ne è stato alla base.

Se i conservatori hanno fatto sentire la loro voce, spesso con espressioni forti e spesso in modo non unanime, i democratici al solito si sono trovati a disagio e timorosi sul campo dei "moral values", riuscendo solo a denunciare la «teocrazia» verso cui l'America verrebbe spinta dai repubblicani ma senza affrontare il caso di Terri nei suoi drammatici risvolti etici e giuridici. Richard Cohen si è chiesto: «Dove sono i democratici?». Nessun commento da Hillary Clinton, da John F. Kerry, o da Howard Dean. I clintoniani hanno saputo indicare nella sfacciata ingerenza del governo la possibilità del declino dei repubblicani, che «non possono sopravvivere assecondando gli estremismi».

"Morality and reality". David Brooks dedica al caso Schiavo il suo editoriale, sul New York Times, spiegando con equilibrio le ragioni delle forze in campo. Da una parte i social conservatives che credono nell'«intrinseco valore della vita». La «debolezza» di questa visione è che non distingue tra le condizioni di vita, alcune delle quali possono essere peggio della morte.
«The weakness of the social conservative case is that for most of us, especially in these days of advanced medical technology, it is hard to ignore distinctions between different modes of living. In some hospital rooms, there are people living forms of existence that upon direct contact do seem even worse than death. Moreover, most of us believe in transcendence, in life beyond this one. Therefore why is it so necessary to cling ferociously to this life? Why not allow the soul to ascend to whatever is in store for it?».
Dall'altra parte, i social liberals che esaltano la qualità della vita, ma la cui visione è «moralmente sottile». Brooks trova entrambe queste visioni «serie ma imperfette».
«Once you say that it is up to individuals or families to draw their own lines separating life from existence, and reasonable people will differ, then you are taking a fundamental issue out of the realm of morality and into the realm of relativism and mere taste».
Il paleocon Pat Buchanan è stato tra i più severi:
«Se il governo non fosse intervenuto, avrebbe detto: "La nostra è una nazione in cui un giudice non può condannare a morte lo sniper John Malvo, perché è troppo giovane per morire, ma può condannare Terri Schiavo perché è troppo handicappata per vivere"».
Invece Neal Boortz, da religioso, non crede che la morte sia la fine del viaggio dell'anima umana.
«Voglio che Terri Schiavo muoia perché credo se lo sia guadagnato. Terri non sta per essere uccisa. Le viene consentito di morire. La morte non sarà la fine di Terri Schiavo, sarà l'inizio. Finalmente le sarà consentito di reclamare il premio che tutti noi cerchiamo, un premio che si è guadagnato e che si merita».
A sorpresa anche William F. Buckley, su National Review, difende il marito di Terri e invita a non usare parole come «omocidio»:
«E' stata tenuta in vita per quindici anni, ha subito un centinaio di terapie mediche, tutte al servizio di un'astrazione, cioè del fatto che lei volesse restare in vita. Ci sono leggi contro l'alimentazione forzata e, nel caso avesse avuto i mezzi per far conoscere la sua volontà, nessuno può sapere se lei stessa avrebbe detto Basta».
Eric Cohen, sul Weekly Standard, richiama i principi del liberalismo: «La prima domanda ­ che cosa avrebbe voluto Terri Schiavo? ­ è la domanda cruciale del liberalismo moderno quando ci si deve occupare di coloro che non possono parlare per se stessi». Il liberalismo ci insegna a «rispettare i chiari desideri della persona, se si conoscono. E di pendere dalla parte della vita, se non si conoscono». Il caso Schiavo è «l'ennesimo tradimento che il liberalismo moderno fa nei confronti delle persone vulnerabili». Si scade nel «liberalismo ideologico», con l'idea secondo cui «soltanto coloro con la capacità di esprimere la propria volontà hanno dignità, mentre tutti gli altri hanno una vita che non merita di vivere».

Nel suo editoriale per il Los Angeles Times, Andrew Cohen spiega che dietro le decisioni delle Corti non ci sono complotti contro Terri né giudici cattivi:
«I genitori hanno perso perché in tutti i casi giudiziari c'è qualcuno che deve vincere e qualcuno che deve perdere. Così funziona il nostro sistema di governo. Non è bello e qualche volta è ingiusto. Ma è la realtà».
William Kristol invece proprio con i giudici se la prende nel suo editoriale sul Weekly Standard e conclude:
«Bush e il Congresso dovrebbero condurre un serio dibattito nazionale per distingure l'indipendenza dei giudici dall'arroganza, e lo scrutinio dalla supremazia del potere giudiziario. Forse è arrivato il momento di sollevarci contro i nostri padroni in toga e scegliere di autogovernarci. Chiamatela Terri revolution».
Un'ombra sui sondaggi. Dai sondaggi altrettanta nettezza sul nodo etico: tra il 60 e 66% degli intervistati ritiene che il tubo che alimenta Terri dovesse essere rimosso o non debba essere ripristinato. Le percentuali superano il 70% se la domanda chiede all'intervistato di mettersi nei panni di Terri. Ma il caso, nonostante le sentenze, continua a essere controverso dal punto di vista giuridico, quindi etico. Non accertabile la volontà di Terri, controverse le reali condizioni della sua coscienza e l'irreversibilità del suo stato, controversa la buona fede del marito, il buon senso vede accomunati Krauthammer e Sofri: affidare la sua custodia a quella parte della famiglia che vuole Terri viva e che promette di prendersene cura, anche se le leggi della Florida rendono quasi impossibile scalzare il coniuge dalla tutela legale.

Alcuni blog autorevoli (Kausfile, Morrissey) hanno avanzato e argomentato in modo convincente il sospetto che i sondaggi degli ultimi giorni sul caso Terri Schiavo, che mostrano ampie maggioranze anti-tube, siano stati influenzati dalle parole usate per descrivere le condizioni in cui si trova Terri. Comunque non tanto da far pensare a esiti opposti.

Gli old media avrebbero rappresentato il caso privilegiando una versione dei fatti anti-tube, seppure usando termini corrispondenti alla realtà. Sarebbe stata privilegiata una versione dei fatti che viene contestata (da una parte viene detto che Terri è "priva di coscienza", dall'altra che "non ne siamo certi"). E' stato riportato che Terri è "tenuta in vita", che i dottori dicono che "non ha coscienza" e che "la sua condizione è irreversibile". Alimentare artificialmente è tecnicamente "tenere in vita", ma quelle parole non altrimenti spiegate possono aver indotto gli intervistati a immaginare ben più elaborati sistemi. La domanda non è se quell'espressione sia esatta tecnicamente, ma quale effetto possa aver creato negli intervistati.

Lo stesso Charles Krauthammer, che ha definito l'intervento del Congresso mirato a spostare il caso dalle Corti della Florida a quelle federali una «parodia legale», ha però posto dei dubbi pesanti sulle condizioni di Terri:
«Il marito non ha permesso una quantità di test medici negli ultimi anni. Ho provato a capire quale sia la sua condizione neurologica attualmente. Ma la prova è appena abbozzata, vecchia e confliggente. La Corte della Florida ha constatato che la maggior parte della sua corteccia cerebrale è andata. Ma la maggior parte non significa tutta. Ci potrebbe essere della cortecia funzionante. Pazienti severamente ritardati e con gravi danni cerebrali possono avere qualche coscienza».
Malkin ritiene che l'immagine diffusa dai media, di un paziente in coma tenuto artificialmente in vita da una miriade di macchinari e tubi, abbia condizionato i sondaggi. Sulle condizioni di Terri non c'è uniformità di giudizio. Alcuni medici e parenti sostengono che con un'adeguata riabilitazione possa tornare ad alimentarsi da sola. Che non è un malato terminale, non prova sofferenze, è capace di dire "Mamma" e "aiutami", percepire se sta cadendo o agitarsi se la sua testa non è sostenuta propriamente.

Friday, March 25, 2005

Dimissioni incondizionate!

L'Unità e la Repubblica in stato vegetativo irreversibile: lo Stato stacchi il tubo dei sussidi pubblici a tutti i quotidiani e vediamo chi si regge con le sue gambe. Ordine dei giornalisti? Tutti a casa

Qui i fatti, gravissimi. L'Unità ha scritto che il papà di Storace nel '41 ha pestato un ebreo romano. Peccato che nel '41 il babbo di Storace aveva 12 anni e se ne stava da mammà a Sulmona. Ma si sa, siamo in campagna elettorale, «a volte si va sopra le righe». Un errore che può capitare, ma che quando capita dovrebbe provocare un licenziamento in tronco (la Benini) e le dimissioni del direttore Padellaro. Intervenga Fassino.

Il problema di un giornale come l'Unità non è essere di parte, o fazioso. Il problema è che stampa notizie false, sì, false, e omette i fatti, già, sapete, quelle cose che accadono per davvero e che a volte ci costringono a fare i conti con teorie e ipotesi che ci eravamo fatti nelle nostre paranoiche testoline ma che si sono rivelate sballate.

E' un giornale violento, che usa metodi squadristi contro l'avversario politico. Ecco, è un giornale da non comprare. E il suo direttore, Antonio Padellaro, dovrebbe dimettersi senza condizioni, deporre le armi, starsene zitto per un bel po'. Cose che avremmo voluto, e dovuto, dire anche al gentile Furio Colombo. E l'Ordine dei giornalisti che fa? Tace? Il Governo lo abolisca immediatamente se rifiuta di prendere provvedimenti.

Un blog autorevole, Camillo, è un patito di un altro giornale, uno dei più letti in Italia, e all'estero sull'Italia, la Repubblica. Ecco, il povero Camillo è talmente attento che non riesce a riposarsi un attimo che c'è già da segnalare un nuovo sfondone stampato su la Repubblica. Lì sono un tantino più raffinati, non ti insultano (almeno non sempre), però ti raccontano il mondo che hanno in testa invece di quello che sta là fuori. Essì, sono casi drammatici di sdoppiamento della personalità e daltonìa irreversibili.

I commenti:
Dimitri Buffa
Giuliano Ferrara

Segni di resa al Corriere?

Segnale di crisi del terzismo al Corriere, con seguente «resa al conformismo»?

«Niente di illecito» ma un «errore». Così Giuliano Ferrara definisce su Il Foglio la presa di posizione del Corriere della Sera, schieratosi, tramite l'editoriale di Ernesto Galli della Loggia, contro la riforma costituzionale approvata dalla Casa delle Libertà.

In effetti la riforma è criticabile da molti punti di vista. La sfiducia costruttiva è l'ennesimo potere di ricatto concesso ai partitini delle maggioranze, esattamente l'opposto di cui il Paese ha bisogno, come la confusione sulla devolution rischia di raddoppiare nelle regioni gli sprechi di denaro pubblico che si fanno a Roma. E' il solito pasticcio non perché fa troppo, suonano ridicole le grida alla tirannide che provengono dalla sinistra, ma perché fa troppo poco.

Tuttavia, «l'intemerata patriottica» di Galli della Loggia «non è credibile», perché assimilabile nei toni e per l'argomento di fondo (il rischio per l'unità nazionale) «all'ammasso della sloganistica d'opposizione più sbrindellata, e dàgli alla dittatura del premier, e dàgli alla patria che muore ogni settimana, e dàgli all'usurpatore».

Ferrara non è tenero con Berlusconi:
«Che Silvio Berlusconi e i suoi compagni d'avventura non siano riusciti in undici anni a rendersi credibili come riformatori, che non abbiano inventato uno stile politico nuovo e siano rassegnati a una spontaneità spesso insopportabilmente primitiva, che non sappiano dividere gli avversari, influenzare un blocco economico e sociale minimamente omogeneo, conquistare consensi oltre la cerchia combattente di cui anche noi a nostro modo facciamo parte, questo è sicuramente un problema. Nonostante abbia capito a parole il segreto di Tony Blair, Berlusconi non è riuscito a governare anche da sinistra, come avrebbe dovuto fare».
Tuttavia, «i terzisti dell'establishment editorial-finanziario» dovrebbero riconoscere al premier i successi in politica estera e gli sforzi fatti per la modernizzazione del Paese. Invece, secondo Ferrara, prese di posizione come quelle di ieri indeboliscono «la loro esplicita ambizione di interferire nella cultura maggioritaria di questo paese, quella di o de sinistra, per provocarla al cambiamento e imporle la verifica delle dure repliche della storia», un «passo falso che li porterà, forse, a fiancheggiare un eventuale nuovo potere costruito sulla sconfitta di Berlusconi, ma in funzione cocchiera e subalterna».

Bisogna vedere se il ruolo che Ferrara vede per il Corriere di Mieli sia lo stesso che hanno in mente a via Solferino. Un'analisi lucida, sia dei poteri che spingono al Corriere, sia degli errori di fondo di Berlusconi (le riforme fatte a metà cedendo sui principi senza ottenere il placarsi delle proteste).

Thursday, March 24, 2005

In Kirghizistan è assalto al potere di Akayev

[Update del 25 marzo]

Dai leader dell'opposizione appello alle forze dell'ordine e promessa di nuove elezioni. Formato un governo di unità nazionale di tutte le opposizioni. Stavolta la Russia sceglie un basso profilo puntando sul dialogo con i nuovi poteri. Il ruolo più debole dei movimenti nonviolenti: possiamo definirla rivoluzione nonviolenta

Dopo aver forzato i blocchi della polizia in duri scontri di piazza, stamani l'opposizione kirghiza ha preso il controllo del palazzo del governo e della Tv di Stato nella capitale Bishkek. Due leader dell'opposizione, Kurmanbek Bakiev e Rosa Otunbaeva, facevano il loro ingresso trionfale nel palazzo. «Se i generali e la polizia passano dalla nostra parte, noi risolveremo questo problema pacificamente», è stato l'appello rivolto in piazza da Bakiev alle forze di sicurezza. «Prendendo la Casa Bianca, abbiamo raggiunto il nostro obiettivo. Vi ringrazio perché mantenete l'ordine» ha detto alla folla davanti al palazzo del governo. Quindi la promessa di nuove elezioni: «Noi manterremo l'ordine. Non consentiremo saccheggi. Noi terremo le nostre proprie elezioni per dare inizio al nostro governo».

In serata, la formazione del Consiglio di coordinamento di unità nazionale, il governo provvisorio creato dall'opposizione e presieduto da Kurmanbek Bakiev. Nel pomeriggio la Corte Suprema ha deciso all'unanimità di non convalidare i risultati delle contestate elezioni legislative e uno tra i più popolari oppositori di Akayev, Kulov, in carcere dal 2001, è stato liberato e ha parlato alla televisione. Kulov, 55 anni, è stato capo della polizia e capo del ministero della sicurezza nazionale successore del Kgb dell'era sovietica. Viene definito il "generale del popolo", gode di buona popolarità nel nord del paese ed è rispettato nel sud. Sempre durante il pomeriggio si sono rincorse molte voci sugli spostamenti di Akayev e famiglia, alla fine atterrati in Khazakstan. Smentite le sue dimissioni ufficiali, mentre a dimettersi è stato per ora il primo ministro Tanaiev. L'opposizione lo ha già sostituito, e il Parlamento riunito in una seduta piuttosto confusa ha nominato il presidente della Camera presidente ad interim.

Tutto è cominciato stamani, alla annunciata manifestazione nella capitale alla quale hanno preso parte in maggioranza persone affluite dalle province del sud, il cuore della rivolta, e in particolare dalle città di Osh e di Jalal-Abad che sono da alcuni giorni sotto il controllo degli oppositori.

L'opposizione chiedeva le dimissioni del presidente Askar Akayev, in carica dal 1990, accusato di aver manipolato le elezioni e di essere a capo di un governo autoritario e corrotto. Qui sembrano cessare però le somiglianze con le recenti rivoluzioni democratiche in Ucraina e Georgia. Le proteste sono degenerate in alcune violenze, anche se non si ha notizia di morti, e c'è il rischio che prevalgano orientamenti non democratici dall'ampio spettro delle opposizioni, un movimento variegato nel quale si mescolano slogan filoccidentali, istanze islamiche, malcontento sociale e frizioni tra la minoranza etnica uzbeka dell'impoverito sud e la maggioranza kirghiza. Continua >>
Fonte: RadioRadicale.it

Illuminante l'articolo di Stefano Magni su Ideazione.com, che racconta delle divisioni etniche ed economiche lungo l'asse nord/sud del Paese e del ruolo più debole svolto dai movimenti nonviolenti presi in contropiede dagli eventi.
«Sembra, insomma, che l'ala nonviolenta dell'opposizione, rappresentata soprattutto dal movimento giovanile KelKel e da quello dell'ex ministro degli Esteri Roza Otunbaeva, non abbia prevalso... L'idea che l'opposizione democratica non-violenta abbia perso il controllo della situazione, per lo meno nella prima settimana di scontri, non è del tutto fuori luogo.
(...)
Il movimento giovanile KelKel e la Otunbaeva stavano preparando sì un'opposizione determinata e un movimento non-violento sul modello di quello ucraino, ma la macchina doveva essere pronta ad entrare in gioco solo in occasione delle prossime elezioni presidenziali, previste per l'autunno del 2005. Quando l'insurrezione spontanea si è estesa fino a Bishkek, però, corrispondenti riferiscono che Roza Otunbaieva e un altro leader dell'opposizione, Kurnmanbek Bakiev, sono entrati nel palazzo occupato, accolti trionfalmente dagli insorti. I due leader non-violenti hanno deciso di cavalcare l'onda di una rivolta che non avevano previsto?»
Pare di sì, e forse conviene controllare gli eventi dall'interno.

Quer pasticciaccio brutto...

Il «panorama delle rovine» lasciato dietro di sé della riforma costituzionale approvata dalla Casa delle Libertà ieri al Senato viene tracciato oggi sul Corriere della Sera dall'editoriale di Ernesto Galli della Loggia. Una stroncatura rilevantissima, perché conferma la linea non governativa del principale quotidiano italiano e perché giunge da un intellettuale non certo vicino alle posizione dei repubblicones.

Galli della Loggia ce l'ha soprattutto con la devolution. Vi intravede «una crescita esponenziale del contenzioso Stato-Regioni», le ambiguità di un Senato «non eletto in rappresentanza delle Regioni in quanto tali, e con competenze ridotte rispetto ad una vera camera politica», insomma «un incrocio contraddittorio e micidiale di accentramento e decentramento, all'insegna dell'istituzionalizzazione della paralisi e dell'apoteosi del ricatto», più grave perché accettato «per il proprio immediato tornaconto politico che il presidente del Consiglio e altre forze della sua maggioranza, che al pari di lui non hanno mai manifestato alcun interesse per il federalismo, e anzi sono ideologicamente ai suoi antipodi come Alleanza nazionale».

Si tratta del «più grave pericolo che l'unità italiana si trova a correre dopo quello terribile corso sessant'anni orsono nel periodo seguito all'armistizio dell'8 settembre... vedremo allora se gli italiani sono davvero stanchi di avere una Costituzione e una patria».

A difendere la riforma è Il Foglio, anche se ribatte alla sinistra concentrandosi più sul "premierato robusto" divenuto "debole": «Dov'è lo scandalo? L'opposizione grida alla tirannide ma i poteri del premier sono più deboli di quelli previsti dalla sinistra in Bicamerale».

Il problema però posto da Galli della Loggia non è la «tirannide» e lo «stravolgimento delle garanzie democratiche», ma forse proprio il contrario, cioè la confusione, la paralisi costituzionale, il protrarsi dei ricatti partitici che sarebbero provocati da istituti come la «sfiducia costruttiva», un contrappeso al potere di scioglimento della Camera da parte del premier. «In una coalizione con ali estreme riottose, se una di queste vuol far saltare il banco, le basta votare anche da sola la sfiducia per ottenere lo scioglimento del Parlamento», ha riconosciuto anche Mario Pirani ieri su la Repubblica.

Wednesday, March 23, 2005

Il destino di Terri Schiavo. «Tragedia indecidibile»

E' l'ultima istanza possibile per far riprendere l'alimentazione alla figlia. I genitori di Terri Schiavo si rivolgono alla Corte Suprema. Il giudice Kennedy dovrà decidere se accettare il ricorso (improbabile), respingerlo, oppure rinviarlo a una riunione plenaria alla presenza di nove togati. Terri non ha i mezzi per far conoscere la sua volontà. In questo caso, per giunta, non sono concordi neanche i suoi cari sulla sua volontà. Il marito è il tutore legale di Terri e le Corti della Florida non hanno fatto altro che applicare il principio della supremazia del coniuge tutore, giungendo anche a conclusioni «ripugnanti», poiché un punto di vista umano suggerirebbe di affidare la sua custodia a quella parte della famiglia che vuole Terri viva e che promette di prendersene cura. E' la posizione espressa ieri dal neocon Charles Krauthammer sul Washington Post, mentre in Italia la leggevamo su Il Foglio, firma Adriano Sofri:
«Mi è molto difficile ammettere che si interrompa la vita, anche la vita detta vegetativa, di una persona, quando accanto a lei altre persone che la amano e vogliono prendersene cura. Mi pare che in caso la tutela legale degli uni debba cedere provvisoriamente il passo all'affetto insindacabile degli altri. E dovrebbe farlo spontaneamente, senza ricorsi a tribunali e parlamenti».
Krauthammer si sofferma sullo stato "vegetativo" che ha colpito Terri: la corte federale ha riscontrato che la maggior parte della corteccia cerebrale di Terri è andata. Ma "la maggior parte" non significa tutta.
«Let's be clear about her condition. She is not dead. If she were brain-dead, we would be talking about harvesting her organs. She is a living, breathing human being. Some people have called her a vegetable. Apart from the term being disgusting, how do they know? How can we be sure of the complete absence of any consciousness, any awareness, any anything "inside" this person?

The crucial issue in deciding whether one would want to intervene to keep her alive is whether there is, as one bioethicist put it to me, "anyone home." Her parents, who see her often, believe that there is. The husband maintains that there is no one home. (But then again he has another home, making his judgment somewhat suspect.) The husband has not allowed a lot of medical testing in the past few years. I have tried to find out what her neurological condition actually is. But the evidence is sketchy, old and conflicting. The Florida court found that most of her cerebral cortex is gone. But "most" does not mean all. There may be some cortex functioning. The severely retarded or brain-damaged can have some consciousness. And we do not go around euthanizing the minimally conscious in the back wards of mental hospitals on the grounds that their lives are not worth living».
Purtroppo, commenta Krauthammer, la legge della Florida porta alle legittime conclusioni prese dalle Corti e gli interventi del Congresso e del presidente nel tentativo di far esaminare il caso della tutela legale di Terri alle Corti federali «è una flagrante violazione del federalismo e della separazione di poteri». L'unica soluzione potrebbe essere un intervento legislativo, a livello statale, che garantisca l'autorità in questi casi non necessariamente al coniuge, come attualmente, ma «all'eventuale parente di grado più vicino, anche se in minoranza, che sceglie la vita e si impegna a prendersene cura».

Una «tragedia indecidibile» quella di Terri, la definisce Daniele Capezzone in un'intervista a Radio Radicale, nella quale critica l'intervento che la politica americana, sia di parte repubblicana che democratica, ha esercitato sulla vicenda. «Lo Stato di queste questioni non deve occuparsi, è bene che se ne occupi il meno possibile la sfera dalla decisione pubblica, il più possibile la sfera della decisione individuale». Un «elemento di consolazione nella realtà americana», al di là del merito, è rappresentato dall'applicazione della common law, che si applica sul caso singolo.

Al centro dovrebbe esserci sempre la volontà della persona interessata. La «tragedia indecidibile» della situazione di Terri Schiavo sta nell'assenza di una sua manifestazone di volontà precedente, nella divisione tra i parenti. Dinanzi a questo, occorre «rispetto, silenzio, fede o pietas». Una «differenza fondamentale» con il caso italiano di Eluana Englaro, in stato vegetativo da 13 anni, per il quale «la scienza assicura che non c'è nessuna possiblità di progresso». Qui la volontà di Eluana è stata chiaramente espressa e tutti sono concordi in questa testimonianza. Capezzone individua quindi degli «spartiacque»: primo, la decisione che deve essere privata e non pubblica; secondo, il problema è l'accertamento della manifestazione di volontà; in mancanza di questo, «se c'è univocità delle testimonianze non ci sarebbero dubbi, il guaio è quando, come nel caso Schiavo, questa chiarezza non c'è».

Tutt'altro ci vuole che stabilire per legge se Terri sia o meno già morta, se il suo stato valga la pena di essere o meno protratto, tutt'altro che imporre la propria visione, di ogni segno, il problema rimane l'accertamento della volontà individuale, le cui modalità e forme devono sì essere stabilite per legge, e nel caso manchi far prevalere l'eventuale disponibilità del parente più prossimo.
Il pericolo insito nell'eutanasia è stato ben individuato da Claudio Magris sul Corriere della Sera di ieri.
Con essa ci «si propone di porre fine all'esistenza di un individuo nel suo interesse, per risparmiargli sofferenze o condizioni giudicate incurabili, irreversibili e intollerabili», ma il rischio si concretizza quando, «in nome della pietà e della dignità umana» essa diviene «inconscia igiene sociale, l'arbitrio di chi, in nome della qualità della vita, afferma che al di sotto di una certa qualità la vita non è degna di essere vissuta e si arroga il diritto di stabilire quale sia tale livello che autorizzi ad eliminare chi non lo possiede o non lo raggiunge».
Il caso Schiavo «non sembra avere a che fare con questo supponente igienismo etico-sociale così frequente nei fautori dell'eutanasia... Il disaccordo fra genitori e marito dimostra quanto sia discutibile affidare la sorte di qualcuno ad altri, solo perché legati da rapporti familiari; non si può disporre della vita di un altro perché lo si è messo al mondo o si è fatto l'amore con lui o con lei.

«Rispetto» è la parola appropriata sia per chi ritiene «la vita umana inviolabile in ogni sua fase, pure la più spenta», ma anche per «chi sente il dovere di porre fine alla condizione disperata di un altro». Ma nel caso di Terri, che, questo sì, sta soffrendo la fame e la sete è «una pura ipocrisia e viltà non praticare una iniezione che ponga subito fine a quelle probabili residue sofferenze».
Oscar Giannino su il Riformista scrive dell'interesse di Papa Wojtyla per il valore della sofferenza umana, «cioè dei limiti entro i quali essa continua a declinarsi nella piena dignità umana, e oltre i quali essa diventa invece indicibile hybris».
Il catechismo cattolico afferma il «no» all'eutanasia, ma «l'astensione terapeutica per evitare l'accanimento di fronte all'irreversibile è altro, e la Chiesa l'accoglie: staccare la spina di fronte alla residua sola attività di parti del tronco encefalico e alla comprovata irreversibile lesione della parte corticale e subcorticale, è altro che praticare iniezioni letali a chi ha paura del dolore o chiede suicidi assistiti.
(...)
E' vero anche quel che scrive Mark Steyn sul Telegraph, che un Occidente liberale che non fa più figli e preferisce la morte dolce alla sofferenza rivela il nichilismo di cui è sempre più impastato.
(...)
Da liberale, non voglio parlamenti di mezzo. So troppo bene che ai terminali o anche solo a tanti anziani parcheggiati negli ospedali la morte, fuori dalle prime pagine, viene da decisioni anonime di medici e paramedici, assai più che da coscienti volizioni dei parenti. Date a tutti il diritto-dovere di procedere al living-will, il testamento biologico in cui disporre di sé contro le ipotesi di accanimento terapeutico. Anche la Chiesa cattolica, nella sua saggezza, è favorevole.
(...)
Nel mio living will non mi faccio staccare la spina, nelle condizioni di Terri. E stilo una casistica precisa delle lesioni cerebrali per le quali staccarla o no: la morte clinica e anche quella cerebrale non è "oggettiva". Potrei intrattenervi con l'uso della scala di Glasgow o di altre, per stimare le conseguenze delle lesioni corticali o mesoencefaliche. Ma è solo per dire che anche della morte non si finisce mai di imparare. Non c'è bisogno necessariamente di credere - anche se aiuta - per impedirsi di vedere altro tra noi e il cielo che la pala del becchino».
Per una volta trovo utile, non è un disonore, citare persino l'Avvenire da cui quasi tutto mi divide, l'editoriale di ieri di Marina Corradi, che non ritiene quello della Schiavo né un caso di «accanimento terapeutico» («Quel tubo» porta solo acqua e cibo, «che non si nega a nessun malato»), né di "eutanasia" («Questa donna non ha lasciato espressa alcuna volontà»).
«In assenza di una volontà si è al di fuori della sfera dell'eutanasia così come è ammessa in Occidente, dove la scelta espressa dal malato è essenziale. Piuttosto, questa storia sembra configurare qualcosa di ancora peggiore. Se Terri Schiavo, in stato neurovegetativo da 15 anni, quindi in modo persistente priva di coscienza, e tuttavia con funzioni vitali autonome, può essere lasciata morire sospendendole acqua e cibo, non è eutanasia, ma soppressione legale dell'"inutile" - del presunto tale.

L'eugenetica dell'inutile, aperto uno spiraglio attraverso i buoni sentimenti e la "pietà" per chi non tollera la sofferenza, potrebbe in progressione facilmente allargarsi. Quanti sono, negli istituti per handicappati, quei ricoverati con lesioni così gravi da poter essere solo nutriti, senza dare un cenno di coscienza? Quanti vecchi vivono i loro ultimi anni persi nella demenza senile, a tutto assenti? Quel tubo staccato senza alcuna volontà espressa dalla malata, senza alcuna macchina da bloccare - quel brusco, semplice dire: basta cibo, e acqua, sono un passo sinistro».
Per concludere, sempre di ieri è l'intervista del Corriere della Sera a Luca Coscioni.
«Il solo pensiero che mi viene in mente in questo momento è pensarmi Terri Schiavo. Pensarmi in un corpo privato di vita e di morte. Anche se non mi è facile pensare che soffro di una malattia che può portarmi alla decisione di attaccare o negare il mio corpo ad una macchina, ad un respiratore per essere ventilato, per poter respirare, altrimenti soffocare. Vorrei semplicemente essere libero di scegliere... La dignità del morire è un diritto che deve essere tutelato e difeso per mezzo della legge».
(...)
A chi spetta la scelta, solo al malato o anche ai parenti quando il malato non ha espresso la sua volontà?
«Nessuno può decidere per lui, naturalmente. La volontà del vivente deve essere espressa in una sorte di testamento nel quale sia chiaro il comportamento che i medici e/o i familiari dovrebbero tenere nei suoi riguardi se si trovasse in condizioni di sofferenza e/o di incoscienza.
(...)
«La mia battaglia riguarda la libertà di ricerca scientifica e, più in generale, la libertà e responsabilità delle scelte individuali, sia quelle relative alla vita che quelle relative alla morte. Anche se non fosse scientificamente provata l'esistenza di una "speranza", sarebbe doveroso rispettare le volontà della persona.
(...)
Un atto di civiltà e carità cristiane. L'eutanasia riguarda innanzitutto se stessi, la scelta sulla propria morte. Intesa In questo senso, non si tratta né di pietà né tanto meno di crimine, ma di autodeterminazione sulla propria vita. Gli "altri" possono intervenire per aiutare una scelta drammatica, quando la persona non è in grado di praticarla da sola, obbedendo alla sua volontà».

Tuesday, March 22, 2005

Il destino di Terri Schiavo/2

Se è una dichiarazione di principio quella che serve, allora io sono senza ombra di dubbio favorevole, in linea di principio, all'eutanasia. Ma favorevole da liberale. E per un liberale il valore supremo sta nella libertà individuale della persona. Esercitando questo diritto naturale, essa può esprimere la propria volontà in modo consapevole, responsabile e accertabile al di là di ogni ragionevole dubbio.

In migliaia di casi siamo in presenza di tali volontà, o quanto meno se ne può discutere. Ma non nel caso di Terry Schiavo. Pur volendo tralasciare i sospetti che in queste ore ricadono sul marito - l'unico testimone della presunta volontà della donna, espressa vedendo un film, ma riferita dall'uomo solo dopo 7 anni dall'inizio dello stato vegetativo - sempre di una delega si tratta. Si può delegare la gestione di un azienda, di un terreno, delle proprietà, perfino le scelte sulle cure mediche di cui si ha bisogno, ma non la decisione sulla propria vita o la morte. Prima che dal punto di vista religioso ed etico (ognuno ha le sue convinzioni), scientifico o giuridico, praticare l'eutanasia in questo caso sarebbe illiberale.

Sono sconcertanti le dichiarazioni di Silvio Viale di Exit-Italia, secondo il quale addirittura non si tratta di eutanasia, Terry è già morta punto e basta. Chi è a dirlo? Lui, naturalmente. Come mai allora sente la necessità che sia una nuova legge a stabilirlo?
Nel caso di Terry «non si tratta di porre fine volontariamente alla propria vita, come nel caso dell'eutanasia, ma di prendere atto che la vita è ormai finita e che occorre certificarlo... La legge dovrebbe riconoscere, dopo un congruo lasso di tempo (?), che negli stati vegetativi permanenti siamo di fronte ad una condizione irreversibile di morte, come accade per quella "cerebrale", che permettere di procedere ai trapianti».
Stupisce con quanta sicurezza egli affermi che:
«Le funzioni cerebrali che presiedono alla vita vegetativa sono variamente funzionanti, ma quelli della coscienza sono completamente compromessi. Così, può chiudere gli occhi per dormire ed aprirli per svegliarsi; se qualcosa va in gola, può stimolare il riflesso della tosse; insomma una vita da vegetale senza più alcuna possibilità di recupero della coscienza».
Insomma, chi può dire se la coscienza ancora abiti o meno in Terry? Certo, ci verrà detto che la coscienza è legata all'attività cerebrale, ma sono questi gli approcci che vanno evitati. Se l'embrione sia o meno già persona, se Terry sia o meno già morta, sono questioni che appartengono alla sfera della coscienza e delle convinzioni individuali di ciascuno, mentre il punto è che è illiberale imporre per legge l'una o l'altra visione. Chi può decidere se la vita di un uomo, per quanto menomata e sofferente, valga la pena di essere vissuta, se non quell'uomo e, per chi ci crede, Dio. Né medici, né giudici, né parlamenti, né parenti.

Nell'assenza di una accertabile manifestazione di volontà, nei pareri dei familiari che divergono, in un caso che non è di accanimento terapeutico, in tutto questo sta il destino tragico, cinico e baro, di Terry Schiavo. Il suo nodo è impossibile da sciogliere.

L'eutanasia è un atto di pietà e di dignità, e in Italia esiste un'eutanasia clandestina (come un tempo l'aborto), praticata tra ipocrisie e torbide contrattazioni negli ospedali, dove spesso la volontà del moribondo viene ignorata. Un individuo adulto e consenziente puo' rifiutare una cura per una malattia non infettiva e che non procura danni ad altri e scegliere così di porre fine alla propria vita. Un individuo ha tutto il diritto di prendere in autonomia decisioni che riguardano il proprio corpo e la propria vita, inclusa quella di porvi fine. Certo che serve una legge, ma non per stabilire se lo stato vegetativo sia o meno già morte, o quando valga la pena o meno di lasciarsi morire. Piuttosto dovrebbe limitarsi a legalizzare l'opzione dell'eutanasia come libera scelta individuale, regolamentando i casi, le forme e i modi dell'accertamento dell'avvenuta scelta estrema.

Aron vs. Sartre. I perché di una sinistra che preferisce perseverare nell'errore

Raymond AronAron era un pensatore liberale interessato ai fatti (come Tocqueville, Costant, Montesquieu, Max Weber), mentre un certo ceto intellettuale, francese e italiano, più in generale europeo e non anglosassone, tende a rimuovere i fatti qualora essi ostacolino le sue teorie. «Non può essere liberale chi crede a un legame forte tra la decisione politica e la Verità. Se esistesse non avrebbero senso la democrazia e il liberalismo»

«Meglio avere torto con Sartre che ragione con Aron», era il motto dei sessantottini francesi - intellettuali, studenti, politici. Ma come è possibile che fosse preferibile sbagliare con il fiancheggiatore del comunismo sovietico Sartre, piuttosto che avere ragione con il liberale Aron? Domanda che si è posto, il 6 marzo scorso, Pierluigi Battista sul Corriere della Sera (Leggi). Se ancora oggi, gli intellettuali che preferirono sbagliare con Sartre stentano ad ammettere di aver avuto torto, è perché «c'è una storia esemplare che dimostra in modo paradigmatico come l'avere avuto torto non produca alcuna conseguenza e l'aver avuto ragione in anticipo addirittura penalizzi chi è stato dalla parte giusta troppo precocemente». Incredibilmente, Aron, che «ha avuto ragione quando era difficile e rischioso avere ragione non vede riconosciuta la sua grandezza», mentre Sartre, che «ha avuto torto quando era comodo e gratificante avere torto e ha riconosciuto le ragioni dell'altro solo molto tardivamente, appare ancora circonfuso da un alone fascinoso e seducente».

La lezione di Aron. Questioni che rimandano all'attualità del pensiero di Raymond Aron, il tema di una lezione tenuta ieri alla Fondazione Ideazione dal prof. Dino Cofrancesco (l'audiovideo). Nel leggere la realtà umana Aron combinava teoria delle elites, analisi delle strutture economiche e sociali e analisi delle strutture costituzionali. Aron dimostrò di aver compreso pienamente gli eventi del '68 francese, dando alle stampe un libro di analisi e articoli contemporanei agli eventi. Accanto a cause contingenti, vi furono cause strutturali. Dal punto di vista del sistema politico francese e della sua storia, Aron notò il problema della ricorrente divisione delle elites, mai omogenee, prive una cultura politica comune, l'assenza dei corpi intermedi nella società, e la precaria legittimità dell'intero sistema. Il mondo politico e intellettuale francese agiva «con l'atteggiamento di chi si aspetta», e ritiene normale, che da un momento all'altro il mutamento dei governi avvenga per l'azione di «sommosse di piazza». Istinti simili attraggono ancora, qui da noi, qualche prof. girotondino.

Dal punto di vista economico e sociale, Aron individuò nel processo di modernizzazione la causa del «disagio» delle società moderne. Il progresso tecnico non è portatore solo di benefici, ma anche di aspetti di «incompatibilità tra la richiesta di dignità e partecipazione» e la razionalità tecnica, provocando in generale una riduzione del «potere di controllo» dell'uomo sui processi, fino alla consapevolezza dell'economia come «destino delle società». La ineluttabile «fragilità» insita nelle società moderne, concludeva Aron, è spiegabile con l'elevato grado di «cooperazione volontaria», di «consenso», di cui necessitano per funzionare, tanto che minoranze compatte ideologicamente e ben organizzate possono paralizzare il sistema.

Aron è un liberale, ma certo non alla Von Hayek. In lui era presente una forte componente storicistica che manca in Hayek, e una «grande lezione di realismo politico». E' possibile affermare che Croce sta a Einaudi come Aron sta a Von Hayek. Dunque, tra Croce e Aron «affinità profonde», rifiuto da parte di entrambi di qualsiasi filosofia della storia. Quella di Aron è una «scommessa pascaliana sulla ragione», «un liberalismo alla Costant», un illuminismo della ragionevolezza più che della Ragione come Dea, che trova i suoi riferimenti in Tocqueville, Costant, Montesquieu, Max Weber, con la sua preoccupazione per la distinzione tra fatti e valori.

Tra fatti e ideologia. Dunque, se la stella di Sartre non smette di brillare e nessuno legge più Aron è perché nessun autore con la metodologia del dubbio ha successo presso, o appassiona, chi cerca verità etico-politiche. Prevale «il profetismo incendiario dei devoti delle "idee generali" sordi al richiamo dei "dati di fatto"» (Battista), «il venditore di miti è inevitabilmente preferito al maestro delle analisi sottili» (Panebianco). Aron era un pensatore interessato ai fatti, mentre un certo ceto intellettuale, francese e italiano, più in generale europeo e non anglosassone, tende a rimuovere i fatti qualora essi ostacolino le sue teorie. Come scriveva Aron, intellettuali «implacabili verso le debolezze delle democrazie ma indulgenti nei confronti dei più grandi crimini, purché perpetrati in nome delle buone dottrine».

Nonostante le affinità storiche con la Francia, in Italia è mancato un Aron. E' anzi singolare osservare come un intellettuale come Norberto Bobbio abbia svolto sia la funzione di Aron sia quella di Sartre, ha osservato il prof. Giovanni Belardelli, mentre nel panorama culturale italiano di quegli anni venivano completamente ostracizzati autori come Solzenicyn e Kundera.

Il «continuismo». È probabilmente il «continuismo», ha scritto Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, «ossia l'assenza di una seria riflessione critica sulle proprie idee di un tempo, la causa principale del fatto che un'ampia parte dell'intellighenzia di sinistra, in Francia come in Italia, preferisca glissare sui mille torti di Sartre».

Il «continuismo» come irrefrenabile volontà di salvaguardare quale ricchezza collettiva - e non invece come un cumulo di errori - la storia e la tradizione teorica e politica del comunismo spiega la necessità delle tante "svolte" degli eredi del PCI dalla caduta del Muro, tutte di mera facciata. Sempre nuovi impegni per il riformismo purché non implicassero atti effettivi che, rompendo con l'area massimalista e pacifista, mettessero in discussione il tabù dell'unità della sinistra costruendo sulle sue ceneri.

Quando sbagliare è vantaggioso. «L'aver avuto, non sporadicamente, ma sistematicamente torto, nella certezza che mai verrà pagato un prezzo per gli innumerevoli errori commessi, costituisce di necessità un potente incentivo alla tentazione di commettere nuovi sbagli. Ma anche uno straordinario impedimento a riconoscere con dolore e senza autoindulgenza giustificazionista i motivi che hanno ispirato in passato la scelta di vivere dalla parte del torto... Sbagliare è addirittura vantaggioso: non è una boutade, ma lo spettacolo che dal Novecento prosegue indisturbato fino al nuovo millennio», conclude Panebianco. (Leggi). Anche Ernesto Galli della Loggia, di recente sul Corriere della Sera, contava (dal 1948 al 1991), ben 14 errori, nelle analisi e nelle scelte politiche, del PCI, spiegando cosa, a sinistra, «ha favorito e favorisce questa duplice fenomenologia dell'abbaglio culturale prima e del rifiuto a riconoscerlo poi».

L'impunità, politica e culturale, garantita dall'egemonia esercitata da decenni sui centri mediatici, accademici e culturali del Paese, ha avuto sui vertici comunisti e il mondo intellettuale di riferimento un effetto deresponsabilizzante che li ha portati a perseverare nell'errore, che è connotato ormai irriducibile della sinistra italiana. Se la storia gli dà torto, non importa, hanno conquistato la potenza di fuoco, culturale e mediatica, per riscriverla a loro vantaggio. I "treccartari della memoria", quelli che i fatti gli danno torto ma hanno il potere di raccontarteli come vogliono.

Sotto-sotto, il rifuto dei principi liberali. La sicurezza di non pagar pegno, dunque, protetti dalla propria egemonia culturale, ma vi è un'altra ragione di fondo per cui anche dopo l'89, crollato il comunismo sovietico, tutti quelli «che avevano avuto torto» con Sartre hanno per lo più «fatto finta di niente». Va cercata, spiega Panebianco, nel rifiuto della «superiorità, politica e morale insieme, delle idee liberali... Le persone, per il liberalismo, sono individui dotati, fino a prova contraria, di autonomia e di razionalità. Ma accettare questa premessa disarmerebbe l'intellettuale che, interpretando il proprio ruolo come un ruolo di denuncia e "disvelamento", di messa a nudo di false coscienze e manipolazioni occulte ai danni dei più, può così rivendicare solo per se stesso quell'autonomia di pensiero e quella razionalità che nega a tutti gli altri».

Dea Ragione e Verità in possesso di pochi iniziati intellettuali, e quindi contesa politica vissuta come scontro tra Verità e Falsità, sono nozioni che fanno a pugni con il liberalismo. «Non può essere liberale chi crede a un legame forte tra la decisione politica e la Verità. Se esistesse non avrebbero senso la democrazia e il liberalismo», afferma il prof. Cofrancesco. Chi esercita il potere attribuitogli dalla maggioranza non è in possesso della verità, ma solo della facoltà di operare decisioni politiche, che con la verità nulla hanno a che fare. Su questo principio si basano le tutele della minoranza, a cui deve essere sempre consentito di divenire a sua volta maggioranza. La sinistra sembra ancora ignorare che la libertà dell'individuo dai poteri coercitivi dello Stato dovrebbe rappresentare la motivazione ideale e l'obiettivo concreto di una forza di sinistra democratica.

Le svoltine di Fassino/2

Il centrosinistra sulla rotta di Blair? Se Fassino e Rutelli vogliono, possono, ma è una strada lunga e dovranno accettare di pagarne i prezzi

Il segretario dei Ds Piero Fassino «appare impegnato in un serio tentativo di modificare gli orientamenti di politica internazionale del suo partito e del centrosinistra», scrive oggi Angelo Panebianco sul Corriere della Sera:
«... il riconoscimento del ruolo positivo che ha assunto in Medio Oriente l'impegno di Bush a favore della democrazia (talché i neoconservatori, ispiratori di quella politica, risultano oggi, per Fassino, preferibili ai vecchi realisti alla Kissinger, difensori dello status quo e pertanto contrari a destabilizzare le dittature) e l'autocritica sul passato disinteresse della sinistra per il tema della lotta alle tirannìe, aprono la strada, potenzialmente, a un cambiamento di prospettiva. Se la sinistra italiana seguisse la rotta indicata da Fassino, finirebbe per avvicinarsi ai laburisti di Tony Blair... Si imporrebbe anche un ripensamento sul ruolo dell'Europa franco-tedesca propugnatrice, in tema di democrazia, proprio del realismo di stampo kissingeriano criticato da Fassino».
«Ma c'è un ma», avverte Panebianco: «La politica italiana è un cimitero di buone intenzioni». Fassino ha tentato di alzare la testa dei riformisti nelle ultime settimane, ma ogni suo intervento o iniziativa è stata puntualmente stroncata da Romano Prodi, lo strano professore che partecipa a simpatiche sedute spiritiche. Le prime parole consapevoli al Congresso dei Ds stroncate dalla lettera prodiana sulla politica estera al Corriere, l'apertura ai Radicali nel centrosinistra boicottata dal veto del professore. Quali altre stroncature chiameranno le sue ultime svoltine? Eppure Fassino e Rutelli insieme fanno i 2/3 del centrosinistra...
«Hanno la possibilità di impegnarsi in una battaglia, culturale e politica, per rendere le loro posizioni maggioritarie fra i quadri, i militanti e gli elettori dei loro partiti... Non si possono cambiare di colpo atteggiamenti che vengono da lontano, radicati in tanti militanti di sinistra... Occorre fare, ma con le grandi forze a disposizione della sinistra, ciò che su questo terreno fanno solo i Radicali di Pannella... impegnare energie per trasformare le idee dei leader in opinioni diffuse e condivise, in un nuovo senso comune, e per portare il grosso della sinistra ad agire politicamente in coerenza con quelle parole. Perché non restino solo parole».
Anche Christian Rocca, su Il Foglio, prende atto:
«Non è la prima volta che il segretario dei Ds infrange la regola dei 20 anni, quel lasso di tempo solitamente necessario alla sinistra ex e post comunista per elaborare un'autocritica e riconoscere che gli avversari di un tempo, signora mia, avevano tanto ragione...

Questa nuova svolta pro neocon che è un'ottima cosa in sé, nonostante sia attenuata da prese di distanza convenzionali sull'intervento in Iraq cui è evidente non crede nemmeno Fassino. Dire, infatti, che "non mi pare fondato stabilire un nesso automatico tra la guerra in Iraq e la democrazia" è un controsenso se, poi, il ragionamento lo porta a riconoscere che "non c'è dubbio, tuttavia, che quando Bush dice 'io mi batto perché nei paesi arabi ci siano libertà e democrazia', questo sia un atteggiamento diverso da quello dei repubblicani americani che negli anni 80, con Kissinger ­ in nome del realismo politico ­ sostenevano le dittature militari fasciste in Sud America"».
Poi c'è quel po' di confusione che Fassino continua a fare sugli anni '80:
«L'appoggio alle dittature sudamericane, per quanto atroce, era un tragico contrappeso all'espansionismo sovietico e castrista, un tassello della guerra fredda contro il totalitarismo comunista nella cui sponda militava il Pci. Caduto il Muro, quelle dittature sono diventate subito democrazie, mentre le corrispettive dittature comuniste restano tuttora regimi autoritari... Sono passati quasi 20 anni dalla fine della guerra fredda: forse per i Ds è arrivata l'ora di riconoscere l'errore commesso dal Pci e quindi riabilitare la spinta propulsiva del reaganismo».

Monday, March 21, 2005

Lavori in corso

Pare che a breve centinaia di blog di area liberale avranno un foro comune. Ideazione.com sta per lanciare un progetto di community-blog di ampio respiro, un'aggregazione di blog liberali. Qui la descrizione dell'iniziativa, il cui primo passo sarà un aggregator di post, selezionati «cercando di rappresentare il più ampio spettro possibile di opinioni» su un determinato argomento. Jimmomo ha aderito e invita a dare la propria disponibilità.

Non occorre aderire a un manifesto, sottoscrivere un programma, o pensarla come chi ha lanciato il progetto. A definire questo "portale", a declinarne le diverse voci, sarà la forza delle idee dei blog che ne vorranno far parte. E' bene precisare che si tratta di un «progetto di lungo periodo assolutamente sganciato da qualsiasi partito o forza politica del centro-destra». Di questa iniziativa condivido e apprezzo soprattutto la dichiarata «prospettiva "fusionista"», che i promotori definiscono «la sola in grado di preservare ed esaltare l'eccezionale varietà culturale e politica delle forze che in Italia si oppongono al tentativo di restaurazione di una sinistra reazionaria e fuori dalla storia. Per noi la diversità delle opinioni, anche su temi importanti, non è un limite ma una straordinaria ricchezza culturale».

La piattaforma sarà infatti rappresentativa di un ampio spettro di aree politico-culturali (conservatori sociali, teocon, neoconservatori, laici, liberali, liberisti, libertari, radicali, repubblicani, federalisti, socialisti-liberali, riformisti...), un approccio che consentirà di accantonare le abusate, anacronistiche, riduttive quando non fuorvianti divisioni classiche della politica (destra/sinistra, conservatori/progressisti).

Insomma, se avete un'alta sensibilità per la diffusione della libertà, della democrazia, dei diritti umani; un giudizio equilibrato, comunque non un pregiudizio, sull'amministrazione Bush; se vi riconoscete nella critica a nazifascismo neo e post, comunismo neo e post, antiamericanismo, antisemitismo, superiorità morale della sinistra, pacifismo senza se e senza ma; se apprezzate l'emergere di una sinistra riformista, "blairiana", filoamericana e filoisraeliana; se vi interessa la difesa delle libertà individuali; se tutto questo non vi suscita repulsione e non vi lascia indifferenti, allora avete trovato l'aggregator che fa per voi...

E' già presente, e cresce, in rete un movimento di centinaia di blog a suo modo ognuno liberale che ha solo la necessità di disporre di una cassa di risonanza, di uno spazio di discussione, e di raggiungere una massa critica tale da poter "fare opinione", rompendo le barriere che dividono i diversi media. L'occasione offerta da questa "piattaforma" non può essere gettata al vento.

Le "svoltine" di Fassino

Paolo Franchi oggi sul Corriere della Sera indica nell'«iperrealismo» e nel «relativismo» i due connotati prevalenti della sinistra italiana di oggi, quando al contrario, «non dovrebbe rinunciare a nutrire ideali internazionalisti, e a ritrovarsi dalla parte di chi, sotto ogni cielo, rivendica democrazia, libertà, diritti». Se «iperrealismo» e «relativismo culturale» sono stati i connotati storicamente prevalenti fin dai tempi del PCI - e chi già allora avvertiva che la democrazia andava intesa come «un valore universale» veniva ammonito da chi riteneva la questione della libertà una distrazione dal percorso marxista - dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1989 essi si sono addirittura radicati, invadendo oggi anche altri settori di quella sinistra che ignora le «primavere» del Medio Oriente, colpevoli di smentire coi fatti le ricostruzioni e le previsioni basate sul pregiudizio antiamericano.

Franchi quindi saluta le aperture recenti del segretario dei Ds Piero Fassino, intervistato su La Stampa, parlando di «svolta». Non che abbia cambiato opinione sulla guerra in Iraq, o che si sia iscritto tra i fautori dell'esportazione della democrazia sulla punta delle baionette, e della guerra preventiva. Tuttavia, Fassino dice «almeno due cose radicalmente nuove, e potenzialmente dirompenti»: riconosce prima di tutto che
«nel battersi "perché nei Paesi arabi ci sia libertà e democrazia", Bush opera un rovesciamento (a giudizio di Fassino, ovviamente, positivo) rispetto alle politiche tradizionali delle amministrazioni repubblicane, che "in nome del realismo politico sostenevano le dittature militari e fasciste in Sud America": non è Kissinger, e non si può ignorarlo. La seconda. I fermenti democratici che si stanno manifestando in tutto o quasi il mondo arabo hanno origine in un processo di secolarizzazione che non risparmia affatto le società islamiche; ma c'entra anche, eccome, "la maggior intransigenza dell'Occidente verso chi nega i valori di libertà"». Leggi tutto
Entrambi questi aspetti su cui si è soffermato Fassino, li avevo individuati nel suo intervento alla presentazione del libro di Lucia Annunziata.

Fassino ha tentato di alzare la testa dei riformisti nelle ultime settimane, ma ogni suo intervento o iniziativa è stata puntualmente stroncata da Romano Prodi, lo strano professore che partecipa a simpatiche sedute spiritiche. Le prime parole consapevoli al Congresso dei Ds stroncate dalla lettera prodiana sulla politica estera al Corriere, l'apertura ai Radicali nel centrosinistra boicottata dal veto del professore. Quali altre stroncature chiameranno le sue ultime svoltine?