Monday, January 31, 2005

Iraq. Lo schiaffo della realtà

L'analisi largamente prevalente, perché scaturisce dai fatti, sulle prime pagine delle maggiori testate italiane, americane e inglesi, sul voto di domenica in Iraq è che si sia trattato della vittoria della voglia di libertà e di democrazia dell'intero popolo iracheno sull'incombente minaccia del terrorismo di Al Zarqawi e degli ex baathisti, che qui in Europa insistiamo a chiamare "guerriglia", quando non "resistenza". Una vittoria della democrazia sulla tirannia, un voto che rappresenta una scelta di vita.

Gli iracheni - ora alle persone oneste dovrebbe essere chiaro - vogliono la democrazia, e la vogliono tanto fino al punto di rischiare la pelle. La vogliono e, come gli altri popoli arabi, ne sono capaci. E' fuor di dubbio che quanti chiedono riforme democratiche negli altri Paesi autocratici del Medio Oriente riceveranno dalla giornata di ieri maggiore forza e un'arma di attrazione in più, proprio lì, a due passi dai loro confini geografici, culturali, religiosi. Si conferma dunque, che una vera politica estera realista è possibile oggi solo se ha come base, e obiettivo, la promozione della democrazia.

Andrew Sullivan sul Sunday Times chiude la partita:
«One more conviction that makes hope possible: the belief that freedom is a universal value, that it knows no cultural limits, and that all societies have a chance to achieve it».
Così come Angelo Panebianco sul Corriere della Sera:
«Si conferma, persino in un caso estremo come quello iracheno, che le persone, quale che sia la cultura di appartenenza o le condizioni, anche terribili, in cui vivono, se e quando hanno l'opportunità di votare e di dire così la loro sul proprio destino, lo fanno, anche a sprezzo del pericolo. Il "relativismo culturale", proprio di chi pensa che la "democrazia" non possa riguardare i non occidentali, ha ricevuto ieri dagli ammirevoli elettori iracheni (come, pochi mesi fa, da quelli dell'Afghanistan) lo schiaffo che una simile visione, così intrisa di razzismo, si merita.
(...)
Nella storia i fenomeni di contagio sono onnipresenti e potenti. È possibile che le prime elezioni libere dell'Iraq diano, nei prossimi anni, frutti anche in altri Paesi, spingendo tanti arabi (e tanti iraniani) a chiedere con sempre maggior forza libere elezioni agli autocrati che li governano».
In Europa i nemici della Quarta Guerra mondiale e «coloro che considerano le elezioni in Iraq una farsa, un "trucco degli americani", continueranno a farsi sentire», Panebianco ne è certo.
«È normale in un'Europa che, come ha denunciato ieri sul Corriere un vero eroe della libertà, Vaclav Havel, non si vergogna di riaprire le porte al tiranno Fidel Castro e a chiuderle in faccia ai suoi oppositori interni. Non ci sono alibi. Chi trova che Fidel Castro sia una "brava persona", chi non ha gioito quando è caduta la statua di Saddam Hussein, chi ha accolto con lazzi e frizzi le elezioni in Afghanistan (e le immagini di quelle lunghe, commoventi, file di donne che, col burqa, andavano a votare), chi nei prossimi giorni ci riproporrà le menzogne sulla "resistenza" irachena si rassegni: egli non ha né gusto né rispetto della libertà».
Magdi Allam, sempre sul Corriere, sottolinea l'atteggiamento delle maggiori tv satellitari arabe: «Gioia da Al Arabiya ("è la prima volta che uno Stato arabo affida le scelte cruciali al suo popolo"), veleni da Al Jazira». La vittoria della democrazia è stata anche evento mediatico in tutto il Medio Oriente, il migliore spot in cui potessimo sperare.

Un commento suggestivo è quello di Marco Pannella, su Radio Radicale. Oggi gli uomini e le donne iracheni «sono risorti», «il prezzo degli errori americani è alto, ma l'essenziale oggi si è manifestato». Denunciando l'indifferenza europea per la promozione della democrazia, Pannella si fa venire in mente una considerazione di estrema gravità, ma vera in molti modi: l'Europa ha continuato «in modo scandaloso» a far vivere la shoah su altri popoli, quelli del Medio Oriente. «La shoah continua, è continuata, e l'Europa l'ha trasferita dall'Europa ad altrove». Ma oggi gli iracheni sono «scampati dalla shoah». Senza l'impegno profuso a Nassiryia, oggi sarebbe per l'Italia «un giorno di vergogna, come ho l'impressione che lo possa essere per Francia e Germania... E' dimostrato che la missione era ed è per assicurare il diritto degli iracheni a esserci».

Con onestà il New York Times:
«This page has not hesitated to criticize the Bush administration over its policies in Iraq, and we continue to have grave doubts about the overall direction of American strategy there. Yet today, along with other Americans, whether supporters or critics of the war, we rejoice in a heartening advance by the Iraqi people. For now at least, the multiple political failures that marked the run-up to the voting stand eclipsed by a remarkably successful election day».
Ancora più chiaro il Washington Post:
«For the emerging democratic regime to have any chance of taking root, U.S. soldiers will have to continue fighting, and dying, to protect it. The elections probably won't make their job any easier, or the price any lower, in the short term. Yesterday, however, Americans finally got a good look at who they are fighting for: millions of average people who have suffered for years under dictatorship and who now desperately want to live in a free and peaceful country. Their votes were an act of courage and faith - and an answer to the question of whether the mission in Iraq remains a just cause».
John Podhoretz sul New York Post assapora il gusto della rivincita:
«There are literally millions of Americans who are unhappy today because millions of Iraqis went to the polls yesterday. And why? Because this isn't just a success for Bush. It's a huge win. It's a colossal vindication».
Amir Taheri sul Times già prevede quale sarà la nuova cantilena dei cinici:
«Now that the elections have gone ahead, these same critics, joined by doomsters suffering from Euro-pessimism, claim that yesterday's election will signal the start of a bloody civil war. Their claim is based on the prediction that the emergence of a Shia majority would provoke the Arab Sunnis into revolt and push the Kurds towards secession. None of that is going to happen.
(...)
The ballot box won't lead to the coffin; it is the cradle of a new Iraq».
Imperdibili da leggere. Le tante, davvero tante buone news dall'Iraq confezionate per la rete da Chrenkoff, le congratulazioni della piccola Debbie, e di molti altri, al blogger Hammorabi, e il gioioso "ve l'avevo detto" di Mohammed, di Iraq the model, che ora però invita a non abbassare la guardia:
«Every person has realized that he's not fighting alone in this battle and that all Iraq, from the very north to the very south is sharing this view even in the cities where security is a big concern, like Diyala, Mosul, and Tikrit; even in Fallujah, the boxes weren't empty.
The majority wasn't silent yesterday and the people's confidence now is at its peak and we should encourage and invest this feeling now and rebuild the bridges between us, I mean the government, the coalition and the people so that we can find the best way to exterminate the terrorists and the criminals who we know now how few and isolated they are». Continua
Imperdibili da vedere: USA Today, Wash Post, BBC, Powerline, NY Times, Pentagon, CSM, Hammorabi, Registan, Kurdo.

Sunday, January 30, 2005

Coraggio Iraq! Democrazia col fiato sospeso

Il popolo iracheno in marcia verso le urneTsunami democratico in Iraq: attentati a raffiche... pioggia di voti

Dove non hanno potuto le armi, i militari della coalizione, le strategie, ci ha pensato la voglia di libertà del popolo iracheno a sconfiggere, e in modo clamoroso, di fronte agli occhi puntati di tutte le televisioni arabe, il terrorismo di Al Zarqawi e dei baathisti. Come annunciato, terroristi suicidi si sono fatti esplodere davanti ai seggi, provocando il sacrificio di innocenti.

Ma tra sangue e paura, il dato è che gli iracheni hanno voluto votare, riprendersi il loro paese, e sono andati alle urne, in massa sciiti e curdi, ma anche i sunniti in diverse città. Fanno ben sperare i primi dati dell'affluenza (72%, ma anche se fosse il 60%) e l'ottimismo del segretario di Stato americano Condoleeza Rice: «Questa è la voce della libertà». Anche il presidente Bush, costantemente aggiornato da Washington, ha tolto il riserbo: «Grande giorno per la democrazia».

Indimenticabile lezione per i cinici e gli antiamericani delle nostre latitudini: Bush ha avuto ragione, onestà intellettuale imporrebbe di riconoscerlo. E in tutta la regione i Re sono nudi, di fronte ai loro "sudditi" che in mondovisione hanno assistito al potere della democrazia.

Per seguire: Iraq Election Wire, Buzz Machine, Corriere.it, Fox News e Dip. of State.
I walked forward..., Iraq the Model

Saturday, January 29, 2005

Iraq, the model

Kurdo's World
Friends of Democracy
Iraq Elections Newswire
Iraq Election Diatribes
Iraq the Model
Untold Iraq
Iraq Today
The Mesopotamiam
Healing Iraq
Iraq Press Monitor

Friday, January 28, 2005

Dove saranno finiti?

Non è che sentiamo la loro mancanza... ma la curiosità...
«Dove sono gli scudi umani? Ricorderete gli occidentali che si accalcarono in Iraq per "proteggerlo" dall'America. Ora che quella democrazia è sotto attacco, perché non si sono riversati in Iraq per proteggere i seggi elettorali? Due possibili risposte:

(a) Perché pensano che i jihadisti, non come la Coalizione, proverà davvero ad ucciderli.
(b) Avrebbero rischiato le loro vite per salvare Saddam, ma non per rendere possibile un'elezione democratica».
Clarice R. Feldman

Il giorno dopo. A riporre le foto in soffitta

La proclamazione dello Stato d'IsraeleLa mia scelta per la giornata di ieri in memoria della Shoah è stata quella di non interessarmi alle varie commemorazioni ufficiali, ma di ricordare (con il titolo "Basta discorsi contriti. Israele nell'Ue ora!", e la foto della proclamazione dello Stato d'Israele) che c'è un progetto concreto capace di andare oltre i soliti discorsi, di "trasformare" il progetto europeo in qualcosa che non si limiti a prendere atto, ma che agisca di conseguenza. Due blog hanno saputo far meglio di me, esprimendo ciò che molti di noi hanno sentito nel cuore ieri.
«Bellissimi gli interventi dei vari capi di stato e di governo, oggi ad Auschwitz. Peccato, però, che da questi discorsi emerga una rappresentazione della Shoah come di una parentesi del tutto avulsa dalla storia. Come se quel che è accaduto non fosse possibile in Europa senza l'avvento di Hitler al potere in Germania (è l'assurda tesi della pazzia del Fuhrer). Come se non ci fosse stato un prima e non ci fosse stato un dopo». Harry
Purtroppo, la tesi della pazzia di Hitler è il più eclatante caso di rimozione della storia europea. Gli storici per fortuna, e da tempo, hanno messo un po' di cose al loro posto, ma nell'opinione comune...
Manca una consapevolezza che 1972 ha saputo ben descrivere, mettendoci in guardia da ogni «pretesa unicità» della Shoah. Questa «pretesa unicità» più di ogni altra cosa apre la strada al ripetersi dei genocidi e alla nostra indifferenza.
«Nella pretesa unicità della Shoah si nasconde il rischio della rimozione di tutto quanto Shoah non sia. Ma non si può capire l'Olocausto senza inserirlo nella storia dei totalitarismi del XX secolo. Non si possono onorarne le vittime senza costruire giorno dopo giorno una coscienza antitotalitaria complessiva, integrale, assoluta. E' proprio perché questa presa di coscienza collettiva non si è realizzata (e in molti casi non è nemmeno cominciata) che dopo quell'unicum ce ne sono stati molti altri. E non è finita. Se proprio oggi qualcuno avesse avuto finalmente il coraggio di collocare Auschwitz dentro la storia, avrebbe certamente contribuito a colmare il divario che separa il ricordare dal non dimenticare per non ripetere. Non basta dire mai più. Bisogna crederci sempre e in qualunque luogo.
(...)
Anche se erano tutti insieme, c'è una differenza fra i sopravvissuti presenti oggi alla cerimonia e i rappresentanti di quarantaquattro nazioni chiamati a rievocare l'orrore di Auschwitz: questi ultimi hanno ricordato, i primi non dimenticheranno. Il senso del dovere e il peso della memoria hanno ispirato i discorsi ufficiali, la pena quotidiana dell'incancellabile ha accompagnato i silenzi privati».

Come ti divoro un mito del giornalismo liberal

Sul Los Angeles Times il neocon Max Boot demolisce un mito del giornalismo liberal, quello che rivelò il massacro di My Lai, in Vietnam. Seymour Hersh è guidato dal «pregiudizio ideologico», si dimostra «l'equivalente nel giornalismo di Oliver Stone», uno «zelota della sinistra».
«It has become a cliche to call Bob Woodward and Seymour Hersh the greatest investigative reporters of their generation — Woodward the consummate insider, Hersh the ultimate outsider. In truth the differences outweigh the similarities. Though he achieved fame by bringing down a Republican administration, Woodward is no ideologue. His only bias, as far as I can tell, is in favor of his sources. Within those parameters he produces invaluable, if incomplete, accounts of government deliberations. Hersh, on the other hand, is the journalistic equivalent of Oliver Stone: a hard-left zealot who subscribes to the old counterculture conceit that a deep, dark conspiracy is running the U.S. government...».
Così Boot ha gioco facile a elencare tutti gli scoop mai confermati o smentiti per totale infondatezza. Continua

Thursday, January 27, 2005

Bush e Blair, i progressisti

Bill Gates, Tony Blair e Bono degli U2Dal Forum di Davos, il premier britannico Tony Blair ha difeso la visione di politica estera del presidente americano Bush. L'intervento integrale è stato pubblicato da il Riformista.
«Perché credo che molti commenti negativi si basino su un'interpretazione fuorviante. La difesa della libertà non è la parola d'ordine dei neoconservatore: è anche un valore dei progressisti. Personalmente, poi, io non amo distinguere tra democrazia e democrazia: non conosco un modello occidentale contrapposto ad altri. So solo che nei tre conflitti in cui sono stato coinvolto - Jugoslavia, Afghanistan e Iraq - siamo passati da tirannie a soluzioni democratiche. Piuttosto, nel discorso di Bush, ho letto i segni di un'evoluzione della politica americana, la crescente consapevolezza che il terrorismo non si batte solo con l'uso - pur necessario - della forza, ma anche con gli strumenti della politica e un sostegno allo sviluppo delle aree svantaggiate del mondo».
Fonte: Corriere della Sera

Le lacrime vere

Trionfo del buon senso sulle elefantiadi. Bush non è Buttiglione, e Rocca gli rende giustizia

Christian Rocca con un solo, semplicissimo articolo alla portata di tutti, spazza via in un sol scolpo le migliaia di elucubrazioni impartiteci in questi mesi da Agnoli e dall'elefantino. Prima ricorda a tutti cosa stabilisce la legge, «robbetta da treccartari», poi l'affondo. Primo, in Italia, «gli sponsor politici della ricerca sulle staminali, cioè i radicali» non hanno mai parlato di guarigioni miracolose, semmai di «prospettive future», come le chiama il prof. Vescovi, di fronte alle quali il compito della ricerca sarebbe proprio quello di andare avanti. E invece:
«Incomprensibilmente dice di no. Meglio non ricercare, non esplorare quella possibilità che lui stesso (Vescovi) ci ha descritto. Ma che studioso è uno che non vuole studiare? O è come Massimo Moratti che pensa di vincere (e non vince) facendo a meno della stamina di Roberto Carlos e di Cannavaro, oppure la decisione del ricercatore di non ricercare è dettata dall'Alto. E con la scienza non c'entra più niente».
Rocca ha inoltre il merito di precisare - anche a quei radicali in trance agonistica antibushiana e a Giuliano Ferrara - che Bush non c'entra niente con Buttiglione e Giovanardi (qui l'avevo ripetuto più volte), che in America la separazione tra Stato e Chiesa, la laicità delle istituzioni, non è a rischio e che faremmo bene a guardare in casa nostra.
«Uno come George W. Bush, che passa per un fondamentalista religioso teleguidato dagli evangelici, ha autorizzato ­ ripeto: ha autorizzato ­ per la prima volta nella storia della Casa Bianca finanziamenti federali per la ricerca sugli embrioni, ovviamente su quelli già esistenti.
(...)
La posizione di Bush è ragionevole, sia dal punto di vista laico sia da quello religioso, a meno che non si scada nel laicismo integralista o nell'agnolismo.
(...)
La politica di Bush è questa: no alla creazione di embrioni in laboratorio con i soldi dei contribuenti perché parte di quei contribuenti, cioè i cristiani, crede che sperimentare sugli embrioni sia omicidio; sì alla ricerca sugli embrioni esistenti destinati a morire; sì, visto che l'America è un paese religiosamente laico, a tutte le iniziative di ricerca scientifica finanziate dai privati».
Attenzione però, se la scienza ci riservasse delle soprese improvvise, trovando il modo di curare terribili malattie con le cellule staminali embrionali, Vaticano e retrogadi verranno travolti come fu per il primo trapianto di cuore, e si mangieranno le mani per non aver affrontato da subito la questione morale della tutela sia dell'embrione sia del malato.
«Se l'embrione non è muffa, certo non lo è nemmeno Luca Coscioni, a meno che non lo si voglia lasciare ammuffire. Meglio tutelare un embrione oppure salvare un essere umano in carne e ossa di anni 37? (...) Ci siamo dimenticati che a differenza dell'embrione vivente e della statuetta lacrimante, Luca è respirante e pensante. Come noi. Luca-siamo-noi, non in atto né in potenza, ma qui e ora. Preferire l'embrione-vita alla vita-di-Coscioni equivale a credere che ci sia vita nella Madonna di Civitavecchia. Tanto poi chi se ne fotte se nel mondo c'è chi lacrima davvero».
Ieri un bel colpo lo aveva assestato, sempre sul Foglio, Maurizio Crippa:
«La bizzarra aporia di un giornale che prende sul serio le radici cristiane dell'Europa, che prende sul serio anche Marcello Pera quando fa catechismo, che prende sul serissimo Rocco Buttiglione quando sbaglia le risposte in sede europea, che prende sul serio pure le intemerate del polveroso Francesco Agnoli contro una Democrazia cristiana che in quarant'anni ha contribuito a demolire la Chiesa molto meno di quanto abbia fatto il di lui padre con un solo referendum, che prende sul serio addirittura il "cattolicesimo perfetto" di un grande artista, ma gnosticheggiante, come Raffaello, ma di fronte al più banalmente fattuale aspetto del cristianesimo, cioè l'ipotesi che un Altro esista davvero (e dunque, volendo, faccia pure i miracoli) preferisce il buon vecchio scetticismo ateista, o lo sberleffo sulla new age.

Mi dirà che in materia vale il geniale ossimoro dell'ateismo devoto. E tuttavia: quel che trovo bizzarro non è che il Foglio non creda ai miracoli, è che prenda per buono tutto il resto».

Da licenziamento immediato

Scoop di Francesco Ruggeri su Libero:
«Tre dei cinque islamici assolti dal tribunale di Milano, e precisamente i capi del gruppo Noureddine Drissi e Mohammed Daki oltre ad Hamraoui Kamel Benn Mouldi, figurano al 147°, al 133° e al 61° posto nella lista alfabetica ufficiale delle persone ritenute terroristi dalle Nazioni Unite, aggiornata al 23/12/2004. Figura inoltre nell'ultimo elenco Onu dei gruppi terroristici, 39° posto, anche l'organizzazione a cui tutti e cinque erano affiliati, Ansar Al Islam. E dire che il giudice di Milano che li ha assolti, Clementina Forleo, ha motivato la sentenza affermando che in base alla normativa Onu non li si può considerare terroristi. Bastava una chiamata a una qualsiasi succursale del Palazzo di vetro, per scoprire che su quegli imputati proprio alle Nazioni Unite esisteva ben altro dossier. La banca dati è pubblica e facilmente accessibile, perfino da Internet».
A quando il licenziamento in tronco? A mai, perché in Italia la magistratura non è autonoma. In compenso è semplicemente irresponsabile.

Wednesday, January 26, 2005

Dizionari a confronto

Quello del Riformista:
«Pannella e i suoi pongono da tempo un problema reale: vorrebbero por mano - sanno anche come - alle norme che regolano la raccolta di firme per la presentazione delle liste alle regionali, così permeabili da consentire nel 2000 non solo irregolarità formali, ma veri e propri brogli. Tutti i partiti sanno che hanno ragione; e che di quelle firme si fa mercimonio. Ma allora perché non dar loro una risposta? Non stiamo parlando di decidere se si può stare oppure no con i radicali in materia di bioetica (noi ci stiamo), di liberismo economico (noi ci stiamo). Si tratta di una cosa semplice semplice; che forse non porterà a un accordo politico con loro ma porterà un beneficio alla democrazia italiana. E allora perché Forza Italia li ha ricevuti e finora nessuna delegazione del centrosinistra l'ha fatto?»
Quello radicale. Nella trasmissione in onda stamani su Radio Radicale, Antonio Polito, direttore de il Riformista ha chiesto a Pannella: «E' davvero completamente indifferente, nel profondo del tuo cuore, chi dei due Poli accoglie i Radicali?» Ecco la risposta - quasi-quasi letterale - di Pannella:
«Ho vissuto i momenti di massima emozione nella mia esistenza quando ho intrapreso le lotte più importanti (divorzio, aborto, fecondazione assistita) convinto che avrei trovato nei vertici della sinistra un'ostilità feroce, e convinto che una delle ragioni della loro ostilità era il sapere che le cose che io esprimevo nascevano da un dato storico e antropologico del loro popolo». Nel '94 «era parso possibile fare col centrodestra una Destra liberale». Infine, un ricordo del «trionfo sul divorzio», una vittoria che si deve anche agli elettori cattolici dell'Msi e della Dc che furono determinanti.

Introdurre il concetto di guerra asimmetrica

La sentenza choc che dà luogo a non procedere nei confronti dei reclutatori di kamikaze non è dovuta ad un deliberato uso politico della giustizia, né a toghe rosse, né a casellismo, ma, cosa ben più grave, dimostra l'assenza di cultura giuridica in chi è investito di applicare la legge, come l'ignavia e l'ipocrisia in cui naviga il dibattito politico, che rifiuta di guardare alla realtà dello stato - se di guerra o di pace, o di quasi-guerra - in cui il Paese si trova.

Affrontiamo i rapporti internazionali in termini classici. Il fondamentalismo islamico (il terrorismo è solo un metodo di combattimento), con uno dei sui più alti esponenti, Osama Bin Laden, ha dichiarato guerra agli Stati Uniti nel 1998, e portato a compimento attacchi contro le ambasciate americane di Kenya e Tanzania e contro la nave militare USS Cole. Il suo primo attacco sul territorio nemico risale al settembre 2001. In conseguenza alla reazione americana in Afghanistan, sostenuta dagli alleati europei, concretamente solo nella ricostruzione post-bellica, è stata dichiarata guerra ai Paesi europei, tra cui l'Italia (tanto che Bin Laden dopo gli attentati di Madrid offrì una tregua "europea"). Il primo attacco è avvenuto a Madrid l'11 marzo scorso.

Prima conclusione: siamo dunque in guerra, non in una generica lotta ad un'organizzazione criminale. Una guerra asimmetrica, poiché esiste un esercito nemico, ma senza divisa e privo di riferimenti ad un'unica statualità che se ne attribuisca la responsabilità politica. L'Italia ha in Iraq un contingente militare legittimo. Le Nazioni Unite hanno legittimato e incoraggiato la presenza di truppe di peacekeeping, la cui presenza è richiesta dal governo iracheno dichiarato legittimo sempre dall'Onu. Dunque l'attacco subito dal nostro quartier generale a Nassiryia è un atto di guerra.

Gli obblighi contratti con l'appartenenza alla Nato, trattato internazionale il cui rispetto è costituzionalmente vincolato, ci dovrebbero far considerare gli attacchi alle truppe americane e britanniche in Iraq, la cui presenza è anch'essa legittimata dall'Onu, al pari di attacchi contro nostre truppe.

Se nel nostro Paese agiscono individui o gruppi che fanno spionaggio o reclutamento per un esercito nemico che sarà poi dislocato in Iraq o altrove, anche nel nostro Paese o in Paesi nostri alleati, questi individui o gruppi non andrebbero perseguiti dalla magistratura ordinaria, ma sono "affare" dei servizi segreti militari e delle forze armate. Come in qualsiasi situazione di guerra esistono dunque i presupposti per l'imprigionamento dei combattenti, o dei fiancheggiatori, del nemico.

E' inoltre legittimo non applicare nei confronti di questi prigionieri la Convenzione di Ginevra, mai sottoscritta da rappresentanti legali del fondamentalismo islamico, anche se il loro trattamento deve comunque avvenire nel rispetto della dignità e dei diritti umani sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla nostra Costituzione.

A maggior ragione nel caso in cui si rigetti questa tesi, il giudice di Milano avrebbe dovuto egli stesso assumersi la responsabilità di garantire la sicurezza dei cittadini, come diritto prevalente, sia nel nostro Paese, sia di quelli in missione all'estero. E proprio se non siamo in guerra, non fa differenza se gli attacchi siano diretti contro civili o militari.

Essendo un servitore delle leggi dello Stato, che in primo luogo tutelano l'incolumità fisica dei cittadini (civili o in divisa), non fa differenza, di fronte alla preparazione concreta di atti violenti contro i nostri contingenti o il nostro territorio, se egli personalmente li giudichi un atto di resistenza, o di guerra, o di criminalità comune. A meno di non ammettere che quel magistrato possa dichiarare illegittima la presenza di nostri contingenti che operano con il mandato delle Nazioni Unite e il consenso di governi locali legittimi. Un soldato che si rifiutasse di eseguire gli ordini perché convinto di interpretare come legittimo il comportamento di coloro contro i quali dovrebbe agire, sarebbe certamente sottoposto a procedimento disciplinare.

Tuesday, January 25, 2005

Corriere Standard

La «fiducia nel potere della libertà» è un merito che al presidente Bush (e a Blair) va riconosciuto

Mi piace questo Corriere della Sera, che da sinistra mette libertà e democrazia al centro delle sue analisi di politica estera. Oggi l'editoriale di Angelo Panebianco rappresenta una di quelle rare occasioni (Il Foglio a parte) in cui la stampa italiana spiega con onestà la natura della visione del presidente Bush - la cui politica estera non è stata sequestrata da un manipolo di golpisti, ma rientra in una delle correnti di pensiero storiche, e nobili, dell'America, che pur con delle precisazioni potremmo definire wilsonismo.

Un altro merito di Panebianco è quello di riconoscere ai radicali di aver per primi, e finora da soli, sostenuto l'idea di un'Alleanza delle Democrazie come la prima istituzione di un nuovo multilateralismo, al quale si stanno convertendo sia l'amministrazione Bush sia i democratici più ragionevoli, di area clintoniana. Ai radicali spetta il compito di trainare la politica italiana verso tali prospettive che possono rilanciare i rapporti transatlantici.

Questa visione - la fine di tutte le tirannie e la promozione della democrazia nel mondo - corrisponde a un ideale condiviso, in America, anche da molti politicamente distanti dal presidente repubblicano. «Nell'articolo pubblicato ieri dal Corriere, lo storico Michael Ignatieff la ritiene una "buona idea"», ricorda Panebianco. Più democrazie nel mondo, vuol dire più sicurezza, più libertà vuol dire più sviluppo. Democrazia e libertà sono quindi le ricette contro guerra e povertà.

L'Europa invece sposa l'approccio "realista": «Meglio sarebbe rifarsi a una antica sapienza diplomatica, che accetta il mondo così come è, e negozia anche con le tirannie per limitare i danni». Per due motivi: ha un diverso modo di intendere la libertà e non ha mai pensato che esportarla attivamente fosse un suo interesse o una sua missione. Questo spiega perché, conclude Panebianco, «un'altra "buona idea", strettamente collegata, quella della "lega delle democrazie" (sostenuta da molti gruppi occidentali, fra i quali, in Italia, i radicali di Pannella) stenti ad affermarsi».

Il "Documento" pubblicato oggi dal Corriere (leggi tutto) è tratto dal libro "The Cause of Democracy", dell'ex dissidente sovietico e ministro israeliano Natan Sharansky. Un libro che Bush continua a tenere sul comodino e che probabilmente sarà alla base delle scelte di politica estera che farà nel suo secondo mandato. L'idea dell'autore non è lontana da quella dei neocons, ma più che di «esportazione della democrazia», si parla di «rimozione degli ostacoli che impediscono lo sviluppo di una società libera e democratica», del potere di attrazione dei diritti e delle libertà, partendo proprio dall'esperienza dei Paesi dell'Est europeo.
«Quanti negli Stati Uniti pensano che l'Unione Sovietica sia sull'orlo del collasso economico e sociale, pronta a precipitare alla prima lieve spinta, sono semplici sognatori, si ingannano».
Una frase di Arthur Schlesinger jr. che fu contraddetta dallo shock con cui il mondo apprese nel 1989 della caduta del muro di Berlino e dell'inatteso dissolvimento dell'Unione sovietica. Sharansky ci ricorda anche la tesi del dissidente Andrei Amalrik:
«Uno Stato costretto a destinare tanta parte delle proprie energie al controllo fisico e psicologico di milioni di persone non può sopravvivere all'infinito».
Tesi liquidata in Occidente da «miopi leader democratici», ma che a Mosca presero sul serio, sapendo che toccava «i nervi scoperti» del regime: «La più piccola scintilla di libertà avrebbe appiccato l'incendio all'intero sistema totalitario». Bastò la piccola breccia della glasnost a travolgere il potere.
«Come ha fatto un dissidente sovietico a vedere da solo quello che legioni di analisti e di policymaker in Occidente non vedevano? (...) Amalrik non era né meglio informato né più intelligente di chi non ha saputo prevedere il trapasso dell'Urss. È che diversamente da loro, capiva il potere grandioso della libertà.
(...)
Noi dissidenti eravamo certi che alla prima opportunità le masse si sarebbero prese la loro libertà: capivamo che paura e profondo desiderio di essere liberi non si escludono a vicenda. In questa situazione, la politica di accomodamento messa in atto da molti leader occidentali - indipendentemente dalle intenzioni - aveva l'effetto di rafforzare il regime sovietico».
A comprendere «la debolezza di uno Stato che nega la libertà ai propri cittadini» furono il senatore Henry Jackson e il presidente Ronald Reagan. La logica «era semplice»; in cambio della legittimazione, dei vantaggi economici, della tecnologia di cui i sovietici avevano bisogno, Reagan chiedeva che il regime cambiasse atteggiamento verso il popolo. Una rivoluzione in politica estera: prima legata alla condotta internazionale di un regime antagonista, poi legata alla sua condotta interna. Pressati dall'interno e dall'esterno per il rispetto degli impegni presi, cedettero, e una «scintilla» bruciò l'impero di fronte all'Occidente «ammutolito».

Oggi la «lezione sovietica» è completamente dimenticata in Europa.
«Anziché riporre la propria fiducia nel potere della libertà per trasformare rapidamente gli stati totalitari, sono di nuovo impazienti di arrivare alla coesistenza pacifica e alla distensione con i regimi dittatoriali».
"La questione non è la democrazia in Arabia Saudita. È la stabilità in Occidente", ci viene detto, ma «l'11 settembre 2001 abbiamo visto le conseguenze di quella stabilità».

La «fiducia nel potere della libertà» è un merito che al presidente Bush (e a Blair) va riconosciuto, ma gli «scettici della libertà» sono tornati e i loro argomenti sono tremendamente «familiari»:
«C'è una cosa che unisce tutte queste argomentazioni: la negazione che il potere della libertà trasformi il Medio Oriente. Io sono invece convinto che la libertà in qualsiasi luogo renderà il mondo più sicuro in ogni luogo. E sono convinto che le nazioni democratiche, guidate dagli Stati Uniti, abbiamo un ruolo cruciale da svolgere nell'estendere la libertà sul pianeta. Perseguendo politiche chiare e coerenti che legano le relazioni con i regimi non democratici al livello di libertà di cui godono i sudditi di quei regimi, il mondo libero può trasformare qualsiasi società sulla Terra, comprese quelle che dominano il paesaggio attuale del Medio Oriente. Così facendo, la tirannia può diventare, come la schiavitù, un male senza futuro».

I bocconi amari da ingoiare per fare parte del circo

Suvvia, tutto questo giocoso livore per una copertina dedicata da Corriere Magazine a Luca Coscioni? La prima in quattro anni?

I Radicali hanno delle ragioni a lamentarsi dell'esclusione sistematica delle loro voci e dei temi importanti che sollevano da parte dei media. In questi giorni invece, spesso sulla stampa, con molta meno frequenza sulle tv, si parla di loro e dei referendum sulla fecondazione assistita. E' un bene. Poi capita che qualche avversario politico noti questa nuova, ancora piccola ma influente presenza, e se ne dispiaccia tanto da attaccare sul piano personale i protagonisti del mondo e delle battaglie radicali di oggi. Bene lo stesso, dico io.

Solo quando si viene inclusi nel dibattito politico come forza che pesa e non fa solo "testimonianza morale", allora si suscitano invidie e attacchi polemici privi di argomenti di merito. Capita poi, che se l'autore di questi attacchi possiede un sottile intelletto, un'abile penna (e "complicità" interne a Torre Argentina), vengano fuori anche amabili quadretti di colore che, partendo da qualche punta di verità, e farciti da suggestive metafore, hanno lo scopo di colpire ai fianchi molli l'immagine dei radicali e delle loro battaglie. Da tutto questo rimane fuori, s'intende, ogni argomento di merito, ma per i Radicali si tratta di abituarsi a stare nella piazza.

E' il caso di due editoriali di oggi sul quotidiano Il Foglio, di cui vale la pena riportare i titoli. Il primo, La bottega della fede, malcela l'invidia per la recente copertina che Corriere Magazine ha dedicato a Luca Coscioni. Una tale rarità per i Radicali che fa sorridere vedere che qualcuno mastichi così amaro. Ovviamente, se bisogna attaccare, lo si fa sulle parti molli dell'avversario. Quindi l'articolo tralascia i tanti aspetti forti e convincenti dell'Associazione Luca Coscioni, e della battaglia per la libertà di ricerca scientifica, ed esalta invece un aspetto marginale, ma esistente, emerso purtroppo a tratti durante il Congresso dell'Associazione.
Il secondo, Capezzone, il piccolo priore del tardo monachesimo pannelliano, più giocoso e brillante che livoroso, rientra nella categoria "personaggi".

Rothbard, il filosofo della libertà totale

Il contributo di Murray N. Rothbard, e della sua libertà totale, al liberalismo. E' il tema di un convegno organizzato dalla Fondazione Ideazione e dall'Istituto Bruno Leoni giovedì 27 a Roma.
«Una passione per la giustizia istantanea – in breve, una passione radicale – non è utopistica, come sarebbe il desiderio della eliminazione all'istante della povertà... Infatti, la giustizia istantanea potrebbe essere conseguita se abbastanza persone così volessero. Una vera passione per la giustizia, quindi, deve essere radicale – in breve, deve come minimo desiderare di raggiungere i suoi scopi radicalmente e istantaneamente».
Sono i riformisti quelli che propongono «timidamente o "realisticamente"» riforme graduali o scaglionate. I riformatori, come il «libertario verace» è un "abolizionista", «abolirebbe istantaneamente, se potesse, tutte le invasioni della libertà».
«Nel regno della strategia, issare la bandiera del principio puro e radicale è generalmente il modo più rapido per arrivare a scopi radicali. Poiché se lo scopo puro non è mai portato alla ribalta non ci sarà mai alcuno slancio sviluppato per spingere verso di esso». Perché essere libertari, di Murray N. Rothbard
Fonte: ideazione.com

Monday, January 24, 2005

Remare contro la storia, e assumersene la responsabilità

A mettere in luce tutte le contraddizioni e le inadeguatezze storiche della sinistra italiana nei confronti dello scenario internazionale è, nel suo editoriale di oggi che vorremmo trascrivere tutto, Giuliano Ferrara. "Cosa pensano i capi dell'Ulivo delle elezioni in Iraq?" si chiede il direttore del Foglio.

Il voto è domenica prossima, che si tratti di «un tormentato ma gigantesco esperimento di democrazia in una parte di mondo che la democrazia non la conosce e la teme» è opinione diffusa tra autorevoli commentatori. Al Quaeda e i controrivoluzionari baathisti infliggono duri colpi al nuovo Iraq che nonostante tutto tenta di darsi una costituzione e un governo rappresentativo. Sono molti però, nella sinistra italiana a definire queste elezioni una "fiction":

«Erano dall'altra parte quando con la benedizione dell'Onu e della coalizione più multilaterale della storia, compresi tutti gli europei e la maggioranza dei paesi arabi, Saddam fu scacciato dal Kuwait, che aveva invaso. Erano dall'altra parte quando a Milosevic è stato impedito di compiere fino in fondo il massacro etnico nei Balcani. Erano dall'altra parte quando in Afghanistan sono stati smantellati i campi di addestramento di Osama bin Laden e il regime talebano che li proteggeva mentre proibiva la musica, la libertà delle donne, il taglio della barba. Erano dall'altra parte quando gli afghani hanno votato in massa per provarci anche loro a uscire dal buio.

Erano dall'altra parte quando in Iraq la cupa sicurezza della tirannia è stata sostituita dalle incognite della libertà, dalla nascita dei giornali e delle tv libere, dal ripristino delle processioni e dei diritti religiosi, dal formarsi di partiti e di un nucleo iniziale di rappresentatività civile e politica, dallo sforzo di riorganizzare le libertà economiche, dal tentativo costituente di introdurre corti di giustizia e istituzioni civili, di legittimare con il voto e non con la violenza una nuova classe dirigente, dirimendo con la conta invece che con il taglio delle teste i drammatici problemi».
Questi chiamano «resistenza la reazione terrorista alla rivoluzione della libertà». Ok, dice Ferrara, «in democrazia si può sostenere qualunque idea», ma secondo quale criterio si considerano poi «di sinistra, qualsiasi cosa voglia dire sinistra, e a credersi campioni di moralità, qualsiasi cosa voglia dire moralità?». Una domanda che non riguarda tanto loro stessi, ma chi, dice Ferrara, «li ha messi nelle liste dell'Ulivo» e li ha fatti eleggere dal proprio popolo, «chi ha dato a queste posizioni uno statuto e una legittimità politica». Cosa pensano Prodi, Fassino, D'Alema e Rutelli delle elezioni irachene?
«Che si possa dubitare sulla differenza tra chi si batte per la nascita e l'affermazione del diritto di voto e chi manda le autobombe contro le urne? Hanno pensato che la guerra contro Saddam Hussein fosse un errore, d'accordo, ma che cos'altro pensano?»

«L'impero dei diritti dell'uomo»

Il "documento" uscito oggi sul Corriere della Sera è un articolo di Michael Ignatieff e corrisponde esattamente a ciò che vorrei udire dalla sinistra. Riconosce che il «prudente realismo» espresso dal candidato democratico Kerry «ha perso a mani basse» le elezioni, vinte dalla visione di Bush, il «provvidenzialismo democratico»:
«I Democratici, un tempo eredi di grandi sognatori come Franklin Roosevelt e Woodrow Wilson, rischiano di diventare il partito dei piccoli sogni, mentre i Repubblicani, che sotto Nixon e Kissinger sembravano decisi a spogliare la politica estera da ogni alto fine morale, sono diventati il partito che vuole cambiare il mondo».
Va ammesso anche che «la promozione della democrazia da parte degli Stati Uniti» è una gran cosa per il mondo. L'America sarà anche impopolare, «ma la sua egemonia ha davvero coinciso con una rivoluzione democratica nel mondo».

Ora la prova sta nel vedere se la democrazia funzioni nei paesi poveri. Nel libro The Democracy Advantage, realizzato da studiosi di area clintoniana su ispirazione di George Soros, si contesta la tesi del "prima sviluppo, poi democrazia". Le democrazie povere permettono più crescita, meno mortalità infantile e maggiore aspettativa di vita rispetto alle autocrazie. Se è vero che la Cina cresce più dell'India, la Cina dovrebbe però imparare dall'India che «la democrazia mostra come si può armonizzare la crescita con una maggiore equità». Di questo aveva parlato di recente anche Amartya Sen.
«Halperin e i suoi colleghi suggeriscono che la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale abbandonino la pretesa tecnocratica di dispensare solo consigli economici e inizino invece a promuovere la democrazia come prerequisito per il progresso economico. Il programma "Millennium challenge account" dell'amministrazione Bush fa proprio questo...
(...)
Quindi promuovere la democrazia è rischioso, ma appoggiare gli autocrati non fa che posticipare il giorno della resa dei conti "Un uomo, un voto, una sola volta" è un'altra reale preoccupazione: gli islamici (o i despoti secolari) che si servono della democrazia elettorale per abolire la democrazia stessa».
L'esempio più eclatante, con il quale gli Stati Uniti hanno ancora oggi un conto aperto, è quello dell'Iran, quando hanno spalleggiato un autocrate come lo scià di Persia, mettendo l'America dalla parte sbagliata.

Attenzione però, avverte Ignatieff, «i grandi sogni possono essere folli e pericolosi».
«Il provvidenzialismo democratico nutre l'illusione che sia l'America a guidare la storia mondiale. L'America ha un grande potere e dovrebbe usarlo, ma non sempre la storia è al servizio dei grandiosi progetti americani».
L'amministrazione Bush deve dimostrarsi «all'altezza della propria retorica», sia all'estero che in patria, conservando «l'umiltà che viene dalla consapevolezza di essere al servizio di un intero popolo, e non di un disegno provvidenziale che solo i veri credenti possono capire».

La miglior risposta a Pera

E' quella di Luigi Castaldi, sull'Indipendente.
«Chi negherebbe mai che un ammasso informe di placenta, o un embrione senza testa, faccia, cuore e arti, o ancora un feto senza cervello, siano vita? Certo che lo sono, ma sono persona? Via, nemmeno la Chiesa consiglia di battezzare queste forme di vita per strapparle al ghiaccio silenzioso del Limbo. Se è per questo, non consiglia neppure di battezzare gli embrioni in via di espulsione nei casi di aborto spontaneo, per quanto possano essere possibilità e potenza di umano, giunte in uno. Ci sia concesso un poco di amabile confidenza: professor Pera, lei sbaglia, l'embrione non è persona fin dal concepimento.
(...)
dire "l'embrione è persona", intendendo per embrione un'ovocellula fecondata, e dire che la donna è un "veicolo di vita", se anche lei così sostiene, significa far fuori la legge 194, vietare la spirale, battezzare tutti i flussi mestruali. Sì, perché l'aborto in natura è più frequente di ciò che pensa lei. Per farne tre perfetti come lei, Ferrara e Ratzinger, la natura ne spreca almeno il doppio, venuti peggio. Guardi che gliel'assicuro: l'ho studiato mentre lei studiava Popper».

Una storia di identità: voluta, progettata e realizzata

Churchill e Roosevelt a largo di Terranova
«La democrazia è la peggiore forma di governo eccetto tutte le altre forme che sono state provate»
Camera dei Comuni, 11 novembre 1947
Quarant'anni fa, il 24 gennaio 1965, moriva a Londra sir Winston Churchill. Condusse la Gran Bretagna attraverso i drammatici anni e gli infiniti lutti della seconda guerra mondiale infondendo nei sudditi dell'impero il coraggio e le convinzioni ideali senza le quali non sarebbe stata possibile la vittoria finale.

Forse l'impresa dal più alto valore politico che compì fu, il 14 agosto 1941, la firma della Carta Atlantica. L'8 agosto '41, ad Argentia, nella baia di Placentia (Terranova), raggiunse a bordo della corazzata Prince of Wales il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt, a sua volta giunto in totale segretezza a bordo dell'incrociatore Augusta. Il presidente è uscito a pesca, fu diffuso ai media dalla Casa Bianca, mentre in Gran Bretagna, paese in guerra, vigeva la censura. Il giorno dopo, a bordo della Prince of Wales, ebbe inizio la conferenza che produsse la Carta Atlantica.

Churchill ebbe il merito di mettere da parte l'orgoglio imperiale britannico per ottenere uno scopo che intuì essere letteralmente di vitale importanza: far uscire gli Stati Uniti dall'isolazionismo e convincerli ad essere coinvolti apertamente nella lotta contro il nazifascismo. A questo scopo seppe subordinare ogni cosa. Firmando quel documento era consapevole di porre di fatto le basi per la fine dell'Impero britannico. In una delle clausole della Carta che definiva gli assetti post-bellici vi era infatti il principio dell'autogoverno delle nazioni, che al termine delle ostilità doveva essere riconosciuto da tutte le potenze europee senza deroghe.

La Carta Atlantica ha però una grande importanza perché rappresentò - e rappresenta ancora - il manifesto ideale, il progetto di identità - per usare un termine comune di questi tempi - che le democrazie occidentali si diedero per lottare contro il nazismo. I valori condivisi per i quali unire tutti gli sforzi, l'espressione di un "voler essere", di un progetto dinamico da realizzare. Se fosse stato un manifesto utile solo a riaffermare radici fisse ed eredità del passato non se ne sarebbe fatto nulla.

Al termine della guerra, nel 1946, nel discorso pronunciato a Fulton (Usa), Churchill coniò l'espressione «cortina di ferro», a indicare l'inizio di una nuova epoca caratterizzata dalla divisione dell'Europa, e poi del mondo, in due blocchi contrapposti, uno occidentale e democratico, l'altro orientale e dominato dai sovietici. Intuì ben prima di Roosevelt che con la vittoria sul nazismo l'umanità non avrebbe vissuto l'«avvenire felice» che i due leader avevano immaginato, ma che ci sarebbe stato da lottare contro l'espansione di un altro Impero del Male, quello sovietico. Oggi, l'eredità della Carta Atlantica può essere ammirata ogni volta che i popoli liberi collaborano per salvare o proteggere i popoli oppressi da tirannie e terrorismi.
«Un appeaser è uno che nutre un coccodrillo - sperando di venire divorato per ultimo».
Risorse:

  • Il testo della Carta Atlantica
  • I documenti della conferenza
  • Churchill Centre
  • Ricostruzione e analisi di Ron C. Robbins
  • 1965: Last farewell to Churchill (BBC)

  • Con la legge 40 la ricerca è "possibile". Per questo va abolita...

    E' curioso che nei dibattiti nessuno dei difensori della legge 40 argomenti che "no, non è come vi dicono i referendari", questa legge non impedisce la ricerca sulle cellule staminali embrionali. I centri di ricerca possono infatti acquistarne all'estero, qui semplicemente è proibito il lavoro sull'embrione. D'altra parte i promotori dei referendum potrebbero felicemente argomentare che questa contraddizione rivela l'approccio ideologico della legge, che senza soddisfare lo scopo etico, danneggia solo la ricerca e i malati italiani. Ecco perché la legge 40 va abolita!

    Sunday, January 23, 2005

    Non c'è pace senza libertà e democrazia

    Ciampi saluta la salma di ColaLa bara, avvolta nel tricolore, è stata trasportata fuori dal C130 a spalla da alcuni commilitoni. Ad attenderlo sulla pista, a fianco del portellone dell'aereo, un picchetto d' onore formato da carabinieri e militari dell'aviazione. Il presidente Ciampi si è avvicinato alla bara e ha posto le mani sul feretro. Poi è rimasto in piedi per alcuni secondi davanti al feretro mentre risuonavano le note del silenzio... continua
    Fonte: Corriere della Sera

    Informazione scarsa e mediocre, strada in salita

    Il sondaggio pubblicato oggi dal Corriere dela Sera sulle opinioni degli elettori riguardo i temi connessi ai referendum sulla fecondazione assistita mi porta ad alcune considerazioni.

    Primo. La generica e schiacciante predisposizione pro-choice degli elettori rimane una nota solida e promettente per l'esito finale del voto. La cosa più importante: come volevasi dimostrare l'opinione cattolica non si esprime in modo monolitico, la percentuale dei sì che giungono dai cattolici si aggira intorno al 25%, ed equivale alla percentuale dei no che giungono dai laici.

    Secondo. Il quesito di abrogazione totale della legge corrispondeva nel modo migliore a questa predisposizione, mentre i quesiti rimasti sono - in qualsiasi modo siano scritti - complessi, generano «confusione, disorientamento e indecisione», aprono spazi a mistificazioni. Un quarto dell'elettorato già ad oggi approva — sia pure con diverse intensità — l'insieme dei quesiti dei promotori mentre meno di un decimo si dichiara contrario a tutti e, di conseguenza, totalmente favorevole a quanto disposto dalla legge. Quasi nessun insomma avrebbe difeso la legge nealla sua totalità.

    Terzo. Sorprende che il quesito per la fecondazione eterologa sia quello attualmente più avanti. Fino a un certo punto però, poiché è anche quello che a mio avviso presenta minori problemi etici. Verrebbe invece bocciato il quesito per abrogare la parità di diritti embrione-persona.

    Quarto. Ad oggi il quorum sarebbe comunque a portata di mano, non perché gli elettori abbiano acquisito convinzioni specifiche, ma perché sembrano "intuire" l'importanza dei temi. Nessun dibattito serio e puntuale sui quesiti ha ancora raggiunto l'opinione pubblica, che tende a) a rimanere ancora molto indecisa nel merito; b) a schiacciare le sue posizioni su quella dei partiti. Il dibattito acceso sui quotidiani si mantiene all'interno di una cornice filosofico-intellettuale, tralasciando di entrare nel merito dei quesiti. In tv, quando se ne parla, si banalizza ed è rissa senza che i conduttori si adoperino per un po' di chiarezza. C'è tempo per rimediare.

    Quinto. Tutto ancora dipende dalla campagna di comunicazione dei referendari. L'embrione è vita, negarlo è suicida, si discute se debba avere gli stessi diritti delle persone. L'argomento della libertà di scelta, senza imposizioni dello Stato, sui temi etici è il più convincente anche tra i cattolici: la legge 40 vieta a tutti dalle convinzioni di alcuni, i referendum invece consentono ai no di continuare a dire no.

    Editoriali imperdibili: Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera, inchioda il Vaticano alle sue responsabilità e alle sue contraddizioni. Su la Repubblica, Eugenio Scalfari contesta in modo puntuale le affermazioni del cardinale Ruini: intervenendo - non solo sui referendum - nel merito delle leggi dello Stato che regolano la convivenza civile, ha violato gli articoli 1 e 2 del Concordato sulla separazione tra Stato e Chiesa.

    Saturday, January 22, 2005

    Bush fissa nuovi-vecchi standard: dargli credito conviene

    Four More YearsL'ultimo e tra i più completi manifesti neocons. Un discorso né ingenuo, né semplice, né pericoloso. «Da ora in avanti, i confini fissati da qualsiasi processo di pace non saranno meno importanti della natura dei regimi in quel processo»

    Coglie l'essenziale David Brooks sul New York Times, che vede nel discorso inaugurale del presidente Bush la migliore risposta a chi detesta l'America per il suo presunto materialismo, mentre gli ideali sarebbero una farsa. Invece no, è il contrario, l'America vera è l'America degli ideali. Fra un paio d'anni, il discorso di Bush, deriso oggi perché vago e distaccato dalla realtà, sarà ancora «realistico e attuale nel mondo, portatore di conseguenze ogni giorno».

    Un discorso che «trascende» la guerra al terrorismo, per divenire «standard» sul quale giudicare l'azione sua e dei suoi successori... «le sue parole accompagneranno Bush e i futuri presidenti...», sarà «difficile» per i governi americani sostenere dittature come hanno fatto in America Latina, ignorare o frustrare la speranza di libertà dei popoli oppressi. Dare credito al discorso di Bush, che ha fissato questi standard per la politica estera americana, conviene a tutti coloro cui stanno a cuore la democrazia e la libertà, anche ai detrattori di George W., per denunciare i suoi errori da una visuale corretta.

    «Da ora in avanti, i confini fissati da qualsiasi processo di pace non saranno meno importanti della natura dei regimi in quel processo».
    Nessuna crociata globale, ma impegno per le riforme, per scegliere la libertà, con strade diverse da nazione a nazione. Gli americani sono «idealisti che affrontano il problema». Gli Stati Uniti sono «ricchi e potenti» non perché i cittadini sono «più simpatici o migliori», ma perché gli ideali sui quali si fondano sono ancora «attuali e veri».

    Coglie l'essenziale anche William Kristol, che ha scritto sul Weekly Standard:
    «Basato su Strauss e ispirato da Paine, appellandosi a Lincoln e alludendo a Truman, iniziando con la Costituzione e concludendo con la Dichiarazione, attraversato dall'eco di frasi bibliche, è stato un discorso potente e sottile. Dimostrerà anche di essere un discorso storico».
    «Se alle parole seguiranno le azioni, e se il successo saluterà i suoi sforzi», si aprirà una nuova era nella politica estera americana. Una nuova era che si fonda «sugli sforzi e i successi» di Truman e Reagan. Nell'annunciare il sostegno a istituzioni e movimenti democratici, con lo scopo ultimo della fine della tirannia nel mondo, c'è Truman, quando il 12 marzo 1947 spiegò al Congresso la sua dottrina:
    «Credo che debba essere la politica degli Stati Uniti sostenere i popoli liberi che stanno resistendo al tentativo di oppressione da parte di minoranze armate o pressioni esterne».
    Ma il «contenimento» poteva andar bene per la guerra fredda, poi Reagan andò oltre e parlò di sconfiggere il comunismo. Ci riuscì e ora Bush collega le «profonde convinzioni» del popolo americano ai suoi «vitali interessi». Nonostante i suoi detrattori abbiano subito cercato di vedervi l'annuncio di nuove guerre e di una politica imperialista, l'obiettivo della fine della tirannia è un «lavoro di generazioni» e non il principale compito degli eserciti.

    Altro merito di Bush l'aver parlato chiaro al mondo. Ci sono alleati democratici ai quali ha chiesto aiuto. Governi dalle braccia troppo lunghe, ai quali Bush ha chiesto di intraprendere riforme per il progresso e la giustizia - in quel caso l'America sarà al loro fianco - e ha annunciato che eserciterà pressioni, sosterrà dissidenti e riformatori di quei Paesi. Poi ci sono regimi fuori-legge, e per questi ha citato Lincoln:
    «Coloro che negano la libertà agli altri non meritano di averla per se stessi; e, sotto la legge di un Dio giusto, non possono mantenerla a lungo».
    In questi casi l'obiettivo è regime change, con la forza se necessario.

    Per Doyle McManus, Los Angeles Times, nella lotta senza fine sulla politica estera americana, il discorso di Bush («This is real neoconservatism», ha commentato Robert Kagan) rappresenta una vittoria schiacciante per i neoconservatori, gli idealisti, che vengono così «spinti fuori dall'ombra».

    Lo cito solo perché è uno storico autorevole. Sul Guardian, Eric Hobsbawm sostiene che l'idea di esportare le democrazia è «pericolosa». Non mi convince per niente perché è la solita solfa del "non-sono-ancora-pronti", "mancano-i-presupposti-necessari" etc. Invece è utile «Idealism and Its Discontents», articolo nel quale Victor Davis Hanson, su National Review, smonta per punti la definizione "neoconservatore" come insulto.

    Friday, January 21, 2005

    Rivoluzione liberale permanente

    Al solito è Christian Rocca, sul Foglio, a descrivere al meglio lo spirito del «Mezzogiorno di libertà» di Bush. Il discorso del presidente americano, «il più radicale manifesto libertario degli ultimi decenni. Una specie di Mister-Gorbaciov-tiri-giù-quel-muro su scala globale», fa proprio lo slogan «Freedom Now».
    «Bush ha impegnato il suo paese, ufficialmente, a perseguire una politica antitotalitaria ovunque e dovunque, perché "gli interessi vitali dell'America e le nostre più profonde convinzioni ora sono la stessa cosa". Idealismo più pragmatismo, liberalismo assalito dalla realtà, freedom e liberty, liberty e freedom.
    (...)
    Il secondo mandato, se qualcuno aveva ancora dei dubbi, sarà ancora più radicale, o neoconservatore, riguardo la promozione della libertà e della democrazia, "non perché siamo la nazione scelta da Dio", ma perché "è nel nostro interesse", "ci crediamo profondamente", "lo richiede la sicurezza della nostra nazione" ed "è l'impegno del nostro tempo"».
    Segnalazioni sulla stampa Usa. Sul New York Times è William Safire a tessere le lodi del «Freedom Speech» bushiano. «An American revolutionary», viene definito Bush da Jonah Goldberg su National Review. Per Fred Barnes, Weekly Standard, il merito maggiore del discorso di Bush è stato quello di aver abbattuto il muro che divide idealisti e realisti in politica estera, mentre individua nell'impegno a sostenere i movimenti democratici n tutto il mondo il passaggio più significativo.

    «La sicurezza è possibile solo attraverso l'espansione della libertà», è il senso che Andrew Sullivan trae dal discorso,definito «liberal vecchio-stile»: fusione di internazionalismo liberal e ralismo, ecumenico. Sullivan ha a mio avviso il merito di aprire domande coerenti con la tradizionale concezione conservatrice di libertà at home: come si concilia, per esempio, l'espansione della libertà con l'espansione dei poteri e dell'intervento del governo federale? E' davvero questo un presidente conservatore? Mi sembra quanto mai pertinente la domanda di Peter Robinson su National Review.

    «Non è ora di lasciare Baghdad»

    Su La Stampa di oggi due storici realisti repubblicani, Henry Kissinger e George Schultz, firmano un editoriale in cui respingono ogni ipotesi di exit strategy dall'Iraq per gli Stati Uniti:
    «Il prerequisito per una strategia di uscita accettabile è un risultato sostenibile, non una scadenza arbitraria. Perché da quello che sarà dell'Iraq dipenderanno i prossimi dieci anni di politica estera americana. Una débâcle darebbe l'avvio a una serie di convulsioni nella regione, radicali e fondamentalisti arriverebbero al potere con il vento apparentemente in poppa. Ovunque vivano popolazioni significative di musulmani, ci saranno sempre elementi radicali. Ma se gli americani si mostrassero confusi in Iraq, il senso di marcia del resto del mondo cambierebbe. Un ritiro precipitoso quasi certamente scatenerebbe una guerra civile, e i Paesi vicini trasformerebbero il loro attuale coinvolgimento in un intervento vero e proprio».
    Ma non basta non andarsene, bisogna attuare una «strategia praticabile», e le risosrse necessarie, per ottenere «un risultato compatibile con i nostri valori e con la sicurezza globale». Non è realistico aspettarsi, come pensano «ottimisti e idealisti», istituzioni democratiche in tempi brevi. Bisogna puntare però a un «progresso significativo»: un governo rappresentativo legittimato dai diversi gruppi etnici. Una «società pluralista a guida sciita» sarebbe desiderabile sempre che gli sciiti non intendano dar vita a «un'applicazione assolutista del governo della maggioranza».

    Parole dure sugli europei:
    «E' tempo che la smettano di stare alla finestra - una vergogna per loro e per la nostra tradizionale alleanza: comunque vedano le cose, il processo politico in atto influirà sul loro futuro ancor più che sul nostro».

    Thursday, January 20, 2005

    Scelta chiara e morale. La libertà non può vivere in un solo Paese

    Bush giuraUn appello mondiale per la libertà, at home and abroad, la speranza permanente del genere umano

    Ampi stralci del discorso di insediamento del presidente George W. Bush per il suo secondo mandato. Fede nella libertà virtuosa, sostegno a tutti i popoli oppressi, mano tesa agli alleati per promuovere la democrazia, giudizio senza mezzi termini per gli oppressori, per l'America una missione chiara e morale.

    «Siamo portati, dagli eventi e dal buon senso, ad una conclusione: la sopravvivenza della libertà nella nostra terra sempre di più dipende dal successo della libertà nelle altre terre. La migliore speranza per la pace nel mondo è l'espansione della libertà in tutto il mondo.
    (...)
    Gli interessi vitali dell'America e le nostre più profonde credenze sono una cosa sola. Dal giorno della nostra fondazione, abbiamo proclamato che ogni uomo e donna su questa terra ha diritti, e dignità, e valore impareggiabile, perché essi vestono l'immagine del Creatore del Cielo e della Terra. Attraverso le generazioni abbiamo proclamato l'imperativo dell'autogoverno, perché nessuno è nato padrone, e nessuno merita di essere schiavo. Far avanzare questi ideali è la missione che ha creato la nostra Nazione. E' l'onorevole successo dei nostri Padri. Ora è l'urgente requisito per la sicurezza della nostra Nazione, e il vocazione del nostro tempo.
    (...)
    Così è la politica degli Stati Uniti quella di ricercare e sostenere la crescita dei movimenti e delle istituzioni democratici in ogni nazione e cultura, con l'obiettivo ultimo della fine della tirannia nel mondo. Questo non è principalmente il compito delle armi, sebbene difendiamo noi e i nostri amici con la forza delle armi quando necessario. La libertà, per sua natura, deve essere scelta e difesa dai cittadini, e sostenuta dallo stato di diritto e dalla tutela delle minoranze. Quando l'anima di una nazione finalmente parla, le istituzioni che sorgono riflettono costumi e tradizioni molto diverse dalle nostre. L'America non imporrà il suo stile di governo a coloro che non vogliono. Il nostro obiettivo invece è di aiutare gli altri a trovare la propria voce, la propria libertà, e farlo a modo loro.
    (...)
    Noi chiariremo con perseveranza la scelta dinanzi ad ogni governante e ogni nazione. La scelta morale tra l'oppressione, sempre sbagliata, e la libertà, eternamente giusta... non c'è giustizia senza libertà, e non ci possono essere diritti umani senza libertà umana».
    Messaggi chiari agli oppressi di tutto il mondo:
    «Tutti coloro che vivono nella tirannia e nella disperazione possono sapere: gli Stati Uniti non ignoreranno la vostra oppressione, o giustificheranno i vostri oppressori. Quando vi solleverete per la vostra libertà, noi ci solleveremo con voi.
    I riformatori democratici che affrontano la repressione, la prigione o l'esilio possono sapere: L'America vi vede per quello che siete: i leader futuri dei vostri paesi liberi.

    E tutti gli alleati degli Stati Uniti possono sapere: noi onoriamo la vostra amicizia, ci fidiamo del vostro consiglio, e dipendiamo dal vostro aiuto. La divisione tra le nazioni libere è l'obiettivo principale dei nemici della libertà. Lo sforzo congiunto delle nazioni libere per promuovere la democrazia è il preludio alla sconfitta dei nostri nemici».

    «Tifavo Kerry, ma George W. è più intelligente su un paio di temi»

    Parola di Amartya Sen, l'economista premio nobel convinto che «Libertà è sviluppo. Perché non c'è crescita senza democrazia». Bush «mi ha convinto con il suo pragmatismo». Ha vinto? «Non è la fine del mondo. Cerchiamo di essere pragmatici: ci sono terreni sui quali Bush ha avuto posizioni politiche molto più intelligenti di quelle di Kerry». Sulla delocalizzazione delle imprese, sulla competizione con Cina e India, sulla legalizzazione dell'immigrazione, le posizioni di Kerry erano «espressione di una "economic illitteracy", vero analfabetismo economico».

    L'opposizione alla delocalizzazione è spia di un «pensiero antiquato».
    «Non sono certo un fondamentalista del liberismo, ma penso che per l'Europa, oggi, sia molto più importante difendere nel mondo il concetto di democrazia. Perché è spazzatura, pura spazzatura, sostenere che la Cina è cresciuta tanto tumultuosamente grazie al suo deficit di democrazia. La crescita non è mai favorita da un clima di brutalità e i frutti in democrazia si distribuiscono meglio».
    Come in India: crescita meno tumultuosa ma più qualità della vita, più equilibrio e spazi di dibattito pubblico.

    Al Corriere della Sera parla anche della relazione tra povertà e terrorismo, c'è «ma non è così automatica» Su RadioRadicale.it l'audiovideo della lezione di Amartya Sen alla Luiss. Nel caso dell'Afghanistan per esempio bisogna tenere conto di diversi fatti:
    «Ci sono stati i talebani, c'è stata l'occupazione sovietica, senza ricordare il ruolo degli Stati Uniti in quella fase, senza riflettere sulla diffusione del fondamentalismo... Enfatizzare unicamente il nesso tra povertà e violenza sarebbe un errore.... Insomma, il fondamentalismo andrebbe analizzato in chiave politica, più che religiosa, ricordando che sì, la povertà è uno degli alimenti dell'estremismo, ma non il solo».
    Islam e democrazia possono procedere insieme, dunque.
    «I governi nascono dalle discussioni e nella società islamica c'è una lunga tradizione di discussioni pubbliche... Non possiamo ignorare che esistono delle democrazie alimentate da popolazioni in cui la componente musulmana è forte».
    «Depresso» se pensa all'Iraq:
    «Non era quella la via da seguire, non si dovevano escludere le Nazioni Unite sin dall'inizio. Adesso è importante che tutti i Paesi si uniscano per riportare la pace in Iraq».

    Wednesday, January 19, 2005

    Testa-coda della Chiesa spagnola sulla contraccezione

    L'abbiamo atteso con "trepidazione" per tutta la giornata e finalmente, ahimé, è arrivato. Il dietro-front. In verità la Chiesa spagnola non ha mai cambiato la sua posizione sull'uso del preservativo e continua a ritenere che sia «contrario alla morale della persona» e non può quindi essere consigliato. Questa la «precisazione» tanto attesa, da parte del segretario della Conferenza episcopale Juan Antonio Martinez Camino.

    La dichiarazione che aveva sbigottito i porporati di mezz'Europa e che ha provocato la precisazione giungeva dopo una riunione con il ministro spagnolo della Sanità Elena Salgano, dopo la quale i vescovi spagnoli avevano dichiarato che «il preservativo ha un ruolo ben preciso nel contesto della prevenzione integrale e globale dell'Aids», aderendo integralmente alla cosiddetta strategia Abc: astinenza, fedeltà, preservativo. Si era appena consumata una evidente rottura con la dottrina e le disposizioni del Magistero in materia.

    Mentre le prime preoccupate reazioni dal mondo cattolico europeo puntavano l'indice su un'errata interpretazione del testo diffuso, in Spagna si sommavano rallegramenti e commenti positivi dal governo socialista, dal quotidiano El Pais, da associazioni laiche e omosessuali, mentre il quotidiano ABC interpretava le opinioni espresse dalla Conferenza episcopale come un «chiarimento», aggiungendo che «la dottrina della Chiesa non giudica immorale l'utilizzo del preservativo al solo fine di prevenire il contagio dell'AIDS per via sessuale».

    Un nuovo ordine internazionale promosso dalla comunità delle democrazie

    Condoleeza RiceNessuno meglio di Christian Rocca ci racconta l'audizione del nuovo segretario di Stato Usa Condoleeza Rice alla Commissione Esteri del Senato. Rafforzare le alleanze internazionali per esportare la libertà è l'obiettivo chiave espresso nel discorso-manifesto della politica estera di George W. Bush. Trascrizione - Video
    «Dobbiamo usare la diplomazia americana per far pesare la bilancia del potere mondiale in favore della libertà. E' l'ora della diplomazia, è il momento di ricucire i rapporti con gli alleati, la nostra interazione con il resto del mondo deve essere una conversazione, non un monologo, lavorerò con i membri del Congresso per costruire un forte consenso bipartisan dietro la politica estera americana».
    I tre compiti del suo mandato e dell'America:
    «Uniremo la comunità delle democrazie per costruire un sistema internazionale che si basi su valori condivisi e sullo Stato di diritto. Secondo, rafforzeremo la comunità delle democrazie per combattere le minacce alla nostra sicurezza e alleviare l'assenza di speranza che alimenta il terrorismo. Terzo, diffonderemo la libertà e la democrazia nel mondo».
    L'America rifletta sull'eredità di Martin Luther King:
    «Sono personalmente in debito con chi ha combattuto e si è sacrificato nel movimento dei diritti civili, soltanto grazie a loro io sono qui... L'esempio del reverendo altro non è che il trionfo dei valori universali della democrazia e della libertà: questi valori comuni sono la fonte di speranza anche per gli uomini e le donne che si battono in giro per il mondo per la causa della libertà. E' nostro dovere far avanzare quei valori».
    Gli «avamposti della tirannia» sono ancora 6: Iran, Corea del Nord, Cuba, Bielorussia, Birmania, Zimbabwe.
    Stoccata a Vladimir Putin: «La protezione della democrazia in Russia è vitale per il futuro delle nostre relazioni».

    Il clintoniano Richard Holbrooke, con un articolo sul Washington Post, ha apprezzato la scelta delle seconde linee fatta per il Dipartimento di Stato, a cominciare dal numero due Robert Zoellick, un diplomatico di valore che ha lavorato con serietà, onestà e lealtà per varie amministrazioni. Segno, ha riconosciuto Holbrooke, che si conta sulla competenza più che sull'ubbidienza.

    Inaugurazione presidenziale. Expect Bush to sound like Woodrow Wilson, Michael Barone sul Wall Street Journal

    Oscar della politica 2004

    I voti del Riformista e del Sole 24 Ore vanno a Berlusconi e Bertinotti. Proprio perché entrambe queste scelte sono sostenute da forti ed evidenti motivazioni, dovremmo preoccuparci seriamente della situazione di blocco che vive la politica italiana. I due vanno a braccetto nel loro gioco delle parti: il presidente e il suo più conveniente oppositore, l'oppositore e il suo più conveniente presidente.

    Tuesday, January 18, 2005

    Il guaio dei riformisti è che non ci credono neanche loro

    La vittoria di Niki Vendola (sarò presuntuoso, ma ci avrei scommesso) nelle primarie del centrosinistra per il candidato governatore in Puglia questo dimostra. Accuse e sospetti sono fuori luogo. Non è la forza di Vendola, ma l'inconsistenza degli altri, dei sedicenti riformisti. Onore al Riformista giornale, dove ho letto i migliori commenti: prima pagina, pagina 2 e pagina 3, ma soprattutto in "Perché i riformisti non sono popolari". Innanzitutto, nell'individuare la vittoria del Vendola come il primo dei due passi (l'altro sarà compiuto dalle primarie nazionali da dove Bertinotti uscirà n° 2 del centrosinistra e comunque rinforzato) che renderà «il volto dell'alleanza meno rassicurante e più "comunista"» agli occhi degli elettori. Poi, nell'affondare:
    «Che cos'è che rende così poco popolari i riformisti? E perché più lo sono davvero e meno popolari sono? Secondo noi la causa prima è in una forma di autocensura, cui i riformisti impegnati in politica costantemente ricorrono. Il riformista che deve cercare voti ha spesso paura della radicalità delle proprie idee. Per questo le annacqua, le edulcora, le nasconde, e alla fine manda un messaggio non moderato, ma solo ambiguo. Il radicale, invece, ha libertà di parola: può dire tutto quello che vuole, anzi, più esplicitamente lo dice e meglio è per lui: parlando allo stomaco dei suoi elettori, sembra uno che parla col cuore.
    (...)
    per qualche ragione che ha a che fare con la storia della sinistra italiana (ex comunista), il riformista vi si sente sostanzialmente un estraneo, e dunque si taglia le unghie per farsi accettare. Blair non ha vergogna di fare appello all'individualismo, o di prendere di petto l'antiamericanismo: in Italia la sua sfrontatezza è un tabù che nessuno osa sfidare. Guardate il caso di Rutelli: ha detto due cose abbastanza ovvie, che socialdemocrazia ed egualitarismo non sono più strumenti per una sinistra moderna. In Europa lo sanno per primi i socialdemocratici, che a Londra come a Berlino e perfino a Stoccolma hanno rinnovato la socialdemocrazia e messo in soffitta l'egualitarismo da un quarto di secolo. Ma in Italia cose così non si possono dire, sennò apriti cielo...»
    Quindi la conclusione:
    «Così i riformisti sembreranno sempre la destra della sinistra, e nessuno si accorgerà che, nel mondo di oggi, i conservatori sono quelli della sinistra-sinistra, della sinistra che non si tocca...»
    I sedicenti riformisti sono - per ora - grigi burocrati con il feticcio dell'unità della sinistra, ma con nessun coraggio. Non hanno mai neanche provato a convincere i loro elettori, ad ingaggiare la necessaria battaglia di idee per rinnovare la cultura politica della sinistra italiana, ma solo cercato di conservare con tutti i mezzi le maggioranze interne. Tenerezza per i tentativi all'acqua di rose di Rutelli.

    La memoria socialista e i comunisti di sempre

    Cinque anni fa è morto l'ultimo esiliato, l'unico della prima Repubblica che non ha fatto in tempo a riciclarsi, Bettino Craxi.
    Gli hanno gettato addosso insulti, fango e monetine. Hanno voluto abbatterlo per via giudiziaria, per depredarlo dell'obiettivo politico di una vita: la socialdemocrazia alla europea che oggi difendono coi denti dagli attacchi di Rutelli. L'ha liquidata come un ferro vecchio del '900 e ha ragione, scrive John Lloyd sul Riformista: «Blair non vince da socialdemocratico».
    Semplicemente detestavano che fosse lui, Craxi, il demiurgo dell'esperimento socialdemocratico in Italia. L'hanno voluto loro il giochino, adesso lo difendono e che cosa sono oggi? Socialdemocratici? No, i comunisti di sempre!

    Erroraccio blu o censura da "Caso Italia"?

    Peccato che questa volta si tratti della sempre inappuntabile Regime e Stampa di Massimo Bordin, su Radio Radicale. Stamani (ascolta) neanche una segnalazione, non dico lettura, per questo articolo su referendum e cattolici - il titolo: "Il sì dei cattolici non è disobbedienza. La Chiesa ricordi il sensum fidelium"; il catenaccio: "Radicali2. La campagna referendaria e i credenti". Peccato, l'articolo riprendeva tra l'altro un intervento molto caro a Marco Pannella, quello di Padre Pohier al convegno su Laicità e Religioni in Europa organizzato a Bruxelles. Si tratta della prima "traccia" di quel convegno apparsa sulla stampa.
    Una buona occasione sciupata.

    Una strategia per quattro Sì da cattolici

    San Pietro, veduta aereaJimMomo oggi è sul Riformista con un suo articolo (versione stampabile). N.B.: sul quotidiano compaiono titoli e sottotitoli diversi

    Argomenti "teologici" per un cattolico che voglia votare Sì. Come le gerarchie ecclesiastiche tengono in ostaggio la religiosità dei credenti

    Nei giorni scorsi, dalle colonne del Corriere della Sera, Piero Ostellino invitava a non «alzare nuovi e anacronistici "steccati" fra cattolici e laici» in occasione della campagna referendaria sulla fecondazione assistita. Il segretario dei Ds Piero Fassino manifestava il timore di uno scontro «stile anni '70», e riteneva possibile anche per un cattolico votare sì. Tutti a parole vogliono evitare uno scontro fra laici e cattolici, divisione di cui si nega l'esistenza perché "questi" sono temi trasversali. Siamo sicuri che esista un "campo cattolico"? Cosa si intende con l'espressione il "mondo cattolico"? Non conviene forse ai referendari - è questa la strategia a cui mi riferisco - concentrare le loro attenzioni proprio sui credenti?

    Apprendiamo dal Corriere che uno dei giudici della Consulta, Franco Bile, relatore sul quesito bocciato, quello proposto dai Radicali, «pur essendo un cattolico osservante e dunque presumibilmente favorevole alle nuove norme, si è battuto sino alla fine affinché fosse ammesso il referendum e probabilmente non scriverà la motivazione, in modo da rendere pubblico il suo dissenso». Ci dimentichiamo troppo spesso con quali percentuali, decenni fa, i cittadini si espressero nei referendum su divorzio e aborto (60% a favore del divorzio, al nord oltre il 70; 68% a favore dell'aborto). Il nostro Paese è indubbiamente a maggioranza cattolica, ma dov'era allora quella maggioranza? Fu la sconfitta della linea Fanfani-Almirante.

    Quando si parla di laicità e religione, di Stato e Chiesa, anche al riguardo dei temi etici, il problema è che sottovalutiamo, per usare un'espressione di Ostellino, «quanto cristianesimo e liberalismo si incontrino qui felicemente. "I metafisici religiosi che hanno asserito l'esistenza del libero arbitrio - ha scritto John Stuart Mill ("La logica delle scienze morali", in Economia e Scienze sociali) - hanno sempre sostenuto che esso è compatibile con la prescienza, da parte di Dio, delle nostre azioni: e se è compatibile con la prescienza divina, allora sarà compatibile con qualsiasi altra prescienza"».

    Il libero arbitrio dunque, ma anche il problema di un popolo di Dio le cui credenze religiose sono troppo spesso identificate sic et simpliciter con i precetti dettati dalle gerarchie ecclesiastiche. Il credente, "intimidito" da tale stretta identificazione, è portato all'autocensura e a vivere come "eretici" i propri dubbi e i propri sentimenti, quando si trovasse a pensare e ad agire diversamente dalle indicazioni del clero.

    "La Chiesa dice che...", è un'espressione comune. Ma qual è il soggetto in questa frase? E' la domanda che si è posto Padre Jacques Pohier intervenendo al recente convegno organizzato a Bruxelles da Marco Pannella su "Laicità e Religioni in Europa". Domenicano francese, già Decano di teologia morale alla Facoltà Pontificia di Saulchoir, ex presidente dell'Associazione per il diritto a morire nella dignità, e autore del libro "La morte opportuna", dal '79 gli fu impedito di presiedere assemblee liturgiche e di insegnare pubblicamente.

    Cosa si intende per "la Chiesa"? Il Vaticano e le gerarchie? La comunità dei credenti? O un'unione delle due entità? Padre Pohier ha spiegato che tra i «luoghi teologici, i luoghi dove la teologia individuava le sue fonti (le Sacre Scritture, i Concilii, Santi e Dottori della Chiesa), vi era anche un elemento molto importante, il Sensus Fidelium (il sentimento dei fedeli). L'esperienza che i fedeli fanno della propria fede era uno dei luoghi teologici, dello stesso valore di tutti gli altri». Oggi è ignorata. Un magistero che non prenda in considerazione il Sensus Fidelium è in realtà «inammissibile» proprio dal punto di vista teologico. Fu Padre Yves Congar a trattare il concetto della receptio. «Dimostrò, perché studiò la storia della teologia, che durante secoli e secoli la Chiesa ha considerato che una dottrina promulgata dalle gerarchie veniva invalidata se non oggetto di una receptio da parte dei fedeli». Una condizione sine qua non, dunque, perché gli insegnamenti proposti dalle gerarchie fossero validi, era che fossero recepiti, accettati e rispettati dalla comunità dei credenti.

    Se, come stabilì il Concilio Vaticano II, "la Chiesa" è costituita dal popolo dei credenti, e le gerarchie ne fanno parte, innanzitutto è importante sottolineare la distinzione tra la gerarchia ecclesiastica (o il Vaticano) e l'espressione "la Chiesa". Poi occorre guardare con altra luce a come la fede viene vissuta dai credenti. Per quanto riguarda ad esempio la famosa enciclica Humanae Vitae sulla contraccezione, la non receptio da parte della comunità dei credenti sembra evidente. Come per il divorzio, l'aborto, e come forse sarà per la fecondazione assistita e la libertà di ricerca scientifica.

    Lasciando da parte i singoli casi di non receptio, ciò di cui dobbiamo tornare a convincerci è che se la teologia stessa tiene in così grande considerazione il "sentimento dei fedeli", allora non v'è alcun motivo perché il credente abiuri la propria fede per "vivere" scelte diverse rispetto a quelle indicate dal Vaticano. Può farlo, e sostenere le sue posizioni dall'interno della Chiesa, senza sentirsi pregiudizialmente "in errore".

    E' ora che in Europa il mondo cattolico possa esprimersi nella sua complessità, che il Sensus Fidelium venga riscoperto, che il singolo credente sia consapevole della piena legittimità che il Cristianesimo gli attribuisce di ricevere con approccio "critico" le dottrine impartite dalle gerarchie ecclesiastiche, anche per quanto riguarda il proprio impegno politico, o quando si tratti di controversi temi etici. Al recupero di queste nozioni, al risveglio di questa piena autonomia di giudizio del credente, deve lavorare tutto il mondo laico - non laicista - ponendosi come primo concreto obiettivo una campagna referendaria nella quale i credenti possano vivere le proprie scelte non in contraddizione con il proprio sentimento religioso soggettivo.

    A Colin Powell il premio "I Have a Dream"

    Ecco le parole del presidente Bush alla cerimonia di premiazione:
    Every year on this day we reflect the history of civil rights in America. It's a story of our founders, among them, slave owners, who declared a standard of equality and justice that would one day be used to put an end to slavery. It's a story of a terrible war that freed men and women from bondage, but not from oppression and segregation. It's a story of generations "not having received the promises, but having seen them afar off." And it's a story of Americans like Reverend Dr. Martin Luther King, Jr., who held our nation to those promises and would not rest until they were written into law. Leggi tutto

    Monday, January 17, 2005

    Melinda e Melinda

    Sono assolutamente un fan di Woody Allen. E tra le mille buone ragioni che ho di esserlo c'è la sua inimitabile capacità - da profondo liberal newyorchese - di sfottere impietosamente i liberal per le loro sciocche nevrosi, tic, e futili snobberie. Nel suo ultimo film Melinda e Melinda, che consiglio a tutti se non l'avete già visto, racchiude in poche battute, in una sola scena, un perfetto ritratto dei cambiamenti politici che investono l'America di oggi.

    Un personaggio maschile appena mollato è ad una festa per essere presentato ad una ragazza single. Lui liberal, lei repubblicana. Il problema lo tormenta e decide di affrontare subito l'argomento con lei. Non è che dopo essere stati a letto finiamo a dividerci sui tagli alle tasse? Lui è rigido e complessato, e a lei la questione non interessa. Lei, maggiorata in abito nero succinto, è attraente, ammiccante, disinibita, una femme fatale, quasi una vamp. Ma repubblicana in carriera. E' lei che vuole abbandonare la festa: andiamo a casa tua... A questo punto lui si rilassa e comincia a piacergli il seguito che si prospetta: «Giuro che non voterò mai più contro la preghiera nelle scuole!»

    Per carità, è solo la battuta riuscita di un film, ma il quadretto è perfetto. Di questi tempi i liberal appaiono come i "conservatori", quelli posati, ben educati, con degli schemi e le loro vecchie certezze, al limite del noioso e dello scontato. Mentre i repubblicani fanno la parte dei provocatori, di quelli in fermento, inquieti, che i vecchi schemi vogliono romperli. Sono generalizzazioni e non tutti vi rientrano, ma insomma un po' è così e Woody Allen ce lo ha rappresentato in modo divertente.

    La Cei si allea con il partito degli indifferenti

    Con quel 30/40 per cento di italiani che fanno parte del bacino fisiologico di astensione dalle votazioni. La dichiarazione di voto dei Vescovi, per bocca del cardinale Camillo Ruini, è no al cambiamento della legge (in ogni sede) e astensione dai referendum. La notizia è che c'è un'indicazione, e non è libertà di coscienza.

    Usa la forza chi sa di non avere potere. L'ennesima scelta che lentamente allontana la Chiesa dalla sua vocazione ecumenica e le gerarchie dai sentimenti dei fedeli.

    Domenica, al telefono con la manifestazione "Neveazzurra" a Roccaraso, Berlusconi ha ribadito che l'indicazione di Forza Italia per i referendum sulla fecondazione assistita è: libertà di coscienza. Un'indicazione che giorni fa era sembrata anch'essa un invito all'astensionismo, ma che invece domenica è sembrata sincera. Con il Cav. ogni interpretazione andrà poi confermata dai fatti.

    Da Abu Mazen un segno +

    Il neo-presidente dell'Anp Abu Mazen schiera ai valichi le forze di sicurezza palestinesi con l'ordine: «Impedite gli attacchi ad Israele». Massimo del rilievo alla notizia più importante giunta dalla Palestina dopo la morte di Arafat. Leggi

    Un sottovoce rubato

    Quelli de Il meglio e il peggio di Radio Radicale segnalano questo «sottovoce rubato» a Marco Pannella proprio all'inizio della conversazione settimanale di ieri: «Berlusconi ho visto», sembra sussurrare il leader radicale. E' il vero motivo del ritardo di mezz'ora con il quale la trasmissione è iniziata? Ascoltate voi stessi e dite la vostra.

    P.S. ore 14.23: ho ricevuto tramite posta elettronica un'autorevole smentita. Nessun incontro tra Pannella e Berlusconi dunque. Eppure quelle parole mi è sembrato di averle udite.

    Saturday, January 15, 2005

    Soros torna al "fattore democratico"

    Archiviata la contesa elettorale in cui ha investito milioni di dollari nel tentativo di non far rieleggere il presidente Bush, George Soros riparte da un libro, "The Democracy Advantage", nel quale, ci racconta Christian Rocca in un articolo superlativo per completezza, «spiega con un mucchio di dati, cifre e grafici come i regimi democratici producano ovunque e comunque pace e prosperità».
    «I liberal e l'establishment accademico si organizzano, spendono soldi, producono libri e tirano fuori idee che George W. Bush sta già provando a realizzare. Accusano l'establishment politico e culturale mondiale di non capire l'importanza del fattore democratico, ma non si accorgono che sono proprio loro l'establishment. La prefazione di George Soros altrimenti sarebbe un manifesto neocon...».
    Non pretendo certo che Soros si metta a dare pubblicamente ragione a Bush e ai neocons, però mi accontento di vedere che nella sinistra americana qualcosa si muove nella stessa direzione, verso l'obiettivo di far pesare quel "fattore democratico" che dalla seconda metà degli anni '60 è sfuggito dalle mani e dalle teste pensanti del Partito Democratico.
    «Il riconoscimento del vantaggio democratico - scrive Soros - dovrebbe riformare le strategie occidentali per ridurre la povertà, rilanciare lo sviluppo e alimentare le speranze dei due terzi del mondo impantanato nella povertà».
    Ormai negli Stati Uniti il dibattito politico, sia a destra che a sinistra, è fermamente incardinato su una promozione "attiva" della democrazia nel mondo, la cui responsabilità ricade sull'intero mondo libero, chiamato a nuove forme organizzative, una delle quali potrebbe essere un'Allenza delle Democrazie. In questo dibattito ci sono i britannici, mentre è totalmente assente l'Europa continentale. Una "minuscola" forza politica italiana è la più attrezzata per essere all'avanguardia: i Radicali.

    Strada in salita per Abu Mazen

    I giri di valzer ricominciano

    La «fazione del terrore», dopo aver votato, detta le sue condizioni all'appena eletto presidente dell'Anp in un cruento «secondo turno elettorale». Questo il vaolore politico dell'attentato di Gaza organizzato dalle Brigate dei Martiri di al Aqsa, una struttura terroristica interna ad Al Fatah:
    «L'obiettivo di questa componente, che ha il suo leader addirittura nel segretario di al Fatah, il filosiriano Farouk Kaddoumi, è quello di dettare ad Abu Mazen la linea, di fargli comprendere qual è lo spartito su cui deve suonare e anche di dargli i tempi». Leggi tutto
    Il Foglio
    C'è un inevitabile spartiacque con il quale i palestinesi dovranno prima o poi fare i conti. Il disarmo e lo smantellamento forzato delle organizzazioni terroristiche, quindi, una guerra, non "civile", quanto piuttosto intestina.