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Tuesday, February 20, 2007

I confini della laicità...

Parole chiare, come al solito, quelle di Gian Enrico Rusconi, che oggi, su La Stampa, avverte come alla luce delle pressioni della Chiesa sui "Dico", «a partire da un certo momento, nella sfera pubblica, non c'è più ricerca di intesa ma strategie miranti ad imporre il riconoscimento delle proprie convinzioni». E «non dovrebbe essere così», perché «lo Stato è laico proprio perché non pretende dai cittadini identità di credenze in campo etico-religioso, ma reciproco rispetto e considerazione dei differenti convincimenti, sempre aperti al confronto. Il laico accetta una certa dissimmetria tra moralità privata ed etica pubblica; ammette che i propri criteri morali e di giudizio non coincidono e non esauriscono i criteri di moralità e di giudizio di altri, ed evita valutazioni che diffamano moralmente chi la pensa in modo diverso. La diffamazione morale di comportamenti difformi, che non siano lesivi della libertà altrui, è virtualmente una minaccia alla democrazia».

Questa osservazione non significa che si sta negando «il diritto del credente di far valere le sue convinzioni secondo la logica della cittadinanza democratica». Quotidianamente il credente «che si attiene alle indicazioni della Chiesa, avanza la richiesta che la sua verità (sui temi della famiglia, ad esempio) sia riconosciuta come momento costitutivo della sua stessa identità di cittadino, sotto pena di sottrarre al sistema politico la sua lealtà». Di fronte a questa richiesta il laico «deve innanzitutto ribadire il principio secondo cui il credente può introdurre nel discorso pubblico, e quindi nel processo deliberativo, tesi che non disconoscano e non limitino l'autonomia di giudizio e comportamento degli altri cittadini che hanno convinzioni diverse o contrarie dalle sue».

«Naturalmente - ricorda Rusconi - vale anche il reciproco. Ma quando il credente-di-chiesa si atteggia, talvolta, a vittima e protesta di essere discriminato nell'esercizio del suo diritto di costruire una "società buona" secondo i suoi criteri, dovrebbe innanzitutto ricordare che l'edificio politico-legislativo delle società democratiche e secolarizzate, in cui vive, non lede in nulla l'autonomia, la libertà di espressione, di pratica e di testimonianza del suo credere». Certo, in una democrazia laica «tutti i cittadini, credenti, non credenti e diversamente credenti confrontano i loro argomenti, affermano le loro identità e rivendicano il diritto di orientare liberamente la loro vita», ma «senza ledere l'analogo diritto degli altri». Un equilibrio «difficile», garantito da un insieme di procedure decisionali volte a «impedire il prevalere autoritativo di talune pretese di verità o di comportamento su altre».

1 comment:

inyqua said...

'sante parole'...
Forse non sono io che avverto come stridente questo ululare dei credenti cattolici e nel contempo urlare 'al lupo al lupo' (e, nella favola, nessuno credette al povero pastorello....)