Pagine

Wednesday, April 18, 2012

La giornata: Monti brinda in anticipo al pareggio di bilancio e benedice la Grande Coalizione

Habemus Def (qui il testo). Dopo tre giorni di limature per evitare di gettare i mercati nello sconforto, il governo Monti presenta le sue stime, eccessivamente ottimistiche (soprattutto rispetto a quelle del Fmi), e festeggia - con troppo compiacimento (la «prima applicazione» del fiscal compact), e con troppo anticipo - il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013. Siamo appena entrati nel II trimestre dell'anno, solo il I ha costretto tutti gli organismi ad una decisa virata al ribasso delle stime del Pil, ed è ancora difficilmente prevedibile l'effetto recessivo delle tasse che gli italiani dovranno pagare nei prossimi, su tutte l'Imu (e l'Iva a ottobre). In realtà è sempre più probabile che anche l'Italia, dopo la Spagna, manchi i suoi obiettivi di bilancio. Sotto accusa l'austerità imposta dalla Germania ai Paesi eurodeboli, che ha accentuato la recessione, ma è pur vero che né Bruxelles né Berlino né il Fmi hanno imposto che l'austerità dovesse significare una spremuta di tasse e basta anziché tagli alla spesa e vere riforme.

Purtroppo, tutto è politica. Più che i numeri conta la stima di cui si gode a Bruxelles e a Washington, com'è lo stesso premier ad ammettere: commentando le preoccupanti stime del Fmi, si dice più «confortato» dai pareri sulle politiche del suo governo espressi dal ministro tedesco Schauble o da un suo portavoce, dalla Lagarde e dagli Usa, che non da mezzo punto in più o in meno di Pil. Sempre finché si accontentano i mercati...

Monti poi non rinuncia a piazzare l'ennesima spudorata promessa (in stile berlusconiano) sui tagli di tasse che «in futuro» saranno possibili grazie alla lotta all'evasione, nonostante abbia appena stralciato l'apposito fondo dalla delega fiscale; usa toni drammatici («ci battiamo ogni giorno per evitare il drammatico destino della Grecia») per ricompattare attorno al governo forze politiche e opinione pubblica; e torna a far leva sull'untore preferito dei difensori della spesa pubblica, l'evasore fiscale. Ma soprattutto fornisce la giustificazione economica per il compimento di quel disegno squisitamente politico che lo porta, a scapito delle riforme, a non tirare troppo la corda con i partiti: la Grande Coalizione. «Siamo un governo breve chiamato a svolgere un compito lunghissimo», ricorda in conferenza stampa, e «se le forze politiche che sostengono il governo, con grande senso di responsabilità, dovessero condividere questa piattaforma triennale e farla propria, in tutto o in parte, sarebbe un punto importante e una leva di fiducia nel lungo periodo nei confronti dell'Italia». Insomma, duratura la crisi, durature le sfide per la crescita, duraturo pure il percorso di risanamento, le forze politiche non potranno che proseguire nello «sforzo collettivo» anche dopo le elezioni del 2013.

Anche se il Pdl, attivo in questi giorni su fisco e lavoro per ritrovare l'empatia con i propri elettori delusi e arrabbiati, è in frenata. Fa la voce grossa sulle tasse (ora basta! grida Alfano dai tg). Niente strappi, ma la luna di miele è finita e non c'è spazio per certe convivialità. Berlusconi quindi annulla il pranzo con Monti, che aveva solleticato la fantasia dei retroscenisti. Non è uno sgarbo al professore. Al contrario, giura, un gesto per allentare la tensione, «per non alimentare polemiche e per evitare o prevenire insinuazioni malevole su questioni inerenti le frequenze televisive». Incontro rinviato a quando con il Pdl avrà valutato i provvedimenti su fisco, in particolare quelli che riguardano la casa, e crescita. Tra questi addirittura «una cinquantina» ne ha annunciati ieri sera Passera. La sensazione è che si tratti di coriandoli, fumo negli occhi per placare l'insistenza con la quale da più parti si invocano politiche per la crescita.

Monti dice di essere uscito dal vertice notturno di ieri con un «nuovo patto politico» siglato con ABC. La riforma del lavoro dovrebbe procedere in modo spedito, anche perché saranno accolte le richieste delle imprese fortemente sponsorizzate dal Pdl, ma sul resto vedremo. Intanto oggi il governo ha dovuto chiedere una nuova fiducia, sul dl fiscale (senza sconti Imu ad anziani e disabili ricoverati), e la decisione del premier di non presentarsi agli spring meetings del Fmi al G20 economico e finanziario denota una certa apprensione per il fronte politico interno.

Sulle stime ottimistiche di Monti incombe però una specie di armageddon immobiliare. Il Censis è il primo istituto di ricerca autorevole a lanciare un inquietante allarme su quello che definisce "l'effetto-Imu": gli italiani starebbero inondando il mercato di seconde case, il che in assenza di domanda potrebbe provocare un crollo verticale del valore degli immobili, che alla fine del 2012 potrebbe calare anche del 20%, con punte del 50%. Con quali effetti sui mutui (il 22% delle famiglie che ne stanno pagando uno sono già oggi in difficoltà) e sugli asset immobiliari delle banche? Meglio non pensarci, un incubo.

Crisi finanziaria e pulizia politica a braccetto

Luigi Lusi, Francesco Belsito, Rosi Mauro, Renzo e Umberto Bossi, Davide Boni, Filippo Penati, Nichi Vendola, Roberto Formigoni e mezza giunta regionale lombarda, Valter Lavitola e ovviamente lui, Silvio Berlusconi. Appuntatevi questi nomi, solo i più citati, coinvolti a vario titolo - indagati e non - nelle numerose inchieste che in lungo e in largo nella nostra penisola stanno scuotendo le fondamenta del sistema politico. Tra qualche anno, quando il polverone si sarà diradato, sarà di una qualche utilità, per comprendere cosa stesse accadendo in questi giorni, sapere che fine avranno fatto, quale esito giudiziario sarà toccato loro in sorte. Paginate di giornali, aperture dei tg, talk show, ovunque lo tsunami di rivelazioni sembra inarrestabile, ondata dopo ondata travolge ogni cosa.

Non c'è nemmeno il tempo di porsi qualche domanda che già sopraggiunge lo scandalo successivo, o il vecchio si arricchisce di una nuova puntata, di un particolare in più. Eppure, da Tangentopoli a Partitopoli, alcune coincidenze nell'assalto mediatico-giudiziario al sistema politico non possono non sollevare alcuni interrogativi per chi non si accontenti delle gogne per sfogare il proprio malcontento. Allora come oggi le grandi "pulizie" coincisero con una pericolosa crisi finanziaria...
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Tuesday, April 17, 2012

La giornata: su Monti la doccia fredda dei numeri e il pressing del Pdl

Nel giorno della risalita di Piazza affari (+3,68%) e della relativa calma dello spread (stabilizzatosi a 380 punti), sono altri i numeri che non permettono a Monti di dormire sonni tranquilli. Per carità, il giudizio del Fmi sulle sue politiche è incoraggiante, anche se un tantino cauto, e il rialzo delle previsioni della crescita mondiale è un buon segnale, ma le stime sull'Italia non lasciano presagire nulla di buono: il Pil italiano si contrarrà nel 2012 dell'1,9% e nel 2013 dello 0,3%. Primi segnali di ripresa solo nel quarto trimestre del 2013. Previsioni bollate subito come «troppo pessimiste» dal direttore generale di Bankitalia, Fabrizio Saccomanni, che evidentemente con Monti a Palazzo Chigi sente più il gioco di squadra.

Ciò significa, sempre secondo le previsioni del Fondo, che l'Italia non raggiungerà il tanto sospirato pareggio di bilancio almeno fino al 2017, un orizzonte temporale davvero troppo distante. Una doccia fredda che arriva proprio nel giorno dell'approvazione al Senato, a cui il premier ha voluto presenziare, della norma sull'effimero "equilibrio" di bilancio in Costituzione. Il rapporto deficit/Pil - prevede il Fmi - passerà dal 2,4% del 2012 all'1,5% nel 2013, per calare fino all'1,1% nel 2017; e il debito dal 123,4% di quest'anno al 123,8% del prossimo, riuscendo a scendere sotto quota 120 solo nel 2017 (118,9%). Previsioni molto severe, che in realtà sottolineano ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che senza tagli alla spesa, che consentano di ridurre la pressione fiscale su lavoro e impresa, e abbattimento dello stock del debito, la strada verso il risanamento rischia di essere sì virtuosa ma troppo, troppo lunga. I mercati potrebbero non concederci tutto questo tempo.

Va però tenuto conto, come ricorda il responsabile del fiscal monitor Fmi, che l'Ue valuta il raggiungimento degli obiettivi di bilancio «al netto degli effetti del ciclo», cioè della recessione. Insomma, se il Pil fosse zero e non in negativo, saremmo praticamente in pareggio di bilancio. Basterà ai mercati l'artificio contabile di Bruxelles?

Nel frattempo il governo aggiusta al ribasso anche le sue stime, che avrebbe dovuto presentare già lunedì. Nella bozza del Def si prevede un fin troppo ottimistico Pil a -1,2% nel 2012 (+0,5% nel 2013), mentre il rapporto deficit/Pil dovrebbe passare dall'1,7% del 2012 allo 0,5% del 2013. In sostanza, per il governo verrebbe raggiunto il pareggio di bilancio già nel 2013 (deficit zero «reale», cioè non corretto per il ciclo, solo nel 2015), dunque già nel 2014 il debito scenderebbe sotto quota 120 (118,3%). Com'è evidente, tutto dipende dal Pil, sul quale però la previsione più realistica sembra il -2% del Fmi. Senza tacere, poi, l'ennesimo record di pressione fiscale nel 2013, quando toccherà quota 45,4% al lordo dell'evasione.

Sul piano politico la giornata di Monti si conclude con la grana dei partiti. Stasera, infatti, il vertice di Monti con ABC. Il premier in mattinata ha subito messo in chiaro che si aspetta collaborazione, anzi strada spianata: «Le tensioni delle ultime settimane dimostrano che non possiamo e non dobbiamo abbassare la guardia, occorre continuare a lavorare per porre le finanze pubbliche su una base più sana e proseguire nelle riforme». Ma sono ancora aperti i dossier delle modifiche alla riforma del lavoro, sulla flessibilità in entrata, su cui insiste il pressing congiunto delle imprese, e delle tasse, con il Pdl che dopo aver ottenuto la rateizzazione dell'Imu è determinato a renderla "una tantum" e a impedire che l'Iva aumenti a fine settembre, mentre irrompe anche la polemica sulla riapertura dell'asta per le frequenze tv.

Missione: salvare la spesa pubblica

Se nel decreto "Salva-Italia" si è fatto ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione non è stato per la necessità, invocata espressamente dal governo Monti, di agire in tempi ristrettissimi nell'emergenza dello scorso novembre. Se il risanamento è «un po' sbilanciato sul lato delle entrate», come osserva eufemisticamente Christine Lagarde nell'intervista di oggi al Sole24Ore, è per una consapevole scelta politica. E' quanto fa intendere lo stesso direttore del Fondo monetario internazionale: evidentemente al Fondo devono aver chiesto spiegazioni di un tale sbilanciamento sul lato tasse piuttosto che sui tagli alla spesa. «E' una scelta politica, ci ha detto Monti, e noi la rispettiamo».

Un particolare dell'intervista passato quasi inosservato ma che a mio avviso conferma i nostri sospetti. Non è un caso, né una necessità o un'impossibilità a fare altrimenti, se il governo aumenta le tasse e non ha in programma nemmeno nei prossimi mesi cospicui tagli di spesa per ridurle, bensì una chiara scelta politica: salvaguardare i livelli attuali di spesa pubblica, ritenuti evidentemente compatibili con l'uscita del Paese dalla crisi finanziaria ed economica.

Il rischio però, come avverte Ricolfi oggi su La Stampa, è che in questo modo dall'alternativa tra «salvare il Paese» e fare la fine della Grecia passiamo all'alternativa molto meno allettante tra fare la fine della Grecia subito o farla tra qualche mese/anno, cioè «semplicemente ritardare il momento del disastro». Al governo Monti anche Ricolfi rimprovera di avere «una visione del problema della crescita non molto dissimile da quella dei governi che lo hanno preceduto», laddove «persevera sul sentiero, battuto fin qui da tutti i governi di destra e di sinistra, della prima e della seconda Repubblica, di affrontare i problemi di bilancio con maggiori tasse anziché con minori spese».

Una cultura «vecchia», inadeguata, che si esprime anche nella «mentalità con cui affronta chi osa non allinearsi al clima di venerazione e gratitudine da cui è circondato».E' vero che non ci sono alternative al governo Monti, ma da qui a paragonare il premier o alcuni suoi ministri alla Thatcher, o a scambiare la mancanza di alternative con una pretesa infallibilità ce ne vuole. Davvero insopportabile (e molto berlusconiano) questo additare - attribuito a Monti nei retroscena ma non smentito - un presunto «fuoco amico» come colpevole della risalita dello spread.

Persino la Lagarde - dalle cui labbra pendono i mercati e che quindi non può permettersi di silurare l'unica speranza di salvezza dell'Eurozona incarnata da Monti - un paio di colpetti al governo tecnico li ha assestati: promosso sulle politiche di risanamento, anche se troppo sbilanciate sulle tasse, ma rimandato sulla riforma del lavoro, di cui segnala diplomaticamente l'arretramento sull'articolo 18.

Delega fiscale, l'ennesimo bluff

Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello (scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio). Ma svanita la luna di miele con la stampa e gli investitori, in molti ormai concordano sul peccato capitale del governo Monti: poco o nulla per la crescita, solo tasse. Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'“Ace” furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm ha varato ieri sera e di cui mentre scriviamo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.

L'unico contentino ai contribuenti, più una promessa che una realtà, è il fondo in cui far confluire il gettito della lotta all'evasione da destinare a sgravi fiscali. I quali però potrebbero essere una tantum: sarebbe rischioso prevedere tagli strutturali su introiti variabili di anno in anno. Inoltre, il dibattito in seno al governo su come utilizzare quel gettito è ancora aperto e l'idea prevalente sarebbe quella di poterlo destinare anche ad un'eventuale correzione dei conti o a nuove spese per lo sviluppo.

Il governo si impegna ad adottare i decreti attuativi «entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il che significa che li vedremo – se li vedremo – appena prima delle elezioni del 2013. Chi ci scommette?
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Monday, April 16, 2012

La giornata: ABC delirano e Monti prepara i suoi ennesimi bluff su fisco e sviluppo

Lavitola, Formigoni e ancora Lega, questi i nomi dei tre cicloni giudiziari che imperversano su giornali e siti internet. Ma qui ci interessa altro:

Piazza affari che consolida... le perdite dei giorni scorsi, lo spread sull'orlo dei 400, sulla scia di quello spagnolo, e i cds da record;

I PARTITI che difendono con le unghie e con i denti il loro tesoretto da 2,7 miliardi in vent'anni contro l'ondata di antipolitica cavalcata da Grillo:
«Cancellare del tutto i finanziamenti pubblici, drasticamente tagliati dalle manovre finanziarie del 2010-2011, sarebbe un errore drammatico, che metterebbe la politica completamente nelle mani di lobbies, centri di potere e di interesse particolare».
E' quanto si legge nella relazione che accompagna la pdl di ABC sulla trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti. Una spudoratezza ormai oltre ogni limite;

MONTI che 1) rimanda a mercoledì la presentazione del Def con le stime aggiornate dei conti pubblici (spera ancora di limare la previsione del Pil e di trovare un "tesoretto" per non spaventare troppo Bruxelles);

2) difende la sua pessima riforma del lavoro: il ddl è «più ampio ed incisivo» di quello annunciato a novembre. Le misure avrebbero dovuto riguardare solo i nuovi assunti, e a titolo sperimentale, - ricorda il premier - mentre nel nuovo testo «l'intervento è esteso a tutti i lavoratori ed è inserito a titolo definitivo». Meglio una vera cancellazione del reintegro limitata ai nuovi assunti piuttosto che il pastrocchio attuale: sarebbe rimasto il dualismo (che rimarrà comunque), ma almeno avrebbe favorito le assunzioni. Ma al di là della preoccupazione che non appaia come un nuovo cedimento, l'apertura del governo alle richieste delle imprese e del Pdl sulla flessibilità in entrata è più che concreta;

3) sta per varare una delega fiscale tutt'altro che ambiziosa (e i cui decreti attuativi probabilmente non vedranno mai la luce);

4) sta preparando con i suoi ministri economici l'ennesimo pacchetto sviluppo da discutere al vertice di domani sera con ABC, quando il vero pacchetto sviluppo dovrebbe essere il combinato disposto spending review-delega fiscale. In totale continuità con i governi precedenti, anche Monti e i suoi ministri s'illudono di cavarsela con tre-quattro «ideine», come le chiama Bersani, roba marginale, magari sperperando altro denaro pubblico, mentre tutti ormai dovrebbero aver compreso che l'unico vero shock in grado di contrastare la recessione è un abbattimento, graduale ma cospicuo, della spesa corrente per tagliare le tasse su lavoro e impresa. Qualsiasi "pacchetto" che eludesse questo punto sarebbe poco più che un'arma di distrazione di massa. Nulla di concreto insomma, per il governo più che altro un modo per attenuare il pressing della stampa e di Confindustria e le fibrillazioni dei partiti, tutti additati come i colpevoli della caduta d'immagine del governo all'esterno.

LUNA DI MIELE OFF - L'editoriale di Alesina-Giavazzi - in cui si avverte che proprio la spending review è la «sola carta rimasta da giocare» - e la «resa» ai sindacati e alla sinistra sull'articolo 18 vengono usati ora anche da Reuters per spiegare che Monti «ha perso la sua brillantezza», ha perso il suo "momentum". Tutti sembrano improvvisamente scoprire che «le aspettative non erano realistiche» (ma va?); che a parte le pensioni, su tutti gli altri fronti, dalle liberalizzazioni al mercato del lavoro, tutto è rimasto sostanzialmente invariato; che molto modesti sono i suoi progressi nell'attuare i consigli della Bce di agosto e gli impegni assunti con l'Ue. E che ora il professore della Bocconi sta pagando con gli interessi le lodi eccessive delle prime settimane.

CONTINUITA' - Per Di Vico «il governo ha sicuramente commesso degli errori», ma si chiede se vi sia «qualcuno che in piena onestà intellettuale possa tentare un confronto con le performance dei precedenti esecutivi». Ebbene sì, la continuità con i governi precedenti, con la via al risanamento attraverso l'aumento della pressione fiscale per salvare non l'Italia o gli italiani, ma il baraccone-Stato, è talmente smaccata da essere esasperante.

Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello. Scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio, il Pdl ha incassato il successo della rateizzazione dell'Imu sulla prima casa e si prepara a incassarne uno analogo sulla flessibilità in entrata.

DELEGA FISCALE - Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'"Ace" furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm varerà questa sera e di cui mentre scrivo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.

Niente tagli alle tasse, né dell'Irpef né dell'Irap. Al massimo qualche sgravio dagli introiti della lotta all'evasione, ma il dibattito in seno al governo su come utilizzarli è ancora aperto, e potrebbero anche essere destinati almeno in parte a tappare nuovi buchi o a finanziarie nuove spese, per lo sviluppo s'intende. Dovrebbe essere a saldo invariato, ma la riforma del catasto è roba da far tremare i polsi e non manca l'ennesima tassa che rischia di far schizzare ancora più in alto il prezzo dei carburanti: la cosiddetta "carbon tax". Su tutto l'incertezza dei tempi: nove mesi dall'approvazione della delega per adottare i decreti attuativi, il che significa che li vedremo appena sotto le elezioni del 2013. Chi ci scommette?

Friday, April 13, 2012

La giornata: crolla la produzione industriale e Monti sa solo aumentare le tasse

Ennesimo venerdì nero. Piazza affari perde un altro 3,43% e la tensione sulla Spagna è altissima: cds ai massimi (500 punti) e rendimenti al 6%. Il nostro spread è tornato nella scia di quello spagnolo e segue a 385 punti. L'economia mondiale volge al peggio, a indicarlo è il Pil cinese, che nel I trimestre 2012 è cresciuto "solo" dell'8,1% rispetto allo stesso periodo del 2011. Magari crescessimo noi a quel ritmo, peccato che per la Cina è un vistoso rallentamento (il livello più basso dal 7,9% del II trimestre 2009), dovuto soprattutto al calo della domanda internazionale.

Ma non sono neppure le peggiori notizie della giornata. La nostra produzione industriale infatti continua la sua caduta verticale (si è contratta di oltre 1/5 dall'aprile 2008). Il dato Istat di febbraio è un -0,7% rispetto a gennaio (-6,8% su base annua), il peggior dato dal novembre 2009, quando la produzione segnò un calo del 9,3%. Tutto questo potrebbe significare che stiamo entrando in una recessione molto simile, in termini di Pil, a quella del 2008-2009, con la differenza che questa volta viene dall'Eurozona.

In questo scenario, non c'è proprio modo in cui l'Italia possa immaginare di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, e onorare gli impegni di rientro dal debito previsti dal fiscal compact, senza tagliare in profondità la spesa pubblica e abbattere in modo diretto lo stock del debito pubblico.

Eppure il governo Monti pensa a tutt'altro: approva una riforma della Protezione civile (bene), che chiama «strutturale» non si sa su quali basi, reperendo risorse da un ulteriore aumento delle accise sulla benzina: 5 centesimi. Il fatto stesso che per un'attività - questa sì fondamentale - di cui deve occuparsi uno Stato, cioè la difesa e il soccorso dei suoi cittadini colpiti da catastrofi naturali, non bastano le tasse che già paghiamo (il 45% del Pil) ma bisogna aggiungerne di ulteriori, è la dimostrazione che la spesa pubblica è letteralmente impazzita. Come può nell'enorme montagna di spese statali non rientrarci la Protezione civile? Dov'è che buttiamo tutti quei soldi?

Invece di chiederselo, il presidente della Repubblica non trova di meglio che prendersela con evasori e speculatori, per tutti gli statalisti le vere e proprie streghe di questa crisi da basso impero, e scherzare con Monti su chi tra i due è «volontario» e chi «riservista» della Repubblica.

Incalzato dalla recessione e dalla paura del "contagio spagnolo", il premier Monti è anche sempre più nella morsa dei partiti. Per martedì prossimo è fissato un nuovo vertice con ABC sulla crescita, dove con ogni probabilità sarà costretto a riaprire il testo della riforma del lavoro, almeno al capitolo flessibilità in entrata. La pressione da parte del Pdl infatti aumenta. Ormai Monti dopo aver ceduto a Pd e Cgil sull'articolo 18 non riesce più a tenere il punto su nulla. Il partito di Alfano è attivissimo anche sul fronte fiscale: chiede che il pagamento dell'Imu in tre rate (soluzione che a dire dell'Anci sarebbe «devastante») e la sua abolizione nel 2013. Bersani non è certo rimasto a guardare il ritrovato protagonismo del Pdl e sta sul pezzo: anche il Pd ha delle «correzioni» da proporre sulla riforma del lavoro; e «alleggerire» l'Imu è possibile, basta «compensarla con una tassa personale sui grandi patrimoni immobiliari». Tagliare la spesa proprio no eh?!

Altro giro altra corsa per Monti, che appare sempre meno in grado di riprendere il cammino delle riforme. La lettera della Bce di agosto e gli impegni assunti con l'Ue restano per lo più inattuati. Il contesto economico peggiora, così come quello interno, e l'intervento del Fmi è tutt'altro che scongiurato.

Nel frattempo il "partito Grecia" oggi è sceso in piazza contro la riforma delle pensioni e sindacati e Pd attaccano sul caos esodati, chiedendo le dimissioni del presidente dell'Inps. A questo punto, forse, alla Fornero sarebbe convenuto indire un censimento telefonico, mettendo a disposizione un numero verde: "Siete tra gli esodati? Chiamateci!".

Lavoro, fisco, debito. Pdl redivivo?

Certo non bastano tre buone iniziative concrete per far dimenticare un'esperienza di governo a dir poco fallimentare. Ma da qualcosa bisogna pur ricominciare. Ed è apprezzabile che il Pdl stia tentando di riconquistare i suoi elettori delusi ripartendo dall'economia. Tre tavoli tematici - lavoro, fisco, debito - da cui sono scaturite altrettante proposte, alcune già pronte per diventare emendamenti ai testi di legge presentati dal governo. Ed è incoraggiante la filosofia cui sono ispirate: «Ora deve dimagrire lo Stato, i cittadini hanno già dato». Segno che Alfano è consapevole del terreno su cui il partito ha maggiormente perso il suo appeal e si gioca tutto o quasi il suo futuro. Recuperare la credibilità perduta non sarà facile, per molto tempo aleggerà la critica di fondo "perché non l'avete fatto quando eravate al governo", ma non ci sono alternative: riconoscere i propri errori e risalire la china, magari allontanando dalla cabina di regia coloro che nel precedente governo hanno tirato il freno a mano sulle riforme economiche.
(...)
Non solo temi-bandiera, non richieste provocatorie per alimentare lo scontro politico, ma proposte fattibili - ne parlano autorevoli economisti sui giornali e online - il cui scopo è cominciare a ricostruire quel profilo, quella visione di politica economica che aveva portato il Pdl ad essere il partito di maggioranza relativa nel 2008 e nel 2009, ma che è stata clamorosamente tradita, quasi del tutto cancellata e sostituita con il suo opposto, dai suoi esponenti di governo.
Laddove invece il Pdl appare ancora confuso è sulla riforma della legge elettorale. In attesa di conoscere i particolari della bozza, sembra intenzionato ad avallare un sostanziale ritorno al proporzionale, che aggraverebbe l'instabilità dei governi e metterebbe a rischio la sua stessa ragion d'essere.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Thursday, April 12, 2012

La giornata: prosegue offensiva Pdl su lavoro e piovono consigli a Giarda

E' andata malino, ma non in modo disastroso, l'asta odierna dei nostri Btp triennali: i rendimenti sono saliti al 3,89%, rispetto al 2,76% dell'asta di marzo. Il viceministro Grilli ha spiegato che nonostante la domanda fosse buona il Tesoro non l'ha accolta tutta, perché si pretendevano tassi persino superiori, ritenuti però «non giusti». Piazza affari respira (+1,23%) e lo spread sui decennali si raffredda (361).

Nel suo bollettino mensile intanto la Bce spiega che sul debito sovrano di Italia e Spagna pesano i timori sulla crescita e l'occupazione e avverte che il «contesto radicalmente mutato» dei mercati finanziari mondiali impone ai Paesi dell'area euro di tagliare i debiti pubblici a livelli «decisamente inferiori al 60%» del Pil, il che per molti (Italia compresa, ovviamente) significherà «conseguire avanzi di bilancio primario pari o superiori al 4% del Pil».

Mi sa che Giarda e i tecnici dovranno abbandonare l'idea di preservare la «way of life» italiana della spesa pubblica. Ai «profeti» dei tagli alla spesa il sottosegretario aveva ironicamente chiesto indicazioni precise su dove tagliare, visto che lui sta facendo la spending review ma non vede nient'altro da tagliare. Ebbene, è stato più che accontentato.

Prima da Oscar Giannino, che indica sanità (20 miliardi in tre anni), massa salariale pubblica (35 miliardi in tre anni, senza buttare per strada nessuno) e trasferimenti alle imprese (25 miliardi). Totale: 80 miliardi, più di 5 punti di Pil in tre anni, e si mette a disposizione per una consulenza anche gratis. Poi da Bisin e De Nicola, che su la Repubblica suggeriscono di tagliare contributi alle imprese (14 miliardi), di vendere la Rai (3-4 miliardi) e asset pubblici (20 miliardi), e in più di risparmiare altri miliardi dall'accorpamento di scuole e tribunali, dall'attuazione dei costi standard nella sanità, dal taglio dei costi della politica e dallo sfoltimeno di organici pletorici. Il loro articolo ha il pregio di escludere, sia pure ironicamente, le riforme cosiddette liberiste, e di limitarsi a segnalare quei tagli alla spesa che «non cambiano l'impianto sociale del Paese», quindi senza rinunciare ai servizi garantiti (in qualche modo) dallo Stato tanto cari a Giarda e ai suoi compagni di governo. Infine, anche Michele Boldrin vuole togliere qualsiasi alibi a Giarda e a Monti: tagliare i costi della casta politico-burocratica (5-7 miliardi), gli stipendi pubblici riportandoli ai livelli del 1995 (0,8-0,9% del Pil); e i sussidi alle imprese (20 miliardi). Per un totale del 3% del Pil.

Insomma, grasso da tagliare ce n'è, cari Giarda e Monti, non avete scuse, men che mai quella dei pericolosi "liberisti" alle porte: quella che manca è la volontà politica.

Mentre il governo fa uno sforzo e ritira l'assurda tassa sugli sms (anche se al suo posto si profila un nuovo aumento sulla benzina) e tira fuori il numero degli esodati, per i quali ci sarebbe la benedetta «copertura finanziaria», Monti è costretto a riaprire, per l'ennesima volta, il capitolo riforma del lavoro. Ovviamente il premier è contrariato, irritato, ma se la deve far passare: è stato lui a dismettere il metodo di presentare ai partiti riforme prendere o lasciare. Oggi Alfano e la presidente uscente di Confindustria si sono incontrati per mettere a punto gli emendamenti al testo e Monti ha dovuto ricevere per un'oretta il segretario del Pdl. Ha ceduto alle richieste di Pd e Cgil sull'articolo 18? Alla fine dovrà cedere anche a quelle sulla flessibilità in entrata - tra l'altro sensate - dell'asse Pdl-Marcegaglia, che può ancora fare molto male all'immagine internazionale del governo e al cammino parlamentare della riforma e degli altri provvedimenti.

A Casini interessa poco il merito, lui è per il compromesso "a prescindere", mentre Bersani teme «manovre dilatorie». Il Pdl non cerca la crisi con Monti, ma il risultato politico. E sa che ci sono tutte le condizioni per ottenerlo, conseguendo un successo politico e parlamentare dal quale cominciare a riaccreditarsi agli occhi dei mercati e dei suoi elettori delusi.

RIFORME O NON RIFORME - Spaventati da un nuovo tsunami di antipolitica provocata dal terremoto in casa Lega i partiti sono corsi subito ai ripari, ma è la solita pezza: trasparenza sui bilanci, controlli, sanzioni. Ma ovviamente non tagliano il vero nodo: l'abolizione del finanziamento pubblico che si nasconde dietro i cosiddetti «rimborsi» elettorali. E inoltre si prendono tutto il tempo per far calmare le acque. Dichiarato inammissibile l'emendamento al dl fiscale (manifestamente estraneo alla materia), infatti, le misure sono affidate ad una normale pdl, a firma di ABC, che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe seguire un iter accelerato, venendo assegnata alle commissioni affari costituzionali in sede legislativa (cioè senza passaggio in aula). Ma solo in teoria, visto che ci vuole l'unanimità per procedere in questo senso.

Pronto invece il ddl sulle riforme costituzionali, che contiene però una serie di improbabili procedure che rischiano di aumentare la confusione sistemica. Il presidente del Consiglio potrà chiedere (solo chiedere) al presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri; e chiedere (solo chiedere, per carità) lo scioglimento delle Camere, o di una Camera, quando queste gli neghino la fiducia, a meno che le Camere, entro 20 giorni, non approvino a maggioranza assoluta e in seduta comune una mozione di sfiducia costruttiva, in cui cioè si indica un nuovo premier. Verrebbe ridotto di un 20% il numero dei parlamentari - 508 deputati (da 630) e 254 senatori (da 315) - e introdotta la non meglio precisata nozione di «bicameralismo eventuale».

Spesa pubblica "way of decline"

L'avevamo capito già dopo la manovra di dicembre (il cosiddetto decreto "Salva-Italia"), ma allora il ricorso quasi unicamente a nuove tasse, anziché ai tagli di spesa, per correggere i conti pubblici poteva essere giustificato con il poco tempo a disposizione per salvare il Paese, giunto sull'orlo del baratro in cui stava precipitando la Grecia. Trascorsi quattro mesi, dopo che le azioni della Bce e l'autorevolezza personale del professor Monti ci hanno fatto guadagnare tempo prezioso, l'intervista al sottosegretario Piero Giarda sgombra il campo dagli ultimi equivoci: non è che non ne sia capace, o che non ne abbia il tempo, il governo dei tecnici non vuole mettere a dieta lo Stato per diminuire la pressione fiscale, cioè non ha alcuna intenzione di adottare l'unica ricetta in grado sia di far scendere il debito pubblico che di rilanciare la crescita. In questo senso le parole di Giarda sono davvero illuminanti: obiettivo del governo Monti non è salvare l'Italia, gli italiani, ma lo Stato con tutti i suoi baracconi, centrali e periferici. Non vuole cambiare l'attuale modello socio-economico, che vede lo Stato intermediare oltre la metà della ricchezza prodotta. Vuole salvarlo, obeso com'è, perpetuarlo, apportando al sistema gli aggiustamenti minimi indispensabili, perché tutto sommato è un Bengodi per gli "incumbent" politici, economici e sociali di cui è espressione, e per le burocrazie statali che lo gestiscono.

Come certificano le parole del sottosegretario Giarda - e già mesi fa la Corte dei Conti constatando l'ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico - la risposta di questo governo alla crisi è in totale continuità con quella di tutti i governi - politici o "tecnici" - che si sono susseguiti dai primi anni '90 in poi. E in estrema sintesi consiste nella statalizzazione a tappe forzate della ricchezza privata, così da consentire alle classi politiche e burocratiche di continuare a elargire ai propri clientes sempre più spesa pubblica, ricavandone potere e privilegi.

Più di tutto Giarda e gli altri tecnici al governo sembrano temere «lo scardinamento della "way of life" del settore pubblico italiano». L'intermediazione statale va preservata a tutti i costi nelle sue grandezze fondamentali, anche al prezzo di distruggere il tessuto produttivo del Paese. Peccato che più che una "way of life" quella italiana si sia rivelata una via certa verso il declino - economico, sociale e civile del Paese.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Wednesday, April 11, 2012

La giornata: anche il sobrio Monti s'innervosisce; Pdl redivivo su lavoro, fisco e debito

SOLE TRA I MONTI - Dopo il tonfo di ieri quello di oggi è poco più di un rimbalzo per Piazza affari (+1,6%) e per i nostri titoli decennali (385 lo spread). Sui giornali è ripartita la caccia agli speculatori, purtroppo anche dalle pagine del Sole24Ore. Sul principale quotidiano economico del nostro Paese, organo di Confindustria, tocca leggere una inutile difesa d'ufficio di Monti, il quale non dovrebbe prendersela se per il WSJ non è una Thatcher, «come se il paragone fosse un complimento», ironizza l'autore dell'articolo. Per il quotidiano del "Fate presto" ora "La scommessa è sul lungo periodo". Vabbè.

CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.

ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.

PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.

STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.

In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.

PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.

ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?

I mercati bocciano i "compiti a casa" di Monti

E' il primo "Black Tuesday" dell'era Monti: Piazza Affari ha lasciato sul terreno il 5% (maglia nera in Europa) e lo spread ha superato i 400 punti per la prima volta dall'inizio di febbraio. Da giorni lo spread era tornato a schizzare in alto, ma non ad occupare le aperture dei tg e delle pagine online dei grandi quotidiani. Con Berlusconi al governo, ogni punto in più bastava a provocare una nuova e sempre più alta fiammata dello psicodramma nazionale, mentre ogni punto in meno non veniva nemmeno rilevato; con Monti ogni punto in meno giustifica squilli di trombe, mentre le risalite vengono taciute finché è possibile, altrimenti, come in questo caso, parte la caccia alle variabili esogene.

Ma come per Berlusconi, anche per Monti è innegabile che siano anche fattori endogeni a non consentirci di sganciarci una volta per tutte dalla prima linea della crisi dell'Eurozona. Ieri fu la bocciatura della manovra di luglio dell'ex ministro Tremonti da parte dei mercati a innescare l'inarrestabile ascesa dello spread; oggi è l'annacquamento della riforma del lavoro a denotare, ancora una volta, l'impossibilità di realizzare vere riforme nel nostro Paese, quindi la scarsa credibilità del sistema Italia.

Come se non bastasse, il sottosegretario Giarda e il viceministro Grilli confermano che il governo non ha alcuna intenzione di tagliare la spesa pubblica - la spending review servirà solo a rendere sostenibile il livello attuale, non a tagliare spesa e tasse - né di abbattere lo stock del debito con le privatizzazioni.

Se la primavera del 2013 è l'orizzonte politico su cui può contare Monti, la sensazione è che i mercati siano molto più impazienti. Mesi, se non settimane, per dimostrare che l'Italia è capace di riformare se stessa. L'autorevolezza di Monti e gli aiuti della Bce ci hanno fatto guadagnare tempo prezioso, ci hanno fatto arrivare ai supplementari, ma adesso stanno scadendo anche quelli e il pareggio non è un opzione.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Tuesday, April 10, 2012

La giornata: martedì nero, mercati scoprono il bluff-Italia

Per tutto il giorno la Borsa perde e lo spread sale, ma i quotidiani online chiacchierano soprattutto di Lega e di cosa dovrebbe o non dovrebbe fare una tale Rosi Mauro. Fino alla fiammata finale: Piazza affari che cede il 5% e lo spread che supera i 400 punti (404, per la precisione). E' il primo martedì nero di Monti e ci hanno provato in tutti i modi a dare la colpa a fattori "esogeni" - che senz'altro hanno avuto un peso, come lo avevano sotto Berlusconi. Ieri era la crisi greca, oggi il «contagio spagnolo», i dati negativi sulla disoccupazione americana e le importazioni cinesi.

Sì sì tutto vero, ma certo la coincidenza con la «resa» del governo sulla riforma dell'articolo 18 è più che sospetta. Nelle scorse settimane lo spread Italia-Germania si era ridotto a tal punto da retrocedere, dopo molti mesi, sotto quello spagnolo, che nel frattempo aumentava. Mentre negli ultimi giorni, proprio in corrispondenza con la «resa», puntualmente registrata dalla stampa finanziaria estera, il nostro spread è tornato a inseguire quello spagnolo. Il Wall Street Journal continua a picchiare duro sulla riforma del lavoro, ritenendo «preoccupante» che Monti abbia finito per «annacquarla». E' una resa che denota la scarsa credibilità del sistema Italia e quindi quel clima di attesa positiva che si era creato su di noi per merito di Monti ha lasciato il posto nuovamente alla sfiducia. Insomma, forse i mercati hanno scoperto il bluff dell'Italia, stanno perdendo la pazienza, riconoscendo in Monti gli stessi difetti dei governi italiani di sempre: annunci, trionfalismi, e poi la tipica montagna che partorisce topolini.

Non solo i rendimenti sui titoli di Stato decennali che si riavvicinano al 6%. Anche le stime del Pil nel 2012, che il governo stesso si starebbe preparando a rivedere al ribasso (da -0,4/0,5% ad un -1,3/1,5%), addirittura di un punto percentuale dopo solo un trimestre, metterebbero a rischio l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013. Come volevasi dimostrare, anche questi sacrifici - in assenza di tagli cospicui alla spesa, al debito, al perimetro dell'intermediazione statale nell'economia - rischiano di non servire a nulla, come nel '92-'93, ma prima del previsto.

Anzi, il sottosegretario Giarda, oggi su La Stampa, e il viceministro Grilli, la settimana scorsa in Commissione Bilancio, confermano che il governo non ha alcuna intenzione di tagliare la spesa pubblica – la spending review servirà solo a rendere sostenibile il livello attuale, non a tagliare spesa e tasse – né di abbattere lo stock del debito con le privatizzazioni. E' la prova definitiva che l'operazione Monti è il "salva-Stato", non il "salva-Italia": salvare lo Stato dalla bancarotta conservando intatto o quasi il suo potere di spesa, anche al costo di distruggere il tessuto produttivo e ridurre alla miseria i suoi cittadini.

E quando in prima pagina sul Financial Times si legge che la Francia «non riesce ad arrestare il suo declino industriale», «ha alti costi del lavoro e bassa innovazione», comprendiamo che il problema non è soltanto italiano, è europeo, e dovrebbe essere chiaro cosa intendesse Draghi quando dalle pagine del WSJ ha dato per «morto» il modello sociale europeo, mentre tutti (da Roma a Berlino, passando per Madrid e Parigi) hanno fatto finta di non capire.

Monti foglia di fico della Grande Coalizione

Il governo dei tecnici ha completato la sua mutazione in governo politico, di quelli più preoccupati degli equilibri e dei disegni politici che di approvare riforme incisive, se necessario mettendo in gioco la propria permanenza.

Da sempre Monti, nei suoi editoriali, e Napolitano, nel suo ruolo di capo dello Stato, vedono di buon occhio una collaborazione organica tra i partiti. Dunque, convinti che l'instabilità politica preoccupi i mercati più della timidezza delle riforme, si sono felicemente adeguati, piegando l'incisività della riforma del lavoro alle esigenze del disegno politico che dovrebbe garantire stabilità al Paese anche nel 2013.

Ma così facendo Monti invece di salvare l'Italia ha risparmiato al Pd una dolorosa svolta riformista o, in alternativa, lo ha "salvato" da una possibile, e a quel punto auspicabile, spaccatura. Si è messo al servizio della GC, che alla prima prova tecnica ha prodotto un esito pessimo, che rischia di "bruciare" l'immagine del governo. Non ci sarebbe da sorprendersi se presto, molto presto, ci ritroveremo con il dilemma della caduta di credibilità di Monti e allora saranno guai, perché di "tecnici" salvatori della patria non se ne vedono più. Una riforma che rischia una pesante bocciatura sui mercati, e una GC ad insufficiente tasso di riformismo (volendo includere un Pd a trazione Cgil), possono andare bene a Casini - da sempre ambivalente sui contenuti, l'importante è che ci sia un compromesso che ne evidenzi la centralità - non ai riformisti del Pd e al Pdl.

Se l'Udc persegue da sempre una politica dei "due forni", oggi Pdl e Pd stanno accarezzando l'idea del ritorno al proporzionale persuasi di poter anche loro praticarla. Come l'Udc si immagina al governo con il Pdl o con il Pd, o con entrambi, a seconda dei risultati elettorali, così il Pdl è attratto dallo stesso tipo di centralità tra Lega da una parte e Udc dall'altra, e il Pd tra Udc e foto di Vasto. E' ovvio che in questo schema qualcuno rischia di farsi molto male.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Friday, April 06, 2012

Finita la melassa, WSJ molla Monti

Dopo il Financial Times, che ieri ha dato voce allo sfogo - colpevolmente tardivo ma nel merito ineccepibile, e non solo sulla riforma del lavoro - di Emma Marcegaglia, un altro schiaffone in mondovisione a Monti arriva dal quotidiano finanziario Usa, il Wall Street Journal, costretto a rimangiarsi in tutta fretta lo spericolato paragone di Monti alla Thatcher, azzardato solo pochi giorni fa. Dietrofront: la miglior analogia "britannica" può essere con Ted Heath, lo «sventurato» predecessore conservatore della Lady di ferro. Il che però ci sembra un tantino ottimistico riguardo il successore di Monti.

Ma il WSJ boccia anche la bozza originaria della riforma Monti-Fornero, che prevedeva «una modifica relativamente modesta all'articolo 18», addirittura una «small beer» (robetta da poco, insignificante) «per un Paese con i problemi economici dell'Italia» (tasso di disoccupazione al 9,3%; tasso di occupazione al 56.9%, contro il 64.5% del Portogallo e il 66,8 degli Usa). Ma almeno si muoveva nella «giusta direzione».

La conclusione del quotidiano Usa è lapidaria, e sarcastica: «Gli ottimisti in Italia - sì, ce ne sono alcuni - diranno che una piccola riforma è meglio di niente. Forse. Ma Monti fu chiamato a fare il primo ministro per salvare il proprio Paese dal ciglio dell'abisso greco. La riforma del lavoro è una resa a coloro che lo stanno portando in quell'abisso». La sensazione è che presto, molto presto, ci ritroveremo con il problema della caduta di credibilità di Monti e allora saranno guai, di "tecnici" savatori della patria non se ne vedono più.

Duro anche il direttore del giornale di Confindustria, il Sole24Ore, che accusa Monti di scorrettezze poco da tecnico e molto da politico:
«La regola aurea che il professor Mario Monti non può non conoscere è che un presidente del Consiglio in visita all'estero parla del suo Paese, vende il titolo Italia (lui lo sa fare benissimo, è giusto rendergliene merito), ma non si occupa delle vicende interne, non risponde alle polemiche domestiche, non scrive lettere ai giornali sui rapporti tra governo e partiti. Purtroppo, tutto ciò che non doveva avvenire è successo con la missione in Asia guidata da Monti e ha trovato la sua logica conclusione in un vertice notturno, a Roma, con i segretari dei partiti che lo sostengono».
E' stato Monti a dichiarare «chiuso» l'argomento articolo 18 e poi a rimangiarsi la sua parola. E nel modo peggiore:
«Si sono inventate coperture rozze (che cosa c'entrano i rincari su casa, auto aziendali, biglietti aerei?), si è indebolita la flessibilità in uscita e sono rimasti intatti oneri contributivi e rigidità sui contratti in entrata in una dimensione tale da rischiare di ridurre le occasioni di occupazione per i giovani e i tanti (troppi) quarantenni e cinquantenni che si sono ritrovati dalla sera alla mattina senza un reddito. Non ci resta che una speranza: si rifacciano di giorno i conti maldestramente impostati di notte».
Interessante anche il commento, nel merito della riforma, di Alesina e A. Ichino sul Corriere della Sera. Premessa sugli effetti dannosi dell'art. 18:
«L'aumento dei vincoli alla libertà di impresa, riguardo ai licenziamenti per motivo economico, si riflette in perdite retributive per i lavoratori che in Italia sono state stimate nell'ordine del 5-11%. Altrettanto dimostrato è l'effetto negativo sulle assunzioni (13-15% in meno, ad esempio, nelle piccole imprese in cui la protezione contro i licenziamenti è aumentata nel 1990). Insomma, il sistema basato sull'art. 18 dà sicurezza a chi ne può godere (ormai quasi solo i lavoratori anziani, in maggioranza uomini). Ma tiene in piedi posti di lavoro poco produttivi con una perdita generale di efficienza economica e lascia briciole di precariato ai giovani».
Qual è il rischio con una riforma che si ferma «in mezzo al guado?»
«Le imprese in crisi approfitteranno immediatamente di ogni spiraglio nella diga per liberarsi dei lavoratori improduttivi. Ma quelle che potrebbero espandersi non assumeranno perché non avranno sufficienti garanzie di poter ridurre in futuro l'occupazione se e quando questa eventualità si rendesse necessaria. Il peggio dei due sistemi quindi: licenziamenti senza assunzioni».
Il giudizio quindi è tranchant: «Ci sono riforme che anche se fatte a metà sono comunque un utile passo avanti. Ce ne sono altre che, invece, se fatte a metà peggiorano la situazione e sarebbe meglio non iniziarle nemmeno. La riforma del mercato del lavoro di cui si sta discutendo appartiene a questa seconda categoria».

Riforma sacrificata sull'altare della Grande Coalizione

Meglio non compromettere le premesse di una Grande Coalizione con una rottura sull'articolo 18. Il compromesso al ribasso sulla riforma del lavoro può essere considerato a tutti gli effetti una prova tecnica di GC. Ma se è così, bisogna anche ammettere che l'esito è very bad. Prelude a riforme sempre più sbiadite, inutili, persino dannose. L'idea di una GC in cui diverse forze politiche mettano mano ai nostri problemi strutturali nell'emergenza non è campata in aria. Sarebbe senz'altro possibile se fosse limitata alle forze moderate e riformiste. Bisogna tuttavia fare i conti con quella che è da sempre la grande anomalia del sistema politico italiano. Se si pretende di mettere insieme una coalizione che va dai moderati ad un Pd a trazione Cgil, il rischio è che partorisca topolini rachitici come questa riforma. L'articolo 18, invece, poteva (anzi doveva) offrire l'occasione per costringere il Pd a decidere una volta per tutte tra linea riformista o camussiana. Male che fosse andata – il Pd che fa cadere il governo e tenta la "rivoluzione d'ottobre" – il sistema politico si sarebbe potuto scomporre/ricomporre attorno all'asse delle riforme, tra un "partito Monti" (anche senza Monti) e un "partito Grecia". La gioiosa macchina da guerra di Vasto si sarebbe infranta sul muro di un nuovo, ampio fronte moderato. Uno scenario in cui anche i mercati avrebbero potuto intravedere finalmente una certa chiarezza nella politica italiana.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Thursday, April 05, 2012

La giornata: l'addio di Bossi e la non riforma che smaschera il Bluff-Italia

La notiziona del giorno sono senz'altro le dimissioni di Bossi (al suo posto il triumvirato Maroni-Calderoli-Dal Lago), che chiudono un'era politica, anche se quella che si apre non è detto abbia le caratteristiche del nuovo che avanza. Evito di riportare particolari che troverete su siti molto più autorevoli, e mi limito a un interrogativo e ad una considerazione. Mi e vi chiedo: come mai, se i beneficiari della truffa e dell'appropriazione indebita contestate al tesoriere della Lega Belsito sono Bossi e i suoi figli, non risultano ancora indagati? Una curiosa anomalia. La riflessione - amara - è che in Italia funziona così il ricambio delle classi dirigenti: tutti hanno scheletri negli armadi; quando è ora di sbarazzarsene, basta passare le chiavi alla magistratura. Chi sarà stato in questo caso? Ovvio che i sospetti si concentrino su Maroni, ex ministro degli interni. Nel caso di Bossi, inoltre, si ha la triste impressione che dopo la malattia qualcuno (anche in famiglia) se ne sia approfittato, ma questo sarà il processo a stabilirlo. Di certo non mi unisco allo sport nazionale: Piazzale Loreto.

Oscurati dallo tsunami in casa Lega lo spread, che torna a salire a livelli angoscianti, e le polemiche sulla riforma del lavoro. Monti non ha mai detto che la crisi è finita, ma come lui stesso ha precisato ieri in conferenza stampa, che la crisi dell'Eurozona era superata. Ecco, anche questa affermazione è stata in poche ore smentita, ma dai fatti. E' la febbre spagnola stavolta a tirare su lo spread (fino a 400), portandosi dietro Italia (369) e Francia (113). Ma non è escluso che il cedimento del governo sulla riforma del lavoro abbia potuto già influire sui mercati. Rispetto ai giorni scorsi, infatti, il differenziale tra i nostri btp e i bonos spagnoli si è ridotto da 40 a 30 punti, con minimi di giornata di 26.

Reintegro solo in casi «molto estremi e improbabili», assicura il premier sull'articolo 18. Ma è sempre stato così, non era (e non è) questo il punto. Il problema è l'incertezza, l'aumento dei ricorsi, la discrezionalità dei giudici. E a pensarlo non sono solo liberisti "selvaggi" come l'Istituto Bruno Leoni («rende solo più oneroso il lavoro flessibile, senza ridurre i costi del lavoro a tempo indeterminato») e Oscar Giannino («resta tutto il giro di vite alla flessibilità in entrata, mentre il giudice con la sua piena discrezionalità domina in ogni forma di licenziamento»), ma anche Tito Boeri («con le ultime correzioni la riforma dà ancora più poteri ai giudici. Aumenterà l'incertezza») e Linkiesta («i ricorsi ricominceranno a moltiplicarsi. E tanti saluti alla certezza e celerità del diritto, di cui investitori e lavoratori davvero avrebbero bisogno»), così come Pietro Ichino, di nuovo sconfitto nel suo partito («colpisce che il Pd abbia accettato di sacrificare gli interessi di un milione e mezzo di outsiders "collaboratori" pur di recuperare un pezzetto della job property degli insiders subordinati regolari»).

E scopriamo oggi che il ddl contiene anche una nuova stangata fiscale per finanziare la riforma (oltre 20 miliardi di euro preventivati per il periodo 2014-2021): 2 euro in più di diritti d'imbarco sugli aerei; dieci punti in più di aliquota per i proprietari di casa che non aderiscono alla cedolare secca sugli affitti; stretta sulla deducibilità delle auto aziendali.

Altro che punto d'equilibrio... l'esultanza di Bersani e dei sindacati (Cgil compresa) la dice lunga su chi sia uscito vincitore. E non illudiamoci che stampa e investitori esteri non abbiano colto il sostanziale cedimento del governo Monti alle forze della conservazione sociale. Il Financial Times già parla di «appeasement» e offre la propria homepage (in mondovisione) allo sfogo di Emma Marcegaglia. Che non più presidente di Confindustria bastona Monti non solo sulla riforma del lavoro. «Very bad», è la sua bocciatura senz'appello sul FT: «Il testo è pessimo. Non è quello che abbiamo concordato», «non è la riforma di cui il Paese ha bisogno». Le nuove norme sono giudicate così negativamente da ritenere che «sarebbe meglio che non ci fossero». Se restano così, avverte, «non solo le imprese non creano nuova occupazione, ma non rinnovano i contratti precari in essere». Giudizio negativo anche sul resto dell'operato del governo tecnico: «L'inizio è stato positivo. Eravamo così vicini all'abisso...». Ma per il resto tanta delusione: per la portata effettiva delle riforme, come le liberalizzazioni, e «sul fronte dei tagli alla spesa pubblica non abbiamo visto nulla». Poteva dirle prima queste cose, quando ancora guidava Confindustria.

Una reazione che ha quanto meno indotto Alfano a battere un colpo («sosteniamo Monti ma su lavoro e fisco serve un cambio di passo») e a impegnare il Pdl ad apportare modifiche e miglioramenti al testo in Parlamento, anche se ormai gli spazi di manovra saranno ridotti al minimo.

Luna di miele finita: Ft e Wsj voltano le spalle a Monti

Per il premier Mario Monti non è finita solo la "luna di miele" con l'opinione pubblica interna, come segnala il Financial Times nel secondo di due articoli consecutivi dedicati alle difficoltà dell'economia italiana e agli effetti nocivi della ricetta Monti; sta finendo anche la "luna di miele" con la grande stampa del mondo finanziario internazionale. Nel breve volgere di pochi giorni, a causa del moltiplicarsi dei segnali che indicano l'abbattersi sul nostro Paese di una recessione più dura del previsto, mentre la stampa nostrana è occupata a linciare la Lega e a speculare sulla "Grande Coalizione", la stampa business sta voltando le spalle a Monti e tornando ad avere uno sguardo più obiettivo sull'Italia.

Dopo l'articolo del FT in cui si dava conto di un rapporto della Commissione Ue sul rischio che si riveli necessaria una manovra correttiva nei prossimi mesi, a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito, sintomatico è l'articolo di ieri del Wall Street Journal, in prima pagina dell'edizione europea. Proprio il quotidiano che solo pochi giorni prima aveva paragonato Monti alla Thatcher, oggi scrive che l'Italia rappresenta una minaccia per l'economia, proprio come ai tempi dello screditato Berlusconi. E questo a causa delle misure dell'uomo che poche settimane fa veniva indicato dal settimanale Time come salvatore dell'Europa, con grande giubilo del nostro establishment pro-Monti.

«Le misure di austerity in Italia – scrive il WSJ – stanno bloccando l'attività economica nella terza principale economia dell'Eurozona, secondo quanto emerge dai dati economici e di bilancio più recenti, che dimostrano come queste misure siano controproducenti».
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Wednesday, April 04, 2012

La giornata: reintegrato il reintegro, riforma Bluff-Italia

Al termine della solita chilometrica conferenza stampa più simile ad una lezione universitaria, il governo ha annunciato la capitolazione alle pressioni del Pd e della Cgil (evidentemente non contrastate da Pdl e Terzo polo): l'opzione del reintegro resta in tutti i casi di licenziamento individuale senza giusta causa, anche nei casi di motivo economico. Sarà il giudice a decidere. L'unica novità rispetto al passato è che viene introdotta l'opzione dell'indennizzo (da 12 a 24 mesi), tranne che nei casi di discriminazione. Inoltre - e vista l'irrisolutezza della norma finisce per essere un bene - il nuovo articolo 18 non sarà esteso alle imprese sotto i 15 dipendenti, quindi resterà il dualismo tra una normativa semplice (al di sotto dei 15) e una complicata e di incerta applicazione (al di sopra), tale da disincentivare, come sempre è stato, il superamento della fatidica soglia.

Non solo il filtro giudiziale non viene abolito, ma la discrezionalità del giudice - e quindi l'indeterminatezza dell'esito della controversia - se possibile risulta persino accresciuta. Per salvare la faccia, infatti, il governo fa ricorso ad un vero e proprio sofisma: nei licenziamenti individuali senza giusta causa per motivo economico il giudice potrà reintegrare se valuta la «manifesta insussistenza» del motivo. Che vuol dire? Se la giusta causa è solamente insussistente, allora si applica l'indennizzo; se è manifestamente insussistente, allora il giudice può optare per il reintegro. Ma la «manifesta insussistenza» non equivale ad una discriminazione (nel qual caso il giudice sarebbe tenuto al reintegro), bensì copre «un'area grigia», ha precisato il ministro Fornero, così ammettendo implicitamente la completa discrezionalità del giudice. In questo la differenza con la bozza del 23 marzo è sottilissima ma sostanziale. Nella prima si prevedeva che per chiedere il reintegro il lavoratore avrebbe dovuto dimostrare che dietro le inesistenti ragioni economiche addotte dal datore di lavoro si nascondeva un motivo disciplinare o una discriminazione; nella nuova formulazione è sufficiente che il giudice ritenga «manifesta» l'insussistenza della ragione economica, presumendo un altro motivo che non è nemmeno tenuto a specificare. E' come un'inversione dell'onere della prova, quindi è netta la vittoria di Bersani.

Se per la Fornero il nuovo articolo 18 toglie definitivamente alle imprese l'alibi per non investire, secondo Monti questo sistema sarà comunque «più prevedibile» del precedente. Eppure, di fatto la condanna al reintegro sarà sempre possibile: non dipenderà solo dalla percezione personale del giudice - se l'insussistenza della giusta causa la vede manifesta o meno - ma persino dall'umore con il quale si sarà svegliato quella mattina.

In attesa di capire quali concessioni ha ottenuto il Pdl sulla flessibilità in entrata tali da indurlo a cedere sull'articolo 18, e se le associazioni di categoria delle imprese intendono reagire ad una riforma che rischia di alzare costi e rigidità anziché abbassarli, registriamo che dopo il Financial Times anche il Wall Street Journal sembra voltare le spalle a Monti, paragonato solo pochi giorni prima niente meno che alla Thatcher. I due quotidiani finanziari, dopo la sbornia montiana, tornano ad avere uno sguardo più obiettivo sull'Italia.

E se la luna di miele di Monti con l'opinione pubblica interna, osserva il primo, è finita per via delle stangate fiscali, esacerbate dall'aumento dei prezzi dei carburanti e della bolletta energetica, e dal pasticcio dell'Imu – da cui scopriamo oggi che sono incredibilmente esentate le fondazioni bancarie, ennesimo schiaffo ai contribuenti – l'annacquamento della riforma del lavoro rischia di decretare la fine anche della luna di miele con l'opinione internazionale. Fino ad ora Monti ha goduto di un'apertura di credito basata soprattutto sul curriculum personale e la sobrietà, che nulla possono però di fronte ai dati nudi e crudi dell'economia italiana e degli effetti concreti, misurabili, delle sue politiche. L'unica riforma di un certo rilievo resta quella delle pensioni, per il resto solo tasse che hanno depresso l'economia, aggravando una recessione che rischia di compromettere gli impegni di risanamento. E ora questo flop sull'articolo 18, che rischia di smascherare il Bluff-Italia.

Secondo il Financial Times, tuttavia, dalla sua visita in Asia il premier avrebbe dedotto che gli investitori temono più l'instabilità politica che riforme non proprio incisive, e questo avrebbe convinto Monti a cedere al compromesso sull'articolo 18, piuttosto che rischiare di spaccare il Pd e perdere la sua maggioranza. Ma così facendo Monti finisce esattamente laddove solo pochi giorni fa si era detto indisponibile ad arrivare, e cioè ad anteporre il «tirare a campare», e in ultima analisi il disegno tutto politico di una "Grande Coalizione" anche dopo le elezioni del 2013, all'agenda riformatrice che il suo governo è stato incaricato di attuare. L'esito del vertice di ieri sera con il trio ABC sulla riforma del lavoro è solo un primo assaggio di cosa intendono concretamente i partiti italiani con "Grande Coalizione": non un'eccezione per condividere i costi di scelte impopolari ma responsabili, ma una palude in cui annacquare tutto senza farsi del male a vicenda.

Dalla Ue warning a Monti: l'Italia rischia

Sembra un film già visto: filtrano indiscrezioni, spesso da Bruxelles, secondo cui all'Italia potrebbe servire una nuova manovra per rispettare i suoi impegni di bilancio; Palazzo Chigi smentisce. Il tempo ci dirà se anche stavolta dovremo rassegnarci al solito esito: la manovra alla fine s'ha da fare, ma siccome nell'emergenza – l'alibi è sempre lo stesso – il governo si trova impreparato a tagliare la spesa, aumentano le tasse. Questa volta il ruolo da protagonista tocca al governo Monti.

In effetti, il rapporto citato dal Financial Times non dice che l'Italia ha bisogno di una manovra correttiva ora, anzi sarebbe «ingiustificata in questa fase», ma che c'è il rischio che si riveli necessaria nei prossimi mesi a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito. Ci avverte che «lo slancio riformatore dev'essere mantenuto», e che in particolare sulla riforma del lavoro non possiamo permetterci compromessi al ribasso, altrimenti l'Italia violerebbe il piano di riforme concordato con i partner Ue. Ci ricorda che il fiscal compact prevede per i Paesi indebitati come il nostro uno sforzo colossale per il rientro dal debito. Insomma, le sfide per l'Italia sono solo all'inizio. Per questo suggerisce di procedere con privatizzazioni e dismissioni di immobili di Stato per abbattere velocemente lo stock del debito, cosa che il governo Monti si ostina a non prendere nemmeno in considerazione.

Siamo già in recessione, ma gli aumenti di tasse previsti per quest'anno non hanno ancora dispiegato tutti i loro effetti recessivi. In attesa della stima preliminare del Pil nel I trimestre 2012, che l'Istat diffonderà a metà maggio, si avvicina il momento della verità. Il rischio che corriamo, a causa di una politica di risanamento di tasse anziché di tagli alla spesa, è un progressivo avvitamento nella spirale "più tasse-recessione-deficit-nuove tasse". E' la via dell'austerità definita da Draghi «cattiva» - politicamente più facile da attuare, perché si possono ottenere «buoni numeri» anche senza tagliare la spesa corrente, solo alzando le tasse - quella fin qui seguita anche dal governo Monti, che in totale continuità con i governi tecnici e politici del passato, e in connubio con i vertici della burocrazia statale, difende la spesa pubblica caricando sul Paese tutti gli oneri del risanamento.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Tuesday, April 03, 2012

La giornata: attacco al cuore della Lega e Monti pronto su art. 18... a cedere

La giornata è senz'altro caratterizzata dalla tempesta giudiziaria che ha travolto la Lega. Tre Procure da nord a sud - Milano, Napoli, Reggio Calabria - colpiscono al cuore il movimento nella persona del tesoriere, Belsito, accusato di appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato, per come sono stati spesi i rimborsi elettorali. Ma anche di riciclaggio, nell'ambito del filone reggino, da cui spuntano "contatti" con la 'ndrangheta. Sembra proprio la traduzione in inchiesta giudiziaria delle accuse che tempo fa Saviano aveva lanciato alla Lega dalla trasmissione televisiva "Vieni via con me", condotta con Fazio.

Ma l'attacco giudiziario mira al simbolo più prezioso del leghismo, Umberto Bossi: parte dei soldi infatti sarebbero stati dirottati «per sostenere i costi della famiglia Bossi», fanno sapere gli inquirenti. Se Berlusconi corre in soccorso dell'ex alleato, dicendosi certo della sua estraneità, Maroni si scorda del garantismo usato per Boni e ne approfitta per lanciare la sua campagna di «pulizia» nel partito.

Il fatto che a condurre la perquisizione dei finanzieri nella sede leghista di Via Bellerio c'era il pm Woodcock, titolare dell'inchiesta per la procura napoletana, dovrebbe bastare a suggerire una certa precauzione nell'emettere sentenze mediatiche. Dove c'è lui c'è tanto fumo e la cosa incredibile è l'agilità con cui si è lanciato in questa nuova caccia al politico solo pochi giorni dopo il flop conclamato sul caso Papa, ormai scagionato dall'accusa più infamante, quella della fantomatica P4, che lo aveva portato in carcere.

In mattinata abbiamo assistito ad un film già visto: le solite indiscrezioni da Bruxelles, riportate dal Financial Times, secondo cui all'Italia potrebbe servire una nuova manovra per rispettare i suoi impegni di bilancio; e le solite smentite di Palazzo Chigi. In realtà, nel rapporto degli osservatori della Commissione Ue citato dal FT non si dice che l'Italia ha bisogno di una manovra correttiva ora, anzi sarebbe «ingiustificata in questa fase», ma che c'è il rischio che si riveli necessaria nei prossimi mesi a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito.

Il rapporto ci ricorda che il fiscal compact prevede uno sforzo colossale per il rientro dal debito e quindi suggerisce di procedere con privatizzazioni e dismissioni di immobili di Stato per abbatterne velocemente lo stock, cosa che il governo Monti si ostina a non prendere nemmeno in considerazione. Per il rapporto citato dal FT l'Italia è sotto esame anche sulla riforma del mercato del lavoro: ci avverte che «lo slancio riformatore dev'essere mantenuto», e che in particolare sul lavoro non possiamo permetterci compromessi al ribasso, altrimenti l'Italia violerebbe il piano di riforme concordato con i partner Ue.

Già, che ne è della riforma del lavoro. Oggi Monti ha incontrato Bersani, e già stasera o al massimo domani mattina dovrebbe tenersi un vertice Monti-ABC, forse decisivo. Sull'articolo 18 «nessuna novità concreta, ma spero ci sia presto», aveva confidato nel pomeriggio il segretario Pd, la cui linea è chiara: modello tedesco, cioè filtro giudiziale con reintegro come opzione in tutti i casi di licenziamento individuale, anche economici. Alfano, uscito dalla direzione del Pdl, invita alla cautela sul modello tedesco, sia sull'articolo 18 che sulla legge elettorale, ma la sensazione è che su entrambi i temi l'accordo si possa chiudere. Alfano si dice pronto a sposare il «punto di equilibrio» del governo, ma se si tocca sui licenziamenti, allora «anche noi abbiamo le nostre proposte» di modifica, sul versante della flessibilità in entrata. Potrebbe essere questo il terreno del compromesso.

Non ha tutti i torti, d'altra parte, Giuliano Cazzola, quando sostiene che rispetto al modello tedesco, verso il quale spingono Pd e sindacati, nella proposta «arzigogolata» del governo non è che ci sia «un maggior tasso di riformismo», dal momento che «i giudici del lavoro sarebbero bravissimi ad aggirare l'ostacolo» e «una gran parte dei licenziamenti economici si ribalterebbero in discriminatori».

Il ministro Fornero spera che il testo del ddl sia pronto «al massimo per domani mattina», «dal mio punto di vista è praticamente pronto». Ad essere "pronto" è anche Monti, peccato che sia pronto a cedere sull'articolo 18, pur cercando di salvare la faccia. Anche perché mentre faceva il Marco Polo in Asia si allargava il fronte del "no" tra i ministri del suo governo: quelli vicini al Pd (Barca e Balduzzi), quelli vicini alla Cei (Riccardi e Ornaghi), e persino Passera.

Un caso di ordinario depistaggio di Stato

Gli imprenditori dichiarano redditi inferiori ai dipendenti, quindi pagano meno tasse. Boom! Non c'è grande giornale o tg che nello scorso fine settimana non abbia aperto con questo titolo, suscitando, c'è da scommetterci, un moto di indignazione e rabbia in molti cittadini, ai quali sarà suonato come beffarda conferma di ciò che da sempre credono di vedere con i loro occhi: i furbetti, è proprio vero, si annidano tra gli imprenditori, il loro stile di vita non è certo compatibile con il misero reddito medio dichiarato.

Invece è pura propaganda, vera e propria disinformatja di Stato, cui i media, per ignoranza economica e statistica, non sanno opporre uno straccio di spirito critico. Come ogni anno è il dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia la fonte di tali mistificanti elaborazioni statistiche. Nel comunicato di venerdì scorso, che accompagnava i dati delle dichiarazioni dei redditi degli italiani relativi al 2010, si legge che «mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori è pari a 18.170», quello dichiarato dai lavoratori dipendenti è «pari a 19.810». Uno scoop servito su un piatto d'argento che ai media non par vero di rilanciare, ma in realtà la più classica statistica da "polli di Trilussa".

Va prima di tutto precisato chi sono i "lavoratori dipendenti" e chi gli "imprenditori". Nella prima tipologia di reddito il fisco include anche professori universitari e magistrati, manager e dirigenti, pubblici e privati, che alzano di molto il dato reddituale medio, mentre sotto la voce "imprenditori" figurano soprattutto artigiani e commercianti medio-piccoli. I nomi del vasto mondo dell'impresa famigliare italiana – da Berlusconi a Benetton, da Ferrero a Marcegaglia – non compaiono personalmente come imprenditori, anche se di fatto possiedono le loro imprese. Non perché siano evasori. Dichiarano i loro guadagni, ma sotto forma di dividendi e compensi da cda. Inoltre, bisogna considerare il cosiddetto "splitting famigliare", per cui l'imprenditore può suddividere il reddito tra i componenti della propria famiglia, e che oltre il 70% degli artigiani e dei commercianti lavora da solo; che stiamo parlando del reddito dichiarato dall'imprenditore come persona fisica, dopo aver già pagato le tasse sugli utili della sua impresa; e infine che il reddito medio di un imprenditore del Nord supera del 50% circa quello di un collega del Sud.

Considerando tutti questi fattori, dunque, un reddito medio nazionale di 18 mila euro l'anno «non è così scandaloso», osserva il segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, ma resta un «falso statistico». Una ditta individuale artigiana, ad esempio, dichiara mediamente 22 mila euro, contro i 15 mila dell'operaio che impiega. Persino per il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, si tratta di medie «completamente sbagliate» e senza alcun valore statistico, che non si dovrebbero usare «per contrapporre guelfi e ghibellini».

Continuare a puntare sul conflitto dipendenti-imprenditori, alimentare l'invidia sociale nei confronti dei più ricchi (o dei meno poveri), rientra in una grande campagna di depistaggio ad opera della politica, in connubio con i vertici della burocrazia statale, volta a distrarre l'opinione pubblica dalla vera causa della situazione di crisi in cui si trova l'Italia: ci vogliono far credere che la colpa dei servizi scadenti e del debito elevato, quindi dell'aumento della tassazione, sia degli evasori. Ma lo Stato riceve dai contribuenti onesti già più di quanto gli altri Stati occidentali ricevano dai propri cittadini. Quindi l'evasione è un'ingiustizia nei confronti di chi paga, ma non è la causa dell'elevato debito pubblico e della tassazione elevata, che sono colpa della spesa pubblica e della sua gestione clientelare da parte della politica.

Semmai, le nostre dichiarazioni dei redditi non fanno che accrescere i dubbi sull'attendibilità delle stime dell'evasione fiscale elaborate dall'Istat. E se non fosse poi tanto smisurata la ricchezza sottratta illegalmente dagli italiani al fisco, quanto l'ordinamento fiscale stesso a offrire vie legali all'evasione nell'interpretazione dell'imponibile?

Monday, April 02, 2012

La giornata: al suo ritorno Monti troverà la riforma "smontata" dai partiti?

I dati sulla disoccupazione, il tracollo da incubo delle vendite Fiat, il caos sull'Imu e la vera e propria disinformatja sulle dichiarazioni dei redditi per alimentare l'invidia sociale dipendenti-imprenditori. Alesina e Giavazzi che mettono in guardia dalla «trappola delle tasse», ricordando che in un Paese come l'Italia, con una pressione fiscale vicina al 50%, «ridurre deficit e debito aumentando le imposte è inutile, o addirittura controproducente», ma Monti difende gli aumenti delle tasse, anche se «rozzi». Meglio questi che la Grecia, come se non ci fosse una terza via virtuosa.

E' proprio vero: recessione e tasse assediano Monti, il quale dall'Asia continua con il suo temerario ottimismo per attrarre investitori. La crisi dell'Eurozona è «superata» e l'Italia ha imboccato un sentiero «più solido». Quali elementi abbia il premier per esserne così sicuro con lo spread a 327 (rendimenti sopra il 5%) e ciò che sta accadendo a Spagna e Portogallo, non lo sappiamo. Ma il contraltare dell'invito agli investitori asiatici a «rilassarsi» è il rischio che la nostra politica s'addormenti sulle riforme.

E infatti. Bersani cerca di disinnescare la mina dell'articolo 18 prima del 6 maggio, cioè prima delle amministrative («io ci credo»), mettendo il governo di fronte al fatto compiuto di un accordo in Parlamento tra le forze di maggioranza. Mentre fa a chi ce l'ha più grande (il partito) con Alfano, arriva a proporre uno scambio al Pdl: sia il giudice a optare per il reintegro o l'indennizzo in tutti i casi di licenziamento individuale, come in Germania, e in cambio via libera ad alcune richieste del Pdl sulla «flessibilità in entrata», penalizzata dallo schema Fornero.

La notizia è che Alfano non dice di no. «Fare insieme la riforma del lavoro è meglio che farla separati», basta che non si tratti solo di non scontentare la Cgil, basta che l'agenda non la detti il sindacato al posto del governo. Apertura nel metodo, insomma, e nessun paletto di merito, almeno per ora. Con Cazzola che giudica «interessanti» le aperture di Bersani.

Anche Casini è d'accordo di risolvere la questione prima di maggio, ma sul reintegro deve decidere il governo. Al rientro di Monti dall'Asia dovrebbe prendere vita - in pochi giorni fa sapere il capo dello Stato - l'articolato del governo e allora capiremo se la riforma è già morta. Monti-Fornero potrebbero essere scavalcati da un accordo parlamentare, e allora potrebbero ben poco, anche alla luce della stretta di Napolitano sulla fiducia, o essere costretti ad un passo indietro constatando la rigidità del Pd («su alcuni punti non possiamo mollare») e la scarsa voglia di Pdl e Terzo polo di alzare le barricate.

Se per Bersani è l'articolo 18 la mina da disinnescare, per Alfano è la legge elettorale. Domani mattina sul tema è convocata la direzione del Pdl, ma le parole del segretario non potrebbero essere più ambigue: da una parte dev'essere «noto in anticipo chi è il candidato premier», dall'altra osserva che «conseguentemente in Palamento si determina una maggioranza a sostegno del candidato».