Monday, April 30, 2007

Uno dei cretini

«C'è sempre chi manda...». E grazie a questo qualcuno che manda mi ritrovo citato nella consueta conversazione settimanale Pannella-Bordin (dal minuto 42:27). Di seguito la trascrizione:

Pannella: «Mi sono felicitato per la qualità dell'articolo di Enrico Rufi, che era di una ottima qualità giornalistica e politica».
Bordin: «Ne ha fatto un altro però va nella sua rubrica...».
P: «... Solo che era un editoriale, ed era manifestamente un editoriale politico, di un redattore, che è una novità...»
B: «Ma non è un editoriale, però, scusami...»
P: «Be' vabbe', io lo interpreto così... tutt'al più potremmo... in termini di equiparazione ai giornali essere un corsivo di prima, di spalla».
B: «Quella è una rubrica fissa, nella quale Rufi...»
P: «Alle 8 e mezza di mattina?»
B: «No, e infatti quella è stata... quella è stata una scelta che non si ripeterà».
P: «Quella è l'ora riservata a questi editorialisti, di due o tre che noi abbiamo...»
B: «Esatto, ma seguirà un editoriale prooo... pro-Royal».
P: «No, non è un problema di dosaggi. Io dico comunque che quello era di grande qualità giornalistica e politica. Poi, ci sono alcune osservazioni... Per esempio, vorrei solo dire che la cosa più interessante politicamente non era questo dire siamo in sarkozisti e no, ma addirittura lì è scritto che probabilmente Pannella ha preso la posizione anti-Sarkò perché in questo modo riusciva ad andare anche in questo caso contro Daniele. Allora, se questa è la stima che manifesta, che manifesta Enrico Rufi, io dico è legittimo, mi fa piacere, è bene che venga. Dopo di ché, che ci sia un noto blog...blogghista, blog...blogger - come cappero si chiama - che subito su questo inzuppa ogni volta...»
B: «Ahhhh...»
P: «Come si chiama?»
B: «Non lo so, perché... Cos'è? Punzi?»
P: «Punzi! Chillo... l'altre cose... teorizza. Poi ho letto... perché mi hanno mandato questa roba...».
B: «Ehh, lo so, c'è sempre chi manda...» (risata).
P: «Noo, no. Voglio dire: è così perché per loro il problema è di dimostrare che io vivo in funzione di Daniele Capezzone, contro. Se sono così CRETINI! Davvero loro così CRETINI! da ritenere davvero che il partito può ospitare, nelle sue tradizioni e nelle nostre personalità, ospitare questi moventi, cioè io ho bisogno di dire "neosarkozisti", nel senso che volevo dire gli ultimi venuti perché io non ne conoscevo prima... Ecco quell'altro intellettuale, "neo" è l'aggravante, perché... no... veramente, ma per dire anche i dettagli. Comunque la cosa... la vita è bella del partito anche, perché l'area in questo momento va benissimo proporre anche questo livello politico. Ognuno poi se lo giocherà, è efficacissimo, è giocato molto bene, è falsificante. Io non ho bisogno di falsificare nulla per portare avanti le mie cose. Se chi prova bisogno di attaccarmi deve falsificare è un problema che poi qualcuno potrà un giorno o l'altro notare».
B: «No ma infatti, quella cosa di Rufi, in effetti, era spiacevole solo da questo punto di vista, perché per il resto il ragionamento di Rufi aveva dei punti interessanti, perché poi in realtà Rufi è lettore attento...»
P: «Io dico ottimo, dico ottimo politicamente e giornalisticamente. Mica lo dico per... lo dico perché è vero. Dopo di ché sono in netto dissenso con il taglio che è stato dato, ma io valuto la qualità giornalistica e politica dei ragionamenti. E devo dire che per esempio, quella di Rufi, come sua unità e compattezza, non ha nulla a che vedere con quella dell'altra persona che abbiamo invece nominato e che più o meno appartiene più a una tradizione barocca...».
B: «Questa non è novità, questa non è una novità» (risata).
P: «Non è una novità? Io devo dire che, come tu sai, ho cominciato a sapere che c'era Punzi per due-tre volte che l'abbiamo nominato qui, se no non lo sapevo...».
B: «Guarda, io non l'ho letto, non so nemmeno se poi veramente è stato lui a scrivere queste cose, però insomma...».
P: «Ma io mi ricordo che nelle rassegne stampa a un certo punto veniva fuori questo Federico Punzi... Allora dico: dev'esse quello? Sì, è quello, ma mi era sfuggita l'attività politica...».

Premesso che possono benissimo «sfuggire», come «attività politica», presenze e interventi di oltre un anno nelle riunioni di Direzione e di Comitato di Radicali italiani, e qualche intervento, nella blogosfera e sui giornali, sulla politica radicale e della Rosa nel Pugno (a sostegno), un paio di precisazioni tengo a farle pur sapendo di apparire autoreferenziale.

Prima di tutto, qui non s'inzuppa un bel niente, né ci piace cantare in coro. Scrivevo che «alla demonizzazione di Sarkozy si è aggregato anche Pannella, con un improvviso interesse che si spiega forse più in funzione anti-capezzoniana» in un lungo post del 23 aprile, ben due giorni prima che fosse pubblicato l'articolo di Rufi in cui si ipotizzava lo stesso «movente». Tra di noi non ci sono stati contatti prima della pubblicazione del suo articolo.

Del «cretino» - e dello «stronzo» - che mi sono beccato da Pannella, non m'importa gran ché, riconoscendo la grandezza del personaggio politico. Come non mi è mai importato dei patetici esami del sangue e di patente radicale che mi è toccato subire in questi mesi.

Ciò che trovo insopportabilmente scorretto, invece, è trarre su di me e sulle mie competenze una valutazione generale a partire da qualche riga estratta da un post e messa sotto il muso di Pannella da qualche manina zelante. Mi chiedo, avendo motivo, ahimé, di presumere una risposta negativa: avrà avuto modo, Pannella, di leggere i miei post su Sarkozy, i miei articoli su Notizie Radicali o su L'Opinione, le mie riflessioni sui radicali (quelle positive e quelle critiche) in questi mesi? Non pretendo certo che dedichi il suo prezioso tempo a farlo, ma pretendo anche che si trattenga dal dare giudizi definitivi sulla base di un paio di righe poste strumentalmente da qualcuno alla sua attenzione, mentre di Rufi - che per altro sulla politica francese ha competenze straordinarie - ha potuto leggere integralmente un articolo e ascoltare un servizio radiofonico.

Chi segue questo blog può valutare forse più appropriatamente «la qualità giornalistica e politica».

Sta di fatto che, classico come Rufi o «barocco» come Punzi, nel merito non si risponde. Perché, su quali basi, Sarkozy sarebbe più pericoloso di Le Pen? E, ancora, 'sto libro di poesie, l'ha scritto de Villepin o Sarkozy?

P.S.: nella speranza che qualcuno anche stavolta mandi a Pannella «questa roba».

Tana per Padoa Schioppa

Se ce ne fosse bisogno, una conferma inoppugnabile del pesante interventismo del Governo sulla vicenda Telecom è giunta dalle parole di Antoine Bernheim, presidente delle Generali, sabato scorso all'assemblea del gruppo: «Quando mi ha telefonato il ministro Tommaso Padoa-Schioppa sulla vicenda Telecom, gli ho detto che il nostro oggetto è fare assicurazioni e non telefonia. Ma che se ci fosse stata un'azione collettiva con un intervento generale a favore dell'italianità, noi ci saremmo stati in qualche modo. E speravo che, se malauguratamente ce ne fosse bisogno, il governo sarebbe stato pronto a intervenire per difendere l'italianità delle Generali».

Bernheim ha poi precisato, al Corriere, confermando sostanzialmente la natura del colloquio con il ministro dell'Economia, fino ad allora tra i pochi ministri rimasti silenti sulla vicenda, ma evidentemente all'opera con maggiore discrezione: «Nessuna pressione. Il dottor Padoa-Schioppa mi ha telefonato come ha fatto con tutte le società interessate alla vicenda Telecom per sapere qual era la nostra posizione. Non ci sono state pressioni per un nostro intervento. Quando ho sentito che c'era interesse che Telecom rimanesse in mani italiane, ho detto di sperare che il governo avesse lo stesso interesse che Generali restasse in mano italiana».

Dunque: 1) c'è stata una telefonata di un ministro. Anzi, più d'una: telefonate a «tutte le società interessate» a Telecom; 2) nessuna «pressione» per un intervento di Generali, ma la comunicazione che da parte del Governo «c'era interesse che Telecom rimanesse in mani italiane»; 3) lo scambio di favori: l'intervento di Generali, «in qualche modo», per l'«italianità» di Telecom, corrisposto dalla speranza «che il governo avesse lo stesso interesse che Generali restasse in mano italiana».

Un «raro esempio di squarcio su conversazioni che in genere si preferisce non far risultare», osserva stamattina Mario Monti sul Corriere. Una scambio che «rivela la distanza che ancora ci separa da un sistema nel quale i pubblici poteri stabiliscono con leggi le regole del mercato; la vigilanza sul rispetto di quelle regole è esercitata dalle autorità indipendenti a ciò preposte e dalla magistratura; ed, entro tale quadro, il governo non interviene nel funzionamento del mercato». Invece, abbiamo conferma di un sistema nel quale «il ministro telefona a tutte le società interessate alla vicenda Telecom per sapere qual è la loro posizione» e «i suoi interlocutori comprendono che c'è interesse che Telecom rimanga in mani italiane».

Viene così «delineata un'azione collettiva con un intervento generale a favore dell'italianità». Il presidente delle Generali «ritiene — pur non avendo ricevuto nessuna pressione — che ci sia spazio per unire alla promessa di intervento un auspicio di ritorno». Cioè, «che il governo sia pronto, se necessario, a intervenire per difendere l'italianità delle Generali, come ha fatto ora per quella di Telecom».

Non tema di essere uscito dal settore d'interesse di Generali, conclude con ironia Monti, Bernheim ha fatto «un'operazione assicurativa»: «Ha stipulato una polizza contro il rischio di perdita del controllo delle Generali da parte di coloro che oggi le controllano».

Non serve aggiungere altro per evidenziare il carattere distorsivo dell'interventismo del Governo Prodi sulle dinamiche di mercato.

Friday, April 27, 2007

Non aspettare che sia lo Stato a provvedere

Qui da noi viene trattato come un fenomeno yankee poco più che folcloristico. Eppure, lo stato sociale «fai da te» negli Stati Uniti sta vivendo un momento di straordinaria espansione e dimostrando una notevole efficacia nel fornire servizi sociali di qualità rispetto a quelli statali. Da stravaganza resa possibile da immense fortune alla Rockefeller, sta sempre più assumendo i contorni di un sistema, avvalorando la tesi dei libertari, secondo cui sarebbe possibile arrivare ad «eliminare totalmente i programmi governativi di welfare, sostituendoli con rinnovati e rinvigoriti programmi di carità privata e opportunità economiche», come spiega Michael D. Tanner in "The Poverty of Welfare: Helping Others in Civil Society".

Alla base c'è una cultura di sfiducia nello Stato come fornitore di servizi. Nella società americana è diffusa l'idea che il governo non sia l'attore più capace di risolvere i problemi sociali e che i soggetti "deboli" debbano attivarsi in prima persona per il loro riscatto, senza aspettare che a loro provveda lo Stato. Agli occhi degli europei questa cultura viene tacciata nel migliore dei casi di velleitarismo, nel peggiore viene bollata come comportamento anti-sociale. Le contraddizioni del pregiudizio europeo balzano agli occhi quando viene fuori che l'approccio libertario funziona proprio nell'assicurare maggiore benessere e mobilità sociale.

La novità degli ultimi anni è che non sono più solo le ricchezze sterminate, non più solo i pochi ricchi sfondati, i Bill e Melinda Gates, a rendere possibili iniziative benefiche realizzate e finanziate dai privati, ma anche migliaia di benestanti, non necessariamente ricchissimi, che si sentono in debito per ciò che la società capitalistica ha permesso loro di diventare. Inoltre, mentre una una volta le attività benefiche prendevano avvio grazie ai cospicui lasciti da gigantesche eredità, oggi non si aspetta più la propria morte per "fare del bene".

Se la filantropia è uno dei pilastri su cui si è sempre retto il sistema educativo statunitente, oggi le iniziative crescono anche in altri campi, tipici del welfare, come l'assistenza sanitaria e la sicurezza sociale. Alcune iniziative benefiche sono mosse addirittura dalla preoccupazione di grandi imprese e banche di perdere i propri guadagni, come nel caso delle case farmaceutiche che regalano ai poveri medicinali costosissimi nella speranza che il Congresso non limiti la piena libertà dei produttori nel fissare il prezzo dei farmaci; o delle banche, che temendo una crisi finanziaria di sistema aiutano le famiglie meno abbienti a pagare le rate del mutuo per la casa.

Si ritiene che per la complessità dei problemi e le grandi somme di denaro necessarie solo lo Stato sia in grado di offrire risposte di welfare esaurienti. E invece, anche in questo settore possono operare con successo privati, animati da spirito caritatevole o dalla ricerca di un guadagno, di immagine e addirittura finanziario.

Blair, il successo di un governo liberale della globalizzazione

Tony BlairBlair è forse il primo leader occidentale, certamente il primo europeo, ad aver saputo governare in senso liberale la globalizzazione. «Non equidistribuire la povertà, ma amministrare quote crescenti di ricchezza», è un obiettivo che faceva già parte della tradizione politica del laburismo britannico, e l'idea di welfare liberale di Beveridge e Bevin era lontana anni luce dallo stato sociale all'italiana, quello ormai definito in scienza politica «particolaristico-clientelare».

Quella tradizione Blair l'ha saputa risollevare ponendo fine alla deriva socialista e sindacalista del suo partito, e calare nella realtà economica e sociale, e globale, dei nostri giorni. La sinistra italiana sembra muoversi ignorando Blair e il blairismo, come se non fossero mai esistiti. Appartengono a una sorta di cattiva coscienza che la insegue. L'impressione è che finché la sinistra italiana non supererà i suoi problemi con il blairismo non saprà essere all'altezza delle sfide del mondo di oggi, in campo economico e in politica estera, come sulla sicurezza e sulle libertà civili.

In una bella intervista Timothy Garton Ash si rivolge a un Tony Blair prossimo al ritiro, che sembra guardare da sotto un portico con una tazza di tè in mano il proprio "tramonto politico". Tempo di bilanci. Nelle democrazie i grandi leader non se ne vanno nel sangue.

Al di là del merito, non si può certo dire che la politica estera di Blair sia stata priva di contenuto. In politica estera Blair ha sostenuto un'idea, una visione. «Va fiero di aver sviluppato un approccio strategico alla politica estera britannica basato su un insieme di hard e soft power, e su forti alleanze sia con l'Europa che con gli Stati Uniti». La comunità di democrazie, dice guardando al futuro, è una buona idea, ma in termini politici pratici «si costruisce partendo dall'alleanza europea-americana».

Ma qual è, gli chiede Garton Ash, «l'essenza del blairismo» in politica estera? La sua risposta non potrebbe essere più chiara: «E' l'interventismo liberale». «Sono un'interventista e ne vado fiero». Non sconfesserebbe mai il suo discorso di Chicago del 1999, la tesi liberale e interventista della "dottrina della comunità internazionale".

Per quanto riguarda la politica interna è Anthony Giddens a tracciare un bilancio. E lo fa paragonando i risultati conseguiti di Blair con le miserie politiche di altri primi ministri progressisti europei. Nella Gran Bretagna di Blair «l'economia è in crescita da un decennio e continua a espandersi. L'occupazione è ai livelli più alti d'Europa. Inflazione e altri indicatori economici sono sotto controllo o positivi. Milioni di persone sono uscite dal livello di povertà... grossi investimenti nel settore pubblico: il servizio sanitario nazionale è significativamente progredito, i finanziamenti per l'istruzione statale sono stati utili, le infrastrutture pubbliche nel complesso hanno ricevuto la più sostanziosa iniezione di fondi...»

Da leader di sinistra ha inoltre saputo affrontare «senza mezzi termini» i problemi dell'ordine pubblico e dell'immigrazione, temi che le altre sinistre europee hanno grandi difficoltà a trattare. Importanti anche le riforme costituzionali: la "devolution" in Galles, in Scozia e in Irlanda del Nord; l'elezione diretta dei sindaci nelle città; la fine dei seggi ereditari alla Camera dei Lord; la legge sulla "partnership civile" per gli omosessuali; l'indipendenza della Corte Suprema.

Insomma, non si vincono per caso tre elezioni consecutive. Quelle vittorie sono «una conferma della validità» del blairismo e un «incitamento a proseguire su questa strada».

Mentre Parigi, Berlino e Roma arrancano distaccate di parecchie lunghezze, Londra è oggi la capitale d'Europa. Con Blair «la Gran Bretagna è diventata, a dispetto di qualche problema, la società multietnica meglio integrata d'Europa: una nazione cosmopolita, arricchita dalla diversità culturale, vibrante, piena di energia. Il merito ovviamente non è solo del primo ministro, ma Blair ha ben rappresentato questa prodigiosa evoluzione: ne incarna il volto e il simbolo. Il Tony Blair che ora lascia il potere è, anche per questo, una figura globale: cosa che, dalla seconda guerra mondiale in poi, era riuscita soltanto alla Thatcher fra i leader britannici».

Di che cosa abbiamo parlato?

Adesso siano i pm a rispondere del loro operato

Il processo Sme si è concluso con la piena assoluzione di Berlusconi in appello. Dall'accusa di corruzione in atti giudiziari, per i 434 mila dollari che da un conto Fininvest sono finiti al giudice Squillante attraverso Previti, Berlusconi è stato assolto in base all'art. 530, comma 2, per non aver commesso il fatto, mentre in primo grado per questo campo di imputazione era stato prosciolto per prescrizione grazie alla concessione delle attenuanti generiche. Per quanto riguarda i 100 milioni di lire passati dal conto Barilla al giudice Squillante, i giudici della seconda corte d'appello di Milano hanno confermato l'assoluzione come in primo grado, perché il fatto non sussiste.

E' lecito chiedersi, ora, di cosa abbiamo parlato per undici anni? E' lecito chiedere conto ai magistrati che hanno pervicacemente insistito - per oltre un decennio - con le loro accuse rivelatesi infondate, delle enormi somme spese? E' lecito sospettare che siano stati mossi da un intento persecutorio di carattere, se non di mandato, politico? Quanti crimini non sono stati perseguiti mentre un pezzo di procura s'impegnava a inchiodare Berlusconi?

Adesso siano chiamati i pm a rispondere del loro operato, per aver mandato in fumo ingenti risorse, umane e materiali, che potevano essere impiegate in altre indagini, per di più avvelenando il clima e distorcendo il corso degli eventi politici del paese.

Come siamo soliti ripetere in questi casi, non è centrale stabilire se si sia trattato di magistratura militante e politicizzata, o di incompetenza nel provare la colpevolezza dell'imputato (non saprei quale delle ipotesi sia la peggiore). Un esito così fallimentare di dieci anni di lavoro e denaro in qualunque amministrazione che abbia l'efficienza tra i propri criteri di funzionamento significherebbe comunque carriera finita.

Thursday, April 26, 2007

Rischioso non è il cambiamento, è rischioso rifiutarlo

Ségolène Royal e Nicolas SarkozyDall'intervista di oggi al Corriere della Sera scopriamo una Ségolène proporzionalista: «In Francia abbiamo un sistema elettorale più stabile rispetto all'Italia, anche se vorrei inserire una quota di proporzionale. Se ne discuterà in Parlamento. Sono pronta a fare questa riforma istituzionale, è importante per ridare respiro all'Europa».

Scopriamo una Ségolène chirachiana in politica estera e nei rapporti con gli Usa: «L'Europa non ha nessun interesse ad allinearsi sulla posizione degli Stati Uniti, al contrario, l'Europa e la Francia vogliono garantire un mondo multipolare». E attenzione a ciò che si nasconde nell'espressione multipolare, ben diversa anche da multilaterale.

Unica nota positiva sul Darfur. La Royal non esclude un «boicottaggio delle Olimpiadi del 2008», se la Cina non abbandonerà le difese del Sudan in Consiglio di Sicurezza. Effetto Bernard Henri-Lévy? «La comunità internazionale è restata troppo a lungo indifferente, oggi occorre realmente agire». Già, ma agire come?

Mentre, come avevamo previsto, Bayrou ha deciso di non dare indicazioni di voto, per consolidare alle elezioni legislative di giugno il suo 18,5% in vista della nascita del suo Partito democratico, e quindi di scommettere sulla disfatta socialista per potersi proporre come alternativa a Sarkozy, il Financial Times sembra prendere posizione per Sarkozy.

Per Gideon Rachman la Francia ha ora dinanzi a sé una «scelta chiara». Vuole «una mammina o un papino» come suo prossimo presidente?

Ségolène Royal nel ruolo della «mammina». Nel suo spot televisivo esordisce con le parole: «Sono una donna, una madre di quattro ragazzi. Tengo i piedi per terra». Nicolas Sarkozy invece corre come «figura paterna». Accusa la Royal di voler «rammollire» la nazione. Le prime quattro frasi del suo spot elettorale iniziano con la parola «lavoro».

Il messaggio della Royal è «materno e rassicurante». Certo, «la Francia ha bisogno di cambiare, ma può essere riformata senza essere brutalizzata». Non ha intenzione di rivedere il limite delle 35 ore lavorative, che invece Sarkozy definisce come un «abominio che distrugge il lavoro». Le riforme che la Royal e il Partito socialista propongono «renderebbero il welfare francese ancora più complicato e costoso», osserva Rachman: «Sebbene sia la candidata della sinistra, la Royal è il vero conservatore in questa elezione». Crede che il sistema francese sia «qualcosa di cui essere orgogliosi e che debba essere difeso».

Sarkozy ha «un messaggio molto più duro». E' il candidato della "rupture". «Crede che il sistema francese abbia bisogno di una profondo cambiamento - soprattutto per incoraggiare il lavoro. Ciò significherà allentare le rigide leggi sul lavoro, tagliare le tasse, restringere il peso dello stato... affrontare potenti gruppi d'interesse, come i sindacati del settore pubblico».

«Lo spartiacque Mammina-Papino si estende anche alla politica sociale e allo stile delle due campagne elettorali», osserva il columnist del FT. «I supporter di Sarkozy insinuano che mammina sia un po' debole e che non sappia davvero di cosa stia parlando. Quelli della Royal, invece, che papino sia un po' pericoloso e troppo sicuro di ottenere la sua cintura». Rachman ricorda l'accento posto dalla Royal su temi cari alla famiglia, «la serie di posizioni ignoranti» in politica estera e le dimissioni di un suo «importante consigliere», quello economico, che l'ha pubblicamente accusata di essere «gravemente incompetente».

Ma anche Sarkozy è «vulnerabile». Alcuni ritengono che le migliori chance di vittoria della Royal stiano nel sottolineare le differenze di carattere con l'avversario, la cui aggressività potrebbe risultare sconveniente affrontando una donna dai modi gentili, affabili e rassicuranti. Da parte socialista Sarkozy viene definito come una «minaccia per la democrazia». La Royal ha detto in queste settimane che il programma della destra «coniuga brutalità, violenza e guerra civile».

Ma entrambi i candidati sanno anche che devono evitare gli insulti in queste settimane. Se uno può fare affidamento sul 10% di voti dall'estrema destra e l'altra su altrettanti dall'estrema sinistra, saranno decisivi i voti al centro, il 18.5% di Bayrou. La Royal, osserva Rachman, «dovrà convincere gli elettori che saprà essere una leader tosta», mentre «Sarkozy dovrà rassicurare i francesi che dopo tutto non è così pericoloso».

Il candidato dell'Ump si è scagliato contro «l'inerzia economica della Francia», ma nel suo discorso di domenica sera «il messaggio è stato molto meno radicale». Adottando il linguaggio tipico della sinistra ha promesso di «proteggere» i lavoratori francesi dalla «concorrenza sleale dall'estero». Anche la Royal, l'altra sera, ha cercato di far propri i temi dell'avversario, parlando di incentivi al lavoro e definendosi «attore di cambiamento». Entrambi, inoltre, ricorrono al tema dell'identità nazionale.

«La corsa verso il centro nelle ultime due settimane della campagna potrebbe offuscare la scelta», conclude il commentatore del FT: «E' certamente possibile che un Sarkozy presidente deluderebbe i liberali in economia, o che una presidente Royal sorprenderebbe coloro che l'hanno definita incapace di adottare i cambiamenti di cui la Francia ha bisogno». Tuttavia, «i candidati hanno una lunga carriera e i loro spostamenti tattici ora non altereranno sostanzialmente la loro immagine»

In recenti sondaggi un 70% dei francesi ha risposto di ritenere che il paese sia in «declino». Eppure, «i consecutivi tentativi di riforma economica hanno incontrato l'ostilità dell'opinione pubblica proprio per quei cambiamenti che potrebbero arrestare quel declino». Intanto, «la disoccupazione resta stabilmente alta, il debito pubblico cresce e tutti aspettano il prossimo round di malcontento sociale nei sobborghi».

«Rischioso non è il cambiamento. Rischioso è rifiutare il cambiamento», sostiene Sarkozy. «Il voto chiarirà se gli elettori si fidano di lui per portare quel cambiamento», conclude Rachman.

Bertinotti presidente anticostituzionale

Il referendum sulla legge elettorale «rende un cattivo servizio alla democrazia. Una buona democrazia si basa sulle istituzioni e sugli strumenti di partecipazione democratica come i partiti. Il referendum mette in discussione queste due realtà».

Parole del presidente della Camera, Fausto Bertinotti. E' già di per sé grave che una carica istituzionale intervenga come avversario esplicito e aggressivo di una iniziativa politica, ma che il suo si trasformi in un attacco all'istituto stesso del referendum, costituzionalmente previsto, è davvero inammissibile.

Considerando antidemocratica una delle due schede previste dalla Costituzione per garantire l'esercizio diretto della sovranità popolare ai cittadini italiani, Bertinotti esprime un carattere eversivo e anticostituzionale, che dovrebbe essere subito denunciato come tale dal presidente della Repubblica e dal presidente del Senato, rimasti purtroppo chiusi nel silenzio dei loro palazzi, e che comunque lo rende indegno della carica che ricopre.

Ci tocca assistere, inoltre, a un dibattito politico in cui con sconcertante naturalezza si danno per scontate pressioni politiche sui giudici costituzionali e addirittura si fa affidamento su una prassi di decisioni politiche da parte della Corte.

Sorprende che siccome il referendum non è il suo, uno come Pannella, che della legalità costituzionale ha fatto la bussola della sua vita politica, non trovi il modo e il tempo di fiatare.

Liberalismo come rispetto dei progetti di vita altrui

Dal «liberalismo anglosassone», suggerisce Maurizio Ferrera, tre spunti per il dibattito italiano sui temi della famiglia, da cui spesso «manca una voce: quella liberale».

«Pur avendo a cuore (ovviamente) sia la procreazione biologica che la riproduzione sociale, il liberalismo non propone gerarchie fra modelli. Apprezza e sostiene le unioni eterosessuali con figli, ma è aperto alla diversità, alla sperimentazione, alla reversibilità delle scelte e per questo tutela non solo le opzioni di entrata, ma anche quelle di uscita. Separazioni, divorzi, coppie di fatto non sono di per se stessi sintomi di "crisi", ma solo di trasformazione della società... Il riconoscimento pubblico è una questione di diritti, ma prima ancora di "rispetto": il rispetto di sé e il rispetto che ciascuno deve all'identità e ai progetti di vita degli altri».

«La famiglia svolge importanti funzioni anche in una società liberale. Ma troppa famiglia rischia di soffocare l'iniziativa personale, compresa quella volta a formare unioni diverse da quella di origine».

«Ciò che più conta è la "vita libera", condizione necessaria per formulare qualsiasi progetto di buona vita».

Vecchi statalismi tornano

... ma se n'erano mai andati?

Dal caso Alitalia alla vera storia di Telecom, compreso quello strano modo di «internazionalizzare l'azienda comprando partecipazioni a Cuba e in Serbia», Giavazzi conclude che «in realtà nessuno vuole più privatizzare alcunché... C'è nostalgia delle vecchie imprese pubbliche... dei manager pubblici, i vecchi boiardi», mentre ci si dimentica dei fallimenti di Stato. E se «Berlusconi in cinque anni di governo ha venduto solo una piccola azienda di tabacchi», oggi «attraverso fondazioni e banche amiche, il governo sta cadendo nel vecchio vizio di intervenire nelle scelte del mercato».

C'è del Truman in questo Obama?

«Nessun presidente deve mai esitare a usare la forza, unilateralmente se è necessario, per proteggere noi stessi e i nostri interessi vitali quando siamo attaccati o minacciati di essere attaccati».

«Il momento americano non è passato. Respingo quei cinici che dicono che questo nuovo secolo non possa essere un altro in cui, con le parole di Franklin Roosevelt, guidiamo il mondo nella battaglia contro il male e nella promozione del bene. Io credo ancora che l'America sia l'ultima e migliore speranza sulla terra».

«Il mondo deve impedire all'Iran di acquisire armi nucleari e lavorare per eliminare il programma nucleare nordcoreano. Nel perseguire questo obiettivo, non dobbiamo mai escludere l'opzione militare»
.

Niente male questo Barack Obama, in uno dei suoi primi discorsi sistemici di politica estera, raccontato da Christian Rocca.

Sarkozy contro il "continuismo" francese

«Sia Sarkozy sia la Royal rischiano di aggravare i mali della Francia». Come avevamo previsto, Bayrou non dà indicazioni di voto ai suoi elettori né per la Royal né per Sarkozy.

«Ci sono ormai tre forze politiche in Francia: la destra, la sinistra e il centro, che è quella nuova», il cui patrimonio elettorale del 18,5% Bayrou preferisce preservare per consolidarlo e capitalizzarlo alle elezioni legislative di giugno.

Può darsi che non abbia torto chi volesse vedere un implicito appoggio alla Royal nell'annuncio da parte di Bayrou della formazione di un nuovo partito, il Partito democratico, «un partito centrale, non centrista», che rappresenti la voglia di nuovo dei francesi. La democrazia francese, ha spiegato, «è malata e bisogna ricostruirla dalle fondamenta». Nella lotta anti-bipolarista e proporzionalista di Bayrou echeggiano i toni di Casini. D'altra parte, ha invece ricordato, «insieme a Romano Prodi e a Francesco Rutelli ho creato il Partito democratico europeo». Se sono queste le premesse...

Pregevole, come sempre, l'intervento di Enrico Rufi a scuotere i radicali sulle presidenziali francesi:
«Se oggi fallirà in Francia l'"operazione demonizzazione" di colui che ha osato ribellarsi a Chirac e accusare la sinistra di immobilismo sarà anche grazie agli André Glucksmann e ai Bernard Tapie, che come Pannella 13 anni fa se ne fregano dell'appartenenza etnica alla sinistra. A loro, come al Pannella degli anni '90, importa solo sbarrare la strada ai "continuisti", adesso che finalmente si presenta un'occasione che chissà quando si ripresenterà un'altra volta a Parigi. Ce la ricordiamo, sì, questa categoria del "continuismo"? L'abbiamo inventata noi, dovrebbe esserci cara e chiara. E la continuità, in Francia, con il "regime", il sistema, cioè con l'ideologia francese, che come sappiamo è una cosa seria, è oggi affidata alla francesissima moglie del primo segretario del Partito socialista molto più che allo straniero Sarkozy...»

Tasse alte, salari bassi

Qui abbiamo fatto teoria. ora un po' di pratica. In Italia si pagano troppe tasse: il 65,8% rispetto al 64,1% della media (già incredibilmente alta) dei paesi dell'Euro, secondo uno studio della Banca centrale europea. Negli Usa il carico fiscale arriva al 37,3%. Molto pesante in Italia il cuneo fiscale e contributivo, che rappresenta il 31,8% della pressione fiscale complessiva (il 24,9% sulle imprese e il 6,9% sui lavoratori).

Per la Bce l'elevata tassazione penalizza tutta la zona euro. Tagliando tasse e spesa sociale, e portandoli al livello Usa, nel lungo termine l'economia crescerebbe del 12% e i salari del 25%. Quei salari che in Italia sono i più bassi d'Europa, Grecia esclusa.

Wednesday, April 25, 2007

La libertà è l'occasione che manca a chi ha di meno

(antefatto)

Diciamolo subito, a mo' di disclaimer: io mi sento a posto con Formamentis. Su certe cose la pensiamo diversamente, su altre, convergiamo precisamente. Abbiamo "guerreggiato" civilmente, e mi sono pure divertito. Se un giorno ci incontreremo, gli offrirò volentieri un gelato, anche se non credo affatto che lui sia più "povero" di me (anzi!), ma di "compassione", almeno per un po', preferirei non parlare. Eppure, lo dico, è come la pensa Malvino, non siamo così distanti, è solo che la sua avversione per il liberismo (che è un termine che abolirei, come laicista) è un fatto "di pancia". Non ci si intende sul piano concettuale, ma qualcosa mi dice che se ci trovassimo intorno a un tavolo a dover scrivere una riforma economica troveremmo la formula che soddisfi entrambi e che sia utile.

Per me categorie come destra e sinistra sono superate. Lo spartiacque è tra chi propone di allargare e chi di restringere le libertà in tutti i campi (direi, quindi, tra conservatori e liberali). Ma se si è soliti ritenere che la "sinistra" abbia più a cuore i "deboli", allora le politiche liberali sono le più di "sinistra", perché assicurano maggiori opportunità al più ampio numero di cittadini.

«L'uguaglianza è presupposto della libertà». Certo, tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. E' questo che il liberalismo intende come uguaglianza e ne è effettivamente il presupposto. Ma l'uguaglianza di fronte alla legge, l'uguaglianza nelle opportunità, "a monte", non deve trasformarsi in uguaglianza "a valle". Rispetto a tali progetti di ingegneria sociale è la vita stessa che in un modo o in un altro si prende la rivincita.

E' inutile girarci intorno: non siamo uguali nel gioco dell'esistenza. La diversità fa parte della vita. Natura "matrigna"? Può darsi, ma di diversità va avanti il mondo. Un sistema politico che si prefigga di azzerare le disuguaglianze o minimizzarle è, quando va bene, destinato al fallimento, quando va male a provocare immani tragedie.

La vita è rischio e nessun sistema di protezioni può tutelarci fino in fondo. Anzi, più è intrusivo, più finisce, inevitabilmente, per consolidare poteri costituiti, per generare discriminazioni di altro tipo, poiché a elargire le protezioni non è un ente astratto, neutrale, "scientifico" - lo Stato - ma una classe politica fatta di uomini il cui interesse primario è la propria di sopravvivenza come ceto. Un male necessario, lo Stato, ma quanto meno bisognerebbe cominciare a riflettere sul fatto che anche nelle democrazie dietro il suo volto si nascondono nient'altro che gruppi di cittadini le cui decisioni, legittimamente fondate sugli interessi di alcuni, pesano sulle singole vite di tutti i cittadini.

Qualcuno non la prende «sportivamente»? Ce ne faremo una ragione, ma non c'è alcuna ingiustizia in questo. Costruire artificialmente, tramite il potere pubblico, un'uguaglianza «al traguardo» semplicemente non funziona, doesn't work. Questa, piaccia o non piaccia, è la lezione del '900 e la vittoria del liberalismo. E' la grande forza della democrazia liberale, il sistema di governo che proprio perché più di ogni altro rispecchia e rispetta l'ineliminabile incertezza della vita, con i suoi successi e i suoi insuccessi, più di ogni altro, semplicemente, funziona.

Allora bisogna stare attenti: rivendico di stare dalla parte degli «sconfitti». Anche se non li ritengo davvero "sconfitti", vinti per sempre. Possono aver perso una partita, ma potersene giocare delle altre. E chi ha vinto la mano precedente non può negargli la rivincita. Le politiche liberiste hanno tra i loro obiettivi proprio quello di impedire ai «danarosi di alzare barricate protezioniste, ad escludere il loro tesoretto dai giochi e rendertelo inaccessibile».

Non ignorare le ragioni degli «sconfitti» è un'apprezzabile motivazione morale, ma poi sul campo bisogna mettere in atto politiche che riducano nelle nostre società il numero degli "sconfitti". La povertà non è una «colpa» moralisticamente intesa, ma bisogna uscire dal retropensiero che la «colpa» sia sempre di qualcuno o qualcosa che, cattivo, strappa il pane dalla bocca degli altri. Purtroppo in Italia la situazione è esattamente questa, ma non per eccesso di "liberismo", al contrario, per la sua quasi totale mancanza. Parlerei di cause e non di colpe. Ma più spesso di quanto si pensi il non farcela di chi non ce la fa è dovuto a incapacità e inadeguatezze, la maggior parte superabili, non per colpa o causa del "sistema".

«Se in Italia il liberismo non passa, ci sarà un motivo». Certo che c'è. Ci saranno strategie comunicative sbagliate quanto volete, ma un dato storico e politico è certo: questo paese mantiene un assetto corporativo, familistico, statalista, perché chi trae vantaggio da questo assetto non ha alcun interesse a cambiarlo, non molla le sue rendite di posizione, i suoi privilegi. A tutti i livelli, dalle banche fino al parrucchiere che considera quasi una violazione dei diritti umani che il suo concorrente possa stare aperto di lunedì.

Il discorso di Lamiadestra parte da un assunto dato per scontato ma errato. Si tratta di un lungo lavoro culturale, perché nel nostro paese anche chi ha poco ed è ai margini rifiuta di mettersi in gioco, vedendo che chi ha tanto non sta alle regole del merito e della concorrenza. Ma i liberisti, tra una demonizzazione e l'altra, cercano proprio di parlare di convenienza per tutti, di libero mercato come gioco non a somma zero.

Certo che «c'è chi nasce più libero degli altri». Ma di che libertà stiamo parlando? La libertà, almeno quella che è chiamato a garantire lo stato liberale, non è la libertà di comprarsi uno yacht. Dunque, non coincide con il denaro. E' questo l'equivoco. Formamentis ed io non siamo meno liberi di Barbara Berlusconi. Uno stato liberale non dovrebbe garantire una presunta "felicità", quella di potersi comprare uno yacht, ma la ricerca in piena libertà per ciascuno della sua felicità (il jeffersoniano The Pursuit of Happiness), non a spese di quella degli altri.

Mettere sullo stesso piano, relativamente ai blocchi di partenza, la figlia di Berlusconi e Formamentis significa, per esempio, garantire un sistema educativo capace di sviluppare potenzialità e talenti degli studenti meritevoli ma non abbienti. Non credo che la proprietà statale sia il mezzo migliore per ottenere lo scopo. Significa un mercato in cui le più grandi fortune possano svanire nel nulla come venire create dal nulla.

Nell'ottocento era ritenuta una politica liberale la lotta al latifondo e alle eredità aristocratiche, perché costituivano grandi fortune non esposte al rischio del mercato e risorse sottratte allo sviluppo del capitalismo. Tuttavia, se non vi fosse tra i diritti di proprietà quello di disporne come meglio si crede, nessuno sarebbe indotto a creare ricchezza. E il paese che tassasse pesantemente le eredità vedrebbe fuggire all'estero i capitali generati in patria, come si sono accorti di recente anche gli svedesi.

«Il denaro rende liberi quando tutto il resto ti toglie la libertà...». Per questo la libertà serve più di chiunque altro a coloro che non hanno il denaro per comprarsela.

Faye Wong in una bella interpretazione di "Dreams" (Cranberries) tratta dal film "Hong Kong Express"

Tuesday, April 24, 2007

Prima tappa, vietato fermarsi

Oggi alla Camera è stata approvata la legge "sette giorni per un'impresa", che ora dovrà passare all'esame del Senato. Voto bipartisan: 392 sì, 16 no e 22 astenuti. La Lega Nord ha votato contro, mentre i Verdi si sono astenuti. Non facile e non scontata, ma alla fine proficua collaborazione tra il Governo e la presidenza della Commissione Attività produttive, di Capezzone, quel radicale che - guarda caso - più degli altri ha messo in questi mesi le dita negli occhi di Prodi.

Ispirata ai criteri di trasparenza, libertà e responsabilità, nei rapporti tra stato e cittadino, è la prima legge frutto della piccola pattuglia di deputati radicali a ottenere il via libera alla Camera. Da quanto tempo non veniva approvata in uno dei rami del Parlamento una legge di iniziativa "radicale"?

Guai però a considerarla un traguardo, è solo una tappa. Una volta che la legge passerà anche al Senato, sarà poi compito del Governo attivare gli strumenti di semplificazione previsti dalla legge, organizzarli in concreto. Affrontati i problemi legati all'avvio di un'impresa, la logica prosecuzione dell'attività di Capezzone e della Commissione che guida non potrà non riguardare i problemi di sopravvivenza delle imprese e in generale del mondo produttivo (lavoratori compresi), a partire dalle questioni tasse e costi dello Stato.

Blog e Partito democratico

Mi ritrovo per la seconda volta citato dal Sole 24 Ore (pag. 17). E' d'obbligo ringraziare chi mostra attenzione per i blog e, in particolare, è così generoso con JimMomo.

Monday, April 23, 2007

Questione di stile Sarkozy: non cravatte, ma coraggio

Nicolas SarkozyNon m'illudo che con Sarkozy improvvisamente vedremo una Francia molto diversa. Continuerà ad essere protezionista, statalista e anti-americana. L'aspettativa è però che Sarkozy riesca ad attenuare quei caratteri, se non a invertire la tendenza. In questo dovrebbe esercitarsi la sua "rupture".

La Royal ha ottenuto da questo primo turno più di quanto mi aspettassi. Un buon 25,8% (contro il 22% circa che le attribuivo alla vigilia) che le consente di essere pienamente in partita con Sarkozy, che ha toccato una quota al primo turno mai raggiunta neanche da Chirac: il 31,1%.

Decisivi saranno i voti di Bayrou, il quale non credo tuttavia, con le elezioni legislative di giugno alle porte, voglia rischiare il suo capitale politico. Quel 18,5% di elettorato centrista che ha saputo aggregare si dimezzerebbe all'istante se indicasse di votare l'uno o l'altro dei candidati al ballottaggio. Quindi una sua indicazione di voto dovrebbe essere pagata a caro prezzo politico dai due contendenti, magari accontentando il suo disegno proporzionalista.

Dall'Italia i promotori del Partito democratico spingono, in chiave tutta italiana, per un'alleanza tra Bayrou e Segò. Sarebbe infatti una legittimazione implicita del progetto del Partito democratico, la conferma che è possibile superare gli steccati tra una formazione centrista e una socialista, divise dall'appartenenza a gruppi diversi al Parlamento europeo. Tuttavia, lo stesso Michel Rocard, l'ex primo ministro francese all'epoca di Mitterrand che lo aveva suggerito, ritiene oggi quell'accordo «più difficile».

Primo merito di Sarkozy, secondo l'intellettuale gauchista André Glucksmann, è l'aver «distrutto l'opera pluridecennale di Mitterrand e Chirac, che hanno sempre alimentato il Fronte nazionale per piegarlo ai loro interessi e danneggiare l'avversario. Sarkozy è stato il primo a rompere con questa tattica, e ha vinto».

Contro Sarkozy, denuncia Glucksmann, è stata lanciata una vera e propria «campagna di demonizzazione». E' stato descritto come un «isterico, pericoloso per la democrazia e magari anche incline a tendenze eugenetico-naziste», con tanto di caricature e manifesti imbrattati. "Tout sauf Sarkozy", chiunque tranne Sarkozy, sembra la formula sotto cui si è riunita la sinistra francese.

Eppure, Sarkozy ha con sé un'arma vincente: lo «stile». Non cravatte o camicie, come ha ironizzato qualcuno, ma il «coraggio»: «È un modo di dire le cose come stanno, quel modo che la sinistra degrada a demagogia e populismo, ma non lo è affatto. Sarkozy ha il coraggio di vedere la realtà, di indicare i problemi. La sinistra di Ségolène Royal, con il suo atteggiamento consensuale, rassicura ma lascia le questioni immutate, anzi le aggrava. La Royal gioca sull'assenza di conflitti, e demonizza chi invece ha il coraggio e il senso di responsabilità di farsene carico». Alla Royal Glucksmann non rimprovera nulla di personale: «Fa quel che può, all'interno di un vuoto concettuale che riguarda tutta la sinistra».

Alla demonizzazione di Sarkozy si è aggregato anche Pannella, con un improvviso interesse che si spiega forse più in funzione anti-capezzoniana. Fino a poche settimane fa il leader radicale confondeva addirittura tra Sarkozy e de Villepin. Nonostante non avesse le idee così chiare, riusciva comunque a spiegarsi il crescente consenso per Sarkozy con il Dna di una Francia «al 100% petainista». Ora arriva a definire «fascio» quel consenso intorno al candidato dell'Ump, che sarebbe addirittura più pericoloso di Le Pen. Quel Le Pen, lo ricordiamo, con il quale Pannella non esitò a condividere l'appartenenza allo stesso gruppo parlamentare europeo, nella scorsa legislatura.

La preferenza di Pannella andava a Bayrou, l'unico che secondo i sondaggi era in grado di battere Sarkozy al ballottaggio. Ora spera anche lui nell'accordo Bayrou-Segò. Anche Emma Bonino «tifa» Segòlene. Entrambi disinformati, si basano per lo più su pregiudizi e stereotipi che come in un gioco di specchi riflettono dei due candidati un'immagine opposta rispetto al personaggio reale.

Seppure una certa invidia nei suoi confronti da parte degli "elefanti" maschietti non sia mancata, la Royal rimane il tipico prodotto dell'establishment socialista. Compagna del leader Hollande, carriera politica regolare, direttamente uscita dalla prestigiosa Scuola di Alta amministrazione, quella che forgia la classe dirigente della statal-burocrazia francese.

Il suo è un volto certamente rassicurante, ma la sua campagna è tutta imperniata sul vecchio caro mito dello «Stato-balia»: i francesi possono dormire sonni tranquilli, pensa a tutto lo Stato.

E' sui temi dell'identità e dell'integrazione che Sarkozy ha caratterizzato la sua campagna elettorale. Ma per una reale integrazione, non sulla xenofobia e la paura, ha lanciato la sua sfida. Il suo concetto di identità non è basato sul "sangue", come per Le Pen, ma sui valori della cittadinanza repubblicana. A differenza della Royal, Sarkozy si è accorto che il modello sociale ed economico francese produce esclusione, e che le politiche di integrazione fin qui seguite non hanno avuto successo, perché ispirate a un falso criterio di tolleranza, che agli immigrati non è riuscito ad assicurare diritti né a chiedere doveri, generando comunità separate che coltivano odio e risentimento.

Alle paure dei francesi si sforza di dare risposte, non fa finta che non esistano, né le minimizza perché politicamente "scorrette" e sconvenienti. E' ovvio che gli avversari politici lo accusino di alimentare quelle paure.

Nessun "Partito democratico" senza maggioritario

Veltroni e Rutelli, i due candidati alla leadership del Partito democraticoLe peggiori previsioni lo danno al 23%. Altre tra il 25 e il 30%. L'Ulivo alle elezioni dell'aprile scorso ha toccato quota 31,5%. Ma conta davvero scervellarsi su quale sarà il peso nelle urne del nascituro Partito democratico? Quale che sia il suo peso in proporzione al corpo elettorale, il suo peso politico all'interno del centrosinistra è destinato a non variare di molto. Al governo dovrà comunque confrontarsi con agguerrite forze di sinistra neocomunista e antagonista, intorno al 10%, e pare anche con un rassemblement socialdemocratico.

E' inspiegabile come mai i promotori del Partito democratico sembrino non accorgersi che il loro progetto, se non sarà calato in un sistema elettorale maggioritario, è destinato al fallimento, o comunque a non cambiare di molto il volto del centrosinistra. In un sistema proporzionale il Partito democratico sarà solo un partito, forse di maggioranza relativa, ma fra i tanti "pesanti" in compagnia dei quali dovrà presentarsi agli elettori ed eventualmente governare. Un altro nome con cui chiamare l'Ulivo, ma mai quella forza innovativa nel panorama politico italiano capace di assumere da sola responsabilità di governo, o di controllarne l'azione in modo coerente.

In un sistema maggioritario, invece, con il suo 30% il Partito democratico potrebbe aspirare a conquistare tutti o quasi i collegi non vinti da un partito di centrodestra. Quasi il 50% dei seggi in caso di sconfitta. Un po' di più in caso di vittoria. Ciò perché, alla lunga, gli elettori degli altri partiti alla sua sinistra, piuttosto che veder prevalere nel loro collegio il candidato della destra, sposterebbero il loro voto verso il partito di centrosinistra con maggiori possibilità di prevalere. Allo stesso modo il maggioritario converrebbe ad An e Forza Italia, se davvero fossero intenzionati a dar vita a un partito unitario "delle Libertà" o a qualcosa del genere.

Qualche timido segnale di presa di coscienza lo abbiamo registrato. A parte qualche ministro schierato a favore del referendum, il ministro degli Interni Amato si è espresso in favore dell'uninominale. Anche Fassino, timidamente: «Io preferisco il ritorno all'uninominale». E, infine, i colpi tirati da Ds e Margherita alla "bozza Chiti", causando la levata di scudi dei piccoli, da Mastella (Udeur) e Giordano (Rifondazione comunista) a Villetti (Sdi), che hanno minacciato la fine immediata del Governo Prodi.

Incredibilmente assenti dal dibattito sulla legge elettorale sono i Radicali, proprio loro che in passato sono stati i più tenaci sostenitori dell'uninominale. Tra di loro Capezzone sembra isolato nel sostenere il referendum elettorale. E' vero che il quesito non è certo esaltante, ma pur non conducendo ad un esito maggioritario, comunque difende l'assetto bipolare contro la reazione proporzionalista. Sono proprio sicuri i radicali che non sia possibile tessere di nuovo le fila di un "partito" trasversale per la riforma uninominale? Oppure hanno già dismesso la loro battaglia per la riforma "americana" delle istituzioni, delegando lo Sdi a parlare anche per loro nome e conto?

«Anziché completare la rivoluzione maggioritaria, abbiamo disfatto anche il poco che c'era», si rammaricava giorni fa Angelo Panebianco. Non solo «nessuna riforma della Costituzione in senso maggioritario è risultata possibile», ma «la frammentazione partitica, già elevatissima, è diventata, nel corso del tempo, selvaggia». E come se non bastasse è arrivata «la riproporzionalizzazione della legge elettorale voluta dal governo Berlusconi». In questo contesto, spiega Panebianco, il referendum elettorale è forse «l'unica carta oggi disponibile per tentare di invertire la tendenza, riavviare l'italia sulla via della democrazia maggioritaria». Una sorta di vittoria tattica: prima di tutto, bloccare la restaurazione proporzionalista.

E dovrebbe essere chiaro, sottolinea il politologo, che «c'è una sola possibilità residua per evitare di strangolare in culla il Partito democratico: giocare al rialzo (come ha capito Giuliano Amato), approfittare dell'occasione del referendum per riproporre i collegi uninominali e il sistema maggioritario». Sacrificando il Governo Prodi, se necessario.

Perché, dunque, il maggioritario rimane così poco popolare persino nei partiti che più se ne avvantaggerebbero? Oltre al fatto di dover dire addio al Governo Prodi, questa scarsa passione è dovuta a un riflesso di autoconservazione in ciascun singolo parlamentare o dirigente della classe politica. In un sistema maggioritario non ci sono collegi per i quali optare e ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica, ma per i trombati la perdita del posto di lavoro.

Friday, April 20, 2007

Nasce LibCamp. Liberali, proviamoci ancora!

Innanzitutto, incontriamoci. Proviamo a vedere se c'è un gruppo di liberali che non si rassegnano al disastro di una vecchia politica che non molla la presa, travolgendo e trascinando con sé inesorabilmente destre e sinistre, perfino le esperienze liberali più radicate (come quella radicale italiana), e hanno voglia e idee per provarci ancora, per tentare un nuovo inizio.

Non una "rifondazione", non una ri-"costituente". Insomma, non un nuovo, ennesimo, soggetto politico, ma nuovi linguaggi per nuovi temi e nuovi modi di fare politica. Politica liberale e laica, per allargare le sfere di libertà individuale in economia e nelle scelte di vita, per combattere lo spreco e i privilegi corporativi, per promuovere la democrazia come strumento di benessere e sicurezza globale.

Per questo nasce LibCamp. Per offrire innanzitutto un luogo e una data, le idee bisognerà che ognuno le porti con sé. Partecipazione libera. Tutti possono preparare un intervento, una presentazione, una discussione o animare quelle degli altri. Nessuna scaletta o programma prefissato, solo sano brain storming, perché davvero non è questo il momento per cose precotte. Aggiungetevi! Non c'è nulla a cui aderire o a cui iscriversi, nulla da firmare, si tratta solo di aggiungersi a una lista, dire sì a un appuntamento. Accettare una scommessa in cui non c'è niente da perdere. Al massimo perderete una giornata, ma sarà stata comunque una splendida giornata di nuova politica... con il sole in faccia fino a sera.

Non vi dico altro, scopritelo da soli su LibCamp!

Prodi e Berlusconi: le due facce di una stagione dura a morire

«Siamo disponibili a fare la nostra parte per difendere l'italianità, non vogliamo comandare».

Ecco perché il "politico" Berlusconi, con la sua coalizione ormai sgretolata, non polemizza contro il Governo cui dovrebbe opporsi, anche se sta facendo fuori tutti i concorrenti stranieri per Telecom (dopo Murdoch, è toccato a Telefonica e AT&T), procurando danni all'immagine e alla credibilità internazionale del nostro paese.

E non è che in Telecom Berlusconi non voglia «comandare», è che non può, perché la legge Gasparri non consente a Mediaset di prendere il controllo di Telecom, ma non gli impedisce di parteciparvi.
«Noi siamo stati semplicemente richiesti nel caso di una cordata italiana e il mio gruppo ha detto che per mantenere l'italianità di un'azienda così importante siamo disponibili, a parità di intervento di altri imprenditori».
E' ovvio che la Grossa Coalizione che si sta preparando, oltre che finanziaria, e oltre ai calorosi momenti vissuti dal Cav. al Congresso dei Ds, avrebbe appendici politiche: la legge Gentiloni nel cassetto, prima di tutto, ma anche un'intesa sulla legge elettorale.

Chiariamo che qui non si obietta al fatto che Mediaset possa concorrere al controllo di Telecom, quanto che il suo proprietario si avvantaggi esercitando il suo ruolo di leader dell'opposizione e che sostenga un Governo contro il quale ha ottenuto il mandato degli elettori solo perché cacciando i concorrenti stranieri favorisce la cordata di cui fa parte. Che "opposizione" è mai questa?

You talkin' to me?

Uno dei fotogrammi del video che l'assassino del Virginia Tech ha mandato alla NBCLe immagini che l'assassino del Virginia Tech ha mandato alla NBC somigliano a una tragica parodia di Taxi Driver, la scena in cui Travis, davanti allo specchio, prova le armi e gli atteggiamenti aggressivi che ha deciso di usare contro ciò che per lui è il simbolo massimo della società da cui si sente alienato: un candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

Peccato che ci sia una sostanziale differenza tra la realtà e il film. Lo studente sudcoreano ha fatto strage di innocenti suoi coetanei, mentre alla fine, dopo l'incontro con l'umanità della piccola Iris, l'atto catartico di Travis si reindirizza contro uno dei tanti angoli di criminalità urbana che degradano la sua città sul finire degli anni '70. E diventa un moderno "anti-eroe"...

A tutti i ragazzi del Virginia Tech dedico lo splendido tema di Taxi Driver (di Bernard Herrmann).

Thursday, April 19, 2007

Il Partito non-americano, non-democratico

Partito democratico, un partito nato stancoFacile sarebbe l'ironia. Partito «americano», come scrive oggi Mieli, o «antiamericano»? E' vero che la denominazione richiama «il più antico partito statunitense, il partito di Franklin Delano Roosevelt ma anche dell'anticomunista Harry Truman, di John Kennedy ma anche del "guerrafondaio" Lyndon Johnson e poi di Jimmy Carter e di Bill Clinton», ma di quel partito, e di quei personaggi, non ha nulla.

Quel nome per Mieli «implica in buona sostanza la scelta del modello americano anche se ancora a lungo, per prudenza e dissimulazione, ciò verrà negato. Quantomeno nel discorso pubblico». Una scelta che forse per ragioni di opportunismo viene dissimulata, persino nel suo momento fondativo, è perdente in partenza. Non è «americano» - maggioritario uninominale e bipartitico - il sistema politico verso cui Ds e Margherita mostrano di volersi incamminare, perché non sono disposti a rischiare di perdere il potere infrangendo il tabù dell'unità della sinistra. E per questo finiranno proprio con il perderlo.

Non è «americano», perché l'attuale, e probabilmente prossimo, sistema proporzionalista lo condanna a non giocare un ruolo politico diverso da quello giocato dall'Ulivo: cioè di caotico, incerto, zoppicante, sterile albergo riformista sotto il ricatto della sinistra neocomunista e reazionaria.

Non è «americano», perché non ci sono leader che accettino di uscire «allo scoperto» e rischiare di mettere in gioco se stessi e la loro carriera politica per quella leadership. «Da quasi vent'anni la scena è occupata dagli stessi sei o sette leader, per lo più vecchiotti e di sesso maschile, mentre i giovani aspiranti alla successione - non avendo il coraggio di condurre vere battaglie politiche - preferiscono "prendere il bigliettino" e fare la fila in attesa del proprio turno», ha scritto Luca Ricolfi.

Non è «americano» neanche nei contenuti, perché è la somma delle oligarchie post-comunista e post-democristiana, non ha cultura liberale nel suo Dna.

Il Partito democratico nasce senza un'idea generale di società e un progetto di cambiamento. Letteralmente non si conosce cosa questo partito voglia per il suo paese. Se invece delle parole si esaminano i comportamenti attuali di Ds e Margherita, questo partito si presenta su quasi tutte le issue di questi anni più in retroguardia di molte destre europee: libertà economiche, libertà personali, politica estera. «L'unico modo serio che abbiamo a disposizione per convincerci della bontà del nuovo prodotto, o della felicità del matrimonio Ds-Dl, è di guardare il comportamento dei due fidanzati. E chi lo ha fatto in questi anni... non ha potuto non vedere che i futuri sposi hanno ormai perso l'anima socialista senza per questo acquisire quella liberale».
«I veri liberali, che sono una sparuta minoranza in tutti i partiti italiani (eccetto la Rosa nel pugno), non possono che inorridire di fronte alla timidezza di Ds e Dl nel primo anno di governo. Più tasse, più contributi, più burocrazia in materia fiscale. Concorsi riservati nella pubblica amministrazione. Continui rinvii di problemi cruciali come pensioni e ammortizzatori sociali. Risorgenti tentazioni dirigiste in economia non appena il capitale straniero mette il naso in casa nostra (vicende Telecom e Autostrade). Per non parlare della politica scolastica e universitaria, dove non si intravede un barlume di meritocrazia. O di quella della sanità e degli enti locali, dove la politica non si sogna di fare quel passo indietro che promette sempre e non attua mai».
Dunque, conclude Ricolfi, «se così poco di voi stessi siete riusciti a mostrare in questi undici anni di fidanzamento, perché mai dovremmo credere che - una volta sposati - i vostri vizi si tramuteranno in virtù?»

Si comincia con i boicottaggi, si finisce a ritoccare foto

Luglio 2006. Colonne di fumo si alzano dai quartieri di Beirut colpiti dall'aviazione israeliana: la maggior parte create al computerAdesso sappiamo cosa leggiamo e vediamo

Tra le nuove forme di antisemitismo che si aggirano per l'Europa, di cui parla il libro di Ottolenghi, rientra senz'altro l'appello lanciato dalla National Union of Journalists a boicottare le merci di Israele: «Chiediamo un boicottaggio delle merci israeliane sul modello di quello imposto al Sud Africa dell'apartheid», è il delirante paragone proposto dal sindacato dei giornalisti britannici.

Iniziative di questo genere, criticate dal Governo Blair, non sono nuove in Gran Bretagna. Un'organizzazione dei professori universitari aveva addirittura annunciato il boicottaggio degli scambi culturali con le università israeliane che non avessero condannato pubblicamente la politica del loro governo: l'autodafé, appunto. Trattamenti non riservati neanche alle peggiori dittature.

Il sindacato chiede al governo britannico e all'Onu di imporre sanzioni a Israele, di cui si condanna «il massacro di civili a Gaza» e «l'attacco selvaggio e premeditato contro il Libano a cui sono seguite altre incursioni dopo la sconfitta dell'esercito israeliano da parte di Hezbollah». Il caso ha però voluto che i giornalisti abbiano dovuto diffondere una nota anche per il loro collega Alan Johnston, sequestrato - indovinate un po'? - dai palestinesi a Gaza.

Il segretario generale della Nuj, Jeremy Dear, ha spiegato che «il boicottaggio di Israele non ha niente a che vedere con il modo di informare [!] e sarà utile anche nella vicenda di Alan Johnston, che lavorava a Gaza aiutando con le sue cronache la gente assediata». Rapito dai palestinesi, il miglior modo per aiutarlo è boicottare Israele...

Il direttore del Guardian, giornale non certo tenero con le politiche di Israele, ha criticato l'appello al boicottaggio: «misguided». Il Guardian «disapprova questo genere di boicottaggi e non ritiene che servano uno scopo utile», ha detto intervistato da Ha'aretz.

L'appello è «contrario» ad alcuni centrali principi di etica professionale del giornalismo che intendiamo tutelare, «come l'equilibrio e l'obiettività», ha osservato Simon McGregor-Wood, giornalista inglese di Abc e presidente dell'Associazione stampa estera in Israele: «Ritengo che nessuna associazione rappresentativa di giornalisti debba schierarsi».

Alla luce di iniziative del genere si spiega come mai cronache e immagini sul conflitto tra israeliani e palestinesi, o meglio tra israeliani e gruppi terroristici, tendano a non essere il massimo dell'obiettività.

E' questo dei boicottaggi contro Israele il genere di giornalismo che produce scandali come il Reuters Gate. Vi ricordate quella serie di foto diffuse dall'autorevole (?) agenzia di stampa che risultarono ritoccate al computer per rafforzare l'immagine di distruzione degli attacchi israeliani su Beirut?

Governo Prodi sotto attacco, ma l'opposizione squittisce. Come mai?

«Alla luce di esperienze passate, sono convinta che sia necessario rimanere vigili» sulla vicenda Telecom Italia, perché è la dimostrazione che in Italia permangono «pressioni protezionistiche» nel settore delle telecomunicazioni. È quanto scrive il Commissario europeo per la Società dell'Informazione e i Media Viviane Reding in una lettera inviata a tre commissari Ue - alla Concorrenza (Kroes), al Mercato interno (McCreevy) e all'Energia (Piebalgs) - e al presidente della Commissione Ue Barroso.

La Reding si è detta pronta a intervenire nei confronti dell'Italia se le misure normative nel settore delle Telecomunicazioni non saranno conformi alle regole Ue. Un cartellino giallo e un avvertimento esplicito: tra i commissari «contatti molto stretti nei prossimi giorni», per preparare una risposta «chiara e tempestiva» al Governo italiano «se sarà necessario».

E' strano però che l'opposizione, e Berlusconi in particolare, sempre in prima linea se si tratta di denunciare il Governo Prodi e i suoi ministri quando procurano danni all'immagine e ferite alla credibilità del nostro paese, non ne approfittino per cavalcare le giustificatissime, pesanti critiche - dalla Commissione europea, dagli Usa, per voce dell'ambasciatore Spogli, da Confindustria, dai principali giornali finanziari internazionali - che stanno piovendo addosso a Palazzo Chigi per le sue spregiudicate manovre politiche su Telecom. Neanche lo straccio di una polemica degna di questo nome.

Sarà mica perché Berlusconi potrebbe entrare a far parte di una cordata per Telecom (un suo pallino da sempre), che il Governo a cui in teoria si dovrebbe opporre sta cercando di favorire, eliminando i concorrenti stranieri che via via si presentano? Sarà mica perché di conflitto d'interessi e di legge Gentiloni non si sente più parlare?

Particolarmente grave, ieri, che dalla terza carica dello Stato, il presidente della Camera Bertinotti, siano giunte parole così sprezzanti nei confronti del capitalismo italiano, definito «a un estremo di impresentabilità». Tutti sappiamo com'è ridotto il capitalismo italiano, ma la politica ha gravissime responsabilità e comunque non sono questo genere di dichiarazioni che competono al ruolo istituzionale che riveste Bertinotti. Non si può dar torto a Montezemolo, che registra «il clima anti-impresa di larghi settori dell'attuale maggioranza».

Intanto, Randall Stephenson, direttore operativo di AT&T, rivela che la società americana è pronta a rientrare in corsa per Telecom Italia, se la politica deciderà di fare un passo indietro, confermando quindi che «le resistenze politiche hanno bloccato l'accordo».

Wednesday, April 18, 2007

Moratoria. Radicali "a testa bassa"

I radicali citano sempre l'ambasciatore Francesco Paolo Fulci, ma ora non si accorgono che proprio lui suggerisce il rinvio a settembre

Da tempo crediamo che l'Onu faccia più danni che altro, che sia urgente una nuova organizzazione internazionale. Anzi no. Non un'organizzazione, per ora, ma un'alleanza, politica e militare, che superi anche la Nato, che ne sia una versione aggiornata alle sfide del nuovo secolo: un'Alleanza delle Democrazie, con compiti di promozione della democrazia e dello stato di diritto, di monitoraggio interno ai suoi membri e di difesa dalle minacce esterne.

Ebbene, in questi giorni l'Onu ha superato se stessa, entrando nel teatrino dell'assurdo. Mentre Ahmadinejad annunciava il via all'arricchimento dell'uranio «a livello industriale», l'Iran veniva eletto alla vicepresidenza della Commissione Disarmo e Non Proliferazione. Attualmente, inoltre, l'Iraq presiede la Commissione dei Diritti umani e il Bahrein l'Assemblea generale. Nel frattempo, Marco Pannella annuncia insieme ad altri radicali che lo sciopero della fame iniziato il 21 marzo, da forma di pressione, da contributo al potere perché trovi la forza di dar seguito ai propri impegni per la moratoria universale della pena di morte, si trasforma in iniziativa nonviolenta «a oltranza», cioè fino al perseguimento dell'obiettivo, ricorrendo anche allo sciopero della sete, se il governo dovesse ritenere inevitabile il rinvio a settembre della presentazione della risoluzione all'Assemblea generale dell'Onu.

Tuttavia, nell'assumere questa gravissima iniziativa, i radicali sembrano ignorare i dati di fatto esposti dall'ambasciatore Fulci in un'intervista rilasciata a l'Unità. Per un verso Fulci concorda con i radicali: dall'Unione europea occorre ottenere «un minimo di luce verde», ma poi bisogna procedere con i Paesi europei e quelli extra-europei che ci stanno, senza attendere un'unanimità assai improbabile. A D'Alema lancia quindi lo stesso messaggio di Emma Bonino: «Occorre a questo punto cambiare strategia, e passare da un'iniziativa a guida europea ad un'altra a guida dei Paesi piu "volenterosi", non solo europei ma di tutti i continenti, direttamente all'Onu», e mirando alla risoluzione, senza passare per la dichiarazione in carta semplice già firmata da 85 Paesi, anche perché su quella è più facile che ci siano ripensamenti.

Tuttavia, l'ambasciatore Fulci sconsiglia di procedere già nell'Assemblea generale in corso e suggerisce di rinviare l'iniziativa a settembre, quando si aprirà una nuova sessione, apprezzando, su questo, la «saggezza» del ministro degli Esteri. I suoi sono argomenti fondatissimi, che mettono in dubbio la validità dell'ostinato approccio dei radicali che insistono a voler presentare la risoluzione subito, "hic et nunc". Invita alla «pazienza» e alla «cautela», perché «la situazione attuale all'Onu per condurre questa battaglia non è certamente tra le più favorevoli». La Presidente dell'Assemblea generale è un'alta funzionaria del Bahrein esperta sul piano procedurale, il più alto Consigliere Giuridico di un paese che non solo mantiene nel suo ordinamento, ma pratica la pena di morte.

E la Presidenza dell'Assemblea generale, spiega Fulci, è di tipo anglosassone, per cui il Presidente non si limita a svolgere funzioni notarili, di garanzia, ma esercita un notevole ruolo di orientamento dei dibattiti e di indirizzo dell'agenda. Inoltre, la Terza Commissione, quella per i diritti dell'uomo, in cui la battaglia per la moratoria sarà prevalentemente combattuta, in questa sessione è presieduta dall'ambasciatore iracheno. Infine, il Comitato generale dell'Assemblea, che va consultato per calendarizzare il tema, composto dal Presidente, dai 16 Vicepresidenti, dai Presidenti delle sei Commissioni e dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, è perfettamente spaccato a metà tra i paesi che hanno ancora la pena di morte e paesi che l'hanno abolita o non la praticano.

La cosa che si può fare subito, suggerisce l'ambasciatore Fulci, è «accertare, perché lo si sa già nella stragrande maggioranza dei casi, a chi saranno affidate le presidenze dell'Assemblea, della Terza Commissione, e come sarà composto il Comitato generale della prossima sessione dell’Assemblea, che inizierà a settembre».

E iniziare naturalmente «un'opportuna e discreta opera di sensibilizzazione» e di preparazione del testo della risoluzione. Insomma, prepararsi al meglio per settembre. Siccome quelli di Fulci – di cui per altro proprio i radicali riconoscono l'autorevolezza – non sembrano le vaghe formule dilatorie di Prodi e D'Alema, ma argomenti concreti a favore del rinvio a settembre per una migliore preparazione giuridica, diplomatica e politica dell'iniziativa, ci aspetteremmo dai radicali non il rilancio a testa bassa, ideologico, ma che ci spieghino se vi siano motivi altrettanto ragionevoli che consigliano, invece, di agire al Palazzo di Vetro ora e subito.

Le mani dei tre oligarchi su Telecom

La famigghia è entrata in azione. I fratelli sono tre: Prodi, D'Alema e Berlusconi. Così anche l'opposizione ha un motivo per restare sorda, cieca e muta.

Dopo la spagnola Telefonica, la politica italiana è riuscita a far fuori anche l'americana AT&T. «Farli scappare uno alla volta per giocare al ribasso non funziona. I contatti andranno avanti con America Movil. Pirelli è solida e può aspettare altre offerte. Venderà solo al giusto prezzo», avverte però Tronchetti. Non sarà facile. Sarà un lungo braccio di ferro, e senza esclusione di colpi da parte di chi cerca di comprare in saldo, con le spalle coperte dalla politica che elimina i concorrenti.

Un'economia «irizzata» la definisce Nicola Porro, su il Giornale:
«Siamo un Paese in cui il governo si loda della liberalizzazione delle aspirine, ma non perde occasione per chiudere il mercato dei capitali, come bene notano pochi radicali e liberali a destra e sinistra. E con questo stile untuoso: mezze frasi, comparsate televisive che evocano normative di urgenza e cambio delle regole in corso di partita».
Un altro pesante avvertimento è giunto da Montezemolo: «Il cambiamento delle regole o meglio le regole poco chiare, ancor di più cambiate in corsa, portano inesorabilmente alla perdita di credibilità e a una ulteriore riduzione delle possibilità di investimenti stranieri in Italia che non sono mai stati così basse come oggi».

Mai bassi come oggi di certo gli investimenti americani. E' l'altra batosta, che arriva dall'ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli: «Il livello di investimenti americani in Italia è basso rispetto a Germania, Francia e Spagna. Ciò è dovuto a diversi motivi, uno dei quali è non capire esattamente se le regole siano uguali per tutti».

Il ritiro di AT&T, ha spiegato l'ambasciatore, dimostra «una grandissima differenza tra Italia e Usa per quanto riguarda il concetto dell'importanza della presenza del governo negli affari dell'economia. Quella americana è una società in cui il governo stabilisce le regole, che in certi settori sono molto importanti e molto dure, però lascia che i settori si sviluppino nella maniera giusta. In Italia c'è una lunga tradizione di una presenza molto più forte del governo negli affari dell'economia». E conclude con parole che suonano come un monito: «Negli anni a venire sarà molto importante per gli italiani determinare se questo è il sistema che loro vogliono per il futuro».

Non è mancata neanche la bacchettata, seppur lieve, da Bruxelles: «Crediamo che il mercato delle telecomunicazioni italiano debba essere aperto a tutte le compagnie del mondo», ha dichiarato il portavoce della commissaria Viviane Reding: «Crediamo che le regole in questo settore debbano portare a un mercato più ampio, a una maggiore proprietà privata nonché a una maggiore concorrenza».

Non solo il fantasma dell'irismo prodiano. La situazione italiana è resa ancor più preoccupante da una fiacchissima opposizione, così subalterna al proprio leader da non riuscire a emettere che qualche gemito per paura che Berlusconi sia davvero interessato a entrare in Telecom. E lo è da sempre. La cosiddetta "soluzione di sistema", infatti, è tutt'altro che una suggestione.

Scappato dalla finestra con il malloppo, è tentato di rientrare dalla porta Telecom, come «salvatore della Patria», nientemeno che Colaninno, il «capitano coraggioso» di D'Alema. Insieme a Mediaset, cui la legge Gasparri non impedirebbe di entrare con una quota minoritaria. Una strana coppia, addirittura lanciata dall'Unità, senza nessuna traccia di riprovazione per il conflitto di interessi berlusconiano (a proposito: e la legge Gentiloni?). Fondamentale la benedizione delle banche: Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Capitalia, che fanno parte del sindacato azionario di Pirelli. Dunque, ci sono proprio tutti a spartirsi la torta: Prodi, Berlusconi e D'Alema.

Come ha scritto Sergio Romano, alla politica interessa l'italianità di Telecom «perché teme, con ragione, che i proprietari stranieri rifiuterebbero di giocare la partita con le regole a cui siamo abituati. Si ridurrebbe drasticamente lo spazio per i salvataggi, la cassa integrazione, i pensionamenti anticipati, i tavoli sindacali con la partecipazione del governo...»

Cos'è, quindi, che induce la politica a sponsorizzare cordate per Telecom? Le regole con cui si gioca la partita non devono cambiare. In questo paese esistono enormi conflitti d'interessi. Due leader come Prodi e D'Alema, oggi al Governo, e un altro dall'opposizione, Berlusconi, approfittano ciascuno della propria posizione per avvantaggiarsi. Al di là delle schermaglie e degli insulti quotidiani tra le due coalizioni, si sta preparando una grande coalizione politico-finanziaria che serve ai tre oligarchi per puntellare le proprie posizioni di potere.

Tutti vogliono che le proprie banche di riferimento mettano le mani su Telecom, perché è un gigantesco esattore fiscale, incomparabilmente più efficiente e affidabile del Ministero delle Finanze. Genera un cash flow (flusso di cassa), cioè una liquidità, imponente. Per le campagne elettorali, e per l'attività politica in generale, è essenziale poter contare su banche amiche che garantiscono liquidità continua.

E' questo uno dei pilastri su cui si poggia quel regime contro cui combattono da decenni i radicali, i quali, tranne pochi, proprio sul più bello si fanno sfuggire sotto il naso il bandolo della matassa.

Tuesday, April 17, 2007

Confusa-mentis

Formamentis ha rotto il «fioretto» e riprende a commentare ciò che si scrive su questo blog. Il che non può che rallegrarmi. Tuttavia, per «dialogare» occorre una dose minima di rispetto, nella quale non credo rientri la caricatura del pensiero altrui riducendolo a fantoccio polemico.

Se poi si cita una frase di Nietzsche («i deboli e i malriusciti devono soccombere») e la si accosta a un passaggio in cui sostengo esattamente l'opposto, come bisognerebbe definirla? Mistificazione? L'accusa di darwinismo sociale ai liberisti è un tantino logora.

Quindi, sarò anche quello «chiuso nel dogmatismo ideologico», ma da altre parti più che la forma regna la «confusa-mentis».

Si estrapola un passaggio, lo si decontestualizza, lo si assolutizza... e poi il resto è fin troppo facile.

Lamiadestra scrive un post interessante la cui tesi è che le idee liberali e liberiste non sfondano perché i liberali dovrebbero sforzarsi di dare ai cittadini risposte convincenti sui "costi umani" della globalizzazione e del libero mercato, che non sono affatto "indolori". Bene. Gli faccio notare però che a differenza di qualche anno fa, a guardare bene, qualcuno c'è impegnato proprio nella direzione da lui indicata.

I Giavazzi, gli Alesina, i Nicola Rossi, i Mingardi, i Giannino, i Capezzone, i radicali, per fare degli esempi, si sforzano di mettere in luce come, in concreto, riforme liberiste possono far entrare, o far rientrare, nel mondo produttivo proprio gli outsider, coloro che oggi nella nostra società rimangono ai margini a causa di una struttura socio-economica corporativa, anti-meritocratica, protezionista, statalista, che favorisce i soliti privilegiati. E su questo blog si cerca di fare altrettanto. Basta andare a riprendersi articoli e post sui temi economici e ci si accorgerà come siano tutti o quasi imperniati sul tentativo di dimostrare come più libertà voglia dire anche più equità sociale e pari opportunità, ammesso che per equità non s'intenda assistenzialismo.

«Tutelare i più deboli» non significa nulla di per sé. Innanzitutto, perché la debolezza della maggior parte di quelli che vengono definiti "deboli" è momentanea e parziale, ma può diventare permanente proprio se lo Stato offre amache e non trampolini. Non sono "deboli" loro, non hanno bisogno di essere assistiti, ma si trovano in un momento di difficoltà congiunturale.

Mi pare che, storicamente e concretamente, i modelli di welfare socialdemocratici siano falliti, stritolati tra l'inefficienza e l'insostenibilità finanziaria dei vari sistemi realizzati. L'idea di un sistema universale di ammortizzatori, per esempio, basato sulla formula "welfare to work", da finanziare innalzando l'età di pensionamento a livelli europei. In Italia solo il 17% dei lavoratori percepiscono una qualche forma di sussidio di disoccupazione nel momento in cui si trovano senza lavoro, per lo più la vecchia Cassa integrazione, tempo sprecato per il lavoratore e denaro pubblico buttato per lo Stato. E che cos'era, il "manifesto degli outsider", se non un tentativo di spiegare come a più libertà corrispondano più opportunità e più equità?

Basta prendersi le statistiche Ocse. I grandi: Gran Bretagna, Usa, Canada, Australia; i medi: Irlanda e Spagna; i piccoli: Olanda, Rep. Ceca, i Paesi baltici e, ora, anche la Svezia e la Danimarca. Al palo sono rimasti Italia, Francia e Germania. Mi pare che, storicamente e concretamente, nei paesi "cattivi" in cui vige l'innominabile, la libertà di licenziamento, o in cui è stata introdotta una certa flessibilità in uscita, il tasso di disoccupazione sia quasi al livello che gli economisti ritengono fisiologico (3-4%), che ci sia maggiore flessibilità in entrata e mobilità sociale. Al contrario, la rigidità del mercato del lavoro, e dei mercati, favorisce i privilegiati, condanna gli esclusi e i più meritevoli al lavoro precario e scarsamente retribuito.

Tornando a «confusa-mentis», come può attribuirmi l'idea di una politica priva di emozioni e di passioni? Ce ne vogliono eccome di motivazioni - per curare un blog, per esempio, o per impegnarsi direttamente in un partito - ma come ha compreso bene Yoshi si stava parlando delle dinamiche interne ai radicali, del fatto che non si può fare dei sentimenti, come della fede, una teoria e una prassi politica, non è su un vissuto che si pretende essere comune che si possono consolidare fedeltà politiche, perché ciò va a scapito del dibattito e dello spirito critico interno. Questo solo si intendeva dire, ma non è poca cosa.

Nuove forme di antisemitismo si aggirano per l'Europa

Su L'Opinione di oggi:

La copertina del libro di OttolenghiC'era un'importante pezzo di mondo liberale, laico, socialista napoletano mercoledì scorso, a Napoli, per la presentazione del libro di Emanuele Ottolenghi "Autodafé – L'Europa, gli ebrei e l'antisemitismo" (Lindau). Un appuntamento organizzato, nella sede de il Denaro, dal Centro Studi Volcei, dall'Associazione Italia-Israele e dalla rivista LibMagazine, al quale sono intervenuti, tra gli altri, Antonio Landolfi, Luigi Compagna, Umberto Ranieri e, presente in sala, Biagio de Giovanni.

Emanuele Ottolenghi, che oggi dirige il Transatlantic Institute di Bruxelles, e dal 1998 al 2006 ha insegnato Storia d'Israele all'Università di Oxford, ha raccontato una storia di «incredulità» e di presa di coscienza: l'antisemitismo è un pregiudizio che sta lentamente tornando ad essere socialmente accettabile in Europa. Un percorso personale dall'accettazione del fatto che accanto alla propria rivendicazione nazionale ne esistesse un'altra, quella palestinese, altrettanto legittima, e che fosse necessario un compromesso, all'«incredulità di essere tacciato di fascismo perché ancora sostenitore del diritto degli ebrei ad avere uno stato nazionale in una parte della terra da loro rivendicata».

Un fenomeno che negli ultimi 7 anni è cresciuto in modo allarmante, riaffacciandosi sulle pagine dei giornali e sugli schermi televisivi. E ancor di più sconcerta l'«incredulità» che suscitano, presso l'establishment europeo e l'opinione pubblica, le reazioni delle comunità ebraiche.

Il professor Ottolenghi cita quattro esempi precisi. Nella Pasqua del 2002, mentre nei Territori palestinesi è in corso un'offensiva in reazione a una serie di attentati e le forze israeliane assediano la Chiesa della Natività di Betlemme in cui sono asserragliati militanti palestinesi, viene pubblicata una vignetta che raffigura il bambino Gesù che si sporge dalla mangiatoia mentre arriva un carro armato israeliano, e dice: "Non vorranno uccidermi ancora?". Tre giorni prima, su un'altra testata nazionale, viene raffigurato Ariel Sharon che, bloccando con il suo peso fisico una tomba dalla quale sporge un braccio, impedisce la resurrezione di Gesù Cristo.

Un quotidiano inglese, il giorno prima della rielezione di Sharon, pubblica una vignetta che raffigura il premier israeliano nudo, «come un orco», intento a divorare il cadavere sfigurato di un bambino: "Ma non avete mai visto un politico baciare un bambino?". La comunità ebraica inglese insorge, ma la vignetta vince il premio di miglior satira politica dell'anno. Il principale settimanale conservatore inglese, lo Spectator, ospita l'articolo di un intellettuale anglicano convertito all'ebraismo che paragona Israele al nazismo.

Come documentano questi casi, osserva Ottolenghi, non si commenta più un'azione militare, naturalmente discutibile e criticabile, nel merito dell'evento, analizzando circostanze, ragioni e torti, ma si ricorre ad antichi stereotipi antisemiti, come l'accusa di deicidio e l'accusa del sangue. E si scomoda addirittura il nazismo, come pietra di paragone per i "crimini" di Israele oggi. Secondo i sondaggi, il 63% degli europei spiega i sempre più frequenti attacchi alle tombe, ai luoghi di culto e alle personalità ebraiche non come antisemitismo, ma come reazioni, riconosciute certo eccessive e deplorevoli, alle politiche israeliane.

Ma non siamo di nuovo negli anni '30. Ottolenghi lo esclude categoricamente: «Allora l'antisemitismo era un'opinione socialmente diffusa e rispettabile, godeva del sostegno attivo delle chiese e prima dell'avvento del nazismo era parte delle legislazioni nazionali. Oggi la legge non condona ma condanna l'antisemitismo, la dottrina cristiana e cattolica non lo condona, ma lo condanna. Il cambiamento è epocale. La polizia è davanti alle sinagoghe per difendere gli ebrei, non per arrestarli. Le istituzioni sono attive nel condannare il pregiudizio e nel difendere coloro che ne sono vittime in modo efficace». Dunque, occorre fare attenzione, perché «il paragone con gli anni '30 vuol dire trivializzare il fenomeno» in un duplice senso: demonizzando chi nutre questo pregiudizio, ma soprattutto sminuendo il tragico passato. Addirittura un Premio Nobel come Josè Saramago ha paragonato ciò che gli israeliani hanno fatto a Ramallah a ciò che i tedeschi fecero ad Auschwitz. Ma «se Ramallah, con tutte le ingiustizie e le brutalità, è come Auschwitz, allora Auschwitz, dove morivano migliaia di persone al giorno, non è altro che una Ramallah».

Ottolenghi rigetta le accuse di chi ha voluto vedere nel suo libro il tentativo di bollare qualsiasi critica a Israele, alle politiche dei suoi governi, come demonizzazione e antisemitismo e ribadisce con forza che non sono le critiche a Israele il problema, ma «quella critica che nasce dall'aspettativa che gli ebrei non possono mai sbagliare» e che si muove nel pregiudizio che «nel momento in cui sbagliano, come collettività o come singoli, non sono più uguali agli altri», ma devono una volta di più degli altri dare prova di umanità.

L'«animus» del pregiudizio anti-ebraico di oggi è paragonabile a quello dell'"affaire Dreyfus". Quattro elementi suggeriscono a Ottollenghi il paragone tra il Dreyfus di ieri e quello di oggi, lo Stato di Israele. Innanzitutto, le folle nelle strade di Parigi che non gridavano "morte a Dreyfus", ma "morte agli ebrei". Dunque, il meccanismo dell'attribuzione di una colpa collettiva a un popolo intero per la sua associazione a un individuo ritenuto colpevole. Poi, l'odio che si scatena non da una colpevolezza accertata, ma da una calunnia. Terzo elemento, i due pesi e le due misure, che si applicano anche oggi a Israele. Quando venne fuori la verità, Dreyfus fu riabilitato, ma il vero colpevole, l'ungherese Esterhazy, finì i suoi giorni da uomo libero, in Inghilterra, con una pensione garantitagli dello Stato francese. Quando venne smascherato nessuno per le strade si scatenò colpevolizzando gli ungheresi.

Così come, quando negli anni '90 vengono rivelati al mondo i crimini dei serbi nella ex Jugoslavia, nessuno si sogna di criminalizzare i serbi o di bruciare le chiese serbe-ortodosse in Europa. E dopo gli attacchi terroristici a Londra e a Madrid, quando si sono verificati alcuni episodi di razzismo anti-islamico, nessuno si è sognato di dire che non fossero atti di razzismo anti-islamico, ma di "comprensibile seppur deplorevole reazione al terrorismo". Infine, il ristabilimento della verità storica che non è più sufficiente ad arginare il pregiudizio, che vive di vita propria. Nel marzo 2006, ha ricordato Ottolenghi, un giovane ebreo parigino veniva rapito, torturato per tre settimane, seviziato e ucciso, dopo che la banda aveva chiesto un riscatto alla famiglia basandosi solo sul presupposto che essendo ebreo doveva essere ricco.

Quello che si respira oggi in Europa è un clima di "odio", conclude Ottolenghi, che sembra aver «riassorbito tutti i vecchi stereotipi dell'antisemitismo classico, a prescindere dal conflitto arabo-israeliano, dai torti e dalle ragioni che arabi, palestinesi e israeliani condividono».

Ma cos'ha indotto il professor Ottolenghi a usare il termine "autodafé", evocando un'immagine così terribile e cruda per la memoria della cultura europea e cristiana? Dopo l'Olocausto, spiega, «l'antisemitismo è diventato un tabù». I non ebrei che osano esprimere i pregiudizi classici dell'antisemitismo, o mettere in dubbio la veridicità storica della Shoah, vengono sanzionati dalla riprovazione del mondo politico e intellettuale. Ma nel momento in cui è un autore ebreo a farlo, «non solo viene difeso, ma in certi spazi mediatici ciò che ha scritto e detto, essendo ebreo, diviene improvvisamente legittimo», a prescindere dalle prove e dagli argomenti addotti. In sostanza, «l'ebreo diventa l'alibi per il ritorno dell'accettabilità del pregiudizio».

E' essenziale però comprendere la differenza tra l'antisemitismo storico e quello attuale, perché se occorre avere il coraggio e l'onestà intellettuale per chiamare le cose per il loro nome, bisogna anche definirle e distinguerle concettualmente, conclude Ottolenghi. «Se l'Europa di oggi non è quella degli anni '30, tuttavia fenomeni di antisemitismo esistono e il fatto che diventino sempre più diffusi è indice di come un pregiudizio stia lentamente ridiventando accettabile, e di come certi sistemi immunitari che la nostra storia recente ha creato si stiano indebolendo. L'antisemitismo come archetipo del pregiudizio è un sintomo di un malessere del sistema democratico. Non riconoscere il pregiudizio per le nostre società significa muovere il primo passo verso un futuro meno libero, meno aperto e meno democratico».

La famigghia è sempi la famigghia

Romano ProdiUna raffica dei ministri-gangster e il malloppo Telecom è riacciuffato, cacciati gli americani

Negli ultimi tre giorni l'avevano ribadito in modo inequivocabile il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri, il ministro delle Attività produttive, quello delle Infrastrutture e il ministro delle Comunicazioni: italianità della rete telefonica.

Perché si sa... la famigghia è sempi la famigghia!

Un'offensiva governativa a tutto campo, accompagnata dal silenzio complice dell'opposizione, con poche eccezioni. Prima è stata sventolata la minaccia di un decreto legge per separare la rete telefonica fissa da Telecom, giocando sull'ambiguità tra proprietà e gestione separata dai servizi. Accantonata l'ipotesi dopo la bacchettata assestata da Bruxelles, ecco la raffica dei proclami da parte dei ministri-gangster: il governo è comunque intenzionato a intervenire per mantenere la rete in mani italiane.

Così At&t ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dalla corsa per Telecom Italia. Le trattative con Pirelli per la quota che Olimpia ha in Telecom sono state interrotte, recitava la prima indiscrezione apparsa sulle pagine on line del Wall Street Journal, poi confermata da fonti vicine ad Olimpia. Alla notizia sia il titolo Telecom Italia sia quello Pirelli sono stati sospesi per eccesso di ribasso all'After Hours.

La motivazione del ritiro - appresa dal Financial Times direttamente dalla lettera della società americana a Pirelli - pesa come un macigno sulla credibilità del nostro paese: timore di «incertezze normative». Giorni prima AT&T e America Mòvil avevano dato mandato ai loro legali di studiare formule di cautela di fronte a «imprevisti» sulla proprietà della rete. Devono evidentemente aver concluso che rispetto a un intervento governativo non c'è modo.

Con questa brillante operazione il nostro governo è riuscito a diffondere sulle pagine di tutti i giornali del mondo l'immagine di un'Italia inaffidabile, dove una politica che si comporta da boss mafioso fa carta straccia delle regole del mercato; di un paese autolesionista che invece di attrarre capitali, e in questo caso anche interessanti piani industriali, li respinge, danneggiando la sua economia.

Se quindi non saremo mai utenti del colosso americano della telefonia, se rimarremo ostaggio dei capitalisti senza capitale, dell'incapacità dei Colaninno e dei Tronchetti, o del bipolarismo finanziario, dovremo ringraziare il Governo Prodi, che con un inaudito intervento a gamba tesa contro il mercato ha preservato per sé e i suoi amici il malloppo Telecom. E a rimetterci, ancora una volta, prima o dopo, saranno utenti e contribuenti.

Don Romano, Don Max, baciamo le mani a vossia...