Pagine

Tuesday, October 30, 2007

Pd e Lib-Dem. Due potenziali novità

Da LibMagazine di questa settimana

Il discorso di Veltroni alla prima assemblea della costituente del Partito democratico, sabato scorso a Milano, è stato fiacco. Nulla di concreto per quanto riguarda i contenuti, nessuna indicazione chiara neanche sulla legge elettorale, se non che non vuole andare al voto con quella attuale, perché sarebbe «irresponsabile». Tuttavia, coerentemente con quanto sostenuto fin dalla sua candidatura alla leadership, nel giugno scorso a Torino, ha ribadito la volontà di fare del Pd un partito a «vocazione maggioritaria», cioè in grado di vincere le elezioni e governare da solo, senza alleanze disomogenee che mettano a repentaglio la coerenza della proposta di governo.

Ci pare questa l'unica vera novità politica di questi mesi, mentre nulla di nuovo, né a livello di idee e proposte, né a livello di contenitore, ci pare giungere dal centrodestra, da Berlusconi, che si limita ad aspettare in riva al fiume che passi il cadavere del Governo Prodi e a preparare quella che per ora ha tutti i tratti di una rivincita personale.

In realtà, a fronte di un Pd che quasi sicuramente si presenterà da solo, con il volto "nuovo" e rassicurante del sindaco di Roma, probabilmente affrontando di petto due tabù della sinistra (tasse e sicurezza), la CdL appare tutta da ricostruire. Sebbene il Governo Berlusconi abbia retto per un'intera legislatura, le divisioni interne non gli hanno permesso di soddisfare l'aspettativa di "rivoluzione liberale" che era stata alla base della netta e consistente vittoria elettorale del 2001.

In questi mesi trascorsi all'opposizione si è palesata una tendenza all'aumento, e non alla diminuzione, della conflittualità interna al centrodestra, dovuta in parte anche alla figura del suo leader. S'intravedono già le armi di polemica personale che sfodereranno i due candidati premier. Veltroni contesterà a Berlusconi di essere «vecchio», alla luce delle sue ben cinque candidature a Palazzo Chigi, mentre Berlusconi ribatterà che il suo avversario non è affatto «nuovo» come pretende di presentarsi, essendo in politica da circa 35 anni.

C'è molto di vero in entrambi gli argomenti, ma per ora l'unico elemento di novità è rappresentato dall'intenzione di Veltroni di presentare il Pd da solo: «Nella prossima legislatura ci presenteremo con un programma chiaro, e se otterrà il consenso di altre forze bene, altrimenti il Pd coltiverà la sua vocazione maggioritaria fino in fondo». Non è poco.

Una «vocazione maggioritaria», come osservava Panebianco sul Corriere, e come abbiamo più volte sottolineato, per esplicarsi appieno avrebbe bisogno di due fattori, uno interno, a livello organizzativo, e uno esterno. Il Pd non dovrebbe essere il partito delle tessere, ma delle primarie, cioè della partecipazione non solo degli iscritti, ma anche degli elettori ai momenti fondamentali della vita del partito. Dal punto di vista del contesto esterno, il Pd dovrebbe inserirsi in un nuovo sistema politico plasmato da una legge elettorale dagli effetti maggioritari.

Secondo la plausibile lettura del Foglio, Veltroni «vuole andare alle elezioni, possibilmente in primavera e con un partito senza tessere, senza correnti e senza alleati... nonostante la lettera, va detto, è assai diversa: "Noi vogliamo che il nostro paese non precipiti verso le elezioni anticipate"».

Continuiamo a pensare invece, che Veltroni preferisca un governo "cuscinetto", da otto mesi a un anno, che con la scusa della legge elettorale gli dia tempo di allontanare il più possibile la disastrosa disavventura Prodi dalla memoria degli italiani e costruire il partito. Il Presidente Napolitano, è noto, in caso di crisi è intenzionato a esperire un tentativo per formare un gabinetto che vari una nuova legge elettorale e porti poi alle urne, anche se al dunque potrebbero mancare i numeri.

Ma Veltroni non teme il precipitare della situazione, quindi la prospettiva di elezioni già nella primavera del 2008. La sua vaghezza nel merito della legge elettorale è un primo indizio. Non vuole farsi logorare, nei prossimi mesi, dalla sopravvivenza del Governo Prodi. Una sua eventuale sconfitta sarebbe comunque imputata al fallimento dell'Unione prodiana, mentre presentando il Pd da solo Veltroni potrebbe cantare una mezza vittoria e sfruttare il periodo all'opposizione per fare piazza pulita, prendere il pieno controllo del partito, ed eventualmente elaborare in libertà politiche davvero innovative.

Paradossalmente, è più probabile che riesca a imporre la "rupture" con la sinistra comunista e massimalista nell'eventualità di un voto a primavera. Nelle ristrettezze temporali, infatti, il dibattito interno e la vita democratica del nuovo partito verrebbero congelati fino a dopo le elezioni e tutte le energie concentrate nella campagna elettorale per ridurre al minimo le perdite. Mesi di dibattito, invece, potrebbero rendere più difficile l'opera di emancipazione del Pd dalla "cosa rossa", rischiando persino di generare fuoriuscite dal centro, o da sinistra, di quelle correnti che percepissero come minoritaria la propria condizione.

Nel week end appena trascorso si è svolto un altro evento non proprio irrilevante: il convegno "Verso la Costituente Liberal-Democratica Europea - Valori liberali: quelli veri e quelli falsi", organizzato da PRI e Voce Repubblicana.

L'idea di un processo aggregativo e/o federativo dell'area laica e liberale, che vada dagli ex radicali ai repubblicani, fino ai diniani, aleggia da anni nel dibattito politico e riprende vigore con l'approssimarsi di ogni giro di boa elettorale. In effetti, un'area di consenso per un soggetto liberale, liberista e laico, certo non maggioritario, ma autorevole e influente soprattutto per le sue proposte, esiste.

Sia il berlusconismo che il riformismo ulivista hanno deluso le aspettative di cambiamento. Se le corporazioni, le minoranze fortemente organizzate, bloccano la capacità decisionale della politica, ampi settori di opinione pubblica chiedono e aspettano una vera e propria trasformazione, che le politiche liberali sono le più attrezzate a realizzare: per quanto riguarda le tasse, la spesa pubblica, gli sprechi e i privilegi, il lavoro, il merito, la concorrenza.

Ciò che è mancato finora è soprattutto una leadership giovane, determinata, competente e lungimirante, dotata di una sufficiente forza di attrazione. Una condizione necessaria, ma non sufficiente per la riuscita di una simile operazione. Altri fattori, infatti, giocano un ruolo determinante. Innanzitutto, dovrebbe essere cancellato dal vocabolario il termine "costituente". Non dovrebbe ridursi a una semplice sommatoria di spezzoni di vecchio ceto politico in cerca di collocamento, pronti all'indomani del voto a riprendere ciascuno la propria strada - come hanno dimostrato esperienze del passato - di fronte a un risultato elettorale al di sotto delle aspettative, oppure se scontenti del proprio peso specifico all'interno.

Un soggetto che volesse rappresentare le istanze liberali dovrebbe invece porsi come obiettivo quello di attrarre l'attenzione di un "Terzo Stato" consapevole: pezzi di imprenditoria e di mondo del lavoro non assistiti e non tutelati, di borghesia cittadina informata, di studenti e outsider sensibili ai temi del merito e dell'inclusione nella vita economica del Paese. Dovrebbe stabilire una forte sintonia con le migliori intelligenze liberali, da Giannino a Ichino, da Monti a Draghi.

Restituire le risorse nelle mani dei produttori, togliendole da quelle dei burocrati e degli assistiti; spezzare il binomio tasse-spesa pubblica, linfa vitale della partitocrazia e del corporativismo che tengono al palo l'Italia, dovrebbero essere le priorità, senza rinunciare alla pratica della laicità come metodo.

Sarebbe sbagliato se una tale aggregazione coltivasse ambizioni terzo-poliste, ma altrettanto sbagliato se - al di là dell'attuale congiuntura post-prodiana - ritenesse come dato acquisito e irreversibile la propria affiliazione al centrodestra. Per cultura un soggetto politico liberale dovrebbe tenere salda la barra della propria navigazione sui contenuti e saper valutare laicamente gli sviluppi, o le involuzioni, nel campo della destra come in quello della sinistra. L'inevitabile, di qui a qualche anno, fine del berlusconismo da una parte, e il processo messo in moto dal Partito democratico dall'altra, rendono difficile prevedere quale destra e quale sinistra ci troveremo di fronte.

6 comments:

gabbianourlante said...

non è poco??? anche prodi aveva il programma di 280 pagine e allora?
se ognuno nel programma ci legge quel che gli pare non si finisce mai...

Jinzo said...

Jim, io credo che alla fine la scelta del centrodestra corrisponda alla limitazione dei danni. Non è una scelta di natura ideologica: è un posizionamento di convenienza. Le cose liberali si possono fare solo con la destra. Credo che pure Capezzone ormai se ne sia reso conto. Di certo ciò non significa omologarsi alla cultura bigotta e reazionaria del destroide medio.

offtopic said...

Nucara...
il nuovo che avanza?
Capezzone...
la giovane leadership?
I Lib-Dem di Dini...
una risorsa per il Paese?

Ma è soltanto il solito vecchio cespuglio trasformista per le poltrone che si ripresenta ad ogni elezione...

Per favore!
Se non è VECCHIA POLITICA questa!!!

JimMomo said...

Certo offtopic, il rischio è quello. Mi pare che nell'articolo lo si abbia presente. Prova tu a delineare qualcosa di costruttivo, chissà che non hai un asso nella manica ;-)

ciao

offtopic said...

Sono convinto che, accanto a componenti corporative e conservatrici, uno spazio liberale, riformatore, modernizzatore e concreto sia già presente ed attivo in Forza Italia (Sacconi, Brunetta, Martino, per fare solo qualche nome importante) e che sia molto meglio puntare a rafforzare quello, da dentro, contro ogni ulteriore trasformismo cattocomunista (vedi PD) o da cespuglio intermedio.

Ciao
e grazie per l'attenzione
;-)

Anonymous said...

PIENAMENTE d'ACCORDO CON OFTOPIC
NON BASTA UNO SFONDO VERDE ASETTICO PER NASCONDERE IL PUZZO A CATTOCOMUNISMO STANTIO.
ALEX
PS: SIAMO GIA DUE! :-)