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Wednesday, October 24, 2007

In Tibet come in Birmania

Mentre l'India sembra essersi decisa ad esercitare le prime, seppure caute, pressioni diplomatiche sulla Giunta militare birmana, incoraggiata dal primo ministro Singh ad avviare un processo di riconciliazione e di democratizzazione, di cui faccia parte anche Aung San Suu Kyi, giungono dal Tibet notizie che confermano quanto fossero fondate le preoccupazioni del regime cinese: per i possibili sviluppi democratici della crisi birmana e per l'importante riconoscimento politico che il Dalai Lama stava per ottenere a Washington.

Ci era parso evidente, infatti, che la veemenza con la quale Pechino aveva reagito al conferimento al Dalai Lama della Medaglia d'Oro del Congresso Usa, e all'esplicito sostegno del presidente Bush al leader spirituale tibetano, fosse dovuta a un'esatta valutazione da parte del regime sia della grande influenza che il Dalai Lama esercita ancora sulla popolazione tibetana e a livello internazionale, sia della portata del gesto di Bush e degli eventi birmani.

Dal suo punto di vista la Cina faceva bene a temere che il coraggio dei monaci birmani potesse essere contagioso e ispirare i monaci tibetani. Se le manifestazioni avessero provocato addirittura la caduta o la crisi della Giunta di Yangon, il virus democratico non avrebbe tardato a raggiungere il Tibet, tanto più che, pur in assenza di quel successo, qualcosa è accaduto nella regione da decenni occupata e controllota con il pugno di ferro dai cinesi.

La polizia cinese, riportano Asianews e un quotidiano di Hong Kong, il Ming Pao, ha represso con la violenza i festeggiamenti dei monaci buddisti tibetani per l'onorificenza conferita negli Usa al Dalai Lama. Pestaggi e arresti presso i monasteri di Drepung e Nechung, a Lhasa, capitale del Tibet. Centinaia i monaci arrestati e centinaia gli agenti impegnati. Il governo tibetano in esilio, dall'India, ha accusato la polizia cinese di aver prelevato di peso e trascinato via i monaci direttamente dall'interno dei monasteri.

La notizia è giunta con alcuni giorni di ritardo, perché i cinesi hanno pensato bene di staccare le linee internet tibetane sin dallo scorso 17 ottobre, giorno del conferimento della medaglia al Dalai Lama. Lo schema repressivo si è ripetuto quasi identico a quello visto in Birmania, ma con maggior efficienza: monaci per le strade, carcere, censura. Addirittura prevenendo le manifestazioni e la conseguente repressione, le autorità hanno subito tagliato tutte le possibili vie di comunicazione con l'esterno, internet prima di tutte.

Il governo cinese vede in quello religioso, nel buddismo in particolare, l'unico contropotere in grado di sfidare il regime.

Apprezzabile il testo di Richard Gere riportato oggi da la Repubblica: «Se la Cina vuole cambiare la sua immagine del mondo, questo è il momento di agire», osserva l'attore, rilanciando l'invito di Bush alle autorità di Pechino perché incontrino il Dalai Lama. Gere non crede nell'isolamento, che d'altra parte non avrebbe senso né sarebbe possibile, ma è consapevole del soft power che l'Occidente può esercitare: «La Cina ha bisogno di noi non meno di quanto noi pensiamo di aver bisogno di loro». E' rara la consapevolezza del fatto che «la Cina sta giocando nel nostro universo, e noi dobbiamo farla giocare secondo le regole del nostro universo, a partire dal trattamento dignitoso dei lavoratori e dall'apertura culturale e delle comunicazioni, dalla libertà di espressione e di pensiero, dall'auto-determinazione e così via...».

2 comments:

Anonymous said...
This comment has been removed by the author.
Anonymous said...

offtopic:
ho linkato il tuo pezzo sul multiculturalismo nel mio blog,spero non ti dispiaccia...
Ciao!