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Friday, March 21, 2008

Pechino spera di mettere il Dalai Lama fuori gioco

Altri 19 tibetani uccisi nella provincia di Gansu, stando a quanto riferisce il governo tibetano in esilio a Dharamsala, in India, per il quale il numero delle vittime della repressione sarebbe salito a 99 accertate. Ancora proteste anche nelle province di Sichuan e Qinghai, mentre continuano a giungere ulteriori conferme della militarizzazione del Tibet. Nella capitale sono arrivati almeno duecento camion e seimila soldati. Ma altre migliaia si stanno dirigendo verso la regione attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. Il governo di Pechino è pronto ad effettuare ulteriori rastrellamenti nelle aree della rivolta.

Qualche capitale europea comincia ad alzare la voce. All'indomani dell'espulsione dal Tibet degli ultimi due giornalisti stranieri ancora presenti, i tedeschi Georg Blume e Kristin Kupfe, la Germania ha chiesto a Pechino di riaprire le porte della regione ai giornalisti occidentali: «Il governo tedesco dice chiaramente ai cinesi: restate aperti, vogliamo sapere esattamente cosa sta accadendo in Tibet», ha affermato il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier. Tanto, ha spiegato al settimanale Bild, un gran numero di giornalisti arriveranno per i Giochi e «sotto il tappeto non si può nascondere nulla».

Stessa richiesta, «riaprire senza indugio il Tibet agli stranieri» e in particolare ai giornalisti, è stata avanzata dalla Francia: «Ciò che ci preoccupa è sapere cosa sta accadendo in Tibet», ha dichiarato un portavoce del Ministero degli Esteri francese, che non si è espresso, invece, sull'ipotesi di un'inchiesta indipendente internazionale, invocata dal Dalai Lama e appoggiata dalla democratica americana Nancy Pelosi. Boicottaggio no, inchiesta sì, è la posizione della speaker della Camera dei Rappresentanti Usa: «Se non abbiamo il coraggio di denunciare quanto facendo la Cina, allora non avremmo più l'autorità morale di denunciare altre violazioni di diritti umani nel resto del mondo».

Sta cambiando anche l'atteggiamento dell'India. E' ripresa, infatti, nonostante sconsigliata dallo stesso Dalai Lama, la marcia nonviolenta degli esuli tibetani che da Dharamsala erano intenzionati a varcare il confine con la Cina per penetrare in Tibet. Sarà perché ispirata alle marce di Gandhi, o perché gli occhi del mondo sono puntati anche su questa marcia, ma nel Punjab le autorità indiane non si sono opposte come nei primi giorni e i dimostranti ricevono la solidarietà della popolazione.

Pechino ha reagito bruscamente sia alle pur caute parole di Papa Benedetto XVI («Nessuna tolleranza coi criminali che devono essere puniti severamente»), sia allo stesso Brown, riguardo l'annunciata intenzione di incontrare il Dalai Lama: la Cina è «seriamente preoccupata» e ricorda che il Dalai Lama è «un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche contro la Cina sotto la copertura della religione». Naturalmente il Dalai Lama tenta di sfruttare il minimo spiraglio, e ha ribadito anche questa mattina di essere disposto a incontrare le autorità cinesi, compreso il presidente Hu Jintao.

Ma ormai è chiaro che il premier cinese Wen Jiabao, nel colloquio telefonico di qualche giorno fa con il premier britannico Gordon Brown, non ha fatto altro che ripetere le condizioni che la Cina ha sempre posto al Dalai Lama. Il punto è che secondo i cinesi il Dalai Lama non soddisfa ancora quelle condizioni, mentre è noto che le ha accettate pubblicamente da anni, e lo ripete ad ogni occasione utile, senza che Pechino mantenga mai fede alla parola data. Infatti, a chi gli faceva notare che la massima autorità spirituale tibetana ha ribadito più volte il suo doppio no – alla violenza e all'indipendenza – il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha replicato: «Le sue azioni dimostrano che non è sincero».

Da anni la Cina finge di non credergli, perché in realtà non alcuna intenzione di dialogare con il Dalai Lama, legittimandolo, mentre il tempo gioca a suo sfavore: alla sua morte nessun successore potrà godere dello stesso prestigio, sempre che Pechino non riesca a sostituirlo con un monaco di sua fiducia o che il popolo tibetano nel frattempo non sia già quasi scomparso dal punto di vista demografico e culturale. Al momento non c'è alcuna possibilità che venga annunciato un incontro tra le autorità cinesi e il Dalai Lama, contro cui Pechino ha invece avviato una vera e propria campagna di demonizzazione. A maggior ragione adesso, perché il regime apparirebbe debole agli occhi dei tibetani, dimostrando che le rivolte violente della scorsa settimana hanno avuto effetto.

La Cina non farà mai questo "regalo" al Dalai Lama, proprio adesso che è in crisi la sua immagine di leader, non solo spirituale ma anche politico: è attaccabile da Pechino per le aggressioni dei ribelli tibetani contro i cinesi han; e contestato sul fronte interno, dove soprattutto tra i giovani si diffonde lo scetticismo per il suo approccio moderato e l'obiettivo di una semplice autonomia.

Tra le cose che il Dalai Lama chiede non c'è solo di non boicottare le Olimpiadi e di non isolare la Cina, ma anche di essere ricevuto dai governi occidentali. Il nostro non l'ha fatto e i ministri che oggi pendono dalle sue labbra non mossero un dito. Ma in questo momento il Dalai Lama ha disperato bisogno di una vittoria politica, anche minima, per dimostrare alla sua gente che la sua politica è ancora in grado di produrre qualche risultato. I governi occidentali dovrebbero sostenerlo, altrimenti per la Cina sarebbe facile metterlo fuori gioco.

2 comments:

kabanna said...

Se i governi occidentali non si smuovono spero che lo facciano almeno i cittadini, anche protestando su un blog e creando un movimento d'opinione "alternativo" a quello edulcorato e politicamente corretto della cultura italiana che, come sai, è schierata a senso unico. Ma mi chiedo e ti chiedo, le miriadi di giovani autoinsignitisi del premio alla verità e democrazia dove sono? Quelli che hanno maledetto e sbeffeggiato i normali borghesi e i cristiani come feccia della società, che hanno da 30 anni costruito altari per il pensiero etico e filosofico dei monaci tibetani( cineasti compresi) dove cavolo sono ?

Angelo D'Amore said...

A differenza di Mosca 80' non ci saranno in Cina boicottaggi.
Il gigante asiatico troppo forte e nessun paese occidentale se lo vuole inimicare. Anche il Dalai Lama, dovrebbe pero' avere una posizione piu' intransigente.