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Tuesday, September 11, 2007

Sei anni dall'11 settembre. Qualcosa è cambiato

Sono trascorsi sei anni dagli attacchi dell'11 settembre 2001. "Il mondo – molti dissero allora – non sarà mai più lo stesso". Di sicuro è cambiato il segno dell'amministrazione che da neanche un anno si era insediata alla guida degli Stati Uniti. Un presidente sottovalutato e dileggiato, con una debole legittimazione popolare a causa della vittoria elettorale di misura, decisa "a tavolino" dalla Corte Suprema, si trovava ad affrontare la sfida forse più enorme da Pearl Harbour: un atto di aggressione sul territorio americano.

George W. Bush, che entrò alla Casa Bianca da isolazionista in politica estera, circondato da figure legate all'amministrazione del padre (1988-1992), come Colin Powell, virò bruscamente verso una politica estera interventista, trasformando in dottrina politica (nel documento per la sicurezza nazionale del 2002) le analisi e le idee dei neoconservatori, le uniche che sembravano offrire una lettura dei tragici eventi accaduti e una strategia per minimizzare il rischio che potessero ripetersi.

Bisognava mettere da parte l'illusione alimentata durante tutti gli anni '90, che con la fine della Guerra Fredda sarebbe venuta meno ogni minaccia vitale, e considerare in tutta la sua gravità il fondamentalismo islamico, come fenomeno non solo culturale e sociologico tutto sommato marginale rispetto al cammino del mondo, ma paragonabile alle grandi ideologie del secolo scorso. E, quindi, bisognava riprendere senza timidezze a esercitare il potere americano, anche in modo unilaterale, per esportare la democrazia soprattutto nella regione in cui la visione totalitaria dell'islam covava i suoi piani di potere sullo stesso mondo islamico e di distruzione del mondo libero: in Medio Oriente. La promozione della democrazia non più subordinata alla stabilità, nella convinzione che la sua diffusione renda il mondo, e gli Stati Uniti, posti più sicuri.

A sei anni di distanza proviamo a tracciare un bilancio, ovviamente parziale, dei risultati raggiunti. In Afghanistan e in Iraq non sono più al potere regimi totalitari e criminali come quelli dei Talebani e di Saddam Hussein, causa di sofferenze enormi per grandi masse di musulmani e di minaccia concreta per l'Occidente. Un primo risultato da non sottovalutare. Certo, di errori ne sono stati fatti molti, spesso provocati dalle diversità di vedute interne alla stessa amministrazione Usa.

In Iraq pare che il discusso aumento delle truppe e la nuova strategia guidata sul campo dal generale Petraeus stiano ottenendo dei risultati: soprattutto nella sicurezza, perché l'inadeguatezza del Governo di Al Maliki e l'ingerenza iraniana, le cui prove sono sempre più evidenti, non consentono di raggiungere gli obiettivi politici. Le pagine delle cronache dall'Iraq sui grandi quotidiani statunitensi registrano i progressi, mentre gli editorialisti e i Democratici mantengono la loro posizione pessimistica e incline al ritiro delle truppe. Bush sembra intenzionato a concludere il suo mandato ottenendo risultati tali da costringere entrambi i candidati alla sua successione a non farsi campagna elettorale sul ritiro dall'Iraq.

In paesi come Libano, Egitto e Marocco si ha la sensazione di un rafforzamento di quelle parti della società civile favorevoli allo sviluppo di istituzioni democratiche, anche se le resistenze interne ed esterne rendono ancora possibile un'inversione dei processi e necessaria una spinta costante dall'esterno.

La spaccatura interna alle fazioni palestinesi e libanesi, e le conquiste di Hamas, cui hanno senz'altro contribuito il ritiro israeliano da Gaza e i cambiamenti regionali che hanno indotto l'Iran a tentare di conquistare un ruolo egemone nella regione manovrando Hezbollah e Hamas, potrebbero risultare elementi chiarificatori: oggi distinguiamo più facilmente chi è interessato a negoziare la pace con Israele da chi invece vuole solo la guerra.

L'Iran è sempre più il nodo da sciogliere: il regime è tanto più repressivo quanto sempre più vulnerabile. A Washington non si esclude alcuna opzione, ma quella a cui si lavora a medio termine è il regime change dall'interno. Non manca chi, come Michael Ledeen, ha sempre sostenuto che dall'Iran, il maggiore sponsor del terrorismo – e non dall'Iraq – bisognasse partire per estirpare il fascismo islamico dal Medio Oriente.

Non sempre l'azione di Bush è sembrata coerente con la strategia di promozione della democrazia. Per esempio, nell'alleanza con il Pakistan di Musharraf, o nella propensione a far rientrare elementi ex-baathisti nel processo di riconciliazione in Iraq. La politica di esportazione della democrazia viene accusata di fanatico utopismo quando viene enunciata e di incoerenza quando chi cerca di attuarla procede con il dovuto realismo e pragmatismo.

Ma come consolidare i risultati in Afghanistan se dovesse esplodere il Pakistan? Come affrontare l'Iran con l'Iraq nel caos? Se anche il realista Kissinger riconosce che la stabilità che più o meno regnava in Medio Oriente non era più accettabile all'indomani dell'11 settembre, oggi Bush si dedica a rendere stabili i risultati del suo shock, anche se questo significa rivedere le proprie ambizioni immediate. L'aspetto da conservare è il cambiamento di paradigma: mai più la stabilità sacrificando la democrazia come obiettivo di medio-lungo periodo.

1 comment:

rob said...

Un riepiologo davvero utile, un servizio agli smemorati (ce n'è tanti) e un buon vademecum per chi aveva già afferrato il nocciolo della questione. Un saluto.
(windrosehotel)