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Thursday, August 26, 2010

L'amarezza di Marchionne per un'Italia che non vuole cambiare

C'è un misto di amarezza e rassegnazione nelle parole pronunciate da Marchionne al Meeting Cl di Rimini, consapevole che l'Italia è un Paese che ha «paura di cambiare», o meglio, che ha quell'atteggiamento provinciale di chi «non ha voglia» neanche di essere infastidito dal mondo che lo circonda, e «molto spesso - ha avvertito l'ad di Fiat mostrando tutto il suo rammarico - sono queste le ragioni del declino economico e sociale di un Paese». La retorica del cambiamento è trionfante, riempie la bocca di tutti, ma «l'elogio del cambiamento si ferma sulla soglia di casa, va bene finché non ci riguarda». Se nemmeno il presidente della Repubblica, che dovrebbe rappresentare il maggior livello di consapevolezza che sa esprimere un Paese, si mostra in grado di comprendere i fenomeni economici e sociali che ha sotto gli occhi, allora c'è davvero poca speranza che a prevalere non sia una cultura anti-impresa e anti-lavoro.

Comprensibilmente quindi Marchionne ha sentito il dovere di difendere, insieme alla «serietà» del progetto Fiat, anche «le ragioni» degli unici che hanno raccolto questa sfida, Bonanni e Angeletti, i segretari di Cisl e Uil, «che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione dell'industria dell'auto italiana». Il resto della politica è capace al massimo di dividersi in tifoserie contrapposte, ma rimane alla finestra. Il governo non prende posizione (dov'è Sacconi?), non realizza, né annuncia le riforme di cui il sistema avrebbe bisogno (il caso di Melfi e la sentenza dei giudici del lavoro fornivano l'ennesima occasione per giustificare un intervento sullo Statuto dei lavoratori). Il solo Tremonti, ieri, ammoniva, con evidente riferimento all'accordo di Pomigliano e alla vicenda della Fiat di Melfi, che «se vuoi i diritti perfetti nella fabbrica ideale, rischi di conservare i diritti perfetti, ma di perdere la fabbrica ideale che va a produrre da un altra parte». Mentre il Pd getta le sue poche maschere "riformiste" e si rivela per quello che è, una delle sinistre più retrive che abbiamo in Europa.

Marchionne è stato giustamente molto severo: ci si deve rendere conto che non è conveniente per nessuno investire in Italia (è «l'unica area del mondo in cui il gruppo Fiat è in perdita»), perché da noi vige un sistema anacronistico e insostenibile che impedisce alle imprese di essere competitive, in un mondo che cambia con estrema rapidità e che richiede tempi di risposta altrettanto veloci per tentare di tenere il passo. Se Fiat lo fa, rinunciando a «vantaggi sicuri in altri Paesi», è solo perché ha le sue «radici» in Italia, ma chiede, implora, agli italiani di «riconoscere la necessità di cambiare e aggiornare il sistema in modo che garantisca alla Fiat di poter competere», perché «la cosa peggiore di un sistema industriale incapace di competere è che sono i lavoratori a pagarne le conseguenze». E chiede il minimo sindacale per un'impresa, cioè che si rispetti il basilare diritto di proprietà, cioè almeno la «garanzia di poter gestire i nostri stabilimenti in modo affidabile, continuo e normale».

E' ciò che non è garantito a Melfi, e probabilmente neanche in altre parti del Paese, se durante uno sciopero a cui aderiscono poche decine di operai su 1750 si tollera che tre di essi blocchino le macchine impedendo agli altri di lavorare e alla fabbrica di produrre. «La maggior parte delle persone che lavorano in Fiat - ricorda Marchionne - ha compreso e apprezzato» l'impegno dell'azienda, l'accordo di Pomigliano è stato approvato dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori, eppure in pochi riescono a sovvertire la volontà dei più: «Non è onesto usare i diritti di pochi per piegare i diritti di molti... E' inammissibile difendere e tollerare illeciti arrivati fino al sabotaggio. Non è giusto nei confronti dell'azienda e non è giusto nei confronti di altri lavoratori... Dignità e diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone. Sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti». Eppure la magistratura che fa? Riconoscendo i diritti di quei tre, di fatto li nega a tutti gli altri. Altro che «fondata sul lavoro», l'Italia è una Repubblica fondata sulla sopraffazione e il sabotaggio.

Wednesday, August 25, 2010

Cadono la maschere "riformiste"

Sulla vicenda Fiat-Fiom la politica continua a restare alla finestra. Al massimo sa andare in curva, si divide tra chi tifa per la Fiom e chi per la Fiat, ma quanto a interventi legislativi volti a riformare la contrattazione e lo statuto dei lavoratori per modernizzare i rapporti di lavoro dando ossigeno alla nostra economia, nulla si muove e nessuno si esprime. Il superamento di vecchie logiche e di vecchi contratti è lasciato alle buone intenzioni e agli sforzi, inevitabilmente insufficienti, delle singole parti. Che per lo più stanno agendo in modo responsabile (come Confindustria, Cisl, Uil e Fiat), ma non manca chi, come Cgil e Fiom, prosegue nelle sue battaglie ideologiche sulla pelle dei lavoratori, quelli veri, potendo avvalersi di una sintonia politica con la quasi totalità dei magistrati del lavoro.

Il presidente Napolitano ha perso un'altra buona occasione per tacere. Offrendo un'improvvida sponda agli operai della Fiat di Melfi licenziati e reintegrati (in teoria, dovrebbe essere rispettata la sentenza del giudice, dal momento che la Fiat, consentendo loro l'attività sindacale in azienda, ha rimosso il comportamento giudicato antisindacale), mostra di non aver capito nulla di cosa ci sia in gioco: sulla base dell'accordo di Pomigliano l'azienda e i sindacati stanno trattando per il ritorno in Italia di produzioni delocalizzate. Ma se si tollera che durante uno sciopero a cui aderiscono in poche decine su 1.750, tre operai blocchino la produzione non permettendo agli altri di lavorare, se cioè si tollera che lavoratori e sindacati del tutto minoritari possano sabotare accordi e produzione, allora Fiat potrebbe decidere di andarsene a produrre all'estero. E se persino Fiat non rimane in Italia, perché dovrebbero rimanervi, o arrivarvi, imprese straniere? Il messaggio che questa vicenda sta mandando al mondo intero è: non investite in Italia. E ci rimettiamo tutti, signor presidente, dando l'impressione di un Paese in cui prevale una cultura anti-impresa.

E quando la battaglia si fa dura, quando si arriva al dunque delle questioni, non c'è più spazio per "terzismi" e riformismi da salotti televisivi. E così Ichino e Treu gettano la maschera di "riformisti", criticando Fiat. La Chiesa parla addirittura di «errore etico» e «diritti della persona negati», mentre tutta l'ipocrisia e l'imbarazzo del Pd nell'appello di Bersani all'azienda, e non alla Fiom, la prima a ricorrere alle carte bollate. Il ministro Matteoli è stato il primo del governo a pronunciarsi, e malamente come spesso gli capita, mentre la Gelmini e Capezzone sono stati finora gli unici a schierarsi senza se e senza ma con Marchionne. E a mostrare una certa insofferenza per l'intervento di Napolitano è il segretario della Uil Angeletti, che fa notare - e questo la dovrebbe dire lunga - che non c'è alcuno sciopero in corso a Melfi. Insomma, la Fiom e i tre reintegrati sono del tutto isolati anche tra i lavoratori e i sindacati.

Cattolici "spaccati" da sempre

A certe tesi, come quella di Famiglia Cristiana su Berlusconi che sarebbe colpevole di aver «spaccato» il mondo cattolico, bisognerebbe rispondere con una sonora risata, anziché attribuirgli il valore di chissà quale analisi politologica. E' evidente infatti che si tratta semplicemente di una stupidaggine, una totale scemenza che rivela l'ignoranza di chi l'ha scritta. Il mondo cattolico è «spaccato» da sempre, altrimenti non si spiega come mai la Dc non avesse il 60 o l'80%. La realtà è che i cattolici sono da sempre divisi politicamente, e non sono pochi quelli che hanno votato e votano comunista. E anche se fosse, non mi pare un'accusa grave quella di aver «spaccato» i cattolici. E' un bene che siano politicamente divisi e la pensino diversamente, non facendosi tra l'altro condizionare più di tanto - comunque molto meno di quanto credano i nostri politici - da ciò che dicono le gerarchie ecclesiastiche.

Com'è altrettanto evidente, l'ha sottolineato oggi monsignor Rino Fisichella a beneficio anche di qualche strumentalizzatore di sinistra, che «un'editoriale di Famiglia Cristiana o anche su un'analisi formulata da una sottocommissione preparatoria della Settimana Sociale» non interpretano il pensiero del mondo cattolico né la Chiesa. E tra l'altro, Fisichella definisce quello di don Sciortino su Berlusconi un giudizio «del tutto tendenzioso», ricordando anch'egli come «in altri momenti storici - ad esempio quando Moro e Fanfani fecero il centrosinistra - ci fu una divisione dei cattolici».

Tuesday, August 24, 2010

Le spallate di Marchionne rischiano di non bastare

La politica è assente, persa nei teatrini di Palazzo

Il braccio di ferro tra Fiat e Fiom a Melfi va inquadrato politicamente, non come un puntiglio del "padrone" contro lavoratori bizzosi. Lo fa lucidamente, su Il Messaggero di oggi, Oscar Giannino. L'attacco di Fiom e Cgil è all'«accordo interconfederale sul salario decentrato firmato da Confindustria nel febbraio 2009, inverato poi con l'accordo su Pomigliano, approvato a maggioranza dai lavoratori, e che ora l'azienda intende estendere al più presto in ciascun stabilimento nazionale». Ma c'è un modo ancora più laconico e significativo di porre i veri termini della questione:
«O si abbraccia ora e subito la via della nuova produttività e delle nuove relazioni industriali, oppure semplicemente il treno è perduto. I magistrati del lavoro a quel punto potranno anche reintegrare tutti i lavoratori che scambiano il legittimo diritto di sciopero con l'illegittimo procurato danno, ma non sarà questa via a difendere l'auto italiana nella competizione mondiale».
Non è un puntiglio, è al contrario una partita «globale», di interesse nazionale, spiega anche il Sole 24 Ore:
«E' possibile per una multinazionale che vuol produrre "anche" nel nostro Paese farlo secondo le regole mondiali che reggono l'"automotive", o deve rassegnarsi a farlo "all"italiana"? Se i casi individuali o di gruppi minuscoli, arroccati nel diritto del lavoro italiano, così unico perfino nel già peculiare panorama europeo, rendono sconveniente investire da noi, per quanti blog fioriscano, per quanti cortei rispolverino slogan antichi e per quante grandi firme incanutite invochino l'ebbrezza di una lontana giovinezza, non creeremo neppure un posto di lavoro in più. Alla fine Barozzino, Lamorte e Pignatelli troveranno una loro garanzia, ma i tanti disoccupati di cui non conosciamo il nome e i tanti precari che non hanno la foto con polo Sata e i tanti operai che sperano di continuare a lavorare, saranno a rischio... il segnale di sconfitta passerà sui Blackberry degli investitori ovunque e l'Italia perderà ulteriore ranking nelle loro scelte. Perché investire nelle fabbriche di un paese dove bastano un blog, una sentenza e tanta falsa coscienza a fermare la produzione? Se il mondo non crederà al nostro mercato, malgrado gli sforzi di tutti nelle aziende italiane... ci svuoteremo inesorabilmente: e chi, allora, tutelerà il diritto al lavoro, che la Costituzione sancisce, ma che solo investimenti veri creano?».
«In Italia - fa notare Giannino - nessuno ha chiesto di accettare, per difendere l'occupazione, i 14 dollari l'ora per i giovani che pure il sindacato americano ha accettato. Né tanto meno è stato chiesto di lavorare una settimana in più l'anno a parità di salario, come ottennero Volskwagen e Siemens e molte imprese tedesche alcuni anni fa, la svolta che le fa oggi così forti. A maggior ragione, è pura miopia autolesionista accusare di fascismo aziendale chi si è messo in condizione di contare di più nel mondo lavorando di più, ma anche pagando di più i lavoratori che lo accettano».

Tutto questo è in gioco a Melfi, a Pomigliano, e ovunque i sindacati più retrivi si oppongono al nuovo modello contrattuale. E vista la criticità del momento, non ha senso fare i "terzisti" come Ichino, che scivola sul "caso minore", gettando la maschera di "riformista", che non comprende che è proprio chiudendo un occhio su casi come questo che si mette a rischio l'intero "piano Marchionne". Ma anche il governo sbaglia perché, distratto dalla crisi interna alla maggioranza, si mostra colpevolmente assente. Alla sentenza dei pretori del lavoro, sabotatori della libertà d'impresa e del diritto di proprietà, e quindi dell'economia italiana, dovrebbe subito rispondere con l'abolizione dell'articolo 18 e la riforma dello Statuto dei lavoratori, e magari con l'annuncio di una riforma della contrattazione e dei rapporti industriali calata dall'alto. E invece no, ci sono solo le "spallate" di Marchionne, che questa battaglia contro un sistema decrepito e insostenibile se la deve combattere da solo (rischiando di perderla, per la Fiat e per tutti i produttori - imprese e lavoratori - e quindi per tutti noi). La politica - capace solo di sussidiare l'esistente, ma non di riformare - non accorrerà in suo aiuto (la destra per ignavia, la sinistra per le pastoie ideologiche in cui ancora è invischiata).

«Se la Fiat ha ragione, allora ha ragione fino in fondo. Se ha ragione fino in fondo, bisogna mettere in conto che ora è venuto il momento di dirlo senza infingimenti, perché il momento delle scelte è ora», scrive Giannino rivolgendosi a quelli come Ichino. «Dire per esempio che con ogni probabilità è assolutamente vero che i tre scioperanti il 7 luglio scorso hanno bloccato carrelli automatici che servivano a rifornire sulla linea chi non scioperava, e che ciò costituisce un comportamento illegittimo, dannoso alla libertà altrui e al patrimonio dell'azienda». A chi obietta che poteva chiudere un occhio per non esacerbare i rapporti e non mettere a rischio il suo piano, Marchionne risponde con il semplice buon senso che tutti sono in grado di capire: «Se faccio finta di niente una volta, poi non gestisco più niente».

Monday, August 23, 2010

Alle comiche finiane

Inevitabile e doverosa la richiesta di chiarimento che il governo chiederà al Parlamento a settembre. Nulla di trascendentale e di rivoluzionario, i cinque punti ricalcano il programma votato dagli elettori e riprendono né più né meno la linea che il governo sta già portando avanti, tanto che i finiani hanno subito annunciato che voteranno la fiducia. Ma la novità non sta nel merito dei cinque punti, quanto piuttosto nell'atteggiamento di Berlusconi, che ha finalmente chiarito che non intende farsi «logorare» in trattative «al ribasso» su ogni singolo provvedimento del programma come quelle che hanno portato allo snaturamento del ddl intercettazioni. Un «prendere o lasciare» estraneo alla politica, da «mercato rionale», ha commentato il presidente della Camera Fini.

Se volete invece conoscere le intenzioni dei finiani, seguite Bocchino, che non le nasconde e conferma la linea del logoramento: sì alla fiducia sui cinque punti, ma poi nel merito si vedrà nelle commissioni. Fini e i suoi pensano di logorare Berlusconi come si faceva durante la "Prima Repubblica", quando il presidente del Consiglio in carica era costretto dalle correnti avversarie all'interno della Dc ad un gioco estenuante di mediazioni sull'azione di governo e sulle poltrone. Fino alla caduta, avanti il prossimo e nuovo giro di giostra. Oggi Bocchino se ne è uscito con un altra delle sue, ma davvero molto, molto emblematica.

Vuole salvare Berlusconi dalla «trappola» che starebbero tessendo Bossi e Tremonti, che spingerebbero per andare a elezioni anticipate «il primo per prendersi i voti di Berlusconi e il secondo per prendere il suo posto a Palazzo Chigi». Senza maggioranza al Senato, sarebbe Bossi a «chiedere un passo indietro al Cavaliere, che verrebbe pensionato da quello che ritiene l'alleato più fedele, aprendo così la strada a un governo Tremonti che sarebbe a propulsione leghista e otterrebbe il voto di una maggioranza larghissima» con l'obiettivo di «mandare a casa Berlusconi». Ma Bocchino offre al Cav. la via per salvarsi: allargare la maggioranza ai «partiti di Fini, Casini e Rutelli» e ai «moderati del Pd ormai delusi». Dai numeri, soprattutto a Palazzo Madama, e dalla ben nota contrarietà della Lega al rientro dei centristi, si dedurrebbe che Bocchino stia proponendo di sostituire la Lega con i quattro pezzetti che cita, ma poi precisa di proporre un semplice «allargamento» della maggioranza.

Si tratta di una provocazione indicativa del tipo di rendita di posizione che i finiani si illudono di ricavare con le loro mosse di questi ultimi mesi. Berlusconi costretto a trattare non solo con un alleato su due temi precisi e concreti, ma con minimo altri tre che hanno solo l'obiettivo di logorarlo e che ambiscono a guidare un centrodestra deberlusconizzato e deleghizzato. Insomma, come nella legislatura 2001-2006, solo un po' più vecchi e un po' più frustrati. Ma tra le righe si può anche leggere che il partito Fini lo farà (Bocchino scrive già di «partiti di Fini, Casini e Rutelli») e dedurre che questo delirio sia frutto anche del presidente della Camera, almeno a voler prendere sul serio Bocchino quando parla di «strategia degli uomini del presidente della Camera» che «vanno considerati un tutt'uno con il loro leader».

La verifica di settembre sarà un impegno non da poco per i finiani, che da una parte si trovano a dover esprimere, o a negare, la fiducia per il 95% al programma con il quale si sono presentati agli elettori; dall'altra alla continuità dell'azione di governo rispetto a temi (soprattutto giustizia, immigrazione e sicurezza) su cui in questi mesi hanno espresso apertamente le loro critiche; nonché per il restante 5% al cosiddetto "processo breve", di cui però hanno già approvato la versione uscita dal Senato, e apparirebbe quindi pretestuoso volerla rimettere in discussione alla Camera.

Se poi a settembre daranno vita ad un partito, cadranno anche gli ultimi dubbi sui reali obiettivi di Fini e dei suoi, cioè ricostituire quella rendita di posizione che An e Udc avevano nella Cdl prima dell'avvento del partito unico. E si aggraverebbe ulteriormente l'incompatibilità del ruolo politico che sta giocando Fini nella maggioranza e nei confronti del governo con la carica di presidente della Camera, ruolo che dovrebbe essere di garanzia. Come ha spiegato anche il ministro Brunetta a il Giornale, confessando il «disagio e dolore» che prova dal banco del governo quando Fini presiede le sedute a Montecitorio:
«Il fatto che Fini sia identificato ora come il capo di una nuova area, forse di un partito, non lo rende più garante tra maggioranza e opposizione, ma soprattutto non ne fa più il garante del governo. Da libero pensatore o da segretario politico può far quello che vuole. Ma un presidente della Camera non può essere uomo di parte... Quello che vorrei è che sentisse l'esigenza morale oltre che politica e istituzionale dell'incompatibilità. Non è pensabile che chi siede sul più alto scranno della Camera possa generare il dubbio di utilizzare quel suo ruolo a fini di lotta politica interna o addirittura a fini di logoramento della maggioranza che l'ha eletto. A quel punto, meglio andare al voto senza trucchi e senza inganni, assumendosi ognuno le proprie responsabilità».
E se il capo dello Stato avesse davvero avuto a cuore la stabilità del Paese e la tenuta della legislatura, e voluto scongiurare l'ipotesi delle elezioni - che certo non è Berlusconi a volere, sapendo che rappresentano comunque un rischio - avrebbe dovuto chiamare Fini a rispondere del suo uso politico della carica istituzionale che ricopre, fino ad imporgli le dimissioni. Detto questo, credo che sbaglino gli esponenti di centrodestra a insistere sulla cosiddetta "costituzione materiale". A suggerire il ritorno alle urne - in caso di crisi di governo e di indisponibilità di Pdl e Lega a formare nuovi esecutivi - è la costituzione scritta e la prassi di oltre 60 anni di vita repubblicana, a prescindere dall'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico.

Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini).

UPDATE ore 19:44
Un sempre più ridicolo Bocchino costretto a ben due precisazioni nell'arco di poche ore. La prima per correggere il tiro: non di una sostituzione della Lega con i centristi si tratterebbe ma di un «democratico allargamento della maggioranza»; la seconda, da cui fa sparire il riferimento ai «moderati del Pd ormai delusi», resa necessaria dalla netta dissociazione di tre finiani (Moffa, Viespoli e Menia).

Friday, August 20, 2010

L'unico collante dei finiani

Pienamente condivisibile il commento di Filippo Facci, oggi su Libero, sull'approccio del Pdl ai temi etici, dal biotestamento alla procreazione assistita. Personalmente, ritengo che un partito intelligente e moderno su quei temi non possa avere dubbi e debba decidere in base al criterio numero 3) e che, come osserva Facci, «non sono alcuni deputati finiani, o altri del Pdl, ad avere posizioni bislacche e personali: sono tutti gli altri» a pensarla diversamente dalla maggioranza degli elettori anche di centrodestra.

Detto questo, due soli appunti sui "finiani": dubito che siano stati i temi etici a «spingere più di un deputato» a lasciare il Pdl e a imbarcarsi nell'avventura finiana. E credo inoltre sia ragionevole aspettarsi dai finiani su questi temi una certa compattezza, mentre al contrario di quanto scrive Facci «lo stesso ragionamento» non può e non deve valere per il Pdl. Perché? Perché il Pdl è un partito dal 30-40%, mentre è anche su questi temi - tra gli altri - che Fini e i suoi hanno preso le distanze da Berlusconi e dalla maggioranza del partito. Se poi si scopre che neanche tra di loro sono d'accordo, allora viene da dubitare che quei temi fossero la reale ragione del loro malessere. Al più, nella migliore delle ipotesi, delle ragioni di contorno, o dei pretesti nella peggiore. Vale per i temi etici come per tutte le altre questioni sollevate in questi mesi da Fini.

Se fosse vero che alcune precise questioni politiche sono le reali e profonde motivazioni che hanno spinto Fini e i suoi ad allontanarsi dalle posizioni della maggioranza e a distinguersi dall'azione di governo, ne dovrebbe conseguire che tutti o quasi i finiani che alla Camera e al Senato hanno costituito gruppi autonomi la pensino, su quelle questioni, più o meno allo stesso modo. Mentre nel Pdl, un partito nazionale del 35%, è logico e anzi inevitabile, che coesistano posizioni diverse, è evidente invece che da un gruppo che giustifica il suo distinguersi dalla maggioranza e da Berlusconi su bioetica, cittadinanza e immigrazione, giustizia, federalismo, Sud, ci si aspetta su tali questioni una maggiore omogeneità di vedute. E invece sembrano anche loro, come il Pdl, divisi tra libertari e conservatori sui temi etici e la cittadinanza, tra garantisti e manettari, tra liberisti e statalisti, e persino tra federalisti e assistenzialisti.

Proprio tale eterogeneità di posizioni tra i finiani su temi che dovrebbero qualificare la loro distinzione da Berlusconi e dal Pdl sembra rafforzare il sospetto che la vera motivazione della rottura - quella che tutti condividono - sia un'altra. In effetti quelle posizioni (tranne quella "manettara", l'ultima a emergere infatti) avevano e hanno piena cittadinanza nel Pdl. Se l'unico collante tra i finiani fosse la frustrazione di Fini, e la loro, per la leadership di Berlusconi, magari alimentata da insoddisfazioni personali o semplice lealtà al loro "capo", si spiegherebbe come mai l'unico comune denominatore rischia di diventare l'antiberlusconismo e come mai la situazione non sembra più ricomponibile sul piano della politica concreta.

Ma Sarkozy è ancora il modello di Fini?

Ma Sarkozy non era il modello della destra moderna ed europea che ha in mente Fini? Se è ancora così, allora il presidente della Camera condividerà di certo il rimpatrio in massa dei rom (qui ricordiamo piuttosto la sua denuncia sulla dignità umana degli immigrati calpestata in Italia dal governo Berlusconi) e il divieto del burqa (su cui se non sbaglio Fini tempo fa disse che non ce n'era bisogno). A meno che la destra moderna ed europea (da Sarkozy a Cameron), e aggiungerei anche alcune sinistre europee, non siano in realtà molto, ma molto diverse da qualsiasi cosa avesse (e abbia) in mente Fini.

Thursday, August 19, 2010

Non proprio delle aquile/2

Seconda puntata dell'"illuminazione" di Filippo Rossi, che sembra giungere al traguardo del suo - immaginiamo travagliato (o travagliesco?) - percorso interiore di presa di coscienza della vera natura del "berlusconismo". Ormai è chiaro, scrive Rossi, che il berlusconismo «coincide con il dossieraggio e con i ricatti», con gli «editti bulgari», con «la propaganda stupida e intontita», con «slogan, signorsì e canzoncine ebeti da spot pubblicitario». Ma stavolta la dice tutta: per sedici anni ci siamo sbagliati, avevano ragione gli «antiberlusconiani di professione», ammette Rossi, confessando i propri «sensi di colpa», e anche «un pizzico di vergogna», «per non aver capito prima, per non aver saputo e voluto alzare la testa».

Ben risvegliati! Ecco la destra moderna che stanno cucinando quelli di Fare Futuro. Per carità, non è mai troppo tardi per correggersi, o convertirsi, ma in questi sedici anni sono stati decine, centinaia, i giornali, le trasmissioni tv, i partiti, i pm, gli intellettuali, che denunciavano al mondo intero il berlusconismo. Quindi, le cose sono due: o la politica non è il loro mestiere; o questo improvviso ravvedimento cela motivazioni un poco più prosaiche. In ogni caso, l'antiberlusconismo ha pagato poco a sinistra, figuriamoci a destra... Auguri.

UPDATE - In serata arrivano le dissociazioni dall'editoriale di Rossi, da cui in realtà i parlamentari finiani non si dissociano mica tanto. Il deputato e coordinatore di Fli Silvano Moffa si "dissocia totalmente", ma non entra nel merito dei giudizi sul berlusconismo. I capigruppo di Fli alla Camera e al Senato, Italo Bocchino e Pasquale Viespoli, ci tengono a far sapere che non si fanno dettare la linea da Filippo Rossi, se la prendono con chi tenta di alimentare la polemica su quelle che definiscono «libere e personali riflessioni intellettuali», ma nel merito non vanno oltre un «fuori misura». Pare di capire che abbiano ritenuto l'articolo di Rossi sbagliato nei toni ma non nella sostanza. Elusivo il commento di Urso, che di Fare Futuro è il segretario generale e che la mattina stessa aveva fatto delle aperture sulla giustizia: si tratta del «commento di un giornalista, il giudizio su Berlusconi e su di noi lo daranno gli storici, che come sempre si divideranno». Insomma, personalmente credo che il ravvedimento di Rossi non sia minoritario tra i finiani, ed è questo il problema (la frustrazione di Fini e dei suoi nei confronti della leadership di Berlusconi ha finito per sfociare nell'antiberlusconismo), non c'entrano nulla questioni politiche su cui tra l'altro sono più divisi tra di loro di quanto lo sia il Pdl.

Wednesday, August 18, 2010

Cossiga e il lato oscuro del potere

Ciò che affascina, intriga, e allo stesso tempo inquieta, della figura umana e politica di Francesco Cossiga è la sua frequentazione con il lato oscuro del potere. E come ne sia uscito piuttosto malconcio, provato dai turbamenti dell'anima, ma tutto sommato a testa alta. Non solo in momenti delicatissimi per la sopravvivenza della Repubblica si è trovato ai vertici dei cosiddetti "ministeri della forza" - sottosegretario alla difesa con delega a sovrintendere "Gladio", di cui si definì «l'unico referente politico»; ministro dell'Interno nel culmine degli anni di piombo (rapimento Moro), che affrontò con estrema durezza - ma ha sempre creduto nella nobiltà anche di quell'aspetto disincantato della politica che il più delle volte implica la responsabilità del "lavoro sporco".

C'è un angolo buio, infatti, che sfugge, almeno per un primo momento, al controllo democratico dell'informazione e dell'opinione pubblica e che ha a che fare con la sicurezza più elementare di uno Stato, con tutte le misure da mettere in atto - anche segretamente - per assicurarne la sua stessa sopravvivenza. E' una inevitabile zona d'ombra - cui neanche la democrazia può sfuggire, se non vuole esporsi disarmata agli attacchi dei suoi nemici - dove è labile il confine tra la democrazia e il suo contrario, e dove il male e il bene si confondono. E chi opera in quelle zone incerte si ritrova solo con la propria coscienza; è il solo a sapere, o a illudersi di sapere, se sta esercitando i suoi poteri per o contro la democrazia e le sue istituzioni, mentre dall'esterno gli altri - per cultura o per convenienza - sospettano e spesso si convincono dei peggiori teoremi. Cossiga ha veleggiato per questi perigliosi flutti, toccato con mano il potere allo stato puro, con i suoi pesi e la sua tragicità, pagando per intero, innanzitutto nella propria intima coscienza, il prezzo di scelte drammatiche e impopolari.

Una tragicità che non può capire chi coltiva un'idea semplicistica, moralistica, infantile della democrazia, dalla quale è portato a considerare tali zone come luoghi in cui vengono necessariamente orditi complotti e trame inconfessabili. E' molto più rassicurante in effetti credere in un potere che tutto sa e controlla, dispone, per poterlo accusare di ogni nefandezza, piuttosto che fare i conti con una realtà molto più complessa, nella quale magari chi detiene per un certo periodo quel potere brancola nel buio, non riesce a calcolare tutte le variabili ed è esposto ad ogni tempesta, dovendo dare ai suoi cittadini l'impressione del contrario. Più rassicurante, da un certo punto di vista, credere che Cossiga e la Dc non abbiano voluto salvare Moro, piuttosto che rassegnarsi all'idea che non abbiano potuto.

Moro, "Gladio", le stragi e gli anni di piombo. Esperienze che segnarono Cossiga nel profondo e da cui uscì con l'immagine indelebile del cattivo per antonomasia, il Kossiga delle leggi emergenziali, dei misteri d'Italia, dei servizi deviati, amico degli "amerikani" e della perfida Albione. Insomma, il volto "sporco" del regime. C'è ancora chi sotto sotto non ha smesso di considerarlo un "golpista" mancato. Un'immagine ingiusta, alimentata dalla sua ostentata vicinanza agli apparati di sicurezza, ma in modo decisivo da veri e propri miti. Ma Cossiga non ha rinnegato se stesso, non si è dato allo scaricabarile, e suo malgrado ha imparato a convivere con quell'immagine («non rinnego niente. Anzi mi tengo, sia chiaro, la kappa con la quale veniva effigiato il mio nome sui muri di tutt'Italia»). Un peso che si è aggiunto a quello già tremendo delle responsabilità che si è dovuto assumere nello svolgimento delle sue funzioni di sottosegretario prima, ministro poi e infine presidente, dando prova di un senso dello Stato inconcepibile per personaggi modesti come Moro.

Non c'era la pazzia, né la depressione, dietro le sue "picconate" alla Prima Repubblica. Alla consapevolezza dell'esigenza di rinnovamento del sistema politico dopo la caduta del Muro di Berlino si aggiungeva una lucidissima sofferenza interiore e un forte spirito di rivalsa nei confronti di una classe politica di ignavi, che nel momento delle accuse e dei veleni non aveva saputo fare quadrato, lo aveva lasciato solo, e alla fine persino accerchiato, come se certe scomode verità, o silenzi, non fossero frutto di una ragion di Stato condivisa ma attribuibili unicamente a Kossiga, l'"anima nera" della Repubblica. Concluso il suo settennato ha cominciato a giocare con quell'immagine di "cattivo", a togliersi i "sassolini dalle scarpe", come colui che non ha più nulla da perdere in termini di immagine e che non deve più alcun riguardo ai tanti mediocri che hanno abitato insieme a lui il mondo della politica. E' diventato il "picconatore" irriverente che abbiamo apprezzato e di cui questo Paese avrebbe avuto ancora bisogno. Ma da quella sua irriverenza e dalle sue provocazioni non ha mai cessato di trapelare un pizzico di malinconia, la malinconia di chi in fondo sa di rimanere incompreso.

Tuesday, August 17, 2010

Carta e prassi impongono di non tradire il responso delle urne

Errore da parte del Pdl alzare il livello della polemica con il presidente Napolitano (che comunque alla prova dei fatti difficilmente autorizzerebbe "ribaltoni"), contribuendo tra l'altro ad alleggerire la pressione su Fini. Ma nel merito ineccepibile, e prim'ancora legittima, la posizione: in caso di crisi ritorno alle urne, no governi tecnici. Napolitano invece continua a sbagliare su Fini. Innanzitutto, perché balza agli occhi il suo doppio standard: silenzio, nemmeno una parola, mentre per due anni un'altra istituzione è stata oggetto di campagne d'odio e veleni prive di fondamento. E poi perché invece di difendere il presidente della Camera, dovrebbe porsi egli stesso il problema dell'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica che ricopre, che in caso di crisi potrebbe rivelarsi per il Colle motivo di imbarazzo. Napolitano sbaglia anche a pretendere da chi comunque sarebbe chiamato a consultare (il presidente del Senato e i partiti di maggioranza) di non esprimersi sul da farsi in caso di crisi. E in ogni caso, dovrebbe quanto meno riprendere anche chi altrettanto irresponsabilmente evoca governi tecnici senza l'appoggio dei partiti di maggioranza, Pdl e Lega. Invece, i suoi moniti di questi giorni nei confronti di chi prospetta in caso di crisi il ritorno alle urne come unica soluzione sembrano di fatto aver legittimato speculazioni circa la possibilità di dar vita ad un "governo tecnico" sostenuto dagli attuali gruppi di opposizione e dal neonato gruppo "finiano", contro la volontà dei partiti usciti vincitori dalle urne.

Mentre ci si divide su "costituzione formale" e "costituzione materiale", ci si dimentica che non è solo l'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico, ma sono la Costituzione e la prassi vigenti anche prima di essa a richiedere il rispetto della sovranità popolare. Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. Mai nella storia della Repubblica si sono verificati cosiddetti "ribaltoni".

Insomma, è vero che il voto anticipato non può essere l'unico sbocco di una crisi, che il potere di scioglimento delle Camere spetta al presidente della Repubblica, sentiti i loro presidenti, e che i governi sono legittimi se ottengono la fiducia del Parlamento in carica, ma anche vero che mai nella formazione di nuovi governi in una stessa legislatura è stata "tradita" la volontà degli elettori. Nella Prima Repubblica, durante una crisi, partiti minori potevano decidere di entrare o uscire dalla coalizione, ma i nuovi governi erano sempre guidati dal partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana, e molto spesso espressione anche della medesima coalizione di partiti. Sempre il presidente del Consiglio incaricato apparteneva alla Dc (tranne in un caso, quando nel 1981 a succedere a Forlani fu Spadolini, comunque esponente di un partito della coalizione di maggioranza). Per quanto riguarda la storia più recente, nel 1993, nel corso della XI legislatura, il governo Ciampi sostituì il governo Amato, ma con il sostegno dei medesimi partiti (Dc-Psi-Pli-Psdi). Il tentativo fu piuttosto quello di allargare la maggioranza ad alcuni partiti di opposizione, con l'ingresso al governo di ministri del Pds e dei Verdi. Ma a seguito della mancata concessione, da parte della Camera dei deputati, dell'autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, appena un giorno dopo il giuramento del governo Pds e FdV ritirarono i propri ministri, che furono sostituiti da personalità indipendenti.

Anche il governo Dini (gennaio 1995 - maggio 1996), alla cui esperienza è legato il termine "ribaltone", non nacque tuttavia contro la volontà dei partiti che facevano parte della coalizione del governo Berlusconi I, uscita vincitrice dalle urne il 27 marzo del 1994. Fu l'operazione che più si avvicinò, soprattutto con il passare dei mesi, all'idea di "ribaltone", ma va tenuto presente l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini). Nel corso della XIII legislatura anche Romano Prodi fu vittima del cosiddetto "ribaltone", ma i tre governi che gli successero (D'Alema, D'Alema II, Amato II) nacquero per iniziativa della forza che aveva vinto le elezioni, l'Ulivo, che riuscì ad allargare la propria maggioranza da un mero appoggio esterno da parte di Rifondazione comunista agli scissionisti del Pdci, all'Udr e ad alcuni indipendenti.

Oggi qualche insigne giurista, con la scusa di difendere le prerogative costituzionali del capo dello Stato e del Parlamento, sembra voler legittimare un'operazione spericolata e mai nemmeno ipotizzata proprio sulla base della Costituzione formale e di una prassi consolidatasi ben prima della discesa in campo di Berlusconi: immaginate se da presidenti della Camera un Gronchi o un Leone avessero potuto uscire dalla Dc, fondare propri gruppi parlamentari autonomi e dar vita a un governo insieme al Pci, in base al fatto che il presidente della Repubblica può incaricare chiunque sia in grado di ottenere una qualsiasi maggioranza in Parlamento e che i parlamentari non hanno vincolo di mandato... Evidentemente non è proprio così che si può interpretare la nostra Carta, anche laddove recita che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Friday, August 13, 2010

Il doppio standard abita anche al Colle

Sono due anni che campagne di veleni vengono prodotte e scagliate contro Berlusconi - dalla D'Addario a Ciancimino jr. passando per Noemi - ma mai il capo dello Stato ha ritenuto di dire una parola, tanto meno di chiedere che cessassero. Eppure, si è trattato di campagne infondate ed altrettanto «gravemente destabilizzanti sul piano istituzionale», volte a delegittimare una istituzione democraticamente eletta la cui funzione è «essenziale» almeno quanto quella del presidente della Camera. Sono invece bastate due settimane di campagna negativa nei riguardi del presidente Fini, e Napolitano si permette di chiedere che cessi, non si sa su quali basi (tra l'altro dalle colonne di un giornale, l'Unità, che di campagne «destabilizzanti» è esperto). Le campagne giornalistiche vanno giudicate nel merito. Ci sono casi, come quello Scajola, in cui le dimissioni erano inevitabili (nonostante tuttora non sia ancora indagato), e altri casi, come quello Caliendo (indagato), in cui chiederle è persino ridicolo. Contro Fini è indubbiamente in corso una campagna partigiana da parte dei giornali che sostengono il governo, ma il caso dell'appartamento monegasco non pare infondato, quanto meno merita approfondimenti, mentre non ancora smentite sono state le pressioni del presidente della Camera per favorire la famiglia Tulliani in Rai. Per una telefonata di Berlusconi con Saccà ricordiamo che si aprirono inchieste della magistratura e i giornali alzarono un putiferio. Tanto per dovere di cronaca.

Ma Fini - lo ripetiamo a scanso di equivoci - non dovrebbe dimettersi per episodi in cui non è ancora stato accertato il suo comportamento (sebbene egli le pretenda solo se il sospetto sfiori "Cesare o la moglie di Cesare"). Qui pensiamo che dovrebbe dimettersi dalla presidenza della Camera perché la sua carica è incompatibile con il ruolo - pur legittimo, ma spiccatamente di parte e non più di garanzia - che ha deciso di giocare nell'agone politico, nella maggioranza e fin dentro le aule parlamentari, formando suoi gruppi parlamentari autonomi. Invece che rilevare questa grave anomalia istituzionale e chiederne personalmente conto a Fini (come gli imporrebbe la Costituzione), Napolitano lo difende, non chiedendosi nemmeno in che veste lo consulterebbe in caso di crisi di governo (se da carica istituzionale o da leader di partito), ed esponendosi a chiedere che si taccia su un caso che potrebbe rivelarsi fondato. E comunque Napolitano dovrebbe spiegarci perché è rimasto in silenzio in questi due anni in cui campagne altrettanto «gravemente destabilizzanti», queste sì manifestatamente infondate, hanno coinvolto una istituzione altrettanto importante e legittimata dal voto dei cittadini come il premier. Il doppiopesismo abita anche al Quirinale, purtroppo.

Napolitano è rassicurante quando dice che nel caso venisse meno la maggioranza compirebbe «tutti i passi che la Costituzione e la prassi ad essa ispiratasi chiaramente dettano», ma ha torto quando dice che altri esponenti politici non hanno titolo a dare indicazioni sul da farsi in caso di crisi di governo. Dimentica che i suoi poteri in caso di crisi non sono esclusivi, e i leader politici che comunque dovrebbe consultare prima di prendere una decisione (e che quindi hanno titolo eccome) hanno tutto il diritto a dire la loro, almeno finché siamo in democrazia. Nessuno auspica il «vuoto politico» e certo il governo vorrebbe andare avanti a governare, ma non è illegittimo né disdicevole che un governo eletto dai cittadini non accetti di farsi logorare per il resto della legislatura ed esiga la massima chiarezza da parte di settori della maggioranza che sembrano volersi mettere di traverso alla realizzazione del programma. E quel governo ha tutto il diritto di far sapere che per quanto lo riguarda se viene meno la maggioranza ci sono solo le urne. Napolitano, tra l'altro, non sembra altrettanto duro con chi - altrettanto irresponsabilmente - evoca l'ipotesi di governi tecnici senza i partiti usciti vincitori dalle urne nel 2008.

Confusi oltre che divisi

A dare l'idea di quanto la confusione regni sovrana tra i finiani - un'accozzaglia informe in cui si annidano personaggi dalle culture politiche persino opposte tra di loro, ognuno pensando di perseguire il proprio progetto politico - è l'intervista a Fabio Granata oggi su La Stampa. Non bastavano gli sbandamenti giustizialisti di questo deputato che però occupava serenamente il posto di assessore nella giunta dell'inquisito per concorso esterno in associazione mafiosa Cuffaro. Ora propone come ticket vincente Fini-Vendola. Certo, come «extrema ratio», ma non indesiderabile.

Come prima ipotesi vede la ricomposizione, ma è «difficile da realizzare». Quindi, auspica di fatto il ribaltone: «Meglio giocare in campo aperto, tentando la strada del governo tecnico con la garanzia di Napolitano di poter fare la riforma elettorale». In caso di elezioni, Granata ipotizza «una lista Fini alleata con l'Udc, l'Api e l'Mpa di Lombardo. Ma io non voglio stare 5 anni all'opposizione». Quindi l'ideona: «Un'intesa anche con la sinistra e con Vendola». Ed ecco come Granata risponde alle perplessità del giornalista: «Guardi che Fini è molto gradito a sinistra. E' un politico trasversale, capace fuori dal Palazzo, di mettersi alla testa di una rinascita nazionale. Fini-Vendola secondo me vincono perché la gente è molto più avanti di quello che si pensa. Non ci sono altre attrattive serie. C'è una vasta area di opinione che ha votato a destra e che non vuole che Berlusconi ritorni a Palazzo Chigi o magari vada al Quirinale. Sono saltati gli schemi destra-sinistra. E poi cosa ci divide dalla sinistra e da Vendola sulla legalità, il contrasto alle mafie, la cittadinanza, l'immigrazione, la coesione sociale, i problemi del Mezzogiorno, l'evasione fiscale, il federalismo solidale?». Fini non dovrebbe necessariamente essere il candidato premier, per lui Granata vede addirittura il Quirinale.

Che sia Granata il teorico di tutto questo ci può stare, ma tremiamo al pensiero che a ispirare simili fantasie possa essere stato lo stesso Fini, il che non è del tutto da escludere visti i precedenti. Troppe immersioni...

Thursday, August 12, 2010

Montezemolo batte un colpo: ci sarei anch'io

Ci mancava solo Montezemolo (o chi per lui) nella bagarre ferragostana. Anche lui certo non scalpita all'idea di misurarsi nelle urne, non è pronto all'evenienza, non l'aveva considerata così presto, e preferirebbe che Silvio si logorasse da sé, nel sostanziale immobilismo (pur con qualche cosa buona) di questi primi due anni di governo, o che si facesse logorare da Fini. Insomma, meglio aspettare in riva al fiume che passino i "cadaveri", come recita il detto. Elezioni anticipate? Una iattura (anche perché intralcerebbero i suoi piani industriali...), fa sapere con il lungo editoriale comparso sul sito web dell'associazione da lui fondata, Italia Futura. Ma ha voluto comunque battere un colpo: "Ehi, ci sarei anch'io". E in caso di ritorno alle urne non si sa mai, potrebbe anche lasciar perdere i treni e buttarsi.

Il giudizio sulla "Seconda Repubblica" e sui suoi protagonisti è impietoso: il bilancio viene definito «fallimentare». Lo scontro Berlusconi-Fini «indegno». Berlusconi ha deluso, ma Montezemolo lascia intendere di non vedere alternative nell'altro campo: vince «per difetto di concorrenza». "E quindi eccomi, sono io il concorrente", sembra voler dire. Il ritorno anticipato alle urne, avverte, sarebbe «una sconfitta per il Paese e per la classe politica che lo ha governato, oltre che un atto di grave irresponsabilità dinanzi ad uno scenario economico ancora fortemente instabile». Il «peggior finale» di una lunga stagione politica giudicata comunque «improduttiva». «Andare alle elezioni, tanto più con questa indecorosa legge elettorale, non risolverà alcun problema. Perderemmo solo altri sei mesi». Quindi, l'ex presidente di Confindustria e della Fiat - e oggi protagonista insieme a Diego Della Valle della sfida alle Ferrovie dello Stato con NTV, il primo operatore privato italiano sulla rete ferroviaria ad alta velocità, che dovrebbe inaugurare i suoi viaggi proprio nel 2011, anno che rischia di essere di elezioni - boccia l'ipotesi di voto anticipato e sollecita Berlusconi, Fini e Bossi a «ricompattare la maggioranza sulla base di un programma anche minimo di riforme essenziali per i cittadini».

«Non è che Berlusconi non abbia motivi legittimi di lagnanza - riconoscono i montezemoliani di Italia Futura - ma saper gestire gli alleati (anche quelli riottosi), rispettare le istituzioni (o altrimenti riformarle) e contribuire a tenere il livello dello scontro politico entro limiti accettabili (anche in presenza di un'opposizione che conta poco su sé stessa e molto sulle inchieste della magistratura) sono qualità che non dovrebbero difettare a chi è ormai da quasi un ventennio un uomo politico». «Un leader si misura sulla base dei risultati», è la conclusione del ragionamento, e «questi, nel giudizio dei cittadini, sono deludenti». Mentre la "Seconda Repubblica", si osserva nell'editoriale, «sta affondando tra veleni e dossier (di dubbia provenienza), distribuiti tramite giornali militanti (di destra e di sinistra) e siti di gossip», dalla società civile si leva un «assordante silenzio», con l'eccezione, non manca di rilevare l'associazione di Montezemolo, di «esponenti di primo piano del mondo cattolico ed ecclesiastico, che anche in questi giorni sono intervenuti con coraggio per criticare "il sottosviluppo morale" del Paese».

Giudizi molto politici, che hanno il sapore di vere e proprie tesi da discesa in campo: la "Seconda Repubblica" definita «fallimentare», Berlusconi che ha deluso ma i suoi avversari sono inconsistenti, il Paese «bloccato» in una sterile transizione, lo zuccherino finale alla Chiesa... E allora, ecco gettato il terreno per un nuovo annuncio politico, anche se la mia sensazione è che dovremo aspettare ancora, e potrebbe non arrivare mai.

Wednesday, August 11, 2010

Finiani divisi e Bersani "frontista"

E' continuata anche oggi l'improvvisa presa di coscienza dei "finiani": si sono accorti del «plurimputato Berlusconi» e del suo conflitto di interessi. Le intenzioni, le tentazioni, o meglio le illusioni dei "finiani" emergono dalla rabbiosa reazione di Bocchino alle richieste di dimissioni di Fini che giungono dal Pdl (più per l'incompatibilità del ruolo di "capofazione" con la carica di presidente della Camera che per la casa a Montecarlo). Se da una parte provoca (Berlusconi con tutti i suoi ministri inquisiti, e non Fini, si dovrebbe dimettere), dall'altra Bocchino pretende una verifica di metà legislatura, un vertice di maggioranza dei tre gruppi, mostrando come il vero intento dei "finiani" non è certo correre dagli elettori a far benedire la loro operazione, ma ricostituire quella rendita di posizione e quella forza di interdizione da "Prima Repubblica" di cui hanno goduto An e Udc nel centrodestra e che sono venute meno con il partito unico.

Ma i più esasperati tra i "finiani" fanno anche capire che non disdegnerebbero il "ribaltone": non è detto che il voto sia lo sbocco di una eventuale crisi di governo, avverte Bocchino, può darsi anche che l'istinto di autoconservazione porti le forze di minoranza a trovare l'accordo per un governo tecnico o di transizione. Briguglio al Tg3 denuncia il «golpe istituzionale» di Berlusconi contro Fini, un'emergenza tale da spingerlo a ipotizzare un «governo di garanzia» per il quale propone anche un premier (il presidente dell'Antimafia Beppe Pisanu). Ma i "finiani" non sono poi così compatti. Accanto agli scalmanati, infatti, ci sono i più dialoganti Moffa e Conte alla Camera, i membri del governo Ronchi, Viespoli e Menia, e i dieci senatori, che oggi con una nota si sono palesemente distinti dai comportamenti degli estremisti, tentando di riportare il confronto su un piano più politico.

Difficilissima, quasi proibitiva, la strada verso un governo diverso da quello Berlusconi in questa legislatura, e oggi Bossi è tornato a escludere in modo sprezzante tali ipotesi. Ma conviene un po' a tutte le forze di opposizione dare a Berlusconi l'impressione che la volontà ci sarebbe. Temendo le urne, sperano infatti che temendo manovre strane il premier non provochi la crisi e si faccia logorare dai "finiani". Anche Di Pietro, l'unico dell'opposizione a chiedere il voto prima possibile, adesso si dice disponibile a un governo tecnico, a termine, per riformare la legge elettorale e garantire il pluralismo dell'informazione. Bersani avverte che in caso di crisi «la parola passerebbe al capo dello Stato e al Parlamento» e «il 'golpista' è chi nega questo e non chi lo afferma».

Ma se le elezioni fossero inevitabili, il Pd non si farebbe cogliere impreparato, cerca di far credere il segretario: chiamerebbe tutte «le forze del centrosinistra e dell'opposizione per una strategia comune di cui siamo già pronti a proporre e a discutere le basi politiche e programmatiche». Insomma, il Pd di Bersani pensa a un variopinto cartello elettorale, il più ampio possibile, il fronte comune in nome dell'antiberlusconismo («liberiamoci di Berlusconi», è la sua la parola d'ordine). D'altronde, è l'unico modo per il Pd di conservare una certa centralità tra le opposizioni, perché se esclude il centro o la sinistra dai suoi orizzonti rischia di trovarsi schiacciato o troppo a sinistra o troppo al centro. Auguri.

Tuesday, August 10, 2010

Non proprio delle aquile

Come dicevamo, se colpisce gli altri (per mezzo di veline dalle procure, intercettazioni, gossip, pentiti) si chiama libertà di stampa, se sono gli avversari vecchi e nuovi di Berlusconi a incappare in qualche campagna di stampa negativa (non scopiazzata da verbali belli e pronti) si tratta di «manganellate», di «killeraggio e squadrismo mediatico». Ma lo sfogo, oggi su FfWebMagazine, di Filippo Rossi - che se la prende con i giornali «di famiglia», anche se "la famiglia" che fa notizia in questi giorni (e non solo sui giornali di centrodestra) sembra un'altra - mi pare di averlo già letto da qualche parte... Ah, sì, ora mi sovviene: chissà quante altre volte negli ultimi 15 anni hanno scritto cose identiche - ma proprio letteralmente identiche - Massimo Giannini e gli altri di Repubblica.

Può darsi che abbiano avuto fin dall'inizio ragione loro sulla natura oscura del "potere" berlusconiano, che sia davvero Berlusconi la grande anomalia di questo Paese, il "Cavaliere nero". Ma certo, quelli che se ne accorgono solo adesso - dopo che per 15 anni hanno gozzovigliato all'ombra di quel potere, mentre non qualche sconosciuto e silenziato dissidente, ma decine, centinaia tra giornali, trasmissioni tv, partiti, pm, intellettuali, lo gridavano al mondo intero - non ne escono certo come aquile dall'istinto infallibile alle quali accodarsi. Per carità, non è mai troppo tardi per correggersi, ma i tanti nuovi "Massimo Giannini" non si illudano: ci sarà da mettersi in fila, e la fila degli antiberlusconiani è già molto lunga.

Si sta gonfiando anche il caso Tulliani-Rai

L'impressione è che si stia gonfiando anche il caso Tulliani-Rai. Che dopo Dagospia e l'articolo di Bechis di qualche giorno fa su Libero sbarca sul Corriere della Sera, con un'intervista a Roberto D'Agostino, che racconta:
«Giancarlo Tulliani, il fratello di Elisabetta, aveva ottenuto quattro puntate in prima serata su Raidue... Con ascolti bassissimi. Ma lo scandalo non erano nemmeno gli ascolti: piuttosto il fatto che la sua società non fosse registrata tra i fornitori della Rai. Insomma nessuno riusciva a capacitarsi di come uno comparso dal nulla fosse riuscito a infilarsi...».
Poi sulla madre, la signora Francesca Frau.
«Altra storia pazzesca. Allora: ai Tulliani chiudono per incapacità la porta di Raidue, e loro bussano a quella di Raiuno. E chi c'è a Raiuno?... c'è un altissimo dirigente che è molto, ma proprio molto vicino a Fini... E che colpaccio riesce alla signora Frau, che ha il 51 per cento di una società, la Absolute Television, pur non avendo mai messo piede in uno studio televisivo e avendo fatto invece per anni la casalinga? Riesce a piazzare un format nel contenitore di Festa italiana, il programma di Raiuno condotto dalla Balivo... 183 puntate da 50 minuti l'una, ciascuna al costo di 8.120 euro. Per un totale di 1 milione e 485 mila euro. In Rai, che non è esattamente il posto più trasparente di questo Paese, s'è indignata, credimi, un sacco di gente».
Quindi D'Agostino torna sulla rottura tra il dirigente Rai Paglia (in quota An) e Fini, di cui ha scritto anche Bechis:
«Paglia, il direttore delle relazioni esterne della Rai, aveva rotto l'amicizia trentennale con Fini perché non aveva voluto aiutargli il solito Giancarlino. Che, non pago di avere messo le mani sui programmi d'intrattenimento, voleva mettersi a produrre fiction... un tipo, questo Giancarlino... si presentava dicendo d'essere il cognato di Fini... arrogante, presuntuoso... Paglia non ha smentito il succo della storia. E allora io mi chiedo: ma è normale che la terza carica dello Stato faccia pressioni su un alto dirigente Rai per raccomandargli il fratello della moglie?».
Del caso parla anche Mario Landolfi (ex An in Vigilanza Rai), a il Giornale, e spiega che è diverso dalle solite raccomandazioni o lottizzazioni:
«Lo è per due ragioni. La prima è che Tulliani è il fratello di una persona alla quale Fini è legato. La seconda è che non aveva i requisiti necessari... Dubito che Fini sapesse che cosa significhi davvero "contratto con minimo garantito"... Tutti siamo portati a pensare che la Rai sia territorio di conquista. Per fortuna non è così... Ma una volta scoperto che ci sono delle regole... Fini avrebbe dovuto fermarsi. Un conto sono le nomine dei direttori, un altro scavalcare le procedure per far entrare in Rai persone prive di curriculum. Doveva fidarsi di Paglia, persona che Fini conosceva da decenni. Avrebbe dovuto dire al giovanotto Tulliani di tornare dopo aver fatto la gavetta... Conosco Fini da molti anni, anche se non l'ho seguito nelle sue ultime scelte. Credo che tutto sia dovuto a pressioni familiari. Gli avranno rottole le scatole. Gli avranno detto 'non ti fai rispettare'. E lui avrà ceduto. Il malcostume politico sta qui, nell'aver insistito».
Landolfi intravede quindi su Fini un «forte condizionamento» famigliare.
«Spero che questo condizionamento non agisca anche su altro. Mi auguro che non abbia influenzato anche le recenti scelte politiche di Fini».
Riporto tutto questo non perché ritenga sufficienti questi elementi per chiedere le dimissioni di Fini. Riguardo la Rai davvero il più pulito ha la rogna, come si dice a Roma, e non mi stupisce che Fini, come tutti, spinga i "suoi" quando è in condizione di farlo. Altri spingeranno i loro, è un sistema malato e come tale va affrontato politicamente e non "moralisticamente", brandendo i singoli casi a seconda di chi convenga colpire. Va registrato però per smascherare ancora una volta il doppiopesismo di certa stampa e magistratura, che in passato non hanno esitato ad aprire inchieste, poi finite nel nulla, e a invocare dimissioni, mentre Fini - da quando e finché vi intravedono la kerkaporta per espugnare la cittadella berlusconiana - sembra degno di tutt'altra prudenza. Queste vicende dimostrano anche quanto sia strumentale e demagogico da parte di Fini - come di chiunque altro - ergersi oggi a paladino della legalità e della trasparenza, della "questione morale", cavalcando l'onda giustizialista contro Berlusconi, il Pdl e ogni singolo sottosegretario. Non è più insospettabile di altri di cui chiede sbrigativamente le dimissioni e dovrebbe piuttosto riflettere su come sia facile divenire oggetto di veleni e sospetti.

Rimango convinto piuttosto che Fini dovrebbe dimettersi dalla presidenza della Camera per il suo ruolo politico ormai incompatibile con quello di una carica di garanzia, dopo che è arrivato a dar vita a propri gruppi parlamentari con lo scopo conclamato di contrapporsi al presidente del Consiglio, o quanto meno di esercitare una dialettica parlamentare (e non solo) esplicita sulle iniziative del governo. E' fuor di dubbio il suo diritto a fare politica, nel suo partito o fuori di esso. Non mi pare invece che la Costituzione attribuisca ai presidenti delle camere il potere di condizionare l'indirizzo politico (e la tenuta stessa) dei governi e delle legislature. In che veste, in caso di crisi provocata dai gruppi "finiani", il presidente della Repubblica consulterebbe Gianfranco Fini? Un problema istituzionale di non poco conto, ma che i custodi della Costituzione preferiscono non porsi finché possono illudersi che sarà Fini a dare la spallata definitiva a Berlusconi.

Monday, August 09, 2010

Una Repubblica fondata sul doppiopesismo

Non più solo i giornali di centrodestra. Ormai l'inchiesta del Giornale sulla casa di Montecarlo lasciata in eredità ad An e in cui ora abita in affitto il "cognato" di Fini, dopo essere stata ceduta ad una società offshore con sede ai caraibi, viene rilanciata da tutti i media, dopo giorni di riluttanza (in altri casi viene adottata ben altra solerzia). Dopo la richiesta di spiegazioni da parte del Corriere, Fini - che non sentiva affatto di doverne dare - si è dovuto piegare, ma la sua nota in 8 punti non ha convinto nessuno. Anzi, appare a tratti "suicida". Fini fornisce una stima del valore dell'appartamento (450 milioni di lire) che risale a prima dell'adozione dell'euro, mentre è stato venduto nel 2008 e tutti sanno che i prezzi nel frattempo sono più che raddoppiati. Vorrebbe convincerci che 70mila euro in più rispetto a una valutazione in lire di 8 anni prima sono un affare? A Fini non risultano «proposte formali di acquisto». Forse formali no, ma tutti sanno che la proposta formale, cioè con tanto di anticipo, arriva di fatto a trattativa conclusa. Ancora più sospetto il ruolo di Giancarlo Tulliani che emerge dai chiarimenti di Fini: fa da "mediatore" per la vendita della casa di cui poi diventerà l'inquilino. «In 41 giorni - riassume dunque il Giornale - la Printemps (o chi vi si nasconde dietro) nasce ai Caraibi, si interessa dell'appartamento di Montecarlo, individua chissà come Giancarlo Tulliani come "mediatore", e quest'ultimo a sua volta informa Fini della proposta, che immaginiamo "formale"». Per non parlare dell'ultimo punto, l'affitto al "cognato" a sua insaputa, degno del miglior Scajola.

Non si tratterà di «soldi o beni pubblici», come si premura di precisare Fini nella sua nota, ma in questo modo dimostra di avere del partito un'idea "privatistica", piuttosto simile a quella che rimprovera a Berlusconi. L'aspetto più discutibile della vicenda non sta nell'aver favorito il "cognato". Stiamo parlando della vendita di un immobile a una società offshore a rischio riciclaggio e di almeno un milione di euro che manca rispetto al suo valore. Denaro che presumibilmente qualcuno, in qualche forma, evadendo il fisco, ha intascato, o fatto sparire nelle varie transazioni. Inoltre, Fini parte all'attacco: «Non ho l'abitudine di strillare contro i magistrati comunisti». Una manifesta falsità. Non li avrà definiti «comunisti», ma ricordiamo bene la sua reazione quando non più di quattro anni fa il suo ex portavoce, Salvo Sottile, fu coinvolto dell'inchiesta "Vallettopoli": gridò al complotto contro An e se la prese con i magistrati «fantasiosi», che «in un Paese normale avrebbero già cambiato mestiere», denunciando tra l'altro il «linciaggio mediatico» a mezzo intercettazioni.

Registriamo dunque che si chiama libertà di stampa, "bellezza", se oggetto degli attacchi dei giornali è Berlusconi, o qualcuno dei suoi ministri e sottosegretari, raggiunti a colpi di veline giudiziarie, verbali, intercettazioni, gossip, pentiti e teoremi vari; si chiama "dossieraggio", squadrismo, o «fabbrica del fango», se sono gli avversari del Cav. a incappare in qualche campagna di stampa negativa. E condivisibile o meno, la campagna del Giornale non è in combutta con qualche Procura, da cui certi quotidiani si fanno volentieri usare. Come fa notare oggi Feltri, «purtroppo ogni notizia dobbiamo sudarcela, perché a noi la magistratura non fa confidenze né ci regala verbali più o meno piccanti. Quel poco che abbiamo, di solito, lo procurano lavorando sodo e bene i nostri cronisti specializzati». Berlusconi è stato messo alla gogna per una telefonata con Saccà, mentre Fini non ha neanche dovuto smentire l'articolo di Bechis sulle sue pressioni sul dirigente Rai (quota An) Paglia per favorire Tulliani.

Per uno che si erge - dopo essere stato alleato del plurinquisito e rinviato a giudizio Berlusconi per 15 anni - a campione della legalità, della "questione morale", e secondo cui né Cesare né la moglie di Cesare dovrebbero essere nemmeno sfiorati da un sospetto, ce ne sarebbe di che riflettere. Ma non saremo certo noi a chiedere le dimissioni del presidente Fini per quelle che fino ad ora sono solo illazioni della stampa "nemica". Sappiamo di non poterci aspettare un comportamento coerente con l'intransigenza e gli standard "etici" che applica agli altri (basti ricordare il trattamento riservato, solo pochi giorni fa, dal suo neonato gruppo parlamentare al sottosegretario Caliendo, coinvolto nell'inchiesta più farlocca della storia su una fantomatica "P3").

Le dimissioni le chiederemmo piuttosto per il modo oltraggioso e anticostituzionale in cui Fini sta interpretando la sua carica. Mai nessun presidente della Camera aveva dato vita a propri gruppi parlamentari con lo scopo conclamato di "guerreggiare" contro il presidente del Consiglio. Non contento, Fini non si è limitato a promuovere il suo gruppo. Detta la linea da tenere sulle votazioni e le dichiarazioni da rilasciare, persino durante le sedute; indica i suoi capigruppo alla Camera e al Senato; contro la volontà dei gruppi di maggioranza dà il via libera a ordini del giorno funzionali al suo disegno politico. Non può essere sfiduciato, è vero, ma se i gruppi di maggioranza non si sentono più garantiti - a ragione, visto che cominciano a subire calendarizzazioni "di minoranza" - un problema politico esiste e dovrebbe essere sua sensibilità istituzionale prenderne atto. Provate un istante a immaginare cosa sarebbe accaduto se la presidente Iotti, o Napolitano, avessero costituito propri gruppi parlamentari distinti da quello del Pci-Pds. Inimmaginabile, non è vero?

Ma i custodi della Costituzione tacciono. Tutto è lecito quando si tratta di buttar giù Berlusconi e hanno trovato in Fini un promettente arnese, la Kerkaporta del Pdl, riprendendo una felice metafora di Giampaolo Rossi:
«In questi lunghi mesi di assedio alla cittadella berlusconiana, bombardata dai poteri forti, assaltata dalle macchinose torri d'assedio giudiziarie, aggredita dalle urla mediatiche dei mercenari dell'informazione, Gianfranco Fini è stato la Kerkaporta del Pdl: il varco attraverso il quale un esercito attaccante ormai demotivato, infiacchito dalla inaspettata resistenza degli assediati e ormai pronto a levare le tende, ha sperato improvvisamente di penetrare nel cuore della città. Fini ha rischiato di rappresentare la piccola tessera di casualità che spesso completa il mosaico della storia. Zweig racconta lo stupore del piccolo drappello di giannizzeri nel trovare la porta aperta che conduceva al centro di Bisanzio. Lo stesso stupore che ha accompagnato il tifo da stadio che l'intellighenzia progressista ha fatto in questi mesi per Gianfranco Fini e la sua improbabile armata di politici senza voti e intellettuali senza idee. In nessun paese normale un leader che si definisce di destra è così coccolato, corteggiato e adulato dalla sinistra, e solo questo dovrebbe far riflettere chi ha continuato, da destra, a pensare che la Kerkaporta finiana non esistesse. Il danno che Fini ha prodotto nel centrodestra in questi mesi è incalcolabile...»

Friday, July 16, 2010

Per ora mi fermo qui

Mi allontano per un paio di settimane, sicuro di ritrovare al mio ritorno la stessa desolante telenovela italiana. Ma sperando che qualche magico panorama mi ridoni un po' d'entusiasmo. Un sussulto di vita. Poi si vedrà...

Thursday, July 15, 2010

Di "P3" e altra noiosissima fuffa

Mai vista tanta fuffa in giro, e tanti creduloni finti o veri come in questo periodo. Che barba che noia, per fortuna che tra poco stacco per qualche giorno, ma non sarà mai abbastanza per trovare qualcosa di diverso al mio ritorno. C'è ancora chi crede che le vicende cui assistiamo da giorni abbiano a che fare con la legalità, o con l'etica addirittura. Si tratta invece di meschine lotte di potere all'interno di un partito, su cui le opposizioni fuori e dentro il Parlamento tentano pateticamente di far leva. Non credo che ci siano politici - di primo piano o di sottobosco - imprenditori, intrallazzatori o millantatori di ogni genere che non abbiano mai attivato le proprie conoscenze - vere o presunte - per ottenere un favore (a buon rendere), un aiuto, una raccomandazione, una certa nomina o una decisione gradita, o anche solo un briciolo di notorietà in questo teatrino. Piaccia o non piaccia, la politica è anche questo. Il guaio è quando è solo questo, ma qui si apre un altro discorso, che su questo blog ho già trattato parecchie volte: più girano soldi, più è grande la somma di denari che lo Stato - quindi la politica - si trova a gestire, più questo circo cresce di dimensioni e di intensità, e non ci puoi fare niente.

Ma il guaio è anche quando per ipocrisia o interesse si guarda da una parte sola. Ed ecco un gruppo di sfigati che diventano i "furbetti" dell'eolico, mentre non si va a rovistare tra le telefonate e i contatti mossi dai veri padroni dell'eolico in Italia. Poco importa che il termine "cricca" sia emerso da un'intercettazione in cui ci si lamenta del fatto che se non sei amico di Veltroni o Rutelli non lavori; poco importa che i giudici della Consulta - come d'altra parte tutti, giudici e politici - non vivono sotto una campana di vetro, hanno le loro frequentazioni, i loro contatti, persino le loro idee politiche. Solo che certi contatti diventano un'associazione segreta eversiva, altri li chiamano salotti buoni. Cosa importa se un presidente della Camera abusa sfacciatamente della sua carica istituzionale per mettere in difficoltà il suo avversario all'interno del suo partito, che guarda caso è anche premier (ma i "guardiani" della Costituzione tacciono). Stiamo oltrepassando il senso del ridicolo.

Tutti colpevoli nessun colpevole? Mai, questo mai. Ma ho la vaga sensazione che tra qualche mese o anno sarà più o meno questo il verdetto che uscirà dalle sentenze, quelle vere, emesse dai tribunali. E noi staremo qui a polemizzare sui trafiletti che i giornali avranno dedicato ai proscioglimenti o alle assoluzioni di quanti oggi vengono additati al pubblico ludibrio. Personaggi sgradevoli quanto si vuole, poco presentabili, con la sola colpa di sgomitare, come tutti, ma per il verso politicamente scorretto. Qui non si hanno certezze, ma diciamo che visti i precedenti non scommetterei i famosi due euri su condanne eclatanti. Intanto, però, il polverone di questi giorni sarà servito ai disegni di molti. Va bene così, dimissioni a go-go, godetene tutti, date sfogo al vostro moralismo, nutrite la bestia, ma poi non lamentatevi quando capiterà a voi.

A Bocchino è già capitato di finire nel tritacarne per le sue frequentazioni e qualche telefonata un po' ingenua, e dovrebbe ringraziare il fatto che all'epoca nel suo partito di Bocchino come oggi non ce ne fossero. Granata fa il moralista a Roma, ma in Sicilia quanto si sentiva a suo agio da assessore nella giunta dell'indagato per mafia Cuffaro... e quanto si sente a suo agio ancora oggi, a sostenere l'indagato Lombardo. E' vero, le stagioni politiche cambiano, le idee anche, ed è legittimo, per carità, ma se cominciano a sventolare come bandierine da un mese all'altro, qualche sospetto dovrebbe cominciare a sorgere.

Devo dire che qui si era capito da mesi quale sarebbe stato il vero punto di rottura di Fini. Certo non questioni come l'immigrazione, la cittadinanza, la bioetica, il Mezzogiorno, la politica economica, temi su cui il Pdl è in grado di assorbire posizioni diverse. Ciò su cui non è possibile alcuna mediazione, almeno finché c'è Berlusconi, è il no al giustizialismo. Fini, con buona pace di Ferrara, ha trovato nella legalità l'arma perfetta per la sua guerriglia di logoramento a Berlusconi. Perché è pur sempre un tema "di destra", e perché può trovare preziosi fiancheggiatori dentro e fuori il Parlamento: può sfruttare gli spunti offerti da procure e gazzette delle procure, e pazienza se il prezzo da pagare è venire sfruttato a sua volta.

E' anche vero che il governo ci sta mettendo del suo. Solo una manica di incapaci buoni a nulla può farsi dare dell'"imbavagliatore" per due anni per portare a casa una legge inutile, quando avrebbe potuto metter mano ad una vera e trasparente riforma complessiva della giustizia che prevedesse, tra le altre cose, pesanti disincentivi in capo ai magistrati per scoraggiare fughe di notizie durante le indagini. Non che sarebbe servito ad evitare le polemiche, ma almeno avrebbero combattuto per qualcosa di davvero efficace.

Ormai al giustizialismo ci siamo assuefatti. Fini ha dato la stura a tutti i forcaioli di destra. Lo cavalca per rifarsi una verginità politica (prima era il fascismo, oggi il berlusconismo), ma la cosa patetica è che non si rende conto che, dovesse un giorno arrivare dove spera di arrivare (non succede, ma se succede...), verrà spazzato via in men che non di dica dalla bestia che lui stesso sta contribuendo ad alimentare. Auguri.

Monday, July 12, 2010

A somma zero

E' chiaro che idea si abbia qui dell'operazione di logoramento, del governo e di Berlusconi, cui si sta abbandonando (mi sembra questo il termine più adatto) Gianfranco Fini (del tutto irrazionalmente anche per se stesso), ma scambiare Fini con Casini a chi abbia un minimo, ma proprio un minimo, di memoria politica, non può che apparire un gioco «a somma zero», come dice Giuliano Ferrara. Anzi, addirittura «in perdita», per i motivi indicati dal direttore del Foglio, tra cui non ultimo, non bisogna dimenticarlo, il fatto che Casini vuole liquidare il bipolarismo a vantaggio di un sistema in cui il "centro" possa lucrare una rendita di posizione. Dunque, dopo un primo periodo, i centristi si lancerebbero in un logoramento ancora più forsennato di quello del presidente della Camera. E va ricordato che l'Udc è l'unico gruppo ad aver votato contro il federalismo fiscale, come dire una bomba ad orologeria. In queste cose Bossi ci vede lungo.

Detto questo, però, non credo - a differenza di Ferrara - che Fini si accontenti di essere «messo in grado di vivere dignitosamente in una casa che è anche sua, anche dei dissenzienti». Il problema è che il «socio di minoranza», anche se può apparire illogico, sembra mostrare proprio tutto l'«interesse a sfasciare la ditta e a raccogliere solo cocci». Ambisce ad essere leader di una destra "deberlusconizzata", non accetterebbe mai di dovere la sua eventuale leadership del centrodestra a Berlusconi, quindi sta cercando in tutti modi di costruirsi un'identità antiberlusconiana. Imbarcare Casini è una tentazione cui resistere, ma il problema Fini rimane e non credo che basti un compromesso "di potere".

E' evidente che Fini e Casini ambiscono entrambi alla leadership di un centrodestra, o un centro, moderato e "deberlusconizzato", e questo li porta a considerarsi rivali, ma nel breve-medio periodo hanno lo stesso identico interesse a logorare Berlusconi, come fecero benissimo tra il 2001 e il 2006. E quindi, averli entrambi nella maggioranza, lungi dall'essere il contrappeso l'uno dell'altro, per il premier significherebbe un doppio freno ad un'azione di governo già quasi del tutto immobile di per sé.

Se anche Mosca lancia l'allarme bomba

«L'Iran si sta avvicinando a possedere il potenziale che in teoria può essere utilizzato per fabbricare un'arma nucleare». Dunque, la Russia deve «abbandonare ogni approccio tranquillizzante» alla questione del nucleare iraniano. E' quanto da Mosca l'agenzia governativa Interfax fa filtrare sulle parole pronunciate dal presidente Medvedev durante un incontro con ambasciatori e diplomatici russi. Da verificarne la portata, ma si tratta comunque della posizione più preoccupata mai espressa dal Cremlino sul nucleare iraniano, che potrebbe preludere anche da parte russa ad iniziative che vanno oltre il pacchetto di sanzioni approvate di recente all'Onu nei confronti di Teheran.

Medvedev avrebbe inoltre espresso rincrescimento per il fatto che un tale potenziale non costituisca di per sé una violazione del Trattato di non proliferazione nucleare («è uno dei problemi») e che «la parte iraniana non si sia comportata nel migliore dei modi». Interfax fa trapelare anche una linea piuttosto filo-occidentale nelle parole del presidente: «Abbiamo bisogno di alleanze speciali volte alla modernizzazione... prima di tutto con Germania, Francia, Italia, con l'Ue in generale, e con gli Stati Uniti».

Ennesima sconfessione. Chi paga?

Nessun giornale, tranne due eccezioni (Il Giornale di Sicilia e Libero), ha riportato la notizia dell'assoluzione definitiva di Carmelo Canale, oggi capitano dei carabinieri e per anni, da maresciallo e da tenente, il principale e più fidato collaboratore di Borsellino. Un'altra bruciante sconfitta per la Procura di Palermo, ai cui magistrati qualcuno dovrebbe cominciare a chiedere conto dei loro tragici errori. Non a chissà quale "trattativa", ma ai loro errori bisogna guardare per capire perché ancora non siamo arrivati alla verità sulle stragi di mafia. Qui la ricostruzione di Lino Jannuzzi per chi ne vuole sapere di più.

Calcio batte calci

Alla fine vince la squadra più completa del Mondiale. Più completa per la qualità individuale in ogni reparto e nel gioco, ma anche per saggezza tattica, pazienza, maturità e sangue freddo (che sembra un ossimoro trattandosi degli spagnoli). Favorita alla vigilia, eravamo rimasti in pochi a crederci dopo la sconfitta dell'esordio contro la Svizzera. E anche dopo le vittorie con un solo gol di scarto, ha continuato ad essere sottovalutata. Prima Brasile e Argentina (il trionfo della scuola sudamericana su quella europea, si diceva sarebbe stato questo Mondiale), poi la Germania avevano impressionato di più. Ma le lacune erano evidenti, mentre la Spagna continuava a sembrarmi la più completa, anche senza strafare e soffrendo. E piano piano è arrivata lontano.

L'Olanda ha comprensibilmente impostato la partita nel distruggere il gioco avversario e nel ripartire in contropiede. Per poco non gli riusciva la beffa, ma quando giochi in questo modo devi essere cinico e non sciupare troppe occasioni. Va detto però che neanche nella fase "destruens" l'Olanda è stata perfetta: ha fermato il gioco dell'Invincibile Armada per lunghi tratti, ma più con le cattive che con le buone. E solo l'arbitro ha tenuto in partita gli arancioni. De Jong andava espulso già al primo tempo, e la partita avrebbe preso tutt'altra piega; van Bommel, già ammonito, meritava il secondo giallo in almeno altre due o tre occasioni; e anche Robben sul finale andava espulso per doppia ammonizione (una perdita di tempo per cui poco dopo si è preso il giallo Xavi). Per non parlare del rigore negato.

Un bel mondiale, forse il migliore tra gli ultimi tre. Dove anche le squadre per necessità o natura più difensive si sono poste il problema della qualità in avanti, mentre tutte le nazionali hanno mostrato passi avanti dal punto di vista dell'organizzazione del gioco. Dove i campioni più attesi forse hanno deluso, ma tra conferme e sorprese non sono stati pochi i giocatori di valore che si sono fatti notare. Tutti gli spagnoli, ovviamente. Iniesta il migliore al mondo, la sintesi tra mediano e fantasista più riuscita nel calcio moderno, un giocatore unico, gol a parte. Decisivo Casillas, la cui esperienza ha pesato nel confronto con tutti gli altri portieri, e immenso Puyol. Nell'Olanda solido e indispensabile De Jong. E' spiccato poi il talento dei tedeschi Muller e Ozil, mentre nell'Uruguay (se avesse avuto un portiere degno di questo nome chissà...) due conferme (Forlan e Suarez) e tante sorprese (Perez e Fucile).

Thursday, July 08, 2010

Vince la qualità del gioco difensivo

La Germania ci ha provato a fare l'Italia... Ma non è l'Italia, non ha quell'imponderabile guizzo opportunistico che serve in certe partite (per esempio la Semifinale del 2006). E' una buona squadra, ben organizzata, con un paio - non di più - di giovani di talento (ma Muller ieri mancava) e il sempreverde (in nazionale) Klose, ma ha affrontato la partita consapevole della sua inferiorità. Vince la qualità, la Spagna che si conferma la squadra più completa in ogni reparto. Ma l'arma vincente di questa Spagna, al contrario di quanto si possa credere, non è l'attacco (poco prolifico) dei Villa, dei Pedro e dei Torres, ma è la difesa. O meglio, il modo di difendersi: tenendo palla, facendo e imponendo il proprio gioco, anche quando gli spazi davanti sono così chiusi che non sai che fare; e recuperando palla aggredendo subito gli avversari. Stroncarlo sul nascere era l'unico modo per fermare il pericoloso contropiede tedesco, che è riuscito ad attivarsi solo in pochissime occasioni. E solo un centrocampo stellare come quello spagnolo (super Iniesta, Xavi e Alonso, ma da non sottovalutare Busquets) poteva riuscirci. Una coppia di centrali insuperabili (Puyol come il miglior Cannavaro) e un portiere che non subisce gol al primo tiro fanno il resto.

Unico neo, i vecchi vizi che a volte riaffiorano: qualche leziosità di troppo quando c'è da chiudere la partita. Ma la chiave di questa Spagna è aver capito come usare la grande qualità nel possesso palla, che hanno sempre avuto, anche in chiave difensiva e in modo tatticamente più accorto. Se la Spagna non ha mai vinto nulla è proprio perché il possesso era fine a se stesso, si compiacevano della tecnica presumendo che bastasse a vincere, mentre bisogna metterci carattere per recuperare palloni e mettere la tecnica al servizio anche della fase difensiva, avere la pazienza di non esporsi anche se l'avversario gioca chiuso nella sua metà campo e saper soffrire quando è lui a chiuderti nella tua. La Spagna calcistica è finalmente diventata adulta.

Se una lezione in termini calcistici si può trarre da questi Mondiali, è che sono andate avanti le squadre con un miglior gioco difensivo (che non significa inevitabilmente "catenaccio"). Squadre anche con un eccezionale potenziale offensivo, ma con lacune in difesa e a centrocampo, sia tecniche che tattiche, non sono arrivate fino in fondo. E' la qualità e l'intelligenza del gioco difensivo, non quindi nella sua accezione negativa, ad aver fatto la differenza anche rispetto a campioni di conclamata fama.

L'altra Semifinale è stata decisa da un pizzico di fortuna (il tiro del 2-1 si infila all'angoletto con due deviazioni e un fuorigioco molto sospetto), che non ha abbandonato l'Olanda fin dall'esordio contro la Danimarca. Spezzato a 20' dalla fine l'equilibrio della gara (cui ha contribuito la pesante assenza di De Jong tra gli olandesi), è subentrata in modo decisivo, come prevedibile, la fatica patita con il Ghana e l'Uruguay ha concesso il terzo gol. A quel punto solo con l'orgoglio gli uruguagi ci hanno regalato un finale splendido.

P.S. - Un Mondiale che ha punito gli allenatori arroganti e "primedonne" (Domenech, Lippi, Capello, Dunga, Maradona) e premiato quelli sobri (Tabarez, van Marwijk, Loew e Del Bosque).

Wednesday, July 07, 2010

Manovra accerchiata/2

Come sospettavo, l'obiezione circolata di non penalizzare le Regioni "virtuose" con tagli lineari ai trasferimenti era la cortina fumogena dietro cui in realtà si celava un più banale tentativo di ridiscutere l'entità complessiva dei tagli, e non pochi osservatori - da quelli orientati contro il governo ai più attenti e obiettivi - hanno abboccato in pieno. In Commissione Bilancio infatti è stato presentato dal relatore un emendamento che, confermato il taglio per 8,5 miliardi di euro, introduce un sistema di flessibilità. Prevede che sia la Conferenza Stato-Regioni a decidere, entro tre mesi dall'entrata in vigore della manovra, con quali criteri saranno adottati i tagli. Criteri che verrebbero poi recepiti per decreto. Se lo vorranno davvero, dunque, e se troveranno un accordo tra di loro, i governatori potranno far pesare i sacrifici della manovra in modo più lieve sulle Regioni più "virtuose" e più gravoso su quelle "viziose". Se però la Conferenza Stato-Regioni non stabilirà i criteri entro i tre mesi indicati, allora sarà il governo a fissare le regole. Ragionevole, no?

Eppure, nonostante questo, la «frattura» con il governo rimane, a sentire Errani e Formigoni, che non sembrano intenzionati a demordere. Bisogna quindi dedurre che le motivazioni erano altre: non si vuole ridurre la spesa. E in particolare Formigoni, che potrebbe cominciare a tagliare il "contributo" regionale di 234 mila euro al Meeting di CL, sospettiamo che voglia molto demagogicamente approfittare della situazione per guadagnarci soprattutto un po' di visibilità personale. Alla Fini, per intenderci.

Tutto questo ci conferma che a parte le pressioni di Confindustria, che pare sia riuscita a far cancellare norme di autentica barbarie fiscale, tutte le altre sono volte ad "annacquare" la manovra laddove piuttosto andrebbe rafforzata. Cari liberali sui blog e sui giornali, possiamo discettare quanto vogliamo, ma l'amara realtà è che questa manovra può essere solo difesa, Tremonti è la diga, rotta la quale non ci sarebbero meno tasse, meno spesa, più mercato, ma ahimé l'esatto contrario. Nessuno, né nell'opposizione, né nella maggioranza, né nel governo, né le Regioni né gli Enti locali, né le "forze sociali". Insomma, nessuno che abbia una qualche reale influenza invoca tagli più coraggiosi, riforme strutturali, meno tasse o roba del genere. Tutti sono, ciascuno per ciò che lo riguarda, scontenti dei tagli che già ci sono e tenta di attenuarli. E' una situazione che va tenuta presente quando si prende posizione politicamente sulla manovra e sul ministro dell'Economia. Tremonti non mi-ci piace, ma quali sono le reali alternative?

Monday, July 05, 2010

A proposito di eroi...

«Quando la "Giustizia" arriva a questi orrori, quando l'amministrazione della Giustizia può arrivare fino al punto di torturare e uccidere un uomo per costringerlo a testimoniare il falso, allora può anche succedere che il più infame dei mafiosi, al confronto dei suoi aguzzini, appaia come un "eroe"».

Brasile-Argentina, dalla Finale annunciata allo stesso finale

C'è un comune denominatore nell'amara - quanto strameritata - eliminazione di Brasile e Argentina: il non saper reagire al primo vero momento di difficoltà del Mondiale, come se nei giocatori e nei ct fossero convinti che tutto sarebbe andato liscio fino all'inevitabile esito positivo. Avevano ragione i critici casalinghi delle rispettive nazionali a non farsi abindolare dalle facili vittorie nel girone e agli Ottavi. Incontrando le prime squadre vere, quelle splendenti corazzate di talenti si sono sciolte come neve al sole. Complici le scelte sbagliate dei loro ct - nelle convocazioni e negli assurdi puntigli - ma anche la presunzione. Fin qui le similitudini.

Mentre Dunga e i brasiliani hanno peccato di arroganza, e reagito nervosamente al pareggio fortunoso dell'Olanda - rosicando, si direbbe da noi - gli argentini sono sorprendentemente mancati dell'unica cosa di cui tutti eravamo convinti fossero provvisti: il carattere. Flebile la reazione dopo lo svantaggio, neanche dopo l'intervallo c'è stata una scossa. E ciò dovrebbe farci capire che non basta qualche pacca sulle spalle e qualche bacio a rendere un allenatore davvero carismatico. La squadra di un allenatore davvero carismatico reagisce e lotta, non declina verso la sconfitta compiaciuta comunque del suo talento.

Maradona ci aveva quasi convinti del miracolo. In realtà, senza l'aiuto di Rosetti questa Argentina avrebbe avuto difficoltà a passare contro il Messico. In realtà, tutte le lacune che si indicavano alla vigilia, ed emerse anche all'esordio contro la Nigeria, hanno pesato: portiere e difensori scadenti e poco filtro a centrocampo (mentre Zanetti e Cambiasso venivano lasciati a casa); il gioco lasciato troppo ai solisti (Messi, Tevez e forse anche Di Maria insieme sono ridondanti); poco movimento senza palla, tutti ad aspettare il pallone sui piedi o la giocata risolutiva di qualche big.

Le vittorie di Olanda e Germania sono state la vittoria dell'organizzazione e del gioco di squadra contro la pretesa improvvisazione dei singoli. Insomma, nulla di nuovo, nulla di soprendente, l'eterna disputa del calcio. Non so se Messi e Robinho non sono all'altezza dei giocatori di una volta, oppure - e protendo per questa seconda - se il calcio è cambiato e ormai quasi tutte le squadre dal punto di vista atletico e organizzativo non concedono troppo ai fuoriclasse. Ma sarebbe ingiusto dare l'idea che Olanda e Germania sono squadre prive di talenti (Robben e Snejider lo sono, come Muller e Ozil). Hanno saputo però meglio mettere questi talenti al servizio della squadra.

Dopo le prime partite i commentatori ci avevano ripetuto fino alla noia che questo sarebbe stato il Mondiale della scuola sudamericana, e invece è stata la rivincita del calcio europeo (3 squadre su 4 in semifinale) e per la prima volta nella storia dei Mondiali una squadra europea potrebbe vincere fuori dai confini dell'Europa (alla faccia di Blatter, che vuole togliere posti alle squadre europee). L'esito drammatico di Uruguay-Ghana conferma che il calcio è cosa serissima, e come la vita sa essere crudele. Papere dei portieri a parte (altro che jabulani!), gran spettacolo! Addolora lo psicodramma degli africani, dal paradiso all'inferno in pochi secondi. Ma sarebbe ingiusto dire che l'Uruguay non ha meritato. Ha creato grandi occasioni, senza dimenticare che l'azione del Ghana al 120' era viziata da fuorigioco e un netto rigore su Abreu poco prima.

A questo punto, anche se non brillante, la Spagna continua a sembrarmi la squadra più completa. Grande qualità in tutti i ruoli (anche in panchina), carattere e saggezza tattica (cose che mancavano agli spagnoli fino a qualche anno fa). La Germania vive un momento di grande esaltazione psicologica, ma non è completa in tutti i ruoli come la Spagna: difficilmente portiere e difensori spagnoli concederanno ai tedeschi di passare in vantaggio così facilmente come con Inghilterra e Argentina, e poter quindi colpire in contropiede. Apertissima anche la sfida tra uruguaiani e olandesi: ai primi mancherà la classe di Suarez davanti, ma potrebbe essere più pesante l'assenza del perno del centrocampo olandese, De Jong, che rende la squadra solida difensivamente come forse l'Olanda non è mai stata.

Friday, July 02, 2010

Riforme nemmeno per sbaglio

«A volte - osserva Il Foglio in uno degli editoriali a pagina 3 - anche nei refusi si possono nascondere riforme salutari per la finanza pubblica». Ieri ci eravamo illusi anche noi, prima che il ministro Sacconi si precipitasse a smentire. Una riforma? Macché, neanche per sbaglio. Solo un «refuso». In tempi di crisi non si tocca nulla, ha ripetuto più volte il ministro. Il «refuso» era un emendamento del relatore alla manovra, che in pratica prevedeva la tanto attesa, e da più parti invocata, riforma delle pensioni, agganciando a partire dal 2016 anche i lavoratori con 40 anni di contributi all'allungamento dell'età di pensionamento legato all'aumento dell'aspettativa di vita. Finalmente una vera riforma, a giudicare dalle immediate reazioni dei sindacati.

Purtroppo, non si può che condividere l'amara conclusione del Foglio: «Un peccato che le innovazioni liberali siano considerate refusi da cancellare». Poi però non ci si lamenti se qualcuno vede nella Lega l'unico «motore» (piuttosto, un "motorino") del governo. Si può dire tutto il male possibile della Lega e dei leghisti, infatti, si può condividere o meno il federalismo fiscale (qui si pensa che sia utile), ma l'impressione è che se questo governo non è del tutto immobile grazie ai tanti Sacconi, in gran parte si deve a loro. Sul federalismo fiscale, pur lentamente - considerando che si tratta di un lavoro obiettivamente enorme e complesso - si va avanti. E se per il resto il governo si accontenta di vivacchiare, di galleggiare facendosi trasportare dai venti deboli e incerti di una "ripresina", non si può dare tutta la colpa ai soliti "poteri forti" o ad una antiquata architettura istituzionale. Che certo frenano, ma di per sé non giustificano un immobilismo da cui non ci si schioda nemmeno per sbaglio, nemmeno per «refuso».

Semipresidenzialismo a corrente alternata

Con tutto il rispetto per il presidente Napolitano, il cui ruolo in questi due anni di legislatura va in gran parte apprezzato per il suo equilibrio, c'è da chiedersi però se la sua uscita di ieri sul ddl intercettazioni non sia per caso dovuta a una botta di caldo che lo abbia colpito a Roma o a Malta. Prima di tutto, è palesemente falso che non sia stato ascoltato dalla maggioranza il suo «consiglio», di alcuni giorni fa, di dare priorità alla manovra finanziaria nei lavori parlamentari. La decisione presa a maggioranza nella conferenza dei capigruppo della Camera a cui si riferisce, infatti, fissa l'inizio della discussione sul ddl intercettazioni il giorno dopo la fine - obbligata (il decreto scade il 30 luglio) - dell'esame del ddl di conversione della manovra. Ma una volta licenziata la manovra, non si vede perché i deputati non possano passare ad occuparsi di intercettazioni, provvedimento palleggiato tra i due rami del Parlamento da oltre due anni. E' falso, dunque, quanto afferma il capo dello Stato.

A meno che giorni fa, invocando di dare priorità alla manovra finanziaria, non abbia in realtà voluto sostenere l'opportunità - a prescindere dalla manovra - di rinviare l'esame del ddl intercettazioni a dopo l'estate, e quindi caldeggiare ulteriori cambiamenti al testo. Ma a questo punto ci troveremmo di fronte ad una inedita e gravissima ingerenza del capo dello Stato sul calendario dei lavori del Parlamento, appena dissimulata dall'argomento - condiviso anche dalla maggioranza - di dare priorità alla manovra. Facendo inoltre capire inequivocabilmente di condividere i «punti critici» della legge uscita dal Senato che «risultano chiaramente dal dibattito in corso e dal dibattito svoltosi in Commissione Giustizia della Camera, nonché da molti commenti di studiosi, sia costituzionalisti sia esperti della materia», e anticipando che senza «modifiche adeguate» non promulgherà la legge, Napolitano sconfina del tutto dal suo ruolo costituzionale, partecipando attivamente e pubblicamente al processo di formazione delle leggi. Può rinviare una legge alle Camere, ma non può minacciarlo preventivamente, condizionando così i lavori del Parlamento e le mediazioni in corso sul testo all'interno della maggioranza.

Un errore, quello del suo parere anticipato, in cui già incorse con il decreto Englaro, quando con il suo intervento di fatto chiuse qualsiasi spazio di mediazione all'interno del Cdm, trovatosi a quel punto a dover difendere le prerogative del governo. Ma è un errore, bisogna dire, incoraggiato in questi anni anche da governo e maggioranza, che sempre più di frequente hanno richiesto al Quirinale pareri preventivi sottobanco, instaurando veri e propri negoziati sui testi, per non incorrere in "incidenti" di firma, con il risultato "presidenzialista" che alcune leggi e decreti vengono di fatto scritti sul Colle.

Come già con il decreto Englaro, anche stavolta l'intervento presidenziale, come emerge dalla verosimile ricostruzione di Ugo Magri su La Stampa, ha l'effetto di irrigidire le posizioni all'interno del Pdl e di restringere gli spazi per un compromesso tra maggioranza del partito e "finiani". Quindi, se la buona intenzione del presidente era quella di scongiurare il rischio di una crisi istituzionale che potesse compromettere la tenuta della maggioranza e quindi della legislatura, in realtà con la sua «bomba» di ieri da Malta non ha fatto altro che aumentare quel rischio. E infatti la giornata di ieri è finita con lo scontro tra Bondi e Fini, con quest'ultimo che si spinge a rivendicare il diritto al dissenso di fatto anche nel voto parlamentare, mentre fino ad oggi aveva assicurato di condividere il metodo della discussione e della decisione a maggioranza negli organi di partito.

Oggi lo sconfinamento di Napolitano è ancor più grave, perché si tratta non di un decreto ma di una legge, non del governo ma del Parlamento, cui sta praticamente dicendo: "Se non cambiate quella legge, non la firmo". Dalla facoltà di rinvio alle Camere si passa a un quasi diritto di veto preventivo, che in ogni caso condiziona i lavori parlamentari, trasforma il presidente in attore politico nel processo di formazione delle leggi, e in indebita sponda istituzionale per le forze politiche che spingono per cambiare od ostacolare il ddl. Un comportamento che conferma quanto già sospettiamo da tempo: quando al governo c'è Berlusconi, ci troviamo di fatto in una Repubblica semipresidenziale. Solo che al contrario che in Francia, la maggioranza uscita dalle urne è posta sotto la tutela di un presidente eletto indirettamente e dalla legislatura precedente. E di fronte a un governo di centrosinistra, il presidente ritorna ad essere un tranquillo notaio.

Thursday, July 01, 2010

Altro che Speaker "all'americana"...

Tutto si può negare delle critiche rivolte a Gianfranco Fini, ma è innegabile che sta mettendo la carica di presidente della Camera al servizio della sua personale linea politica di leader della minoranza interna del Pdl. E' vero che nessuno dei presidenti della Camera, almeno nella storia recente, ha rinunciato a fare politica, né al ruolo di leader di fatto del suo partito (come Casini e Bertinotti), ma nessuno si era mai permesso di attivarsi in prima persona per rallentare l'iter parlamentare di una legge, offrendo così una sponda istituzionale al legittimo ostruzionismo delle opposizioni, né di intervenire nel merito mentre il Parlamento ne sta ancora discutendo.

Non si è potuto opporre alla calendarizzazione del ddl intercettazioni per il 29 luglio, ma non è riuscito a trattenersi - cosa piuttosto insolita per il presidente di uno dei rami del Parlamento - dal manifestare tutto il suo disappunto per la decisione presa a maggioranza dalla conferenza dei capigruppo, definita un «irragionevole puntiglio». Al di là di qualsiasi considerazione di merito, non mi pare affatto bizzarro, né una forzatura, che la maggioranza voglia veder votato entro l'estate - dando comunque assoluta priorità alla manovra finanziaria - un provvedimento che Camera e Senato si palleggiano ormai da due anni. A meno che "lavorare" anche la prima settimana di agosto non venga ritenuto troppo faticoso per i nostri deputati.

E pensare che lo stesso Fini per ben due volte aveva pubblicamente definito il testo un «buon compromesso». Sia quello licenziato oltre un anno fa dalla Camera; sia quello uscito dal Senato frutto delle modifiche approvate "all'unanimità" dall'ufficio di presidenza del Pdl di poche settimane fa. La verità è che nonostante avesse spergiurato il contrario, proprio la "guerriglia" in Parlamento - anche su provvedimenti discussi e votati "all'unanimità" nelle sedi di partito - è la tattica di Fini e i suoi. Qualsiasi "voltafaccia" , purché serva allo scopo ultimo che è il logoramento di Berlusconi (che tra l'altro riesce benissimo a logorarsi da sé). Ed è solo l'inizio.