Sunday, July 31, 2005

Frist suona la sveglia ai repubblicani (e a Bush)

Stato dell'arte di un dibattito serio e pragmatico, ben lontano dalle crociate culturali che abbiamo subito in Italia

Il capo dei repubblicani al Senato, principale riferimento politico parlamentare della destra religiosa, Bill Frist, ha annunciato il suo voto favorevole al finanziamento con fondi federali della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Una premessa è d'obbligo. Negli Stati Uniti il dibattito è lontano anni luce da quello italiano sulla legge 40. In America, appunto, non c'è alcuna legge 40, nessun limite, nessun divieto. Il presidente Bush fu il primo a finanziare con i fondi federali la ricerca su cellule staminali embrionali, ma limitandoli alle linee già esistenti. Poi ha vietato l'uso dei fondi federali, ma nessuna legge proibisce ai singoli Stati e ai privati di finanziare la ricerca.

Dunque il dibattito negli Stati Uniti è tutto incentrato sul sì/no a finanziare la ricerca sulle cellule staminali embrionali con i fondi federali, cioè con il denaro di tutti i contribuenti, per molti dei quali quella ricerca è inaccettabile dal punto di vista etico. Frist, cardiochirurgo di fama, come ha scritto David Brooks tempo fa non è affatto un fondamentalista, come sugli embrioni non lo sono gli evangelici. Anche se le cronache più interessate ci hanno raccontato il contrario. Dunque, Frist annuncia di essere favorevole a un'iniziativa di legge bipartisan del Congresso ("Stem Cell Research Enhancement Act", passato alla Camera con 238 voti contro 194) con la quale si vuole superare il bando imposto dal presidente Bush - che ha minacciato l'uso del veto presidenziale - e consentire, dietro stretti limiti, il finanziamento federale della ricerca anche su nuove linee di cellule. Non derivate da embrioni creati per la ricerca, ma utilizzando embrioni comunque destinati al deterioramento e alla distruzione perché scarti dei programmi di fertilità e non impiantati né adottati.

E lo fa con un esteso documento in cui spiega le sue ragioni, cominciando dai dieci principi che costituiscono la sua «cornice etica» e che nel 2001 sono stati adottati dall'amministrazione Bush.
1. Ban Embryo Creation for Research;
2. Continue Funding Ban on Derivation;
3. Ban Human Cloning;
4. Increase Adult Stem Cell Research Funding;
5. Provide Funding for Embryonic Stem Cell Research Only From Blastocysts That Would Otherwise Be Discarded;
6. Require a Rigorous Informed Consent Process;
7. Limit Number of Stem Cell Lines;
8. Establish A Strong Public Research Oversight System;
9. Require Ongoing, Independent Scientific and Ethical Review;
10. Strengthen and Harmonize Fetal Tissue Research Restrictions.
Il problema è che ora, visto che l'annuncio di Bush limitava il finanziamento alle linee già esistenti, quelle nuove sono escluse e il governo non finanzia più la promettente ricerca. Per Frist è ora di cambiare questa politica, seppure egli sia saldamente pro-life.
«I am pro-life. I believe human life begins at conception. It is at this moment that the organism is complete - yes, immature - but complete. An embryo is nascent human life. It's genetically distinct. And it's biologically human. It's living. This position is consistent with my faith. But, to me, it isn't just a matter of faith. It's a fact of science. Our development is a continuous process - gradual and chronological. We were all once embryos. The embryo is human life at its earliest stage of development. And accordingly, the human embryo has moral significance and moral worth. It deserves to be treated with the utmost dignity and respect.
(...)
I strongly support newer, alternative means of deriving, creating, and isolating pluripotent stem cells - whether they're true embryonic stem cells or stem cells that have all of the unique properties of embryonic stem cells... they may bridge moral and ethical differences among people who now hold very different views on stem cell research because they totally avoid destruction of any human embryos.
(...)
Cure today may be just a theory, a hope, a dream. But the promise is powerful enough that I believe this research deserves our increased energy and focus. Embryonic stem cell research must be supported. It's time for a modified policy -- the right policy for this moment in time».
Non sono d'accordo con la decisione di Frist Eric Cohen e William Kristol, del neocon Weekly Standard, per i quali il senatore ha scelto «la cosa sbagliata al momento sbagliato», mostrando, di fronte a un quadro legislativo molto permissivo, un «approccio non moderato», su una questione di rilevanza morale per tutti i cittadini, e «non necessario» viste le altre fonti di finanziamento di cui la ricerca gode. Insomma, il dibattito non è sui divieti, ma sulle politiche del governo.
«For four years, embryo research advocates have claimed that the Bush administration has "banned stem cell research." Not so. The issue in question is federal funding for embryonic stem cell research - research in which new embryos will be destroyed. Such research has been, and is, legal, and while the president has endorsed a ban on human cloning, he has not proposed to outlaw the destruction of embryos created through in vitro fertilization (IVF). He simply does not want the federal government to fund or promote research that requires the ongoing destruction of embryos.

In fact, for all the complaints of scientists that the American government is standing in the way of their pioneering efforts, the striking fact about the present situation is that there are virtually no legal prohibitions on many radical areas of biotechnology. There are no limits on human cloning, no limits on fetal farming, no limits on the creation of man-animal hybrids, and no limits on the creation of human embryos solely for research and destruction. It is in this rather permissive moral and legal climate that Frist seeks to remove one of the few public boundaries that still exist».
Tempo fa, sul Washington Post, era intervenuto il filosofo conservatore Leon R. Kass, presidente del Consiglio nazionale di Bioetica nominato dal presidente Bush, illustrando le nuove promettenti vie della ricerca per ottenere cellule staminali embrionali, o staminali comunque dalle stesse proprietà, senza la distruzione di embrioni. Soluzioni su cui la Commissione, di orientamento conservatore e attenta ai principi religiosi, sta lavorando in modo pragmatico, ma che in Italia sarebbero comunque vietate dall'attuale legge 40 sulla fecondazione assistita.

Orizzonti di guerra

Si sforza di dirlo e scriverlo da anni Michael Ledeen: quella in Iraq è una guerra regionale che coinvolge anche Siria, Iran e Arabia Saudita; il decentramento operativo di Al Qaeda non deve indurci nell'illusione di credere di poter combattere il terrorismo localmente; dietro a tutto c'è un'ampia «coalizione del male», Stati che proteggono e sostengono attivamente il terrorismo. Se non guardiamo al grande quadro complessivo della guerra che combattiamo, rischiamo di perderla.
«We can't win this thing unless we recognize the real dimensions of the enemy forces, and the global aspirations they harbor. The battle for Iraq is today's fight, but they intend to expand the war throughout the Western world. Indeed, that was their plan from the very beginning... We are at war with a series of terrorist groups, supported by a group of nations, and it makes no sense to distinguish between them. We're fighting fiercely against the terror groups, and we're killing and defeating lots of them. But we're not nearly as vigorous as we should be in speeding up the fall of the mullahs, the Assads, and a Saudi royal family that has played the leading role in spreading the doctrines that inspire the terrorists».
Proprio pochi giorni fa l'istituto Memri ha pubblicato un'esauriente rassegna sulle gravissime dichiarazioni del nuovo presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che provano di per sé che l'Iran non solo sostiene il terrorismo, ma ne fa parte, è proprio un regime terrorista. Non è la prima volta che il "martirio", cioè l'immolarsi facendosi esplodere e uccidendo numerosi "nemici" e "infedeli", viene celebrato dalla Repubblica islamica. Di recente lo ha fatto il nuovo presidente alla sua seconda apparizione televisiva dal giorno della vittoria, parlando di «arte del martirio» lo scorso 25 luglio, dal canale 1.

Il giorno dopo sul quotidiano arabo stampato a Londra Al-Sharq Al-Awsat è stato pubblicato un rapporto del suo consigliere spirituale, ayatollah Mohammad Misbach Yazdi. Il testo suggerisce agli iraniani come entrare a far parte delle squadre kamikaze del regime, citando un gruppo costituito da donne incaricato di eseguire operazioni kamikaze contro forze americane, britanniche e israeliane.

Saturday, July 30, 2005

Arab Streets. Ecco da che parte stanno

Una scena della repressioneLe cosiddette Arab streets sono in fermento, ma non contro l'Occidente, né contro l'America o Israele, come pure qualcuno aveva previsto come conseguenza della guerra in Iraq e delle politiche di Sharon, bensì contro i dittatori che le governano.

Apprendiamo via Gateway Pundit di come una manifestazione dell'opposizione sia stata repressa con la violenza dalla polizia egiziana e da sostenitori del presidente Mubarak. I dimostranti, scesi in piazza per protestare contro l'annuncio del presidente Mubarak di volersi ricandidare per un sesto mandato, sono stati letteralmente assaliti e malmenati. Uno degli esponenti del movimento Kefaya ("Abbastanza") è stato arrestato e poi rilasciato.

Una scena della manifestazioneSempre via Gateway Pundit e Publius Pundit apprendiamo di 10 mila dimostranti scesi in piazza in Bahrain contro i provvedimenti liberticidi delle autorità, che restringono le attività di partiti politici e associazioni. Imbavagliati, a indicare simbolicamente l'effetto delle leggi di regime sulla loro libertà d'espressione, chiedono riforme politiche davanti al palazzo del governo. E non è la prima volta quest'anno che in Bahrain si svolgono manifestazioni per riforme democratiche.

A. Dankowitz ha curato per il Memri un'interessante rassegna di «raccomandazioni di arabi riformisti contro il terrorismo». Sono molti gli arabi riformisti che da pochi organi di stampa si preoccupanto di lottare contro il terrorismo denunciando il pensiero islamista, incoraggiando il pensiero critico e indipendente e affermando i valori di democrazia e diritti umani nel mondo musulmano. Lo scorso febbraio un gruppo di loro ha avanzato all'Onu la richiesta di costituire una corte internazionale per giudicare il clero musulmano che incita alla violenza.

Dopo gli attacchi di Londra hanno rafforzato i loro argomenti e criticato anche i paesi europei, che permettono la propaganda estremista in nome dei diritti individuali. Criticano anche la maggioranza silenziosa musulmana e gli intellettuali musulmani, la cui voce non si alza contro il terrorismo islamista. Di recente due opinioni in particolare sono apparse sul quotidiano Al Sharq al Awsat (tradotte da Il Foglio) per dire all'occidente che non esiste l'«islam moderato» e che la guerra in Iraq non è la causa degli attentati più recenti.
«Ci sono due modi per eliminare il terrorismo: una fatwa che separi bin Laden e i suoi seguaci dall'islam e la fine dell'ingenuità dell'occidente nei confronti degli "islamisti moderati". Non ci sono "islamisti moderati". Ci sono musulmani normali che vivono vite normali, ci sono i terroristi e ci sono i potenziali terroristi». Mamoun Fandy
«Giustificare gli attacchi di Londra, argomentando che la colpa va gettata sugli eventi in Iraq, serve soltanto a perpetuare menzogne». Abdul Rahman al Rashed, direttore di al Arabiya

Hiroshima. Facile parlare 60 anni dopo

Giù le mani dalla storia

Victor Davis Hanson sul Chiacago Tribune ancora contro i luogocomunismi. La storia è una disciplina che va maneggiata con cura e non può essere brandita per rafforzare le proprie tesi politiche senza rischiare di incappare in vere e proprie mistificazioni. Hanson ne denuncia diverse sulla guerra in Iraq e al terrorismo.

A pochi giorni dal 60esimo anniversario delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, lo storico Max Hastings cerca sul Guardian di rispondere agli interrogativi storici e morali di quell'evento, riportando le ragioni di chi considerò l'uso delle bombe necessario e chi no, e di chi invece lo condanna sul piano morale.
«Sessant'anni dopo, è troppo facile condannare il bombardamento di Hiroshima... La risposta principale è che molto di ciò che sappiamo oggi, allora era incerto... la decisione di Truman su Hiroshima può sembrare sbagliata agli occhi dei posteri, ma è facile capire perché sembrò giusta alla maggior parte dei suoi contemporanei».

Friday, July 29, 2005

Alexis de Tocqueville e il liberalismo che vive

Tocqueville in una caricatura di G. Garcon«Si sono viste religioni intimamente unite ai governi terreni dominare le anime col terrore e con la fede; ma quando una religione contrae una simile alleanza, agisce come potrebbe farlo un uomo: sacrifica l'avvenire in vista del presente e, ottenendo un potere che non le spetta, mette a repentaglio il suo potere legittimo. Quando una religione cerca di fondare il suo impero soltanto sul desiderio dell'immortalità, che tormenta egualmente il cuore di tutti gli uomini, può aspirare all'universalità; ma, quando si unisce a un governo, deve adottare delle massime applicabili solo ad alcuni popoli. Perciò, alleandosi a un potere politico, la religione aumenta il suo potere su alcuni uomini, ma perde la speranza di regnare su tutti. (...) Fin tanto che una religione trarrà la sua forza dai sentimenti, dagli istinti, dalle passioni che si vedono riprodursi allo stesso modo in tutte le epoche, può sfidare il tempo. (...) Ma quando vuole appoggiarsi agli interessi mondani, essa diviene fragile come tutte le potenze terrene. Legata a poteri effimeri, segue la loro sorte e cade spesso insieme alle passioni passeggere che li sostengono»

In questi giorni ricorrono i duecento anni dalla nascita di Alexis de Tocqueville, il liberale autore del fenomenale "Democrazia in America", il cui significato e insegnamento sono di un'attualità sorprendente in molteplici campi. Il Corriere della Sera-Magazine ha fatto un'operazione interessante. Un articolo di Vittorio Zincone tenta di tracciare una galassia di politici, intellettuali, giornalisti tocquevilliani. Massimo Teodori, ex radicale, docente di storia degli Stati Uniti all'università di Perugia ed editorialista indica dei nomi che ci convincono:
«A parte Nicola Matteucci, che per me è il Raymond Aron italiano, ce ne sono pochi. Marco Pannella, il coltissimo Valerio Zanone, Giuliano Amato. Hanno familiarità con il filosofo francese anche Angelo Panebianco ed Ernesto Galli della Loggia. E poi c'è il Riformista. In quel giornale si respira aria liberal-democratica. Nel centro-destra invece non vedo molto spirito tocquevilliano».
La grafica della pagine mi lascia invece sconvolto: Tocqueville al centro, tutt'intorno ruotano i personaggi. I "Grandi Vecchi", ma non includerei mai Bobbio, gli "Accademici" (Galli della Loggia, Panebianco), il "Colto" Valerio Zanone, il "Trentenne", sacrosanto riconoscimento per Christian Rocca. Poi viene il brutto. Definire tocquevilliano Romano Prodi mi pare fra l'esilerante, il grottesco e l'irritante. Poi c'è Marco Pannella, categoria "Militante".

Definizione perfetta per un tocquevilliano, proprio se guardiamo all'etica del liberalismo dopo i suoi grandi teorici. Su il Riformista Corrado Ocone ha scritto che «liberalismo si fa, non si pensa: propriamente non esiste il liberalismo, ma solo i sempre nuovi problemi di libertà che il mondo pone. Tocqueville ci ha detto questo». Ed esattamente questo mi pare il liberalismo pannelliano, che in questi giorni trova un altro importante riferimento nelle parole di Benedetto Croce: «Il mio liberalismo è stato desiderio di alta lotta umana».

L'articolo che ha ricordato in modo più originale e completo il liberalismo tocquevilliano e in un certo senso la sua eccezionalità, incompresa in Italia, ma anche in Europa, è apparso su il Riformista, scritto da Dino Cofrancesco, che punta il suo riflettore su un aspetto centrale che serve anche alla nostra attualità in cui non si contano le pretese, confessionali o ideologiche, di monopolizzare l'etica pubblica, negando pari dignità morale ad altre visioni morali della vita, facendo un uso autoritario del diritto che non si preoccupa di oltrepassare i limiti e la dimensione propria dell'etica.

Quella tocquevilliana, spiega Cofrancesco, è la «caratterizzazione della democrazia in termini di registrazione degli interessi, dei valori, dei pregiudizi diffusi in una società storica determinata di contro alla visione, tipicamente europea, della democrazia come pedagogia collettiva, impegno a rendere gli uomini sempre più buoni e collaborativi grazie agli istituti e alle strategie dello stato etico».
«Democrazia significa chiedere alla gente che cosa vuole, non rifare l'anima a chi vuole ciò che non deve volere; il suo simbolo non è un mare in tempesta ma una piatta laguna».
E' questa visione che permette a Tocqueville di affermare che al contrario di quella europea la democrazia americana, «regno tranquillo della maggioranza», è il migliore antidoto contro le rivoluzioni, il cui esito è inaccettabilmente distruttivo.
«Ciò che s'intende per repubblica negli Stati Uniti è l'azione lenta e tranquilla della società su se stessa. E' una condizione normale fondata realmente sulla volontà illuminata del popolo. E' un governo conciliatore, in cui le risoluzioni maturano lungamente, si discutono con lentezza e si eseguono con coscienza.(...) Ciò che si chiama repubblica negli Stati Uniti è il regno tranquillo della maggioranza. (...) Ma, in Europa, noi abbiamo fatto strane scoperte. La repubblica, secondo alcuni di noi, non è il governo della maggioranza, come si è creduto fino ad ora, è il governo di coloro che si fanno garanti e interpreti della maggioranza. Non è il popolo che dirige in questa specie di governi, ma coloro che conoscono quale sia il vero bene del popolo, felice distinzione che permette di agire in nome delle nazioni senza consultarle e di reclamare la loro riconoscenza calpestandole. Il governo repubblicano del resto è il solo, al quale si debba riconoscere il diritto di fare tutto, e che possa disprezzare ciò che gli uomini hanno fino ad ora rispettato, dalle più alte leggi della morale fino alle elementari regole del senso comune».
Alla base una precisa idea della natura dell'uomo, precisa il professore:
«La Provvidenza ha dato ad ogni individuo, chiunque egli sia, il grado di ragione necessario perché egli possa dirigersi da solo nelle cose che lo interessano personalmente».

Thursday, July 28, 2005

Eugene Ionesco e il teatro dell'assurdo

E' andato in scena stamattina, noi non abbiamo avuto il privilegio di assistere all'incontro a quattr'occhi fra il pacca e il patacca, ciascuno in fondo perso per i pacchi suoi, ma c'è da scommettere che la pièce fosse degna di Ionesco.

Democrazia esportabile. Conquistare i cuori e le menti

Finalmente. E' il segno che aspettavamo da mesi. Che alle parole seguissero i fatti. Che la strategia americana fosse anche culturale, la riconquista dei cuori e le menti del mondo arabo. Bush ha fatto una nomina importante, ratificata dal Congresso: Karen Hughes assume la carica di sottosegretario agli Affari Pubblici del Dipartimento di Stato con l'obiettivo di «sconfiggere i sentimenti antiamericani che albergano nei paesi musulmani», riferisce Maurizio Molinari per La Stampa.

Sarà la «responsabile della battaglia culturale», la «guida della "Public Diplomaci" per conquistare "i cuori e le menti" di oltre un miliardo di musulmani in quella che si annuncia come la più impegnativa battaglia culturale intrapresa dagli Stati Uniti dai tempi del duello con il comunismo durante gli anni della Guerra Fredda». Ha «carta bianca dal segretario di Stato Condoleezza Rice». Si ispirerà alla «formula delle quattro E di Martin Luther King: Engagement, Exchanges, Education, Empowerment (impegno, scambi, educazione, assegnazione di responsabilità). Una volontà e una capacità politica, un coraggio a governare gli eventi, che manca totalmente nei leader europei (con l'importante eccezione di Blair), e soprattutto italiani.

Una nomina e una missione che si inseriscono alla perfezione nella strategia tutt'altro che militarista dell'amministrazione Bush nella guerra globale al terrorismo, pochi giorni fa confermata da un articolo di due dei consiglieri di sicurezza nazionale, Stephen J. Hadley e Frances Fragos Townsend, al New York Times.
«As President Bush has said: "The terrorists need to be right only once. Free nations need to be right 100 percent of the time." We need all citizens, everyone who loves freedom, to join in the fight. And in this fight, the people the terrorists most want to dominate - the people of Islam - will be our most important allies. Muslims are the prize the terrorists hope to claim».
La guerra da combattere è ideologica, come quelle contro il nazismo e il comunismo combattute nel '900. Il riferimento e la consapeovolezza di questa analogia di fondo (anche se non vengono ignorate le differenze) sono limpidi:
«The London attacks served to underscore the reality that we face an enemy determined to destroy our way of life and substitute for it a fanatical vision of dictatorial and theocratic rule. At its root, the struggle is an ideological contest, a war of ideas that engages all of us, public servant and private citizen, regardless of nationality».
Guerre ideologiche sono già state combattute prima e le abbiamo vinte. Ogni guerra è differente, ciascuna presenta nuove sfide. La guerra globale al terrorismo quindi è guidata da tre importanti lezioni imparate quanto il mondo libero per due volte ha sconfitto il totalitarismo nel secolo scorso:
1. «... a clear understanding of the ideology espoused by the enemy... History has taught us that the best antidote to totalitarianism is forceful resolve coupled with actions that advance human freedom...»

2. «An ideological contest can be a long and difficult one. For too long we accepted a false bargain that promised stability if we looked the other way when democracy was denied... we know that we, and not the terrorists, are on the right side of history: people everywhere prefer freedom to slavery and will embrace it whenever they can, because freedom is the wish of every human being....»

3. «... the struggle against terrorism requires force of arms, but will not be won through force of arms alone. The victory in World War II was not complete until the Marshall Plan secured Germany's democratic political future... military action is only one piece of the war on terrorism...»
«Freedom-loving people around the world must reach out through every means - communications, trade, education - to support the courageous Muslims who are speaking the truth about their proud religion and history, and seizing it back from those who would hijack it for evil ends».
Nel frattempo, i lavori delle democrazie esportate sono in corso e, nonostante le bombe, procedono.
Iraq. Christian Rocca su Il Foglio ci assicura che la bozza di Costituzione non prevede che la sharia, ovvero la legge islamica, sarà la fonte primaria di diritto del nuovo Stato iracheno. Dopo l'assassinio di due di loro da parte del gruppo di al Zarqawi, i rappresentanti dei partiti sunniti hanno deciso di rientrare nella Commissione che sta scrivendo la nuova Costituzione. Si tratta ancora di bozze, ma i segnali sono positivi e pare proprio che la sharia non regolerà la vita politica e sociale. Certo, è innegabile che ci siano ambiguità e zone d'ombra, ma compito dello Stato non sarà quello di applicare la legge islamica, bensì di garantire l'uguaglianza tra donne e uomini senza umiliare la tradizione religiosa.

Intanto, è scomparsa la discriminazione nei confronti di Israele. Il Bill of Rights si apre in modo inequivoco:
«Gli iracheni sono tutti uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, opinione, fede, nazionalità, religione, setta o origine. E' vietata la discriminazione sulla base del sesso, della nazionalità, della setta religiosa, dell'origine e della posizione sociale».
Al comma 8 c'è l'unica menzione della sharia:
«Lo Stato deve provvedere all'armonizzazione dei doveri della donna verso le loro famiglie e il loro lavoro nella società. E anche la loro uguaglianza in tutti i campi con gli uomini senza disturbare ciò che prevede la legge islamica».
La costituzione garantisce il giusto processo e la proprietà privata, «la libertà di religione e la professione di fede», mentre vieta ogni forma di tortura e di censura.

Afghanistan. Il 18 settembre si ri-vota. E' la seconda volta. Dopo le presidenziali, per eleggere i rappresentanti delle due camere del Parlamento e i rappresentanti locali dei 420 Consigli provinciali. C'è stata una vera e propria corsa alle candidature e secondo la Costituzione la metà dei seggi di nomina presidenziale al Senato e un quarto della Camera devono essere occupati da parlamentari di sesso femminile e anche nei Consigli provinciali ci sono seggi per le donne.

Certo, c'è di tutto fra i candidati, signori della guerra o personaggi sospettati di crimini orribili durante le faide afghane, persino ex del regime talebano che si sono dissociati dai loro ex commilitoni che continuano ad attaccare il nuovo governo e le forze della coalizione. Laggiù, a capo di una missione di osservatori della Commissione europea c'è la nostra Karen Hughes, Emma Bonino.

Il network degli arabi liberali. Dar voce, sostenere, mettere in contatto non i moderati, ma i democratici arabi, gli attivisti che chiedono riforme, i laici, i liberali, era l'obbiettivo della conferenza organizzata lo scorso week end a Venezia Non c'è pace senza giustizia. Ne ha scritto Anna Barducci per Il Foglio:
«La vecchia élite araba era impegnata in lotte nazionaliste, marxiste (per gli interessi del blocco sovietico) e a volte "islamiste": cioè in battaglie contro un nemico esterno. Queste ideologie hanno fallito, hanno portato alla catastrofe e alla divisione del mondo arabo, generando conflitti interni (a differenza di quello che sognava il panarabismo). Il vuoto del nazionalismo nasserista è stato poi riempito dalle organizzazioni integraliste islamiche che hanno condotto la società arabo-musulmana a un ulteriore disastro e al deterioramento delle relazioni con i paesi dell'occidente. Oggi una nuova élite intellettuale sta cominciando a colmare quel vuoto, focalizzandosi sulle riforme interne del mondo arabo.

"In occidente molti credono che i liberali arabi non esistano, che nella regione non ci sia un dibattito interno, ma noi siamo qui. Se non vogliono vederci è un altro discorso – dice al Foglio Hussein Sinjari, presidente dell'Iraq Institute for Democracy – I liberali sono una crescente, battagliera e coraggiosa minoranza che va aiutata a diventare una maggioranza. Molti in occidente non capiscono quanto sia importante dare forza alle nostre voci. Noi ci occupiamo di temi riguardanti tutta la sfera umana e chiediamo riforme, per questo siamo il target degli estremisti e dei dittatori. Io ho combattuto contro Saddam e adesso voglio liberarmi dai fondamentalisti che controllano il mio paese e che dai loro pulpiti incitano al terrorismo"».

C'è una sinistra che non regala l'Occidente alla destra

E ci guadagniamo tutti

Peppino Caldarola, oggi su il Riformista lancia uin monito alla sinistra: «Non si sta nell'Occidente a metà (E l'art. 11 parla di un secolo fa)».
Si rivolge alla sinistra che «pensa in modo politicamente corretto», quella che considera «prevalenti le colpe dell'Occidente e ritiene che il riequilibrio mondiale passa per una modifica radicale - e peggiorativa - del modo di vita occidentale».
«La storia contemporanea dice, invece, che non necessariamente l'avanzamento sociale di popoli e lo sviluppo di nuovi paesi passa per una mortificazione dell'Occidente... L'idea che la storia dell'Occidente sia una catena ininterrotta di infamie regala l'Occidente alla nuova destra... Non si sta in Occidente a metà. La sinistra o è occidentale o è un'altra cosa. Se è occidentale, e lo è, assume come propri i valori di libertà e un'idea dello sviluppo che sono tutt'altra cosa dal rinascente terzomondismo pacifista».
La scelta del fondamentalismo islamico di muoverci guerra non è rivolta alle nostre «colpe» di Occidente ma alle nostre «virtù», «a un'idea di progresso che unisce sviluppo e libertà, all'avanzare della rivoluzione femminile». Non è una guerra di civiltà, ma il terrorismo è «una vera guerra, difficile, atroce che si combatte in molti territori, ora soprattutto nei nostri territori, e richiede una più forte strumentazione culturale, politica e militare».

Nessun pregiudizio sull'uso della forza militare:
«E' di fronte a questo nemico che sentiamo l'insufficienza della cultura che c'è dietro l'art. 11 della Costituzione che parla e condanna guerre di un secolo fa... Il contrasto militare non è guerra preventiva ma è uso della forza, democraticamente calibrata e controllata, contro l'esercito terroristico dovunque sia e operi».

Lite da cortile nel condominio Onu

Il dibattito sulla riforma dell'Onu si è trasformato in uno scambio di accuse poco edificanti tra l'Italia e i paesi del G4, con Germania e Giappone in prima fila. Una lite da cortile. Attorno alla corsa alle ambitissime poltrone di membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sta succedendo un autentico casino, uno schifo. Sarebbe facile prendere una posizione nazionalista, difendendo le ragioni dell'Italia, che denuncia minacce e ricatti nei confronti dei paesi sottosviluppati, ma non è questo il punto. Direi invece che è un altro fallimento dell'Onu, che tira fuori il peggio anche delle nazioni democratiche.

La finzione dell'«islam moderato» e il liberalismo come «lotta umana»

Il filosofo Benedetto CroceQuella di Galli Della Loggia di ieri non è affatto una chiamata alle armi, ma una richiesta di presa di coscienza del fatto che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e ancor di più dalla caduta del Muro, mentre l'Europa ha vissuto in pace risolvendo i conflitti sociali interni agli Stati e le controversie fra di essi attraverso le forme della convivenza democratica, ha smarrito la nozione di "nemico", si è chiusa in se stessa ammirando i frutti della propria progressiva deideologizzazione, ma perdendo l'orizzonte delle incommensurabili atrocità intorno a essa, rimanendo convinta di potervi dialogare con gli strumenti di cui essa si è dotata.

«Alle culture politiche europee, alle nostre culture, è ormai estranea l'idea che possano esistere conflitti non totalmente dominabili e risolvibili dalla politica e dalle sue tradizionali risorse, prima fra tutte da quella rappresentata dall'elargizione più o meno ampia di vantaggi e benefici. Evidentemente guerre e rivoluzioni non riusciamo più a pensarle, a sapere che cosa siano. L'esito della Seconda guerra mondiale perfezionato dalla fine del comunismo ha fatto uscire l'Europa dalla scena del mondo, dal luogo dove non si usa fare gli scioperi, i dibattiti, le elezioni, ma dove invece si accampano le disperazioni e i deliri delle moltitudini, i disegni degli imperi, le speranze immense delle fedi. Dove si preparano i grandi rivolgimenti di fronte ai quali tutto lascia credere che preferiremo continuare a lungo a chiudere gli occhi».
Il liberalismo non più vissuto come «alta lotta umana» (ci tornerò più avanti)

Il ministro degli Interni Pisanu, annunciando la prossima formazione di una Consulta dei musulmani d'Italia, va alla ricerca di un «islam moderato» con il quale dialogare. Ma chi sono questi «moderati» a cui siamo pronti a riconoscere questa rappresentatività?
C'è questa smania di cercare un islam «moderato» con il quale «dialogare», ma l'espressione andrebbe abbandonata per un duplice motivo. 1. Dover etichettare come «moderato» l'«islam» accettabile, quello che si distingue dalla sua deriva fascista è già una sconfitta. Dovremmo cominciare a parlare di "islamici", da una parte, e "islamo-fascisti", dall'altra. 2. Ma cosa vuol dire «moderato»? Condannare i kamikaze di Londra ma giustificare quelli contro Israele e la "resistenza" irachena? Dialogare con i dittatori cosiddetti "laici" del mondo arabo perché nel calderone degli oppressi finisce anche qualche fondamentalista? Forse qualcuno pensa al presidente iraniano Ahmadinejad, definito «moderato» sul settimanale Tempi di Luigi Amicone? No, l'islam «moderato» è una nostra finzione, un alibi ambiguo dietro cui nascondiamo la realtà. A me pare che dovremmo distinguere fra democratici (a Venezia, lo scorso week end, alla conferenza organizzata dalla Bonino, ce n'erano tanti e volenterosi), e fascisti. Sostenere i primi, combattere i secondi.

Questo il contenuto di una mia lettera al Riformista uscita oggi. E proprio oggi Gaetano Quagliariello scrive su Il Messaggero dell'«illusione di un Islam moderato», un «equivoco» da «chiarire».
«L'espressione, infatti, è sintomo di un modo doroteo di affrontare un problema - quello del terrorismo musulmano - il quale, per la sua natura tragica, non presenta margini né di compromesso, né di mediazione. Che s'intende, infatti, con l'espressione "Islam moderato"? Coloro i quali la utilizzano vorrebbero affermare che non tutti gli islamici sono dei terroristi, o sono conniventi con essi. Ma è questa un'ovvietà, che nessuna persona di buon senso penserebbe mai di contestare.

Se, infatti, si è convinti che il terrorismo che sta insanguinando il mondo è sorto all'interno della cultura musulmana come conseguenza di eventi che sono culminati nella rivoluzione komeinista del 1979; e se, insieme, si è coscienti che gli esiti dell'islamismo possono essere variegati e non univoci, fino a comprendere soluzioni democratiche, per quanto di natura diversa da quelle occidentali; allora non ha alcun senso invocare la "moderazione" delle masse musulmane».
«Chi sarebbero, infatti, gli islamici moderati?» si chiede Quagliariello. Ci possiamo accontentare «che i presunti "moderati" siano musulmani che disprezzano sì l'Occidente, ma con gradazioni più tenui rispetto ai terroristi?» Che condannano il terrorismo ma giustificano la "resistenza" o la "jihad" con qualche «dubbio sofisma»? No, «proprio in queste pieghe culturali e in questi giganteschi equivoci storici, che annega l'idea dell'Islam moderato, svelando la propria sterilità». I nostri interlocutori, in seno al mondo musulmano, non sono propriamente i "moderati", quelli che nella storia seguono o subiscono gli estremismi, ma gli intellettuali riformisti, democratici, i "dissidenti", i Saad Ibrahim e gli Ayman Nour.

Ma la sorpresa del giorno, che dovrebbe stroncare l'espressione «islam moderato», ce la regala Il Foglio che traduce un articolo apparso su al Sharq al Awsat, il quotidiano a più alta diffusione nel mondo arabo, di proprietà saudita ma con redazione a Londra, che dà voce agli intellettuali arabi liberali. L'autore è Mamoun Fandy, editorialista e analista arabo e musulmano del medio oriente e professore al Centro di Studi strategici negli Stati Uniti. Dice a chiare lettere che «non ci sono "islamisti moderati", ma solo «l'ingenuità dell'occidente». «Ci sono musulmani normali che vivono vite normali, ci sono i terroristi e ci sono i potenziali terroristi». Da leggere tutto

«Il problema non è quello dell'alternativa moderata di governo islamista, è un'illusione, è destinata a essere autoritaria per potersi mantenere e a essere massacrata potenziando l'islamismo radicale. L'alternativa dev'essere laica», diceva Marco Pannella nella conversazione settimanale dello scorso 24 luglio. L'alternativa per coloro che potrebbero accettare una prospettiva disperata e disperante come quella del terrorismo e per coloro che si trovano a essere vittime e a combattere il terrorismo è il liberalismo come «desiderio di alta lotta umana». Parole di Benedetto Croce la cui riscoperta dobbiamo alla rivista Belfagor e alle ricerche di Michele Lembo.

Purtroppo invece, le nuove generazioni si formano vaccinate contro questa possibilità di salvezza. Per questa Europa è valida l'affermazione che «quando ci si abitua a non vedere l'orizzonte di morte nel quale siamo immersi, quell'orizzonte diventa il nostro orizzonte interiore». Ne siamo assuefatti, diventa accettabile. E' questa la denuncia di Pannella contro il «razzismo profondo» dei pacifismi contemporanei che nascondono «sotto il nome pace la realtà certa e indiscussa degli stermini». Di fronte alle migliaia di morti al giorno causati dalle dittature, dal Darfur a Mugabe, dal Medio Oriente alla Corea del Nord e al Vietnam, da Chavez a Castro il silenzio, nessuna dimostrazione, nessuna telecamera.

Un razzismo duplice, comunista e clericale. Da una parte chi sarebbe pronto a far esistere quelle atrocità e a denunciarle se a un tratto i dittatori in Africa o altrove si schierassero con gli Usa e con Israele, o chi punta l'indice sulla polizia britannica per l'uccisione di un innocente, un errore ammesso dopo un giorno, con traparenza e senso dello Stato liberale record nel mondo; dall'altra chi a tutto e a tutti, agli individui, antepone la sacralità dell'embrione. I comunisti uniti nel razzismo ai clericali, per i quali «quelli che vincono il flagello dell'aborto con lo strumento della legalizzazione sono equiparabili ai nazisti». Non l'hanno mai detto dei paesi totalitari, ma dei Parlamenti democratici che introducono quelle legislazioni sì.

Benedetto Croce aveva capito tutto quando scriveva che i comunisti che si contrappongono ai clericali, in realtà da sempre si mettono facilmente d'accordo con i loro concorrenti quando si tratta di mortificare il pensiero laico e liberale.
«... La realtà è che l'Europa è una poltiglia; che l'Italia ha perso il frutto del lavoro di tre secoli; che come non ha più indipendenza e dignità di popolo, così non ha regime di libertà, ma di oligarchia e dittatura esercitata dai capi dei partiti di massa, che transigono tra loro, ciascuno pensando ai fini del suo partito e nessuno al comune fine sociale e umano. La menzogna ha preso il posto della verità come moneta che sola ha corso. E il bivio si pone tra due materialismi, uno di nuovo e l'altro di vecchio conio, l'osceno materialismo. Questo, dei preti, capace di tutte le cattiverie, di tutte le crudeltà, di tutte le viltà».
«Il fatto nuovo è la situazione politica formatasi in Italia, che ha permesso ai clericali d'impadronirsi di gran parte della vita pubblica e tra l'altro del governo della scuola, portandovi quell'ingordigia e quelle altre attitudini onde Ludovico Ariosto aborriva i preti e che il Machiavelli e lo stesso Guicciardini confermavano in gravissimi e perpetui giudizii. Né c'è da contare sull'opposta parte che si dice comunistica e che in effetto è slava e ardente di distruggere la cultura e civiltà occidentale, come i fatti comprovano, perché essa si è messa sempre d’accordo coi suoi concorrenti, quando si trattava di avvilire il pensiero laico italiano, e non aspira ad altro che a collaborare con essi a questo intento, sperando dalla depressione e dalla rovina della vita intellettuale e morale italiana condizioni propizie al suo avvento dittatoriale...»

Wednesday, July 27, 2005

La mia polemica con Socci

Era iniziata così, in questo post è racchiusa la lettera che mi è stata pubblicata su il Riformista di venerdì scorso. Sabato Antonio Socci mi ha risposto:

Vorrei sommessamente far notare a Federico Punzi che l'espressione «se non vi convertirete, perirete tutti» non è mia (troppo onore), ma - come dicevo nell'articolo - è di Gesù di Nazareth (Lc 13, 3). Forse al Punzi potrebbe tornare utile informarsi un po' su questo sconosciuto Gesù. Certo, istruirsi costa fatica e tempo, ma è cosa che potrebbe tornargli preziosa per vivere. Dunque si segni anche questo nell'agenda (sempre se vuole, ovviamente, non vorrei sconvolgere con ciò il suo «modo di vita» così spensierato).

Certo, nella letterina non avevo specificato che la frase è di Gesù, anche perché Socci ci metteva abbondantemente del suo e il senso non veniva travisato dalla mia omissione. Non è importante di chi sono quelle parole, ma come vengono brandite. Mi sono astenuto dall'osservare che un conto è farsi dire da Gesù di convertirci, un conto è che ci venga detto da un Socci qualsiasi, e mi sono andato a leggere l'intero passo del Vangelo, mi sono andato appunto, a istruire, come consigliatomi.

Socci evoca catastrofe e terrorismo come fatalità inevitabili, dà per scontata l'impotenza dell'occidente a difendersi, indicando come unica salvezza la conversione, come se le vittime del terrorismo non-convertite potessero in qualche modo aver meritato quella sorte, e se non ci convertissimo in tempo noi stessi seguiremmo la medesima fine. In verità Gesù intende rispondere proprio a chi cade in una simile lettura delle sciagure in termini di punizione divina. Leggete voi stessi:
1 In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. 2 Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Dove quel «allo stesso modo», che comunque Socci non cita nel suo articolo, non sta per "con le stesse modalità", ma per "morirete comunque". Dall'articolo di Socci trapela addirittura un'idea pre-cristiana di Dio. E' il Dio dell'antico testamento. Il rapporto è fra Dio e un popolo eletto, non fra Dio e la singola persona, il peccatore, come Cristo ci ha insegnato. Lo stesso termine "convertitevi", nella versione socciana, acquista un significato da guerre di religione, perdendo l'accezione di pentimento della versione evangelica.

La mia controreplica di lunedì scorso:
Gentile Socci, potrei nascondermi anch'io dietro le parole di Gesù, ma mi importa come Lei le brandisce sulle nostre teste, sui nostri cuori. Evoca la minaccia della catastrofe, del terrorismo, poi cita Gesù: «Se non vi convertirete, perirete tutti». Il Gesù che ho letto non è quello delle punizioni divine. Quei 90 uccisi a Sharm el Sheik crede che fossero più peccatori di tutti noi, di me e di lei, già convertito, da meritare tale sorte? Nella sua ansia di conversione sembra fondere l'allarme terrorismo alle guerre culturali contro la presunta decadenza dell'occidente, in un'unica mobilitazione per restaurare un ordine morale di sani principi minacciato dalle decisioni dei Parlamenti. I gay in occidente si sposano, in Iran li impiccano. A ben vedere quei modi di vita spensierati, quei fenomeni sociali e gli sviluppi del pensiero tanto anatemizzati come segni di decadenza dei valori, sono gli stessi che scatenano l'odio dei nostri nemici. Così finiamo col fare nostra la loro immagine disumanizzante dell'occidente come terra del tramonto e della decadenza: odiato perché insinua il suo "impuro modo di vita", merita la purificazione. Se lei la pensa come loro, lo dica, ma lasci stare Gesù.

Tuesday, July 26, 2005

Benedetto XVI si smarca dai guerrieri di civiltà

Le bombe di questi giorni possono essere definite "anti-cristiane"?
«No, generalmente mi sembra una intenzione molto più generale, non proprio contro il cristianesimo».

«Dietro gli attacchi di Londra non c'è un conflitto di civiltà ma solo piccoli gruppi di fanatici».

Dopo averli definiti anti-cristiani commentando a caldo gli attentati di Londra del 7 luglio, ma il termine sparisce in fretta dai comunicati, Papa Benedetto XVI in questi giorni sta ripetendo in ogni solfa che non si tratta di una guerra di civiltà, che gli atti terroristici non sono contro il cristianesimo.

La sua ansia di chiarire questi concetti è evidentemente dovuta all'esigenza di smarcarsi da posizioni che stanno prendendo piede in quel mondo cattolico e fra gli atei devoti che vorrebbero cavalcare politicamente la presunta guerra di civiltà coniugandola alle battaglie culturali. Gli "smarcati" che fino a oggi hanno vantato la propria sintonia con il Pontefice sulla difesa dell'occidente, i Ferrara, i Pera, e tutti i teocon all'amatriciana che vanno alla guera-de-civiltà con lo scolapasta in testa brandendo il mestolo, dovrebbero riflettere attentamente: il Santo Padre sta riprendendo il controllo della sua sottana. Il carattere universalistico della missione della Chiesa contrasta con la visione di una guerra di civiltà.

Anche secondo Oscar Giannino, il Papato di Ratzinger non vestirà l'armatura della guerra di civiltà, proprio per la natura universalistica della missione della Chiesa pienamente ribadita, anzi accentuata, dalla politica degli ultimi decenni.

Chi legge JimMomo sa che non ho dubbi circa il fatto che quella dichiarata dagli islamo-fascisti sia una guerra a tutti gli effetti, seppure di natura non convenzionale e con elementi di novità assoluta rispetto alla nozione di guerra così come la conosciamo dal recente passato. Ma non è una guerra di civiltà, è una guerra trasversale alle civiltà.

Dal punto di vista ideologico, un nuovo capitolo delle guerre del '900, della vecchia guerra che contrappone la libertà, come valore universale storicamente riconoscibile in tutte le culture, ai suoi nemici, portatori di un'utopia politica volta a purificare l'umanità attraverso la tirannia e lo sterminio. Dopo la sconfitta delle ideologie del '900, fondate sulla volontà di dominio di una nazione, di una razza, e di una classe, ci mancava la quarta: un'ideologia politica fondata sulla volontà di dominio di una religione. Se di ideologia politica si tratta, anche i fallimenti dei nostri modelli di integrazione e di multiculturalismo risultano ridimensionati come cause del terrorismo.

Un piano strategico così riassunto da Gu. Ve. per Notizie Radicali:
«Viene prefigurata e agognata l'unificazione di tutte le terre dell'Islam, un nuovo califfato dall'Atlantico all'Indonesia, retto da un'interpretazione rigida della legge cranica e proiettato in una costante guerra santa contro l'Occidente giudeo-cristiano: per vendicare la caduta di Costantinopoli, e riconquistare le terre "perdute" come la Spagna, la Grecia e l'Italia meridionale. Il tutto passando per il rovesciamento degli attuali governi arabo-musulmani cosiddetti moderati, la distruzione di Israele, e l'espulsione di "ebrei e crociati"».
E così da Carlo Pelanda per Il Foglio:
«Il piano originario di Al Qaida, avviato nel 1993, era quello di riunire l'Islam in unico califfato, consolidarlo come potenza globale e poi procedere gradualmente per l'islamizzazione del pianeta. Tre direttrici di attacco: 1) dimostrare agli Usa che il prezzo per difendere i regimi islamici moderati è insostenibile; 2) predisporre rivoluzioni fondamentaliste nei Paesi islamici; 3) impiantare cellule in tutte le nazioni. Si tratta di una guerra evolutiva di penetrazione - questa la novità e non l'uso del terrorismo - senza tempi e modi predeterminati, adattiva. Il ricorso al terrorismo serve ad eccitare i militanti per aumentarli. E a rendersi credibili nei confronti dei minacciati per poi ricattarli».
Dunque, definendo gli attentati «atti irrazionali», «insensati», Ratzinger mostra anche una carenza di aggettivi paragonabile solo a quella del presidente Ciampi.

Finora, a dire chiaro e tondo che il Papa «sbaglia», oltre all'atea devota Fallaci, alla quale riconosciamo almeno il merito di dire schiettamente la sua senza cercare sponde e crismi vaticani, è solo Don Baget Bozzo:
«Come religione l'Islam non ammette il dialogo e il Dio del Corano non è il Dio della Bibbia: sono possibili mediazioni politiche con gli Stati musulmani, ma la via del dialogo tra credenti è una via preclusa. Siamo all'inizio della guerra santa dichiarata al cristianesimo: il dialogo è un'invenzione cristiana che gli islamici non accettano... Purtroppo, gran parte del clero ha ormai abdicato davanti ad una fede forte come quella musulmana, e anche il tema della difesa dell'identità cristiana posto da Ratzinger è tardivo ed inefficace in un corpo debole come quello della Chiesa, che non protegge più la sua fede: non riconoscendo il nemico, ne diventeremo vittime».

Terrorismo anti-cristiano, ma non anti-israeliano

Dopo aver definito «anti-cristiani», espressione poi ritrattata, gli attentati terroristici, evocando una guerra di civiltà o in qualche modo religiosa che Giovanni Paolo II aveva sempre cercato di negare proprio nei suoi misurati interventi pubblici, Papa Ratzinger è incappato ieri in un'altra gravissima gaffe. Il Governo Sharon ha inoltrato una protesta formale alla Santa Sede, convocando il Nunzio apostolico a Gerusalemme perché il Papa domenica, dopo l'Angelus, nel condannare i recenti attacchi terroristici (Egitto, Turchia, Iraq e Gran Bretagna) non ha menzionato Israele, colpito da attacchi kamikaze a Netanya.

Nell'editoriale di oggi Pierluigi Battista attribuisce il fatto a «una banale dimenticanza, a un veniale errore diplomatico» e non facciamo fatica a credergli. Comprensibile però la reazione di Israele che «protesta ancora una volta contro un doppio standard morale e interpretativo...» Troppo spesso, «per i cittadini di Israele, la pietà dell'opinione pubblica mondiale sbiadisce e addirittura si dimezza». Per questo Israele «non può essere accusato di un eccesso di suscettibilità».
«Nell'oblio collettivo, allo Stato di Israele si fa fatica addirittura a riconoscere lo status di vittima di un terrorismo che, proprio come quello che compie i suoi massacri nei simboli della quotidianità occidentale, non si prefigge uno specifico e circoscritto e negoziabile obiettivo politico ma la distruzione esistenziale della stessa presenza ebraica organizzata in uno Stato. Una dimenticanza collettiva che è l'ultimo schiaffo morale alle vittime del terrorismo».
Condivisibile il commento dell'editoriale del Riformista di oggi.
«La guerra al terrorismo, ahinoi, non è ancora percepita e combattuta come una guerra che tutti i paesi e le religioni colpite devono combattere insieme... Non citare Israele o è frutto di un errore della segreteria di Stato - si tratterebbe del secondo, dopo quel giudizio sulle "bombe anticristiane" poi corretto - oppure è il segno di qualcosa di più profondo, di un'idea che pure circola nella mente di tanti occidentali, e che cioè il terrorismo anti israeliano sia in definitiva un'altra cosa da quello di Al Qaeda...»
Addirittura ieri il quotidiano di Polito rimproverava all'occidente di non affrontare il terrorismo in un'ottica "imperiale", seguendo il principio-guida dell'era globale: think globally, act locally. Il terrorismo islamista è maestro in questo e i risultati si vedono.
«Questo mondo senza imperi si trova ora davanti un nemico che fa esattamente ciò che la McDonald's consigliava ai suoi manager. Il terrorismo islamista pensa in termini globali e agisce su scala locale... Il terrorismo islamista è al momento la formula globalizzata di maggior successo, una delle poche organizzazioni umane in cui l'autonomia nazionale non è più un ostacolo all'azione comune. Gode dunque dei vantaggi di un impero; e, non avendo i complessi di colpa dell'Occidente, non nasconde l'ambizione di farsene uno vero e proprio: che cos'altro è, se non un Impero, il Califfato per cui si batte Bin Laden?
(...)
L'Occidente non dispone invece di una capacità di risposta imperiale, cioè sovranazionale... Finchè l'Occidente non rinascerà, rimettendo insieme americani ed europei di ogni nazionalità, l'imperialismo islamista avrà gioco facile e terrà in scacco anche quella parte del mondo musulmano che sarebbe volentieri amica dell’Occidente, se solo ce ne fosse uno».

Il brutto pasticcio del «doppio binario giuridico»

«Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo». Diceva più o meno così Voltaire, ma oggi questa affermazione ha bisogno di un post scriptum, che suona più o meno così: farò in modo che tu debba sopportare la responsabilità morale e politica di ciò che dici. La proposta giunge dal più autorevole columnist liberal d'America, Thomas Friedman, che scrive sul principale quotidiano liberal, il New York Times.

«Le parole importano», scrive Friedman, soprattutto quando sono capaci di indottrinare alla jihad e di legittimare gli attentati terroristici. Nella nostra epoca l'informazione è globale, non ha più frontiere, e le parole rimbalzano da una società all'altra non senza provocare effetti sulle opinioni pubbliche. Senza ricorrere a censure o a tribunali, garantendo per intero la libertà d'espressione, a questa vanno collegate anche tutte le conseguenze che comporta. Occorre un sistema che non consenta ai «mercanti di odio» di evadere dalle proprie responsabilità.

Come ogni anno il Dipartimento di Stato Usa pubblica un rapporto sui diritti umani nel mondo, così dovrebbe pubblicare un rapporto sulla «guerra delle idee». Segnalare con maggior frequenza, ogni trimestre, vista la velocità e l'intensità degli avvenimenti in corso, coloro che, da ogni parte, si sono distinti nell'incitare alla violenza. L'obiettivo è di puntare i riflettori sui dieci migliori «mercanti d'odio», i quali spesso, una volta sotto i riflettori, negano quel che hanno detto in luoghi più riservati. Svergognarli di fronte all'opinione pubblica mondiale è l'obiettivo, nella convinzione che molti, «esposti alla luce», sostengano di essere stati fraintesi, si scusino, oppure si nascondano nel silenzio.

Nella lista dovrebbero rientrare anche coloro che giustificano i terroristi, giudicando gli attentati una legittima reazione alla guerra in Iraq, alla situazione in Medio Oriente, o più genericamente all'imperialismo, al colonialismo, al sionismo. Una lista di cui potrebbe far parte a pieno titolo anche Oriana Fallaci, che invece è sottoposta a un processo-farsa illiberale.

In sintonia con Friedman da noi leggiamo Angelo Panebianco, che invita a definire «una strategia nazionale di neutralizzazione dei predicatori di violenza e di chiusura dei centri in cui operano», prima di concedere il diritto di voto agli immigrati, altrimenti corriamo «il rischio che fior di estremisti fondamentalisti, nostri nemici mortali, diventino titolari di un diritto importante, solo perché qui da tempo e incensurati».

«Non basta espellere potenziali terroristi. Occorre intervenire anche sugli indottrinatori con misure simili a quelle che sta prendendo il premier britannico Tony Blair in queste ore. Ma non pare che esista ancora, in Italia, il consenso nazionale per arrivarci. Sarebbe terribile se il consenso emergesse solo dopo un attentato».
No a un doppio binario giuridico. Ancora più severo Magdi Allam, che ci vede «culturalmente disarmati e politicamente inadeguati». L'Italia affronta la minaccia terroristica in superficie, «senza scardinare la "fabbrica dei kamikaze"... che si annida al di sotto e al di là delle linee rosse tracciate dalle nostre leggi e dalla nostra ingenuità». Dovremmo invece, «prendere atto di tre elementari ma dirompenti realtà»:
«La prima è che, piaccia o meno, è in corso una guerra mondiale scatenata dal terrorismo di matrice islamica. La seconda è che questa guerra interessa direttamente l'Europa, non solo in quanto bersaglio ma soprattutto in quanto roccaforte del terrorismo islamico. La terza è che questa guerra la si potrà vincere soltanto sradicando la "fabbrica di kamikaze", presente anche in Italia, che partendo dalla predicazione della "guerra santa", dall'indottrinamento alla fede del "martirio", all'arruolamento talvolta sui campi di Al Qaeda in Afghanistan, Pakistan e Iraq, sfocia nell'attentato terroristico vero e proprio».
Ecco perché non bastano le recenti misure varate dal governo e occorre «punire l'apologia del terrorismo, l'equazione kamikaze uguale resistente, Jihad uguale resistenza...»
«E' necessario sanzionare la cospirazione contro la sicurezza dello Stato da parte di coloro che promuovono iniziative islamiche eversive. E' opportuno affermare, anche a livello internazionale, che il terrorismo suicida è un crimine contro l'umanità. In quest'ambito l'Italia non può più tollerare che talune moschee, centri islamici, scuole coraniche, siti Internet integralisti, centri di finanza occulta, operino al di fuori della legalità e siano portatori di idee e di attività ostili ai valori fondanti della società italiana. L'Italia ha il diritto e il dovere di riscattare alla piena legalità ogni palmo del proprio territorio. Per il bene di tutti, musulmani compresi».
Proprio questo è l'ambito in cui i nostri modelli di multiculturalismo hanno fatto più danni. Stiamo legittimando un doppio binario giuridico. Anche recentemente e sotto l'onda emotiva degli attentati del 7 luglio a Londra, persino Tony Blair è incappato in un emblematico errore, rivolgendosi ai leader delle comunità islamiche britanniche affinché pronunciassero una fatwa contro il terrorismo, non rendendosi conto, così facendo, di legittimare una fonte giuridica parallela e inconciliabile con lo stato di diritto.

Così facendo, il governo di uno Stato sovrano ha di fatto attribuito ad alcuni cittadini, «in modo del tutto discutibile lo status di rappresentanti di una supposta "comunità islamica", percepita come un corpo a sé stante in seno allo Stato di diritto». In Europa le fatwa e la sharia, la legge coranica, sono tollerate come fonti di diritto, e il «clero islamico» come referente giuridico di ciò che i musulmani debbono fare o meno, attribuendo loro un potere che abbraccia la sfera della rappresentatività religiosa e politica, mentre in uno Stato di diritto dovrebbe vigere «un'unica legge che dovrebbe essere osservata da tutti i cittadini e residenti». Un potere che giustamente rifiutiamo alla Chiesa cattolica, contestando con solerzia ogni suo sconfinamento.
«E' mai possibile che i musulmani per condannare il terrorismo, il massacro indiscriminato di innocenti, i kamikaze di Bin Laden, debbano obbligatoriamente far riferimento e trarre una legittimità dal Corano? Chi ha detto che i musulmani non debbano invece, al pari di tutti gli altri cittadini, far riferimento alle leggi dello Stato laico e al sistema di valori fondanti della civiltà umana che salvaguardano la sacralità della vita di tutti?»

Prestazione di servizi, non missione etica

Il filosofo John LockeE' lo Stato liberale, è il modello di occidente che abbiamo scelto

Partendo dal «paradosso morale», dal caso esemplare di «eterogenesi dei fini» rappresentato dall'uccisione per errore di un individuo innocente da parte della polizia londinese, per capire come si può giustificare l'"errore" connesso al monopolio dell'uso della violenza riconosciuto a uno Stato non etico al fine di garantire la sicurezza della collettività, Piero Ostellino oggi sul Corriere della Sera individua un nodo fondamentale dell'epoca in cui viviamo.

Laddove la minaccia terroristica del fondamentalismo islamico si intreccia con la forte ripresa di concezioni etiche e autoritarie del diritto e della politica a casa nostra, «nell'attuale clima di restaurazione neospiritualistica», occorre ricordare il principio cardine dello Stato liberale che già «i padri del liberalismo avevano individuato e teorizzato», «riconoscendo un fondamento all'ordine politico e giuridico indipendente dalle religioni e dalle etiche». Il Contratto civile che è all'origine dello Stato e dei suoi poteri legittimi è «prestazione di servizi», non «missione etica».

La «naturalità» della condizione umana, ricordava Hobbes, è la lotta di tutti contro tutti. Perciò, il sentimento prevalente e immutabile nell'uomo è la paura della violenza, della fame, della morte. Per il liberalismo, l'ordine politico «buono» è, dunque, quello che riesce a sconfiggere (o ridurre) tale paura. La politica - in questa logica - è, allora, il Contratto civile che i cittadini hanno liberamente sottoscritto. È «prestazione di servizi», non «missione etica». Se si confondono i due piani, se l'etica diventa la sola giustificazione all'uso (o all'inibizione) della coercizione da parte delle istituzioni pubbliche, il solo risultato è che la giustificazione etica delle scelte collettive diventa più importante della capacità della politica di risolvere i problemi di un dato tempo e di una data natura. È questa l'ottica - che potremmo definire laicamente realista - dalla quale il governo britannico guarda al fenomeno terrorista e alla quale esso ispira ora la lotta che sta conducendo nelle strade di Londra dopo gli attentati, compresa la disposizione di sparare a vista e alla testa ai sospetti terroristi.

Lo stesso argomento viene utilizzato sempre oggi da Oscar Giannino su il Riformista, in una lucida analisi nella quale, fra l'altro, suggerisce di non illuderci: ci aspetta un agosto di sangue perché gli islamo-fascisti sono fermamente determinati a boicottare la stesura della Costituzione irachena e i nascenti rapporti fra il nuovo Iraq e gli Stati arabi confinanti, nonché il piano di ritiro unilaterale degli israeliani da Gaza, sostenuto anche dall'Egitto.
«La prima ragione contrattualista per cui uno Stato si legittima, tanto nella versione leviatanea di Hobbes quanto in quella protoliberale di Locke, è appunto per garantire la vita e i beni dei propri cittadini».
Allora è vero, possiamo ancora dirci individualisti, liberali e libertari.

Angelo Panebianco ha invitato a riflettere sul fatto che «superata una certa soglia di insicurezza, attentati, morti, la libertà viene immolata al bisogno di sicurezza».
«Si sono sentite molte affermazioni perentorie sulla necessità di non sacrificare la libertà alla sicurezza. A tutti piacerebbe massimizzare insieme libertà e sicurezza ma chi dice che è possibile non ci ha ancora spiegato come... E' la domanda che Henry Kissinger ha posto sul Corriere: che ne sarebbe della libertà se ad esplodere a Londra, Roma o Parigi fosse una bomba nucleare? E' dall'11 settembre che sappiamo che una parte delle nostre libertà è destinata, per un lungo periodo, a essere compressa. Anziché fare affermazioni ideologiche non sarebbe meglio discutere pragmaticamente, punto per punto, provvedimento per provvedimento, sul cosa, il come e il quanto: quali aspetti della libertà accettiamo, si spera provvisoriamente, di sacrificare alla sicurezza e quali invece intendiamo difendere a tutti i costi?»
A una discussione non ideologica ma pragmatica, su leggi anti-terrorismo forti ma non emergenziali, si è richiamato anche Marco Pannella:
«Certamente possono entrare a far parte della classicità garantista dello stato di diritto cose che in passato non sembravano compatibili e immaginabili, non abbiamo un idolo dello stato di diritto immutabile».

Monday, July 25, 2005

Possiamo ancora dirci individualisti

E liberali e libertari

E questo non ce l'aspettavamo da Pierluigi Battista, sbiadito da tempo dietro troppo terzismo. Oggi sul Corriere della Sera si chiede «cosa deve pensare un laico non laicista che vede il suo mondo odiato e aggredito dallo stragismo jihadista». Cosa deve pensare di fronte a reazioni così diverse, come quelle di Tony Blair e della Regina Elisabetta, che ci esortano a non cambiare il nostro «modo di vita», o di Antonio Socci che brandisce le parole di Gesù per dire l'opposto: «Convertitevi, o perirete tutti», o ancora di Giuliano Ferrara che in quello «stile di vita» vede «il segno dell'Occidente esausto e imbolsito, destinato a perdere la guerra culturale decisiva»?

Di fronte all'identità forte del nostro nemico pronto a immolare se stesso il nostro modo di vita sembra ottuso e misero, un «pulviscolo insensato della libertà banale di tutti i giorni, la libertà di muoversi, di consumare, di correre dietro a desideri effimeri, di perdersi nei riti stanchi della società di massa, di realizzarsi, di accoppiarsi e di divorziare. Non c'è partita: vinceranno gli altri e al nostro "stile di vita" non resterà che sprofondare non con un grido ma con un lamento, come profetizzava T. S. Eliot».

Se è così, allora l'individualismo è destinato a tornare parola clandestina così come nel secolo scorso perseguitato da fascismi e comunismi, oggi accusato di sguarnire le nostre difese di fronte al fondamentalismo. Toccherà scordarci di Popper e Constant, della pillola anticoncezionale che, invece di conquista di libertà sessuale, studiose come Eugenia Roccella definiscono peggio della condizione in cui versa la donna islamica.
«... in fondo anche per merito di quel miserabile "stile di vita" non era così male aver avuto la fortuna di nascere nell'Occidente. Libero».
Invece, possiamo ancora dirci individualisti, difendere anche la banalità, la superficialità e la spensieratezza del quotidiano. Ce la siamo guadagnata e si chiama libertà. Libertà di ricercare da soli la nostra felicità. Qualcuno coltiverà le virtù, qualcun altro no, ma di certo nessuna autorità ha il diritto di imporre modelli di virtù. Ci sono diversi modelli di occidente fra cui scegliere. Il fascista, il comunista, l'autoritario. Io scelgo l'individualista.

Amicizie pericolose

Non è uno scontro di civiltà, ma trasversale alle civiltà. Così leggiamo anche lo spunto di Franco Venturini:
«Per quanto orribili, le offensive terroristiche di Londra e di Sharm ci Sheikh offrono all'Occidente una occasione politica da non trascurare: quella di costruire un ponte di solidarietà tra vittime diverse della medesima barbarie, e anche tra società e governi diversi che tale barbarie rifiutano e vogliono combattere».
La lettura dello scontro di civiltà proprio non regge alla prova dei fatti (Londra e Sharm el Sheik). Ciò che dobbiamo difendere non è, o non è solo, la nostra civiltà, come se le altre, a cominciare da quella islamica, non meritino di vivere, ma è un modello di convivenza basato sulla libertà individuale e sulla democrazia, è un sistema di governo basato sulla separazione dei poteri, lo stato di diritto, la laicità dello Stato. Diritti soggettivi storicamente acquisiti per ogni essere umano. Sono insomma, principi che o sono universali, affermati ed esercitati come tali, o non sono. I sistemi di governo si paragonano, non le civiltà, ripete Emma Bonino.

Tuttavia, facciamo a capirci: non nascondiamoci dietro l'espressione ormai consunta del «dialogo con l'Islam moderato», mettiamo al bando la parola moderato che non significa nulla se non l'anticamera dell'appeasement. Se esiste «uno spazio socio-politico disponibile a recepire la comunanza di intenti in chiave antiterroristica» questo va ricercato non nei Mubarak o nei regimi presunti "laici" e "moderati" della regione, ma nei tanti attivisti per la democrazia nel mondo arabo, da Saad Ibrahim ad Ayman Nour, quelli della conferenza di questo week end a Venezia organizzata da Non c'è pace senza giustizia. Molti nel mondo arabo-islamico lottano per la libertà, la democrazia, lo stato di diritto, in una parola, per la Riforma. Noi dobbiamo lottare al loro fianco.
«Non ritenere razzisticamente estranee alle esigenze e alle capacità storiche del mondo islamico e del terzo mondo gli obiettivi di libertà, democrazia e stato di diritto». Marco Pannella
Non circondarci di amicizie ambigue, come quelle denunciate oggi sul Corriere della Sera da Magdi Allam:
«Abbiamo consegnato la rete delle moschee d'Italia agli integralisti e estremisti islamici dichiarati fuorilegge nei rispettivi Paesi d'origine. Scegliamo come interlocutori all'estero nomi altisonanti di prestigiose istituzioni islamiche, come l'università Al Azhar del Cairo o la Lega musulmana mondiale della Mecca, senza preoccuparci minimamente del fatto che in realtà sono degli strenui apologeti del terrorismo suicida che massacra gli ebrei in Israele o gli occidentali in Iraq».
Dal denunciare gli accordi tra le nostre università e l'università Al Azhar del Cairo, i cui personaggi di spicco, il rettore Ahmed al-Tayeb e lo sheik Mohamed Sayed Tantawi, ritenuto la massima autorità teologica dell'islam sunnita, vengono accolti a braccia aperte (persino dal Papa) e poi legittimano il terrorismo; dal denunciare la rete delle moschee italiane in mano ai fondamentalisti della Lega musulmana mondiale della Mecca; «da qui che deve scaturire il riscatto alla piena legalità dell'islam d'Italia».

Thursday, July 21, 2005

Gli ultimi temibili colpi di coda

Oggi ne abbiamo lette delle belle. Partiamo con i consigli per attrezzarsi alla fine del mondo.
«Cambiate il vostro modo di vita se volete salvare voi stessi, i vostri figli, il vostro mondo. Cambiate mentalità, convertitevi se volete evitare la catastrofe».
Bin Laden? L'ayatollah Khamenei? No, Antonio Socci, su il Giornale. E noi, ingenui, che ci sforziamo proprio di non cambiarlo il nostro stile di vita, perché non ci abbiamo pensato prima?
«Se oggi la spensierata regina d'Inghilterra annuncia che i britannici non cambieranno il loro modo di vita per il terrorismo, un'altra giovane Regina, che la Chiesa venera come Regina del Cielo e della terra, sta accoratamente lanciando, da anni, un appello opposto: cambiate il vostro modo di vita se volete salvare voi stessi, i vostri figli, il vostro mondo. Cambiate mentalità, convertitevi se volete evitare la catastrofe».
Continua...
«Questo il senso profondo di Medjugorje (e di Civitavecchia). Un messaggio fatto suo da Papa Wojtyla. E come l'appello del profeta Giona alla città di Ninive ("ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta"): la città si convertì e si salvò. Fino a ieri poteva sembrare "astratto". Oggi tutti possono capirne la drammatica concretezza. Oggi che l'incubo del terrorismo - che potrebbe presto disporre di armi di distruzione di massa - si è spostato sull'Europa e i governi ammettono apertamente la loro sostanziale impotenza (infatti, nonostante apparati di intelligence e sistemi di sicurezza, la catastrofe, dicono, prima o poi è certa). Oggi che anche la prospettiva dei cosiddetti neocon si rivela in parte illusoria (perché non c'è guerra preventiva che di per sé possa scongiurare nuovi e peggiori 11 settembre). In questa sostanziale impotenza dell'Occidente a difendersi (a volte anche la non volontà di farlo), per milioni di persone l'unica speranza è quella indicata provvidenzialmente dalla Madonna che ripete: preghiera, penitenza e conversione... E' la stessa via che fu indicata a Fatima (non aver ascoltato ha provocato enormi drammi nel Novecento). Riecheggia le parole di Gesù: "Se non vi convertirete, perirete tutti"».
Sarebbe la «giovane Regina» della Chiesa a indicarci l'unica via per la salvezza. I moniti delle Madonne di Medjugorje o di Civitavecchia, o del profeta Giona («Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta», la città si convertì e si salvò), potevano sembrare astratti ma oggi, ci dice Socci, di fronte al terrorismo e alla nostra impotenza, «tutti possono capirne la drammatica concretezza». Eppure, il «se non vi convertirete, perirete tutti» a me suona tanto come tutto ciò contro cui combattiamo. Rimbomba l'assonanza fra le parole d'ordine dell'islam radicale e quelle dei nuovi e strani cristiani (ma da dove esce poi, questo Socci?). Ma forse esagero. Suona più come il "Ricordati che devi morire" nel film "Non ci resta che piangere". Ok, mo' ce lo segniamo.

Vediamo, cosa abbiamo di altro? C'è un parroco che rifiuta il funerale a una sua parrocchiana appena defunta. Conviveva con un separato. Ma si classifica primo monsignor Simone Statizzi, per il quale «i rapporti gay mettono in crisi la virilità»:
«Da diverso tempo, è sempre più in calo non solo la fecondità maschile ma anche la stessa virilità (...) La cultura attuale, dunque, sta mettendo in crisi la virilità propria del maschio! Le persone omosessuali per motivi di Dna sono una piccolissima minoranza. La grande maggioranza degli omosessuali sono il prodotto di un contesto socio-culturale: femminilizzazione della società, gli uomini spendono più delle donne per cosmetici, depilazione, chirurgia estetica, ecc... bisessualità conclamata, esperienze negative nell'infanzia, mancanza di formazione all'amore e alla sessualità, orgoglio gay».
Scusate, ma la battuta rozza se l'è tirata: cosa c'ha di virile uno che non tromba per scelta? Predica dal pulpito? No, tutto nero su bianco ai consiglieri comunali di Pistoia (immaginiamo le risate). Non si accorgono che si coprono di ridicolo da soli? Ma erano solo degli estratti, qui il resto.

Torniamo seri. Emanuele Severino oggi sul Corriere della Sera smonta il paginone di domenica del Card. Angelo Scola prendendo una sola frase, quasi all'inizio dell'intervista: Scola scrive di non condividere la persuasione di Habermas, che cioè «per giustificarsi, una democrazia costituzionale non ha bisogno di un "presupposto" etico o religioso». Detto questo, credenti e non credenti possono dialogare. Ma da e su che cosa? E' questo il nodo che in passato mi ha sempre fatto dubitare del famoso dialogo Pera-Ratzinger e similia, perché finché quel presupposto non è chiarito, cioè che per definizione una democrazia costituzionale non ha bisogno di un "presupposto" etico o religioso, «tutti i consensi, che lungo il dialogo si potranno stabilire, saranno degli equivoci», solo e nient'altro che equivoci.

«Poiché tale punto di partenza non è stato chiarito nemmeno nel dialogo che l'allora cardinal Ratzinger ebbe con Habermas nel 2004, il loro dialogo è stato in effetti un malinteso. Per affermare l'opportunità di non uccidersi ma di dialogare non c'era bisogno di scomodare Habermas e Ratzinger».
Anzi, Habermas ha sbagliato a dare per scontata quella affermazione, a enunciarla solo di sfuggita.
«Perché egli ha alle sue spalle due secoli di filosofia che sempre più perentoriamente ha mostrato l'impossibilità di ogni "presupposto" etico o religioso, cioè l'impossibilità di un'etica o di una religione che pretendano possedere la verità assoluta... ma in questo modo (dandola per scontata, n.d.r.) la potenza di quel lavoro viene lasciata in cantina ad arrugginire, e appare come un semplice "relativismo"... la potenza con cui la filosofia del nostro tempo ha mostrato l'impossibilità di ogni verità assoluta, di ogni dio, di ogni fondamento che pretenda di sottrarsi al divenire del mondo. La coscienza di questa impossibilità è il fondamento ultimo di ogni "laicità"».
Poi Severino affronta un concetto che avevo cercato di esprimere in questo articolo per Notizie Radicali, cioè che noi laici non ce l'abbiamo con la religione così, per sfizio, ma contro ogni idea di Stato etico e di legge la cui funzione è quella di «educare». Diciamo no allo Stato etico, anche se a prevalere democraticamente è l'etica di una parte maggioritaria del paese. Proprio il secolo delle ideologie da cui siamo usciti, il '900, ci ha insegnato che la laicità, quella «nuova», non si contrappone alla religione, bensì a qualsiasi pretesa, confessionale o ideologica, di monopolizzare l'etica pubblica, negando pari dignità morale ad altre visioni etiche della vita. Il diritto deve limitarsi a un minimo etico all'interno della società. Non vuol dire indifferenza a principi e valori, ma rinunciare all'uso autoritario del diritto, individuare i suoi limiti e la dimensione propria dell'etica. L'Italia fascista, o l'Iraq di Saddam Hussein, erano forse stati laici? Per alcuni sì, in quanto il loro potere legale non si fondava su una confessione religiosa. Ma è davvero laico solo lo Stato che non assume per legge alcuna visione etica. Così Severino scrive:
«La "caduta delle utopie" è appunto la caduta della convinzione che esista una verità assoluta che le alimenti. E se l'assolutismo dello "Stato etico" è una espressione della filosofia del passato, non si vede perché il cristianesimo e il suo fondamento filosofico non siano a loro volta una delle più grandiose di quelle utopie. E ci può essere "globalizzazione" perché la tecnica guida il mondo: ha emarginato quelle utopie e si muove nel clima di un pensiero filosofico che ha mostrato la loro impossibilità».
Come spiegare allora il persistere di pretese visioni etiche del diritto, della democrazia, dello Stato? Dall'islam radicale, all'integralismo evangelico fino alla Chiesa cattolica?
«Il motivo è che se il pensiero del nostro tempo "ha diritto" a decretare la morte della tradizione, la tradizione punta i piedi e reagisce in modo da far provvisoriamente sbandare dalla parte opposta il processo storico».
E' lo scenario teologico-politico che ci troviamo di fronte, quello riassumibile nell'espressione "gli ultimi temibili colpi di coda". Non si tratta di espungere la religiosità e la sua tradizione dalla società, ma di chiarire che esse non costituiscono fonti su cui sia possibile fondare legittimamente una qualsiasi autorità terrena, un potere legale, le regole della convivenza civile. Una Chiesa che fosse Stato sovrano e non corpo intermedio è fuori dalla storia, si sottrae al divenire del mondo.

Roberts per blindare il Patriot Act

Riportando i primi commenti di area neocon avevamo definito la scelta del giudice Roberts da parte del presidente Bush una scelta «tranquilla», che ha spiazzato la destra religiosa dalle aspettative ben più ardenti e trasparenti: il ribaltamento della sentenza abortista Roe vs. Wade. Chiaramente nessuno è in grado di sapere oggi come si esprimerebbe il nuovo giudice di fronte a un'occasione del genere, ma Christian Rocca oggi su Il Foglio spiega che Roberts è «rispettato dai liberal», solo due anni fa ha ottenuto una conferma all'unanimità dal Senato come giudice federale, che non era fra le dieci nomine bollate come "inaccettabili" dai Democratici, sulle quali erano pronti alle barricate. Addirittura Joe Lieberman aveva detto che la nomina di Roberts sarebbe stata interpretata come un segnale di dialogo: «Detto, fatto».

Dunque Bush avrebbe ottenuto l'obiettivo di «smontare sul nascere le barricate che i Democratici erano pronti ad alzare contro l'incubo del giudice antiabortista». Ma il nodo politico è che a Bush con questa scelta non interessava rimettere in discussione l'aborto, quanto blindare la sua guerra al terrorismo dal punto di vista giuridico:
«Più che l'aborto è un altro l'aspetto interessante del suo profilo e non a caso ieri, nel corso di un intervento a favore dell'approvazione del Patriot Act, Bush ne ha parlato: Roberts condivide la cornice legale della guerra al terrorismo elaborata dalla Casa Bianca dopo gli attacchi dell'11 settembre. E a differenza del ministro della Giustizia Alberto Gonzales, fino a ieri candidato alla Corte e autore di quella cornice giuridica, non avrà problemi di conflitto di interessi se alla Corte dovesse capitare di giudicare le norme antiterrorismo».

Il test dell'estate

Cimentatevi in questo.

Jefferson e l'esportazione della democrazia

Il Corriere della Sera ha tradotto questo articolo di Christopher Hitchens apparso qualche giorno fa sul Wall Street Journal. Un testo rivolto ai critici dell'esportazione della democrazia che ci introduce ai principi racchiusi nei testi costituzionali americani di cui Jefferson fu uno dei principali artefici: il termine democrazia, il rivoluzionario «consenso dei governati», il pluralismo religioso e la separazione tra Stato e chiesa, il secolarismo come condizione, la necessità che la democrazia fosse «da esportazione» e in grado di difendere se stessa (Leggi tutto).

Il ragionamento di Hitchens parte da una domanda:
«Il frequente accostamento del nome "Jefferson" al termine "democrazia" mostra che l'esempio dato da Jefferson è sopravvissuto all'uomo. Fino a che punto Jefferson merita un'associazione di idee tanto lusinghiera?»
Jefferson era «un grande estimatore» del libro di Thomas Paine "I diritti dell'uomo", che per primo investì il termine democrazia di un «significato nobile», ma pubblicato nel 1791 non poté ispirare la stesura della Dichiarazione.
«Nei celebri enunciati di apertura, Jefferson sostituì all'enfatica triade formulata da John Locke, «vita, libertà e proprietà», un'espressione assai più lapidaria... La proprietà come condizione del diritto di voto era destinata a resistere per molto tempo ancora in numerosi Paesi europei e il principio della proprietà in sé sarebbe stato riaffermato a Filadelfia nei dibattiti sulla Costituzione, ma il nesso tra proprietà e diritti naturali era stato definitivamente compromesso. Una seconda espressione, "il consenso dei governati", insinuò nei lettori della Dichiarazione l'idea che il popolo fosse sovrano e che la sua "felicità" spodestasse qualsiasi pretesa oligarchica o divina».
«C'è oggi chi ritiene possano esistere democrazie cristiane, musulmane o ebraiche ma Jefferson era convinto che democrazia significasse pluralismo religioso e conseguentemente separazione tra Stato e chiesa. Il suo "Statuto della Virginia sulla libertà religiosa", che vietava l'imposizione di decime religiose, sta alla base del fondamentale Primo emendamento della Costituzione americana. Sarebbe stata, forse, possibile una democrazia protestante nelle Americhe, allungata a ridosso della East Coast, tra l'oceano e le montagne, ma per avere un ampio elettorato multietnico e multiconfessionale occorreva porre il secolarismo come condizione.

Era inoltre necessario che la democrazia fosse "da esportazione" e in grado di difendere se stessa. "Possa essere rivolto al mondo - scriveva Jefferson nella sua ultima lettera, 24 giugno 1826 - e credo che lo sarà (ad alcuni prima, ad altri poi, infine a tutti), l'esempio di uomini che si levano a spezzare le catene nelle quali ignoranza e superstizioni pretesche li avevano persuasi a costringere se stessi, uomini che scelgono i benefici e la sicurezza dell'autogoverno". Non si può dire che lo stesso Jefferson sia stato del tutto coerente su questa linea - la rivoluzione haitiana lo terrorizzò - ma è vero che si identificò con i democratici di altri Paesi e ritenne che l'America dovesse schierarsi al loro fianco.
(...)
Da allora, tutti i maggiori regimi tirannici del mondo sono stati costretti ad assumersi quantomeno il rischio di un confronto con gli Usa e ci si augura che i jeffersoniani tra noi continuino a far sì che questa realtà non cambi».

Leggi tutto

Lontani da una riforma americana della giustizia

Il presidente Pera ci è andato fin troppo leggero nelle sue critiche alle prese di posizione del CSM contro la riforma della giustizia approvata ieri dal Parlamento. Il modo di operare di CSM, ANM, Corte costituzionale ha da anni un carattere eversivo. La magistratura associata, che reclama indipendenza come corpo e non al singolo giudice, è di per sé eversiva. Il CSM non ha alcun potere di intervenire, sia pure per dare un parere, su una legge. Non è un organo costituzionale, ma di alta amministrazione.

Nel nostro paese si sono imposte prassi anti-costituzionali fondate sulle sciagurate teorie delle costituzioni "materiali" e "viventi". Più che dottrine giuridiche dei veri e propri strumenti politici. Mentre permane l'assenza totale di una corrente dottrinaria "originalista", che si richiami alla lettera della Costituzione e alla testualità della legge. Accontentandosi più che altro di misure ad personam e ritocchi che non vanno al cuore dei problemi, la maggioranza con questa riforma ci ha allontanati, e non avvicinati, da una riforma americana della giustizia.

William Westmoreland

Due parole le volevo spendere per la morte del generale William Westmoreland, che fino al 1968 guidò le truppe americane nella fallimentare impresa del Vietnam. Una guerra giusta da un punto di vista teorico, guardando a come è ridotto oggi il popolo vietnamita possiamo dirlo, condotta in modo pessimo prima di tutto, ma non solo, dai politici. Con una mano legata dietro la schiena di fronte alla prospettiva di un allargamento del conflitto a Cina e URSS.

Una guerra da cui nessuno è uscito vincitore. Tra gli sconfitti soprattutto il popolo vietnamita, che ancora sta patendo l'esito di quel conflitto. Westmoreland scrisse:
«Se c'è una lezione che il Vietnam ci ha insegnato è che nessun giovane dovrebbe essere mai mandato in battaglia se il suo paese non è pronto a sostenerlo».
Su di lui si è riversata la rabbia antimilitarista di una intera generazione. La storia fa brutti scherzi quando ci si trova in mezzo a crocevia che non si possono evitare. Gli importanti mutamenti sociali di allora non verranno sminuiti riconoscendo che è sempre sbagliato addossare a un uomo i limiti, gli errori, le derive di un intero sistema. L'uomo e il soldato Westmoreland meritano rispetto.
«It's more accurate to say our country did not fulfill its commitment to South Vietnam. By virtue of Vietnam, the U.S. held the line for 10 years and stopped the dominoes from falling».

Il giudice Roberts, scelta «tranquilla»

Attingiamo dall'area neocon per i primi commenti alla nomina da parte del presidente Bush del nuovo giudice della Corte Suprema, John Roberts, conservatore repubblicano, cattolico e "d'establishment", al posto della dimissionaria O'Connor, anche lei cattolica e repubblicana. Bill Kristol, sul Weekly Standard:
«It's true that Roberts is a Rehnquist, not a Scalia or a Thomas. He'll be a little more incremental, a little more cautious, than some of us rabid constitutionalists will sometimes like. But he is a conservative pick, and a quality pick - and, to my surprise, a non-PC, non-quota pick».
«Una scelta noiosa ma inaspettatamente interessante», per John Podhoretz. Per Fred Barnes il presidente si trovava di fronte a una scelta rischiosa e a una tranquilla. Avrebbe optato per la seconda:
«In choosing among judicial conservatives, there are safe picks and risky picks. With Roberts, Bush took the safe route. Related to this, there are cautious judicial conservatives and bold judicial conservatives. The president tilted to the cautious side in naming Roberts».
Deludendo forse i Social conservatives che speravano in qualcosa di più "coraggioso": forse non è l'uomo giusto, si spinge a prevedere Barnes, per ribaltare la famosa sentenza sull'aborto:
«... they dream of the day when there are five votes on the court to reverse the 1973 Roe v. Wade decision, which legalized abortion. Now there are only three. Is Roberts likely to join a anti-Roe bloc on the court? Probably not».

Secchiate d'acqua gelata in faccia a Oriana

Né da un appeaser, né da una zeccaccia, né da un musulmano, ma da un ebreo americano, Jeff Israely, oggi su Il Foglio:
«I suoi scritti degli ultimi quattro anni disonorano quella civiltà occidentale che lei pretende di difendere. E' vero, l'islam contemporaneo ha prodotto quella minoranza pericolosa e quasi diabolica che rappresenta il problema musulmano con cui dobbiamo confrontarci. Ma il fatto che vi siano musulmani, anche in occidente, lenti ad accettare la realtà, come pure ragazzi ebrei americani, non giustifica la sua arringa razzista. Svegliare qualcuno con un secchio di acqua gelata è un conto, fare lo stesso con acqua avvelenata è un altro. L'occidente dovrebbe essere fiero della propria civiltà e anche preparato a difendere i propri cittadini, ma ciò che viene definito come orgoglio è solo qualcosa che alimenta la rabbia.

Dov'è quindi la strategia nei suoi discorsi appassionati? Qual è la soluzione? Potrebbe essere solo assaltare le case dei vicini, deportarli in massa, sferrare una guerra dal Marocco all'Indonesia. La Rabbia e l'Orgoglio sono una semplice copertura per il solo Odio. Quello che occorre ora all'occidente sono il Coraggio e la Saggezza».
Alla saggezza e alla risolutezza è improntato anche questo articolo di Gianni Riotta sul Corriere della Sera, per il quale è inutile e fazioso dividersi ideologicamente sulle risposte da dare al terrorismo, probabilmente servono tutte, e la forza dell'occidente sta proprio nel saperle armonizzare, la forza come il dialogo.
«La battaglia delle idee non è un gioco a somma zero, vinco io perdi tu, è possibile che tutti i contendenti vincano e con loro la comunità. Allora rileggete il saggio che Ian Buruma ha pubblicato ieri sul Corriere: inutile dire "mai guerra", se la guerra può fermare il genocidio a Srebrenica o dare scacco alle orde di Al Qaeda. Altrettanto inutile, però, illudersi che la campagna contro il terrore possa vincersi senza dialogare con il mondo islamico... I maestri della strategia, Sun Tzu, il principe Eugenio, Churchill, insegnano che la serenità d'animo è la prima virtù di chi sa vincere la guerra e assicurare la pace che ne segue. Se guardiamo al presente come faranno i nostri figli, vediamo che ci saranno luoghi di azione militare, speriamo brevi e circoscritti. E ci sarà allo stesso tempo una lunga contesa morale, di valori e fedi, dove, come sempre, chi impugna giustizia e libertà prevarrà su chi ha scelto violenza e oscurità».
Il sempre è smentito dai fatti, purtroppo, ma un po' d'ottimismo ci vuole, via.

Luci e ombre del passato iracheno sono descritte da David Frum oggi su Il Foglio. Un passato nazista, importato dall'Europa, ma anche una società che ha conosciuto la tolleranza fra le etnie e un'embrione di ceto medio e produttivo. Oggi alla ricerca disperata di un modello pacifico di convivenza, la democrazia sentita come necessità dagli iracheni stessi.

Wednesday, July 20, 2005

Cosa succede in Cambogia e Vietnam, sotto gli occhi dell'Onu

Da notizie ricevute da Human Rights Watch in Cambogia, che insieme ad altri gruppi con sede in Cambogia sta seguendo da vicino la vicenda, pare che il governo cambogiano sia deciso a procedere al reimpatrio forzato di circa 100 montagnard cui l'UNHCR non ha riconosciuto lo status di rifugiato. Sulle cause del mancato riconoscimento dello status ci sono aspre polemiche, anche per il modo di operare dell'UNHCR - chiaramente l'Onu non poteva dare che il peggio di sé. Nei giorni scorsi l'UNHCR aveva però dichiarato che chi avesse rifiutato il reimpatrio sarebbe stato accolto negli Stati Uniti. Qualcosa sembra essere cambiato.

Il leader della Montagnard Foundation Kok Ksor ha parlato con i rifugiati che hanno deciso di resistere in modo nonviolento al reimpatrio, seduti a terra e in preghiera. Vari gruppi internazionali stanno contattando il Congresso e il Dipartimento di Stato affinché gli Stati Uniti blocchino il reimpatrio e consentano ai rifugiati di recarsi in America (una norma americana consente di considerare rifugiati anche coloro che non hanno lo status formale se la situazione può far ritenere che lo siano). Domani alcuni giornali cambogiani dovrebbero parlare del caso e anche Human Rights watch dovrebbe intervenire formalmente.

Grazie a Matteo Mecacci (Radicali Italiani)

UPDATE 2,37 AM: Kok Ksor ha saputo da uno dei montagnard presenti che gli oltre 100 profughi sono già stati picchiati e portati via dal campo profughi sotto gli occhi dei diplomatici occidentali e dell'UNHCR.

Il comunicato di Kok Ksor:
Stando ad informazioni credibili ricevute dalla Cambogia, il Governo Cambogiano avrebbe informato l'UNHCR che 108 rifugiati Montagnard attualmente situati nel Campo 1 di Pnhom Phen, le cui richieste di asilo sono state rigettate dall'UNHCR, saranno reimpatriati in Vietnam il 20 luglio 2005 senza alcun tipo di monitoraggio o protezione richiesti dalla Convenzione ONU sui Rifugiati.

A nome del popolo Degar che si trova negli Altopiani Centrali e negli Stati Uniti, la Montangard Foundation si appella a tutti i Governi democratici, in particolare al Governo degli Stati Uniti e ai paesi dell'Unione Europea, affinché intervengano urgentemente per fermare questo reimpatrio forzato che non solo viola la Convenzione ONU sui Rifugiati, ma mette a rischio la vita di più di 100 rifugiati. Nessun reimpatrio dovrebbe essere consentito fino a che non sia stabilito un credibile sistema di monitoraggio negli Altopiani Centrali da parte dell'UNHCR e altre agenzie ONU per proteggere questi rifugiati.

La Cambogia e il Vietnam sono destinatari di grosse somme di denaro nella forma di aiuto allo sviluppo da parte degli Stati Uniti e della Commissione Europea. Il reimpatrio forzato di esseri umani senza garanzie verso una nazione come il Vietnam, conosciuta per le sistematiche persecuzioni e discriminazioni verso i Montagnars, è contrario non solo al diritto internazionale ma al principio di umanità. I governi democratici devono opporsi ad un simile comportamento criminale.

Malgrato tutto questo, i Montagnads nei campi profughi reagiranno in modo nonviolento se le autorità cambogiane e l'UNHCR tenteranno di reimpatriarli con la forza. Si siederanno per terra e pregheranno per chiedere ai governi democratici di intervenire per il rispetto dei loro diritti umani: non combatteranno contro le autorità. Infine, la MFI intende anche fare appello al nuovo Alto Commissario Onu sui Rifugiati Antonio Guterres affinché riveda accuratamente le attività degli uffici dell'UNHCR in Vietnam e in Cambogia per assicurare che la Convenzione ONU sui Rifugiati venga applicata correttamente.