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Thursday, July 28, 2005

Democrazia esportabile. Conquistare i cuori e le menti

Finalmente. E' il segno che aspettavamo da mesi. Che alle parole seguissero i fatti. Che la strategia americana fosse anche culturale, la riconquista dei cuori e le menti del mondo arabo. Bush ha fatto una nomina importante, ratificata dal Congresso: Karen Hughes assume la carica di sottosegretario agli Affari Pubblici del Dipartimento di Stato con l'obiettivo di «sconfiggere i sentimenti antiamericani che albergano nei paesi musulmani», riferisce Maurizio Molinari per La Stampa.

Sarà la «responsabile della battaglia culturale», la «guida della "Public Diplomaci" per conquistare "i cuori e le menti" di oltre un miliardo di musulmani in quella che si annuncia come la più impegnativa battaglia culturale intrapresa dagli Stati Uniti dai tempi del duello con il comunismo durante gli anni della Guerra Fredda». Ha «carta bianca dal segretario di Stato Condoleezza Rice». Si ispirerà alla «formula delle quattro E di Martin Luther King: Engagement, Exchanges, Education, Empowerment (impegno, scambi, educazione, assegnazione di responsabilità). Una volontà e una capacità politica, un coraggio a governare gli eventi, che manca totalmente nei leader europei (con l'importante eccezione di Blair), e soprattutto italiani.

Una nomina e una missione che si inseriscono alla perfezione nella strategia tutt'altro che militarista dell'amministrazione Bush nella guerra globale al terrorismo, pochi giorni fa confermata da un articolo di due dei consiglieri di sicurezza nazionale, Stephen J. Hadley e Frances Fragos Townsend, al New York Times.
«As President Bush has said: "The terrorists need to be right only once. Free nations need to be right 100 percent of the time." We need all citizens, everyone who loves freedom, to join in the fight. And in this fight, the people the terrorists most want to dominate - the people of Islam - will be our most important allies. Muslims are the prize the terrorists hope to claim».
La guerra da combattere è ideologica, come quelle contro il nazismo e il comunismo combattute nel '900. Il riferimento e la consapeovolezza di questa analogia di fondo (anche se non vengono ignorate le differenze) sono limpidi:
«The London attacks served to underscore the reality that we face an enemy determined to destroy our way of life and substitute for it a fanatical vision of dictatorial and theocratic rule. At its root, the struggle is an ideological contest, a war of ideas that engages all of us, public servant and private citizen, regardless of nationality».
Guerre ideologiche sono già state combattute prima e le abbiamo vinte. Ogni guerra è differente, ciascuna presenta nuove sfide. La guerra globale al terrorismo quindi è guidata da tre importanti lezioni imparate quanto il mondo libero per due volte ha sconfitto il totalitarismo nel secolo scorso:
1. «... a clear understanding of the ideology espoused by the enemy... History has taught us that the best antidote to totalitarianism is forceful resolve coupled with actions that advance human freedom...»

2. «An ideological contest can be a long and difficult one. For too long we accepted a false bargain that promised stability if we looked the other way when democracy was denied... we know that we, and not the terrorists, are on the right side of history: people everywhere prefer freedom to slavery and will embrace it whenever they can, because freedom is the wish of every human being....»

3. «... the struggle against terrorism requires force of arms, but will not be won through force of arms alone. The victory in World War II was not complete until the Marshall Plan secured Germany's democratic political future... military action is only one piece of the war on terrorism...»
«Freedom-loving people around the world must reach out through every means - communications, trade, education - to support the courageous Muslims who are speaking the truth about their proud religion and history, and seizing it back from those who would hijack it for evil ends».
Nel frattempo, i lavori delle democrazie esportate sono in corso e, nonostante le bombe, procedono.
Iraq. Christian Rocca su Il Foglio ci assicura che la bozza di Costituzione non prevede che la sharia, ovvero la legge islamica, sarà la fonte primaria di diritto del nuovo Stato iracheno. Dopo l'assassinio di due di loro da parte del gruppo di al Zarqawi, i rappresentanti dei partiti sunniti hanno deciso di rientrare nella Commissione che sta scrivendo la nuova Costituzione. Si tratta ancora di bozze, ma i segnali sono positivi e pare proprio che la sharia non regolerà la vita politica e sociale. Certo, è innegabile che ci siano ambiguità e zone d'ombra, ma compito dello Stato non sarà quello di applicare la legge islamica, bensì di garantire l'uguaglianza tra donne e uomini senza umiliare la tradizione religiosa.

Intanto, è scomparsa la discriminazione nei confronti di Israele. Il Bill of Rights si apre in modo inequivoco:
«Gli iracheni sono tutti uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, opinione, fede, nazionalità, religione, setta o origine. E' vietata la discriminazione sulla base del sesso, della nazionalità, della setta religiosa, dell'origine e della posizione sociale».
Al comma 8 c'è l'unica menzione della sharia:
«Lo Stato deve provvedere all'armonizzazione dei doveri della donna verso le loro famiglie e il loro lavoro nella società. E anche la loro uguaglianza in tutti i campi con gli uomini senza disturbare ciò che prevede la legge islamica».
La costituzione garantisce il giusto processo e la proprietà privata, «la libertà di religione e la professione di fede», mentre vieta ogni forma di tortura e di censura.

Afghanistan. Il 18 settembre si ri-vota. E' la seconda volta. Dopo le presidenziali, per eleggere i rappresentanti delle due camere del Parlamento e i rappresentanti locali dei 420 Consigli provinciali. C'è stata una vera e propria corsa alle candidature e secondo la Costituzione la metà dei seggi di nomina presidenziale al Senato e un quarto della Camera devono essere occupati da parlamentari di sesso femminile e anche nei Consigli provinciali ci sono seggi per le donne.

Certo, c'è di tutto fra i candidati, signori della guerra o personaggi sospettati di crimini orribili durante le faide afghane, persino ex del regime talebano che si sono dissociati dai loro ex commilitoni che continuano ad attaccare il nuovo governo e le forze della coalizione. Laggiù, a capo di una missione di osservatori della Commissione europea c'è la nostra Karen Hughes, Emma Bonino.

Il network degli arabi liberali. Dar voce, sostenere, mettere in contatto non i moderati, ma i democratici arabi, gli attivisti che chiedono riforme, i laici, i liberali, era l'obbiettivo della conferenza organizzata lo scorso week end a Venezia Non c'è pace senza giustizia. Ne ha scritto Anna Barducci per Il Foglio:
«La vecchia élite araba era impegnata in lotte nazionaliste, marxiste (per gli interessi del blocco sovietico) e a volte "islamiste": cioè in battaglie contro un nemico esterno. Queste ideologie hanno fallito, hanno portato alla catastrofe e alla divisione del mondo arabo, generando conflitti interni (a differenza di quello che sognava il panarabismo). Il vuoto del nazionalismo nasserista è stato poi riempito dalle organizzazioni integraliste islamiche che hanno condotto la società arabo-musulmana a un ulteriore disastro e al deterioramento delle relazioni con i paesi dell'occidente. Oggi una nuova élite intellettuale sta cominciando a colmare quel vuoto, focalizzandosi sulle riforme interne del mondo arabo.

"In occidente molti credono che i liberali arabi non esistano, che nella regione non ci sia un dibattito interno, ma noi siamo qui. Se non vogliono vederci è un altro discorso – dice al Foglio Hussein Sinjari, presidente dell'Iraq Institute for Democracy – I liberali sono una crescente, battagliera e coraggiosa minoranza che va aiutata a diventare una maggioranza. Molti in occidente non capiscono quanto sia importante dare forza alle nostre voci. Noi ci occupiamo di temi riguardanti tutta la sfera umana e chiediamo riforme, per questo siamo il target degli estremisti e dei dittatori. Io ho combattuto contro Saddam e adesso voglio liberarmi dai fondamentalisti che controllano il mio paese e che dai loro pulpiti incitano al terrorismo"».

7 comments:

www.mariniello.org said...

L'Irak può essere il cavallo di troia nei paesi arabi. E dentro questo cavallo può esserci la democrazia e soprattutto le libertà. GM

Dangax said...

Jim, saluti.
Quando ti sento parlare di esportazione della Democrazia mi viene l'orticaria e, benché ormai abbia capito che è inutile discuterne perché siamo entrambi sordi alle ragioni dell'altro, non riesco a digerire la tua interpretazione di esportazione.
Ma soprattutto ti chiedo: quali sono i criteri di scelta dei Paesi in cui esportare la Democrazia?

http://www.nuovimondimedia.com/sitonew/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1375

dangax said...

Momo saluti.
Che ne dici se iniziamo dall'Iran a esportare Democrazia?
E poi suggerisco la Cina.
passando per Corea Del Nord, Cuba e Arabia Saudita.

Leggi:
(10132-d) Il ritorno del falco Kissinger


Sul Corriere della Sera è comparsa un’agghiacciante intervista a Henry Kissinger (l’uomo che, quando era segretario di Stato, fomentò il golpe di Pinochet e degli altri generali tagliagole) il cui titolo, già da sè, dice tutto: "Anche le armi contro Teheran".
Sono mesi che gli americani stanno facendo una marcia di avvicinamento all’Iran usando più o meno le stesse metodologie che hanno utilizzato con l’Iraq.
Un pretesto lo si trova sempre. "A chi può mancare un pretesto per scendere in guerra?" si chiedeva sarcasticamente Erasmo da Rotterdam in replica alla dottrina della ‘guerra giusta’ che la Chiesa andava elaborando per legittimare in qualche modo le spaventose guerre di religione (fra cattolici, protestanti e ugonotti) che insanguinarono il Cinquecento, il ‘secolo di ferro’, di cui le guerre ideologiche di oggi non sono che il sostituto e il proseguimento.
Il pretesto in questo caso è il sospetto che l’Iran possa costruirsi la bomba atomica.
Per la verità, almeno segue dalla prima (…) in linea di principio, non si capisce perché mai ci possono essere non solo grandi Stati, come gli Stati uniti, la Russia, l’India, i cui arsenali sono zeppi di armi nucleari, ma anche piccole potenze regionali, come Israele, Pakistan, Sud Africa, in possesso della bomba mentre tutti gli altri dovrebbero rinunciare a questo deterrente ed essere quindi alla completa mercè dei primi.
Esiste comunque un "trattato di non proliferazione":
chi la bomba già ce l’ha e se la tiene stretta.
Ad ogni buon conto Teheran, a meno che la si frucugli oltre ogni limite, non ha alcuna intenzione di farsi la Bomba. Sta lavorando invece per avere il nucleare per usi civili e da mesi conduce trattative con tre grandi Paesi europei, Gran Bretagna, Germania e Francia, per concludere un accordo per cui in cambio di aiuti in questo settore e altri economici il governo iraniano accetterà ispezioni dell’Ue che controllino che effettivamente il nucleare abbia queste finalità pacifiche. Ma gli americani non hanno mai dato alcun peso a queste trattative, le hanno anzi irrise umiliando anche il loro più importate alleato, la Gran Bretagna, alla cui saldezza di nervi e storica capacità militare devono se l’avventura irachena non si è risolta in un disastro ancor peggiore di quello che già è.
Del resto Bush ha detto no a Blair anche sulla questione, decisiva, dell’ambiente e in Inghilterra comincia a serpeggiare una certa insofferenza verso l’alleato d’oltre oceano.
La paura sta facendo perdere la testa agli americani.
Per giustificare il possibile attacco a Teheran Kissinger ha detto anche: "Ci dovremmo chiedere come sarebbe il mondo se le bombe di Londra fossero state atomiche".
Anche qualora l’Iran o qualsiasi altro Paese non occidentale avesse la Bomba non potrebbe usarla che come deterrente.
Nessun governo è infatti così pazzo e autolesionista da sganciare una bomba atomica sapendo benissimo che un istante dopo sarebbe investito e spazzato via insieme al suo intero Paese dalla reazione nucleare americana.
E nessuno Stato è così folle e autolesionista da passare la propria tecnologia nucleare al terroristi internazionali perché, data la ingovernabilità e imprevedibilità di costoro, la cosa potrebbe facilmente ritorcerglisi contro.
Sul terreno delle ‘armi di distruzione di massa’ il pericolo non viene dagli Stati, si tratti di Iraq e di Iran, per quanto ostili ci possano essere, ma dalle singole bande di terroristi irresponsabili che pensano di non aver più nulla di perdere.
Ma in realtà il mirino degli americani è puntate sull’Iran non a causa della Bomba, che non ha, ma perché, da quando la rivoluzionekhomeinista cacciò lo Scià, che rappresentava gli interessi occidentali e quelli di una sottilissima e bellissima striscia di borghesia iraniana estranea all’humus più profondo di quel Paese (come si è visto anche alle recenti elezioni), ne temono l’ideologia. Temono cioé il tentativo khomeinista o postkhomeinista di trovare per l’Islam una via al progresso che non sia nè capitalista nè marxista ("i due grandi Satana") e quindi, nell’un caso o nell’altro, occidentale.
E questo per il totalitarismo liberale americano di oggi è intollerabile.

Massimo Fini

(Fonte AceA)

steppenwolf.it said...

Abbiamo selezionato il post per Tocque-Radio di oggi.
Grazie!

www.radioalzozero.net
redazione@radioalzozero.net

Dangax said...

JimMono, non dimenticare di esportare la democrazia in Haiti.

Leggi.
6 luglio 2005: un massacro di poveri ignorato dal mondo
di Naomi Klein

L'assalto delle truppe Onu al quartiere dei sostenitori dell'ex-presidente haitiano Aristide che non ha fatto notizia
Quando il terrore si scaglia contro le capitali dell’occidente non fa esplodere solo corpi umani ed edifici, ma colpisce anche altri luoghi di sofferenza assenti dalla mappa dei media.
Un massacro di bambini iracheni, spazzati via mentre prendevano dei dolci dai soldati USA, viene confinato nelle profondità delle pagine interne dei giornali. Uno sfogo di compassione per le migliaia di morti di AIDS in Africa viene improvvisamente considerato una distrazione frivola.

In un contesto del genere, un massacro ad Haiti che ha avuto luogo il giorno precedente dell’attentato di Londra non ha ricevuto la minima visibilità. Ebbene, prima del 7 luglio, Haiti non avrebbe potuto gareggiare alla lotteria della sofferenza: il golpe appoggiato dagli USA che destituì il presidente Jean- Bertrand Aristide si è verificato nel tardo febbraio del 2004, proprio quando l’occupazione dell’Iraq stava raggiungendo un nuovo livello di caos e di brutalità. Lo smantellamento della democrazia costituzionale ha occupato i titoli di testa solo per un paio di settimane.

Ma la battaglia sul futuro di Haiti imperversa.
Recentemente, il 6 luglio, 300 truppe ONU hanno preso d’assalto il quartiere povero di Cité Soleil, covo di sostenitori di Aristide. L’ONU ammette che ci sono stati cinque morti, ma i residenti riportano che il numero non è stato inferiore a 20. Un corrispondente della Reuters, Joseph Guyler Delva, afferma di aver “visto sette cadaveri solo in una casa, inclusi due bambini e una donna sui 60 anni". Ali Besnaci, direttore di Médecins Sans Frontières ad Haiti, ha confermato che il giorno dell’assalto 27 persone - “un fatto senza precedenti” - tre quarti delle quali donne e bambini, sono giunte alla clinica MSF con ferite da arma da fuoco.
Quando è stata riportata la notizia dell’assalto, questo è stato considerato come una misura necessaria per controllare le violente gang armate di Haiti. I residenti di Cité Soleil raccontano però una storia diversa: dicono di essere stati bersaglio dell’assalto non per essere dei violenti, ma per essere dei militanti che hanno osato chiedere il ritorno del presidente da loro eletto. Sui cadaveri dei loro amici e familiari hanno posto le fotografie di Aristide.

Fu solo 10 anni fa che il presidente Clinton celebrò il ritorno al potere di Aristide come "Il trionfo della libertà sul terrore".
Quindi vale la pena chiedersi: cosa è cambiato da allora?

Aristide certamente non è un santo, ma anche se le peggiori delle accuse contro di lui fossero fondate impallidiscono accanto alle schede criminali degli assassini e dei trafficanti di droga e di armi che lo hanno destituito. Consegnare Haiti a questa gang malavitosa per porre fine al presunto "malgoverno" dell’ex- presidente è come sfuggire a un appuntamento noioso accettando un passaggio a casa da Charles Manson.

Alcune settimane fa ho incontrato Aristide a Pretoria, in Sudafrica, dove vive in esilio forzato. Gli ho chiesto che cosa ci fosse veramente dietro al suo dissidio con Washington. Mi ha dato una spiegazione che raramente si potrebbe ascoltare nei dibattiti sulla politica haitiana. In realtà me ne ha date tre: "Privatizzazione, privatizzazione e privatizzazione".

La disputa risale a un serie di incontri tenutisi all’inizio del 1994 - un momento cruciale della storia di Haiti - di cui Aristide ha parlato raramente. Gli haitiani a quel tempo vivevano sotto il governo barbarico di Raoul Cédras, che rovesciò Aristide con il colpo di stato del 1991, appoggiato dagli USA. Aristide si trovava a Washington e, nonostante gli appelli popolari per un suo ritorno, non c’era modo per lui di far crollare la giunta senza un appoggio militare. Sempre più imbarazzata dagli abusi perpetrati da Cédras, l’amministrazione Clinton ha proposto ad Aristide un accordo: le truppe USA lo avrebbero riportato ad Haiti, ma solo se avesse accettato un programma economico di vasta portata con l’obiettivo dichiarato di "trasformare significativamente la natura dello stato haitiano". Aristide accettò di pagare i debiti accumulati durante la dittatura ‘cleptocratica’ di Duvalier, di ridurre nettamente la pressione dell’amministrazione pubblica sul paese, di aprire Haiti al "libero commercio" e di eliminare le tariffe doganali sull’importazione del riso e del grano.

Un accordo scandaloso, ma Aristide sostiene di aver avuto poca scelta. "Non mi trovavo nel mio paese - che, fra l’altro, era il più povero dell’emisfero occidentale. Quindi, quale potere avevo a quel tempo?"
Ma i negoziatori di Washington fecero una richiesta che Aristide non poteva accettare: l’immediata liquidazione delle aziende di proprietà dello stato di Haiti, incluse quella telefonica e quella dell’energia elettrica. Aristide rispose che una privatizzazione non regolata avrebbe trasformato il monopolio di stato in un’oligarchia privata, aumentando le ricchezze dell’élite di Haiti e privando i poveri dell’accesso alla ricchezza nazionale. L’offerta era semplicemente non conveniente. "Essere onesti significa dire che due più due fa quattro. Loro volevano che intonassimo in coro che due più due fa cinque".
Aristide propose un compromesso: invece di liquidare completamente le aziende, le avrebbe "democratizzate". Definì questa operazione come la stesura di una legislazione antitrust, in grado di assicurare che i ricavati delle vendite venissero ridistribuiti ai poveri e di permettere ai lavoratori di diventare azionisti. Washington non accettò, e il testo finale dell’accordo richiedeva la "democratizzazione" delle aziende statali.
Quando Aristide annunciò che non ci sarebbe stata nessuna vendita finché il parlamento non avesse approvato nuove leggi, Washington passò a vie illecite. Aristide afferma di aver capito che quello che si stava tentando era un "golpe economico".
"La strategia segreta era quella di legarmi le mani una volta tornato e obbligarmi a liquidare a basso costo tutte le aziende statali".
Minacciò di arrestare chiunque procedesse con le privatizzazioni. "Washington era furiosa con me. Dissero che non avevo mantenuto la parola, mentre erano stati proprio loro a non aver rispettato la nostra politica economica pubblica".
Gli USA sospesero l’erogazione di prestiti e di aiuti promessi per un valore di 500 milioni di dollari, indebolendo pesantemente il governo haitiano e versando milioni di dollari nelle casse dei gruppi di opposizione, fino a giungere al colpo di stato armato del febbraio 2004.

E la guerra continuava.
Il 23 giugno, Roger Noriega, sottosegretario di stato USA per gli affari dell’emisfero occidentale, invitò le truppe ONU ad assumere un "ruolo più attivo" nel perseguitare le gang sostenitrici di Aristide. In pratica, in questo modo diede il via a un’ondata di punizioni collettive inflitte ai quartieri notoriamente sostenitori di Aristide. La più recente è stata appunto quella di Cité Soleil, il 6 luglio scorso.

Eppure, nonostante questi attacchi, gli haitiani sono ancora per le strade a manifestare: rifiutano le false elezioni pianificate, si oppongono alla privatizzazione e sventolano fotografie del loro presidente.
Proprio come un decennio fa gli esperti di Washington non furono in grado di prevedere la possibilità che Aristide potesse rifiutare la loro proposta, oggi non riescono ad accettare che i suoi poveri sostenitori possano agire così spontaneamente. "Crediamo che queste persone ricevano istruzioni direttamente da lui e indirettamente dai suoi seguaci del Sudafrica con i quali egli ha rapporti personali ", ha detto Noriega. Ma Aristide non ha di questi poteri.

"La gente è sveglia, intelligente, coraggiosa", afferma. “Sa che due più due non fa cinque”.


Fonte: http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,3604,1530646,00.html

adriano68 said...

Abbiamo ragione di credere che ad agosto Dick Cheney e soci metteranno in scena in America un vero e proprio attacco bio-chimico, colpevolizzando poi l'Iran e ottendendo dall'opinione pubblica americana ormai instupidita ai livelli di Oriana Fallaci e Capezzone il via libera ad un nuovo attacco militare, questa volta contro Teheran.

Speriamo ardentemente di sbagliare, soprattutto speriamo che di mezzo non ci vada anche l'Italia, visto che Berlusconi è ormai collassato su se stesso e solo delle morti italiane gli restituirebbero l'ardore di riparlare di guerra contro i terroristi che avrebbero colpito il nostro paese.

Nel frattempo auguro tutto il male possibile a Giuliano Ferrara e a Gianni Badget Bozzo, senza dimenticare quel luminare a colori di Marcello Pera.

Belzebù said...

Sempre ad esportare stai ? E che noia!!

Sarebbe ora che importassi un nuovo cervello, meno ideologico e più pragmatico!

Asino colto!

au revoir

B.